Le realtà della Cina di oggi
di Martin Hart-Landsberg,da “Solidarity” (http://www.solidarity-us.org), dicembre 2008
L’interesse per l’esperienza delle riforme di mercato applicate in Cina dopo il 1978 rimane forte e ciò per un motivo ovvio: la Cina viene comunemente considerata uno dei paesi in via di sviluppo di maggior successo dei tempi moderni. L’economia cinese ha registrato tassi di crescita record lungo un periodo di tempo protratto, unitamente a una massiccia trasformazione industriale. A rendere l’interesse più forte si aggiunge l’affermazione del governo cinese secondo cui tale successo costituirebbe una dimostrazione sia della praticabilità sia della superiorità del “socialismo di mercato”.
A sinistra vi è chi condivide questa visione celebrativa dell’esperienza cinese, convinto che quest’ultima costituisca un’efficace confutazione del mantra neoliberale che continua a dominare il pensiero economico. Tali persone incoraggiano pertanto gli altri paesi a prendere come modello il processo graduale, e controllato dallo stato, di passaggio al mercato, di privatizzazione e di deregolamentazione delle attività economiche che viene applicato in Cina. Un numero limitato ma significativo di tali persone condivide l’opinione del governo cinese secondo cui la Cina ha effettivamente introdotto per prima un nuovo tipo di socialismo.
Molti a sinistra sono convinti anche che presto la Cina potrebbe essere in grado di fare da perno per un sistema economico internazionale alternativo, offrendo così agli altri paesi l’opportunità di ridurre la loro dipendenza dall’attuale sistema dominato dagli USA e di perseguire strategie di sviluppo autonome*.
Sfortunatamente, come argomentiamo qui sotto, tale visione positiva dell’esperienza cinese non trova giustificazioni. In primo luogo, nonostante le affermazioni dei leader cinesi, la Cina non sta introducendo alcuna nuova forma di socialismo di mercato – le riforme hanno invece semplicemente portato alla restaurazione del capitalismo. Di conseguenza, le dinamiche interne alla Cina sono chiaramente ostili alla creazione di ogni alternativa anticapitalistica. In secondo luogo, le riforme hanno prodotto un processo di crescita sempre più basato sullo sfruttamento, un processo che sta generando una notevole ricchezza per una piccola minoranza a un costo inaccettabile per la grande maggioranza dei lavoratori cinesi.
Infine, il processo di crescita della Cina è oggi strutturalmente intrecciato con, e dipendente dal, funzionamento di un processo più ampio di ristrutturazione regionale e interna, controllato dal capitale transnazionale. La conseguenza è che la Cina non solo è incapace di fare da perno per un’economia globale alternativa, ma la sua dinamica di accumulazione contribuisce in realtà al rafforzamento delle strutture di potere internazionali esistenti, nonché agli squilibri e alle tensioni globali che esse generano.
La posta in gioco in questo dibattito sulla natura e il significato dell’esperienza cinese è alta. Per esempio, la sinistra che sostiene l’esperienza di riforme cinese alimenta, coscientemente o meno, la convinzione errata secondo cui il socialismo può essere costruito attraverso l’uso dei mercati e una più stretta integrazione nelle dinamiche di accumulazione capitalista globale. Ciò porta come minimo a una confusione sulla natura del socialismo e su quella del capitalismo.
E’ più che una semplice diatriba teorica: in molti paesi – tra i quali Cuba, il Venezuela, il Sudafrica e il Brasile – si trovano sostenitori del socialismo secondo cui i rispettivi governi dovrebbero implementare politiche di riforma di mercato secondo lo stile cinese.
I lavoratori cinesi stanno cominciando a sfidare, in numero sempre maggiore, le politiche dello stato cinese, non solo in reazione allo sfruttamento di cui sono oggetto, ma anche per il loro rinnovato interesse per il socialismo. E’ pertanto di importanza vitale che noi giungiamo a una comprensione precisa dell’esperienza cinese, sia per dare sostegno a chi cerca una ripresa del socialismo in Cina sia per garantire che gli sforzi di trasformazione sociale messi in atto in altri paesi non siano compromessi da un’errata comprensione dei pericoli degli imperativi di mercato e capitalistici.
LA TRASFORMAZIONE STRUTTURALE DELLA CINA
Nel 1978, due anni dopo la morte di Mao, la leadership del Partito Comunista Cinese, guidata da Deng Xiaoping, ha deciso di basare l’economia in misura sempre maggiore sugli elementi di mercato. La leadership affermava allora che tale passo era necessario al fine di superare i crescenti problemi economici del paese, che a quanto sosteneva erano stati causati dal sistema eccessivamente centralizzato di pianificazione statale e di produzione dell’epoca di Mao.
La maggioranza dei cinesi desiderava sicuramente cambiamenti in campo politico ed economico. Deng e i suoi seguaci, tuttavia, hanno fortemente sopravvalutato la gravità dei problemi esistenti e, aspetto ancora più importante, hanno ignorato la richiesta popolare di tentare altre risposte che non fossero basate sulle riforme di mercato.
Una volta avviato, il processo di riforma di mercato è diventato rapidamente incontrollabile (1). Ogni fase ha generato nuove tensioni e contraddizioni che potevano essere risolte unicamente (data l’opposizione della leadership ad alternative incentrate sulla comunità dei lavoratori) attraverso un’ulteriore espansione degli elementi di mercato. La “strada scivolosa” delle riforme di mercato ha così portato a privilegiare infine le dinamiche di mercato rispetto alla pianificazione, la proprietà privata rispetto alla proprietà pubblica, e le imprese e i mercati esteri rispetto a quelli nazionali.
Oggi le transazioni economiche si svolgono in misura schiacciante in base a prezzi di mercato. La quota delle vendite al dettaglio effettuate secondo prezzi determinati dal mercato è aumentata dal 3% del 1978 al 96,1% del 2003. Per i beni strumentali la quota è cresciuta da zero all’87,3% nel corso dello stesso periodo (2).
Risulta evidente anche la crescente predominanza del settore privato nel comparto industriale. Nel 1978 le imprese statali erano responsabili di tutto il valore aggiunto del settore industriale della Cina (definito come estrazione, utenze pubbliche e produzione). Nel 2003 la quota del settore privato era maggiore di quella del settore statale: 52,3% rispetto a 41,9% (3). Ma anche questa quota statale diminuita sovrastima l’effettivo “peso economico” della produzione statale.
Prendendo atto del fatto che molte imprese statali sono ora controllate congiuntamente da interessi privati – per mezzo di joint venture o di quote azionarie – l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) classifica le aziende statali come controllate direttamente o indirettamente, a seconda del fatto che la quota statale del capitale interamente versato sia maggiore del 50% del totale o meno. Nel 2003 le imprese controllate direttamente dallo stato erano responsabili di solo il 22,9% del valore aggiunto industriale, meno di un quarto del totale.
La sempre minore importanza strategica del settore statale si fa ancora più chiara se restringiamo il nostro campo di analisi alla produzione. L’OCSE ha diviso il settore produttivo cinese in due gruppi. Il primo include i cinque settori che continuano a essere dominati dalla produzione statale: lavorazione del petrolio e cokizzazione, fusione e pressatura di metalli ferrosi, fusione e pressatura di metalli non ferrosi, lavorazione del tabacco e mezzi di trasporto.
Il secondo e più ampio gruppo (che è responsabile del 75% del valore aggiunto della produzione) è dominato dall’impresa privata. Questo gruppo è costituito da 23 diversi settori produttivi, tra i quali vi sono la lavorazione degli alimenti, i prodotti tessili, l’abbigliamento, le sostanze chimiche, i medicamenti e i prodotti farmaceutici, le plastiche, i macchinari ordinari, i macchinari per fini speciali, le apparecchiature elettriche, le apparecchiature elettroniche e per le telecomunicazioni. Come spiega l’OCSE:
“Nel 1998 il settore privato produceva la quota più alta di valore aggiunto in soli 5 di questi 23 [...] settori produttivi. Nel 2003 ciò valeva per tutti questi 23 settori. Inoltre, in metà di essi, le aziende private erano responsabili di oltre tre quarti della produzione. Nel complesso, in questi 23 settori, due terzi della forza lavoro è alle dipendenze di privati che producono due terzi del valore aggiunto di questi settori e sono responsabili del 90% delle loro esportazioni” (4).
Le imprese a controllo statale rimangono importanti e lo stato cinese continua a esercitare il controllo su settori critici dell’economia, ma queste aree di influenza sono ora largamente limitate alla sfera finanziaria e ad attività supportate dalla proprietà statale di risorse naturali. Così, nel 2006, tre società petrolifere statali erano responsabili di metà degli utili dei 160 maggiori “monopoli e oligopoli di proprietà privata”. In realtà, “fino all’80% dell’aumento anno su anno degli utili realizzato nel 2006 da tutte le imprese cinesi era attribuibile a [...] gruppi finanziari monopolistici o a aziende monopolistiche nelle aree del petrolio e del petrolchimico, dell’elettricità, del carbone e dei metalli”. (5)
Anche il capitale estero svolge un maggiore ruolo nell’economia cinese. La quota di produttori esteri nelle vendite totali di manufatti della Cina è cresciuta dal 2,3% nel 1990 al 31,3% nel 2000 (6). Ancora più eloquente è forse il fatto che un rapporto governativo del 2006 abbia concluso che il capitale estero detiene la maggioranza degli attivi in 21 dei 28 principali settori industriali del paese (7).
Una conseguenza di questi sviluppi è che la crescita economica della Cina è diventata sempre più dipendente dalle esportazioni dei produttori esteri. Le aziende estere dominano l’attività di esportazione della Cina: la loro quota delle esportazioni totali della Cina è cresciuta dal 2% nel 1985 al 58% nel 2005 (e arriva all’88% per le esportazioni di alta tecnologia) (8).
Inoltre, queste esportazioni vengono prodotte in misura sempre maggiore da aziende con un controllo estero al 100%. Un esempio per tutti: la quota delle esportazioni relative a computer prodotte da aziende con controllo estero al 100% è aumentata dal 51% al 75% nel corso del periodo 1993-2003 (9). In conseguenza di questa tendenza, il rapporto tra le esportazioni e il PIL ha fatto un balzo dal 16% nel 1990 al 40% nel 2006.
Per riassumere, sebbene i pianificatori e le imprese statali continuino a svolgere un importante ruolo nell’economia cinese, il potere dello stato è stato utilizzato al fine di dare vita a un processo di accumulazione che attualmente è dominato da aziende private (orientate al profitto), guidate da società multinazionali e la cui produzione è ampiamente indirizzata verso i mercati di altri paesi (perlopiù paesi a capitalismo avanzato).
Indipendentemente da quale valutazione si formuli delle prestazioni dell’economia cinese, è difficile immaginarsi come questi sviluppi possano essere considerati tali da porre le basi per un’alternativa al capitalismo, a livello nazionale o internazionale. Essi portano piuttosto alla conclusione che in Cina è stato reinstaurato il capitalismo.
CONSEGUENZE SOCIALI DELLE RIFORME DI MERCATO
Molti a sinistra non sono più interessati al dibattito sul carattere socialista o meno della Cina e preferiscono discutere del fatto che la crescita e la trasformazione della Cina abbia o meno portato a uno sviluppo economico “positivo”. Per la maggioranza la risposta è un inequivocabile “sì”. Questa risposta sembra basarsi largamente su una serie di indicatori limitata, ma rilevante: tassi di crescita degli investimenti esteri, esportazioni e PIL.
Se ampliamo il nostro concetto di sviluppo, tuttavia, fino a includere gli indicatori del benessere della classe lavoratrice, le risposte mutano drasticamente di segno. La realtà è che le politiche di riforma del mercato cinese hanno creato un processo di crescita sostenuto da condizioni di lavoro e di vita sempre più dure per la grande maggioranza dei cinesi.
La cosa che forse più sorprende è che la rapida crescita del paese ha mancato di generare opportunità di impiego adeguate. Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), nel corso del periodo 1990-2002 l’occupazione (regolare) totale urbana nel settore della produzione è in realtà calata da 53,9 milioni a 37,3 milioni (10). E sebbene vi sia stato un leggero aumento dell’occupazione urbana totale, tale incremento riguarda quasi per intero il lavoro non regolare, termine con il quale si intendono i salari occasionali e l’autoimpiego – di norma nei settori delle costruzioni, della pulizia e della manutenzione dei locali, del commercio al dettaglio, della vendita in strada, dei servizi di riparazione o dei servizi domestici.
Più specificamente, anche se l’occupazione urbana totale è cresciuta in tale periodo di 13 anni di 81,7 milioni di unità, 80 milioni di tale crescita sono attribuibili ad attività irregolari. La conseguenza è che oggi i lavoratori irregolari costituiscono la più grande singola categoria di occupati urbani – come avviene in Africa e in America Latina, dove tale esito viene attribuito alla stagnazione dell’accumulazione di capitale. I rapporti dell’ILO parlano inoltre di tassi di partecipazione della forza lavoro in calo e di tassi di disoccupazione a due cifre per la popolazione che risiede in aree urbane.
Il processo di riforma ha comportato un prezzo particolarmente alto per i dipendenti statali. Secondo i dati del governo cinese, le imprese statali hanno licenziato 30 milioni di lavoratori nel corso del periodo 1998-2004. Al 21 giugno 2005, 21,8 milioni di loro lottavano per sopravvivere con una “indennità di contingenza”, l’ammortizzatore sociale di base corrisposto a tutti gli abitanti poveri delle aree urbane. Nel giugno 2005 tale indennità era di circa $19 al mese (11).
Naturalmente vi è stata una crescita dei posti di lavoro nel settore privato, in particolare nelle aziende che producono per l’esportazione. Ma la maggior parte dei nuovi posti di lavoro hanno retribuzioni basse a fronte di condizioni di lavoro molto scarse. “Anche dopo essere raddoppiato tra il 2002 e il 2005, lo stipendio medio nel settore della produzione cinese era di soli 60 centesimi di dollaro USA all’ora, rispetto a $2,46 in Messico (12)”.
Un recente rapporto sulla forza lavoro in Cina scritto da Verite Inc., una società USA che fornisce consulenze ad aziende multinazionali sulle pratiche d’impresa responsabili, ha rilevato la presenza di “problemi sistematici riguardo alle pratiche di pagamento negli stabilimenti cinesi che producono per l’esportazione, il cui risultato è la sottrazione ai lavoratori di almeno il 15% del loro stipendio (13)”. La sicurezza sul lavoro è un problema ancora maggiore. Secondo fonti governative cinesi ufficiali, circa 200 milioni di lavoratori lavorano in condizioni “pericolose”. “A livello nazionale, ogni anno ci sono più di 700.000 incidenti sul lavoro di grave entità che causano 130.000 decessi” (14).
Una spiegazione di importanza critica, ma spesso ignorata, della competitività della Cina in campo produttivo è data dal fatto che circa il 70% del lavoro nel settore manifatturiero viene svolto da migranti. Nel corso degli ultimi 25 anni, circa 150-200 milioni di cinesi si sono trasferiti dalle campagne alle aree urbane in cerca di impiego.
Questi lavoratori migranti, pur essendosi trasferiti nella maggior parte dei casi senza violare la legge, sono oggetto di enormi discriminazioni. Per esempio, poiché in virtù del sistema di registrazione cinese rimangono classificati come residenti di aree rurali, non solo devono pagare tariffe esorbitanti per registrarsi come residenti urbani temporanei, ma non hanno nemmeno diritto ai servizi pubblici che vengono messi a disposizione di coloro che sono residenti urbani fin dalla nascita (e che includono educazione, assistenza sanitaria e alloggio gratuiti o sovvenzionati, nonché pensioni). Lo stesso vale per i loro figli, anche nel caso in cui siano nati in un’area urbana.
La conseguenza è che i lavoratori migranti sono facilmente sfruttabili. Di norma lavorano 11 ore al giorno, 26 giorni al mese. La maggior parte di essi non riceve alcuna indennità di lavoro straordinario e di solito guadagna da un quarto alla metà della retribuzione corrisposta ai residenti urbani (15).
L’efficacia complessiva delle politiche del lavoro cinesi (che sono state messe a punto con l’obiettivo primario di aumentare la competitività delle esportazioni) è bene illustrata dai recenti trend dei salari e dei consumi. In Cina i salari come quota del PIL sono scesi da circa il 53% del Prodotto Interno Lordo nel 1992 a meno del 40% nel 2006. Anche i consumi privati in termini di percentuale del PIL sono scesi, passando da circa il 47% al 36% nel corso dello stesso periodo. Per un raffronto, i consumi privati come percentuale del PIL sono superiori al 50% in Gran Bretagna, Australia, Italia, Germania, India, Giappone, Francia e Corea del Sud; sono superiori al 70% negli Stati Uniti (16).
Come afferma l’Economist, “il calo del rapporto tra consumi e PIL [...] si spiega in larga parte con una drastica diminuzione della quota di reddito nazionale che va ai nuclei familiari (in forma di salari, indennità statali e reddito da investimenti), mentre allo stesso tempo sono cresciute le quote delle entrate dello stato e dei profitti”. La realtà, secondo l’Economist, è che “negli ultimi anni molti paesi hanno registrato un calo della quota del reddito della forza lavoro, ma in nessun altro luogo del mondo il calo è stato così enorme come in Cina” (17).
Ci troviamo di fronte a un circolo vizioso: più diminuisce la quota di reddito che va ai lavoratori, più le dinamiche economiche rafforzano l’orientamento alle esportazioni dell’economia cinese e ciò stimola l’implementazione di nuove politiche per deprimere il livello di vita dei lavoratori.
Naturalmente la crescita e la trasformazione industriale della Cina hanno generato anche una grande ricchezza, che ha portato a un’esplosione delle disuguaglianze e alla formazione (o al consolidamento) di nuove relazioni di classe. Uno studio condotto dalla Banca Asiatica per lo Sviluppo su 22 paesi in via di sviluppo dell’Asia Orientale è giunto alla conclusione che la Cina è diventata il secondo paese più ineguale della regione, dopo il Nepal. Si tratta di un dato che non sorprende, se si pensa che nel corso di un periodo di circa dieci anni (dall’inizio degli anni ’90 ai primi anni 2000) la Cina ha registrato il secondo più alto incremento della disuguaglianza, ancora una volta dopo il Nepal (18).
I risultati dello studio della Banca Asiatica per lo Sviluppo sono significativi, ma non danno un’immagine adeguata della reale concentrazione di ricchezza che ha accompagnato e motivato il programma di riforme di mercato della Cina. Secondo il Boston Consulting Group, nel 2005 la Cina aveva 250.000 nuclei familiari milionari, in termini di dollari USA (escludendo il valore della prima casa), il sesto maggiore dato totale nazionale del mondo. Questo gruppo, pur costituendo solo lo 0,4% del totale dei nuclei familiari cinesi, deteneva il 70% della ricchezza del paese (19).
Secondo una classifica annuale delle persone più ricche della Cina, il numero di miliardari in termini di dollari USA è cresciuto da uno nel 1999 a 106 nel 2007 (più di ogni altro paese, fatta eccezione per gli Stati Uniti) (20). I nuovi ricchi cinesi non si sono certo limitati nello spendere il loro denaro: “LVMH Moet Hennessy Louis Vutton, il principale produttore mondiale di beni di lusso, prevede di aprire da due a tre punti di vendita ogni anno in Cina, dove le vendite crescono al ritmo del 50% all’anno. Financier Richemont, il secondo del mondo, prevede di quadruplicare le vendite in Cina nel giro di cinque grazie all’aumento delle vendite di gioielli Cartier e di orologi Piaget” (21).
Ci sono chiari segni del fatto che il Partito Comunista comincia a preoccuparsi del rischio che l’ampliamento delle disuguaglianze di reddito (e di consumi) alimenti ulteriormente il risentimento popolare per il deterioramento delle condizioni di impiego, di salute, di alloggio, dell’ambiente e di pensionamento. E ne ha buoni motivi: il numero di “agitazioni che turbano l’ordine pubblico” di grande scala è cresciuto da 58.000 nel 2003 a 74.000 nel 2004, a 87.000 nel 2005 ed è stimato a 94.000 per il 2006 (22). Particolarmente preoccupante per la leadership è il numero di scioperi, sempre più efficaci e militanti, presso gli stabilimenti di proprietà estera che producono per l’esportazione (nonostante il fatto che gli scioperi rimangano illegali in Cina).
Poiché le repressioni non sono riuscite a contrastare l’ondata crescente di proteste, il Partito ha cominciato ad avviare anche una serie di iniziative di riforma. Tali iniziative sono mirate a smorzare i peggiori eccessi generati dalla strategia di crescita della Cina, senza modificarne radicalmente l’orientamento. Per esempio, il governo centrale ha approvato una nuova Legge sui contratti di lavoro che è entrata in vigore l’1 gennaio 2008 (23). Le Camere di Commercio dell’Europa e degli Stati Uniti si sono entrambe aspramente opposte a questa iniziativa e sono intervenute pesantemente nel corso della redazione della bozza al fine di ridurne la portata, riuscendo nei loro intenti.
La legge approvata prevede, tra le altre cose, che tutti i datori di lavoro forniscano ai loro dipendenti un contratto scritto (cioè qualcosa che la maggior parte dei lavoratori non possiede, oppure non ha mai nemmeno visto) che specifichi i termini di impiego e includa indennità pensionistiche e assicurative. La nuova legge richiede inoltre che le aziende paghino un premio per il lavoro straordinario e per quello svolto durante i fine settimana.
Anche se la nuova legge ha generato un netto aumento delle vertenze (che per la maggior parte riguardano casi di mancato pagamento di stipendi o di premi per il lavoro straordinario), il suo impatto sulle condizioni di impiego appare limitato (anche nelle aree che intendeva affrontare) (24). Molte aziende aggirano la legge riducendo il loro impiego di lavoratori “regolari” (alcune lo hanno fatto prima che la legge entrasse in vigore), facendo invece affidamento su lavoratori forniti da agenzie di lavoro in affitto o aumentando il ricorso a relazioni di subappalto.
Alcune aziende ora pagano i lavoratori gli stipendi previsti dai rispettivi contratti e rispettano le norme sulle ferie e il lavoro straordinario, ma riducono i guadagni dei lavoratori aumentando le tariffe che questi ultimi devono pagare per i dormitori e le mense aziendali. Alcune aziende di proprietà estera stanno minacciando di spostare la produzione in altri luoghi della Cina, o addirittura al di fuori di essa, se i lavoratori avanzeranno le loro rivendicazioni con eccessiva decisione.
Inoltre il complesso processo di risoluzione delle dispute a più livelli rimane lento e costoso, rendendo difficile ai lavoratori costringere le aziende riluttanti ad adeguarsi agli standard più alti previsti dalla nuova legge. Infine, ed è l’aspetto più importante, la nuova legge continua a consentire ai governi locali, e pertanto ai datori di lavoro, di operare una differenza tra i lavoratori nati in un’area urbana e i lavoratori migranti; a questi ultimi continuano a essere negate le indennità di disoccupazione o altri strumenti di previdenza sociale.
Uno dei principali motivi per cui molti nella leadership del Partito Comunista continuano a opporsi all’apporto di cambiamenti fondamentali nell’attuale strategia di crescita della Cina, nonostante i suoi devastanti effetti sui lavoratori, è che essi stessi sono tra i sui maggiori beneficiari. Il fatto di trovarsi nella posizione di potere decidere il processo di riforma ha consentito loro di utilizzare beni statali per l’arricchimento personale, per collocare parenti e amici in posizioni dirigenziali che consentono di realizzare profitti, sia nel settore statale che in quello privato, e per garantire che la classe capitalista in rapida crescita continui a dipendere dalla benevolenza del Partito.
Ciò a sua volta ha portato a una fusione delle elite partito-stato-capitaliste sulla base dell’impegno comune a continuare a promuovere un’economica politica capitalista dalle “caratteristiche cinesi”.
I risultati di questi sviluppi sono evidenti. Molti figli di funzionari di partito di primo piano (noti come i “principini”) sono stati nominati a posizioni chiave “nei settori più strategici e redditizi della Cina: banche, trasporti, centrali elettriche, risorse naturali, media e armamenti. Una volta che si trovano a occupare cariche dirigenziali, ottengono prestiti da banche a controllo statale, acquisiscono soci esteri e quotano le loro società nelle borse di Hong Kong e New York per raccogliere sempre più capitali. A ogni passo del loro percorso i principini si arricchiscono – non solo come azionisti di maggioranza delle società, ma anche grazie dalle tangenti che incassano assegnando contratti ad aziende estere”. Non sorprende che più del 90% delle 20.000 persone più ricche della Cina siano “connesse ad alti funzionari del Partito Comunista” (25).
L’elite cinese è stata disponibile a condividere i frutti della produzione del paese con il capitale internazionale – anche se le battaglie riguardo alle modalità di distribuzione si fanno sempre più aspre con il rafforzarsi delle posizioni del capitale internazionale in Cina – perché la partecipazione del capitale internazionale è stata di importanza critica per la creazione e la crescita costante della nuova politica economica cinese. L’elite cinese appare tuttavia determinata a garantirsi la posizione di primo avente diritto a livello nazionale.
Così, nello stesso momento in cui il “Partito Comunista Cinese ha aperto un numero senza precedenti di settori alla partecipazione del capitale estero [...] le autorità hanno [...] rafforzato il controllo su altri aspetti dell’economia. Ciò ha dato luogo alla scomparsa, o comunque all’atrofia, di migliaia di [piccole e medie] imprese private. Queste ultime sono esposte al pericolo di essere marginalizzate dai potenti monopoli e oligopoli controllati dall’apparato di partito e statale o dai quadri più alti e dai loro discendenti” (26).
Risulta quindi evidente che coloro i quali guidano la strategia economica della Cina hanno ottenuto un notevole successo nell’utilizzare le riforme per dare vita a un processo di accumulazione che rispondesse ai loro interessi. E coerentemente con la natura capitalista di questo processo, i loro profitti sono stati realizzati con costi sempre più grandi per la maggioranza dei lavoratori cinesi.
L’esito di tutto ciò è che ora i leader cinesi devono fare fronte a un’esplosione di scioperi e di dimostrazioni. Rimane da vedere se tali azioni mineranno in futuro gli investimenti esteri e la produzione per l’esportazione, due dei più importanti pilastri che sostengono la strategia di crescita della Cina. Indipendentemente da quanto accadrà, è difficile comprendere su quali basi i progressisti formulino le loro lodi per l’esperienza di riforme cinese e la promuovano.
LE RIFORME DI MERCATO E L’ACCUMULAZIONE TRANSNAZIONALE
Molti a sinistra ritengono che le dimensioni e il modello di crescita della Cina, combinati con il (sedicente) orientamento socialista (o almeno antimperialista) della leadership del Partito Comunista Cinese, comportino che la Cina presto sarà in grado di instaurare un ordine economico internazionale nuovo e più progressivo.
Questa convinzione si basa di norma sul seguente ragionamento: la Cina ha mantenuto (e si può prevedere che conserverà) alti tassi di crescita per decenni. Poiché tale crescita è altamente dipendente dalle importazioni, dà sostegno alla produzione per l’esportazione e quindi alla crescita economica dei partner commerciali della Cina (in particolare nell’Asia Orientale, ma anche in America Latina e in Africa).
Inoltre, il successo delle esportazioni cinesi ha consentito al paese di accumulare enormi riserve di valuta estera, che il governo sta utilizzando in misura sempre maggiore per aiutare i propri partner commerciali dell’America Latina e dell’Africa a finanziare la modernizzazione (delle infrastrutture) di cui hanno bisogno.
La visione della Cina come un agente potente e positivo di cambiamenti a livello internazionale è allettante, ma errata. Nella maggior parte dei casi è l’esito del ricorso a una prospettiva nazionale e statale per comprendere le dinamiche di accumulazione cinesi. La realtà è che la trasformazione economica della Cina non si sta verificando in un contesto isolato o unicamente in seguito a iniziative cinesi.
Le economie dell’Asia Orientale, ivi inclusa quella della Cina, sono invece interconnesse e riplasmate collettivamente dalle più ampie dinamiche capitaliste transnazionali, in particolare dalla creazione e dall’intensificazione di reti di produzione senza confini organizzate dalle grandi aziende multinazionali. La conseguenza è che le stesse dinamiche di accumulazione della Cina sono sempre più legate ai modelli dominanti di investimento e di commercio, e rafforzano questi ultimi, piuttosto che offrire un’alternativa.
Nell’immediato, l’espansione delle reti di produzione senza confini hanno portato a un notevole aumento della dipendenza dal commercio di tutte le economie dell’Asia Orientale. Un indicatore di questa tendenza è il rapporto esportazioni/PIL della regione, che è cresciuto dal 24% nel 1980 al 55% nel 2005. Per raffronto, nel 2005 la media mondiale era di solo il 28,5% (27). Inoltre, una quota crescente di tali attività è attualmente sotto il controllo delle multinazionali; per esempio esse sono responsabili del 73% e dell’86% delle esportazioni di manufatti rispettivamente della Malaysia e di Singapore (28).
Ma ancora più importante è il fatto che in conseguenza del funzionamento di queste reti, una crescente quota del commercio di manufatti dell’Europa Orientale riguarda attualmente pezzi e componenti. Ciò è illustrato dai mutamenti in atto nella composizione degli scambi commerciali dei principali paesi dell’Asia del Sud-Est (Indonesia, Malaysia, Filippine, Singapore, Thailandia e Vietnam).
La quota dei pezzi e dei componenti nelle esportazioni totali di manufatti di questo gruppo di paesi è cresciuta notevolmente nel corso dello stesso periodo, passando dal 32,6% al 48,5%. I trend sono simili anche per Taiwan e la Corea del Sud. Per esempio, la quota dei pezzi e dei componenti nelle esportazioni totali di Taiwan è cresciuta dal 21,2% al 43,5%.
Inoltre, quasi tutti i pezzi e i componenti oggetto degli scambi commerciali dei paesi dell’Asia Orientale fanno parte delle stesse tre categorie industriali (con identiche classificazioni di rilevanza a livello nazionale): macchinari per l’elettronica, macchine per ufficio e per la elaborazione automatica dei dati, telecomunicazioni e registrazione audio. Oltretutto tali pezzi e componenti vengono scambiati in misura sempre maggiore da un paese dell’Asia Orientale all’altro; la quota interregionale del commercio di pezzi e componenti è cresciuta dal 37,8% nel 1992-3 al 55,6% nel 2004-5.
In breve, la produzione dell’Asia Orientale destinata alle esportazioni (che costituisce già una quota crescente della produzione nazionale) si sta limitando sempre più non solo ai pezzi e ai componenti, ma anche a una serie limitata di attività in una serie limitata di settori in risposta all’esigenza delle reti di produzione controllate dalle multinazionali.
La Cina non solo è stata coinvolta in questo processo di ristrutturazione regionale, ma è diventata un elemento centrale del suo funzionamento. Per usare le parole della Banca Asiatica per lo Sviluppo, “la crescente importanza degli scambi commerciali interregionali è attribuibile principalmente al commercio di pezzi e componenti e la Repubblica Popolare Cinese costituisce, all’interno delle reti di produzione asiatiche, un centro fondamentale di assemblaggio per i prodotti finali” (30).
La posizione unica nel suo genere della Cina come piattaforma finale della produzione nell’ambito di questo sistema di produzione regionale strutturato dalle multinazionali viene evidenziata dal fatto che si tratta dell’unico paese della regione che registra un deficit commerciale regionale nei pezzi e nei componenti.
In conseguenza di questa ristrutturazione, l’attività di esportazione complessiva dell’Asia Orientale si è riorientata dagli Stati Uniti e l’Unione Europea verso l’Asia Orientale stessa, e in particolare la Cina. Da parte sua la Cina ha spostato il peso maggiore delle sue esportazioni dall’Asia Orientale verso gli Stati Uniti e l’Unione Europea.
Tra il 1992-3 e il 2004-5 la quota dell’Asia Orientale nelle esportazioni di prodotti finiti della Cina è diminuita dal 49,5% al 26,5%, mentre la quota OCSE (esclusi Giappone e Corea del Sud) è cresciuta dal 29,3% al 50,1% (31). La realtà è che oggi la Cina è il maggiore esportatore della regione negli Stati Uniti e nell’Unione Europea, in termini sia assoluti sia relativi. Il riflesso del surplus della Cina negli scambi commerciali con gli Stati Uniti e l’Unione Europea è il suo deficit negli scambi commerciali con l’Asia Orientale.
In conseguenza di questa ristrutturazione regionale, la Cina è diventata il primo o secondo mercato di esportazione in ordine di importanza per quasi tutti i paesi dell’Asia Orientale. Tale sviluppo, come abbiamo osservato in precedenza, ha dato luogo alla convinzione che la produzione della Cina dipendente dalle importazioni consentirà ai paesi dell’Asia Orientale (e a quelli dell’America Latina e dell’Africa che esportano anch’essi in Cina) di “sganciarsi” dall’ordine economico internazionale dominato dagli Stati Uniti.
Tuttavia, poiché tale attività commerciale implica ampiamente un commercio interregionale di pezzi e componenti che culmina nella produzione basata in Cina con vendite finali che hanno in larga parte come destinazione gli Stati Uniti e l’Unione Europea, la dipendenza complessiva dell’Asia Orientale dai mercati capitalisti sviluppati non è assolutamente diminuita e, nei fatti, si è rafforzata. Da varie stime citate dalla Banca Asiatica per lo Sviluppo si evince che la percentuale delle esportazioni asiatiche consumate all’interno della stessa Asia va da un massimo del 22% a un minimo di solo l’11% (32).
Tale prospettiva regionale ci consente di vedere con maggiore chiarezza la natura problematica della dinamica di crescita cinese (per i lavoratori sia della Cina sia di altri paesi). Il problema più ovvio è che la costante crescita della Cina (e di conseguenza della produzione della regione) dipende attualmente dalla capacità degli Stati Uniti di gestire deficit commerciali ancora più grandi. Poiché è dubbio che l’economia USA possa continuare a sostenere deficit di tale entità e crescenti, è difficile pensare che la Cina (e per estensione i paesi dell’Asia Orientale che forniscono alla Cina pezzi e componenti) possa evitare dolorosi interventi che comporteranno tassi di crescita più bassi e un ulteriore peggioramento delle condizioni di impiego e di vita della maggioranza della popolazione.
Le dinamiche della crescita cinese rimarrebbero problematiche anche se gli squilibri del commercio internazionale fossero sostenibili. Per esempio, la posizione della Cina come fulcro del montaggio finale all’interno di svariate catene di produzione che attraversano i confini ha notevolmente indebolito gli sforzi della Cina di procedere a un aggiornamento della propria tecnologia.
Studiando la situazione della Cina cinque anni dopo l’adesione del paese al WTO nel 2001, l’economista cinese Han Deqiang ha ricordato di avere “detto che il più grande danno [arrecato dall'adesione] riguarderà la capacità della Cina di controllare autonomamente il proprio sviluppo industriale e tecnologico. Penso che si possa affermare con sufficiente sicurezza che questi ultimi anni hanno più che dimostrato la verità di quanto ho detto. In Cina ogni settore che vuole sviluppare una propria tecnologia o propri mercati ha dovuto affrontare barriere sempre maggiori” (33).
E’ ancora più problematico tuttavia il fatto che al fine di mantenere la posizione chiave del paese a livello regionale di fronte alla competizione di altri paesi che cercano di migliorare le rispettive posizioni nelle catene di valore internazionali, lo stato cinese ha dovuto fare sì che gli stipendi rimanessero bassi e la produttività restasse alta.
Una conseguenza del successo della Cina è che le multinazionali di tutta l’Asia Orientale (e di altre aree) hanno spostato la loro produzione in Cina per avvantaggiarsi delle sue condizioni di produzione maggiormente redditizie. Ciò ha portato in tutta la regione a tassi di investimento più bassi e a una crescita e all’implementazione di nuovi regimi di lavoro studiati appositamente per indebolire i meccanismi di tutela della forza lavoro. La conseguenza è che i lavoratori di tutta l’Asia Orientali (e di altre aree) sono stati messi gli uni contro gli altri in una competizione per raggiungere i livelli di sfruttamento del lavoro conseguiti in Cina (34).
I problemi dei principali partner commerciali latinoamericani e africani della Cina sono in una certa misura differenti, ma anch’essi gravi. Tali paesi forniscono alla Cina materiali di base e non pezzi e componenti fabbricati. Il grande e crescente fabbisogno della Cina di tali materiali ha sicuramente dato impulso alla crescita delle valute latinoamericane e africane, nonché alla crescita economica dei rispettivi paesi. Tali incrementi, tuttavia, comportano un notevole costo a lungo termine. Gli accordi commerciali con la Cina, spesso accompagnati da un’assistenza finanziaria e da investimenti da parte di Pechino, rafforzano gli squilibri strutturali esistenti, aumentando la predominanza del settore dei materiali di base (35).
Allo stesso tempo, gli sforzi dei paesi latinoamericani e africani per sviluppare la loro produzione (e diversificare le loro esportazioni) tendono a essere frustrati dall’offensiva delle esportazioni cinesi. Per esempio, circa il 95% di tutte le esportazioni latinoamericane di alta tecnologia si trova a dovere fare fronte alla concorrenza di esportatori con base in Cina. Tali esportazioni di alta tecnologia esposte alla minaccia della produzione con base in Cina rappresentano circa il 12% di tutte le esportazioni dell’America Latina (36). E, naturalmente, è lecito attendersi che anche il commercio dei paesi latinoamericani e africani risentirà di un eventuale ridimensionamento della crescita cinese.
Per riassumere, la logica di mercato che guida la strategia di riforme cinese ha promosso una trasformazione economica che ha consentito alle dinamiche economiche della Cina di inserirsi in un processo più ampio di ristrutturazione transnazionale, che ha accelerato le riforme con modalità tali da garantire la dominanza degli imperativi capitalisti in Cina.
La conseguenza è che, invece di aprire nuove possibilità per i lavoratori, la strategia di riforme cinese ha in realtà rafforzato un processo di accumulazione transnazionale che sta dando luogo a gravi squilibri e tensioni a livello nazionale e internazionale, e che richiederà infine una correzione a un prezzo sociale molto alto.
ALCUNE CONSIDERAZIONI FINALI
L’esame dell’esperienza cinese esposto qui sopra porta ad alcune conclusioni. In primo luogo, il processo di riforme di mercato cinese ha portato non a una nuova forma di socialismo (di mercato), ma alla restaurazione del capitalismo (sebbene “dalle caratteristiche cinesi”). Nel concreto, questo processo di crescita ha generato una nuova economia politica che è ostile alle finalità del socialismo, alla promozione di uno sviluppo umano complessivo, a relazioni solidali, alla pianificazione cooperativa e alla produzione per i bisogni della comunità, nonché alla proprietà collettiva o sociale dei mezzi di produzione.
L’esperienza cinese costituisce pertanto un chiaro ammonimento: il socialismo non può essere costruito tramite il ricorso ai mercati e una maggiore integrazione con le dinamiche globali di accumulazione capitalista. La confusione che regna a sinistra riguardo alla natura dell’esperienza cinese suggerisce in realtà che vi sia stata una perdita di chiarezza riguardo a cosa sia il socialismo e a quali siano i criteri adeguati per valutare i progressi verso la sua costruzione.
In secondo luogo, l’esperienza economica della Cina è eloquente anche a riguardo del capitalismo contemporaneo. La Cina viene considerata un modello in termini di generazione di sviluppo; il paese ha conseguito un tasso di crescita costante e rapido, ha attratto enormi afflussi di capitale produttivo e sta esportando beni manufatti sempre più sofisticati. Tali risultati tuttavia non si sono tradotti in guadagni rilevanti per un numero sempre maggiore di lavoratori cinesi.
In Cina i lavoratori si trovano invece a vivere condizioni di lavoro sempre più simili a quelle dell’America Latina e dell’Africa, regioni in cui la maggior parte dei paesi vengono considerati fallimentari in termini di sviluppo. E’ quindi evidente che la risposta ai problemi dei lavoratori in Africa, America Latina e altrove non deve essere cercata in politiche mirate a conseguire uno sviluppo capitalista “di successo”, in particolare quelle che intendono replicare l’esperienza cinese.
In terzo luogo, la traiettoria di crescita della Cina è sempre più vincolata all’attuale processo di accumulazione plasmato dalle dinamiche del capitalismo transnazionale ed è sempre più dipendente da quest’ultimo. La conseguenza è che non si può fare conto sulla Cina per un sostegno alla creazione di un sistema economico radicalmente nuovo.
Ciò non significa che il commercio con la Cina debba essere evitato. E non significa nemmeno che le elite cinesi e le elite occidentali (in particolare quelle degli Stati Uniti) siano perfettamente d’accordo su tutti gli aspetti geopolitici. La competizione capitalista è reale e le differenze che dividono tali elite possono creare, e spesso creano, aperture che sono d’aiuto al terzo mondo, in particolare per i paesi che si trovano esposti a una minaccia diretta da parte degli Stati Uniti.
Allo stesso tempo, poiché gli interessi delle elite cinesi sono strutturalmente plasmati dagli imperativi capitalisti, ci sono limiti ai tipi di cambiamenti che ci si può attendere abbiano il supporto dei leader cinesi. La prudenza è d’obbligo, dato le conseguenze prevedibili degli squilibri e delle tensioni generati dalle dinamiche transnazionali descritte sopra.
La prospettiva critica rispetto all’esperienza cinese non deve essere considerata come un sostegno a tali analisti (molti dei quali scrivono negli Stati Uniti e alcuni dei quali sono vicini al movimento sindacale USA), che considerano la Cina come la causa primaria della maggior parte dei problemi dell’economia. Una delle affermazioni che ripetono più di frequente è che se solo il governo cinese fosse costretto ad “aderire” alle regole del “libero mercato” che prevedono una competizione capitalista accettabile, nell’economia mondiale (e per estensione tra i lavoratori) tutto andrebbe a posto.
Un presupposto implicito in queste affermazioni è che i lavoratori cinesi traggano benefici effettivi dagli interventi statali “non corretti” del loro paese e che essi aumentino il loro tasso di occupazione e i propri redditi a spese dei lavoratori di altri paesi, in particolare di quelli dei paesi capitalisti avanzati (che costituiscono il principale mercato per le esportazioni cinesi).
L’aspetto tragico è che questa linea di argomentazione incoraggia i lavoratori dei paesi al di fuori della Cina a ritenere erroneamente che il loro nemico sia la Cina, e non il sistema capitalista che plasma le relazioni economiche dei loro paesi con la Cina stessa e li mette contro i lavoratori cinesi in una competizione distruttiva. In realtà, come abbiamo visto sopra, la crescita cinese dipende sempre più dalle attività di esportazione delle multinazionali, molte delle quali provengono dai paesi capitalisti avanzati.
Inoltre, nonostante – o in realtà grazie a – la rapida crescita del loro paese, i lavoratori cinesi, come i lavoratori di altri paesi, si trovano ad affrontare tempi duri. I posti di lavoro decenti sono scarsi, i servizi sociali stanno scomparendo, la disuguaglianza è in crescita e le pressioni competitive esigono sacrifici sempre maggiori.
Come abbiamo osservato sopra, in Cina un numero crescente di persone sfida apertamente e direttamente la strategia di crescita del proprio paese. E ancora più degno di nota è il fatto che tali sfide stanno attualmente alimentando discussioni e dibattiti politici (molti dei quali si svolgono in chat room e in bacheche elettroniche) sulla natura e il significato delle esperienze dell’era di Mao e sul socialismo (37). Finora gli agricoltori e i lavoratori che vi partecipano sembrano concentrasi sul rifiuto delle false affermazioni delle elite di governo secondo cui l’era di Mao è stata un disastro sociale ed economico, attingendo alle proprie esperienze di vita per illustrare le conquiste di tale periodo, in particolare l’occupazione e la previdenza sociale, e la sensazione che vi fosse un progetto nazionale.
Questo processo di rinnovo politico si sta svolgendo in condizioni molto difficili dovute, innanzitutto, alle crescenti repressioni del Partito Comunista contro il processo di organizzazione e l’attivismo di base. Tra le altre sfide da affrontare vi sono le tensioni tra lavoratori immigrati e lavoratori statali originari delle aree urbane per i posti di lavoro e l’accesso ai servizi sociali, la confusione causata dal fatto che il Partito Comunista Cinese afferma di essere impegnato nella costruzione del socialismo, e il fatto che la resistenza più energica alle politiche del Partito provenga da coloro che continuano a lodare acriticamente il maoismo, nonostante il fatto che Mao in genere si sia opposto all’autorganizzazione degli agricoltori e dei lavoratori, così come alla partecipazione diretta al processo di adozione di decisioni politiche ed economiche.
Nonostante i loro attuali limiti, tali lotte, discussioni e dibattiti rappresentano uno sviluppo promettente, dal quale è possibile apprendere lezioni e, lo speriamo, al quale si può contribuire trovando modalità per condividere la nostra idea di socialismo e le nostre esperienze nella costruzione di movimenti con i partecipanti cinesi. Ci vuole un nostro sforzo in prima persona per capire meglio la natura dell’esperienza di riforme cinese.
* Sebbene la maggior parte della sinistra attualmente sia critica nei confronti della strategia di riforme di mercato della Cina, rimane un numero significativo di persone che la difendono. La gente vuole credere che vi siano alternative praticabili al neoliberismo e la fiducia nella natura progressiva delle trasformazioni sociali in Cina è indubbiamente alimentata dal fatto che la Cina continua a essere demonizzata dal governo USA; la Cina effettua prestiti a, investe in e commercia con, Cuba e Venezuela; il Partito Comunista Cinese inoltre è ancora al governo, e afferma pubblicamente il proprio impegno per il socialismo. Più specificamente, ho preso parte a conferenze e riunioni internazionali in cui economisti cubani e venezuelani hanno espresso il loro sostegno alla strategia di riforme di mercato cinese, dicendosi a favore dell’adozione di politiche simili nei loro rispettivi paesi. I sostenitori del processo di crescita cinese continuano ad argomentare la loro posizione in svariate liste di discussione di sinistra in internet. La rivista Critical Asian Studies ha organizzato una tavola rotonda in cui svariati suoi redattori hanno attaccato Paul Burkett e la mia critica dell’esperienza di riforme di mercato cinese, così come formulata nel nostro libro China and Socialism, Market Reform and Class Struggle (New York: Monthly Review Press, 2005). Le critiche, e le nostre risposte, sono state pubblicate nella rivista (Critical Asian Studies, September 2005 e December 2005). Inoltre, studiosi molto noti come Giovanni Arrighi, David Schweickart e Immanuel Wallerstein continuano a pubblicare articoli e libri in cui viene celebrata l’ascesa della Cina come potenza non capitalista/socialista. Per un esempio recente di tali scritti si veda Giovanni Arrighi, Adam Smith a Pechino: genealogie del ventunesimo secolo, Milano: Feltrinelli, 2008
NOTE
1. Per una discussione del processo di riforme si veda Martin Hart-Landsberg and Paul Burkett, China and Socialism, Market Reforms and Class Struggle (New York: Monthly Review Press, 2005), in particolare il Capitolo 2
2. OECD, OECD Economic Surveys: China, OECD Economic Surveys, 2005, 29.
3. I dati citati in questo paragrafo e in quello che segue sono tratti da Ibid, 133.
4. Ibid, 82.
5. Willy Lam, “China’s Elite Economic Double Standard,” Asia Times Online, 17 August 2007.
6. UNCTAD, World Investment Report 2002: Transnational Corporations and Export Competitiveness, New York: United Nations, 2002, 17.
7. Eva Cheng, “China: Foreign Capital Controls Three-quarters of Industry,” Green Left Weekly, 18 May 2007.
8. John Whalley and Xian Xin, “China’s FDI and non-FDI Economies and the Sustainability of Future High Chinese Growth,” National Bureau of Economic Research, Working Paper Series, Number 12249, 2006; Tom Miller, “Manufacturing That Doesn’t Compute,” Asia Times Online, 22 November 2006.
9. Enrique Dussel Peters, Economic Opportunities and Challenges Posed by China for Mexico and Central America, Bonn, Germany: German Development Institute, 2005, 102.
10. Ajit K. Ghose, “Employment in China,” International Labor Organization, Employment Analysis Unit, Employment Strategy Papers, 2005.
11. China Labor Bulletin, “Subsistence Living for Millions of Former State Workers, 7 September 2005.
12. John S. McClenahen, “Outsourcing,” IndustryWeek.com, 1 July 2006.
13. Craig Simons, “New Labor Movement Afoot in China,” Statesmen, 4 February 2007.
14. China Labor Bulletin, “Migrant Workers in China,” June 2008.
15. Ibid. Nel 2005 il governo centrale ha conferito ai governi locali il potere di riformare il sistema di registrazione, se del caso anche ponendo fine alle distinzioni tra residenti rurali e urbani. La grande maggior parte dei governi locali ha rifiutato di apportare qualsiasi cambiamento; i funzionari locali sono per la maggior parte strettamente alleati con gli interessi imprenditoriali locali e non vogliono mettere a repentaglio la redditività delle imprese (e la loro personale redditività).
16. The Economist, “A Workers’ Manifesto for China,” 11 October 2007.
17. Ibid.
18. Asian Development Bank, Inequality in Asia, Key Indicators 2007, Special Chapter Highlights, Manila: Asian Development Bank, 2007, 3, 6.
19. Wu Zhong, “China’s ‘Most Wanted’ Millionaires,” Asia Times Online, 19 September 2007.
20. Robin Kwong, “China’s Billionaires Begin to Add Up,” Financial Times, 22 October 2007.
21. Samuel Shen, “For China, A Full Embrace of Luxury, High-end Retailers Take Aim at Mainland’s Monied Class,” International Herald Tribune, 16 October 2006.
22. Bruce Einhorn, “In China, A Winter of Discontent,” Business Week, 30 January 2008.
23. Ariana Eunjung Cha, “New Law Gives Chinese Workers Power, Gives Businesses Nightmares,” Washington Post, 14 April 2008.
24. International Trade Union Confederation, “China: Some Steps Forward, but Trade-Related Worker Exploitation Persists,” 21 May 2008; Kinglun Ngok, “The Changes of Chinese Labor Policy and Labor Legislation in the Context of Market Transition,” International Labor and Working Class History, Spring 2008.
25. Peter Kwong, “The Chinese Face of Neoliberalism,” Counterpunch, 7/8, October 2006.
26. Lam, “China’s Elite Economic Double Standard.”
27. Asian Development Bank, Asian Development Outlook 2007: Growth Amid Change, Hong Kong: Asian Development Bank, 2007, 68.
28. Asian Development Bank, Asian Development Outlook 2006, Hong Kong: Asian Development Bank, 2006, 273.
29. I dati contenuti in questo paragrafo e in quello che segue sono tratti da Prema-chandra Athukorala and Nobuaki Yamashita, “Production Fragmentation in Manufacturing Trade: The Role of East Asia in Global Production Networks,” in Filippo di Mauro, Warwick McKibbin and Stephane Dees (eds.), Globalization, Regionalization and Economic Interdependence, Cambridge: Cambridge University Press, forthcoming.
30. Asian Development Bank, Asian Development Outlook 2008, Workers in Asia, Hong Kong: Asian Development Bank, 2008, 22.
31. Prema-chandra Athukorala, “The Rise of China and East Asian Export Performance: Is the Crowding-out Fear Warranted?” Australian National University, Division of Economics, Working Paper No. 2007/10, September 2007.
32. Asian Development Bank, Asian Development Outlook 2007, 70.
33. Stephen Philion, “The Social Costs of Neoliberalism in China, Interview With Economist Han Deqiang,” Dollars & Sense, July/August 2007. Per una discussione più dettagliata delle conseguenze negative che le riforme hanno avuto per le capacità tecnologiche della Cina si veda Martin Hart-Landsberg, “The Chinese Market Reform Experience, A Critical Assessment,” di prossima pubblicazione.
34. Asian Development Bank, Asian Development Outlook 2007, 32-3; Martin Hart-Landsberg and Paul Burkett, “China, Capital Accumulation, and Labor,” Monthly Review, May 2007.
35. He Li, “Red Star Over Latin America,” NACLA, September-October 2007; Eva Cheng, “Is China Africa’s New Imperialist Power?” Green Left Weekly, 2 March 2007.
36. Kevin P. Gallagher and Roberto Porzecanski, “Climbing up the Technology Ladder? High-technology Exports in China and Latin America,” Center for Latin American Studies, University of California, Berkeley, Working Paper 20, 2008, 14.
37. For a discussion of this development see Mobo Gao, The Battle for China’s Past, Mao and the Cultural Revolution. Ann Arbor, MI: Pluto Press, 2008.
ATC 137, novembre-dicembre 2008
(traduzione dall’inglese di Andrea Ferrario)
