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Milano e il suo sviluppo urbano

Recensione di: Antonello Boatti, “Urbanistica a Milano”, Città studi edizioni, 2007, 340 pagine, 26,00 euro (a cura di Andrea Ferrario)

Le dinamiche attuali di una grande città come Milano non possono essere comprese a fondo senza una conoscenza del suo sviluppo passato. Il libro di Antonello Boatti è un ottimo strumento per capire come si è giunti alla formazione della Milano odierna e quali sono le radici delle sue problematiche.

L’espansione a macchia d’olio della città, ancora oggi chiaramente visibile, è stata ad esempio determinata già in tempi antichi dai flussi commerciali e dalla sua posizione pianeggiante. In epoca spagnola questa morfologia si è concretizzata in assi viari radiali che dalle dieci porte lungo le mura portano al centro medioevale. Determinante è stata anche la ricca presenza di acque, dai fiumi Olona, Nirone, Seveso e Lambro, fino alla roggia Vettabbia e ai Navigli, che hanno rappresentato nel loro insieme un ulteriore fattore di collegamento della città con il territorio circostante. Un’altra particolarità che individua l’autore nel descrivere la crescita di Milano prima della dominazione spagnola è quella dell’assenza di spazi pubblici e di piazze, laddove quest’ultime “sorgono ex post e non sono l’incipit dell’operazione urbanistica”. Lo spartiacque nella storia urbanistica di Milano è costituito dall’Unità d’Italia, che lancia la città nel più vasto contesto italiano e internazionale in presenza di una politica economica improntata al liberalismo. La capitale lombarda si presenta all’appuntamento con 357.000 abitanti (per raffronto, nello stesso periodo Manchester aveva una popolazione pressoché uguale, Londra aveva 2 milioni e mezzo di abitanti, Parigi ne aveva 2 milioni). La città era ancora chiusa all’interno delle mura spagnole, ma ben presto iniziò l’espansione industriale al loro esterno, nel momento stesso in cui Milano diventava la capitale economica d’Italia. Con i Savoia arrivò anche un boom del mattone e degli sventramenti: è l’inizio degli ultimi 150 anni di storia, che hanno fatto di Milano una delle capitali europee della speculazione immobiliare. Il luoghi topici del centro vennero allora stravolti, a partire da piazza Duomo, con l’abbattimento di edifici storici come il Rebecchino e il portico dei Figini, antistanti la cattedrale, fino allo sventramento di Piazza Mercanti e, successivamente, alla creazione dell’odierna piazza Cordusio e di via Dante. Vennero costruiti anche grandi nuovi quartieri borghesi tra la cerchia dei Navigli e i bastioni, soprattutto in zona nord e nord-est, il cui parallelo fu l’inizio del processo di espulsione dei ceti popolari dal centro. Solo nel 1884 però si decise di redigere un Piano regolatore, che venne commissionato all’ing. Cesare Beruto. Il suo piano era sotto molti aspetti moderno e coraggioso rispetto ai tempi, prevedeva solo modesti sventramenti e dedicava particolare attenzione al verde nei quartieri di nuova costruzione. A Roma però il ministero dei Lavori Pubblici bocciò le proposte di Beruto e il piano venne successivamente adottato con varianti fondamentali che lo avrebbero completamente stravolto. Come constata Boatti, si tratta della prima di una lunga serie di vittorie del regime immobiliare capitalistico milanese, già allora così forte da imporre decisioni al ministro e da affermare il ruolo decisivo della rendita fondiaria nell’economia della città: “L’intervento del Ministero, teso in sostanza a rendere più velocemente edificabili i lotti e a eliminare molte delle previsioni di uso pubblico del Piano, favorisce gli interventi più disordinati nello sviluppo della città, che, proprio in questi anni, sotto una spinta demografica notevole, acquista quei caratteri morfologici e quelle contraddizioni che ancora oggi, ingigantite, sono ben visibili”. La città intanto aumenta vertiginosamente la propria popolazione soprattutto per il grande afflusso immigratorio dalle campagne lombarde e venete (dai 357.000 abitanti del 1861 si arriva al quasi raddoppio a 600.000 nel 1911). A cavallo dei due secoli la popolazione che vive al di fuori dei bastioni supera per la prima volta quella che vive al loro interno. La città dopo essersi espansa in un primo tempo a nord, comincia a espandersi a nord-ovest e a est, e, nota Boatti: “non è improbabile scorgere un preciso disegno del regime immobiliare, che prima orienta verso Nord la crescita della città, per abbassare i prezzi delle aree poste a est e ad ovest, perché non richieste. Successivamente inizia una campagna di acquisizione a basso prezzo delle aree ad est e a ovest, e solo una volta entratone in possesso iniziarono le costruzioni”.

Con il Piano regolatore di Angelo Pavia e Giovanni Masera del 1910 questi aspetti si accentuano: si ha una forte terziarizzazione del centro (con il parallelo ulteriore degrado delle sue zone ancora popolari) e una continua espansione della periferia che si sviluppa in maniera concentrica e gravitando sul centro, sempre più soffocato, un problema mai risolto fino a oggi. L’ingordigia speculativa è tale che il piano si dimentica pressoché totalmente del verde e degli spazi pubblici. Il piano Pavia-Masera è quindi un piano che pone le politiche pubbliche al servizio della speculazione immobiliare e che mira unicamente a fare aumentare i valori dei suoli in centro e in periferia, alimentando un mercato edilizio distorto che favorisce la produzione di edifici abitativi a costo elevato con l’unico scopo di sottrarre reddito ai lavoratori. Il piano Albertini, varato nel 1926 in piena era fascista, peggiora ulteriormente le cose. Punta alla immediata edificabilità dei terreni mediante una lottizzazione resa possibile da “una gerarchia rigida di piazze, viali, strade primarie, secondarie e di passeggiata” e senza destinare nessuna area a uso pubblico. Gli sventramenti peggiori subiti da Milano dopo l’inizio dell’era Savoia risalgono tutti a questo periodo: si va da piazza San Babila e corso Matteotti, fino a Piazza Missori e piazza Fontana, per citare solo alcuni dei casi peggiori. Negli anni ’30 viene poi compiuto un altro delitto che snaturerà la natura di “città delle acque” di Milano, una delle sue caratteristiche più peculiari: l’interramento dei Navigli. Si registra inoltre un’ulteriore spinta verso la terziarizzazione del centro e la stratificazione sociale del territorio della città. Nel 1940 Milano ha ormai poco meno di 1,3 milioni di abitanti, al 90% immigrati. La guerra, l’altro devastante “regalo” portato dal regime fascista a Milano, reca un altro colpo durissimo alla città. I bombardamenti arrecano i maggiori danni nelle zone di Porta Volta, di Corso Vittorio Emanuele, di Porta Genova e nell’area tra Porta Romana e Porta Vigentina.

La breve stagione di speranza apertasi con la Liberazione si spegne ben presto con i piani di ricostruzione che consentono di costruire in deroga al già poco entusiasmante piano Venanzi del 1948, consentendo così di fatto una proroga del piano fascista di Albertini. Così tra la fine degli anni quaranta e gli anni cinquanta si verifica un’altra ondata di sventramenti che ricorda quella del periodo fascista e lascia nella città segni ancora peggiori di quelli dei bombardamenti. Si va dall’apertura di via Larga e di Corso Europa, con la cancellazione del quartiere tipico e popolare del Bottonuto nonché del Verziere, fino alla costruzione dei “casermoni” di Largo Donegani e allo stravolgimento di via Santa Sofia e di corso Italia, per citare solo alcuni casi. Nel frattempo comincia l’edificazione dei primi quartieri dormitorio, con il sempre più massiccio spostamento dei ceti popolari verso la periferia. E anche l’edilizia popolare diventa occasione per la speculazione immobiliare. Il suo posizionamento nell’estrema periferia invece che in aree più centrali può essere interpretato come una mossa per costringere l’amministrazione a portare infrastrutture e servizi in aree prima di scarso valore, rendendo edificabili i terreni adiacenti e generando quindi rendite per gli speculatori. Nascono così quartieri satellite non solo sul territorio comunale, ma anche a Bollate, Cinisello Balsamo, Sesto San Giovanni, Cormano. Milano diventa sempre più vittima di un “monocentrismo radiocentrico dipendente esclusivamente dal nord e dal nord-est [...] mentre il sud viene abbandonato a una indistinta destinazione agricola priva di qualsiasi altro riconoscimento territoriale”, scrive Boatti. Politiche che continueranno sostanzialmente intatte per la maggior parte degli anni sessanta, grazie anche al sempre più massiccio ricorso alle varianti in deroga al Piano regolatore, un “rito ambrosiano” ancora oggi vivissimo e praticamente istituzionalizzato dalla giunta guidata da Gabriele Albertini.

Negli anni settanta lo sviluppo urbano di Milano avrebbe potuto registrare una svolta. L’ondata di mobilitazioni dal basso aveva avuto uno dei suoi punti forti nella lotta per la casa e per la preservazione degli ultimi quartieri popolari rimasti nei centri urbani. Nella capitale lombarda una delle lotte più memorabili è stata quella dei comitati popolari per il quartiere Garibaldi (testimoniata anche da un libricino, “La lotta del Garibaldi – come un vecchio quartiere del centro di Milano ha vinto la battaglia per la sopravvivenza”, Libreria Feltrinelli, 1973). La spinta delle lotte avviatesi nel biennio 1968-1969 si traduce in quegli anni, grazie anche ai successi elettorali della sinistra, nel piano dell’assessore Carlo Cuomo, che però non verrà mai definitivamente approvato. In quel momento la città raggiungeva il massimo storico di abitanti, oltre 1,7 milioni. Il centro si era sempre più terziarizzato, basti citare il dato secondo cui mentre nel 1951 all’interno della cerchia dei Bastioni abitava il 15% della popolazione totale, nel 1976 tale quota era scesa al 7%. Al centro del nuovo piano vi è lo sviluppo dell’edilizia popolare, che per la prima volta riguarda non solo aree periferiche, ma anche il recupero di aree centrali abbandonate al degrado da proprietari assenteisti. Tra le aree prese in considerazione ci sono, oltre allo stesso quartiere Garibaldi, il quartiere Isola-Volturno, l’area Scaldasole-Porta Ticinese, una zona centralissima come quella Bergamini-S.Stefano Laghetto, e un lotto in Corso XXII Marzo. Anche i progetti di edilizia popolare fuori dal centro non riguardano più esclusivamente aree all’estrema periferia, come per esempio è testimoniato dal lotto ancora oggi esistente in piazza Maciachini. In realtà la grande maggior parte di questi è rimasta sulla carta, in seguito ai massicci ricorsi legali avanzati con successo da parte dei proprietari privati e dalle società immobiliari. Tra le altre novità positive introdotte dalla politica urbana degli anni settanta vi è la creazione della prima fetta di una “cintura verde” intorno a Milano con la creazione del Parco Sud (oggi non a caso una delle principali aree nel mirino degli speculatori). I piani di allora non erano tuttavia esenti da pesanti pecche. Si puntava per esempio a un ampliamento delle destinazioni ad attività industriale nell’area del Comune di Milano, una scelta in contraddizione con le dinamiche economiche allora già in atto.

Gli anni ottanta sanciscono la definitiva sconfitta di ogni ipotesi di uno sviluppo di Milano alternativo a quello voluto dai signori del mattone. La popolazione della città nel frattempo precipitava, dagli 1,6 milioni del 1981 si arrivava agli 1,35 circa del 1991. Si ha un’ulteriore spinta alla terziarizzazione del centro, alla quale fa da pendant una radicale frenata nei progetti di edilizia popolare. Il Progetto casa del 1982, oltre a prevedere un numero di alloggi di gran lungo inferiore a quello dei piani precedenti, spinge nuovamente l’edilizia popolare verso l’estrema periferia. A fianco dell’edilizia popolare pubblica o sovvenzionata, aumentano sensibilmente le quote di edilizia convenzionata o agevolata, che non è più propriamente popolare, bensì destinata al ceto medio. Ogni ipotesi di progettazione mediante un piano che copra tutta la città e la sua area urbana viene abbandonata, si procede per progetti particolaristici, una conseguenza del fatto che la speculazione non punta più tanto sull’espansione urbana, vista anche la saturazione dell’area comunale e dell’hinterland, quanto piuttosto sulla concentrazione di megaprogetti in un numero limitato di aree. Attraverso i Piani di recupero urbano (PRU) e i Programmi integrati di intervento (PII) prendono vita i primi progetti colossali, alcuni dei quali realizzati nei due decenni successivi od oggi ancora in corso di realizzazione. Si tratta per esempio di Tecnocity-Bicocca, Bovisa, Garibaldi-Repubblica, Portello-Fiera, Rogoredo Montecity (ribattezzato poi Santa Giulia), Porta Vittoria e altri ancora. Anche un progetto come quello del Passante ferroviario diventa occasione per la costruzione di “una piramide dei valori immobiliari” lungo il suo tracciato. I cinque anni della giunta Formentini (1993-1997) rappresentano da questo punto di vista un limbo prima dello scatenarsi dell’orgia di speculazione in assenza di qualsiasi pianificazione complessiva che prende il via con l’arrivo della giunta Albertini (1997-2006). I politici assumono il ruolo di semplici broker degli speculatori e non a caso l’anno in cui Gabriele Albertini è asceso al potere coincide con il punto di inizio della più grande bolla immobiliare della storia a livello mondiale. I progetti delineati nel decennio precedente diventano esecutivi, una valanga di cemento si riversa sulla città, i prezzi degli immobili salgono alle stelle e in centro si fanno ormai insostenibili perfino per il ceto medio. Le pagine del libro di Boatti che analizzano i megaprogetti dell’era Albertini, che come abbiamo già ricordato oggi sono in larga parte ancora in corso di realizzazione, costituiscono una lettura ricca di informazioni ed estremamente interessante, anche perché si ricollegano direttamente a quanto stiamo vivendo in questi ultimissimi anni. Perfino il sistema dei trasporti viene sempre più asservito alla speculazione, mentre le aree a verde che accompagnano i progetti di cementificazione e servono a “venderli” all’opinione pubblica sono sempre più chiuse alla fruizione pubblica e sempre meno compatte. Coglie pienamente nel segno la valutazione complessiva che Boatti dà delle politiche urbane della giunta Albertini: “in almeno cento situazioni nella città si è deciso volta per volta, senza regia, coordinamento o strategia che non fosse quella della consistente edificabilità a fronte di coefficienti variabili di standard qualitativi. La città cioè è cresciuta e si è trasformata senza piano, senza controllo sul paesaggio urbano nel suo complesso, senza un bilancio preciso delle destinazioni ammesse, senza strategia di localizzazione delle grandi funzioni, senza la verifica complessiva del sistema della viabilità e dei trasporti e con architetture risolte di volta in volta. [...] Non soddisfacente è il bilancio sociale dell’operazione in termini di capacità di risposta alla domanda di case proveniente da fasce sempre più vaste di popolazione che non riesce più ad accedere al mercato libero delle abitazioni”. I nuovi progetti come Citylife e la Città della Moda (Repubblica-Garibaldi), “sono innanzitutto una impressionante volumetria calata su realtà complesse e costruite senza valutare le conseguenze reali in termini di traffico, congestione, di perdita di valori urbani e di rinuncia a decentrare le funzioni congestionanti dal centro della città verso l’area urbana”. Ad esempio, per quanto riguarda l’area Repubblica-Garibaldi: “la mancanza di un piano per Milano consente di ritenere fisse delle volumetrie su quell’unica e irripetibile area (in gran parte di proprietà pubblica e dotata di infrastrutture di trasporto di elevatissimo valore) indipendentemente dalla destinazione d’uso prefissata, che cambia disinvoltamente nel tempo”.

La prima parte del libro di Antonello Boatti, che abbiamo riassunto a grandi linee qui sopra, costituisce uno strumento di grande utilità per comprendere a fondo le dinamiche che nel tempo, e in particolare negli ultimi due decenni, hanno portato alla formazione della città che oggi viviamo e, il più delle volte, siamo costretti a subire. All’autore va dato il merito di scrivere con chiarezza, il libro si rivolge veramente a tutti e non cade mai nella trappola degli eccessivi tecnicismi o, peggio ancora, dei voli pindarici, della teoria fine a se stessa. La ricca iconografia, le decine di mappe e schemi, contribuiscono a rendere ancora più immediati i contenuti. Nella seconda parte Boatti affronta in singoli capitoli alcuni temi particolari. Di particolare interesse quello sulla “storia sociale del verde a Milano”, dal quale si evince che il problema del verde ha precise ricadute sociali e non è affrontabile in termine di arredo urbano, come vorrebbero farci credere i manager, pubblici e privati, della cementificazione di Milano. Boatti spiega tra le altre cose che a Milano vengono conteggiate come aree verdi anche zone che in realtà non lo sono, come numerosi viali alberati (e a tale proposito riporta una cartina particolarmente efficace). Il capitolo sulla “conurbazione senza governo” di Milano affronta il tema ineludibile degli influssi reciproci tra l’area comunale, l’hinterland milanese e la sua più ampia area urbana. I problemi che continuano a pesare sulla città e sulla sua area più ampia sono in parte attribuibili, secondo l’autore, anche ai ritardi nell’approvazione delle normative per il varo delle aree metropolitane. Ottimo anche il capitolo sul problema della casa, che ripercorre nei dettagli la storia delle politiche per l’abitazione, e in particolare di quelle per l’edilizia popolare, nell’area milanese. Il libro è completato anche da capitoli su trasporti, viabilità e inquinamento, sul sistema delle acque milanesi (con un’ipotesi di “rilancio” dei Navigli e di un loro recupero parziale), sulle attività dei comitati cittadini, e sulle esperienze “post-fordiste” di altre città come Lione e Bilbao.



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