12
mag
09

23,8 per cento? Davvero avete detto 23,8 per cento?

23,8 per cento? Davvero avete detto 23,8 per cento?

di Ilario Salucci

L’Istat ha comunicato ieri, lunedì 11 maggio, i dati relativi alla produzione industriale italiana di marzo. Secondo il comunicato Istat la produzione a marzo è in calo, su base annuale, del 23,8%. La cifra mi ha sconvolto: crolli di un quarto della produzione mi hanno fatto venire in mente paesi in guerra, fabbriche distrutte dai bombardamenti.

Il mio sconvolgimento è rimasto però solitario: il comunicato Istat era ritradotto con l’aggiunta “il peggior dato dal 1991″ (quindi da 18 anni non andava così male, ma prima…); ai tg serali la notizia sulla situazione economica era relegata al quarto-ottavo posto, ed era relativa al fatto che la crisi è ormai quasi passata (dixit BCE e Ocse, con intervista aggiuntiva a Bill Gates), e non c’è più nulla di cui preoccuparsi. I dati Istat erano ricordati en passant (La7 dando anche il dato non corretto per i giorni lavorati, meno 18% anziché meno 23,8%). La mattina del 12 maggio stesso copione per i vari giornali, incluso il Sole 24 ore (se non si preoccupano loro, allora è inutile che mi preoccupi io…)

Il “mistero” del riferimento al 1991 (non mi ricordavo di una crisi industriale nel 1991, ma la mia memoria è pessima, quindi meglio verificare) era presto chiarito: il dato reso pubblico l’11 maggio 2009 è il peggiore dal 1991 per il semplice motivo che le serie storiche dell’Istat relative alla produzione industriale iniziano il 1 gennaio 1991. Per gli anni precedenti i dati non sono confrontabili. Per fortuna l’Ocse pubblica serie storiche un po’ più ampie, a partire dal 1955: si può quindi dire, altrettanto correttamente di quanto fanno oggi i mass media riferendosi al ’91, “il peggior dato a partire dal 1955″ (ancora: non per una terribile crisi che allora sconvolse l’Italia, ma per la disponibilità dei dati).

Rimaneva il quesito: un calo del 23,8% è enorme e sconvolgente, oppure (come tutti i mass media trasmettono) non è poi così niente di particolare? Per farmi un’idea ho fatto quattro semplici operazioni sui database dell’Ocse. Quante volte e in quali paesi si sono avuti cali della produzione industriale di questa dimensione? E oggi, come sta andando la produzione industriale negli altri paesi?

Ho selezionato i paesi con diminuizioni della produzione industriale su base annuale di almeno il 10% e per almeno tre mesi consecutivi. Ho escluso il Lussemburgo (per ovvi motivi dimensionali), e i paesi dell’est nella loro transizione al capitalismo. Riporto i dati della media della caduta della produzione industriale e il numero di mesi in cui si è avuto questo crollo. I dati della media della caduta della produzione industriale possono essere visti come la velocità media a cui ha proceduto la crisi, una volta superata una soglia di velocità e senza scenderne al di sotto (la soglia del 10%), per un lasso di tempo minimo (il trimestre). La velocità media per il tempo in cui dura la corsa è una misura della pesantezza della crisi: ho quindi rapportato questi dati alla crisi maggiore del ’900, quella statunitense del 1930-1933.

Paesi a capitalismo avanzato:

Paese

Anno

Num. Mesi

Velocità massima di caduta

Velocità media di caduta

Giappone

1974-75

9

-18,97

-14,95

Danimarca

1975

3

-19,79

-15,02

Italia

1975

5

-14,27

-12,51

Francia

1975

5

-13,87

-12,30

Gran Bret.

1980-81

3

-11,86

-11,44

Giappone

2001

3

-12,72

-12,14

La “massima velocità di caduta” italiana del marzo 2009 (meno 23,8%) non ha quindi paragoni in nessun paese a capitalismo avanzato in tutto il dopoguerra. Ma neanche la “velocità media” (anziché quella “massima”) italiana non ha paragoni: 16,8%, includendo marzo 2009. Avevo ragione a sentirmi sconvolto.

Considerando i paesi a capitalismo dipendente il quadro non cambia:

Paese Anno Num. Mesi Velocità massima di caduta Velocità media di caduta
Brasile

1981-82

9

-17,42

-14,02

Messico

1983

8

-13,05

-11,80

Brasile

1990

4

-28,21

-16,63

Brasile

1990-91

4

-18,59

-15,36

Turchia

1994

4

-15,55

-13,07

Messico

1995

3

-12,56

-11,70

Corea

1998

5

-13,50

-12,21

La velocità media di caduta italiana attuale è superiore a qualsiasi crisi del “Terzo mondo”, mentre solo in un caso (Brasile, 1990) si ha una punta di accelerazione superiore a quella attuale italiana.

Un ulteriore raffronto possibile è quello con la situazione attuale.

Paese Mese d’inizio Num. Mesi Velocità massima di caduta Velocità media di caduta
Spagna ottobre

5

-21,54

-17,15

Giappone novembre

5

-35,73

-26,71

Corea novembre

5

-21,16

-16,29

Italia novembre

5

-23,80

-16,80

Finlandia novembre

4

-20,81

-17,02

Rep. Ceca novembre

4

-21,44

-17,73

Rep. Slovacca novembre

4

-30,80

-22,69

Svezia novembre

4

-17,16

-14,62

Turchia novembre

4

-22,48

-18,16

Francia dicembre

3

-15,45

-13,45

Germania dicembre

3

-20,68

-16,93

Ungheria dicembre

3

-25,42

-23,18

Brasile dicembre

3

-17,39

-15,84

Usa gennaio

3

-12,78

-11,75

Per tutti i paesi citati il crollo industriale è in corso, e quindi i dati vanno riaggiornati mese dopo mese. Per alcuni paesi sono disponibili i dati fino a marzo 2009, ma per la maggior parte l’ultimo mese disponibile è febbraio. In “lista d’attesa” ci sono inoltre Belgio, Canada e Gran Bretagna, che hanno fatto segnare arretramenti sull’anno precedente superiori al 10% in gennaio e febbraio 2009, senza che siano ancora stati rilasciati i dati relativi a marzo.  Invece hanno fallito l’ingresso Polonia e Portogallo, che pur avendo fatto segnare arretramenti sull’anno precedente superiori al 10% in gennaio e febbraio 2009, a marzo questo arretramento è sceso sotto il 10%, non riuscendo quindi a raggiungere la soglia trimestrale.

Qui il quadro cambia in modo radicale. Il dato italiano è in linea con quello degli altri paesi. E’ la crisi attuale che non è comparabile con nessuna crisi avvenuta dopo la seconda guerra mondiale – lo è solo con la grande crisi degli anni ’30. La crisi del 1974-75 vide una dinamica di “crollo industriale” in 4 paesi – oggi in 14 più 3 in lista d’attesa. La crisi del 1974-75 vide una dinamica di “crollo industriale” protrarsi per 3-5 mesi per Italia, Francia e Danimarca, e in nessun paese capitalista questa dinamica è durata per più di nove mesi nel periodo successivo alla seconda  guerra mondiale. Oggi già quattro paesi sono arrivati a una durata di cinque mesi, e niente indica che questa dinamica si interromperà bruscamente. La profondità della caduta industriale nel periodo successivo alla seconda  guerra mondiale non ha mai ecceduto una media del 16,6%: ad oggi già 9 paesi su 14 hanno superato questa soglia.

Secondo i criteri adottati, la crisi Usa del 1930 al 1933 è stata segnata da una “velocità media di caduta” del 19,13% estesa per un lasso di tempo enorme, 34 mesi continuativi. Moltiplicando “velocità media di caduta” per la durata, le crisi del dopoguerra possono essere viste in proporzione a quella statunitense degli anni ’30 – secondo una “percentuale di gravità”. Questa “percentuale di gravità” è superiore al 10% solo in quattro crisi precedenti quella attuale:

Paese Anno % di gravità
Giappone 1974-75

20,69

Brasile 1981-82

19,40

Messico 1983

14,51

Brasile 1990

10,23

Per informazione la crisi italiana del 1975 ebbe una “percentuale di gravità” di 9,58. La situazione attuale – appena iniziata – è la seguente (non considero i paesi con soli tre mesi di crollo industriale):

Paese % di gravità
Giappone

20,53

Rep. Slovacca

13,95

Spagna

13,18

Italia

12,91

Corea

12,52

Turchia

11,17

Rep. Ceca

10,90

Finlandia

10,47

Svezia

8,99

Il Giappone oggi in 5 mesi ha raggiunto lo stesso livello di gravita’ che raggiunse nel 1974-75 in nove mesi – quindi in Giappone questa crisi ha una velocita’ quasi doppia di quella di 35 anni fa. Tutti i dati naturalmente andranno aggiornati periodicamente.

Tutti ripetono che il punto di svolta è stato raggiunto, e che tutto andrà per il meglio. Non certo a marzo.  E’ stato il mese peggiore. Ecco la sequenza (base dati Ocse) delle variazioni mese su mese della produzione industriale italiana:

novembre                    -3,67

dicembre                     -4,34

gennaio                       -1,22

febbraio                       -3,47

marzo                          -4,60

Considerando le “variazioni percentuali tendenziali” fornite dall’Istat il quadro non muta:

giugno 2008                  -0,8

luglio                             -2,2

agosto                           -4,7

settembre                     -5,7

ottobre                          -7,7

novembre                      -9,7

dicembre                     -13,8

gennaio 2009              -17,6

febbraio                       -21,2

marzo                          -23,8

Nel nostro “paese incantato” tutto ciò non fa notizia. Ma poco conta. La realtà i lavoratori la conoscono – dietro queste cifre ci sta una guerra terribile contro di loro, fatta di licenziamenti, mobilità, cassa integrazione, divisioni nei loro ranghi, attacchi ai loro diritti e alle loro organizzazioni, e così via. E’ la guerra di classe oggi in corso: e nei prossimi mesi si approfondirà. I tentativi di occultarla sono vani.



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