Riportiamo qui di seguito il commento che un nostro lettore ha scritto riguardo a “All’origine delle crisi: sovraproduzione o sottoconsumo?” di Louis Gill, pubblicato recentemente da Milano Internazionale. Vi ricordiamo che siamo sempre lieti di ricevere vostri commenti (milanointernazionale.it@gmail.com) e siamo pronti a pubblicarli, con il vostro consenso, nella nuova apposita sezione “La posta dei lettori”.
Vorrei fare notare una cosa: l’espansione monetaria, la bolla immobiliare, il deficit statale statunitensi, il permettere una leva maggiore alle banche, ma anche fenomeni meno recenti sono stati tutti tentativi per rendere più vitale un’economia che negli ultimi decenni ha invece tendenzialmente languito, perché? Provo a dare una spiegazione, sta a voi trovarle valide o meno, vi prego solo di considerare coem il discorso sarebbe assai amplio e che nel condensarlo alcuni passaggi potrebbero essere diventati più deboli di quanto non siano in realtà:
Faccio un paio di premesse: da circa 20 anni i mercati occidentali hanno visto arrivare merci cinesi. Questo, inevitabilmente, ha ridotto il fatturato delle manifatture “nostrane”, ma questo, come era già capitato con l’arrivo dei giapponesi, non era necessariamente un colpo mortale, anzi.
Resta tuttavia il calo della produzione, quindi della produttività, quindi di salari e stipendi. Per compensare questo fenomeno e, in generale, per contrastare politiche inflative, si è puntato, più che ad aumentare i salari, a calmierare i prezzi. Il metodo scelto, almeno in prevalenza, è stato quello di “razionalizzre” la distribuzione, portandola cioè da un sistema atomizzato su una miriade di piccoli punti vendita ad un insieme meno complesso e più “razionale” ovvero la Grande Distribuzione Organizzata (G.D.O.). Tutto questo, ribadisco, nell’ottica di salvaguardare il potere d’acquisto di salari e stipendi tenendo basso il prezzo di vendita dei beni.
Vi sono, però, alcuni problemi (per semplificare non parlerò di settori come l’alimentare, l’assicurativo o il farmaceutico dove le cose sono simili ma non identiche):
La GDO richiede merci che siano le più standardizzate possibile, questo per mantenere costanti (non alti, costanti) gli standard qualitativi e per non aver problemi di giacenze di magazzino (se le merci non passano di moda non abbiamo obsolescenza e non serve pagare gente per codificarne di nuove ad ogni cambio di stagione). Per questo motivo una grande catena prediligerà un fornitore in grado di rifornirlo, in maniera costante nel tempo, con grandi quantitativi. Tenderà, viceversa, a delistarne un altro con maggiore qualità ma con quantità minori ed in modo più incostante. Contemporaneamente preferirà avere un numero di referenze relativamente basso e quindi, ridurrà il numero delle aziende fornitrici. Per finire cercherà di favorire merci dal prezzo di vendita appetibile pur mantenendo un ricarico assai alto
Ora, quale è la differenza maggiore tra la produzione occidentale e quella dei paesi emergenti? Che questi ultimi sono avvantaggiati nelle produzioni a bassa qualità ed ad alta quantità, viceversa, nelle produzioni di nicchia o personalizzate pagano costi più alti di addestramento del personale.
Generalizzando e banalizzando, è come nello sport: i cinesi sono bravi nei tuffi perché nel ripetere innumerevoli volte lo stesso movimento fino a renderlo perfetto sono imbattibili. Nelle discipline in cui venga richiesta, invece, un certa flessibilità e capacità di adattamento sono più bravi gli occidentali.
Questo ha, di fatto, creato una barriera per le merci occidentali.
Senza scomodare Smith e la ricchezza delle nazioni, è evidente come il deficit commerciale americano sia cresciuto a dismisura e come, contemporaneamente, catene come WallMart abbiano raggiunto dei ricavi tali da collocarsi tra il PIL di Taiwan e quello dell’Austria.
C’è poi un secondo punto: il fatto che uno o più passaggi della catena produttivo/distributiva si svolgano al di fuori del paese in cui i beni vengono consumati non è di per se desiderabile, ma neppure evitabile. In effetti passaggi come l’estrazione e la raffinazione delle materie prime si attuano dove le materie siano reperibili. Resta il fatto che più alta è la frazione della filiera si svolge nel territorio tanto più alta sarà la produzione di ricchezza, e quindi di reddito, dell’area stessa.
Senza rimandi a Keines, provo a descrivere: dietro l’acquisto, a titolo d’esempio, di un portafogli ci sono moltissimi passaggi: la creazione della pelle, (con a monte un’ulteriore catena produttiva) la concia, la colorazione, il taglio, la vendita al pellettiere, la creazione dell’oggetto, il trasferimento verso il paese di vendita (importazione) la distribuzione del grossista, la presentazione tramite agenti al negoziante, l’acquisto di questi e poi la cessione al cliente finale. A valle di questo c’è poi il pagamento delle spese del negozio (affitto e commessi) e il reddito del commerciante che si suppone verrà consumato nella sua stessa area attivando altre catene.
Ogni passaggio genera un aumento di prezzo, vero, ma anche un ricavo (valore aggiunto) che andrà a costituire un’aliquota del PIL.
La tendenza attuale è che la GDO sia allo stesso tempo importatrice e venditrice finale dei diversi beni. Con l’aggravante di avere dimensioni tali da poterne in larga misura controllare la produzione. Per rendersi conto di cosa questo comporti basta un semplice confronto: che differenza di impatto sull’economia di un area hanno il reddito di un negoziante titolare di un negozio di calzature e la commessa assunta con contratto atipico per vendere scarpe in un grande magazzino? Il costo del personale, per la GDO pare si aggiri attorno all’11% del fatturato. Il resto va via dal territorio: come dire che i soldi spesi in tal modo non vanno a finanziare ulteriori attività ed a contribuire, quindi, alla crescita del reddito del paese e, di conseguenza, della capacità di spesa dei suoi abitanti. Semplicemente vanno altrove, magari a costruire grattaceli in Asia.
L’effetto, riassumendo, è questo: da un lato si riducono gli sbocchi alle merci occidentali, dall’altro si contraggono le possibilità di produrre ricchezza. Da qui il calo della produttività, da cui deriva il calo dei salari, da cui a sua volta, deriva la sovrapproduzione. Infine, i flussi di denaro provenienti dai consumi delle famiglie, anziché essere reinvestiti ove si siano creati, tendono ad andarsene verso altre aree produttive concorrenti.
L’effetto è stato il calo dei consumi a cui abbiamo assistito negli ultimi decenni, specie nei paesi in cui minori sono state le politiche di supporto all’economia (penso ad Italia e Germania).
Vista l’abbondanza di persone che nel ramo finanziario ne sanno più di me mi permetto solo di accennare al fatto che sia stata finanziata la costruzione di un numero di centri commerciali assai più alto rispetto a quello che parrebbe essere sostenibile dal territorio. In effetti già prima dello scoppio della crisi parevano assai sotto utilzzati. Non è il mio campo e non me lo so spiegare, ma immagino possa aver a che vedere con la possibilità di tali strutture di essere formidabili raccoglitori di flussi di cassa. Ma qui mi fermo.
La creazione di ricchezza da parte della finanza ha dato un temporaneo sollievo, ma ora ci tocca curare la malattia assieme al rigetto della cura.
Soluzioni? Visto che ritengo la trasformazione avvenuta in gran parte dovuta a scelte politiche, queste andrebbero cambiate. Non v’è dubbio che se non creeremo sbocchi di mercato alle nostre manifatture queste non torneranno a produrre.
Un ultimo appunto, questo relativo in modo particolare all’Italia ed alla sua industria della moda: un nuovo stilista difficilmente potrebbe riuscire a vendere i propri prodotti a qualche catena, è più probabile che ne trovi qualcuna che ne copi i capi meglio riusciti e li produca in proprio. Per affermarsi hanno invece bisogno di trovare una serie di negozietti che, grazie alla loro esperienza professionale credessero in lui e lo proponessero ai loro clienti. Come siamo messi? Quanti nuovi stilisti sono emersi in Italia nell’ultimo decennio? E quanti hanno iniziato a non produrre più limitandosi a vendere il marchio a produttori delle merci più disparate? Viceversa c’è il fenomeno delle reti di vendita, ovvero i negozi di aziende spesso italiane aperti in giro per il mondo. Finché vendono merce di produzione italiana, a noi convengono.
