Sofia, la città fluida
di Ivaylo Ditchev, da Eurozine (http://www.eurozine.com), maggio 2007
Gli abitanti di Sofia hanno storicamente sempre goduto di un alto status in Bulgaria. Tuttavia nello spazio della città stanno prendendo forma le nuove diseguaglianze sociali introdotte dalla transizione a un’economia di mercato libero. La proprietà di una casa, una tradizionale caratteristica della vita urbana a Sofia, è diventata un filo di paglia al quale gli abitanti impoveriti cercano di aggrapparsi. In uno spazio cittadino privatizzato ciò significa che i livelli di ricchezza sono fin troppo facilmente leggibili nel tessuto urbano. Ma se le appropriazioni di spazio a livello di quartiere si limitano a essere irritanti, le appropriazioni di entità più grande provocano vera e propria rabbia. Ed è proprio questa resistenza la qualità che può rappresentare la salvezza di Sofia.
Ogni definizione di città si basa sulla distinzione tra abitanti locali e abitanti che vengono da fuori. La cosa che colpisce di Sofia è che questi ruoli si confondono. La popolazione della città è cresciuta di circa 200 volte negli ultimi 130 anni e ciò significa che un terzo dei sofioti oggi sono migranti di prima generazione e un altro terzo sono migranti di seconda generazione. Circa la metà dei 20.000 abitanti che la città aveva alla fine del periodo ottomano erano turchi che sono fuggiti di fronte all’avanzata dell’esercito russo nel 1877. Oggi nessuno sa con certezza quante persone vivano a Sofia: ufficialmente sono 1,2 milioni, ma secondo alcune stime almeno un altro mezzo milione vi risiede illegalmente.
Come avviene per la maggior parte delle città bulgare, le autorità sono largamente inesatte nelle loro valutazioni del numero reale di cittadini residente. Nelle altre città tuttavia le cifre ufficiali sono di norma superiori alla realtà. Da una parte un numero ignoto di persone lavora all’estero per anni senza annullare ufficialmente la propria registrazione, mentre dall’altra le municipalità hanno tutto l’interesse di mantenere cifre più alte al fine di ottenere i finanziamenti messi a disposizione da progetti nazionali ed europei. Sofia ha il problema opposto: essendo di gran lunga la più grande città del paese (Plovdiv è seconda con meno di 400.000 abitanti), non ha bisogno di promuovere la propria dimensione. Al contrario: più i numeri sono grandi e più si fa evidente la mancanza di politiche urbane nell’amministrazione della città, la cui parte centrale non è in grado di accogliere più di 250.000 abitanti. Come può il consiglio comunale spiegare il fatto che durante l’ultimo decennio in centro non sia stato costruito un singolo sottopasso, nonostante la popolazione e il numero di autovetture private siano cresciutei in maniera così drammatica?
La crescita di Sofia è dovuta principalmente alla migrazione. La sua rapidità è impressionante. Tre anni dopo la pulizia etnica del 1876[1], la popolazione è raddoppiata fino a 20.000 abitanti. Nel censimento del 1892 risultava nuovamente raddoppiata e Sofia ha superato centri urbani che svolgevano tradizionalmente un importante ruolo nell’impero, come Plovdiv e Ruse. Un’altra grande corsa alla città si è verificata negli anni cinquanta e sessanta, in seguito all’industrializzazione forzata messa in atto allo scopo di creare una classe lavoratrice per il capitale socialista. La motivazione ideologica dello sviluppo ne evidenzia l’assurdità economica: si può citare come esempio tra tutti la scelta di costruire il grande complesso per la produzione di acciaio di Kremikovci – il più grande della Bulgaria – nella piana di Sofia invece che in prossimità di un porto in cui poteva essere sbarcato il minerale ferroso. Infine, negli anni novanta il crollo dell’agricoltura e dell’industria hanno portato nella città migliaia di persone in cerca di un sostentamento nell’ambito di un settore dei servizi in continua crescita.
La conseguenza è che lo status degli abitanti locali è stato sempre ambivalente. La nuova capitale, che era stata scelta per motivi geopolitici dalle forze di liberazione russe dopo la Guerra russo-turca del 1877-1878[2], è stata invasa da esponenti delle elite nazionali provenienti da luoghi più prestigiosi del paese (in cui si era svolta la rivoluzione nazionale e in cui i suoi eroi erano nati). La conseguenza è che la popolazione bulgara autoctona, denominata sopi, è diventata sinonimo di rozzezza e arretratezza. Una situazione che si è ripetuta alla fine degli anni quaranta e degli anni cinquanta, quando l’ideologia comunista ha marginalizzato le elite borghesi e ha sistematicamente promosso persone di origini povere e contadine, che si supponeva sarebbero state fedeli alla causa. Sofia è stata invasa da nomadi ideologici, alcuni dei quali provenienti, armati, direttamente dalle foreste – che hanno scacciato i ricchi dai loro appartamenti o li hanno confinati in una singola stanza, sistemando se stessi e i loro parenti nelle altre. Per molti anni è stato preferibile non esibire le proprie origini sofiote e si è diffusa così la “tattica dei due nonni”, in virtù della quale ogni bulgaro ha sempre almeno un nonno dalla parte giusta a seconda degli eventi.
Chi può essere considerato un abitante originario di Sofia? E’ necessario che lui o i suoi avi abbiano vissuto nella città prima della liberazione dal dominio ottomano? Oppure è sufficiente che vi si siano stabiliti durante l’afflusso massiccio di profughi durante e dopo le Guerre balcaniche (1912-1913)? Possono essere definiti come veri sofioti solo i cittadini che si sono stabiliti nella città prima del regime comunista, oppure vanno inclusi anche i pionieri dell’urbanizzazione ideologica?
Vi è una riposta a queste domande che soddisfa l’intero paese: un sofiota è una persona privilegiata. Considerare l’urbanità come uno status è qualcosa che risale ancora all’era ottomana, quando le città, le cittadine e i villaggi godevano di diritti particolari e pagavano imposte diverse. Ma nemmeno l’insediamento di uno stato post-comunista, liberale e democratico, è riuscito ad abolire interamente la differenziazione spaziale, come è dimostrato dalla crescita esplosiva di Sofia. Nell’ultimo decennio e mezzo le istituzioni nazionali che offrono posti di lavoro ben pagati, nonché la quota di gran lunga maggiore degli investimenti pubblici, sono andati tutti alla capitale. Per citare l’autore Konstantin Galabov: “Abbiamo costruito a Sofia un teatro nazionale quando Plovdiv non aveva ancora una rete fognaria adeguata”[3].
Durante il comunismo questo sistema di privilegi urbani è stato reso ufficiale e perfezionato. L’introduzione dei permessi di residenza (equivalenti dei propiski sovietici o degli hukou cinesi) ha creato quella che definirei una “mobilità condizionale”, nell’ambito della quale le autorità decidevano se a una persona era consentito trasferirsi da un villaggio alla città. Sofia era la città in cui era più difficile insediarsi, in cui non solo c’erano molte più opportunità di impiego e di divertimento, ma anche in cui il livello degli approvvigionamenti di merci era notevolmente più alto. In realtà, il dispositivo territoriale della Bulgaria comunista assomigliava a ciò che il capitalismo ha creato su scala mondiale, con i migranti dal Terzo mondo che sono soggetti alle medesime restrizioni all’accesso nell’Occidente ricco. Il parallelo con l’Occidente post-coloniale non si ferma qui. Creato originariamente per consentire l’accesso solo alla forza lavoro di cui la capitale aveva bisogno, il sistema è ben presto stato dominato dal nepotismo e circa la metà dei permessi di residenza veniva acquisita per motivi di famiglia e di matrimonio (spesso di convenienza). Così, come nel caso di un matrimonio tra un tedesco e una filippina, essere di Sofia rendeva il potenziale partner più desiderabile. Non meraviglia, pertanto, che i sofioti siano odiati dai loro connazionali: “Ci sono due paesi”, si sente spesso dire. “Sofia e il resto della Bulgaria”. Può sembrare paradossale che una città con un senso così basso di identità locale abbia mantenuto un grado di privilegio così alto. Ma forse si tratta invece di una cosa del tutto logica, perché il privilegio costituisce una compensazione della mancanza di coesione culturale e di ethos civico.
La proprietà di una casa e l’immobilità
Come nel resto del paese, a Sofia novanta persone su cento sono proprietarie della casa in cui vivono (a differenza della ex DDR, per esempio, in Bulgaria la proprietà della casa durante il comunismo era allo stesso livello di oggi). Una percentuale analoga ritiene scontato conservare lo stesso appartamento per tutta la vita e prevede che i propri figli lo erediteranno; vendere un immobile viene considerato in una certa misura un fatto immorale. Il mercato degli immobili, abolito sotto il regime comunista nel 1948, ha ripreso a funzionare solo lentamente. La gente trovava scuse per non vendere: ha aspettato che i prezzi aumentassero prima con l’adesione alla Nato (2004), e poi con l’adesione all’UE (2007). I prezzi sono effettivamente aumentati, ma non vi è stato alcun boom delle proprietà immobiliari. Di norma le persone anziane vivono in estrema povertà, spegnendo il riscaldamento in tutte le stanze esclusa quella da letto, e si rifiutano ostinatamente di vendere il loro appartamento di grandi dimensioni per acquistarne uno più piccolo. Ciò significa che anche dopo 15 anni di “transizione” l’espressione spaziale delle nuove diseguaglianze sociali ha preso forma solo lentamente. Nello stesso edificio di appartamenti si può assistere a un numero sempre maggiore di differenze di reddito, cultura e aspettativa; raramente è possibile convincere tutti i proprietari a pagare per il restauro della facciata (e la conseguenza è che la maggior parte della città ha l’aspetto di essere stata sottoposta a raid aerei). Dall’esterno è possibile distinguere il proprietario ricco che ha restaurato il suo piano con una striscia di stucco nuovo di zecca; vi è chi sostiene che i topi d’appartamento identifichino i loro obiettivi basandosi sul prezzo stimabile dei telai delle finestre.
Per molte persone la proprietà della casa è l’ultima salvezza contro il degrado provocato dagli sconvolgimenti sociali degli anni novanta, ha concluso nel 2001 una ricerca dell’Istituto Socialdemocratico. Anche quando non si è in grado, da un punto di vista finanziario, di coprire i costi di manutenzione, il fatto di possedere un alloggio mantiene l’illusione che gli effetti della “transizione” possano ancora essere invertiti recuperando il proprio status. Inoltre la legislazione tiene conto di questo aspetto identitario della proprietà immobiliare, rendendo estremamente economico possedere immobili fatiscenti, terreni abbandonati e non custoditi o automobili arrugginite.
Si potrebbe quindi affermare che l’urbanità in quanto status, insieme agli immobili che conferiscono uno status, creano le identità instabili e fluide degli abitanti di Sofia. Perfino l’intellighenzia nazionale non è riuscita a creare proprie norme e proprie gerarchie, ed è sempre dipesa dalla legittimazione dall’estero. L’aristocrazia è stata eliminata fisicamente nel quindicesimo secolo, mentre la borghesia, distrutta dai comunisti, è stata ricreata negli anni novanta dai processi contraddittori di restituzione [delle proprietà nazionalizzate dal regime comunista dopo il 1944 - N.d.T.] e di privatizzazione. Se la posizione sociale è instabile rimane solo una cosa: la posizione spaziale. E’ come se gli spazi, e non le persone, avessero diritti, una cultura, perfino una volontà politica.
Anche le relazioni familiari sono responsabili di questo strano mix di mobilità demografica e di ideale patriarcale di sedentarietà. Ci si attende che i figli vivano vicino ai propri genitori. Nelle zone rurali, il figlio di norma costruisce un nuovo piano sopra la casa dei propri genitori o un’estensione laterale della stessa. A Sofia non è così facile: le famiglie spesso cercano di trovare appartamenti nello stesso edificio o almeno nello stesso quartiere. Lo scopo è quello di potere vedere i genitori alcune volte alla settimana, lasciare loro i figli, portare pentole con cibo caldo e conserve per l’inverno, restituire bottiglie vuote – in breve, mantenere uno scambio intensivo. L’energia necessaria per infrangere questo tipo di relazioni è notevole. I genitori difficilmente comprenderanno perché i figli vogliono andare ad abitare nella parte opposta della città. Per emanciparsi, le nuove generazioni devono fare qualcosa di più, devono abbandonare del tutto il paese. Emigrare in Canada può sembrare più facile che spostarsi in un altro appartamento.
Si può esaminare la fissazione per la proprietà immobiliare dal punto di vista di un’urbanizzazione di frontiera. Quando i turchi sono stati espulsi, le loro case sono state distrutte per impedirgli di tornare e i loro terreni sono stati occupati da bulgari. Le relazioni di proprietà immobiliare sembravano sul punto di essere normalizzate all’inizio del ventesimo secolo, ma l’afflusso di profughi dalla Tracia e dalla Macedonia ha creato nuovamente un contesto di insediamento da pionieri. All’inizio degli anni venti un intero distretto (Koniovica) è stato occupato da coloni. Si racconta che si siano divisi i terreni con il lancio di una monetina e che abbiano perfino tracciato strade e piazze per conto proprio, tenendo lontano la polizia con barricate. La legge stabiliva che nessuna casa che avesse un tetto poteva essere distrutta, e così i coloni lavoravano tutta la notte, cominciando dall’alto, e la mattina successiva mettevano le autorità di fronte a un fatto compiuto.
La nazionalizzazione delle grandi proprietà urbane da parte dei comunisti condotta alla fine degli anni quaranta nascondeva, sotto l’apparenza del fervore rivoluzionario, il desiderio della nuova classe mobile in ascesa di aprirsi un varco nella scena urbana. Nel corso di quei quattro decenni, la principale preoccupazione era conservare quello che si aveva e, se possibile, di acquistarne di più, non per se stessi, ma per i propri figli: la legge prevedeva che una famiglia non potesse avere più di un appartamento di un massimo di 120 metri quadri (il ceto medio comunista metteva i propri figli in lista di attesa nel momento in cui nascevano). Vendere una proprietà immobiliare sembrava del tutto irrazionale, perché il denaro aveva una funzione limitata e non c’erano garanzie di potere reinvestire in immobili. Nei fatti vendere veniva considerata una pura perdita e le uniche transazioni che venivano effettuate volentieri erano i baratti.
I mercati immobiliari nel “lumpencapitalismo”
Dopo il 1989 nuove passioni immobiliari hanno scosso Sofia. La restituzione ha funzionato come una lotteria in cui lontani parenti diventavano ricchissimi nel giro di una notte, mentre altri si impegnavano in guerre puniche per recuperare le proprietà dei propri avi e all’esterno di malconci edifici erano parcheggiate jeep nuove di zecca. La procedura era intenzionalmente complicata e consentiva agli avvocati di addebitare fino al 20 per cento del prezzo della proprietà recuperata; liti tra gli eredi che duravano anni lasciavano cadere a pezzi preziosi immobili in pieno centro. Gli eredi non erano necessariamente né persone attive né persone portate per gli affari; nella maggior parte dei casi si trattava di persone anziane, marginalizzate dal regime per le loro origini borghesi, con una scarsa esperienza nella vita pubblica. La conseguenza è che negli anni novanta Sofia era piena di negozi di fioristi, boutique e gallerie d’arte che si supponeva avrebbero adempiuto la promessa di un capitalismo umano, di vicinato. Le attività di riciclaggio del denaro sporco avevano l’esigenza, da parte loro, di creare segni visibili di attività economica: il che voleva dire che in tutta la città sbocciavano altri negozi di fioristi, boutique e gallerie d’arte. Uno degli esiti immediati del cambiamento è stato l’adattamento spontaneo dello spazio pianificato socialista alla giungla emergente del “lumpencapitalismo”. Si può prendere come esempio quello dei garage trasformati in negozi. Per motivi di spazio non avevano magazzino e quindi offrivano una selezione di articoli estremamente limitata. Il venditore spesso vi chiedeva di aspettare per andare dall’altra parte della strada a prendere quello che cercavate. E’ diventato un vero e proprio stile; ancora oggi è impossibile trovare un negozio a Sofia che abbia tutto il proprio assortimento in misure diverse – di solito si compra quello che è esposto nella vetrina, che svolge la funzione di magazzino.
Ovunque si vedono segni di “folklore architettonico”, qualcuno che trasforma un piano terra in un ufficio o in un caffé, aprendo porte e finestre nelle pareti degli edifici, ridisegnando la facciata, aggiungendo una scala esterna, circondandola di un piccolo giardino privato separato dalle parti comuni. E come se non bastasse c’è la privatizzazione spontanea dei marciapiedi da parte dei ristoranti mediante l’uso di fioriere, o la creazione di zone di parcheggio utilizzando catene. Compaiono mercati spontanei che vengono tollerati per alcuni anni, e poi alla fine vengono regolati imponendo un’imposta e dei controlli ai venditori. Alcuni di loro rimangono, i più avventurosi si spostano di un po’, spingendo ancora più oltre le frontiere del mercato.
Si può vedere un simile mercato radicale sulle sponde del torrente Perlovec (che in realtà è un canale fognario) dove al di fuori del normale territorio della città vengono vendute merci rubate, marchi contraffatti e dischi copiati – il letto di cemento del Perlovec è stato progettato in modo tale da essere sotto il livello dell’acqua in caso di inondazione. Gli esercizi commerciali più esotici sono i cosiddetti “negozi acquattati”, che sfruttano i lucernari dei seminterrati per condurre un’attività commerciale (di solito vendita di sigarette, alcolici e alimentari): per interagire con il venditore bisogna acquattarsi. Un visitatore americano è rimasto affascinato dal modo in cui l’acquirente si inchina di fronte al venditore. E’ un residuo del socialismo reale, in cui il cliente era alla mercé del venditore?
L’ideologia del laissez-faire che sta dietro a tutte queste attività è connessa al bisogno di legittimare l’accumulazione primitiva di capitale, che si suppone abbia bisogno di meno regolamentazione (anche se, curiosamente, la regolamentazione si è dimostrata decisamente longeva). Naturalmente questo processo viene percepito come un segno della corruzione: il municipio di Sofia è noto come il posto più corrotto del paese. E se le appropriazioni di spazio nel vicinato creano irritazione, sono le appropriazioni di maggiori dimensioni che fanno infuriare l’opinione pubblica. Alti e brutti edifici commerciali vengono eretti su luoghi che fanno parte del patrimonio storico; lo scandalo più grande è stato suscitato dal cosiddetto Millenium Centre, al quale la biblioteca comunale ha dovuto lasciare il posto. Pompe di benzina sono state costruite dappertutto, perfino nei parchi, facendo degli autisti di Sofia i meglio riforniti del paese. Una pratica comune della nuova attività edilizia è quella della “architettura da sottotetto”, che consiste nel costruire alcuni piani aggiuntivi nascondendoli dietro il tetto per evadere le norme edilizie. Con l’avvicinarsi dell’adesione all’UE [avvenuta poi l'1 gennaio 2007, dopo che il presente testo è stato scritto - N.d.T.], l’intera città ha cominciato a trasformarsi in un cantiere, in seguito al boom edilizio causato da un’enorme bolla immobiliare. I cantieri permanenti erano uno dei segni distintivi del comunismo: mucchi di sabbia sul selciato, il rumore monotono delle betoniere e muratori seduti tutt’intorno a bere birra erano immagini che accompagnavano costantemente la vita urbana. Ora i cantieri sono nascosti dietro pannelli e i muratori bevono la loro birra quando tornano a casa, ma continua a essere difficile trovare una strada in cui non ci sia qualcosa in costruzione.
L’opposizione alla pianificazione
Sono stati fatti vari tentativi di imporre un piano regolatore per Sofia. Il più ambizioso tra tutti, messo a punto dall’architetto tedesco Adolf Mussman nel 1938, è stato reso obsoleto dalla guerra e successivamente dichiarato fascista. I piani dell’era comunista vengono spesso ricordati negativamente: per fortuna non hanno costruito il monumentale Palazzo dei Soviet di fronte alla sede del Partito; per fortuna non hanno ampliato la piazza centrale e distrutto il Palazzo… Nel corso della transizione i piani sono stati regolarmente bloccati da gruppi d’interesse; quando il consiglio comunale finalmente ne ha adottato uno, si trattava di un piano molto vago, e comunque le scelte più importanti erano già state fatte.
La città resiste alla pianificazione così come altre città balcaniche, per esempio Atene o Istanbul. Il viaggiatore se ne rende immediatamente conto quando si trova di fronte alla massa urbana, alle automobili sui marciapiedi, alle pubblicità che coprono ogni possibile centimetro di spazio, all’architettura “fai da te”. L’elemento ornamentale, epurato dal comunismo, si sta lentamente facendo strada nei ristoranti, nella musica e nei corpi seducenti; gli zingari, scacciati da un luogo, riemergono in un altro, e perfino i carretti trainati da un cavallo che erano un ricordo della mia infanzia tornano a farsi nuovamente vedere sulle strade.
Ma sarebbe sbagliato pensare che si sia rinunciato completamente a modellare la realtà. Lo stato naturale di Sofia non è la quiete, ma il cambiamento permanente, sia quando aspira all’ordine pianificato sia quando reagisce contro di esso. L’aspetto psicologicamente gratificante di tale stato di transizione continua è che non si accetta mai il proprio destino, rimuovendo così il bisogno di diventare adulti. Smettere di costruire appartamenti per se stessi e per i propri figli, smettere di trasformare una stanza in un bagno e un balcone in una cucina, smettere di nazionalizzare per poi privatizzare, significa dovere affrontare il problema del proprio posto nel mondo e cominciare a vivere.
Non esiste memoria e tutti i segni del passato immediato vengono cancellati con cura – i democratici hanno abbattuto con la dinamite il mausoleo di Georgi Dimitrov, così come le autorità avevano fatto con l’ultima delle moschee dopo la liberazione nel 1877; le guide turistiche sostituiscono i riferimenti al passato comunista con quelli alle rovine romane. Perché mai la memoria dovrebbe bloccare la libertà presente di muoversi, reinventarsi? I nostri amici esteri spesso ci dicono che il fascino di questa città è il suo disordine, il suo sporco, il suo caos, la libertà di potere dipingere l’esterno della propria casa o di non dipingerlo, di piantare in cortile rose oppure pomodori. L’ethos della modernizzazione è probabilmente il motivo per cui noi abitanti locali resistiamo a una tale visione e rifiutiamo di accettare che ciò che ci circonda possa essere reale.
Sofia sta crescendo, e magari in breve tempo raggiungerà i tre milioni di abitanti, chi lo può sapere? Si sta ampliando in maniera elusiva verso sud-est e sui fianchi della montagna, dando vita ad amene dimore turrite ed edifici per uffici in stile postmoderno, trascurando invece la brutta e misera parte settentrionale fatta di edifici a un solo piano, abbandonando perfino i propri cimiteri. La città sta fluendo, e fugge da se stessa. I suoi abitanti sono diventati fluidi, lavorano per una parte del proprio tempo in Spagna o in Grecia e per un’altra parte nel loro paese. E dato che si trovano a metà strada tra il villaggio e la città, tra il capitalismo e il socialismo di stato, cos’altro ci si potrebbe mai aspettare se non una città fluida?
NOTE
[1] Nel 1876 le truppe ottomane hanno ucciso circa 30.000 abitanti cristiani della città di Batak. La memoria di questo evento è stata all’origine di una grande controversia in Bulgaria. Si veda Ivaylo Ditchev, in taz del 30.04.2007 (in tedesco): www.taz.de/dx/2007/04/30/a0173.1/text
[2] Situata a sud della catena montuosa dei Balcani, Sofia faceva geograficamente parte della Bulgaria meridionale, restituita per la maggior parte agli ottomani al Congresso di Berlino del 1878. La scelta dei russi di fare di Sofia la capitale, lungi dall’avere motivazioni storiche o culturali, era un segno che le aree meridionali e la Macedonia sarebbero un giorno diventate parte del nuovo stato slavo.
[3] Konstantin Galabov, “Psicologia dei bulgari”, in: Rumen Daskalov, Ivan Elenkov (a cura di), “Zasto sme takiva”, Sofia 1994, 218.
(traduzione dall’inglese di Andrea Ferrario)
