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In difesa di Washington e Wall Street (prima parte)

In difesa di Washington e Wall Street (prima parte)

di Robert Fitch

1. La crisi del 2007-2008

Le persone molto anziane cadono facilmente.  E a differenza dei bambini, che cadono spesso anch’essi, ogni volta che gli anziani inciampano rischiano di farsi del male in modo invalidante, o addirittura mortale. Il 9 agosto 2007, dopo un quarto di secolo di espansione senza confronti (nei paesi sviluppati di solito era moderata e limitata nel tempo), il capitalismo alla fine è inciampato e ha perso l’equilibrio con risultati prevedibili: banche al passo, i mercati creditizi e monetari paralizzati dal dolore.

Dopo circa un mese, anche se i mercati non si erano ancora sbloccati, la crisi è stata dichiarata finita. Il paziente, barcollante, è stato ritenuto sufficientemente in salute per riprendere la sua normale attività – una diagnosi che appariva confermata dal fatto che due mesi dopo, il 9 ottobre, l’indice Dow Jones Industrial Average raggiungeva 14.164, un picco storico.

Il tracollo nel marzo 2008 di due hedge funds appartenenti a Bear Stearns suggeriva che le cose stavano diversamente. Bear, un pilastro del “sistema bancario ombra” emerso nel corso degli ultimi due decenni, è stato messo in liquidazione e venduto a JP Morgan per 256 milioni di dollari. Poco più di un anno prima si diceva che valesse 68,7 miliardi di dollari. Eppure questo stupefacente crollo ha spostato a malapena la curva di Wall Street. Il mercato ha continuato a muoversi a scatti fino al 14 settembre 2008, quando Mr. Fire (cioè: finanza, insurance [assicurazioni] e real estate [immobiliare]) è caduto di nuovo, con conseguenze terribili. Quella domenica, Lehman Brothers ha dichiarato fallimento. Più tardi, nel corso della giornata, Merrill Lynch ha annunciato la propria messa in liquidazione. Due giorni dopo, AIG, la più grande compagnia di assicurazioni del mondo, è stata presa in mano dal governo. Questa volta, Wall Street ha subito l’equivalente di una rottura del collo.

Nel periodo immediatamente successivo al crash del 1929 le più grandi banche di Wall Street non fallirono. Continuarono a prestare (l’ondata di fallimenti di migliaia di banche nel mondo è venuto dopo). Ma nel 2008, sono state proprio le più grandi banche che sono state il principale vettore del crollo. Nel giro di 200 giorni, le cinque banche americane di investimento – le istituzioni che dall’era di Reagan sono state al cuore dell’identità e dell’arroganza di Wall Street – sono o fallite, o costrette a trovare un partner con cui fondersi o ristrutturate come banche universali.

Quando il midollo spinale è spezzato a livello delle prime due vertebre, cioè al collo, il pericolo immediato più grande per la vittima è smettere di respirare. La crisi del settembre 2008 è stata caratterizzata da misure sempre più disperate per salvare dall’asfissia Mr. Fire. Le misure adottate hanno incluso l’inondazione di liquidità del sistema – prestiti e garanzie di prestito pressoché illimitati. L’amministrazione Bush è saltata fuori con un piano di 700 miliardi di dollari per abbassare la leva delle banche (cioè alzare il rapporto tra patrimonio netto e debito, arrivato a livelli pericolosamente bassi) con l’acquisto dei loro titoli-spazzatura garantiti da ipoteche. E quando questo non ha funzionato, ha varato una legislazione che comporta di fatto una seminazionalizzazione delle grandi banche rimaste – l’equivalente di una tracheotomia, fare un buco nella trachea del paziente perché possa continuare a respirare.

Dalla fine di ottobre Mr. Fire respirava di nuovo, anche se con il tubo della garanzia statale dei prestiti interbancari. Ma respirare non vuol dire che si possa camminare. Un sistema finanziario in cui le banche prestano solo ad altre banche, rifiutandosi di agire da intermediari verso il settore non finanziario – è ancora non funzionante.

In mezzo al caos, il titolo “Il capitalismo nelle convulsioni” non è apparso su The Militant o The People’s World, ma in agosto, sulle pagine rosa de The Financial Times. A differenza della crisi di Long Term Capital Management (LTCM) o di quella causata dallo scoppio della bolla dot.com, limitate più o meno ai paesi del G7, o della crisi asiatica, di quella messicana e di quella argentina – rimaste all’interno del Terzo Mondo – la crisi del 2007/2008 è veramente globale. Si è diffusa dall’America all’Europa, all’America Latina e all’Asia, fino alla remota Islanda, in fallimento ufficialmente dichiarato, in attesa di un salvataggio da parte del FMI. Né la crisi si è limitata al sottosistema finanziario. La produzione è in contrazione, il consumo spento. Anche il commercio estero, il principale motore dell’economia mondiale, si restringe. “C’è la reale possibilità di una vera, profonda, depressione internazionale”, ha dichiarato (sotto condizione di anonimato) uno dei maggiori responsabili monetari all’incontro del G20 a Dubai, definendo questa crisi “la peggiore degli ultimi 100 anni.”

2. Il significato del tracollo

Nel 1989 la caduta del muro di Berlino è stata ampiamente interpretata come il fallimento del sistema comunista. Ma non dai sostenitori di quest’ultimo. Hanno avanzato delle interpretazioni minimaliste. Gli stalinisti liberali la leggono come una reazione ad alcuni ufficiali degli apparati di sicurezza della RDT troppo zelanti; gli stalinisti conservatori come il fallimento di quegli stessi ufficiali a contenere l’esodo illegale. Altri ancora accusano i pasticciati tentativi dell’allora premier sovietico Gorbaciov di deregolamentare il sistema sovietico, sistema che per essi era fondamentalmente valido.

Così anche l’attuale crisi può essere interpretata in vari modi. Non come il risultato di tendenze intrinseche, strutturali, ripetute, e irrimediabili, interne al sistema capitalista. Ma come qualcosa che è superabile, che può essere aggiustato. I democratici hanno evidenziato il fallimento del sottosistema capitalistico finanziario, cioè di Wall Street – dove l’avidità si scatena -, con Washington i cui funzionari si sono rifiutati di metter le briglie alle tendenze più sfrenate della Street. Secondo questa tesi, con l’abrogazione dell’Atto Glass-Steagall (risalente all’era della depressione) nel 1999 il Congresso ha demolito il pilastro della vecchia architettura di regolazione, dichiarando l’impossibilità di qualsiasi supervisione del nuovo, sempre più in crescita, mercato di forme opache di derivati OTC (over-the-counter).
I repubblicani, pur non essendo immuni dal tropo ampiamente popolare del banchiere “avido”, tendono più che altro a rigettare la responsabilità sui regolatori del capitalismo – soprattutto il presidente della Federal Reserve Alan Greenspan, che dopo il crollo dot.com del 2001 avrebbe tenuto i tassi di interesse “troppo bassi, troppo a lungo”. Avrebbe dovuto tener giù le mani dal joystick monetario.

L’implosione ha interrotto quello che potrebbe essere definito “Il grande sonno della sinistra americana”: la nostra incapacità a esercitare una influenza di un qualche rilievo sulle istituzioni della classe operaia o sulla vita politica americana nel suo complesso. La durata del sonno coincide grosso modo con il quarto di secolo in cui è durato il lungo boom, iniziato nel 1983 con il superamento della crisi di stagflazione degli anni ’70. Nel corso di questi anni, mentre l’economia mondiale intraprendeva una vertiginosa ascesa senza confronti, l’economia supply side del 19° secolo ha avuto un revival. Non tanto la versione “assorbente igienico” predicata da Arthur Laffer, che ha sostenuto che se si vuole aumentare il gettito fiscale devono essere tagliate le aliquote fiscali, quanto una tesi superambiziosa sulla natura del capitalismo e i suoi poteri di aggiustamento.

Gli scrittori classici del 19° secolo – James Mill, J.-B. Say, David Ricardo – pensavano che un fallimento del mercato (la sovraproduzione) era impossibile. Un eccesso di offerta temporaneo su questo o quel mercato, scarpe, cappelli o fazzoletti, sì. Ma un eccesso di offerta generalizzato, scarpe, cappelli e fazzoletti tutti insieme, no. Così, senza ingerenze delle autorità governative, nessuna possibilità di depressioni. I mercati si autoaggiustano sempre, perché gli agenti del mercato – quelli che forniscono lavoro e quelli che forniscono capitale – si comportano razionalmente. I lavoratori, quando si accorgono che si sono prezzati in modo “fuori dal mercato”, lavoreranno più duro e ridurranno i loro salari. I titolari di capitale ridurranno i tassi di interesse, abbassando il risparmio e stimolando gli investimenti.

L’accettazione della semplice formula supply side “l’offerta crea la propria domanda” dà fiducia ai credenti. Le preoccupazioni di Keynes, che si preoccupava della “domanda effettiva”, e le idee di Marx, per cui la corsa al profitto crea delle barriere a sé stesso, possono essere respinte in quanto infondate. E come le città in rovina dell’America ritornano a nuova vita dopo gli incendi e gli abbandoni degli anni ’70, i negozi si riempiono di merci asiatiche a basso prezzo e i microchip progettati in America alimentano un boom tecnologico, con la disoccupazione che cade a livelli record, una versione debole dell’economia supply side tranquillamente permea la sinistra – con l’assunzione che il capitalismo “postindustriale” è più o meno inespugnabile nelle sue roccaforti del primo mondo.

In modo forse comprensibile, settori di sinistra hanno iniziato a perdere interesse alle lotte in corso nel mondo materiale che li circonda, ricomponendosi sulla priorità delle guerre culturali e per qualcuno anche scientifiche. E siccome il radicalismo economico non scompare, la sua critica si riduce all’idea dello scambio ineguale tra paesi del primo e del terzo mondo, che impedisce l’industrializzazione alle nazioni meno sviluppate produttrici di materie prime. L’idea della guerra di classe all’interno delle nazioni lascia il posto all’idea delle “nazioni proletarie”. Il socialismo diventa una possibilità che riguarda solo i paesi del terzo mondo. La sinistra può provare ad assistere le specifiche vittime del capitalismo del primo mondo – neri, donne, minoranze, immigrati. Ma non i lavoratori americani. Come Michael Kazin ha osservato, ben pochi esponenti della sinistra hanno fatto appello al legame tra lavoro e creazione di ricchezza, capitale e appropriazione di questa ricchezza, legame che era invece al centro del radicalismo americano dal 19° secolo fino al 1940. Pensare a come trasformare le istituzioni capitaliste del primo mondo è diventata una cosa rispettabile tanto quanto passare il tempo a piegar cucchiaini.

Una conseguenza dello tsunami economico del 2007-2008 è quella di spazzar via le fondamenta su cui poggia il mondo intellettuale che costituisce il “centro ragionevole”. Ma molte delle prospettive della sinistra si basano in modo tacito su queste stesse fondamenta. Come pure la sua logica segreta: che non ha nessuna vera vocazione per la politica, se non ai margini della vita americana.

Forse il collasso dei mercati finanziari non ha ancora prodotto un mercato di massa per le idee su come realizzare un controllo democratico dell’economia. Ma sembra che ci sia quantomeno una nicchia. I mercati sono sempre più saggi delle maggioranze? La maggioranza degli americani avrebbe votato plebiscitariamente per la deindustrializzazione? Quantomeno, ora che una amministrazione repubblicana ha ordinato una seminazionalizzazione delle banche e delle assicurazioni l’era della supply side è finita, e si apre una possibilità per un revival della sinistra socialista. Ma non senza mettere in discussione le interpretazioni minimaliste del grande tracollo, portate avanti dai due partiti politici tradizionali.

3. Tre cose che ho imparato sulle crisi da Marx

Secondo la BBC, la profondità e la portata del tracollo hanno fatto ritornare Marx di moda, almeno in Europa. Ma acquisire le risorse intellettuali per la sfida non si riduce a scavare nei testi di Marx.

Se c’è una via marxiana alla comprensione delle crisi, è come un raccordo autostradale a quadrifoglio – con molte vie per entrarci e per uscirci, e con ogni uscita che porta in una direzione politica diversa. Ci sono molte scuole marxiste. E ciascuna spiega le crisi in modi differenti – come risultato del sottoconsumo; della sovraproduzione; in termini di caduta del saggio di profitto; o come conseguenza della sproporzionalità tra saggi di crescita nei settori dei beni di produzione e in quelli dei beni di consumo.
Nonostante l’impossibilità di stabilire una vera interpretazione marxista della crisi, la sua analisi delle crisi (potente, suggestiva, ma ancora allo stato di abbozzo) contiene tre intuizioni controverse che forniscono una impalcatura da cui afferrare gli eventi odierni. La prima può essere definita come la tesi del “dinamismo universale”. I fautori della supply side la accettano, ma molti marxisti d’oggi no. Marx descriveva il capitalismo come una inesorabile macchina di accumulazione il cui dinamismo è alimentato dal comportamento di una molteplicità di capitalisti in concorrenza l’uno con l’altro, tutti costretti a consumare produttivamente più che personalmente, tutti dediti a riclicare senza posa i loro profitti nelle imprese. Tutti che cercano il modo per ridurre i costi. Questa caratteristica fa sì che il capitalismo sia un sistema unico, dinamico ed espansivo: un sistema il cui dinamismo non può essere confinato nei paesi occidentali da cui è originato. La diffusione del commercio inglese, sosteneva Marx, anche se inizialmente ristretto all’oppio, avrebbe portato i fondamenti materiali della società occidentale in Asia.
Allo stesso tempo – e qui i fautori della supply side scendono dall’autobus, e vi salgono i neomarxisti – Marx riconosceva che lo sviluppo capitalista non ha un percorso armonioso, ascendente, senza perturbazioni. La crescita viene raggiunta solo attraverso distruttive crisi di sistema – i “business cycles”. Nel brusco movimento dalla prosperità mondiale alla depressione mondiale, decine di milioni di persone sono condannati alla disoccupazione e a viver di sussidi; lo sconvolgimento economico può mandare a pezzi le normali relazioni di mercato, bloccare l’immigrazione e promuovere il nazionalismo economico e la dinamite politica – sotto forma di polarizzazione sinistra/destra, dittatura, fascismo e guerra.

Infine, c’è l’idea marxiana sulle crisi meno accettata: la sua affermazione secondo la quale le crisi hanno origine nel settore “reale” dell’economia (dove vengono prodotte le merci), e non nel settore finanziario dove quasi sempre esplodono. A prima vista (dice Marx) le crisi sembrano essere solo delle crisi creditizie e monetarie. Ma guardando più da vicino si scopre che i titoli invendibili rappresentano merci invendibili. Nel nostro caso, l’eccesso d’offerta di titoli garantiti da ipoteche rappresenta l’eccesso di offerta di case, e  in ultima analisi un eccesso d’offerta del capitale in generale. In questo modo la crisi esprime in modo violento un conflitto fondamentale del capitalismo: il capitalismo sviluppa in modo imponente grandi forze produttive, i cui limiti sono dati dal requisito che la produzione sia profittevole. Per evitare che il saggio di profitto scenda, il capitale produttivo risparmia anziché investire, e trasferisce i suoi risparmi fuori dalla sfera produttiva, cercando rifugio nella sfera finanziaria dove il capitale produttivo si trasforma in capitale di credito o in capitale finanziario. Ma, scrive Marx, il credito accelera la rottura violenta della crisi. Accelerare qualcosa non vuol dire esserne la causa.

[continua]

Fonte: New Politics, vol. XII, n. 2, winter 2009

Web:   http://www.wpunj.edu/~newpol/

Trad. dall’inglese di I. Salucci



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