L’Internazionale a Milano: gli Area tra musica e rivoluzione
Recensione collettiva (a cura di Andrea Ferrario) di:
- Gianpaolo Chiriacò, “Area. Musica e rivoluzione”, Stampa Alternativa, 2005, 115 pagine, 18,00 euro (con CD “Parco Lambro 1976″)
- Patrizio Fariselli, “Storie elettriche”, Auditorium, 2008, 186 pagine, 12,50 euro
A distanza di 30 anni dalla morte di Demetrio Stratos (l’anniversario esatto cadrà nel giugno di quest’anno) l’esperienza musicale e politica degli Area, il gruppo del quale era il cantante, rimane ancora del tutto attuale e resta uno dei capitoli più importanti della storia creativa di Milano. Nonostante nessuno di loro fosse originario della città (Stratos era greco e proveniva dall’Egitto, gli altri membri del gruppo provenivano quasi tutti dall’Emilia-Romagna), Milano è stata al centro della loro esperienza creativa, come testimoniano tra l’altro anche i due libri che recensiamo. A Milano infatti gli Area hanno trovato una base e un contesto politico e sociale ideali, e nella città hanno tenuto alcuni dei concerti più importanti della loro storia: dal loro primo “successo” pubblico come gruppo di apertura a un concerto di Joan Baez nel 1974 al Vigorelli, fino alle esibizioni ai Festival del Parco Lambro e al “concerto di rottura” del 1976 nell’Università Statale occupata. Senza contare che a Milano hanno incontrato il loro discografico (di fatto membro del gruppo) Gianni Sassi e che a Milano si è svolto nel 1979 il grande concerto in memoria di Demetrio Stratos. Lo conferma Fariselli, tastierista del gruppo, nel suo libro: “La Milano di allora era molto diversa da quella di oggi, manteneva ancora un forte carattere popolare ed era una città culturalmente vivace; era il terreno ideale per far crescere un gruppo come il nostro”, e ancora, a proposito del concerto del 1974 al Vigorelli, “da quel giorno Milano ci adottò e ci volle (quasi) sempre bene”.
Gli Area spiccano nel panorama musicale italiano degli anni settanta per avere infranto un contesto rigidamente segnato dai confini del pop commerciale, della canzone d’autore e del progressive “sinfonico-melodico”. Le armi che hanno utilizzato (“il mio mitra è un contrabbasso che ti spara sulla faccia”, così canta Stratos in “Gioia e rivoluzione”) sono state la capacità tecnica e la preparazione musicale, la consapevolezza politica e creativa, il rifiuto di ogni ortodossia e la passione per la libera inventività. Il “collettivo musicale” Area nasce più precisamente nel 1972 su iniziativa dell’esperto batterista Giulio Capiozzo, interessato a provare “roba nuova”, come ha detto lui stesso, al quale si è unito subito Demetrio Stratos (voce e tastiere), che aveva già una lunga esperienza come cantante di rhythm’n'blues (bellissima la sua voce in “Pugni chiusi” dei Ribelli). Al gruppo si uniscono poi il tastierista Patrizio Fariselli, Paolo Tofani alla chitarra e al sintetizzatore, il bassista Patrick Djivas e il sassofonista Eddy Busnello: è la formazione che darà vita nel 1973 al primo album “Arbeit Macht Frei”, dopo l’incontro con Gianni Sassi che aveva appena dato vita alla casa discografica Cramps e che apporterà un contributo decisivo al gruppo avvicinandolo alle tematiche delle avanguardie. A cominciare dal titolo (che ha fatto correre per un certo periodo la voce che gli Area fossero dei neonazisti!) e fino alla pistola P38 di cartone allegata all’album o al titolo del brano di impatto più diretto (“Luglio, agosto, settembre (nero)”), il disco si propone con un’immagine provocatoria, ma come precisa opportunamente Chiriacò, per gli Area la provocazione non è mai fine a se stessa. L’album si discosta radicalmente dal contesto sonoro dell’epoca. Per citare ancora le parole di Chiriacò: “i brani presenti in ‘Arbeit Macht Frei’ offrono immediatamente una grande varietà di forme, timbri e ritmi: si tratta di composizione aperte, sorte dal rifiuto dei limiti della forma canzone e dall’esplorazione di numerosi linguaggi. Elementi mutuati dal jazz, dalla musica concreta e dalle melodie balcaniche si possono rintracciare, miscelati tra loro, sin dalle prime note. [...] La pervicace ricerca ritmica rispecchia inoltre, come un preciso corrispettivo musicale, la volontà politica di superare convenzioni sociali e comode gabbie ideologiche”. Una musica antidogmatica, “un invito alla consapevolezza” (per usare le parole di Fariselli) reso più incisivo dai testi dei brani e dal canto originale di Stratos. Solo sei mesi dopo, nel 1974, e dopo un periodo di crisi conseguente all’abbandono di Patrick Djivas e di Eddy Busnello, gli Area pubblicano il secondo album, “Caution Radiation Area”, dopo avere accolto tra le loro fila il bassista Ares Tavolazzi e avere dato vita alla formazione definitiva del gruppo. L’apporto di Tavolazzi è fondamentale, la sua perfetta intesa con il batterista Capiozzo rende ancora più incisive le sezioni ritmiche e il gruppo si può lanciare anche sul terreno dell’improvvisazione. Si tratta di un album di ascolto più difficile rispetto al primo e che spinge maggiormente verso la sperimentazione. Il brano “Lobotomia”, nato da un’idea di Gianni Sassi, si spinge fino ai limiti dell’inascoltabilità e diventerà per gli Area un’occasione per la realizzazione di happening dal vivo. Nel 1975 esce l’album “Crac!”, dopo un’intensa attività di concerti in tutta Italia. Gli Area hanno trovato nel movimento, nelle feste del proletariato giovanile il loro interlocutore, un’evoluzione che si riflette in un brano gioioso e diretto, sia nella musica che nei testi, come “Gioia e rivoluzione” e nell’ironia recitata di “La mela di Odessa”. Nello stesso anno esce anche il live “Are(A)zione”, con una stupenda esecuzione critica e destrutturata dell’Internazionale. Un anno dopo è la volta di “Maledetti”, “un’operazione concettuale, di fanta-sociopolitica”, frutto di un contesto sociale contraddistinto dalla “voglia di creare nuovi rapporti interpersonali che trascendessero i normali legami economici o familiari, nuovi modi e stili di vita [...] la volontà di liberarsi dalle oppressioni della storia e del potere”, che culmina in un brano come “Caos parte seconda”. Gli Area, come anche in alcuni concerti, si aprono alla collaborazione di altri musicisti (dal sassofonista Steve Lacy al quartetto d’archi di Umberto Benedetti Michelangeli). Nel 1977, dopo l’abbandono di Paolo Tofani e la fine dei rapporti con la Cramps di Gianni Sassi, esce l’ultimo album del gruppo, “1978 Gli dei se ne vanno gli arrabbiati restano”. L’anno è cruciale, l’atmosfera di festa e gioia che permeava il movimento si è dissolta, all’orizzonte, anche se allora era difficile intuirlo, c’è già la svolta degli anni ’80. “La volontà di disgregare ogni costruzione ideologica”, scrive Chiriacò, “permea tutti gli elementi del disco. Se ne può avere la certezza a partire dalla scelta del titolo, che rimanda decisamente alla caduta dei miti eretti, o rispolverati, un decennio prima e ormai definitivamente affogati nel gorgo del 1977″. Lo si riscontra in brani come “Return from Workuta” e “Guardati dal mese vicino all’aprile”, o in un pezzo precorritore dei tempi come “Vodka Cola”, nel contesto complessivo di un album musicalmente più agile e strutturato rispetto ai precedenti. Dopo quest’ultimo disco gli Area si dividono: Fariselli, Tavolazzi e Capiozzo si orientano maggiormente verso il jazz (pubblicheranno con il nome Area ancora due album: “Tic&Tac” nel 1981 e “Chernobyl 7991″ nel 1997), Stratos prosegue la collaborazione con la Cramps nell’ambito della sperimentazione vocale. Nel 1979 però si ammala di aplasia midollare dilagante, gli amici organizzano per il 14 giugno un grande concerto all’Arena di Milano finalizzato a raccogliere fondi per le sue cure, ma il giorno prima Demetrio Stratos muore a New York e il concerto si trasforma in una commemorazione del grande musicista e, per inciso, è anche l’ultimo della stagione dei grandi concerti collettivi in Italia.
Questa a brevi linee la storia degli Area attraverso i loro album (ma va ricordato che, oltre ai vari album incisi dai singoli membri del gruppo e in particolare quelli numerosi di Demetrio Stratos, sono usciti postumi alcuni live come “Event ’76″ e “Concerto al Teatro Uomo”). Il libro di Chiriacò scava però molto più profondamente nella produzione musicale del gruppo, ivi compresa quella dal vivo, e nei suoi orientamenti politici, inscindibili dalla sua esperienza creativa. L’analisi del linguaggio musicale degli Area che l’autore fa nella seconda parte del libro è particolarmente interessante e porta alla luce alcuni elementi caratterizzanti e ricorrenti nei loro album, più precisamente il carattere mediterraneo, l’impronta jazzistica, le composizioni “in forma estesa”, il recitativo frammentato, l’operazione concettuale, la forma (quasi) canzone. Il libro è completato da una documentazione che va dai volantini dell’epoca, fino alle recensioni e alle interviste, e al cd allegato con registrazioni dal Festival del Parco Lambro del 1976. Chiriacò ha fatto, pur nella brevità del suo testo, un lavoro molto utile di analisi musicale e ricostruzione storica, senza mai cadere nella trappola del discorso sterilmente celebrativo, come purtroppo accade spesso nei libri sui musicisti rock, ma anche senza perdersi in superflui cerebralismi. Il libro di Patrizio Fariselli, tastierista del gruppo, è invece un libro di ricordi, pieno di vita e leggero nel migliore senso della parola. La sua scrittura è immediata e divertente, come quando racconta di un giorno in cui lui e Stratos erano “stanchi come se avessimo dovuto trascinare un blocco di pietra per la costruzione di una piramide in un film di Cecil B. De Mille”, o come quando racconta dell’incriminazione da parte dei carabinieri per “abuso di strumenti musicali” dopo un concerto al centro sociale Leoncavallo di Milano”, oppure ancora quando, ricordando il proprio servizio militare, descrive un maresciallo fascistone che faceva il bagno lavandosi con il Vim Clorex. Dal libro traspare l’atmosfera gioiosa che, pur tra mille fatiche e difficoltà, ha contraddistinto l’esperienza degli Area permeandone la musica. Ma il testo di Farinelli ci consente anche di capire più a fondo la portata politica e musicale della storia degli Area, e lo fa fin dalle primissime pagine: “Fu la musica il motore di quanto sto per raccontare, ovvero dell’irriducibile desiderio di alcuni ragazzi di praticare la propria arte senza compromessi. Lo show business avrebbe voluto che suonassimo in chiave di denaro, senz’altro scopo se non quello di compiacere il maggior numero di persone e vendere il più possibile. La sinistra ortodossa premeva per l’arte al servizio delle masse e tendeva a liquidare la complessità formale come ‘cervellotica antipopolare’. Noi eravamo determinati a seguire esclusivamente la nostra ispirazione e a fare i conti soltanto con il nostro talento. In un’epoca in cui tutti vogliono qualcosa da te, questo atteggiamento è già di per sé rivoluzionario”. Leggendo il suo libro scopriamo come sono nati pezzi fondamentali come “Lobotomia”, “Caos parte seconda” e l’”Internazionale”. L’esecuzione di quest’ultima al Festival del Parco Lambro viene (giustamente) paragonata da Fariselli alla “Star Spangled Banner” eseguita da Jimi Hendrix a Woodstock, con un’aggiunta importante: “la dissoluzione musicale dell’inno dei lavoratori suonò come presagio della successiva trasformazione degli eventi e delle idee”. “Storie elettriche” ci consente poi di respirare l’atmosfera dei concerti dal vivo degli Area, visti dalla parte del palco. Ma è anche una testimonianza dell’incredibile energia e dell’attivismo del collettivo musicale, impegnato dentro il movimento, sempre disponibile a sostenere le iniziative politiche e le radio libere. Il loro impegno era davvero a tutto campo: in alcune pagine molto belle Fariselli racconta per esempio dell’esperienza sua e di Stratos nelle scuole elementari e medie dove si erano recati per parlare di musica agli alunni (“nelle nostre incursioni volevamo lasciare un segno, un ricordo che funzionasse da metro di paragone, per quando, crescendo, i ragazzi si sarebbero confrontati con l’omologazione e la mediocrità della musica commerciale di intrattenimento”), o del concerto a Trieste nell’ospedale psichiatrico diretto da Franco Basaglia, su invito di quest’ultimo. Una storia, quella degli Area, che trova un seguito anche nella successiva produzione di Fariselli (per esempio nel suo bell’album “Area, variazioni per pianoforte”) e nelle attività che egli ha svolto negli ultimi anni, dalla composizione, alle collaborazioni nell’ambito del teatro e del balletto, alle esperienze in una trasmissione tv per bambini.
Nel complesso, i due libri riportano in vita in tutta la sua attualità l’esperienza di un gruppo che, tra le altre cose, ha scritto alcune delle pagine più belle ed entusiasmanti della creatività di Milano, prima che prendessero definitivamente il sopravvento i suoni “in chiave di denaro”.
