Ivan Della Mea, ricordo di un artigiano di canzoni
Il 14 giugno è morto Ivan Della Mea, cantautore, scrittore, militante comunista e una delle figure più importanti della cultura milanese degli ultimi decenni. Milano Internazionale lo ricorda con un breve profilo, un suo articolo pubblicato dal Manifesto all’indomani della morte degli operai della ThyssenKrupp e due testi di canzoni in milanese.
Ivan Della Mea (nome anagrafico Luigi) era nato in provincia di Lucca nel 1940, da dove era emigrato per breve tempo a Bergamo per poi stabilirsi a Milano. Prima di dedicarsi alla musica e alla scrittura era stato operaio, barista, scaricatore e fattorino, per poi approdare alla redazione del Calendario del Popolo e del giornale Stasera. Ha collaborato anche alla redazione di collane come i Gialli Mondadori, Urania e Segretissimo. Si è iscritto al Pci giovanissimo, nel 1956, e sempre giovanissimo ha cominciato a scrivere le prime canzoni. Nel 1962 avviene l’incontro per lui fondamentale, quello con Gianni Bosio, “organizzatore di cultura”, etnomusicologo e militante. Insieme a quest’ultimo Ivan Della Mea è stato uno degli ideatori e dei fondatori dell’etichetta dei Dischi del sole, che ha operato una svolta nell’ambito del panorama musicale italiano coniugando il recupero della tradizione popolare con la canzone d’autore e la canzone politica. Tra i suoi album più importanti Ballata della piccola e grande violenza (1962), Io so che un giorno (1966), Il rosso è diventato giallo (1969), Ringhera (1974, in dialetto milanese), Sudadio-Giudabestia I e II (1979-1980, in cui canta del suo quartiere, il Corvetto), Ho male all’orologio (1997), ma anche Carlet (1983), dedicato a Carlo Marx e distribuito in edizione limitata in occasione di un congresso sul filosofo tedesco. I suoi interessi e la sua attività andavano tuttavia al di là della canzone d’autore e della militanza politica. Nel 1969, per esempio, era stato coautore del soggetto del film spaghetti-western Tepepa. E’ stato anche autore di alcuni validi romanzi, come Il sasso dentro (1990) e Sveglia nel buio (1997). Quest’anno era uscita anche la sua autobiografia, Se la vita ti da uno schiaffo. Nel 1985 aveva abbandonato la scena musicale per dedicarsi al Circolo Arci Corvetto, di cui è stato per lungo tempo presidente, così come fino alla morte è stato presidente dell’Istituto Ernesto de Martino “per la conoscenza critica e la presenza alternativa del mondo popolare e proletario”. Negli anni novanta tuttavia era tornato a esibirsi con le sue canzoni e a incidere nuovi album – l’ultimo 25 aprile lo ha visto ancora una volta sul palco. Ivan Della Mea è stato anche un originale commentatore per l’Unità, Liberazione e, da ultimo, Il Manifesto. “Io ho vissuto sia come lavoratore e come artigiano di canzoni”, così recentemente aveva descritto con una breve frase la sua traiettoria di vita. E’ sempre stato nel movimento, nella cui memoria sono ancora vive iniziative come le “chitarre contro la guerra” in Vietnam e le canzoni composte con gli operai davanti ai cancelli della Fiat di Mirafiori. Molte delle sue canzoni sono state la colonna sonora delle lotte studentesche e operaie degli anni ’60 e ’70. La più nota, “Cara Moglie”, veniva cantata così di frequente ed era talmente diffusa che molti pensavano non si trattasse di una canzone d’autore, bensì di un brano di musica popolare. Tra le altre sue canzoni più note “Ballata per Ciriaco Saldutto”, dedicata a uno studente torinese suicidatosi dopo essere stato bocciato, la lunga “Ringhera”, sulla strage di Piazza della Loggia a Brescia, in spagnolo-italiano-dialetto, l’”Internazionale” cantata su testo di Franco Fortini. Alcuni versi delle sue canzoni rimangono attualissimi ancora oggi (“Quando la lotta è di tutti per tutti / il tuo padrone, vedrai, cederà; / se invece vince è perché i crumiri / gli dan la forza che lui non ha” – da Cara moglie). La sua militanza era sempre stata radicalmente critica dell’ortodossia burocratica che ha soffocato il movimento comunista, come testimonia tra le altre cose una sua requisitoria del 2007 contro Fausto Bertinotti. In una intervista recente Ivan Della Mea aveva ammonito: “Credo sia molto importante combattere a fondo contro il berlusconismo, perché è trasversale, tocca tutti, sia a destra che a sinistra. C’è bisogno di politica vera, fatta per strada, che venga fuori dalle proprie stanze”. Lui, immigrato e allo stesso tempo milanese doc, nonché cultore della canzone lombarda, nel suo ultimo articolo pubblicato qualche giorno fa dal Manifesto si era scagliato contro il dilagare della Lega Nord, conseguenza tra le altre cose della miseria dei dirigenti della sinistra (“Chi leghista viene in Piazza della Loggia il 28 maggio di ogni anno o è mentecatto o non si rende conto di essere corresponsabile dello scoppio di quella bomba: uno scoppio che nella coscienza non è finito né mai finirà. Chi, dirigente, non capisce o non vuol capire questo, è uno che ormai vede soltanto i cadreghini rassicuranti e ambiti, le piccole medie e grandi ambizioni di potere personale, la politica del farsi i cazzi propri, del chi fa da sé fa per tre. E’ ora di guardarsi negli occhi e di dirsi a muso duro tutto questo e ci si romperà forse ulteriormente, ma su quanto resterà si potrà tentare di ricostruire insieme sempre insieme e soltanto insieme un progetto socialista. Brucia compagno brucia/la lotta continua ancora//Brucia compagno brucia/continuerà”. Ricordiamo qui di seguito Ivan Della Mea con un suo articolo pubblicato nel 2007 all’indomani della morte dei cinque operai della ThyssenKrupp e con i testi di due delle sue migliori canzoni in milanese, la divertente ma amara El me gatt e la nostalgica Te se recordet Gioan (laddove per Gioan si intende il già menzionato Gianni Bosio).
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MORTI E DERISI
di Ivan Della Mea (da Il Manifesto del 18 dicembre 2007)
Sono un comunista che molto ha sbagliato. Ci ho pensato bene e ho deciso: perché mai dovrei precludermi la stupenda possibilità di sbagliare ancora? La mia vita l’ho informata al principio che a far giusto non c’è gusto. Messa così e così messa è mi sono chiesto con chi seguitare a sbagliare dicendomi «oh Mea è un pezzo che sbagli da solo forse è l’ora di finirla anche perché a lungo andare te ti vivi anche un poco pirla». Così è stato e ancora è. Con chi sbagliare allora? Con la «cosa rossa» o «sinistra arcobaleno» o si vedrà? C’è una sinistra unita? C’è una sinistra? C’è una? C’è? Ma fa di conto che ci sia, o Mea; fa di conto che ci sia per chi muore in fabbrica, nei cantieri: «noi vivremo del lavoro/o pugnando si morrà» e no che non si muore pugnando, proprio no, ci si crepa sul lavoro questo sì e così si fa prima. Ma c’è una sinistra che abbia onestà bastante per dire che la legge Treu è una mascalzonata e che precarietà e flessibilità sono vere e proprie infamie e che da questo lavoro così come oggi è combinato non è possibile trarre riscatto alcuno e che tutto ma proprio tutto sa di destra e se appena sa un po’ meno di destra, un cicinin, siamo talmente bastardi che lo chiamiamo centrosinistra e che per chiunque abbia governato in questi tempi ultimi e assassini è normale che una ThyssenKrupp abbia lucrato un bel 90% di profitto e agli operai sia stato riconosciuto un aumento del 5% sul salario vale a dire una miseria bell’e seccata subito dagli aumenti del costo della vita e poi uno ci muore lì, due tre quattro – con Rocco Marzo morto domenica fanno cinque – e quanti ancora non si sa perché finché la fabbrica c’è deve rendere al massimo e allora ma quali cazzi mai di «se otto ore vi sembran poche»? Perché tredici, sedici sono forse meno? Morti e derisi: sta mica bene. C’è una sinistra per questi lavoratori sia i morti sia i vivi che magari si vivono come morti a venire? «O cara moglie stasera ti prego/da’ retta a me e non cucinare/non credo proprio che potrò tornare/mi hanno morto è l’infamità». Morti e derisi ripeto: sta mica bene. E ci sono degli intellettuali intelligentissimi che ogni tanto dicono «occhio, la classe operaia non c’è più» nel senso che non è più classe: mica vero maledettissimi cialtroni, 1.300 morti sul lavoro all’anno fanno una gran bella classe: morta. Ecco che l’ho trovata la mia sinistra, l’unica che mi sta bene, ma c’è il rischio che me l’ammazzino tutta. E allora? Allora devo smettere di piangere perché ho pianto livido rancoroso e questa rabbia che ho dentro debbo condividerla e farla crescere durissima con la rabbia di chi resta per farla rossa e sbatterla e ribadirla sul muso dei manutengoli della politica e questo non nel nome di marx o di lenin o di chissisia dell’album di famiglia di ieri e di oggi bensì nel nome di chi ancora ha coscienza della irrinunciabilità della lotta per se stesso e per chiunque sia sfruttato e sacrificabile sull’altare del profitto. La sinistra per me è stata è e sempre sarà «questo pugno che sale – questo canto che va/è l’Internazionale – un’altra umanità/Questa lotta che eguale – l’uomo all’uomo farà/è l’Internazionale. Fu vinta e vincerà». Ecco, vediamo di provare a vincere.
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EL ME GATT
di Ivan Della Mea
A l’han trovàa distes in mezz a i orti
i oeucc a eren ross e un poo sversàa
me piasaria savè chi l’è quel ostia
che al me gatt la panscia al g’ha sbusàa.
L’era insci bell, insci simpatich
negher e bianch, propri on belée
se ciapi quel che l’ha copàa
mi a pesciàa ghe s’ceppi ‘l dedrée.
I amis m’han dit «L’è stada la Ninetta
quella cont la gambetta sifolina
l’emm vista in mezz a i orti ier matina
che la lumava ‘l gatt cont on cortel».
L’è malmostosa, de bruta cera,
e l’ha g’ha on nas svisser e gross
vedella in gir fa propi péna
e tucc i fioeu ghe dann adoss.
Incoeu a l’hoo spetada in via Savona
dopo mezzdì, quand lee la torna a cà
ghe sont rivàa adrée a la barbona
e su la gamba giusta giò legnàa.
Hoo sentù on crach de ossa rott
l’è ‘ndada in terra come on fagott
lee la vosava «oi mamma mia»
me sont stremì, sont scapàa via
Stasera voo a dormì al riformatóri
in quel di Filangieri al numer duu
m’han dàa del teddy-boy, del brutt demoni
mi sont convint istess d’avegh reson.
Se g’hoo de divv, o brava gent
de la Ninetta me frega niént
l’è la giustissia che me fa tort
Ninetta è viva, ma el gatt l’è mort,
l’è la giustissia che me fa tort
Ninetta è viva, ma el gatt l’è mort.
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TE SE RICORDET GIOAN DE ME FRADEL
di Ivan Della Mea
Te se ricordet, Gioan, de me fradel
de quand rivava al sabet de Milan
e coi cavej an’mò bianch de segadura
del Deposit Legnami Via Cenisio…
Te se ricordet la famm foeura di dent
ch’el gh’aveva e come el mangiava
prima de ‘ndaa a la cà de la cultura.
Quatordes luli, Gioan, del quarantott
e a Togliatti g’han sparà in Parlament;
el me visin, magutt: «A l’è ‘l moment
de ‘ndà giò in piazza», ‘l diseva, e poeu la sira
tacà la radio «Viva Bartali!» el vosava.
«el Gir de Francia l’ha vinciuu, che campion!»,
e i democristi han vinciuu i elezion.
Riva el cinquanta, Gioan, l’Anno Santo
cont la Madona su e giò per l’Italia,
papa Pacelli l’ha fat el Giubileo:
“santa crociata” contra i comunista,
giò acqua santa e l’era on gran pregà…
L’era ‘l cinquanta, Gioan, te se ricordet,
l’era ‘l cinquanta ‘l Pavese ‘l s’è copaa.
Te se ricordet, Gioan, de me fradel,
l’è tornaa a cà ai des or de la sira,
facia gialda e ugiai in fond al nas:
«L’è mort Pavese», l’ha dit, «el s’è copaa»,
e la vos la sonava ciara e dura;
e l’ha mangiaa del grana e una pera
prima de ‘ndà a la cà de la cultura…
