SOMMARIO:
1) DE BORTOLI AL CORRIERE, ALL’INSEGNA DI COMUNITA’ E IDENTITA’
2) MILANESI RICCHI, MILANESI POVERI, MILANESI EVASORI…
3) QUANDO IL MATTONE NON TIRA
4) GRANDI MANOVRE NEL CAPITALE CHE CONTA A MILANO
5) ZINCAR, I MILIONI IN FUMO DEL COMUNE DI MILANO
1) DE BORTOLI AL CORRIERE, ALL’INSEGNA DI COMUNITA’ E IDENTITA’ NAZIONALE
Dopo la direzione di Paolo Mieli, pessima dal punto di vista sia dei contenuti sia dei risultati economici, approda al Corriere della Sera come nuovo direttore Ferruccio De Bortoli, che abbandona la guida del Sole 24 Ore. Le sue prime dichiarazioni non fanno intravvedere nulla di buono per il quotidiano milanese, che ha una lunghissima tradizione di conformità ai dettami culturali e politici della borghesia. Se si eccettuano gli scontati e poco originali richiami generici all’indipendenza e al dovere di critica, il suo primo editoriale, così come il suo discorso alla redazione, battono pesantemente la stessa strada della retorica governativa improntata su comunità, identità nazionale e unità. Basta citare alcune frasi per dare un’idea di dove De Bortoli vada a parare. Parla di “unità di intenti del nostro Paese”, scrive che “insieme alle notizie circolano i sentimenti, le emozioni. Ci si sente tutti parte di una comunità.” Profila il suo Corriere come un giornale “dove si tenta di costruire, piuttosto che distruggere. Che sta dalla parte del Paese. Non contro”, per farsi un po’ più criptico poi quando dice che “un giornale moderno è anche uno specchio dell’identità di chi lo legge”, concetto che diventa un po’ più chiaro, soprattutto alla luce dell’isteria sulla sicurezza fomentata negli ultimi anni da governo e poteri mediatici, nel suo discorso alla redazione: “il giornale [deve avere la capacità di] rappresentare la comunità a cui si rivolge e di difenderla nei suoi bisogni, perfino nelle sue paure”, deve essere “un giornale simbolo di identità” e “antidoto alla solitudine della globalità” (perché “guardatevi intorno: quali sono i simboli che vi ricordano tradizione, appartenenza, storia della vostra comunità? Sono pochi, pochissimi”). A livello più politico De Bortoli dice che il Corriere rappresenta “l’Italia che ce la fa, la migliore classe dirigente, il ceto medio produttivo” e sottolinea “noi siamo dei moderati, sottolineo moderati”. Insomma, una bordata di sparate retoriche la cui interpretazione però non è difficile: il Corriere della Sera pigerà ulteriormente l’acceleratore su sentimenti, emozioni, paure, sull’unanimismo all’insegna del “senso di comunità”, dell’”identità nazionale”, sarà un giornale “costruttivo” e “non contro”, cioè riprenderà tutti i concetti alla base dell’ideologia propugnata dall’establishment di governo ed economico che ci comanda. E lo farà schierandosi dalla parte della (migliore??) classe dirigente e del ceto medio, dei moderati (tradotto in “parla come mangi”: il centrodestra e il centrosinistra che non rompe le uova nel paniere ai capitalisti), gli unici soggetti che De Bortoli ha scelto di citare in mezzo a un’Italia dove ci sono milioni di lavoratori a rischio licenziamento o riduzione salariale, milioni di precari, milioni di studenti che si vedono tagliare fondi all’istruzione, milioni di immigrati che lavorano per i padroni italiani e sono sottoposti a ogni sopruso… e l’elenco potrebbe essere ancora più lungo. Quando parla di un giornale che sta dalla parte del Paese, non specifica quale: quello degli speculatori edilizi e degli speculatori finanziari (entrambi presenti nell’azionariato del suo giornale), dei padroni che licenziano, degli apparati di repressione? E lo stesso vale per i termini “comunità” e “identità”, concetti che non a caso sono sempre stati al centro della retorica di quanti negli ultimi cento anni hanno dato all’Italia il peggio che poteva ricevere.
(fonte: Corriere della Sera, 8 e 10 aprile)
2) MILANESI RICCHI, MILANESI POVERI, MILANESI EVASORI…
Il Corriere della Sera ha pubblicato un articolo di Gianni Santucci sui redditi dichiarati dai milanesi. “Poco meno di un milanese su due dichiara un reddito inferiore ai 20.000 euro all’anno”, dato che fa pensare in parte a una larga diffusione dell’evasione. “Sono 32.356 i milanesi che dichiarano oltre 100.00 euro, quasi il 4%, ma possiedono il 30% dell’intera ricchezza dichiarata al fisco della città. [...] Il reddito medio dichiarato a Milano è vicino ai 33.000 euro, quasi il doppio rispetto ai 18.834 euro della media nazionale e comunque una cifra che stacca visibilmente anche la media del Nord-Ovest (20.829 euro)”. Il 4% di ricchi con più di 100.000 euro di reddito sono “una percentuale più che quadrupla rispetto a quella dei ricchi nell’intero paese (dove sono lo 0,87 per cento di tutti i contribuenti italiani). E ancora: tra tutti i redditi sopra i 100.000 euro in Italia (354.856 persone) quasi il 10% sono milanesi”. In termini di cifre aggregate nel triennio 2004-2006 (prima cioè della crisi) “l’intero reddito imponibile Irpef di Milano nel 2004 era di 24,3 miliardi, salito a 24,8 miliardi nel 2005 e cresciuto ancora sensibilmente fino ai 26,3 miliardi del 2006″. Ma c’è ancora un dato fondamentale: “la parte più ampia dei contribuenti milanesi è infatti compresa nelle fasce di reddito tra 10.000 e 15.000 euro (123.000 persone), tra i 15.000 e i 20.000 euro (143.000 persone) e tra i 20.000 e i 26.000 euro (134.000). Sono loro, con le oltre 93.000 persone che dichiarano meno di 10.000 euro (in maggioranza pensionati) a soffrire in maniera più pesante gli effetti della recessione”.
(fonte: Corriere della Sera, 16 aprile)
3) QUANDO IL MATTONE NON TIRA
Cominciano a profilarsi i primi effetti della crisi sugli introiti delle amministrazioni pubbliche. I dati nazionali pubblicati in questi giorni parlano di una diminuzione delle entrate fiscali dello stato per il primo bimestre 2009 pari al 7% e con trend all’aumento. A Milano il Comune nel 2008 ha incassato 8 milioni di euro in meno del previsto con gli oneri di urbanizzazione. La cifra per l’intero anno è di 58,5 milioni, a fronte di una previsione di 66,7 milioni, e ciò nonostante il rialzo delle tariffe varato nel dicembre 2007. Negli anni precedenti, grazie alla bolla immobiliare e alle parallele politiche comunali mirate a incentivare la speculazione edilizia, gli introiti generati dagli oneri di urbanizzazione avevano registrato una fortissima crescita: da 31,4 milioni nel 2005, a 44,8 milioni nel 2006 a 52,1 milioni nel 2007. Bisognerà vedere ora cosa succederà in questo 2009 di crisi, per il quale il Comune ha preventivato entrate per 70 milioni, che però difficilmente verranno raggiunte visto il drastico rallentamento della crescita cominciato già nel 2008. Per il bilancio di Palazzo Marino si prospettano quindi grossi problemi visto che, tra le altre cose, anche le società controllate, come per esempio Sea Aeroporti, ridurranno drasticamente i dividendi erogati al Comune o addirittura non ne erogheranno affatto.
Sempre sul piano della speculazione edilizia ci sono da registrare alcuni dati sugli immobili sfitti. A Milano sono circa 30.000 gli appartamenti sfitti, pari al 4% dei 677.000 appartamenti totali esistenti in città. A questi dati vanno ad aggiungersi quelli sugli spazi per ufficio sfitti. Su 1,2 milioni di metri quadri di superficie per uffici esistenti a Milano, il 6% è sfitto ma, aggiunge il Corriere della Sera, si tratta di dati ufficiali che non rispecchiano una situazione reale ancora più critica, “perché altri vecchi palazzi si stanno svuotando. E nuovi contenitori non sono mai stati riempiti. Fa testo il recente insediamento di via Forlanini, verso Linate. Sfitte le torri di via Stephenson, all’estrema periferia Nord-Ovest. Come quelle di via Senigallia, a ridosso di Cormano. E a Sud in via dei Missaglia. Metri quadrati di uffici sfitti che, uno sull’altro, fanno 30 Pirelloni, [senza contare che] la crisi potrebbe accelerare l’esodo di altri colletti bianchi da altri cubi”. I palazzi per uffici sfitti, scrive sempre il Corriere della Sera, “sono così da anni, costruiti tra gli anni ’80 e ’90, nella sbornia del dopo piano regolatore, che consentiva di trasformare le ex aree industriali in terziario (30%) e produttivo. Il terziario è lì, scatole vuote”. E, come spiega l’economista Giacomo Biraghi, a differenza di altre città europee in cui gli spazi per uffici si concentrano nei cosiddetti Business District, a Milano il terziario “si è sviluppato sulla città come un quadro di Mondrian, a macchia di leopardo”.
La Repubblica segnala infine i contenuti della bozza di progetto di legge regionale che “declina alla lombarda il piano casa di Berlusconi”. Vengono introdotte novità rispetto al decreto del governo, per esempio si potranno recuperare volumetrie non utilizzate nei centri storici anche per attitività economiche. Al di fuori dei centri storici si potranno ampliare poi del 20 per cento gli edifici, anche per destinazioni non residenziali.
(fonti: Il Giornale, 6 aprile; Repubblica, 4 aprile, 16 aprile; Corriere della Sera, 2 aprile)
4) GRANDI MANOVRE NEL CAPITALE CHE CONTA A MILANO
Pirelli Re, Impregilo, A2A, tre nomi che contano moltissimo a Milano e in Lombardia, rispettivamente nell’immobiliare, nelle costruzioni e nell’energia. Se la A2A è a controllo pubblico (Comuni di Milano e Brescia), le altre due fanno capo ad alcuni dei più noti nomi del capitalismo italiano, rispettivamente Pirelli e Tronchetti Provera la prima, e Ligresti, Benetton e Gavio la seconda. Tutte e tre in questi giorni stanno attraversando momenti cruciali. L’8 aprile Carlo Puri Negri ha abbandonato il timone di Pirelli Re e la società immobiliare è stata di fatto “commissariata” dalla casa madre Pirelli guidata da Marco Tronchetti Provera, che ha nominato due uomini di stretta fiducia alla guida della società. Puri Negri, che è figlio di una Pirelli, aveva cominciato la sua carriera nel 1989 e aveva creato e portato al successo il ramo immobiliare di Pirelli, cavalcando senza remore la bolla immobiliare. Gli investimenti di Pirelli Re in Italia e nell’Europa Orientale ammontano a circa 1,3 miliardi e hanno generato rendimenti tra il 5% e il 7%, ma l’indebitamento accumulato è di 860 milioni. Ora, dopo lo scoppio della bolla, Pirelli Re si trova con 195 milioni di perdita in bilancio e le sue azioni che sono arrivate a valere 60 euro oggi sono quotate intorno ai 4,5 euro. Tronchetti Provera ha deciso quindi di avviare una delicata operazione di ricapitalizzazione per 400 milioni il cui scopo è quello di mettere in salvo il ramo immobiliare del gruppo. Puri Negri abbandona a fronte di una lauta buonuscita, in tutto 12 milioni di euro.
Per la Impregilo, che ha vinto la gara per la realizzazione di una delle più grandi opere a cui darà il via il governo Berlusconi, il ponte sullo stretto di Messina, si profila invece una soluzione per la situazione di stallo tra gli azionisti di controllo che si protraeva da mesi. La società è controllata da un patto azionario tra Salvatore Ligresti, la famiglia Benetton e Marcellino Gavio, patto che scadrà il prossimo 12 giugno. I motivi di divergenza tra i soci non sono chiari, ma la stampa ha parlato di un conflitto strategico tra l’ala delle costruzioni (Ligresti) e quella delle concessioni autostradali (Benetton e Gavio), con una possibile fuoriuscita di Ligresti. Ora pare che le divergenze si stiano appianando con la mediazione di Mediobanca, che detiene in pegno circa il 30% delle azioni della società, cioè la quota totale in mano ai tre. Va rilevato che il presidente di Impregilo, Massimo Ponzellini (un nome che incontreremo di nuovo qui sotto quando parleremo di A2A) è candidato alla presidenza della banca Bpm e non ha alcuna intenzione, qualora venisse eletto, di abbandonare la presidenza di Impregilo, ritenendo che non vi sia alcuna incompatibilità.
In A2A, il minicolosso energetico controllato dai Comuni di Milano e Brescia, è in corso un radicale rimescolamento delle carte, dopo i mesi di stallo vissuti dalla gestione duale da parte delle due città lombarde. Nei giorni scorsi Renzo Capra (“l’uomo” di Brescia nell’azienda) ha dato le dimissioni dal consiglio di sorveglianza. Il Corriere Economia interpreta le dimissioni come una conseguenza della vittoria di Adriano Paroli, di Forza Italia, che ha conquistato la poltrona di sindaco dopo dieci anni di centrosinistra. Paroli, vicino a Comunione e Liberazione e a Roberto Formigoni, punterebbe alla sostituzione di Capra con un proprio fedelissimo, Graziano Tarantini, fondatore della Compagnia delle Opere bresciana. Tarantini tra l’altro è membro del consiglio di amministrazione della banca Bpm, nell’ambito della quale appoggia la candidatura a presidente di Massimo Ponzellini (il già menzionato presidente di Impregilo). In questa fitta rete di relazioni politiche e affari si inserisce, sempre secondo il Corriere Economia, anche la Lega Nord, che mira a insediare un suo uomo (si parla di Dario Fruscio, uscito a febbraio dal collegio sindacale di Expo 2015 Spa) ai vertici del consiglio di sorveglianza della società. Da parte sua, a Milano, Moratti punterebbe a ottenere una poltrona importante in A2A per Paolo Glisenti, dopo la sua estromissione dalla guida dell’Expo 2015. Va rilevato inoltre che nel consiglio di gestione di A2A siede in rappresentanza del Comune di Milano il consigliere Simone Rondelli, che è stato oggetto di un avviso di garanzia per truffa aggravata ai danni dello stesso Comune in relazione alla vicenda dei derivati. Rondelli è legato a Letizia Moratti: siede nel consiglio di supervisione di Syntek, azienda di proprietà del sindaco, ed è amministratore di Four Partners, società che si occupa di gestione patrimoniale e ha tra i suoi clienti la stessa Syntek. Il Sole 24 Ore si interroga da parte sua sul futuro dell’azienda milanese-bresciana. Una volta risolti gli assetti di governo, A2A dovrà occuparsi di strategie, in particolare per quanto riguarda la controllata Edison, gestita in tandem con i francesi di Edf, ma che finora non ha dato i risultati industriali auspicati. Secondo lo stesso quotidiano “le opzioni sono quattro: il mantenimento dello status quo, la fusione A2A-Edison, lo spezzatino di Edison o lo spezzatino di A2A”.
(fonti: Corriere della Sera, 9 aprile, 18 aprile; Corriere Economia, 20 aprile; Repubblica Affari e Finanza, 20 aprile 2009; Repubblica, 21 aprile; Sole 24 Ore, 15 aprile 2009)
5) ZINCAR, I MILIONI IN FUMO DEL COMUNE DI MILANO
La Zincar è una società controllata dal Comune di Milano (ma con una partecipazione azionaria, tra gli altri, della A2A) il cui nome è l’acronimo di uno strampalato “Zero impatto non carbonio”. Nei mesi scorsi era stata al centro di polemiche, ai limiti dello scoppio di uno scandalo, sulle “consulenze facili” assegnate, tanto che a dicembre Letizia Moratti ne aveva deciso la liquidazione. Oggi emerge, come riferisce la Repubblica, che la Zincar ha un buco di 18 milioni di euro, una cifra da capogiro per una società che a fine 2007 aveva un giro d’affari di poco meno di 5 milioni di euro. La scarsa trasparenza delle operazioni della Zincar è testimoniata dal fatto che nel 2007 la società di revisione Ernst&Young si era rifiutata di certificarne i conti. Zincar, per dare un esempio degli sperperi di cui era il canale, sta realizzando nel quartiere di Quarto Oggiaro un progetto finanziato dal Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, del costo di ben 4,3 milioni di euro, che prevede la realizzazione di un centro di informazione e formazione per i cittadini sui temi della sicurezza. Con 6 milioni di finanziamento dello stesso ministero sta completando un progetto per studiare i microrischi relativi al trasporto di merci pericolose in ambito urbano. Come conclude la Repubblica, “insomma, una marea di soldi che Zincar sembra aver in parte sperperato in consulenze e comunque ad alto impatto per il Comune”. Ora si deve decidere come ripartire le perdite tra gli azionisti e secondo il quotidiano si va verso una soluzione che coinvolga più i soci industriali (come A2A) e meno il Comune.
(fonte: Repubblica, 18 aprile)
