08
gen
09

COME MILANO E LA LOMBARDIA ENTRANO IN UN ANNO CRUCIALE

COME MILANO E LA LOMBARDIA ENTRANO IN UN ANNO CRUCIALE

di Andrea Ferrario

Crisi, cementificazione, lavoratori immigrati: perché il 2009 sarà un anno chiave per Milano e la Lombardia


E’ appena cominciato un nuovo anno che probabilmente sarà cruciale per il futuro di Milano e della Lombardia. La crisi finanziaria ed economica globale sta rimescolando le carte a vari livelli e il 2008 è stato da questo punto di vista il trampolino per un futuro che all’atto è difficile diagnosticare. Può quindi risultare utile cercare di orientarsi facendo un piccolo bilancio, senza pretese, di quali linee di evoluzione l’anno appena conclusosi abbia tracciato per la nostra regione. Le cose da rilevare sul piano negativo sono talmente abbondanti che forse, per non scoraggiarsi troppo, conviene cominciare da quelle positive.


LE MOBILITAZIONI

Data l’ondata di licenziamenti e ristrutturazioni aziendali che purtroppo si prevede travolgerà la Lombardia in questo 2009 vale la pena di cominciare con il caso della lotta dei dipendenti della Innse per salvare la loro fabbrica. Si tratta per ora di un caso isolato e di dimensioni relativamente limitate, ma che è un importante esempio di autorganizzazione dei lavoratori che va a ostacolare contemporaneamente due strategie che il capitale locale (a tutti gli effetti anche nazionale, vista la sua portata) sta perseguendo: da una parte quello della riduzione dei lavoratori a variabile usa e getta di una pianificazione industriale orientata esclusivamente all’accumulazione e non al lavoro, dall’altra quella della speculazione edilizia che fa tabula rasa del territorio per generare capitale fittizio. I lavoratori della fabbrica che hanno saputo prima autogestirsi e poi resistere in maniera decisa con un blocco a ogni tentativo di vedersi sottrarre il loro luogo di lavoro, preservando così allo stesso tempo un’area produttiva in una zona travolta dalla cementificazione speculativa, sono un valido esempio di lotta che l’intera città dovrebbe fare propria se vuole evitare di essere travolta dagli interessi di pochi capitalisti. Lo stesso vale per le manifestazioni che hanno fatto seguito al brutale omicidio di Abba, in particolare per la nutrita partecipazione e la corsa “autonoma” dei giovani immigrati o figli di immigrati (e va qui ricordata anche la nutrita, o addirittura maggioritaria, partecipazione di immigrati alle manifestazioni per Gaza). L’attivazione spontanea, anche fisica in piazza, degli immigrati o di chi deve pagare il pegno di avere una pelle di colore diverso da quello della maggioranza, non può che andare a vantaggio di tutti i lavoratori e i giovani perché è l’unica arma efficace contro una politica che il potere applica a ogni livello, quella del dividi et impera. L’Onda che ha mobilitato gli studenti questo autunno è stata altrettanto spontanea e mossa da esigenze reali, sia dei liceali sia degli universitari. E’ stata forse a momenti disordinata e non è riuscita, per ora, a contrastare sufficientemente la battaglia del governo contro la scuola e l’università, cioè in primo luogo contro i giovani sui quali già gravano l’ipoteca di un futuro precario e la commercializzazione del territorio che toglie spazi in particolare a loro. Ma l’esperienza di una lotta vissuta in prima persona, grazie anche alla scarsa capacità di egemonizzazione dei tradizionali leaderini burocratizzati, sarà un patrimonio sicuramente di grande utilità per le prossime mobilitazioni, che potrebbero arrivare anche molto a breve. Così come è rappresenta un patrimonio particolarmente utile l’essere scesi in piazza insieme ai lavoratori della scuola con cui gli studenti convivono ogni giorno, condividendo in gran parte gli stessi problemi. Il tutto è avvenuto in un 2008 che ha portato via con sé ogni opposizione politica effettiva a livello nazionale, mentre quella locale si limita a sopravvivere in qualche modo. Se ciò da una parte slega ancora più le mani ai capitalisti e ai politici che ne sono espressione, dall’altra paradossalmente può aprire maggiori spazi a lotte più autentiche, reali e, perché no, partecipate ed efficaci.

Fin qui il positivo, che non è molto ma che lascia comunque qualche spazio all’ottimismo. Passiamo ora al negativo.


LA CRISI

Il 2008 è stato innanzitutto l’anno in cui la crisi mondiale, già avviatasi nel 2007, è diventata un fatto innegabile e dalle conseguenze concrete per tutti. Milano e la Lombardia, come centri finanziari e industriali di livello europeo se non addirittura mondiale, vi sono particolarmente esposti. Sul lato pratico, il fatto che dal 2007, quando la crisi è iniziata, non sia stato fatto nulla, ma proprio nulla, per cambiare rotta ci dice che nulla dobbiamo attenderci anche per questo 2009 in cui saremo chiamati a pagare un conto salatissimo per le malefatte di banche, aziende e governi. I fondi caritatevoli, peraltro limitati, stanziati da qualche amministrazione e dalla chiesa cattolica sono da questo punto di vista un vero e proprio insulto offensivo, quasi non fossimo gente che lavora o studia, o che ha dato il dovuto lavorando in più giovane età, ma solo un’appendice inerte di chi ha accumulato e sperperato in questi anni di follie finanziarie ed economiche. Se non si sta operando una svolta radicale, però, non è perché i capitalisti e i loro procuratori politici non siano preoccupati di una crisi che in realtà li mette in grave difficoltà, anche se sicuramente creerà il contesto ideologico ideale per il loro obiettivo di cercare di piegare i lavoratori e ogni soggetto non subalterno, sottoponendoli a nuovi controlli con la scusa dell’emergenza. L’inerzia è dovuta al fatto, per usare termini abusati e imprecisi ma utili in questo caso, che non ci troviamo di fronte a una crisi congiunturale, bensì a una crisi strutturale che richiederebbe un radicale cambiamento delle basi stesse del sistema economico, e questo per i cosiddetti “poteri forti” è assolutamente inconcepibile. Non a caso dietro le quinte, e in particolare in Lombardia, il potere politico ed economico continua a marciare a suon di speculazione edilizia e finanziaria, che poi spesso nel bilancio delle società si ritrovano a essere la stessa cosa. Per darne qualche esempio si può prendere spunto da quello che a livello di cronaca è stato senz’altro l’evento clou del 2008.


L’EXPO, LA CEMENTIFICAZIONE E IL CAPITALE FINANZIARIO

L’assegnazione dell’Expo 2015 a Milano avrà conseguenze particolarmente pesanti sulla città. Innanzitutto una massa enorme di fondi, complessivamente 25 miliardi di euro (cioè 50.000 miliardi di vecchie lire!) è stata destinata a opere edili e infrastrutturali. Si tratta di progetti che vanno esclusivamente nella stessa direzione della strada perseguita da anni nella capitale lombarda, e cioè quella della cementificazione e della immobilizzazione in un capitale fisso che produce direttamente o indirettamente rendita per la solita oligarchia, ma non genera sviluppo economico, né tantomeno sociale. In realtà i 25 miliardi sono solo una fetta, anche se la più grande, della grandissima quantità di risorse destinate a tale scopo, basti pensare a progetti come City Life, Porta Nuova-Garibaldi, o alla nuova sede della Regione e alle miriadi di altri progetti di cementificazione della città e della regione. Il 2008 si è chiuso nei suoi ultimi due mesi con una folle corsa al “mattone totale”, che ha visto in prima linea l’assessore milanese all’urbanistica, il ciellino Carlo Masseroli, con piani che vanno dall’innalzamento delle volumetrie edificabili, alla cementificazione del Parco Sud, del Parco del Ticino e di San Siro, fino alla destinazione al cemento delle ultime aree libere destinate a verde e servizi, o degli ex scali ferroviari, delle caserme e di altri spazi attualmente inutilizzati. La corsa a stritolare sempre più fette di territorio negli ingranaggi della speculazione è tale da ingenerare addirittura il sospetto che la lobby filo-Malpensa favorevole a una chiusura di Linate pensi in realtà a un tale destino anche per lo scalo aereo cittadino. A parte gli occasionali articoletti che di tanto in tanto parlano di sviluppo sostenibile e di alimentazione (il presunto tema dell’Expo) e le sparate sui posti di lavoro che verranno generati dall’evento, nessuno si preoccupa più di tanto di nascondere i veri motivi speculativi del progetto. Non è un caso, d’altronde, che da un anno sia in atto una guerra spudorata e senza esclusione di colpi tra attori lombardi e nazionali per arraffare quante più posizioni di controllo possibile nella gestione dell’Expo. Il tutto è accompagnato da una propaganda ideologica a tambur battente, che vede media, imprenditori e politici presentare l’evento come obiettivo supremo di Milano, al quale tutto il resta va rapportato. L’Expo ormai rappresenta un’arma a doppio, anzi a triplo taglio: in primo luogo consentirà un’enorme diversione di risorse economiche verso la speculazione, in secondo luogo porterà a un’occupazione pressoché totale dei nostri spazi da parte del capitale privato o destinato all’uso privato, e in terzo luogo costituirà un’utile strumento ideologico per imporre, nei prossimi dieci anni, politiche che vanno nell’interesse dell’attuale oligarchia, da quelle di pura rapina delle risorse pubbliche a quelle di “ordine e disciplina” per soffocare le sacche di resistenza. E se diciamo dieci anni è perché, come già osservato in precedenza, l’Expo non finirà nel 2015, ma proseguirà per lungo tempo ancora con la spartizione della pesante torta immobiliare che la manifestazione lascerà in eredità alla città. L’Expo e gli altri progetti di cementificazione che lo accompagnano, per tornare all’inizio del nostro ragionamento, sono una dimostrazione di come il potere economico e quello politico stanno affrontando la crisi economica. La linea seguita è quella di utilizzare il suolo e i fondi pubblici per tappare i buchi nei bilanci di un capitale privato inefficiente e approfittatore, nonché di gonfiare artificialmente i valori immobiliari e la rendita a vantaggio di una ristretta lobby, congelando allo stesso tempo i capitali in strutture faraoniche per sottrarli a ogni diverso uso ipotizzabile. Cioè esattamente tutto quello che è stato fatto in passato e ci ha portato all’attuale crisi, crisi che non è un evento divino, come sembra vogliano convicerci, bensì il frutto di precise decisioni politiche ed economiche. Un quadro che viene confermato anche da recenti sviluppi sul piano finanziario. Tra novembre e gennaio, per esempio, le due maggiori banche milanesi e nazionali, Unicredit e Intesa Sanpaolo, hanno varato massicci piani di cartolarizzazione che ammontano nel loro insieme a oltre 40 miliardi di euro, cioè stanno proseguendo nella creazione degli stessi strumenti finanziari che sono all’origine dello scoppio della presente crisi economica. Per non parlare poi dei loro bilanci, il cui segno positivo nell’ultimo trimestre del 2008 è stato ottenuto in larga parte grazie ai nuovi regolamenti contabili che hanno consentito di occultare l’effettivo valore corrente di mercato dei loro attivi. Le stesse due banche sono esposte per quasi 135 miliardi di euro sui mercati dell’Europa Orientale, che ora rischiano il fallimento in larga parte in conseguenza delle politiche di credito con “effetto di leva” da esse imposte grazie al peso economico di cui godono in questi paesi privi di risorse al fine di trarne rendimenti che altrove non riuscivano a ottenere. Ora si atteggiano a benefattrici chiedendo all’Unione Europea, e quindi anche all’Italia, di stanziare decine e forse centinaia di miliardi di euro per salvare questi paesi dal fallimento, mentre in realtà rivendicano per se stesse un salvataggio dalle politiche che esse stesse hanno condotto. Insomma, per fare fronte alla crisi i nostri capitalisti vogliono continuare a fare le stesse cose che hanno dato la scintilla al suo scoppio, con in più massicce iniezioni di risorse pubbliche.


IL CASO MALPENSA/ALITALIA

Lo stesso vale per il caso Malpensa/Alitalia, che ha dominato anch’esso le pagine delle cronache lombarde nel 2008. Qui, oltre alla politica di rapina messa in atto con la privatizzazione di Alitalia (cioè i fatti noti a tutti come i miliardi di perdite scaricati sui contribuenti, le migliaia di licenziamenti, la consegna a prezzo scontato del controllo operativo di fatto ad Air France), si ha in più un chiaro esempio della mancanza di prospettive del ceto politico e imprenditoriale lombardo. Nel 1998 l’operazione Grande Malpensa era stata messa in atto non per motivi di razionalizzazione e sviluppo del traffico aereo, ma per soddisfare gli appetiti egemonico-affaristici di una potente lobby locale (in primis la Lega Nord, ma non solo). Per un decennio lo scalo è stato “gonfiato” da una politica tanto disordinata quanto dissennata nel campo dei trasporti, finché nel 2008 la “bolla” è scoppiata, proprio come quella immobiliare. Aeroporti gestiti dalla stessa società che si fanno concorrenza a reciproco danno, ferrovie pubbliche che fanno la concorrenza ad aeroporti pubblici, politiche tariffarie “nomadi” e deregolamentate con con low cost a macchia di leopardo fianco a fianco con rotte a prevalenza business, creazione di infrastrutture di supporto là dove non servono e assenza là dove potrebbero servire, e chi più ha più ne metta. Non esiste affatto il conflitto Nord-Sud, o Milano-Roma, che ci vogliono vendere cercando di mettere un pietoso velo sui reali motivi del fallimento: le politiche adottate sono stase ugualmente caotiche e mirate puramente agli interessi di lobby sia nel Lazio che in Lombardia, con la differenza che a quest’ultima va la palma per l’entità dei disastri generati.


I LAVORATORI IMMIGRATI E LA SICUREZZA

Insieme all’Expo l’altro dogma ideologico propinatoci da media e partiti politici è stato quello della sicurezza. In Lombardia, e più in particolare a Milano, questa campagna ha portato a pesanti conseguenze sul piano pratico. C’è stato innanzitutto l’arrivo dei militari con funzioni di ordine pubblico, all’apparenza una farsa, vista l’assoluta irrilevanza sul controllo della criminalità, che però rappresenta l’apertura di un nuovo preoccupante capitolo e non a caso si parla già di un raddoppio del numero di militari dispiegati. Una volta passato senza intoppi il concetto dei militari in città, si aprono scenari inquietanti, soprattutto in considerazione della crisi in atto e della chiara decisione da parte di chi comanda di difendere a ogni costo il proprio potere. Sullo stesso fronte va poi rilevato che esiste un problema di sicurezza e immigrati, contrariamente a quanto molti a sinistra sostengono, ma è l’esatto opposto di quello dipinto dai media e dall’establishment politico. Il 2008 ha visto in tutta Italia, e anche in Lombardia, una preoccupante crescita dei soprusi e degli atti di violenza, spesso raccapriccianti per la loro barbarie, nei confronti di lavoratori e giovani immigrati. Lo testimonia una recente inchiesta dell’associazione Naga, ma basta leggere con attenzione le cronache quotidiane per rilevare come dalle uccisioni, dalle aggressioni, dalle riduzioni in condizioni di schiavitù giù giù fino agli atti di umiliazione o ai soprusi dei controllori o delle forze di polizia si sia arrivati ormai a una situazione di persecuzione sistematica e mirata, a opera non solo di singoli o di piccoli gruppi, ma molto spesso anche delle istituzioni. Il clima è tale per cui l’immigrato ormai è diventato un oggetto manipolabile a piacere sul lavoro con lo sfruttamento senza limiti o per la strada con la violenza e l’emarginazione totale. Non è un caso che i media alimentino il clima isterico, perché i padroni che garantiscono loro la sopravvivenza sono gli stessi che sfruttano brutalmente gli immigrati e che hanno tutto l’interesse a scatenare una guerra tra lavoratori italiani e stranieri, dal quale solo ed esclusivamente loro possono trarre profitto. E non è un caso che la Lombardia, caposaldo del capitale italiano, sia in prima fila nel mettere in atto questa politica con la Lega Nord e con i vari De Corato, La Russa e Berlusconi.


I TRASPORTI PUBBLICI

Nel 2008 e in questo inizio 2009 abbiamo assistito anche a un drastico peggioramento dei servizi pubblici di trasporto. A Milano l’ATM ha collezionato una serie impressionante di incidenti, che spesso per un soffio non si sono trasformati in tragedia, come nel caso del deragliamento di un treno della metropolitana o della caduta di una linea aerea in tensione. Lo sfascio si è evidenziato sia con lunghi blocchi della metropolitana sia con problemi a non finire sulle linee in superficie, che continuano in più ad essere afflitte dal problema cronico dei ritardi. Allo stesso tempo, da dicembre e fino a oggi, il trasporto ferroviario pendolare è precipatato in una situazione di caos generalizzato che non ha eguali nei paesi sviluppati. Oltre al caos generato dall’introduzione del nuovo orario e dall’avvio della linea ad alta velocità fino a Bologna si è avuta la cancellazione di numerosissimi treni nelle fasce orarie maggiormente frequentate dai pendolari. Quella che emerge è una situazione in cui un servizio essenziale per chi lavora, e che spesso viene da fuori città perché espulso dagli altissimi costi raggiunti dalle abitazioni in seguito alla speculazione immobiliare, viene completamente trascurato. Il reperimento di fondi per migliorare il livello di servizio sembra uno sforzo di Sisifo in una regione (e in un paese) in cui si regalano miliardi ai cementificatori come se fossero noccioline. Anche in questo caso abbiamo una situazione di asservimento di chi lavora e studia, costretto a spendere un surplus di tempo e di energie per consentire all’amministrazione pubblica di realizzare risparmi che si traducono regolarmente in più fondi per i capitalisti. A ciò si aggiunge la beffa di vedere tagliati servizi essenziali come i treni per i pendolari a favore di un’alta velocità che, dati i suoi costi, si rivolge al settore degli imprenditori e, come se non bastasse, contribuisce alla concorrenza caotica tra i diversi sistemi di trasporto (vedi caso Malpensa/Linate).


PER CONCLUDERE

Il quadro complessivo che emerge è quello di una situazione in cui i responsabili della crisi economica in cui ci troviamo stanno cercando di scaricare per intero i suoi costi su lavoratori, giovani, pensionati e immigrati, nel tentativo di replicare e lasciare il più possibile immutato lo stesso sistema che ha portato alla crisi. Poiché si tratta di una politica nei fatti di rapina, basata su un’enorme diversione di risorse pubbliche e di prodotti del lavoro nella mani di una ristretta oligarchia privata, si punta a mantenere l’ordine incrementando le politiche e gli atti repressivi, che vengono accompagnati da un’ossessiva campagna di propaganda e/o di dividi et impera (dall’Expo fino all’isteria sulla sicurezza). Nel 2009 però molti nodi verranno duramente al pettine e un innalzamento del livello di conflitto sarà inevitabile. I casi “positivi” che abbiamo citato all’inizio di questo commento fanno sperare che il suo esito possa aprire una prospettiva per cambiamenti radicali.