Recensione di: Stajano Corrado “La città degli untori”, Garzanti, 2009, pp.255, Euro 16,60 (a cura di Alberto Busi).
Un altro viaggio con al centro Milano. Aprendo questo bel romanzo-saggio, infatti, ci troviamo a peregrinare, a fianco di Corrado Stajano (che abbiamo già apprezzato per alcuni lavori che ha saputo regalarci in passato – da Un eroe borghese a Il Disordine) dotati di cinismo, disincanto e malinconia per una Milano fotografata, congelata in tanti momenti diversi della sua storia, vicina e lontana.
Il vagabondare dell’autore nel presente, nella geografia dell’oggi, ci porta, attraverso sagaci flashback, grazie a ricordi che spontaneamente assalgono l’autore, alle mappe di ieri, a un mosaico di luoghi e di storie della Milano di diverse epoche. Case, piazze e palazzi che l’autore scorge nel suo errare, nascondono tutti delle sliding doors (porte scorrevoli), attraversate le quali c’è il passato, con la sua crudezza, la sua forza testimoniale. Il lungo percorso nel presente e nel passato è tutto teso a ricostruire una storia parallela e non ufficiale di una città invasa, in diverse epoche, da violenze, soprusi e nefandezze consumate in nome del ‘potere’, del suo mantenimento o della sua conquista a tutti i costi. Il filo conduttore del racconto-viaggio è espresso sinteticamente e sagacemente dall’autore con la metafora della ‘peste’. Infatti essa “nella sua realtà storica (quella raccontata dal Manzoni nei Promessi Sposi) e nella sua valenza simbolica di morbo morale, che avvelena la vita delle persone e delle cose, diventa la chiave di lettura che attraverso stratificazioni e metamorfosi di costume può cogliere una lunga durata di vergogna e sofferenza”. La narrazione parte da un luogo simbolo di Milano: l’Università Statale in Via Festa del Perdono (nell’area che aveva ospitato l’Ospedale Maggiore sforzesco, la Ca’ Granda) . Qui il 19 marzo del 1980 si consuma l’omicidio, ad opera di tre militanti della lotta armata, di Guido Galli, giudice istruttore del processo a Corrado Alunni, uno dei leader della seconda generazione del brigatismo rosso.
Un uomo tranquillo, animato da una passione civile smisurata e da un profondo amore per il proprio mestiere. Un magistrato instancabile che, nonostante i pericoli che corre, rifiuta di essere protetto e gira impudentemente per Milano senza scorta.
Galli ci appare anche lui un eroe borghese, come quell’Ambrosoli, protagonista del celebre lavoro di Stajano. “Un incrociarsi di destini, quello di Giorgio Ambrosoli e di Guido Galli, che si conobbero in quegli anni in occasione della bancarotta della Società Finanziaria italiana”(Guido Galli fu il pubblico ministero del processo che ne conseguì).
“Coetanei, l’uno morì nel 1979, in nome dei principi di onestà, assassinato da un killer venuto dagli Stati Uniti su ordine di Michele Sindona: l’altro morì neppure un anno dopo in nome dei principi dello stato di diritto, assassinato da un killer che scambiò quell’efferato delitto comune con l’idea di rivoluzione.”
E poi vagabondando per la metropoli l’autore ci riporta, a vivere quel tragico 12 dicembre 1969 in Piazza Fontana. Sembra di esserci anche noi quel giorno. Per un attimo alzando gli occhi dal libro ci sembra di sentirlo quel fragore, quell’atroce conflagrazione. La piazza da allora è anche il simbolo, “la testimonianza dell’umiliante odissea della giustizia fallita, andata avanti per 36 anni, tra 11 processi di condanna (a Catanzaro, a Bari, a Roma), 4 giudizi in Cassazione, assoluzioni in appello, ostacoli di ogni genere, bugie, inganni, false testimonianze, apposizioni del segreto politico e militare, fino all’ultimo atto, la sentenza seppellitrice, il 3 maggio 2005” che assolve tutti e consegna alla storia l’idea di una strage senza colpevoli.
Ma la memoria e il viaggio hanno un ritmo frenetico, non ci sono soste per i nostri sensi. La narrazione non ci lascia scampo ed eccoci catapultati ad assistere, il 6 luglio del 2002, al funerale dell’anarchico Valpreda, quello che la stampa dipinse come “il mostro di Piazza Fontana”. Ma lui invece “era fragile e indifeso”. “Guascone di periferia”. “Capro espiatorio scelto con oculatezza”. “Vittima predestinata”. D’altronde chi meglio di lui, un anarchico che scrive libelli contro il papa e il potere spirituale, poteva essere additato come “l’attentatore della Banca Nazionale del Lavoro del 12 dicembre 1969”.
Sono tante le storie, i luoghi, i sentimenti che popolano questo libro. Da quella triste storia che fu la vicenda della colonna infame, ossia di Giangiacomo Mora e Guglielmo Piazza individuati quali capri espiatori dell’epidemia di peste scoppiata in città negli anni 30’ del 600’ (di cui è bene ricordarlo da’conto anche il Manzoni) a Piazza San Sepolcro che ospita nel 1919 la nascita del movimento fascista, dalla città lucente di Bonvesin della Riva a Villa Triste, teatro, a metà degli anni 40’ del 1900, delle più atroci torture fasciste.
“Un susseguirsi ininterrotto di oscene violenze connota la storia di Milano”.
La violenza è il naturale convitato di pietra di tanti altri processi ormai storici: dalla caduta della borghesia milanese all’inabissarsi repentino e drammatico della classe operaia, dal tramonto politico del cattolicesimo democratico all’emergere negli anni 90’ del secolo scorso di una nuova ‘peste’, la corruzione,.
Un libro, questo di Stajano, che ci ha risvegliato molteplici emozioni riuscendo ad avvolgerci in un fitto turbinio di ricordi. Un viaggio che ci porterà a peregrinare per Milano coscienti della presenza di quel morbo, che da quando ha invaso la città, è sempre pronto, di tanto in tanto, a riproporsi.
