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Milano Internazionale – Cronache – N. 6, 17 dicembre 2008

1) CONTINUA L’ORGIA DEL CEMENTO

2) TUTTO IN FAMIGLIA: I LA RUSSA E I LIGRESTI

3) GIOVANI OLIGARCHI CRESCONO

4) SESTO S. GIOVANNI E MONZA, TRA SPECULAZIONE E SGOMBERI

5) EXPO: COSTI, CONFLITTI DI INTERESSE, “VOLONTARI” E ALTRO ANCORA


1) CONTINUA L’ORGIA DEL CEMENTO

Non bastava la pioggia di miliardi di fondi pubblici per il cocktail di cemento e speculazione immobiliare chiamato Expo 2015, e neanche l’aumento di oltre il 50% dell’indice di edificabilità a Milano. Carlo Masseroli, l’assessore milanese all’urbanistica, sembra avere tutta l’intenzione di superare in una sola manciata di mesi i disastri urbanistici che la giunta Albertini aveva provocato in svariati anni di governo. In occasione di un convegno organizzato il 1° dicembre dalla Assoimpredil, con la quale l’assessore vista la sua assiduità sembra avere un rapporto privilegiato, Masseroli ha lanciato due nuovi progetti. Il primo, come scrive Repubblica, prevede la possibilità di “edificare nelle aree libere destinate a verde pubblico mai realizzato”, in tutto “9 milioni 223 mila metri quadrati di superficie ancora liberi. Di questi più della metà avrebbero dovuto diventare una zona verde (6 milioni), mentre un domani potrebbero ospitare nuovi edifici. I privati, che finora hanno avuto aree che non valevano quasi niente, si ritroverebbero automaticamente con un valore”. Il secondo progetto è l’ennesima trovata che si basa sulla bufala del “sociale”. Gli imprenditori privati (banche o costruttori) si dovrebbero impegnare a trovare agli inquilini di case popolari alloggi a prezzi identici a quelli attualmente occupati (inquilini che quindi diventerebbero affittuari di soggetti privati e uscirebbero dal sistema delle case popolari) e in cambio otterrebbero la possibilità di abbattere le vecchie case popolari e di edificare le rispettive aree con un “premio” di volumetria aggiuntiva, eventualmente utilizzabile anche in altre aree. Anche in questi casi si avrebbero notevoli incrementi del valore dei terreni grazie alla volumetria edificabile aumentata. Repubblica segnala anche che a Milano “i metri quadrati ancora disponibili sono 15 milioni”, dei 6 milioni che rimarrebbero dopo tale piano, “4 milioni sono aree private di riqualificazione urbanistica, un milione gli scali ferroviari dismessi, quasi 700 mila di aree industriali dismesse, 400 mila di aree destinate a servizi tecnologici mai realizzati e 200 mila di progetti di housing sociale in corso” – praticamente non rimarrebbe quindi più nessun “buco” libero o utilizzabile per progetti di verde o a fruizione pubblica. Ma come se non bastassero i due progetti, Masseroli escogita un’altra occasione per riversare cemento sulla città e fuori di essa: lo spostamento di parte dell’ippodromo di San Siro (solo il trotto, il galoppo infatti è un’area vincolata) nel Parco Sud, al fine di rendere possibile la costruzione nell’area lasciata libera (1,1 milioni di metri quadri) di case di pregio, attività commerciali, uffici e il solito contentino di un parchetto per promuovere l’operazione. Erano anni, e più precisamente dal 2003, che correvano voci di una maxi-operazione immobiliare sulle aree dell’ippodromo, tant’è che da tempo esiste un comitato civico per difenderne il patrimonio, ma ora evidentemente tra l’Expo e la politica di cementificazione totale varata dalla giunta Moratti i tempi sono maturi. Il danno che comporterebbe il progetto è doppio, perché oltre alla colata di cemento su San Siro si andrebbe a insediare in un’area agricola vincolata come il Parco Sud un’attività apparentemente verde come l’ippodromo, che invece è di intrattenimento e necessita di infrastrutture (per es. strade di accesso). L’area di San Siro interessata è di proprietà della Snai, che però ha concesso un’opzione a Roberto Losito quando quest’ultimo era ai vertici dell’immobiliare Euromilano (Legacoop + Intesa Sanpaolo, fino a poco tempo fa anche Esselunga, che però ne è uscita). Attraverso i vari giochi di partecipazioni di una società di Losito, tra i soggetti che potrebbero trarre profitto dall’operazione vi è la De Agostini Spa. La presentazione del progetto in Giunta è tuttavia stata sospesa per qualche giorno. Il problema? Come specificato da Riccardo De Corato, “sono stati chiesti approfondimenti tecnici”, approfondimenti che, come scrive Il Giorno, sono iniziati subito “quando Masseroli ha incontrato il gruppo di Alleanza Nazionale, capeggiato dal ministro Ignazio La Russa” che alla fine ha dato un “sostanziale via libera” al progetto di Masseroli. Forse l’assessore ciellino aveva un po’ esagerato con i “suoi” megaprogetti e si è resa necessaria una consultazione con La Russa, la cui famiglia è notoriamente legata a quella di Salvatore Ligresti (sul nesso La Russa-Ligresti si vedano i materiali pubblicati più sotto).

A questo punto il lettore si potrebbe immaginare che viste le tre megaoperazioni i responsabili del Comune di Milano si siano presi una bella vacanza, magari intermezzata da qualche rilassante partecipazione a convegni di Assimpredil. E invece no, perché passano due soli giorni e Palazzo Marino annuncia un grande piano di vendita a privati di preziosissimi immobili di proprietà comunale, in gran parte di importanza storica e ubicati in posizioni centralissime e strategiche. Si tratta del comando dei vigili urbani in piazza Beccaria, a pochi passi dal Duomo, dell’esattoria comunale in via S. Tomaso, nel cuore della vecchia Milano longobarda, e numerosi palazzi nobili. Per i privati che acquisteranno questi immobili ci sarà la licenza di destinazione residenziale (extralusso, visto il pregio e l’ubicazione degli edifici) o di insediarvi “attività terziarie” (tradotto in soldoni: uffici, hotel e magari anche multistore). Molti degli altri immobili da privatizzare, in particolare quelli che si trovano in zone periferiche, sono inoltre occupati da affittuari che pagano canoni calmierati di cui evidentemente a breve non godrebbero più. Il piano, per un valore di 1,7 miliardi di euro e da realizzarsi nel 2009, va ad aggiungersi al piano del 2008 del valore di circa 1 miliardo. Milano può comunque aggrapparsi a una ben magra consolazione: non è la sola città che ha varato un piano di svendita del patrimonio pubblico. Torino sta prendendo in considerazione la possibilità di vendere tesori come la Mole Antonelliana e il Teatro Regio, o di cederli gratuitamente alle fondazioni bancarie. A Bologna invece Cofferati deve ancora decidere il da farsi dopo che la Fondazione Carisbo, al quale il suo comune partecipa, ha stimato un minor gettito di 100 milioni dopo il taglio dei dividendi annunciato da Intesa Sanpaolo, di cui l’ente è azionista.

Da registrarsi infine il modo diverso in cui le pagine milanesi dei due maggiori quotidiani nazionali hanno affrontato nelle ultime settimane l’argomento della colata di cemento sulla città. Larghissimo spazio, molti dati precisi e interventi critici spesso stimolanti su Repubblica, che sta conducendo una vera e propria battaglia sull’argomento. Informazioni perlopiù carenti e relegazione in secondo piano da parte del Corrierone. Tra gli interventi pubblicati dalla Repubblica va segnalato l’interessante articolo di Alberto Statera dal titolo eloquente “I predoni di Milano”, uscito il 26 novembre scorso. “Dalla Bovisa all’Ansaldo, da Porta Vittoria a Porta Nuova-Garibaldi-Repubblica, dal Portello a Montecity-Santa Giulia sono venticinque i grandi progetti lottizzati tra i gruppi immobiliari con le immutabili regole del manuale Cencelli – tot a me, tot a te”. Tra i principali beneficiari di questa ondata di cemento c’è Salvatore Ligresti, che “oggi controlla buona parte dei sei principali progetti immobiliari milanesi, che valgono 7 miliardi di euro: non solo CityLife, ma anche Porta Nuova-Garibaldi” e che ha rapporti con importanti esponenti di An, come Massimo Pini e, soprattutto, Ignazio La Russa. Vengono nominati anche gli altri signori del cemento che hanno messo le mani sulla città: dai Cabassi fino a Pirelli Re, i texani della Hines, Luigi Colombo, Manfredi Catella. “Chi più e chi meno”, prosegue Statera, “tutti lavorano con la cosidetta ‘leva finanziaria’, che in pratica vuol dire i soldi delle banche. Sui 7 miliardi finora investiti sulla carta, sei, circa l’85 per cento, sono di Intesa San Paolo, Unicredit, Popolare di Milano, Monte dei Paschi, Antonveneta e Mediobanca, mentre la Banca d’Italia giudica corretta una quota del debito non superiore al 70 per cento rispetto al totale e un’equity del 30 per cento, cioè di investimento di tasca propria”.

(fonti: Repubblica, 26 novembre 2008; Repubblica, Corriere della Sera, Il Giorno, Libero dal 2 al 6 dicembre 2008)


2) TUTTO IN FAMIGLIA: I LA RUSSA E I LIGRESTI

In una Milano (e in un’Italia) in cui il tasso di democrazia si sta ormai riducendo al lumicino e la partecipazione alla politica e al controllo dell’economia è ormai cosa per pochi intimi, la famiglia si sta confermando sempre più come matrice di replicazione del potere. La famiglia La Russa e la famiglia Ligresti sono ai vertici, rispettivamente, del potere politico e del potere economico della capitale lombarda. Sulla seconda, che controlla un vero e proprio impero di portata nazionale nel campo dell’immobiliare, della finanza e delle assicurazioni, si è già scritto molto. Salvatore Ligresti, cresciuto nella Milano del boom, delle speculazioni e dei crack degli anni sessanta, ha fatto il salto di qualità nella “Milano da bere” di Craxi, per poi subire un breve naufragio dopo la condanna e l’arresto subiti ai tempi di Mani pulite e riprendere a navigare a vele spiegate nella Milano del cemento e delle megaoperazioni finanziarie governata dalle giunte Albertini e Moratti. Oggi, insieme ai figli, è nuovamente a capo di un impero immobiliare e finanziario ed è attore di primo piano nei principali progetti di speculazione edilizia (CityLife, Porta Nuova-Garibaldi e altro ancora). I La Russa, famiglia di salde tradizioni fasciste, sono ai vertici della politica lombarda e, nel caso di Ignazio, anche nazionale. L’aspetto interessante è che i legami tra le due famiglie sono particolarmente stretti e, soprattutto, che i La Russa hanno trovato e continuano a trovare ampi spazi negli organi di gestione delle società controllate dai Ligresti. Nulla di contrario alla legge, si capisce, ma molto di poco consono a principi elementari come la trasparenza e l’assenza di conflitti di interesse.

Il capostipite dell’attuale famiglia La Russa è Antonino, nato nel 1913 a Palermo e di professione avvocato (come i suoi figli e anche un suo nipote). La sua carriera politica comincia nel 1942, quando viene nominato segretario politico del Partito Fascista a Paternò, la città in provincia di Catania che darà i natali ai suoi figli e dove è nato anche Salvatore Ligresti. Antonino è sempre stato un convinto fascista (“mio nonno, fascista da sempre” dirà suo nipote Geronimo, un concetto confermato anche se in maniera meno diretta, dal discorso pronunciato in Senato da un collega in occasione della sua morte,: “la sua carriera politica [è stata] contrassegnata, fino alla fine, dalla coerenza”). Dopo la fine della Seconda guerra mondiale fonda, sempre a Paternò, la prima sezione del MSI in Sicilia. Successivamente diventa deputato per lo stesso partito e nel 1972 viene eletto senatore, posto che occuperà fino alla sua morte nel 2004. Antonino La Russa viene indicato dalle cronache come il padrino politico di Michelangelo Virgillito (anche lui di Paternò) e di Raffaele Ursini, due noti imprenditori e speculatori finanziari degli anni ’60. Antonino La Russa è al contempo cognato di Virgillito (azionista di Liquigas e Lanerossi) e curatore dell’ufficio legale della Liquigas, società prima di Virgillito e poi di Ursini. Ed è proprio da Ursini, al centro di un disastroso crack, che Ligresti acquisterà il controllo della Sai – sulle modalità dell’operazione per anni in Borsa sono circolate leggende, scrive Repubblica, come quella secondo la quale dietro la Sai in realtà ci fosse ancora Ursini. Qualcuno si spinge a dire che Ligresti sarebbe stato scelto per sostituire l’ormai inaffidabile tandem Virgillito-Ursini travolto da fallimenti e crack. Ma su tutto conviene citare l’efficace riassunto di Sergio Bocconi, dal Corriere della Sera: “Virgillito, uomo che ha svolto tutti i mestieri fino a diventare re dei raider in Borsa e padrone della Liquigas, gli insegna tutto [a Salvatore Ligresti]. Stringono un sodalizio, al quale partecipano un altro siciliano di Paterno’, il futuro senatore missino Antonino La Russa, e Raffaele Ursini, che da impiegato amministrativo diventera’ direttore generale della Liquigas. E quando Virgillito, travolto dall’affare Lanerossi, deve mollare, Ursini fa il grande balzo e della Liquigas diventa padrone. In seguito acquista dagli Agnelli la Sai. La storia si ripetera’. Perche’ quando e’ Ursini che deve mollare la presa travolto dallo scandalo Italcasse, e’ Ligresti a “raccogliere” la Sai. Nel ’78: e’ la svolta”. E’ interessante notare che Antonino La Russa è stato ai vertici degli organi di gestione di molte società di Ligresti: dopo essere diventato nel 1960 vicepresidente e amministratore delegato di Lanerossi S.p.A. (Virgillito), nel 1985 diventa vicepresidente della Richard Ginori S.p.A. (società che Ligresti ha rilevato da Michele Sindona e proprietaria di preziose aree dismesse), nel 1976 vicepresidente di Sai S.p.A. (Ligresti) e nel 1979 vicepresidente di ATA Hotels S.p.A. (Ligresti).

Antonino La Russa ha avuto tre figli, nell’ordine Vincenzo, Ignazio e Romano. Tutti e tre hanno occupato e occupano importanti posizioni politiche. Il più noto è Ignazio (avvocato come il padre), per lungo tempo leader milanese dell’organizzazione neofascista Fronte della Gioventù, un capitolo del suo curriculum “diplomaticamente” omesso dal sito ufficiale di Ignazio. Dopo l’esperienza di leader della gioventù fascista milanese negli anni settanta Ignazio La Russa diventa consigliere regionale della Lombardia per il MSI e successivamente deputato per lo stesso partito, trasformatosi poi in Alleanza Nazionale (oggi, come tutti sanno, è ministro della Difesa). Sui suoi legami diretti con Ligresti c’è poco da dire, a parte le reiterate accuse di uno che di Ligresti se ne intendeva, Bettino Craxi (“Ignazio La Russa a Milano, che adesso si dà le arie del moralizzatore, e che è stato notoriamente finanziato dal gruppo Ligresti”, così lo citava il defunto leader socialista in un’intervista a El Mundo del 1994). Alle accuse di Craxi, peraltro non sostenute da alcuna prova, Ignazio La Russa rispondeva: “Sfido chiunque a dimostrare anche lontanamente che nel corso della mia carriera politica abbia avuto rapporti di qualsivoglia natura con Ligresti [...] Tra la mia famiglia e i Ligresti in passato ci sono stati rapporti di amicizia e di lavoro”. Nelle cronache giornalistiche in effetti si trova solo un episodio, e di carattere “privato”: quando Giulia Ligresti (figlia di Salvatore) si sposa a Taormina nel 2002 le nozze vengono celebrate da Ignazio La Russa (presente anche Umberto Veronesi, l’oncologo-star che oggi vuole costruire un megaospedale-centro di ricerca su terreni nell’area vincolata del Parco Sud di Milano che sono di proprietà di… Salvatore Ligresti). L’unica nota che oggi suona stonata nella risposta che nel 1994 Ignazio dava a Bettino Craxi è quel “in passato”, forse avrebbe dovuto aggiungere “in futuro”, ma non si può pretendere da un comune mortale di avere la dote della preveggenza… Il fratello Vincenzo (avvocato, naturalmente), già senatore democristiano e poi deputato europeo per Forza Italia, è infatti un vero e proprio habitué dei vertici delle aziende della famiglia Ligresti: attualmente è membro del consiglio di amministrazione e dell’esecutivo di Fondiaria-Sai (gruppo Ligresti), società nella quale ha anche un interesse di partecipazione, nonché membro del consiglio di amministrazione di Immobiliare Lombarda (gruppo Ligresti), dove siede accanto a un altro “figlio”, Luigi Pisanu, pargolo dell’ex ministro degli interni. E, detto per inciso, i vertici di Immobiliare Lombarda vantano, o hanno vantato, un altro paio di presenze dell’area politica dei due fratelli di Vincenzo, quella di Alleanza Nazionale: Massimo Pini (ex braccio destro dell’ex ministro Maurizio Gasparri) e Giovanni Bozzetti, ex assessore di An nella giunta Albertini. In passato Vincenzo è stato vicepresidente di Sai Agricola (azienda di cui è stato presidente il padre Antonino) e presidente di Sai Finanziaria, entrambe sempre del gruppo Ligresti. Il nesso Ligresti-La Russa prosegue anche nella terza generazione della famiglia di politici-avvocati: il figlio di Ignazio La Russa, Geronimo (avvocato, naturalmente), ha trovato anche lui ampia ospitalità nella galassia Ligresti: nel 2007, appena laureatosi e a soli 25 anni, è diventato consigliere della Premafin, la holding del gruppo Ligresti, prendendo il posto che già fu di nonno Antonino. Nel 2008 è stato nominato consigliere anche di Gilli, la griffe italiana di Giulia Ligresti. Il più piccolo dei fratelli La Russa (seconda generazione) si è invece dedicato completamente alla politica: Romano ha cominciato anche lui come consigliere regionale della Lombardia e capogruppo di Alleanza Nazionale alla regione. E’ stato poi eletto eurodeputato e nello scorso mese di giugno è stato nominato da Roberto Formigoni assessore regionale all’Industria, alle Pmi e alla Cooperazione. Una nomina che ha suscitato molti commenti ironici: Romano, fratello eccellente (del ministro Ignazio), ha ricevuto l’incarico da Formigoni nell’ambito di un rimpasto con il quale l’assessorato alla Famiglia e la Solidarietà è stato assegnato al ciellino e “cognato” (di Formigoni stesso!) Giulio Boscagli. A differenza del cugino Geronimo, il figlio di Romano, Antonino, è invece salito agli onori delle cronache una sola volta per motivi davvero poco gradevoli: nel 1997, scrivono i giornali, ha ricevuto un avviso di garanzia nell’ambito dell’inchiesta per la violenta aggressione contro il consigliore comunale di Rifondazione Comunista Davide “Atomo” Tinelli, accoltellato da un gruppo di neofascisti e ultras, vicenda poi finita nel dimenticatoio delle cronache.

Un ultimo curioso episodio fa pensare a un certo grado di interscambiabilità tra i fratelli La Russa (seconda generazione). In occasione delle elezioni del 2001 Vincenzo La Russa, candidato per Forza Italia, ha chiesto una deroga alle norme stabilite da Silvio Berlusconi per i cartelloni elettorali: secondo le istruzioni del Cavaliere sui manifesti non doveva comparire alcuna faccia (a parte quella del Cavaliere stesso, si intende). Per Vincenzo però metterci la propria faccia era davvero importante: “per evitare confusione col fratello, candidato in un altro partito, che ha riempito da tempo Milano con la sua foto su teloni e manifesti”. Rischi del mestiere, rischi di famiglia. Ironie a parte, questo breve panorama a noi, più che a Milano “capitale morale”, fa pensare alla Belgrado dei tempi peggiori del regime della famiglia Milosevic e dei loro amici affaristi. O alla Bucarest della famiglia Ceausescu negli anni ottanta. Al quadretto milanese zeppo di fratelli, figli, cognati (e amici imprenditori) manca solo il personaggio della moglie (vi ricordate? Mirjana, Elena…) per diventare una copia perfetta dei “ritratti di satrapi” balcanici.

(fonti: Repubblica, 6 febbraio 1987, 15 novembre 1994, 12 aprile 1997, 13 novembre 1997; Il Mondo, 21 novembre 2008; L’Espresso, 8 febbraio 2008; Corriere della Sera, 12 gennaio 1997, 13 novembre 1997; 13 aprile 2001, 29 settembre 2002, 21 dicembre 2006, 21 novembre 2008; Corriere della Sera Magazine, 14 aprile 2006; Eco di Bergamo, 27 giugno 2008; Wikipedia; http://www.senato.it; http://www.immobiliare-lombarda.it)


3) GIOVANI OLIGARCHI CRESCONO

Sul tema famiglia (e politica, ed economia) si possono citare ancora un paio di casi emblematici. Il primo è quello di un’associazione che riunisce i giovani rampolli di alcune delle più potenti famiglie d’Italia, e in particolare di Milano. Non ce ne vogliano le famiglie La Russa e Ligresti se qui di seguito le tiriamo ancora in ballo, ma il loro attivismo ce lo impone. L’associazione si chiama “Milano Young”, e l’aspetto generazionale viene ulteriormente sottolineato dal suo sito, sulla cui home page campeggia la scritta “Voce ai giovani”. E’ nata nel 2005 con un’iniziativa a sostegno delle vittime dello tsunami, promossa da (tenetevi forte): Paolo Ligresti, Geronimo La Russa, Giovanni Tronchetti Provera, Barbara Berlusconi, Gilda Moratti e Francesca Versace, tra gli altri. A un lettore distratto che passasse in rassegna l’elenco dei cognomi del suo direttivo, tralasciando i nomi, potrebbe sembrare una sorta di Politburo del Partito Capitalista Italiano, o Milanese: Ligresti, Berlusconi, Versace, La Russa (immobiliare e finanza; immobiliare e media; moda e made in italy; politica e tradizione fascista). Comunque, se volete vedere come si presentano i rampolli (fotografie in bianco e nero raffinate, ma atteggiamento disinvolto e casual) potete farvi una passeggiata sul loro sito: http://www.milanoyoung.org. Da notare poi che quest’estate l’associazione si è dotata di una società a responsabilità limitata per gestire il proprio marchio “My” (Milano Young), che è stato registrato. Secondo il perito che lo ha valutato, il marchio si è avvalso di una fortissima esposizione mediatica a mezzo stampa e televisione e ha tratto vantaggio da “passaggi televisivi in trasmissioni di grande successo come Lucignolo su Italia 1 e Verissimo su Canale 5″, naturalmente avvenuti a titolo gratuito. Negli anni settanta il regista Salvatore Samperi aveva girato un film pieno di ammiccamenti incestuosi intitolandolo “Grazie zia”. Oggi forse qualcuno potrebbe pensare a un film più adatto ai tempi, dal titolo “Grazie papà”, anche se sicuramente gli effetti erotici sarebbero largamenti inferiori.

Un’altra famiglia invece ha scelto di blindarsi. E’ quella dei Benetton, il cui impero economico ha sede nel vicino Veneto, ma ha grossi interessi anche in Lombardia. Il 15 settembre scorso si è svolto a Treviso il summit della dinastia, in occasione del quale sono stati ratificati, come scrive Il Mondo, “statuti, patti di famiglia e regole della casata”. A partire dai primi giorni del 2009 la cabina di regia dell’impero Benetton sarà costituita dalla nuova società Edizione srl. Il suo consiglio di amministrazione avrà 11 membri, tre “indipendenti” e otto della famiglia Benetton, cioè i quattro fratelli di “prima generazione” e un esponente della “seconda generazione” per ciascuno: Alessandro (figlio di Luciano), Sabrina (per Gilberto), Christian (per Carlo) e Franca Bertagnin Benetton (per Giuliana). Ma le cose in realtà sono ben più complesse e vale la pena di citare per esteso il Mondo. “Soltanto i quattro fratelli avranno il rango statutario di ‘soci fondatori’ con alcuni poteri speciali. Il primo dei quali è, appunto, il diritto di nominare in cda un secondo esponente del proprio ramo familiare. Poi c’è la facoltà di gradimento (espressa a maggioranza dei quattro fondatori) sui trasferimenti azionari esterni ai discendenti diretti, qualora ‘non rispondano alle caratteristiche fondamentali della compagine’ che ha lo scopo di assicurare ‘compattezza e continuità’. Infine, soltanto i quattro fratelli Luciano, Gilberto, Carlo e Giuliana avranno poteri di veto sulla cessione di un asset strategico. E la successione al comando? Sul piano azionario è già cosa fatta da oltre un triennio visto che quattro quote del 20% sono delle casseforti Evoluzione, Proposta, Regia e Ricerca, già intestate ai 14 cugini della seconda generazione. Ai quattro fondatori è rimasto solo l’usufrutto sul 4,75% a testa della nuova Edizione. I poteri connessi al rango di ‘fondatore’ possono invece essere rinunciati e trasmessi soltanto nell’ambito del nucleo familiare, quindi ai figli, e solo con il voto favorevole degli altri capostipiti”. Nemmeno i faraoni avevano escogitato meccanismi di successione dinastica così blindati e così complessi.

(fonti: Corriere della Sera Magazine, 14.04.2006; Corriere della Sera 4 luglio 2008; Il Mondo, 10 ottobre 2008; http://www.milanoyoung.org)


4) SESTO S. GIOVANNI E MONZA, TRA SPECULAZIONE E SGOMBERI

Anche Sesto S. Giovanni e Monza sono travolte dall’ondata di progetti di cementificazione. A Sesto S. Giovanni rimane in particolare ancora non chiarito quale sarà il destino dell’ex Falck, “un’area di un milione e mezzo di metri quadrati che in questo momento è la più vasta in Europa tra quelle industriali in trasformazione”, come ricorda il sindaco della città, Giorgio Oldrini, in una lettera al Giorno. Il gruppo Zunino, sull’orlo del crack dopo essersi indebitato per operazioni edilizie spregiudicate come quella di Santa Giulia, sta conducendo trattative con la Società Limitless del Dubai per la cessione dell’area, con l’intermediazione del proprio creditore Intesa San Paolo, ma ancora non è dato capire quali siano le reali prospettive, visto anche l’inasprirsi della crisi globale che invita alla prudenza gli investitori. In un’altra area ex Falck, in parte di proprietà del comune e in parte del Gruppo Caltagirone, si interviene intanto per salvaguardare questi preziosi terreni dalle “aggregazioni di zingari e di individui malavitosi”, per usare il vocabolario del capogruppo di An in Comune, Antonio Lamiranda. La polizia, con l’aiuto di una ruspa ha distrutto una ventina tra baracche e tende che erano state insediate nell’area.

A Monza invece è in via di approvazione una variante al Piano di governo del territorio, in virtù della quale, come scrive Il Cittadino, “molti ambiti che in precedenza venivano identificati come strategici ora pare che non lo siano più”. Per ambiti strategici si intendono aree identificate come di particolare importanza e sulle quali vengono posti vincoli all’attuazione di interventi urbanistici: chi vuole costruire deve fornire in cambio oneri di urbanizzazione “come parcheggi, parchi pubblici e realizzare spazi usufruibili pubblicamente”. Gli interventi nelle aree non più classificate come strategiche non dovranno passare il vaglio del consiglio comunale, come invece avveniva in precedenza, e le relative decisioni verranno prese direttamente dalla Giunta. In pratica, viene cancellato ogni effettivo controllo pubblico preventivo sull’uso del territorio. Le aree di ambito strategico non confermate sono circa 50 su 100 complessive e tra di esse ve ne sono alcune molto appetibili: quella dell’ex fabbrica di via Boccaccio, dove fino a poco tempo fa aveva sede il Collettivo Monzese, quella di proprietà della Fondazione Ponti sulla via Cesare Battisti e quella della ex Fossati Lamperti a San Rocco.

(fonti: Il Giorno, 2 dicembre 2008; Il Cittadino, 4 dicembre 2008; Libero, 6 dicembre 2008)


4) EXPO: COSTI, CONFLITTI DI INTERESSE, “VOLONTARI” E ALTRO ANCORA

Ma quanto costerà l’Expo? Sui giornali si sono lette, citate qua e là in mezzo agli articoli, cifre molto diverse tra di loro. Qualcuno ha parlato di una dozzina di miliardi, altri di 15, qualcuno si è spinto fino ad avvicinarsi a 20. Negli ultimi giorni, però, due delle fonti considerate più autorevoli (le pagine di Milano del Corriere della Sera e della Repubblica, ma anche la Prealpina) hanno citato cifre provenienti da fonti ufficiali che parlavano di circa 25 miliardi di euro e, contemporaneamente, di un ammanco di 10 miliardi di finanziamenti statali. Si tratta in effetti della cifra stimata reale, al momento (l’esperienza dell’Expo Saragozza 2008 insegna che poi nel corso dei lavori le stime possono lievitare anche di un terzo, con la scusa che una volta che si sono avviati i lavori e bisogna rispettare una scadenza inderogabile ogni nuovo esborso viene rapidamente avallato). Le opere da realizzare, infatti, sono suddivise in tre lotti, come si evince da una tabella, esemplare per chiarezza, pubblica dal Giorno: le opere essenziali (in pratica le strutture fisiche che ospiteranno la manifestazione nel 2015 e i relativi accessi diretti) per poco meno di 2 miliardi, le opere necessarie (come la linea metropolitana M6 e altri interventi infrastrutturali) per 11,3 miliardi, le opere connesse (Pedemontana, Brebemi, linea metropolitana M4 e molte altre ancora) per 11,7 miliardi. Cioè un totale, per l’appunto, di quasi 25 miliardi di euro. Il tutto per una manifestazione che dura solo sei mesi e che non gode certo di amplissima risonanza internazionale (quanti milanesi, prima di quest’anno, si sono accorti che da qualche parte nel mondo c’era un Expo?). Già, ma dall’alto ci dicono che l’Expo attirerà 29 milioni di visitatori, creerà 70.000 posti di lavoro e rilancerà l’economia milanese. Su quali dati e analisi si basino questi dati però al comune cittadino non è dato saperlo, non lo dice nessun giornale e nel sito ufficiale dell’Expo, così come in quelli delle organizzazioni pubbliche o private coinvolte nell’organizzazione dell’evento, non se ne trova traccia. Cercando meticolosamente tra un mare di notizie si arriva a individuare solo la fonte dei due misteriosi “studi” ai quali sarebbero attribuibili tali cifre, uno a cura della Bocconi e l’altro a cura della Camera di Commercio di Milano. Si tratta però di soggetti, per così dire, un po’ di parte. La seconda è un’organizzazione degli imprenditori, che beneficeranno dell’operazione, mentre nel cda della prima siedono rappresentanti di Regione Lombardia, Comune di Milano e Provincia di Milano, nonché personaggi politici e imprenditoriali di primo piano con interessi anche diretti nell’evento: si va da Diana Bracco, presidente di Assolombarda e vicepresidente della Camera di Commercio, nonché presidente di Expo 2015 S.p.A. , la società che gestirà l’Expo, ad Alessandro Profumo di Unicredit e Corrado Passera di Intesa Sanpaolo, fino a Marco Tronchetti Provera e a un braccio destro di Berlusconi come Bruno Ermolli. Senza contare poi che il suo rettore uscente (ma in carica quando i dati hanno cominciato a circolare), Angelo Provasoli, siede oggi nel consiglio di amministrazione di Expo 2015 S.p.A. In realtà un (1!) giornalista ha provato a porre l’ovvia domanda alla neonominata presidente di Expo 2015 S.p.A., Diana Bracco, ma con esiti davvero scarsi. Si tratta di Sergio Rotondo, del Giornale: “Rotondo: Si parla di 29 milioni di visitatori per l’Expo e di 70 mila nuovi posti di lavoro. Sono cifre attendibili? Bracco: Sono cifre calcolate in modo serio”. Tutto qui. Ma se le cifre annunciano una tale buona novella, perché tenerle così nascoste? E a proposito di Diana Bracco vanno registrate in questi giorni anche le critiche avanzate nei confronti della sua nomina da parte di Filippo Penati e della Repubblica, secondo i quali la sua figura è al centro di un notevole conflitto di interessi: la presidente di Assolombarda e, al contempo, di Expo 2015 S.p.A., scrive Roberto Rho su Repubblica, “con una mano gestisce parecchi miliardi di soldi pubblici, con l’altra rappresenta al massimo livello gli imprenditori privati ansiosi di spartirsi la torta”. C’è infine da segnalare un aggiornamento sull’aspetto particolarmente odioso dei 36.000 giovani “volontari” che si intende sfruttare affinché lavorino gratis a sostegno della macchina organizzativa dell’Expo nel 2015 (come tecnici, hostess, steward e altro ancora). Avevamo già segnalato l’avvio di un programma di “formazione” di studenti delle scuole di Milano in vista di tale sfruttamento. Ora si aggiunge un’altra tessera: il vicesindaco De Corato, dopo avere annunciato che tali “volontari” durante l’evento potranno viaggiare gratis sui mezzi ATM e usufruire di pranzi gratuiti (e ci mancherebbe anche! oltre al lavoro gratuito dovrebbero investirci anche la paghetta?), ha specificato che “gli studenti universitari potranno accumulare crediti formativi utili per il loro percorso di studio”. Un bel ricatto, non c’è che dire.

(fonti: Corriere della Sera, Repubblica, Giornale, Prealpina, dal 30 novembre al 4 dicembre; Giorno del 17 dicembre)