SOMMARIO:
1) DIARIO DELLA CRISI IN LOMBARDIA
Cassa e licenziamenti – Crisi, oppure delocalizzazione e speculazione immobiliare? – Salari e redditi
Cassa e licenziamenti
Continuano a crescere le cifre della crisi in Lombardia. Complessivamente nella regione i cassintegrati hanno ormai raggiunto quota 112.185, con un aumento nel periodo novembre-febbraio del 122% del numero di aziende coinvolte (da 1.403 a 3.115). Tra gli ultimi casi più rilevanti ci sono quelli della Tenaris Dalmine, che ha registrato negli ultimi mesi un calo degli ordinativi superiore al 50%. L’azienda ha richiesto la cassa integrazione a rotazione per 13 settimane per tutti i 2.100 dipendenti bergamaschi. Inoltre gli stabilimenti rimarranno chiusi per tre settimane tra luglio e agosto. Alla Eurogravure di Treviglio, che si occupa di stampa rotocalco e fa capo alla multinazionale tedesca Bertelsmann, si è tenuto uno sciopero di un’ora dei 187 dipendenti per protestare contro la decisione dell’azienda di revocare gli accordi contributivi derivanti dalla contrattazione di secondo livello: in soldoni, secondo i sindacati, i dipendenti si vedrebbero ridurre di circa il 25% la retribuzione annua. Al gruppo Bertelsmann fanno capo altre società della bergamasca con un totale di 1.250 dipendenti. La decisione dell’azienda è stata presa dopo che nel 2006 si era già giunti a un accordo per un aumento dell’orario di lavoro a parità di salario. In un articolo l’Eco di Bergamo ha intervistato Mauro Cosani, amministratore delegato di Eurogravure, dove si stampano tre le altre molte riviste della Rizzoli-Corriere della Sera. Secondo Cosani il settore editoriale sta registrando perdite dell’ordine del 30%. La produzione della Eurogravure nel 2001 riguardava al 70% l’editoria e il 30% i cataloghi, oggi la quota è 50% e 50% e l’azienda ha registrato nel primo semestre un calo del 10%, con un forte sottoutilizzo dello stabilimento, sempre secondo Cosani. La sua conclusione è minacciosa: “Se l’azionista dovesse riscontrare un atteggiamento di chiusura alle sue proposte da parte di sindacati e lavoratori, potrebbe anche pensare a una chiusura”. Nel settore auto, e sempre nella provincia di Bergamo, alla Rono di Almenno si registra l’avvio della cassa integrazione straordinaria per un anno per tutti i 158 dipendenti: terminata la cassa ordinaria dei mesi scorsi la situazione non è migliorata e si è deciso di passare all’ordinaria. La Comital, che produce i noti marchi Cuki e Domopak, ha deciso la chiusura del sito di Nembro, in provincia di Bergamo, che ha 97 dipendenti: andranno tutti in cassa integrazione straordinaria. L’azienda è controllata dal fondo Management&Capitali di Carlo De Benedetti, che la aveva rilevata tre anni fa, e attualmente ha debiti verso le banche per un totale di circa 240 milioni di euro. Per la Alluminium di Pieve Emanuele il futuro si sta facendo sempre più nero. L’azienda rischia il fallimento o una drastica riduzione degli organici tra i 170 lavoratori, allo stabilimento sono stati tagliati luce e gas per la produzione e i sindacati non sono ancora riusciti ad avere un incontro con i vertici dell’azienda. Al salumificio Vismara di Lecco, dove su 40 lavoratori interinali ne sono stati tagliati 30, i sindacati hanno rinunciato a chiedere l’aumento del premio di produzione per il 2009, rinunciando così a circa 200 euro in più in busta paga per i 330 dipendenti dopo che l’azienda ha registrato un calo delle vendite del 10%. “E’ un sacrificio, ma allo stesso tempo è una scelta di coerenza e di responsabilità di fronte alla crisi”, ha dichiarato Alessandro Stucchi della Cisl. Il direttore Brivio non si commuove e replica: “I dipendenti non fanno nessun sacrificio, perché rinunciando all’aumento beneficiano dei vantaggi fiscali”. All’Iper di Montebello, in provincia di Pavia, ha scioperato il 75% dei 346 dipendenti per il mancato rinnovo del contratto integrativo aziendale in discussione da un anno e per una proposta dell’azienda che prevede l’abolizione delle pause e dei buoni pasto. Tra i cartelloni esposti dai lavoratori, spiccava un “Direttore, mi scappa la pipì, posso andare in bagno o devo farla qui?”. Secondo quanto scrive il Giorno la spesa media è scesa del 6%, ma i sindacati affermano che “l’azienda si trincera dietro alla crisi per impedire lo svolgimento di assemblee e cancellare alcune conquiste ottenute in anni e anni di fatiche”. All’Iveco di Suzzara, in provincia di Mantova, le cose vanno sempre peggio. E’ stato annunciato che alle due settimane di cassa integrazione già previste dal 22 aprile al 5 maggio per i 183 dipendenti se ne aggiungeranno altre due a giugno e due a luglio. E’ stata inoltre aperta la mobilità per 30 impiegati, mentre ben 115 precari verranno lasciati a casa. Alla Bertani autotrasporti di Castiglione, in provincia di Mantova, i 300 dipendenti hanno scioperato organizzando un presidio. L’azienda concentrerà il lavoro in 3 giorni della settimana, portando il monte ore settimanali da 40 a 48 ore decurtando, di fatto, le buste paga di 200 euro. La direzione giustifica la decisione definendola uno strumento per evitare il ricorso alla mobilità. Durante il presidio un camion ha cercato di forzare il blocco, secondo gli operai su incitazione dei dirigenti aziendali, ferendo un lavoratore.
Crisi, oppure delocalizzazione e speculazione immobiliare?
Sono molto numerosi i casi in cui dietro all’asserita situazione di crisi vi sono in realtà la delocalizzazione della produzione e le mire speculative sulle aree degli stabilimenti. Quest’ultimo fenomeno è tale che la Repubblica vi ha dedicato un intero articolo, scritto da Davide Carlucci: “Tra i metalmeccanici della Cgil serpeggia un sospetto: che in tutta la provincia, soprattutto intorno a Rho in previsione dell’Expo 2015 ma anche altrove, le procedure di crisi non siano dettate solo da reali difficoltà economiche. C’è anche la voglia di far uscire gli operai dalle fabbriche per ritrovarsi, nel giro di qualche anno, con le aree da valorizzare per investimenti immobiliari. In viale Sarca, a Milano, la Mangiarotti Nuclear ha commesse fino al 2013. L’azienda vuole trasferire la produzione a Monfalcone e per 58 dipendenti si sono aperte le procedure per gli ammortizzatori sociali. Da parte del Comune c’è l’intenzione di cambiare la destinazione dell’area e questo non aiuta. [...] A Rho le imprese hanno cominciato a delocalizzare già con il trasferimento della nuova sede della fiera. Aziende come la Mtm, nel settore tessile, o la Cmr, metalmeccanica, hanno ceduto il posto ad alberghi e complessi residenziali. I salumi della Citterio potrebbero trasmigrare nell’Abbiatense. La storia dell’ex Diana De Silva, la fabbrica dei profumi che Diana Bracco, presidente della spa che gestirà l’Expo 2015, vuol valorizzare come area commerciale e immobiliare, potrebbe fare scuola. E le riduzioni di personale alla Cryovac Grace o alla Zagato potrebbero preludere alla liberazione di ghiotte superfici di terreno. A Pero tre aziende, la Tea, la Coster e la Fluiten, sono ormai circondate da palazzi e alberghi. La Angelo Romani, che produceva lame industriali sulla strada del Sempione, ha già inaugurato la nuova sede a San Vito al Tagliamento, in Friuli. Intorno alla fiera è tutto un riqualificare. A cominciare dalla ex Camfin, controllata da Marco Tronchetti Provera, in dismissione da oltre un anno. [...] Da Paderno Dugnano all’area industriale intorno a Molino Dorino, a Milano, gli immobiliaristi fanno il conto alla rovescia. Pronti a colmare il vuoto lasciato dall’estinzione definitiva dei capannoni”. Il Corriere della Sera da parte sua ha dedicato un servizio all’area ex Alfa di Arese, scritto da Rita Querzè: in un primo tempo, doveva essere il “polo della mobilità sostenibile della Regione. Nulla di fatto. Mille altri fantasiosi progetti hanno poi fatto la stessa fine. [...] Qui per Fiat continuano a lavorare 550 persone; due settimane in officina o al collaudo motori, due a casa in cassa integrazione. Legati alla galassia Fiat anche i 300 operatori di un call center e i 150 dipendenti di piccole società che offrono servizi finanziari e commerciali. In tutto un migliaio di persone. ‘L’azienda doveva presentarci a febbraio un progetto per la riqualificazione del suo insediamento, ma poi la crisi ha bloccato tutto’, racconta Maria Sciancati, segretario generale della Fiom di Milano. [...] L’area di Arese non finisce con la Fiat. L’azienda di Torino possiede circa 300 mila metri quadrati. Poi c’è il milione di metri quadrati in mano alla Aglar dell’imprenditore della grande distribuzione, Marco Brunelli. E, infine, i 600.000 metri quadrati in cui l’americana Aig [la fallimentare compagnia di assicurazioni statunitense, salvata dallo stato dopo che ha rischiato di trascinare nel baratro l'intera finanza mondiale - N.d.R.], in joint-venture con Lincoln Real Estate, sta creando un polo della logistica da affittare o vendere alle aziende più diverse. [...] Per quanto riguarda il futuro, l’accordo di programma sull’area di Arese è scaduto a fine 2007 e adesso Comuni, Provincia e Regione stanno lavorando per rinnovarlo. Nella sua area Brunelli vuole costruire il centro commerciale più grande d’Europa (77.000 metri quadrati). Il sindaco di Garbagnate punta su un progetto residenziale da 250.000 metri quadrati. Fiat vorrebbe costruire un albergo. Insomma, l’industria arretra, tracimano commercio e alberghiero. D’altra parte qui siamo a due passi dalla Fiera. E gli affari dell’Expo fanno gola a tutti”. Ci sono molti altri casi di delocalizzazione e/o speculazione che possono essere menzionati (e che vanno ad aggiungersi a quelli della Moto Guzzi di Mandello e della ex Falck di Dongo di cui abbiamo già parlato negli scorsi numeri). Primo tra tutti quello della Unilever di Casalpusterlengo, in provincia di Lodi. Da quando il 23 gennaio la direzione ha comunicato la mobilità per 209 lavoratori, ci sono stati picchetti, scioperi, cortei e blocchi stradali, e si è parlato di una possibile occupazione dello stabilimento. Il reparto polveri verrà delocalizzato in Romania e in Inghilterra, lasciando liberi appetibili terreni. Alla fine i sindacati sono riusciti a strappare solo un “accordo difensivo”, con la riduzione degli esuberi da 209 a 170 e un aumento delle indennità di liquidazione. L’azienda ha anche preso un impegno generico a “favorire l’insediamento di altre unità produttive”. L’accordo è stato criticato come “tradimento delle aspettative di chi stava lottando” dal Partito Comunista dei Lavoratori, al quale aderiscono alcuni operai Lever. A Dolzago, in provincia di Lecco, chiude la Passerini, che lascia a casa circa 80 dipendenti. Dopo giorni di presidi, cortei e blocchi stradali i lavoratori hanno ottenuto almeno la cassa integrazione straordinaria per un anno e tre anni di mobilità. Ci sono però sospetti per l’improvviso fallimento dell’azienda, anche perché la sua scomparsa lascia liberi terreni molto interessanti per la speculazione immobiliare. Alla Star di Vimercate (settore prodotti alimentari) sono stati annunciati 25 esuberi nella produzione ed è previsto il taglio di 9 posti di lavoro tra gli impiegati. L’azienda, acquistata di recente dagli spagnoli di Gallina Blanca, aveva già ridotto i propri dipendenti dai 1.200 degli anni novanta ai 500 circa di oggi. Anche qui incombe la speculazione immobiliare: su richiesta dell’azienda la palazzina degli uffici è stata stralciata dal lotto industriale per diventare terziario direzionale, lo scopo è una vendita o un affitto. A Settimo Milanese l’Italtel ha presentato un piano industriale che prevede una riduzione di personale: 450 lavoratori in meno sui 2.320 occupati nei prossimi tre anni. Anche in questo caso si discute del futuro dei terreni e degli immobili dell’area occupata, per la quale la Italtel ha presentato un progetto di urbanizzazione. La Sidel, che produce etichettatrici, ha deciso la chiusura dello stabilimento di Mantova per concentrare la produzione in quello di Parma, dove lavorano 1.200 dipendenti di cui 500 in cassa integrazione. Sono pertanto a rischio i posti dei 172 lavoratori mantovani, nonché una settantina di posti nell’indotto. Gli operai di Mantova hanno ottenuto la solidarietà dei loro colleghi parmigiani e, come quelli dell’Innse di Milano, presidiano giorno e notte la loro fabbrica per evitare che i macchinari vengano portati via (e va rilevato che anche i lavoratori della Giardina di Figino in provincia di Como, di cui avevamo già parlato, hanno avviato un presidio giorno e notte della loro fabbrica). Alla Bonetti di Garbagnate, in provincia di Milano, l’azienda ha richiesto la mobilità per 40 dei 164 lavoratori (23 impiegati e 17 operai), nonostante fino a febbraio continuasse a chiedere straordinari. Gli esuberi sono motivati dalla necessità di ridurre i costi delocalizzando in Cina parte della produzione. Alla Maflow di Trezzano sul Naviglio, in provincia di Milano (settore automobilistico), dopo lunghe trattative e ripetuti accordi sindacali i lavoratori sono venuti a sapere che l’azienda era stata messa in liquidazione quando hanno effettuato una visura catastale. I 330 dipendenti rischiano ora di rimanere sulla strada. L’azienda negli ultimi anni aveva delocalizzato la produzione aprendo stabilimenti nell’Europa Orientale, dove i costi orari della manodopera sono circa sei volte inferiori.
Salari e redditi
La Cisl ha pubblicato uno studio sui redditi delle varie categorie nella regione. Nel 2008 un operaio ha guadagnato in media 21.760 euro (tutti i dati citati sono al lordo, quindi il reddito che finisce effettivamente nelle tasche dei lavoratori è notevolmente inferiore: il dato in questione corrisponde per esempio più o meno a 1.200 euro netti mensili). Gli impiegati hanno un reddito medio di 25.870 euro, e i dipendenti del terziario ricevono il 2,8% in più rispetto a chi è occupato nell’industria. I lavoratori a termine percepiscono in media il 17% in meno dei loro colleghi che hanno un contratto a tempo indeterminato. Ancora marcate le differenze tra maschi e femmine. Gli uomini hanno raggiunto in media i 28.000 euro, mentre le donne sono a quota 24.000 euro. Lo studio prende in esame i redditi anche dal punto di vista del grado di istruzione. Chi ha frequentato solo la scuola dell’obbligo ha in media un reddito di 22.000 euro, mentre chi ha una laurea con specializzazione ne guadagna 38.000. Da notare però che chi ha una laurea triennale (24.000 euro) guadagna meno di chi ha solo il diploma di scuola superiore (27.000). Come scrive Pierluigi Saurgnani sull’Eco di Bergamo, “in Lombardia le retribuzioni sono superiori del 6,7% rispetto alla media nazionale, risultato dovuto soprattutto alla maggiore consistenza della componente individuale delle buste paga. Tuttavia tra il 2003 e il 2008 sono salite l’1,6% in meno di quelle nazionali. E c’è poi un aspetto tutt’altro che secondario da tenere in considerazione: negli ultimi cinque anni gli stipendi non hanno tenuto il passo dell’inflazione, cresciuta nello stesso periodo del 15,3%. Una debolezza accentuatasi negli ultimi due anni dove l’incremento delle retribuzioni è stato dello 0,7% con un’inflazione al 3,3%. [...] La difficoltà a mantenere il passo con l’inflazione si fa sentire di più sulle retribuzioni più basse, mentre quelle più alte riescono a difendersi meglio. [...] Il problema salariale non è comunque nuovo: tra il 1993 e il 2004 le retribuzioni contrattuali sono cresciute del 2,7% all’anno, mentre i prezzi al consumo de 2,9%: dunque nell’arco di un decennio il potere d’acquisto delle retribuzioni è diminuito di circa 3 punti”.
(fonti: Il Bergamo, 7 aprile; L’Eco di Bergamo, 31 marzo, 9 aprile, 16 aprile; Il Giorno, 9 aprile, 4 aprile, 12 aprile, 16 aprile, 17 aprile, 18 aprile; Corriere della Sera, 16 aprile; Gazzetta di Mantova, 11 aprile, 15 aprile; La Repubblica, 11 aprile; Il Cittadino di Lodi, 19 marzo, 7 aprile; Cronacaqui, 9 aprile; Provincia di Lecco, 16 aprile; Giornale di Vimercate, 7 aprile; Voce di Mantova, 10 aprile; La Prealpina, 14 aprile; Brescia Oggi, 18 aprile)
