1) LE SCUOLE MILANESI SONO AD ALTO RISCHIO
2) I DERIVATI RIMANGONO UNA MINA VAGANTE
3) ESSELUNGA, ANCORA PROBLEMI DI PIPÌ
4) SANTA RITA, SI TORNA INDIETRO
1) LE SCUOLE MILANESI SONO AD ALTO RISCHIO
La tragedia di Rivoli, dove uno studente di 17 anni è morto per il crollo di un soffitto durante le lezioni, ha portato alla luce anche lo stato devastante in cui si trova la scuola milanese. Nel capoluogo lombardo gli edifici scolastici sono oltre 750, di questi più di 500 sono di competenza del Comune, mentre 240 (per la maggior parte scuole superiori) sono gestiti dalla Provincia. Le loro condizioni sono esemplificate da alcune semplici cifre. Nel 2007 solo 45 istituti sui 521 di competenza del Comune avevano il certificato di agibilità, mentre quelli dotati dei certificati antincendio erano addirittura solo 18. Inoltre su dieci scuole otto hanno problemi di agibilità statica (cioè sono a rischio di crolli). Gli immobili gestiti dalla Provincia sono invece stati messi in sicurezza al 92%, ma va detto che in questo caso il compito è più facile perché si tratta di edifici di costruzione in media molto più recente. Situazione gravissima anche per la manutenzione ordinaria. I presidi che richiedono interventi devono insistere per mesi, spesso senza frutto. Il problema sarebbe quello della mancanza di fondi, sono infatti già stati esauriti quelli stanziati per pagare le piccole imprese che hanno in appalto la manutenzione (in tutto 37 milioni di euro) e bisogna attendere un nuovo bando. I giornali citano tutta una serie di casi: si va dalle elementari di via Carnia, in cui piove nelle classi perché il tetto non tiene più, alla media Mauri, allagata a inizio novembre, alle elementari di via Goffredo da Bussero, dove i controsoffitti sono danneggiati e pericolanti e gli infissi sono in condizioni precarie. Alle elementari di via Cilea sono invece state demolite le scale antincendio perché non a norma, ma nessuno si è preoccupato di montare quelle nuove. Nella scuola di via Clericetti, poi, i wc perdono e le grondaie intasate provocano infiltrazioni nell’edificio. “Si tratta di lavori da poche centinaia di euro che quando vengono trascurati rischiano di diventare problemi molto più gravi (e molto più costosi)”, commenta la Repubblica. Gli incidenti gravi verificatisi di recente sono già numerosi: al liceo artistico Boccioni è crollato un soffitto che ha ferito una studentessa, a Quarto Oggiaro una scuola elementare è stata fatta evacuare dai vigili del fuoco, mentre all’Università Statale a settembre il crollo di un soffitto ha mandato al pronto soccorso svariati studenti. I normali acquazzoni (non certo alluvioni) verificatisi a fine novembre e il 1° dicembre si sono tramutati in un grave problema. La scuola elementare Cavalieri ha dovuto fare evacuare dai pompieri due interi piani. Innumerevoli le altre scuole in cui i problemi di infiltrazioni si sono tramutati in vere e proprie piogge all’interno delle aule. Per il compito elementare e fondamentale di rendere sicure le scuole milanesi basterebbero alcune decine di milioni di euro, che però sembrano impossibili da trovare. Davvero inspiegabile, se si pensa ai miliardi di euro stanziati o spesi per operazioni immobiliari utili agli speculatori. E la mancanza di fondi per gli edifici della scuola pubblica appare come una motivazione ancora più pretestuosa se si pensa al fatto che, come ricorda opportunamente Rifondazione Comunista con un dossier, negli ultimi sette anni la scuola privata in Lombardia ha ricevuto 280 milioni di euro di finanziamenti, mentre altri 45 milioni sono già stati messi in bilancio per il 2009.
(fonti: Cronacaqui, Repubblica, Corriere della Sera, E Polis dal 25 novembre al 2 dicembre)
2) I DERIVATI RIMANGONO UNA MINA VAGANTE
Continua a Palazzo Marino la battaglia dell’opposizione per una piena chiarezza sul caso dei derivati e un’individuazione dei responsabili delle operazioni finanziarie che, secondo quanto afferma Davide Corritore, consigliere del Pd ed esperto di finanza, hanno generato a oggi per il Comune di Milano perdite stimabili come comprese tra i 200 e i 280 milioni di euro. L’opposizione ha aperto anche il capitolo Letizia Moratti, accusandola di “avere contribuito ad altre operazioni che hanno aggravato la situazione” venutasi a creare con le politiche finanziarie della precedente giunta Albertini. Le perdite delle operazioni con derivati sono un pesante onere per il futuro delle finanze della città, ma hanno effetti concreti già nell’immediato. Per esempio nell’attuale bilancio sono state inserite perdite da derivati per 15 milioni, fondi che il Comune deve andare a reperire tagliando spese o aumentando tariffe. Il problema non riguarda solo il Comune di Milano, sono infatti centinaia gli enti locali coinvolti. Oltre a pressoché tutte le regioni italiane, sono più di 500 i comuni che hanno fatto ricorso a tali strumenti finanziari, delle vere e proprie scommesse che nella sostanza forniscono flussi di denaro immediati scaricando i relativi rischi (molto alti) su un futuro più lontano. A utilizzarli non sono stati solo gli enti locali più grandi, ma anche piccoli comuni privi delle competenze necessarie per valutarne il rischio (va però sottolineato che nemmeno in una grande città come Milano vi è stata un’adeguata valutazione). Il problema peggiore, data la complessità degli strumenti derivati, è che non è possibile effettuare una valutazione precisa né dell’ammontare totale delle operazioni realizzate in Italia né dei passivi esatti finora generati. Secondo il quotidiano Milano Finanza le perdite attualmente sono di sicuro dell’ordine di almeno svariati miliardi di euro, secondo stime del Pd l’ammontare complessivo probabilmente si aggira sui 10 miliardi di euro. E in seguito al federalismo fiscale le perdite non saranno più garantite dallo stato, ma andranno a ricadere interamente sui cittadini dei comuni e delle regioni coinvolti. Le banche hanno una larga fetta della responsabilità di queste operazioni vendute esercitando pressioni sugli enti locali, spesso anche indebite secondo la documentazione raccolta dalla trasmissione Report, tant’è che alcuni istituti finanziari sono sotto indagine per truffa aggravata. Tra le principali banche che hanno “venduto” derivati agli enti locali italiani ci sono la fallita Lehman Brothers, la Nomura, la Dexia, la Deutsche Bank e, tra le italiane, Unicredit. Sull’argomento torna anche il Sole 24 Ore, che invita il governo a vietare in definitiva agli enti locali questo tipo di operazioni, richiamando l’attenzione proprio sul ruolo delle banche. In primo luogo, il meccanismo della delegazione di pagamento fa sì che le banche abbiano un privilegio rispetto a tutti i creditori di un ente locale, perfino rispetto ai dipendenti. Ciò significa che se, per esempio, un comune dovesse dichiarare il fallimento il rimborso alle banche avrebbe la precedenza rispetto al pagamento degli stipendi ai dipendenti. Inoltre, conclude il Sole 24 Ore, “le banche non rischiano nulla a prestare i soldi a Comuni e Province, di conseguenza non si preoccupano dello stato di salute finanziaria degli enti o della veridicità dei loro bilanci. Si tratta di una anomalia che non giova alla trasparenza del sistema pubblico ed alla sua efficienza”. Nonostante tutto questo l’ex sindaco Gabriele Albertini (è stata la sua giunta a varare l’operazione derivati a Milano per 1,7 miliardi, la più grande d’Europa) ha il coraggio di rifarsi vivo sventolando un documento vecchio di un anno e da lungo non più attuale, che “documenterebbe” i guadagni realizzati con l’operazione, affermando che si meriterebbe un premio per quanto ha fatto.
(fonti: Corriere della Sera e Sole 24 Ore del 24 novembre 2008; Il Giorno del 23 novembre 2008; Milano Finanza del 4 ottobre 2008)
3) ESSELUNGA, ANCORA PROBLEMI DI PIPÌ
Di nuovo un “caso pipì” all’Esselunga, già il secondo del 2008. A febbraio era finito su tutti i giornali il caso della cassiera alla quale era stato negato il permesso di una pausa per andare alla toilette, tanto che la donna si è alla fine fatta la pipì addosso senza neppure potersi cambiare gli indumenti fino alla fine del turno. In seguito a tale episodio la donna, peruviana, era stata medicata in ospedale per “cistite emorragica” e, infine, si era decisa a denunciare il caso. Poco dopo la stessa donna è stata oggetto di un’aggressione da parte di ignoti in uno spogliatoio al quale avevano accesso unicamente dipendenti Esselunga. Il 27 novembre scorso il “caso pipì” si è ripetuto: un dipendente si è visto negare dal vicedirettore del supermercato Esselunga di Viale Umbria il permesso di andare alla toilette. Questa volta il lavoratore si è ribellato lanciando una cassetta contro il dirigente, con il conseguente successivo licenziamento del primo. Non è certo un periodo brillante per l’immagine pubblica di Esselunga. Il 29 settembre infatti il Corriere Economia riferisce della condanna subita in primo grado da Esselunga- Esd (la centrale di acquisto alla quale fino a poco tempo fa aderiva il gruppo Esselunga) per spionaggio commerciale, in relazione a fatti che risalgono al 2004. In pratica, come descrive la testata milanese, al momento di contrattare nuovamente gli accordi di acquisto Esselunga chiedeva ai propri fornitori di offrire forti sconti, mostrandosi a perfetta conoscenza delle condizioni praticate dagli stessi fornitori alla Coop, il principale concorrente di Esselunga (la prima ha ricavi annui per 12,1 miliardi di euro, la seconda per 5,3 miliardi). Una pratica valutata dai giudici come fraudolenta e confermata dalle testimonianze di rappresentanti di marchi come Ferrero, Lavazza, Bahlsen, Henkel e altri ancora. Il Corriere Economia scrive che: “più d’uno ha notato che da tempo alcune delle marche coinvolte non compaiono più sugli scaffali Esselunga. È il caso di Elah Dufour e soprattutto di Lavazza, principale produttore italiano di caffè. Il primo ricavava il 3% del suo giro d’affari da Esselunga (contro il 10-11% di Coop), il secondo il 5% (12-13% con Coop). Si dice, inoltre, che difficoltà ci siano state con Bahlsen e Grissin Bon”, ma i diretti interessati smentiscono nessi con le vicende giudiziarie che hanno coinvolto Esselunga. Il tutto, insieme ai “casi pipì”, getta una luce decisamente diversa sul successo di immagine ottenuto da Esselunga grazie all’inchiesta di Altroconsumo dalla quale la catena di supermercati risultava essere la più conveniente d’Italia.
(fonti: Liberazione, 28 novembre 2008; Corriere Economia, 29 settembre 2008)
4) SANTA RITA, SI TORNA INDIETRO
Alla vigilia dell’inizio del processo relativo al caso della Santa Rita, la clinica degli orrori milanese in cui si effettuavano interventi chirurgici non necessari al solo fine di ottenere lauti rimborsi dalla Regione Lombardia, spesso con esiti mortali per i pazienti, si hanno già i primi chiari segni di un colpo di spugna sullo scandalo. Il proprietario della clinica, il notaio Francesco Paolo Pipitone, ha patteggiato una pena di soli quattro anni e quattro mesi di reclusione, tre dei quali coperti dal condono e la restante parte da coprirsi con l’affidamento ai servizi sociali. Ci sono poi state le dimissioni dell’amministratore delegato di garanzia, Maurizio Guizzardi, nominato come soggetto super partes nell’ambito dell’accordo in base al quale la Santa Rita ha potuto continuare a ottenere i rimborsi della Regione. Era infatti una condizione per il proseguimento dei finanziamenti che la clinica venisse gestita da persone autonome rispetto alla proprietà – Turci invece è un ex collaboratore del proprietario Pipitone. Lo stesso Turci è stato anche assessore al commercio nella giunta leghista di Formentini e nel 2006 è stato nominato membro del Consiglio di Amministrazione della So.ge.mi, la società che gestisce l’ortomercato di Milano.
(fonte: Corriere della Sera, 28 novembre 2008)
