In difesa di Washington e Wall Street (seconda parte)
di Robert Fitch
4. La spiegazione del tracollo
La causa immediata della crisi del 2007-2008 è stata l’implosione di quella che il prof. Robert Shiller di Yale ha definito la più grande bolla immobiliare della storia statunitense, probabilmente della storia mondiale. Tra il 1996 e il 2005 i prezzi delle case a livello nazionale sono aumentati di circa il 90%. Solo nei 5 anni dal 2000 al 2005 i prezzi delle case sono aumentati del 60%. Questo non avvenne neppure durante il boom immobiliare degli anni ’20: lo scoppio premonitore della bolla nel 1926 diede dei segnali fortissimi su quello che sarebbe potuto succedere, ma furono vani, e si arrivò al collasso ben maggiore del 1929. Mentre la meccanica interna delle parti individuali che componevano l’apparato autodistruttivo della bolla è notoriamente complessa – SPV, SIV, CDO, CDS e altra “materia oscura finanziaria” – la meccanica del collasso in sé è piuttosto semplice.
Non è necessario capire la meccanica quantistica per capire perché una mela cade a terra. La meccanica newtoniana è sufficiente. Né ci serve studiare la struttura del Dna per capire perché gli anziani cadono – fanno passi più corti e lenti. Nello stesso modo, se concentriamo la nostra attenzione sulle complicazioni della frenetica finanza di Wall Street e sui difetti dei meccanismi di controllo di Washington, si perde la prospettiva sulle cause ultime della crisi mondiale, a beneficio solo di quelle immediate.
La causa ultima della crisi del 2007-2008 non è stata la punzecchiatura della bolla immobiliare degli Stati uniti, ma l’implosione della più grande e più lunga espansione globale della storia del capitalismo, a partire dai tempi della prima rivoluzione industriale (1760-1830). La rapida trasformazione, soprattutto delle economie cinese e indiana, ha prodotto un super boom che ha spazzato via tutti i modelli di espansione economica. Il tasso di crescita del Pil mondiale ha toccato picchi senza precedenti – il 6% nel 2007, sei volte il tasso di incremento registrato durante la prima rivoluzione industriale.
E che cosa ha spinto il boom? Contrariamente all’asserzione al cuore del discorso del “centro ragionevole” (il periodo è stato caratterizzato dall’ascesa del postindustrialismo e dalla progressiva diminuizione degli operai, destinati a fare la fine dei contadini), il boom è stato caratterizzato da tassi record di crescita manifatturiera e tassi ancora maggiori di crescita nel commercio manifatturiero. L’aumento della manifattura è stato alimentato da una riconfigurazione mondiale, con una migrazione mondiale del capitale manifatturiero dai paesi più sviluppati a quelli meno sviluppati. Il capitale è stato attratto da raccapriccianti (ma quanto incantevoli!) tassi di sfruttamento del lavoro – in India, che sta emergendo come il back-office del mondo, ma soprattutto in Cina che è diventata la fabbrica del mondo, con i suoi 109 milioni di lavoratori nella manifattura (nei paesi del G7 in tutto sono 53 milioni). Negli Stati uniti il salario orario mediano nella manifattura è di 17,85 dollari. In Cina i lavoratori manifatturieri delle province costiere guadagnano 91 centesimi all’ora con tassi di produttività che stanno convergendo con quelli statunitensi (i lavoratori delle province dell’interno guadagnano 57 centesimi all’ora).
Il lungo boom che è iniziato nel 1983 ha visto uno stupefacente rovesciamento della struttura economica – soprattutto negli Usa dove il settore “Fire” ha superato la manifattura, e qualsiasi altra cosa, diventando il settore più importante del Pil. Nel 1983, all’inizio del boom, la manifattura era più grande di “Fire”. Dal 2007 “Fire” è diventato 1,8 volte più grande della manifattura. Ci sono stati anche altri rovesciamenti altrettanto bizzarri della fortuna economica, per cui gli Usa, una volta la prima nazione creditice del mondo, sono oggi diventati il più grande paese debitore, mentre i paesi poveri (in primo luogo la Cina) sono i più grandi suoi creditori.
Ma nonostante queste sorprendenti novità, questo boom è terminato con sovraproduzione e sovraconsumo nello stesso identico modo dei boom classici del passato. Consideriamo le depressioni mondiali iniziate nel 1837, nel 1873 e nel 1929. Per queste crisi (come per quella iniziata nel 2007-2008) la seguente sequenza a sette stadi può servire come modello:
1. Caduta del saggio di accumulazione, o almeno caduta del saggio di accelerazione; i saggi di profitto realizzati possono crescere anche fino alla vigilia del collasso; ma questi alti saggi poggiano su tassi di accumulazione in rallentamento.
2. Formazione di scorte di capitale eccedente. Incapace di tornare a “casa” per un reinvestimento produttivo, questo eccedente cerca di preservarsi spostandosi nei canali finanziari.
3. L’eccedenza di offerta di capitale forza al ribasso i tassi di interesse, aprendo la via a inflazione degli attivi ed eccessi finanziari. In primo luogo perché bassi tassi d’interesse aumentano automaticamente il valore del capitale fittizio della terra e dei titoli; in secondo luogo perché bassi tassi d’interesse abbassano i premi di rischio, promuovendo un comportamento più arrischiato dei rentiers alla caccia di rendimenti maggiori.
4. Si forma una bolla degli attivi, gli speculatori attratti da aumenti dei prezzi degli attivi apparentemente inesorabili. I prezzi aumentano ancor di più a causa della strisciante psicologia da bolla.
5. La catena di carta di spezza. I prezzi delle case fanno esplodere i redditi familiari, i prezzi delle azioni salgono oltre ogni storico rapporto prezzo/dividendo. I prezzi collassano. Una crisi finanziaria locale scoppia tra i debitori più vulnerabili, che non possono più rifinanziarsi, lasciando tutta l’ultima infornata di titolari di mutui ipotecari incapaci di pagare i loro debiti, e/o speculatori borsistici che non riescono a coprire le chiamate di margine addizionale dei loro brokers. I prezzi degli attivi collassano, trascinando con loro chi fornisce credito.
6. Il diluvio finanziario si allarga al di là del punto originario, con la deflazione degli attivi che scatena un panico globale. E alla fine, ma non ancora ovviamente per la crisi iniziata nel 2007-2008:
7. Stagnazione economica prolungata; ovunque tassi di disoccupazione a due cifre; salari e prezzi delle merci in caduta; crescente nazionalismo economico e tendenza verso il “capitalismo organizzato”.
Ci sono due maggiori differenze tra questo scenario a sette stadi e quanto solitamente si afferma. Le spiegazioni monetarie e regolazioniste vedono il problema centrato negli Usa. Naturalmente gli Stati uniti non possono essere ignorati – il tracollo è iniziato qui. Ma l’enfasi dev’essere sugli squilibri globali. E’ vero, gli Usa stanno sovra-consumando. Ma il resto del mondo sta sovra-producendo. La seconda differenza è relativa all’enfasi da porre su come gli eccessi nel settore reale – la pletora di capitali e i bassi tassi d’interesse che ne derivano – causano le follie del settore “Fire”. I modelli tradizionali rovesciano la catena causale, sarebbero gli eccessi finanziari e immobiliari a mettere in ginocchio un settore reale sostanzialmente sano.
Se non fosse per un Greenspan che non ne azzecca una, o per un pugno di strampalati operatori di hedge funds, per i sostenitori dei modelli tradizionali non ci sarebbe nessuna ragione per cui l’espansione non potrebbe andare avanti indefinitamente. Non vedono una espansione di 25 anni come qualcosa di simile a un vecchio cane di 25 anni. Ma la bolla è davvero scoppiata. Come? Per i Repubblicani per via esogena – dal di fuori del sistema – a causa di dubbi regolatori che hanno disturbato il naturale percorso dell’economia verso l’autocorrezione; per i Democratici la bolla è un prodotto endogeno – nel settore “Fire” – aiutato da dubbi regolatori che girano la testa quando ci sono eccessi speculativi.
I Democratici citano un mucchio di regolamentazioni mancate o fallite. Ci sta il problema delle regolamentazioni frammentate – la Fed regola le banche; la Sec le borse; lo Stato le assicurazioni. Puntano il dito contro le misure di deregolamentazione come l’abolizione della Glass-Steagall. E poi c’è una questione imbarazzante come la regolamentazione privata – cedere il rating dei titoli ad agenzie private di rating legate da conflitti d’interesse. Forse ancora più grave è l’assenza di nuove regolamentazioni per le nuove istituzioni – per es., il fallimento nel mettere sotto controllo il mercato dei derivati OTC; idem per l’emergere di un sistema bancario ombra che ha creato “di fatto una catena di montaggio per acquistare, combinare e vendere titoli non registrati ad alto rischio”.
I Repubblicani – con i loro mentori accademici: supply siders, Austriaci, Chicago boys – spesso parlano di regolamentazioni troppo strette, come il Community Reinvestment Act del 1978. L’Amministrazione democratica avrebbe consentito che gruppi comunitari come Acorn [Association of Community Organizations for Reform Now] costringessero banche gigantesche a fare prestiti di centinaia di miliardi di dollari a persone appartenenti a minoranze senza titoli per tali prestiti. Ma più che altro si concentrano sull’attivismo di Alan Greenspan sui tassi di interesse. E’ il mantra “troppo bassi, per troppo tempo” – i tassi applicati dalla Fed, sottolineano, sono rimasti sotto il 2% dal 2002-2004.
Un problema con questa spiegazione è che la bolla non è iniziata nel 2002. Era già in corso nel 1996. Come Robert Shiller ha sottolineato è durata tre volte il periodo di rilassatezza monetaria. La crescita della bolla ha continuato ad accelerare anche nel 1999, quando la Fed frenava. Comunque i tassi sui mutui trentennali rispondevano ben poco alle mosse della Fed quando modificava le curve dei tassi d’interesse a breve.
Ma quello che è ancora più importante, se la bolla statunitense fosse stata il risultato di una errata politica della Fed – perché allora ci sono state bolle immobiliari in giro per tutto il mondo? Bolle in Spagna, Iralanda, Gran Bretagna e forse la madre di tutte le bolle, a Shanghai, dove si sono costruiti in un anno 1 milione di nuovi appartamenti (il picco annuale è di 2 milioni negli Usa nel loro complesso). E l’appartamento medio costava 300.000 dollari in una città dove il reddito familiare mediano è di 2.000 dollari. Per fare il confronto, il reddito mediano nel Queens è di 42.000 dollari. Se si applicasse nel Queens lo stesso rapporto reddito/prezzo delle case che c’è a Shanghai, il prezzo medio di una casa dovrebbe essere 6,3 milioni di dollari.
Ma quello che mette ancora più in dubbio la versione “Greespan, il Grinch che ci ha rubato la prosperità”, è vedere il comportamento dei regolatori della banca tedesca. Praticamente nel 2002-2004 i tassi di interesse overnight praticati dalle banche tedesche erano solo di un 1% più alti di quelli praticati dalla Fed, e sono stati mantenuti bassi per più tempo che negli Usa. Ma non c’è stata nessuna bolla immobiliare. Lo stesso può esser detto per Svizzera e Austria: tassi di interesse molto bassi, nessuna bolla immobiliare.
Quello che le banche tedesche hanno creato (insieme alle loro omologhe svizzere, austriache e dell’Europa occidentale) è invece una bolla nel mercato dei paesi emergenti: prestiti bancari internazionali pari a 4.700 miliardi di dollari verso l’Europa orientale, l’America latina e l’Asia emergente, durante tutto il periodo del boom creditizio globale. E’ una somma, secondo i calcoli della BIS, che supera di gran lunga la debacle dei subprime e degli Alt-A in Usa.
Ci sono molti modi per costruire una bolla. Paesi diversi hanno stili architettonici diversi. L’America, con la sua cultura imprenditoriale più avanzata, ha lo stile più complesso: l’industria d’ingegneria finanziaria – gli Stati uniti hanno inventato trucchi del tipo cartolarizzazioni, Special Purpose Vehicles (SPV), e le Collateralized Debt Obligations (CDO). Ma i metodi dell’Europa centrale, anche se più tradizionali, funzionano perfettamente. I banchieri austriaci hanno semplicemente prestato enormi quantità di soldi ai loro clienti favoriti, gli ungheresi. Prestar soldi a degli ungheresi che non possono saldare i loro debiti è una solida tradizione austriaca che risale al 19° secolo, quando il sistema ferroviario ungherese fallì improvvisamente subito dopo che la Creditanstalt di Rothschild aveva terminato di finanziarlo. I prestiti ungheresi furono un importante fattore anche nel collasso della Creditanstalt nel 1931, che fece crollare l’industria austriaca del 60-80% innescando la Grande depressione europea. Questa volta le banche austriache hanno prestato l’equivalente dell’85% del Pil austriaco agli ungheresi, che hanno un debito estero pari al 100% del loro Pil.
Una regolamentazione ideale, rigorosa, completa, incorruttibile avrebbe potuto impedire tutto questo eccesso di prestiti a persone senza titoli per averli, lasciandoli morire nei buchi dove stavano. Ma in quale mondo dei burocrati delle regolamentazioni determinano le mosse dei banchieri, come corgi gallesi che, abbaiando e azzannando, conducono in mandria dei bovini? Certamente non nel nostro, dove le leggi che strutturano le regolamentazioni sono adottate da corpi legislativi interessati non alla stabilità macroeconomica, ma alla forza delle varie lobbies. Nel nostro mondo, la lobby più grande è di gran lunga quella “Fire”.
Anche se di regolatori ce ne fossero di più, e con maggiori poteri, non si vede come potrebbero evitare il ripetersi di un caso come quello della Long Term Capital Management (LTCM). LTCM ci insegna che basta un rinnegato hedge fund per dar fuoco a una crisi, quando i campi del capitale sono sufficientemente secchi. Quale regolatore può rivaleggiare con un gruppo di vincitori di premi Nobel o penetrare nelle loro formule sul rischio o anche solo decifrare i loro complessi scambi? E se anche dei legislatori e dei regolatori, facendo appello alla volontà politica e alla sofisticazione finanziaria, riuscissero in qualche modo ad addomesticare quelle canaglie geniali che sono i prestatori, cosa potrebbe impedire ai traders che vogliono scontare i loro rischi di spostarsi semplicemente in posti meno regolamentati? Come Bernanke ha osservato all’indomani del collasso di Bear Stearn: “La sorveglianza di queste imprese deve tener conto delle caratteristiche peculiari delle banche di investimento e far in modo di non inibire l’efficienza e l’innovazione, e non indurre a una migrazione di attività risk-taking verso istituzioni meno regolamentate o al di fuori dei nostri confini”.
Storicamente l’influenza dei regolatori è prociclica, meno manifesta quando ce ne sarebbe più bisogno. Le regolamentazioni sono più rigide all’indomani di un collasso, più deboli durante i grandi entusiasmi. La Glass Steagall, la legge che metteva un freno alle attività sui titoli delle grandi banche, venne varata nel 1933; fu abolita nel 1999, all’apice del boom dot.com.
Secondo evidenza, il comportamento dei banchieri è regolato non dai regolatori, ma dalle condizioni del mercato monetario. Quello che le grandi depressioni del 1837, 1873 e 1929 condividono con la crisi attuale è l’enorme afflusso nei centri finanziari di capitale in eccesso, abbassando i tassi di interesse e modificando standard e norme bancarie.
Ci sono pochi dubbi sul fatto che questa eccedenza si sia formata prima della crisi del 2007-2008. Un grande dibattito pubblico sulla sua provenienza e sul suo significato si svolse nel 2005 tra Bernanke e i critici della politica monetaria statunitense. Tutti concordavano sul fatto che la dimostrazione dell’eccedenza era data dal deficit della bilancia estera corrente. I critici della Fed la chiamavano “eccesso di liquidità”. Le centinaia di miliardi estratti ogni anno dai paesi poveri dell’Asia e fatti fluire in America sarebbero stati azionati dall’idraulica della politica monetaria statunitense. Politiche troppo espansive avrebbero portato gli Usa a sovra-consumare e a sovra-indebitarsi. Secondo Martin Wolf, editor de The Financial Times, gli Stati uniti hanno assorbito il 70% dell’eccedenza di capitale mondiale, mentre i suoi consumi contribuivano al 91% dell’incremento del Pil in questo decennio.
Bernanke, che nel 2005 era uno dei governatori della Fed, difese l’atteggiamento e la politica statunitense. Certo, prendeva nota del bizzarro rovesciamento dei ruoli – Scrooge che prende a prestito da Tiny Tim – ma sosteneva che l’eccedenza era un “eccesso di risparmio”. E che alla sua origine c’erano i cinesi. Quella statunitense era una reazione alla decisione cinese di risparmiare una porzione così ingente del loro reddito. Nei titoli del Tesoro statunitense e nelle imprese sponsorizzate dal governo erano stati investiti ben più di 1.000 miliardi. Il risparmio in Cina (gestito dallo Stato) aveva raggiunto uno sconcertante tasso del 50%. Anche le famiglie cinesi con redditi comparativamente ristretti risparmiavano il 30%. Le famiglie statunitensi, che all’inizio del superboom risparmiavano circa il 10%, ora avevano tassi di risparmio negativi. Ma gli americani facevano del loro meglio in una situazione non determinata da loro, agendo come consumatori stakanovisti per promuovere la continuazione dell’espansione globale. L’indebitamento Usa era necessario per proteggere il mondo dall’imminente collasso.
Un singolare aspetto del discorso di Bernanke, come d’altronde anche del discorso dei suoi avversari (i sostenitori della tesi della liquidità), è che nessuno pensa che il commercio c’entri qualcosa con il deficit commerciale. Spiega Bernanke: “La bilancia commerciale statunitense è la coda del cane; per la maggior parte è passivamente determinata dai redditi domestici ed esteri, dai prezzi delle attività finanziarie, dai tassi di interesse e dai tassi di cambio, a loro volta prodotti da forze più fondamentali”.
Per gli economisti, i mercati finanziari determinano i mercati delle merci. Ogni paese può avere un gigantesco surplus della bilancia commerciale; in ultima analisi quello che conta è una scelta politica riguardo al risparmio. Stavolta il paese con il surplus gigantesco è la Cina. Ci si dimentica completamente che surplus della bilancia commerciale / eccesso di capitale non esisterebbero senza pazzeschi saggi di sfruttamento del lavoro, nello stretto senso marxiano: il rapporto tra valore aggiunto e salari. Sia per ciò che ha spinto il boom, sia per ciò che ha causato lo scoppio, il cane è il saggio di sfruttamento. Il tasso di risparmio è la coda.
5. Conclusioni
Marx parlava spesso della “fame da lupi” dei capitalisti per il profitto, e del loro ingordo appetito per l’accumulazione di capitale. Non è una minore ironia il fatto che i capitalisti più voraci e ingordi della storia si rivelano essere dei membri del Partito comunista cinese esperti nel riverire Marx. Ma questo non diminuisce l’utilità delle premesse marxiane relative alla dinamica capitalista. Qual è la causa della crisi? La sovra-esportazione cinese o la sovra-importazione americana? “Quanto all’importazione e all’esportazione, si deve osservare”, scriveva Marx, “che tutti i paesi vengono coinvolti l’uno dopo l’altro nella crisi, e allora si dimostra che tutti, con poche eccezioni, hanno esportato e importato troppo, dunque la bilancia dei pagamenti è sfavorevole a tutti” [Marx, Il Capitale, libro terzo, Torino, Utet, 1987, pag. 618-619].
Marx non sarebbe rimasto sorpreso dal fallimento del Troubled Asset Relief Program, con i suoi 700 miliardi di dollari. “Naturalmente, è impossibile curare l’intero sistema artificiale di poderosa espansione del processo di riproduzione con l’espediente che una banca come, per esempio, la Banca d’Inghilterra fornisca a tutti gli speculatori, nei suoi biglietti, il capitale mancante, e acquisti l’insieme delle merci deprezzate ai loro antichi valori nominali” [Marx, Il Capitale, libro terzo, cit., pag. 617-618]. Con gli espedienti non si ristabilisce la profittabilità nel settore reale.
La rottura globale che si è verificata negli ultimi 15 mesi fa pensare un a modello di crescita (una divisione globale del lavoro) in cui la crescita non solo diventava via via sempre più appesantita, ma probabilmente anche insostenibile. Come possono gli “squilibri” essere aggiustati senza che gli Usa tornino a produrre merci, oltre che a consumarle? Come possono gli Stati uniti diventare un produttore nel mercato mondiale con la enorme disparità esistente nei saggi di sfruttamento? Solo in un mondo postindustriale che non è mai esistito. Come possono gli Usa continuare a consumare prodotti cinesi senza credito cinese – necessario per l’insostenibile consumo americano? Certo, degli aggiustamenti possono essere fatti – sia la Cina che gli Usa potrebbero de-globalizzarsi. Ma questo strappo, questa radicale trasformazione prenderebbe tempo, probabilmente più nell’ordine di decenni che di anni.
Senza dubbio c’è qualcosa di confortante nel mondo del “centro ragionevole”, dove avidi banchieri, cattivi regolatori, o regolamentazioni eccessive, portano alla rovina e al disastro. Almeno rimaniamo padroni del nostro destino. Almeno le virtù contano – è solo questione di ritornare ad abbracciarle. Nel mondo capitalista come è descritto da Marx, noi pensiamo di esserne gli attori, ma in realtà non lo siamo. Il capitalismo è la forma di società che deve sviluppare spietatamente le forze produttive, ma le sviluppa in modo da trasformarne i soggetti in passive vittime del processo.
Il lato rassicurante del punto di vista di Marx sull’espansione e sul collasso del capitale, è l’opportunità che offre per un risveglio dello spirito di resistenza tra i lavoratori:
“Senza l’alternarsi delle fasi di ristagno, prosperità, espansione convulsa, crisi e recessione che l’industria moderna attraversa in cicli periodicamente ricorrenti, con gli alti e bassi dei salari che ne derivano… le classi lavoratrici… si ridurrebbero a essere una massa scoraggiata, irresoluta, logorata e sottomessa, la cui emancipazione sarebbe impossibile, non meno di quanto lo sia stata quella degli schiavi dell’antica Grecia e di Roma” [Marx, in: New York Daily Tribune, 14 luglio 1853; trad. it. in: Marx-Engels, Opere, vol. XII, Roma, Editori riuniti, 1978, pag. 173].
La lotta di classe è il miglior “pacchetto di stimoli”.
[fine]
Fonte: New Politics, vol. XII, n. 2, winter 2009
Web: http://www.wpunj.edu/~newpol/
Trad. dall’inglese di I. Salucci
