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Milano Internazionale – Cronache – N. 8, 3 gennaio 2009

1) PARCO SUD DI MILANO E PARCO DEL TICINO MINACCIATI DAL CEMENTO

2) LOMBARDIA SEMPRE PIU’ IN CRISI


1) PARCO SUD DI MILANO E PARCO DEL TICINO MINACCIATI DAL CEMENTO

Dopo la raffica di notizie che dipingono un quadro di “cementificazione totale” della città di Milano cominciano ad arrivare pessime nuove anche per il Parco Sud della capitale lombarda, un’area vincolata mirata a preservare quel che resta dell’importante patrimonio verde e agricolo che nella storia ha sempre circondato il nucleo urbano della città. La Provincia di Milano, guidata da Filippo Penati, ha approvato infatti una delibera in conseguenza della quale sarà possibile edificare su una porzione di verde agricolo del Parco. I comuni interessati (tra i quali anche Milano) potranno cambiare destinazione all’1,5% del loro territorio che rientra nel perimetro del Parco, fino a un massimo di 15 ettari. La percentuale sembra piccola, ma in alcuni comuni, come Peschiera o San Giuliano, le aree che diventeranno edificabili arriveranno fino a 150.000 metri quadri. In tutto, secondo le denunce dei Verdi, “si potrà costruire su 5 chilometri quadrati sui 470 totali di zona agricola. L’equivalente di una città delle dimensioni di Corsico”. L’amministrazione del Parco Sud ha già detto sì, ma la cosa non meraviglia dato che la sua presidentessa è Bruna Brembilla, che è allo stesso tempo l’assessore provinciale all’ambiente all’origine della delibera approvata. Il piano prevede per i comuni che edificheranno l’obbligo di compensare le aree costruite con altre aree a verde ma, fanno notare sempre i verdi, “la norma stabilisce il valore economico di queste compensazioni, che potranno essere monetizzate”, cioè il verde “eliminato” potrebbe essere compensato in denaro e non con altro verde. Inoltre i comuni avranno ampia discrezionalità: saranno loro a decidere, all’interno del Piano di governo del territorio, cosa realizzare e quale sarà l’indice di edificabilità. Sulla questione si è pronunciata senza mezzi termini anche Giulia Maria Crespi, presidente del FAI (Fondo per l’Ambiente Italiano) in un’intervista al Corriere della Sera. Dopo avere anch’essa osservato che le aree interessate ammontano a ben l’8% del territorio agricolo, spiega cosa c’è dietro il termine “verde attrezzato” con il quale i fautori del piano promuovono la loro iniziativa: “Sappiamo bene come [poi] finisce. Prima si fa la strada per il posteggio, poi il chiosco che diventa ristorantino… ma questo è rubare all’agricoltura”. Crespi fornisce anche un bel po’ di cifre sul patrimonio del Parco: “Ha una superficie di oltre 47.000 ettari, 1.024 aziende agicole, 393 aziende zootecniche, 43 allevamenti, 28 agriturismi, 208 ettari di marcite, 254 fontanili attivi, 3.800 chilometri di rogge e canali irrigui, 592 cascine… Ci sono anche 4 abbazie, 18 castelli, 3 musei dell’agricoltura, 4 riserve naturali”.

Ma ci sono altre pessime notizie per il Parco Sud. L’Anas ha approvato prima di Natale il progetto definitivo per il collegamento dell’aeroporto di Malpensa con la Tangenziale Ovest di Milano. Si tratta di una superstrada a due corsie per ogni senso di marcia e lunga 35 chilometri che taglierà in due il Parco Sud di Milano e il Parco del Ticino, sui quali riverserà 679.000 metri quadri di asfalto. E’ un progetto fortemente voluto dalla Regione Lombardia e definito di interesse nazionale. I costi previsti sono altissimi, in tutto 420 milioni di euro, di cui per il momento solo 280 stanziati. Favorevoli la maggior parte dei comuni dell’area interessata, in particolare quello di Abbiategrasso. Alcuni comuni sono contrari, ma disposti a sedersi al tavolo per salvare il salvabile, come quello di Albairate. Irriducibile invece il sindaco di Cassinetta di Lugagnano, uno con pochi peli sulla lingua. Così commenta la disponibilità degli altri comuni: “Preferiscono chiudere gli occhi e sognare il paradiso di Expo 2015. Una kermesse, quella voluta dal trio Moratti, Formigoni e Penati, che con il passare dei mesi mostra la sua vera natura: cemento, cemento, cemento”, e prosegue affermando che la strada manderà “alle ortiche l’investimento che i nostri nonni hanno fatto negli anni ’70, ‘costruendo’ il Parco del Ticino”. Oltre allo scempio ambientale, sembra insensato anche il dare via libera a un costosissimo progetto legato all’aeroporto di Malpensa in assenza di un piano coerente per quest’ultimo.

I due progetti a danno del Parco Sud e del Parco del Ticino sono poi al centro di una lotta fatta di sgambetti tra Regione e Provincia che è tipica del modo in cui i vertici del potere politico lombardo coltivano il loro orticello (si fa per dire, in ballo ci sono milioni e miliardi di euro) senza curarsi minimamente del bene pubblico, proprio come è avvenuto e sta avvenendo con gli aeroporti. La Regione guidata dalla destra infatti vuole la “quasi-autostrada” nel Parco del Ticino, ma attacca la Provincia guidata dal centrosinistra per l’edificabilità nel Parco Sud e minaccia di bloccarla (l’assessore regionale al Territorio Davide Boni [Lega Nord]: “Prima la Brembilla autorizza nel parco la costruzione di case e palazzi che non si capisce bene a cosa servano. Poi si oppone a una strada utilissima”). La Provincia a sua volta vara la cementificazione del Parco Sud, ma si oppone a quella del Parco del Ticino (la già citata Brembilla si è pronunciata contro il progetto della Regione).

Come se non bastasse per il Parco Sud c’è anche il megaprogetto del Cerba. In questo caso le ultime notizie danno adito a qualche speranza, perché parlano di difficoltà nel reperire i fondi e di un sicuro rinvio della sua realizzazione. Vale la pena con l’occasione di ricordare di cosa si tratta. Il progetto, fortemente osteggiato dagli ambientalisti, è stato promosso dal famoso oncologo nonché ex ministro Umberto Veronesi e prevede la costruzione di un grande ospedale, con annesse strutture di ricerca, ma anche residenze, ristoranti, negozi, il tutto all’interno del Parco Sud e su terreni di proprietà di Salvatore Ligresti. L’area interessata è complessivamente di 620.000 metri quadri, di cui 310 mila da edificarsi e 320.000 di “verde attrezzato” (si vedano però qui sopra le precisazioni di Giulia Maria Crespi sul reale significato di tale termine), il piano è firmato dall’architetto Stefano Boeri. Ora però i soci della Fondazione che dovrebbe realizzare il progetto hanno annunciato di volere interrompere gli investimenti a causa della crisi internazionale. Vale la pena di citare i loro nomi, che poi per la maggior parte sono i soliti che ci sono dietro a questo tipo di operazioni a Milano: Mediobanca, Telecom, Generali, Intesa Sanpaolo, Unicredit e Pirelli.

(fonti: Repubblica dal 10 dicembre al 3 gennaio; Corriere della Sera, 18 dicembre; Giorno, 21 dicembre)


2) LOMBARDIA SEMPRE PIU’ IN CRISI

Con la fine dell’anno cominciano a farsi sentire gli effetti più dolorosi della crisi economica e si inaspriscono gli effetti sull’occupazione. Tra settembre e ottobre, secondo dati della Cgil Lombardia, ripresi dalla Prealpina il 6 dicembre, sono aumentati del 144% i lavoratori colpiti da provvedimenti come mobilità e licenziamenti collettivi o cassa integrazione. Nel mese di novembre i lavoratori direttamente interessati da procedure o vertenze occupazionali erano quasi 72.000, rispetto ai 50.000 di settembre. Lo scorso settembre il ricorso alla cassa integrazione ordinaria risultava aumentato del 154% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, mentre quella straordinaria risultava incrementata del 295%. Secondo la Cgil Lombardia sono 180.000 i lavoratori lombardi a fortissimo rischio di perdere il posto e circa 1,3 milioni di persone (cioè quasi il 30% degli occupati) non godrebbero di alcuna protezionale sociale se dovessero perdere il posto di lavoro. Gli effetti della crisi sono accentuati, sempre secondo la stessa organizzazione sindacale, dalla debolezza delle imprese sul piano strutturale e dimensionale, nonché dai ritardi di innovazione e ricerca. A fine dicembre Repubblica ha ripreso altri dati della Cgil secondo cui a partire dal 1 gennaio a Milano 15.000 lavoratori precari si troveranno senza lavoro, senza diritto a nessuna indennità. Il taglio colpirà circa il 10% dei lavoratori atipici e in misura superiore alla media quelli del settore industriale (circa il 33%) e quelli della grande distribuzione (15%). Il mancato rinnovo dei contratti a termine riguarderà anche il settore bancario, nel quale molti precari sono stati utilizzati per sostituire lavoratori di sportello pensionati anzitempo per tagliare le spese. Sui 50.000 lavoratori del settore circa 2.500 sono precari. Questo inverno risultano inoltre più che dimezzati rispetto all’anno scorso i posti di lavoro stagionali: i cosiddetti “lavoratori del Natale” (spesso commessi e magazzinieri assunti da novembre a febbraio per coprire la domanda del periodo festivo) quest’anno sono stati 9.000, rispetto ai 20.000 dell’anno scorso. La Coop Lombardia, per esempio, l’anno scorso aveva messo a contratto per il trimestre 120 persone, quest’anno sono meno di 60. Ci sono poi le aziende che allungano il periodo festivo sommando a ferie e riposi la cassa integrazione, come l’Alfa di Arese, chiusa dal 12 dicembe, la Mpm di Cusano Milanino i cui dipendenti sono in ferie forzate dal 9 dicembre fino al 12 gennaio, o la Beretta di Brescia chiusa dal 12 dicembre al 25 gennaio. Il fenomeno, secondo Assolombarda, è una conseguenza dell’aumento dell’aleatorietà dei portafogli degli ordini e di fronte all’incertezza si sceglie di stare fermi in attesa di vedere come si evolverà la situazione. I grossisti e gli installatori, da parte loro, cercano affannosamente liquidità e tentano di smaltire le scorte prima di confermare gli ordini.

La crisi si fa sentire in modo particolare in Brianza, scrive il Giorno. A fine anno le imprese in cassa integrazione erano 90, quando solo un mese e mezzo prima erano 62. Sono in difficoltà anche grandi aziende che finora erano rimaste immuni: si va dalla Brugola di Lissone (246 occupati), alla Electrolux di Solaro (1.100) alla Candy (661). I posti di lavoro a rischio sono in tutto 2.800, secondo stime della Cisl. Ci sono poi casi beffa, come quello della Rhodia di Ceriano: la multinazionale francese ha inaspettatamente deciso di chiudere gli impianti e mandare a casa 228 lavoratori, nell’ambito di una ristrutturazione che prevede il trasferimento delle produzioni brianzole in Polonia e in Francia. Solo un paio di mesi prima dell’annuncio Rhodia aveva acquistato dalla Snia i terreni dell’area produttiva, che ora non vuole vengano utilizzati per insediare un’altra attività, scrive il Giorno. C’è poi un altro dato preoccupante: “Il 70% dei 426.000 nuovi lavoratori dell’anno scorso era a tempo determinato, segno che i capitani di industria pedono fiducia e non investono in risorse umane”, dice Bruno Casati, assessore al Lavoro della Provincia di Milano. Al lungo elenco di aziende in crisi va aggiunto un sommerso spaventoso, scrive il Giorno, fatto da una galassia di piccole aziende sotto i 15 dipendenti fuori controllo perché non sindacalizzate. Claudio Cerri, della Fiom Cgil Brianza, richiama l’attenzione sul fatto che le aziende non stanno facendo investimenti di prospettiva, “e questo è rischioso, gli effetti si sentiranno più avanti. Il modello di sviluppo attuale è in crisi, passata la ‘buriana’ non potremo riprendere da dove abbiamo lasciato”.

Nel milanese si comincia a risentire fortemente della crisi del settore automobilistico: sono circa un migliaio i lavoratori Fiat in cassa integrazione e “dalle aziende impegnate nella produzione di bulloni a quelle che producono componenti per auto, la lista delle imprese che ricorrono a misure straordinarie si allunga settimana dopo settimana”, scrive Libero. Non vanno meglio le cose per il settore edile, colpito tra le altre cose dalla crisi del credito. Un settore che tra il 1993 e il 2005 ha guadagnato 102.000 posti per poi perderne 18.000 nei due anni seguenti. In totale gli addetti del settore sono 321.000, scrive il Corriere della Sera. Uno studio rileva che il 40% dei lavoratori viene dall’estero: dall’Africa un 15% che pensa di rimanere, mentre dall’Est europeo, con l’intenzione di tornarci, circa un altro 25%. Più della metà di questi lavoratori ha un’età compresa tra i 25 e i 44 anni. I lavoratori stranieri sono allo stesso tra i più colpiti dagli incidenti sul lavoro, che nel 2008 in Lombardia hanno provocato complessivamente la morte di 200 persone (un dato per fortuna in calo dell’11% rispetto all’anno scorso). Gli incidenti denunciati da lavoratori immigrati continuano ad aumentare, in controtendenza rispetto ai loro colleghi italiani. Franco Barela, direttore dell’Inail Lombardia, così spiega il fenomeno: “Uno dei fattori che incide su questo incremento è l’eccessiva mobilità di questi addetti all’interno dei cicli lavorativi. Spostandosi frequentemente hanno una formazione limitata mentre le specificità richieste sono diverse”. E non a caso, aggiunge Repubblica, il 60% degli infortuni avviene per mancanza di informazioni sulle procedure lavorative.

(fonti: Prealpina, Giorno, Repubblica, Corriere della Sera dal 6 al 28 dicembre 2008)