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Milano Internazionale – Cronache – N. 15 del 16 marzo 2009

SOMMARIO:

1) DELIRIO LOMBARDO PER LE RONDE

2) INFRASTRUTTURE, IMMOBILI E UTILITIES A SUON DI MILIARDI

3) IL CAPITALE MILANESE E L’EUROPA ORIENTALE

4) DIARIO DELLA CRISI IN LOMBARDIA:

Cassa integrazione, mobilità, contratti di solidarietà – Doppio lavoro e lavoro in nero – Lavoro interinale e precari della scuola – Crisi anche per il settore moda e gli ambulanti – La crisi vista dalla Padania – Umiliate e offese



1) DELIRIO LOMBARDO PER LE RONDE

Il governo ha decretato l’avvio del reclutamento delle ronde da parte dei sindaci in accordo con i prefetti. Non è passata la variante originale in cui si prevedeva anche la facoltà per le ronde di girare armate, ma il termine generico “non armate” utilizzato nella versione definitiva del decreto non è sufficiente a escludere che, come già fanno le ronde esistenti, vengano utilizzati stratagemmi per aggirarlo, come l’uso di cani o di oggetti che si possono trasformare in “armi improprie”. In Lombardia si è fatta subito avanti la Lega Nord, che il 20 febbraio si è dichiarata pronta a organizzare associazioni “con centinaia di volontari”. Il leghista Matteo Salvini da parte sua afferma “abbiamo richieste da tantissimi quartieri e la grande disponibilità dei nostri iscritti”. Scavalca tutti a destra il presidente della Provincia di Milano Filippo Penati, che ha annunciato lo stanziamento di 250.000 euro per i sindaci che vogliono creare ronde di ex carabinieri e poliziotti e ha ipotizzato addirittura la creazione di ronde della Provincia stessa, da affiancare alla polizia provinciale. Il capogruppo di An nel Comune di Milano, Carlo Fidanza (e qui il particolare inquietante è che sono noti a tutti i suoi legami con i neofascisti e gli ultras di estrema destra della tifoseria Inter) ha proposto di creare ronde che pattuglino i mezzi pubblici della città per facilitare il compito di “identificare gli immigrati clandestini”. Da parte sua il ministro degli interni Roberto Maroni, durante una visita a Milano, ha aggiunto ai già citati obiettivi degli interventi delle ronde anche la sinistra che si oppone al (suo) sistema: “non mi lascerei scappare questa occasione, perché la Lombardia registra tutte le emergenze, criminalità organizzata, immigrazione clandestina, cellule legate all’estremismo islamico e ciò che resta della sinistra antagonista”.

(fonti: Repubblica, 21 febbraio; Il Giornale, 21 e 24 febbraio; E Polis, 26 febbraio)


2) INFRASTRUTTURE, IMMOBILI E UTILITIES A SUON DI MILIARDI

Dopo 23 anni il progetto della Pedemontana Lombarda, l’autostrada che attraverserà l’intera regione a nord di Milano, sta arrivando in dirittura di arrivo. E’ stata definita la struttura della società che realizzerà il progetto, guidata da Fabio Terragni e con primo azionista al 68% la società Serravalle controllata dalla Provincia di Milano, e secondo azionista con il 26% la banca Intesa Sanpaolo, che già in passato aveva finanziato Penati nella sua scalata a Serravalle. Ma va tenuto presente che la Provincia si è già detta intenzionata a cedere un 32% della sua quota agli altri azionisti. Degli oltre 4,5 miliardi (per ora) stimati per la realizzazione dell’opera ne sono già disponibili 1,25 a suo tempo stanziati dal governo Prodi. Perché il progetto possa partire nel marzo 2010 come previsto (la Pedemontana fa parte dell’elenco delle opere accessorie per l’Expo 2015) è necessario raccogliere almeno altri 3 miliardi di euro circa, un obiettivo difficile da conseguire nell’attuale situazione di crisi economica. Si punta comunque a raccogliere 2,6 miliardi con strumenti di credito e circa 600 milioni tramite contributi di capitale degli azionisti. I lavori per la costruzione del primo troncone sono già stati assegnati ad alcuni dei “soliti noti” delle infrastrutture lombarde e italiane più in generale: Impregilo, Argo, Astaldi e Pizzarotti. Il decreto “mille proroghe” varato di recente dal governo consente di assegnare ora appalti senza passare attraverso gare pubbliche anche per le opere di ingente valore come la Pedemontana. L’autostrada lombarda quindi con ogni probabilità inaugurerà la stagione degli appalti senza concorso e non trasparenti con la scusa del rispetto dei tempi per l’Expo 2015.

Anche per un altro progetto miliardario, quello della Tem, cioè Tangenziale Est Milano, si sta andando alla caccia di centinaia di milioni di euro. La società costituita per la sua realizzazione, Stp, avrà un capitale di 500 milioni di euro; per coprire il costo totale previsto del progetto, 1,5 miliardi di euro si attingerà a 1 miliardo di crediti, che devono ancora essere reperiti e anche qui si tratta di un compito difficile in tempi di crisi. Anche la Stp è guidata da Fabio Terragni, il quale ha dichiarato che per trovare soldi si sta “già ragionando con la Cassa depositi e prestiti”, l’ente pubblico il cui capitale di oltre 100 miliardi di euro è costituito in massima parte dai risparmi di clienti di Poste Italiane e, per una parte più limitata, da soldi delle fondazioni bancarie. I privati che contribuiranno con i loro crediti alla Tem potranno contare su un rendimento del 9,5% annuo e su una concessione dalla durata record di 50 anni. L’alto rendimento è dovuto al fatto che alla gara per il progetto non si è presentato nessuno a parte la stessa società Tem e quindi non ci sono stati ribassi (per maggior particolare sulla “gara” si veda “Tangenziale Esterna di Milano senza concorrenti”, in Milano Internazionale Cronache n. 2 del 15 novembre 2008). Il costo stimato attualmente come pari a 1,5 miliardi dal consulente Biis (braccio per il finanziamento delle infrastrutture di Intesa Sanpaolo e azionista della società di progetto stessa) “facilmente potrà crescere nel passaggio al progetto definitivo”, scrive il Corriere Economia, che precisa che “anche sui flussi di traffico, colpiti dalla recessione, le previsioni sono quanto mai ardue”. La società di progetto per la Tem è anch’essa controllata dalla Provincia di Milano e tra gli azionisti, oltre alla già citata Biis, vi sono Impregilo e Pizzarotti, nonché alcune cooperative “rosse” della galassia Legacoop. Insomma, Pedemontana e Tem sono, sia per struttura azionaria sia per tipologia di progetto, quasi la stessa cosa.

Alcuni aggiornamenti anche sui progetti di speculazione edilizia in senso più stretto. Si apre uno spiraglio per il megaprogetto Cerba, il centro di ricerca voluto da Umberto Veronesi su un’area di 610.000 mq e che dovrebbe gettare una valanga di cemento nel Parco Sud, accanto all’Istituto Europeo di Oncologia diretto dallo stesso Veronesi. Regione, Comune e Provincia di Milano hanno firmato con la Fondazione Cerba (Mediobanca, Intesa Sanpaolo, Unicredit, Generali, Pirelli, Capitalia) il testo finale dell’accordo di programma. Il nuovo programma prevede l’allargamento dell’area di parco attrezzato (cioè “verde” con strutture quali vie di accesso, parcheggi e altro ancora), l’allargamento di alcune strade e il prolungamento della metrotranvia. La firma lascia intendere la possibilità che il progetto venga avviato, dopo che era stato bloccato perché i finanziatori erano poco inclini a tirare fuori capitali in questo momento. Tra i responsabili di questa operazione di cementificazione del Parco Sud, ampiamente contestata dagli ambientalisti, vi sono la Provincia di Milano di Filippo Penati (che ha stralciato il progetto dai piani di cintura del Parco) e la Regione Lombardia di Roberto Formigoni (che ha dato parere positivo sulla valutazione di impatto ambientale).

Intanto intorno a Milano il territorio è sempre più esposto all’assedio del capitale speculativo. Tra Rozzano e Assago il gruppo Cabassi sta completando Milanofiori Nord, al quale verrà aggiunto Milanofiori Sud che, come scrive Davide Carlucci sulla Repubblica, avrà “una superficie complessiva di 1,1 milioni di metri quadri, una grande area integrata nel verde del vicino Parco Sud, a sette chilometri da Milano e a due passi dal casello autostradale e dalla tangenziale”. I piani prevedono tra l’altro la costruzione di un grattacielo di 212 metri di altezza. La città di Milano rimane però il principale centro di attrazione per gli speculatori. Il Piano di governo del territorio (Pgt) presentato dal sindaco Moratti, e destinato a mandare in pensione il vecchio Piano regolatore del 1954, rivisto nel 1980, stravolgerà le regole del gioco, come spiega Giuseppina Piano sempre su Repubblica: “sparisce la distinzione tra destinazione d’uso industriale-commerciale-residenziale, restano solo le zone vincolate come non edificabili. Arriva la ‘perequazione’ e la ‘borsa dei diritti volumetrici’. Le ‘aree di trasformazione’, le direttrici dove andranno nuove case e nuovi abitanti, sono però già chiarissime nel Pgt che recepisce quello che sta già avvenendo: la Bovisa e la zona ai confini con Sesto, verso ovest Cascina Merlata e tutta l’area dell’Expo, Montecity-Rogoredo, Garibaldi-Repubblica, Citylife, il Portello e quello che è rimasto della vecchia Fiera”. A ciò si aggiunge l’enorme progetto (1,3 milioni di mq) di dismissione delle stazioni ferroviarie (verranno chiuse tra le altre Porta Genova, scalo merci Farini, San Cristoforo e Porta Romana) sulle quali si riverserà l’ennesima valanga di cemento. Queste aree, secondo stime citate da Italia Oggi, hanno un valore fondiario complessivo di 800 milioni di euro. Va notato poi che le nuove linee del metro che si prevede di costruire a Milano non sono state progettate sulla base dei bisogni di chi vuole usufruire della città per motivi di lavoro, studio o tempo libero, bensì su quella dei principali progetti di speculazione edilizia e del business: toccheranno Linate, la zona Expo e San Siro, Garibaldi-Repubblica e Citylife, aumentandone così il valore commerciale. Alle linee del metro andrà a sovrapporsi, grosso modo, anche il maxitunnel di 14,5 chilometri (2 miliardi stimati), di cui abbiamo già parlato nell’ultimo numero e che andrà dalla sede Expo fino a Linate, riversando un fiume di auto in città con le sue 12 uscite nel nucleo urbano. Intanto il Comune di Milano ha dato il via al piano di dismissione degli immobili di sua proprietà: sono passate in mano agli speculatori “due gioielli dei milanesi” siti in via Bergamini e in viale Papiniano. Grazie al fondo immobiliare creato dal Comune di Milano con la partecipazione delle onnipresenti Intesa Sanpaolo, Unicredit e Monte dei Paschi, e gestito da Bnl, si prevede di portare a termine la vendita entro cinque anni (si veda per ulteriori dettagli Milano Internazionale Cronache n. 5 del 17 dicembre 2008). Gli inquilini non verranno sfrattati, ha spiegato rassicurante l’assessore alla casa Gianni Verga (Udc) – in realtà avranno invece solo un diritto di prelazione sull’acquisto, con uno sconto del 30% sul valore di mercato (altissimo perché ancora gonfiato dalla bolla). Il che equivale a dire che gli immobili verranno svuotati dai loro inquilini che non hanno un buon capitale in portafoglio.

Questa Milano “pubblico”-privata (sarebbe in realtà meglio dire privata-privata) che fa affari e specula si rispecchia anche nelle utilities, cioè le società a controllo municipale, ma a partecipazione anche privata, che forniscono servizi pubblici. Se le utilities italiane si riunissero in un’unica impresa costituirebbero il sesto gruppo industriale italiano per fatturato (18,6 miliardi) e il quarto per numero di dipendenti (77.306). Nel complesso offrono agli amministratori pubblici 279 poltrone in consigli di amministrazione da assegnare a soggetti amici. I dati vengono forniti da uno studio di Mediobanca citato dal Sole 24 Ore e si riferiscono all’anno 2007. Al primo posto nella classifica delle utilities c’è il Comune di Milano, che controlla 85 società con un giro d’affari di 4,1 miliardi. Al secondo posto si trova non un’altra metropoli della penisola, bensì un’altra città lombarda, Brescia, che grazie soprattutto alla società energetica Asm (fusasi poi nel 2008 in A2A con la milanese Aem) muove 2,3 miliardi di fatturato complessivo. Brescia è al primo posto in Italia in termini di redditività operativa, con un margine operativo netto medio del 12,3%. Seguono Milano con il 10,3% e Torino con il 7,2%. I comuni vivono in buona parte anche dei dividendi che queste società distribuiscono: nel 2007 Asm ha portato nelle casse del Comune di Brescia 141 milioni di euro e la Aem ha contribuito 82 milioni di euro al bilancio del Comune di Milano. Il Comune di Milano controlla in media il 41,2% delle quote delle sue utilities, quello di Brescia solo il 32,5%.

(fonti: Corriere Economia, 23 febbraio e 16 marzo; Repubblica, 26 febbraio, 5 marzo, 9 marzo e 11 marzo; Il Giorno, 5 marzo; Italia Oggi, 11 marzo; Sole 24 Ore, 5 marzo)


3) IL CAPITALE MILANESE E L’EUROPA ORIENTALE

L’intera area dell’Europa Orientale si trova sull’orlo di una crisi di dimensioni enormi in seguito allo scoppio della bolla finanziaria e di quella immobiliare. Due bolle che hanno le loro radici in massima parte nel capitale occidentale alla ricerca di terre vergini per ottenere gli alti rendimenti che negli ultimi anni faticava a trovare a Ovest. Per farsi un’idea del ruolo che i capitali esteri hanno avuto e ancora anno in quest’area è sufficiente citare il dato, citato dal Sole 24 Ore, secondo cui gli investimenti esteri sono responsabili in media del 50% del Pil di questi paesi e in uno dei paesi oggi più in crisi, l’Ungheria, tale percentuale arriva addirittura al 99%. Nel complesso, ed escluso il più grande paese dell’area, cioè la Russia, l’indebitamento estero complessivo di quest’area ammonta a 1 trilione di dollari, di cui 200 miliardi sono in scadenza nel corso di quest’anno. Le due maggiori banche milanesi (e italiane), cioè Unicredit e Intesa Sanpaolo, hanno svolto un ruolo di primo piano in questa corsa alla speculazione finanziaria nell’area. Lo sfruttamento finanziario dell’Europa Orientale ha portato nella nostra città ingenti capitali in larga parte poi reinvestiti, per esempio, nei grandi progetti di cementificazione che hanno nella maggior parte dei casi come finanziatrici le due grandi banche. E questo sfruttamento (che non genera ricchezza nell’Europa Orientale, se non per pochissimi intermediari locali: basta vedere le statistiche sugli stipendi medi o sulle condizioni di lavoro) va messo in relazione anche con quello dei lavoratori immigrati provenienti dai medesimi paesi, che sono l’altra faccia di un medesimo sistema. Per avere un’idea del coinvolgimento delle due banche nell’area dell’Europa Orientale basta citare alcuni dati. Il 27,5% degli utili ante imposte di Unicredit e il 10,5% di quelli di Intesa Sanpaolo dipendono da attività nell’Europa Orientale, secondo dati citati dal Corriere della Sera. Secondo altri dati riportati dal Sole 24 Ore, il 32% dei ricavi di Unicredit e il 12% di quelli di Intesa San Paolo vengono realizzati nella stessa area.

(fonti: Corriere della Sera, 18 febbraio e 4 marzo 2009; Sole 24 Ore, 1 marzo 2009)


4) DIARIO DELLA CRISI IN LOMBARDIA:

Cassa integrazione, mobilità, contratti di solidarietà – Doppio lavoro e lavoro in nero – Lavoro interinale e precari della scuola – Crisi anche per il settore moda e gli ambulanti – La crisi vista dalla Padania – Umiliate e offese

Cassa integrazione, mobilità, contratti di solidarietà…

Sono numerosissimi e in crescita in tutta la Lombardia i casi di aziende che chiedono la cassa integrazione o la mobilità per i propri dipendenti. Citiamo solo alcuni dati come esempio tra la marea di notizie che ci sommerge in queste settimane. Il gigante dell’hi-tech ST ha messo a riposo forzato il 50% del personale, che ammonta a 8.067 persone in tutta Italia. Nella sede di Agrate dell’azienda andranno in cassa, dopo le pessime previsioni per il secondo trimestre 2009, circa 1.900 dipendenti con un reddito dimezzato e compreso tra 730 e 830 euro al mese. Finora l’azienda era riuscita a evitare la cassa grazie al ricorso a ferie pilotate. Alla Bames e alla Sem di Vimercate, eredi della società Celestica, andranno in cassa integrazione a rotazione 550 dipendenti su 660, per un periodo di 150 giorni che non potranno essere cumulativi. A Vimercate è in crisi anche la Agnati, che produce macchine per imballaggio dal 1932. Il 24 febbraio l’azienda ha annunciato la chiusura e ha messo in mobilità i suoi 130 dipendenti, “la maggior parte sui 45 anni, con una corposa presenza femminile, tecnici esperti nel far girare idee e tecnologia di alto livello”, scrive il Giorno. La Agnati in tutta la propria lunga storia “non aveva mai fatto un minuto di cassa integrazione e la crisi sarebbe dovuta al ritardo nei pagamenti da parte dei clienti, e a cascata sui fornitori, che hanno tagliato le materie prime”, continua il quotidiano. L’azienda fin dagli anni ottanta era all’avanguardia in campo tecnologico e negli ultimi anni aveva esternalizzato in Cina parte delle produzioni. Lo stipendio medio dei suoi dipendenti era di 1.300 euro al mese. La crisi tocca anche la più grande industria dolciaria del varesotto: la Lindt di Induno Olona, che nella sua storia non aveva mai fatto registrare neanche un’ora di cassa integrazione, ha deciso di bloccare lo stabilimento per quattro settimane. I sindacati stimavano a fine febbraio un numero di almeno 13.500 cassintegrati nella provincia di Varese, con la previsione preoccupante di un’impennata di richieste delle aziende nelle prossime settimane. La cassa integrazione sta poi diventando oggetto di operazioni finanziarie che coinvolgono le banche: in seguito a un accordo con la Camera di Commercio di Varese le banche anticiperanno la cassa integrazione ai lavoratori che devono fare quadrare il bilancio familiare, applicando un interesse al tasso dell’1,86%. A Brescia l’Alfa Acciai, un importante azienda siderurgica che risente degli effetti della crisi, intende applicare un programma di lavoro a orario ridotto, con attività concentrata di notte dal lunedì al venerdì e nel fine settimana a pieno regime. Lo dovrebbe consentire un contratto di solidarietà difensivo che l’azienda punta a stipulare con i sindacati, dopo avere parlato di 250 esuberi su un totale di 800 occupati. L’orario di lavoro dovrebbe passare dalle 40 alle 31 ore settimanali, con una riduzione di salario per gli operai pari al 7%. La Elco di Inzago, multinazionale che produce motori elettrici per condizionatori, ha messo in cassa integrazione per un anno 287 lavoratori, ma i dirigenti hanno comunicato alle organizzazioni sindacali di non essere in grado di anticipare all’Inps nemmeno l’indennità di cassa – per i lavoratori si prospetta quindi il rischio di rimanere per quattro o cinque mesi senza percepire nemmeno un euro. La Elco è una multinazionale con stabilimenti anche in Bulgaria e in Cina, che fattura 50 milioni di euro all’anno. In provincia di Pavia entrano in cassa integrazione straordinaria per dodici mesi, a circa 800 euro al mese, i venti dipendenti della Maut di Medassino, un azienda che da più di trent’anni produce ed esporta macchine utensili. “Sono prodotti di fascia alta e di alta tecnologia che almeno in linea teorica non dovrebbero risentire della concorrenza sui bassi costi dei paesi emergenti”, spiega Lorella Pepicelli della Cgil. “Il problema è che la crisi è talmente vasta che nemmeno i mercati emergenti sono più in grado di investire per rinnovare il proprio parco macchine”. Gli operai dello stabilimento, secondo la Provincia Pavese, tra straordinari, turni e trasferte arrivavano a guadagnare anche 1.700 euro al mese, ora in cassa il massimo sarà di 800 euro al mese, ma anche in questo caso l’azienda ha comunicato di non essere in grado di anticipare la cassa ai dipendenti. Vanno in cassa integrazione ordinaria per tredici settimane anche tutti i dipendenti di un’azienda storica e di grandi dimensioni come la BTicino: 1.151 dipendenti a Varese, 216 a Tradate, 200 a Bodio Lomnago e tutti i lavoratori di Azzano e di Milano. La decisione è dovuta alla netta diminuzione negli ordini che ha portato all’inizio dell’anno a cali di produzione fra il 25 e il 30 per cento in conseguenza della crisi del mercato edilizio. Va notato inoltre che ai 150 lavoratori interinali di BTicino, oltre sessanta dei quali erano stati assegnati alle fabbriche varesine, non è stato rinnovato il contratto. A Tribiano e Settala, nel lodigiano, vanno in cassa integrazione ordinaria per tredici settimane fino a maggio 223 dipendenti della Baruffaldi, che ha come principale cliente il gruppo Fiat-Iveco. Si tratta del 90% della forza lavoro. L’azienda ha inoltre rinnovato solo alcuni dei contratti con lavoratori a tempo determinato, ma mai oltre il luglio 2009. A Paderno Dugnano rimangono in agitazione i lavoratori della Metalli Preziosi, che il 9 marzo hanno organizzato un presidio di fronte alla sede di Assolombarda. I dipendenti a oggi non hanno ancora ricevuto tre mesi di stipendio e la tredicesima e l’azienda il 16 febbraio è stata messa in liquidazione dopo che a dicembre la crisi finanziaria la aveva messa in ginocchio. In provincia di Mantova, tra inizio febbraio e inizio marzo, ben 78 aziende hanno chiesto la cassa integrazione. Dal 1 dicembre i dipendenti che utilizzano l’ammortizzatore sociale sono già 1.060 distribuiti in 205 aziende industriali e artigiane. Tra le aziende coinvolte nelle ultime settimane anche alcune del settore trasporti, segno che la crisi si sta estendendo a macchia d’olio a comparti fin qui non toccati. Nel settore produttivo lariano si è registrato un calo del fatturato fino al 60% e ormai più di un lavoratore su tre è in cassa integrazione o in mobilità, scrive il Giorno in un articolo dal significativo titolo “Tsunami sul Lario”. Le aziende interessate dalla crisi sono 289 (+85% in poco più di un mese) e hanno in totale quasi 19.000 dipendenti, il 49,5% del totale dell’area. Nella provincia di Milano la cassa integrazione e la mobilità cominciano a colpire anche il settore dei servizi, dopo la diffusione a macchia d’olio nel settore industriale. Lo si evince da una tabella pubblicata da Repubblica, secondo cui nell’intero 2008 i lavoratori del settore in mobilità sono stati 3.078, mentre nei soli primi due mesi del 2009 sono già 1.879. La cassa integrazione straordinaria a gennaio e febbraio 2009 ha riguardato 475 lavoratori del settore servizi contro i 199 dell’intero anno scorso. E mentre nel 2008 e nel 2007 nel settore non c’era stato nemmeno un lavoratore in cassa integrazione ordinaria, nei primi due mesi di quest’anno sono già 169. A fine febbraio circa il 23,5% delle imprese bergamasche affermava di essere in grado di reggere al massimo per sei mesi in termini finanziari, secondo dati risultanti da un’indagine della Confindustria di Bergamo e citati dall’Eco di Bergamo. Le procedure di cassa integrazione o di mobilità in corso o in programma interessano il 33,1% del campione di aziende, ma il dato è atteso in crescita. Solo nel 7,8% dei casi si segnala una tensione alta nelle relazioni sindacali. Significativo anche un altro dato emerso dall’indagine: il 25,9% delle imprese bergamasche ha unità produttive all’estero. Infine, a completare il quadro, la Repubblica scrive che sta andando in tilt l’ufficio Inps di via Melchiorre Gioia a Milano. In decine fanno la coda ogni giorno per sentirsi dire che “ci sono migliaia di domande, stanno licenziando tutti, non sappiamo come smaltire le pratiche”. Il quotidiano parla di un “esercito di vittime della crisi, uomini e donne espulsi dalle fabbriche, dagli uffici, dalle aziende che sono in coda per il sussidio di disoccupazione. Sono sempre di più: nell’area metropolitana di Milano il loro numero è cresciuto, a fine 2008, del 43%, con punte del 65% a Vimercate, del 62% a Bollate, del 52% al Lorenteggio e del 49% a Niguarda. Dalle prime settimane del 2009 le richieste di indennità stanno crescendo a un ritmo ancora maggiore”. Secondo Marzia Oggiano della Cgil, “sono triplicate rispetto a febbraio 2008″.

Doppio lavoro e lavoro in nero

La Cisl ha pubblicato i risultati di un’indagine sul fenomeno del doppio lavoro a Milano, sottolineando come il suo ruolo sia sempre di più quello di permettere ai lavoratori di arrivare a fine mese. Il 32,2% degli intervistati ha affermato avere una seconda occupazione e il 25% la ha da meno di un anno. Il 40% dei doppiolavoristi è in nero e il secondo lavoro irregolare riguarda maggiormente le donne (43,1%) che gli uomini (36,1%). “Una parte rilevante (18,3%) dei doppiolavoristi milanesi dà una mano in locali e ristoranti come barista, cameriere, cuoco, animatore, cantante o addetto alla sicurezza”, scrive Rita Querzé sul Corriere della Sera riferendo in merito all’indagine Cisl. “Il 30% il secondo lavoro lo fa in casa come domestica, badante, baby sitter, parrucchiera, estetista, giardiniere, docente per ripetizioni. Un altro 36%, invece, è occupato alla reception, nei call center, come insegnante di lingue, venditore, traduttore o programmatore informatico”. Il 45% degli intervistati afferma di svolgere un secondo lavoro semplicemente per arrivare a fine mese, e solo il 18% per permettersi qualche piccolo lusso. La Cgil rileva da parte sua una ripresa dell’incremento del lavoro in nero nel 2008 e inizio 2009, dopo il lieve calo registrato nel 2007, richiamando l’attenzione sul fatto che il lavoro nero rischia di creare una sorta di guerra tra poveri, una concorrenza italiani-immigrati per accaparrarsi lavoretti piccoli e grandi. Più precisamente, su 33.000 aziende ispezionate nel 2008, il 67,56% è risultata irregolare e i lavoratori in nero sono il 25% degli occupati. Oltre al lavoro nero vi è poi un uso improprio dei contratti a progetto e delle partite Iva. Come scrive il Giorno, “esplosiva, secondo la Cgil, può diventare la situazione degli stranieri, che per effetto dell’applicazione della Bossi Fini e dell’ulteriore inasprimento previsto dal ‘pacchetto sicurezza’ di Maroni, potrebbero essere ricacciati nella quasi totalità verso forme di lavoro nero, senza diritti, senza sicurezza, sottopagati e con effetti anche di dumping sociale nei confronti degli italiani”.

Lavoro interinale e precari della scuola

Il settimanale Il Mondo offre uno spaccato del settore delle agenzie di lavoro interinale, il cui fatturato complessivo annuale a livello mondiale è di 234 miliardi di dollari. In Italia nel settore operano 80 agenzie, con 2.500 filiali in cui lavorano permanentemente 11.000 dipendenti. Nel 2007, sempre in Italia, ogni giorno hanno lavorato in totale mediamente 220.000 interinali (oggi si chiama lavoro somministrato), un dato in netto aumento rispetto ai 160.000 del 2006. Secondo le testimonianze raccolte dal Mondo presso agenzie del settore, “il mercato era scintillante fino ad agosto, ma dopo le ferie estive non è più ripartito: crescita zero per un paio di mesi, poi è cominciato il tracollo”. I dati precisi sono: -15% del business a dicembre, -35% a gennaio e -40% a febbraio. Un operatore del settore racconta infine che “nelle filiali cominciano a entrare persone mai viste prima, come i laureati con esperienza o i dirigenti in cerca di un posto”. Intanto in Lombardia negli ultimi 10 anni è raddoppiato il numero degli insegnanti precari. Lo dicono i dati del Ministero dell’istruzione, secondo i quali nel 1998 nella regione c’erano 11.287 insegnanti precari, mentre oggi sono 24.224. Ma ancora peggiore è la situazione per il personale non docente: qui i precari erano 2.806 nel 1998 e sono diventati 13.039 nel 2008, con un aumento del 365%. In totale i precari della scuola lombarda sono un esercito di 37.263 persone, contro le poco più di 14.000 di dieci anni fa. Con i tagli programmati alla scuola tali precari vedono ulteriormente allontanarsi la possibilità di raggiungere un contratto a tempo indeterminato.

Crisi anche per il settore moda e gli ambulanti

La crisi arriva anche per il settore della moda. La settimana milanese ha registrato compratori in calo del 20% e quelli che si sono fatti vedere hanno tagliato tutte le spese possibili: notti in albergo, taxi, cene al ristorante, shopping. Confermano le associazioni dei taxisti che parlano di un numero di corse inferiore del 40% rispetto alla settimana della moda dell’anno scorso. La crisi colpisce anche i circa 5.000 venditori ambulanti che lavorano nei 95 mercati rionali di Milano e che hanno un giro d’affari complessivo di 1,5 miliardi di euro all’anno, scrive la Repubblica. Secondo i dati dell’Apeca, il sindacato di categoria, il giro d’affari delle bancarelle è sceso rispetto ai mesi scorsi dal 20% al 40% a seconda della merce venduta. A calare sono soprattutto gli incassi degli ambulanti che vendono biancheria e capi di abbigliamento. Sono molti gli ambulanti che di fronte al calo delle vendite hanno deciso di dare in affitto la propria autorizzazione, nella maggior parte dei casi a stranieri.

La crisi vista dalla Padania

Il Corriere della Sera rileva che la Padania da inizio marzo ha dedicato per ben tre giorni consecutivi la prima pagina a temi economici, dopo avere praticamente ignorato fino a oggi la crisi. Quando in passato aveva pubblicato qualche timido articolo sul tema, il quotidiano leghista lo aveva sempre accompagnato con pezzi dai toni molto più incoraggianti. “Per dire: il calo dell’inflazione viene presentato, il 24 febbraio, come ‘Prezzi in calo’. La testata è arricchita di due titoli: ‘I consumi non si riducono’ e ‘Aumentano le imprese del settore cultura’. Fino a un secco ‘Finiamola con i corvi di Confindustria’. Un’impostazione che trova il suo culmine nel sorprendente ‘Veneto, 67esima economia mondiale’. In attesa del G68″, scrive il Corriere. Il 4 marzo, poi, la Padania ha pubblicato un articolo che esemplifica la linea del quotidiano leghista mirata a gettare acqua sul fuoco di fronte alla crisi, ricorrendo tra l’altro alla retorica dell’unità nazionale e/o padana. Commentando la proposta del Pd Franceschini di istituire un assegno di disoccupazione, la Padania afferma, in sintonia con i padroni, che “una simile operazione aumenterebbe il debito pubblico ed è una follia” e che la proposta “alimenta la sfiducia, il pessimismo, la depressione” – evidentemente secondo i leghisti la disoccupazione invece non alimenta questi sentimenti. L’assegno di disoccupazione “implica, alla lunga, maggiore debito e quindi maggiori tasse”, pertanto, se ne deduce, è preferibile che i lavoratori finiscano disoccupati senza alcuna tutela che rischiare imposte più alte per i padroni. Dopo avere lodato le capacità di preveggenza di Tremonti, che secondo la Padania avrebbe previsto la crisi ma che gli osservatori più attenti si ricordano invece come primo promotore in Italia della finanza creativa che ne è alle origini, il quotidiano leghista ricorre alla retorica nazional-popolare: “La situazione italiana è migliore di quanto appare. [...] La gente esige dal Parlamento concordia e toni rassicuranti, non già divisioni e polemiche inconcludenti”: tradotto nell’italiano di tutti i giorni significa, più o meno, “la Lega si fa garante del fatto che i nostri padroni e dirigenti sono tra i migliori e operano bene, nonostante l’evidente crisi. Quindi non lottate per il vostro diritto al lavoro e al reddito, ma chinate il capo e accettate gli ordini che vi piovono dall’alto”.

Umiliate e offese

Il contesto generale che abbiamo descritto sopra viene completato da un vero e proprio caso di “umiliazione e offesa”, quello delle cosiddette “scodellatrici” delle cooperative che gestiscono le mense scolastiche milanesi e che avevano scioperato nei giorni scorsi organizzando una manifestazione pubblica. Il loro caso è talmente eloquente che vale la pena di citare per intero l’articolo pubblicato su di loro dal Corriere della Sera e scritto da Rita Querzé: “«Chiedo scusa alla direzione scolastica, alla società Milano ristorazione e alla cooperativa La Centenaria per il mio comportamento scorretto». Comincia così la lettera che una decina di signore addette alla distribuzione dei pasti nelle scuole del Comune hanno scritto al loro datore di lavoro (la coop La Centenaria), al committente dell’appalto (Milano ristorazione) e, per conoscenza, alla direzione scolastica. Le «scodellatrici» chiedono scusa per aver scioperato l’11 febbraio scorso. Pentimento tardivo? Di sicuro così le addette alla refezione hanno cercato di tenersi stretto il posto di lavoro. Continua la lettera: «Io sottoscritta dichiaro che ieri non mi sono recata a scuola per somministrare i pasti ai ragazzi, pur consapevole che avrei creato un disservizio. Ho aderito allo sciopero per ordine dei sindacati». In fede, e la firma. La Cgil si è sentita chiamata in causa e ha risposto portando le lettere in tribunale con un ricorso ex articolo 28 dello statuto dei lavoratori per comportamento antisindacale. «Qui si sta violando il diritto di sciopero. Non solo: le dipendenti sono state umiliate, trattate come scolarette scoperte con le mani nella marmellata », si infervora Gianfranco Besenzoni, funzionario della Filcams Cgil di Milano. In città le addette alle refezioni scolastiche (in gran parte donne) sono circa 1.400. Professioniste che lavorano in media tre ore al giorno alle dipendenze delle cooperative a cui Milano ristorazione cede l’appalto. «Talvolta la catena degli appalti si allunga — spiega Besenzoni —. In questo caso, per esempio, la cooperativa sociale La Centenaria ha a sua volta ceduto parte del lavoro a una srl. Le condizioni di lavoro delle dipendenti sono precarie nonostante il contratto sia a tempo indeterminato. E quando una coop perde l’appalto a favore di un’altra, come era appena successo al momento dello sciopero, i dipendenti continuano a fare il lavoro passando alle dipendenze di chi si è aggiudicato il lavoro». Eravamo proprio in questa situazione l’11 febbraio scorso, il giorno dello sciopero. Le «scodellatrici» stavano transitando dalla cooperativa «Primavera » alla «Centenaria». «Molte all’ultimo si sono tirate indietro e ci hanno detto che non avrebbero scioperato per paura», racconta il funzionario della Cgil. Quelle che hanno tenuto duro, invece, hanno pagato dopo. «A due lavoratrici la cooperativa non voleva firmare l’assunzione che fino al giorno era un atto dovuto — conclude Besenzoni —. E un’altra decina per tenersi il posto ha dovuto chiedere scusa per lo sciopero». Sono 1400 In città le addette alle refezioni scolastiche (per la maggior parte donne) sono circa millequattrocento”.

(fonti: Corriere della Sera, 25 febbraio, 6 marzo, 7 marzo, 11 marzo; Repubblica, 18 febbraio, 26 febbraio, 3 marzo, 4 marzo, 13 marzo; L’Eco di Bergamo, 3 marzo; Il Giorno, 20 febbraio, 26 febbraio, 3 marzo, 6 marzo, 10 marzo, 13 marzo; La Provincia Pavese, 4 marzo; La Padania, 4 marzo; Il Mondo, 13 marzo; Il Cittadino di Lodi, 5 marzo)