Formigoni nel pantano
di Andrea Ferrario
Nel centrodestra sembra essere in atto una guerra intestina senza esclusione di colpi tra la fazione Formigoni-Comunione e Liberazione, da una parte, e l’asse Berlusconi-Tremonti-Lega Nord, dall’altra. Lo scandalo dell’ospedale Niguarda rischia di mettere seriamente nei guai il governatore lombardo, che ha nella sanità la sua maggiore base di potere. Ma anche le traversie dell’Expo e la megaoperazione dei derivati della Regione potrebbero contribuire a un suo tramonto politico.
Tempi duri per Roberto Formigoni, da una quindicina d’anni governatore della Lombardia e da sempre leader di Comunione e Liberazione, nonché uno dei boss di Forza Italia e ora del Pdl. Da un po’ di tempo a questa parte sembra non andargliene bene una. Il varo del Piano casa regionale, da lui fortemente voluto, è oggetto di continui rinvii a causa di divergenze all’interno della sua maggioranza. Il Sole 24 Ore, quotidiano della Confindustria, ha pubblicato a giugno un dettagliato e pesantissimo articolo sui titoli derivati della Regione Lombardia (ne riferiamo nei dettagli più sotto). Grossi problemi per il governatore anche in ambito Expo. Dopo la messa fuori gioco di Paolo Glisenti, delfino di Letizia Moratti, la gestione degli appalti più importanti era passata al Tavolo Lombardia, dove il mazziere è proprio lui, Formigoni. L’Expo continua però a essere completamente ferma anche dopo l’entrata in gioco di Lucio Stanca a inizio aprile, che avrebbe dovuto comportare un avvio immediato dell’operazione. A giugno si è tornati a parlare di Expo, scomparsa altrimenti dalle pagine dai giornali, in pratica per una sola volta e ipotizzando la nomina di un commissario straordinario, soluzione che comporterebbe per Formigoni la perdita di ogni potere di controllo effettivo. Ma i guai più grossi per Formigoni potrebbero venire dal dossier del Ministero dell’Economia (guidato da Giulio Tremonti) sulle irregolarità all’ospedale milanese Niguarda (potete scaricare le parti più rilevanti del dossier e l’elenco delle principali carenze e irregolarità emerse). La Repubblica comincia il suo articolo sul caso con una frase molto esplicita: “Giulio Tremonti ha in mano la miccia di uno scandalo da oltre un miliardo di euro che rischia di esplodere sotto la poltrona del governatore lombardo Roberto Formigoni”.
L’IMPERO DELLA SANITÀ
L’indagine del Ministero dell’Economia è terminata nel novembre del 2008, ma è stata comunicata alla Regione solo a fine maggio. Riguarda il maxiprogetto del nuovo Niguarda, il più grande piano di edilizia sanitaria d’Italia, per un totale di oltre 1 miliardo di euro, di cui 266 milioni per i lavori di costruzione e 820 milioni di spese pubbliche per servizi di supporto. Il dossier contesta alla Regione ben 47 casi di irregolarità. Come riferisce Repubblica, il ministero “accusa i vertici del Pirellone di avere garantito ai costruttori privati ‘un potere contrattuale enorme, monopolistico e ricattatorio’, causando ‘danni gravissimi’ alle casse pubbliche”. Al centro delle accuse c’è l’uso disinvolto del project financing, la modalità di progetto in base alla quale i privati finanziano un’opera pubblica in cambio del diritto di incassarne i ricavi per periodi di alcuni decenni. Secondo le accuse del ministero in realtà gran parte dei finanziamenti sarebbero stati effettuati da Regione e Stato, in assenza un’adeguata documentazione giustificativa. I privati insomma avrebbero investito meno, a fronte di una uguale garanzia di ricavi fino al 2034. L’operazione è stata gestita da funzionari della Regione che, scrive Repubblica, sono “tutti ciellini di ferro” e sarebbe andata a vantaggio in particolare di una cordata di cooperative rosse capitanata dalla Cmb, la quale, sempre secondo il dossier, ha ottenuto “tredici revisioni dei prezzi senza neppure indicare i costi aggiuntivi” (il nesso, ormai consolidato, tra Comunione e Liberazione [Compagnia delle Opere] e Lega Coop non è così strano come potrebbe sembrare e ha una sua ragion d’essere politica: si leggano in merito un articolo di Repubblica – http://milano.repubblica.it/stampa-articolo/1462834 – e uno del Corriere della Sera – http://www.corriere.it/politica/09_giugno_24/Deserto_rosso_dal_Ticino_a_Trieste_dario_di_vico_5f81028a-607f-11de-9ec2-00144f02aabc.shtml).
Il Ministero dell’Economia parla apertamente di “ipotesi di reato”, di “bandi di gara omissivi”, di procedure “scorrette”, di nomine di tecnici “incompetenti”, di “valutazioni soggettive che sconfinano nell’arbitrarietà” e lancia un a fondo che colpisce direttamente al cuore il sistema di potere di Formigoni: con l’operazione, l’ospedale pubblico Niguarda è stato “espropriato di tutti i suoi poteri [...] illegittimamente concentrati nelle società regionali Finlombarda e Infrastrutture Lombarde” – si tratta dei due strumenti finanziari e operativi di cui si è dotata la Regione di Formigoni, e controllati da quest’ultima, che in pratica gestiscono come soggetti privati i maggiori progetti lombardi. Infrastrutture Lombarde, per esempio, sta gestendo insieme alla Impregilo di Ligresti-Benetton-Gavio la costruzione del nuovo mega-grattacielo della Regione (oltre 400 milioni di euro). Il Ministero si riserva il diritto di obbligare la Regione a rifare tutti i concorsi per il progetto del nuovo Niguarda, bloccando così uno dei più grossi business della Regione. Ma, ed è ancora più preoccupante per Formigoni, sta valutando se denunciare il tutto alla Procura e alla Corte dei Conti. Lo scandalo che cova sotto la cenere rischia di allargarsi a macchia d’olio, perché le indagini si estenderanno ora ad altri sei cantieri del piano straordinario regionale per la sanità (in totale 5 miliardi di euro) gestiti da Infrastrutture Lombarde: l’ospedale di Legnano, il S. Anna di Como, il nuovo complesso ospedaliero di Vimercate, il Giovanni XXIII di Bergamo, il S. Gerardo di Monza e i presidi ospedalieri di Busto Arsizio-Saronno-Tradate e di Cittiglio-Luino. Il governatore lombardo non ha tardato a reagire: ha prima inviato una circolare a tutti i 44 direttori generali degli ospedali lombardi ordinando loro di respingere ulteriori sopralluoghi degli ispettori del ministero, poi dopo pochi giorni ha allargato l’ordine a tutti gli enti regionali. Secondo Formigoni, in parole povere, il Ministero dell’Economia, in quanto organo dello stato, non ha alcun diritto di controllare l’operato della Regione: è la Regione che deve controllare se stessa!
Oltre alla Repubblica e al Sole 24 Ore (si veda più sotto), anche il Corriere della Sera, con il suo supplemento Economia, ipotizza problemi per Formigoni nel suo caposaldo più importante, la sanità. In questo caso i problemi sono tutti politici e consistono nell’ascesa ai vertici del settore sanitario di Ferruccio Fazio, ex primario dell’ospedale San Raffaele e recentemente promosso al ruolo di viceministro della Sanità. Una nomina particolarmente importante nel momento in cui in Lombardia scadono questo mese i consigli di amministrazione dei maggiori poli ospedalieri Lombardi (dal Policlinico all’Istituto dei Tumori), come scrive Jacopo Tondelli. Il San Raffaele è il megaospedale voluto dal prete-imprenditore Don Luigi Verzè, vicinissimo a Berlusconi. E Fazio è proprio un fedelissimo di Don Verzè, posizionandosi così nell’unica fazione alternativa a Formigoni nel lucrosissimo business della sanità. A tutto questo va ad aggiungersi il fatto che ora la Provincia di Milano sarà guidata da Guido Podestà, anch’egli attivo nel campo della sanità e fedelissimo di Berlusconi, nonché, dietro le quinte, in conflitto con il potere di Formigoni. Il governatore lombardo si ritrova quindi sempre più accerchiato. Riguardo alla gestione della sanità lombarda da parte della giunta Formigoni vanno aggiunte due recenti ed eloquenti notizie, proprio nel momento in cui prosegue il processo per “gli omicidi bianchi” al Santa Rita, la clinica degli orrori. Si è aperto in questi giorni un nuovo capitolo: le strutture ospedaliere pubbliche potranno cedere in affitto ai privati i loro migliori medici. Il primo caso è stato quello del noto onconeurologo Francesco DiMeco, che in base a un accordo si trasferirà con il suo staff in pianta stabile dal pubblico Besta al privato Humanitas. Come commenta il Corriere della Sera: “È la nuova formula di collaborazione tra ospedali pubblici e istituti privati voluta dalla Regione Lombardia. Lo stesso Pirellone, che dieci anni fa aveva messo sullo stesso piano con la legge 31 le strutture sanitarie pubbliche e quelle private accreditate, oggi incoraggia il distacco di medici dalle prime alle seconde”. Su un altro fronte, si è aperto un (semi)conflitto tra Asl e l’Associazione Italiana Ospedalità Privata (Aiop). Un anno fa, dopo lo scandalo del Santa Rita, Formigoni aveva dichiarato: “Basta con i medici che lavorano a cottimo, prendendo un premio ad ogni operazione in più che fanno”. Ma ancora oggi nulla è cambiato e si continua con lo stesso sistema. L’Asl però ha provato in questi giorni a muovere un timido passo, con la previsione di eliminare dai contratti di assunzione dei medici “qualunque forma di incentivo basata sulla produzione”. L’Aiop è insorta, esigendo che i contratti rimangano nell’ambito del diritto privato e proponendo la blanda misura dell’introduzione da parte dei privati di clausole più severe per il rispetto del codice deontologico. L’Asl si è dimostrata subito conciliante dichiarando di avere come obiettivo quello di trovare una “soluzione condivisa” e di non volere limitare l’autonomia delle cliniche, che potranno comunque continuare a dare incentivi legati alla produttività. Insomma, si apporterà qualche ritocco formale ai regolamenti per motivi di facciata e si continuerà a lavorare a cottimo come al Santa Rita.
I DERIVATI DI FORMIGONI, UNA GIGANTESCA RAGNATELA FINANZIARIA
Mentre i titoli derivati del Comune di Milano sono da anni al centro di inchieste giornalistiche, di denunce politiche e anche di indagini della magistratura, quelli della Regione di Formigoni sono rimasti ampiamente nell’ombra. Ma anche loro rappresentano, oltre a una bomba a orologeria, un esempio di quanto siano allucinanti le modalità con le quali Comuni e Regioni gestiscono i nostri soldi. Ne ripercorre la storia il Sole 24 Ore in un articolo uscito a giugno. Nel 2002 la Lombardia, già guidata da Roberto Formigoni, aveva effettuato con la consulenza delle banche Ubs e Merrill Lynch un’emissione obbligazionaria da 1 miliardo di dollari con scadenza nel 2032. Come è logico, e come prevede la legge, in questi casi bisogna creare un fondo di ammortamento in cui versare lungo i 30 anni della durata i mezzi per fare fronte al rimborso del prestito obbligazionario al momento della scadenza. La soluzione più normale e più sicura sarebbe stata quella di mettere semplicemente da parte i fondi nella forma di sicuri e facilmente gestibili titoli di Stato. E invece no, questo “salvadanaio” (in termini tecnici, nel caso in questione, un “sinking fund”), chissà perché, lo hanno creato le due stesse banche consulenti (commenta il Sole 24 Ore: investire in semplici titoli di stato “sarebbe stato troppo semplice e, si potrebbe malignare, sarebbe poco remunerativo per le banche”). La Regione si è quindi impegnata a versare i soldi alle due banche che glieli gestiranno fino al 2032 – come scrive ancora Morya Longo sul Sole 24 Ore: “dato che [il 'sinking fund'] deve garantire alla Regione solo la restituzione di 1 miliardo nel 2032, tutto il rendimento aggiuntivo lo incassano le banche. Insomma: il rischio che il fondo faccia investimenti sbagliati e che qualche bond vada in default è tutto della Lombardia, ma il guadagno è tutto di Ubs e Merrill Lynch. A pensarci bene, è un meccanismo geniale: le banche hanno rendimenti senza rischi (pur ricompensando la Regione nei prezzi dei derivati) mentre la Lombardia ha rischi senza rendimenti”.
Ma c’è un altro particolare: Ubs e Merrill Lynch hanno inserito nel fondo titoli di altre emissioni gestite da loro stesse, in particolare della Regione Lazio, della Regione Sicilia e addirittura della Grecia. Le medesime modalità (titoli di enti pubblici per l’ammortamento) vengono applicate anche in altre regioni e comuni, creando così una gigantesca catena di Sant’Antonio: se una regione o un comune dovesse fallire (un’ipotesi non così peregrina, specialmente in questi tempi di crisi), andrebbe nei guai praticamente l’intero sistema delle finanze locali italiane. In più per le banche c’è un triplo guadagno: quello generato dalle due emissioni (per es. Lombardia da una parte e Sicilia dall’altra) e quello prodotto dal sinking fund. E se pensate che sia tutto vi sbagliate, c’è un altro particolare stupefacente. Nonostante il prestito obbligazionario abbia una durata trentennale la Regione Lombardia, nota il Sole 24 Ore, si è impegnata a versare nel sinking fund quasi tutto l’importo nei primi anni. Nel 2008, dopo soli 6 anni dei 30 previsti, la Regione aveva già pagato più della metà del valore dell’emissione obbligazionaria. Nell’aprile 2017, alla metà esatta della durata del prestito, la Lombardia dovrà avere consegnato alle banche 934 milioni di euro, vale a dire il 90% dell’ammontare totale. Logica la domanda che si pone il Sole 24 Ore: “che senso ha indebitarsi a 30 anni, se poi in 15 anni si restituisce praticamente tutto l’importo alle banche?”. Secondo gli esperti interpellati dal quotidiano, nessuna legge è stata violata (ma sull’emissione sta indagando il Pm milanese Alfredo Robledo), rimane però il fatto che l’operazione imbastita dalla Regione di Formigoni con le due banche appare fatta più nell’interesse di queste ultime che in quello della Lombardia.
Alla fine il quadro che esce da quanto abbiamo scritto è davvero desolante, indipendentemente dal fatto che Formigoni e la sua giunta finiscano o meno nei guai, politici o giudiziari. Le varie fazioni di un potere che governa sia il paese sia la regione in assenza praticamente di ogni opposizione sono talmente avide da essere pronte a lotte intestine senza esclusioni di colpi pur di accaparrarsi ogni business possibile. I risultati sono l’inefficienza, lo sperpero dei nostri soldi a favore di soggetti amici e, come al Santa Rita, addirittura la morte di pazienti per fini di lucro.
(fonti: Repubblica, 28 maggio; Corriere Economia, 8 giugno; Corriere della Sera, 10 giugno, 13 giugno, 17 giugno, 3 luglio; Sole 24 Ore, 17 giugno; Giorno, 29 maggio)
