30
mar
09

Donne, lavoratrici e milanesi

Donne, lavoratrici e milanesi

Recensione di: Fiorella Imprenti, “Operaie e socialismo. Milano, le leghe femminili, la Camera del Lavoro (1891-1918)”, Franco Angeli, 2007, 294 pagine, euro 23,00 (a cura di Andrea Ferrario)

La bibliografia sul lavoro e le lotte politiche a Milano a cavallo tra fine ottocento e inizio novecento è vastissima. “Operaie e socialismo” di Fiorella Imprenti aggiunge tuttavia al mosaico una tessera che gli mancava, quella di uno studio specifico sulle donne lavoratrici e sulla loro partecipazione al movimento socialista. Si tratta di aspetti che non sono certo di secondo piano, considerato tra l’altro che all’epoca circa il 40% della popolazione femminile era occupata e in alcuni settori del lavoro era in netta maggioranza. Non ci sarebbe nemmeno bisogno di specificarlo, ma a esempio di quanto ancora oggi sopravvivano i pregiudizi del passato in tema di questione femminile, Andreina Clementi lamenta nella sua prefazione che recentemente, durante un corso universitario, un giurista ha detto che “la costituzione tutela le donne poiché dedica molta attenzione ai diritti delle minoranze”, nonostante la popolazione femminile in Italia sia più del 51% del totale. Pregiudizi che anche all’epoca erano ben presenti all’interno del movimento operaio, ai cui vertici sedevano pressoché esclusivamente uomini, e che erano alimentati sia dalla cultura paternalista e maschilista, sia da una condizione di sfruttamento in cui le donne venivano retribuite dai padroni molto meno degli uomini e considerate di riflesso da questi ultimi non solo meno capaci, ma anche una pericolosa concorrenza in termini salariali. Il cammino che le donne milanesi hanno compiuto verso l’emancipazione, tra sfruttamento senza limiti e maschilismo imperante, è stato quindi durissimo, ma ha avuto anche momenti entusiasmanti, in particolare quando i successi ottenuti hanno aperto varchi su entrambi i fronti.

Il libro è articolato in cinque capitoli. Il primo esamina in generale il ruolo delle operaie all’interno del movimento socialista e delle leghe operaie, nonché il loro ingresso nella Camera del Lavoro. I rimanenti analizzano nei dettagli la vita, le lotte e le modalità di organizzazione delle operaie di Milano nei settori e nelle fabbriche in cui la presenza femminile era maggiore. Si va quindi dalle tessili, alle sarte e sartine, alle operaie della Manifattura Tabacchi (un caso particolare, perché di proprietà statale), alle orlatrici in calzature. Il lavoro compiuto da Imprenti sulle fonti è minuziosissimo e offre un panorama particolarmente vivo grazie al massiccio ricorso alle testimonianze della stampa democratica dell’epoca. Ne emerge un quadro il cui interesse va ben al di là del tema del crescente affermarsi delle donne, tra mille difficoltà, all’interno del movimento socialista. Difficoltà dovute oltre ai fattori già citati sopra, anche alla minore capacità contributiva delle operaie, largamente sottopagate, e all’arduo compito di affermare contemporaneamente i propri diritti di donne nell’ambito del movimento stesso e i propri diritti come lavoratrici nel più ampio contesto milanese. L’autrice, accanto al prezioso lavoro storiografico, riesce a offrire al lettore anche pagine davvero avvincenti sulle singole protagoniste e sulle lotte collettive della lavoratrici di Milano. Particolarmente interessanti sono le pagine sulle conferenziere operaie, vere e proprie professioniste della propaganda femminile e operaia che giravano la Lombardia e altre regioni per incontrare le loro colleghe e stimolarne la capacità organizzativa, promuovendo l’emancipazione femminile e la lotta di classe. E’ il caso per esempio di Carolina Annoni, che nelle sue peripezie nel nord e centro Italia doveva fare fronte a ogni forma di boicottaggio: “si andava da contro-feste organizzate dalla parrocchia o dal municipio a processioni scandite a suon di padelle, dall’estemporaneo passaggio di una banda musicale a improvvisi e persistenti scampanii”, scrive Imprenti. O quello di Maria Giudice che nell’estate del 1903 tenne ben 19 conferenze in soli 23 giorni nel biellese, scontrandosi anche lei con gli anatemi dei preti, come il parroco di Prà Trivero che non esitò a colpirla con un anatema in chiesa di fronte alle fedeli riunite, o come l’ancora più furioso prete di Pescarenico che, racconta l’autrice, “dopo avere consigliato alle donne di tirarle delle patate cotte, tentò di coprire le sue parole con il suono delle campane e, dato che l’oratrice riusciva lo stesso a farsi sentire urlando fino a sgolarsi, guidò la banda musicale del paese proprio nella piazza del comizio. A questo punto Maria Giudice, dopo aver chiesto inutilmente l’intervento del delegato di Pubblica sicurezza, lasciò da parte la diplomazia e scoppiò in un violento e non preparato sfogo contro gli artifici dei preti, attirandosi le simpatie dei presenti”. Se questi brani possono fare sorridere, i dati sulle condizioni in cui lavoravano le donne, ancora più sfruttate dei loro già sfruttatissimi colleghi uomini, fanno rabbrividire. Le tessili per esempio, a fronte di un salario da fame, lavoravano 10-12 ore al giorno, spesso con turni notturni di uguale durata, per sei giorni alla settimana, in condizioni nella maggior parte dei casi a dir poco spaventose, tra umidità, esalazioni nocive e mancanza assoluta di aerazione nelle fabbriche. Tra le tessitrici si aggirava poi lo spettro del “bacio della morte”, come veniva definito il gesto di risucchiare con le labbra il filo per farlo passare nella cruna della navetta, aspirando così polveri e residui venefici ed esponendosi in più al rischio di infezioni e contagi, dato che le navette erano usate in comune con le altre operaie. A Milano lavoravano, con gli stessi orari e in condizioni uguali, non solo moltissime minorenni, ma anche vere e proprie bambine di 8-12 anni. Il loro numero era particolarmente alto nel settore della sartoria, dove le lavoratrici di ogni età erano già sottoposte alla pratica umiliante di ricevere un salario bassissimo perché considerato come complementare a quello dei loro padri o mariti. In queste situazioni disumane sono tuttavia emerse esperienze entusiasmanti, come quella dello sciopero delle piscinine del 1902. Le piscinine erano bambine che lavoravano come apprendiste sarte e che venivano incaricate di effettuare le consegne in scatoloni che spesso pesavano più di loro. Il 23 giugno 1902 il loro malcontento esplose e alcune di loro, capitanate dalla quattordicenne Giovannina Lombardi, si autorganizzarono, chiamarono a raccolta le colleghe di altri stabilimenti e organizzarono un corteo spontaneo di 250 bambine e ragazzine che giunse fino al Duomo dove, mentre cantava in coro l’Inno dei Lavoratori, venne disperso dalla polizia che ne arrestò alcune. Tra le loro richieste stilate in 7 punti con l’aiuto della Camera del Lavoro alla quale si erano rivolte per un aiuto lo stesso pomeriggio (e dove il segretario Scaramuccia aveva tenuto loro un comizio in dialetto milanese), c’erano un minimo di paga giornaliera di 50 centesimi, una giornata lavorativa di 10 ore, la regolamentazione del peso degli scatoloni, il pagamento degli straordinari e l’abolizione dei servizi domestici (spesso le piscinine erano costrette a farli la domenica presso le abitazioni dei padroni). Grazie anche all’aiuto di Carolina Annoni, e all’attenzione della stampa, la loro lotta ebbe successo e le piscinine successivamente organizzarono anche una loro società con il sostegno dell’Unione Femminile. Si tratta di uno sciopero che a più di cento anni di distanza appartiene a pieno titolo alla mitologia della storia milanese. Imprenti riferisce con grande minuzia di particolari decine di altri casi di scioperi, come per esempio quelli durissimi e prolungati dello stabilimento Da Rè tra l’inverno 1897 e l’estate 1899 (anche in questo caso con un boicottaggio “ecclesiastico”: le suore che accompagnarono a Milano come ignare “crumire” una settantina di inesperte ragazze liguri), un bell’esempio di autorganizzazione e di tenacia delle lavoratrici milanesi.

“Operaie e socialismo” è quindi contemporaneamente un utile e preciso lavoro di storia, che copre con grande precisione un aspetto finora mai trattato a fondo nella storiografia sull’epoca, e un libro che offre pagine vive e in presa diretta che sono di estremo interesse non solo per chi rivolge la propria attenzione ai temi del lavoro e dell’emancipazione femminile, ma anche per chi più in generale vuole approfondire la storia di Milano.