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Derivati e bilancio: le mani della finanza creativa su Milano

Derivati e bilancio: le mani della finanza creativa su Milano

di Andrea Ferrario

La vicenda dei derivati stipulati nel 2005 con un gruppo di banche dalla giunta dell’allora sindaco di Milano, Gabriele Albertini, ha dato il primo esito clamoroso. Il 27 aprile la Guardia di Finanza ha sequestrato immobili, quote azionarie e conti correnti delle banche JPMorgan Chase, Deutsche Bank, Ubs e Depfa Bank per un valore complessivo di oltre 340 milioni di euro.

Secondo la magistratura l’operazione derivati sarebbe stata una truffa ai danni del Comune di Milano che avrebbe fruttato alle banche oltre 100 milioni di euro di profitti illeciti, d’intesa con l’allora direttore Giorgio Porta e il consulente del comune per la ristrutturazione del debito Mario Mauri. L’iniziativa della magistratura è clamorosa non solo per le conseguenze che potrebbe avere a Milano, ma anche perché apre la strada a misure simili in tutta Italia, dove i comuni hanno in atto centinaia di operazioni obbligazionarie e su derivati per un totale di ben 35 miliardi di euro.

Riassumiamo a grandi linee la storia del complesso scandalo derivati. Nell’ aprile 2005 la giunta di destra guidata da Albertini si era resa conto di avere un grande bisogno di liquidità: mancavano fondi per la spesa corrente, anche perché un contratto derivato da 739 milioni di euro stipulato con l’Unicredit evidenziava una perdita di 100 milioni. Per raccogliere liquidità il Comune ha deciso pertanto nel giugno di quell’anno di emettere un prestito obbligazionario trentennale da 1,7 miliardi di euro (il più grande nella storia delle città europee), con un’annessa copertura mediante titoli derivati (swap). I titoli derivati sono strumenti di copertura del debito ad altissimo rischio, perché i loro complicati meccanismi rischiano di generare perdite enormi in presenza di variazioni dei tassi d’interesse praticati dalle banche centrali o quando cambiano i rating di rischio paese ai quali sono collegati. Hanno però per gli amministratori un grande pregio: permettono di generare subito liquidità scaricando i rischi in là nel tempo sulle successive amministrazioni (cioè sui cittadini). Secondo testimonianze riportate dal Corriere della Sera, all’interno della giunta comunale molti avevano allora cercato di convincere il sindaco a non varare l’operazione (tra di essi il suo capo di gabinetto, Aldo Scarselli, e il vicesindaco Riccardo De Corato), ma Albertini aveva voluto procedere a tutti i costi. L’operazione, alla fine varata con un compatto voto favorevole da parte della destra, fu presentata come un grande successo dal sindaco, ma nel giro di una manciata di anni, in seguito anche alle instabilità causate dalla crisi economica di cui gli stessi titoli derivati sono stati un fattore scatenante, l’operazione ha cominciato a generare perdite di portata enorme (secondo le stime più autorevoli, tra i 200 e i 300 milioni di euro). Dall’inchiesta in corso, e dalle parallele rivelazioni della stampa, emerge ora un quadro ancora più inquietante. Innanzitutto, dai brani di documenti pubblicati da Panorama il 7 maggio emerge che tra il luglio del 2004 e il marzo del 2005 le banche coinvolte avevano insistito a più riprese presso il Comune affinché imbastisse l’operazione, rivolgendosi costantemente a Giorgio Porta, il già menzionato direttore generale del Comune. Porta è un uomo fidatissimo di Albertini: ex dirigente Montedison ed ex presidente di Federchimica, era stato chiamato da quest’ultimo a rivestire l’incarico influente e delicatissimo, in particolare negli anni novanta, di assessore alle privatizzazioni, e si era interessato tra le altre cose della privatizzazione dell’Aem. Il consulente Mauro Mauri, che ha affiancato Porta nell’operazione derivati, era stato in precedenza ai vertici di Montedison con quest’ultimo. Per completare il quadro va menzionato che il calcolo della convenienza economica dell’operazione (per il Comune) era stato eseguito non da un soggetto autonomo, ma dalle stesse banche. Insomma, tutto lascia intendere che il Comune all’epoca abbia preso decisioni sulla scia delle strategie delle banche. Inoltre per legge era necessario estinguere il vecchio derivato con Unicredit prima di emetterne uno nuovo, ma non si è proceduto subito in tal senso. Angela Casiraghi, direttore centrale finanza del Comune, ha spiegato a proposito: “tutti mi dissero che non era necessario [estinguere il derivato Unicredit] in quel momento e che tale posizione sarebbe stata sistemata in un secondo tempo, dicendomi di non menzionare questa situazione nei documenti che avrei dovuto predisporre”. Alla fine, più di due mesi dopo, si procedette a deliberare l’estinzione del derivato con Unicredit, ma l’operazione ebbe un costo complessivo di oltre 100 milioni di euro – per citare Claudio Gatti sul Sole 24 Ore: “se questa cifra fosse stata inclusa nei calcoli, come dovuto, sarebbe venuta a mancare la convenienza economica e il Comune non avrebbe potuto portare a termine l’operazione”. Inoltre l’emissione obbligazionaria era stata emessa inizialmente a tasso fisso ed è stata poi in seguito trasformata in una molto più rischiosa emissione a tasso variabile senza che, secondo quanto osserva il consigliere Pd Davide Corritore, venisse emessa alcuna delibera per la trasformazione. Ma non è tutto. Ufficialmente le banche avevano strutturato questa enorme operazione miliardaria a fronte di un corrispettivo di appena 42.133,67 euro a testa – dall’inchiesta in corso sembra invece che, grazie ai complicati meccanismi dei titoli, abbiano intascato commissioni illecite per oltre 100 milioni di euro, con un pesante sospetto di connivenza da parte del Comune di Milano. Al quadro già pesantissimo vanno aggiunti anche i particolari grotteschi. Per esempio, Elfo Butti, allora direttore centrale del settore ragioneria e finanza del Comune, nonché uno dei firmatari del contratto per i derivati, racconta: “Avevo informato il dottor Porta del fatto che non avevo alcuna conoscenza in materia di derivati e che non parlavo l’inglese [l'unica lingua in cui era redatto il contratto - NdR]. Questi mi rispose che non era un problema”.

Il quadro complessivo che emerge dalla vicenda è chiaro, al di là dei particolari che devono ancora essere chiariti. Il Comune di Milano (quello guidato da Gabriele Albertini, ma anche la giunta Moratti ha proseguito in parte sulla stessa strada) ha coscientemente scaricato sui contribuenti un rischio finanziario che nel tempo potrebbe tradursi in enormi perdite e di conseguenza in tagli a servizi essenziali. E lo ha fatto agendo in maniera succube al potere delle banche, lo stesso potere al quale la destra che governa da più di 15 anni la città ha sacrificato ogni politica di sviluppo sociale di Milano. Con Albertini la Milano da bere di Bettino Craxi ha fatto un enorme salto di qualità, grazie a una moltiplicazione da capogiro della speculazione immobiliare e finanziaria. In questi giorni Albertini è tornato per l’ennesima volta a sventolare come un automa, in propria difesa, una patetica relazione del 2007, autoprodotta dalla sua stessa giunta e inviata alla Corte dei Conti, in cui si asseriva che fino a quella data l’operazione derivati aveva generato risparmi. Non solo finge di dimenticarsi che nell’ultimo anno e mezzo le cose sono drasticamente peggiorate e che quel documento non fa riferimento al valore mark-to-market dei derivati (cioè quello reale e attuale di mercato, e non quello teorico), ma fa finta anche di dimenticarsi che alcuni mesi dopo, nell’aprile 2008, la stessa Corte dei Conti bocciò sonoramente l’operazione derivati, notando tra le altre cose che essa ha “vincolato risorse di generazioni future” e ha “aumentato i rischi dell’indebitamento”. A un giornalista della Repubblica che in questi giorni gli chiedeva se in tutta l’operazione derivati-banche non vi fosse stata una connivenza di Palazzo Marino, Albertini, che è stato l’uomo più potente di Milano per quasi dieci anni, risponde: “Certo non da parte mia. Il sindaco dà degli indirizzi. Poi c’è chi li manda avanti in modo operativo”. Con queste frasi sibilline Albertini vuole forse fare credere che lui dava solo indirizzi e poi se ne lavava le mani, non controllava nulla e non portava alcuna responsabilità? La sua totale responsabilità politica in realtà è sotto gli occhi di tutti – nonostante questo oggi rimane ancora deputato europeo e sarà ricandidato il prossimo giugno per il partito che lo ha portato al potere, cioè Forza Italia oggi confluita nel Pdl.

Se l’operazione della giunta Albertini è nell’occhio della bufera, anche Roberto Formigoni ha i suoi scheletri nell’armadio in fatto di derivati. Nel 2002 la sua giunta regionale ha lanciato un’emissione da 1 miliardo di dollari a 30 anni, con le banche Ubs e Merrill Lynch come intermediari. L’emissione formigoniana utilizza un sinking fund, cioè, come spiega Milano Finanza, “un fondo nel quale vengono versate le rate di ammortamento, anno per anno, in vista del rimborso del 2032″. Il particolare interessante è che nei soli primi 5 anni del periodo di 32 anni la Regione ha versato nel fondo già 500 milioni di dollari, cioè la metà dell’intera emissione. Questi soldi sono stati investiti in titoli di varia tipologia, che però per una parte consistente sono ad alto rischio. Inoltre, i fondi sono gestiti dalle stesse due banche che in alcuni casi hanno acquistato titoli collocati o intermediati dalle banche stesse. Insomma, da una parte le banche hanno venduto e dall’altra hanno comprato, spesso con prezzi che non erano decisi dal mercato.

(fonti: Sole 24 Ore, 28 aprile 2009; Repubblica, 4 luglio 2000, 18 aprile 2008; 29 aprile 2009; Panorama, 7 maggio 2009; Milano Finanza, 1 maggio 2009; Corriere della Sera, 31 ottobre 2007, 1 novembre 2007, 5 novembre 2007, 10 novembre 2007)

Il bilancio con il trucco

Nel momento stesso in cui tornava alla ribalta in maniera eclatante lo scandalo derivati, la Corte dei Conti sparava una (giustificatissima) bordata contro il Comune di Milano. Secondo la magistratura contabile Palazzo Marino in pratica ha violato la legge perché non ha accantonato per anni in bilancio risorse per fare fronte al rimborso del prestito obbligazionario del 2004 convertibile in azioni A2A, per un totale di ben 335 milioni di euro in scadenza quest’anno. Il Comune in questi anni, evitando di mettere in bilancio tali risorse, ha fatto spese con fondi di cui in realtà non disponeva. La conseguenza è che ora deve effettuare drastici tagli. Per un paio di giorni Palazzo Marino ha cercato di temporeggiare sostenendo che erano possibili altre soluzioni di alchimia finanziaria, ma poi ha dovuto fare retromarcia e annunciare i tagli. Il buco in bilancio verrà coperto tagliando i finanziamenti per la linea 4 del metro (verranno reperiti con un altro mutuo, ma ciò allungherà notevolmente i tempi di realizzazione) e cancellando i fondi per il canale scolmatore di Niguarda (vorrà dire che in presenza di piogge forti il Seveso continuerà a inondare la zona nord di Milano, un problema assurdo irrisolto da oltre trent’anni). Verranno inoltre tagliati fondi per il risanamento e la manutenzione di edifici comunali (compresi quelli per la bonifica delle scuole dall’amianto), quelli per l’ampliamento dell’offerta di posti negli asili nido e quelli per la riqualificazione dei marciapiedi. Coglie nel segno il commento di Davide Corritore, consigliere Pd ed esperto di questioni finanziarie, sull’intera vicenda: “E’ la stessa mentalità che nel 2005 ha portato a concludere quei derivati finanziari che ci stanno costando tanto. Questa è finanza allegra, iniziata con il sindaco Albertini, ma proseguita con il sindaco Moratti che, fino a poco tempo fa, aveva pure la delega al Bilancio. [...] E’ una perdita secca per Milano. Il che fa capire perché la legge imponga ammortamenti annuali. Se questa uscita fosse stata distribuita, avremmo avuto un’equa distribuzione dei sacrifici, che ora invece peseranno sui servizi del solo 2009. [...] E il precedente caso dei derivati mette in luce una continuità di violazioni normative e contabili”. Pertinente anche il commento di Roberto Rho su Repubblica: “A Milano, da dodici anni, governa la stessa coalizione di centrodestra, i “partiti del fare”, i sindaci imprenditori (o manager), quelli che “porteremo nelle amministrazioni pubbliche l’efficienza di un’azienda privata”. Questi sono i risultati. Considerando che queste stesse amministrazioni dovranno gestire, nei prossimi sette anni, una quindicina di miliardi di soldi pubblici destinati alle opere per l’Expo c’è davvero poco da star sereni”.

(fonti: La Repubblica, 27 aprile, 28 aprile, 29 aprile, 30 aprile; Avvenire, 7 maggio; Milano Finanza, 28 aprile)