25
lug
09

Diario della crisi in Lombardia, 25 luglio

I trend del periodo: Luglio, agosto, settembre (nero) – La situazione provincia per provincia, dai dati generali alle singole crisi aziendali – Lavoratori immigrati: sottopagati, vittime di incidenti e a rischio espulsioni

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SOMMARIO

I trend del periodo: Luglio, agosto, settembre (nero)

La situazione provincia per provincia, dai dati generali alle singole crisi aziendali:

- LOMBARDIA IN GENERALE

- MILANO

- MONZA-BRIANZA

- VARESE

- COMO

- LECCO-SONDRIO

- BERGAMO

- BRESCIA

- PAVIA

- LODI

- CREMONA

- MANTOVA

- Lavoratori immigrati: sottopagati, vittime di incidenti e a rischio espulsioni

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I trend del periodo: Luglio, agosto, settembre (nero)

Il 6 luglio scorso il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, ha detto che in Italia non c’è un allarme occupazione e che il paese non ha un problema su questo fronte. Basta leggere qui di seguito le notizie sulla situazione in Lombardia, motore dell’economia italiana, per rendersi conto di quanto le sue dichiarazioni siano irresponsabili. Nei primi cinque mesi di quest’anno, per esempio, i lavoratori che si sono iscritti ai centri per l’impiego dopo essere rimasti disoccupati sono aumentati, rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, del 66% in provincia di Como, del 63% in provincia di Milano e del 50% in provincia di Varese, mentre a Brescia le richieste di indennità di disoccupazione presentate all’Inps sono aumentate addirittura del 152%. Dietro a queste percentuali c’è il numero sicuramente enorme di precari ai quali non viene rinnovato il contratto e di collaboratori con partite iva, di fatto dipendenti, che si sono visti ridurre drasticamente i compensi, ma su di loro non esistono statistiche precise. Nonostante questo i media continuano a bombardarci di notizie inconsistenti sul fatto che il peggio sarebbe ormai passato, accompagnandole con dati incompleti, avulsi dal contesto più ampio, o relativi a periodi troppo limitati per stabilire un trend. A inizio luglio molti giornali hanno parlato, per esempio, di “diminuzione” della cassa integrazione. Non è così, purtroppo: sono solo rallentati i ritmi della crescita in termini percentuali, un fenomeno spiegabile da una parte con il fatto che ormai circa il 30% delle aziende lombarde che ne hanno diritto è già in cassa integrazione e dall’altra che la cassa integrazione sta in molti casi lasciando il posto ai ben più gravi licenziamenti. Quindi è inevitabile una flessione dei ritmi di incremento, ma la cassa in termini assoluti continua ad aumentare, e in parallelo aumentano anche i licenziamenti. Il quadro concreto dipinto dagli sviluppi sul territorio è nel complesso sempre più cupo. Mentre nel primo trimestre si parlava soprattutto di cassa integrazione e ad aprile c’è stato un boom dei rinnovi di quest’ultima, da maggio in poi è evidente una forte tendenza al passaggio ai licenziamenti, alle chiusure e ai fallimenti. Dal punto di vista dell’occupazione non vanno poi dimenticati i dati che parlano di crolli delle assunzioni che nelle varie province sono compresi in media tra il 20% e il 30%. Tra gli altri sviluppi preoccupanti vi sono i sempre maggiori problemi di liquidità delle aziende (sono per esempio molte quelle che sono talmente a corto di soldi da non riuscire a versare gli anticipi degli ammortizzatori sociali) e i segnali di un incattivirsi delle posizioni tra gli imprenditori (per es. aumentano i casi di quelli che si rendono semplicemente irreperibili da un giorno all’altro lasciando i lavoratori di fronte ai cancelli chiusi delle loro aziende). Continua inoltre a essere forte la tendenza ad avviare ristrutturazioni che comportano delocalizzazioni e quella delle chiusure di aziende per consentire speculazioni sui terreni in grado di generare liquidità. Le indagini delle associazioni degli imprenditori lombardi parlano di crolli abissali del fatturato e degli ordini compresi tra il 40% e il 70% e di un’ipoteca pesantissima sul futuro sviluppo economico dovuta al fatto che le aziende stanno tagliando drasticamente gli investimenti. Molte crisi in atto, così come d’altronde alcune dichiarazioni sul lato degli imprenditori, lasciano intendere che anche se ci dovesse essere una ripresa (che nessuno al momento ipotizza nemmeno lontanamente in termini concreti) si resterà con una forza lavoro fortemente ridotta. Ma quello che più preoccupa in questo momento è la totale unanimità delle previsioni di sindacati e datori di lavoro, secondo cui alla fine dell’estate ci sarà un “settembre nero” seguito da un autunno con un’impennata di licenziamenti e chiusure di imprese. Va infine notato che a svariati mesi ormai dall’inasprirsi della crisi il livello di conflittualità rimane bassissimo: fatta eccezione per qualche blocco stradale e presidio, o sciopero sporadico, non si registrano mobilitazioni di maggiore intensità. Completiamo la nostra rassegna con un focus su alcuni temi che riguardano i lavoratori immigrati, sempre più sfruttati ed esposti all’emarginazione, nonché a pericoli per la loro incolumità fisica (incidenti sul lavoro). NOTA: Questo numero del Diario della crisi in Lombardia copre gli sviluppi dall’8 giugno al 17 luglio 2009.

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La situazione provincia per provincia, dai dati generali alle singole crisi aziendali

LOMBARDIA IN GENERALE

A metà giugno i sindacati hanno lanciato l’allarme per il prossimo esaurimento dei 70 milioni di euro che lo stato ha erogato alla Regione Lombardia per coprire la cassa in deroga. A fine maggio circa 15.000 lavoratori già titolari del sussidio attendevano l’assegno da tre mesi. A ciò va però aggiunto che a metà giugno erano ancora in corso di disbrigo migliaia di domande presentate nel mese di maggio. Finora sono stati consumati 65 dei 70 milioni di euro erogati alla Regione e le domande che stanno arrivando, oltre a dover aspettare la decretazione, sono sprovviste in pratica di qualsiasi copertura finanziaria. Il Pirellone ha richiesto allo stato altri 100 milioni di euro, ma nel momento in cui scriviamo (24 luglio) non sono ancora stati erogati nuovi fondi. E la situazione generale continua a farsi sempre più preoccupante. Secondo dati della Cgil, nei primi cinque mesi del 2009 i licenziamenti in Lombardia sono stati complessivamente 23.000, con un aumento del 63% rispetto allo stesso periodo del 2008 e un incremento di 4.622 unità da aprile a maggio di quest’anno. Le imprese che hanno chiesto la cassa integrazione erano il 29,3% – si può quindi stimare che attualmente quasi un’impresa lombarda su tre stia utilizzando la cassa. Il lieve calo dei ritmi di aumento del monte ore di cassa autorizzato dall’Inps ha avuto come contrappeso un aumento delle procedure di licenziamento collettivo. Nel complesso durante i primi cinque mesi del 2009 la cassa integrazione ha registrato un aumento del 381% rispetto allo stesso periodo 2008 e secondo le stime del sindacato c’è in più il rischio che nei prossimi mesi in regione vengano persi “oltre 300.000 posti di lavoro”. La Cgil sottolinea come questi sviluppi vadano visti sullo sfondo della più bassa crescita della Lombardia rispetto all’Europa accumulata negli anni 1996-2008 e pari a 14 punti percentuali di Pil. Un quadro a cui non è estraneo il fatto che la regione spende nel suo complesso l’1,1% del Pil in ricerca e sviluppo, contro una media dell’1,8% delle aree europee di riferimento. Inoltre, l’apparato produttivo lombardo è “colpito pesantemente dalla crisi e dalle politiche di delocalizzazione delle grandi imprese, con una specializzazione produttiva che fatica a reggere dinanzi alla riduzione della domanda interna e alla ‘spietata’ concorrenza di qualità del mercato europeo e internazionale. Il tunnel della recessione nella nostra regione, una delle più esposte alla crisi, si annuncia lungo”. Un’indagine della Banca d’Italia ci fornisce un quadro di come le aziende industriali lombarde stanno reagendo alla crisi. Il 72,4% di esse ha cercato di fronteggiare la congiuntura tagliando i costi (in 3 casi su 4 riducendo i costi legati al personale e in quasi 1 caso su 2 tagliando gli investimenti), mentre solo in misura minore, ma comunque altissima (il 45,3%), si sono rassegnate a una robusta limatura dei margini di profitto. Il 68,8% delle imprese lamenta una contrazione della domanda dei loro prodotti e per il 52% delle aziende questa situazione è accompagnata da difficoltà di pagamento da parte dei clienti. Cifre che se sommate a un altro pesante dato, quello secondo cui circa una impresa su quattro ha chiuso il 2008 con un bilancio passivo, danno un’idea della estrema gravità della situazione. La Lombardia è inoltre prima in classifica in Italia per quanto riguarda il ricorso ai contratti di solidarietà, in base ai quali i dipendenti lavorano meno a fronte di una diminuzione dello stipendio che in media è del 10%, mentre i padroni beneficiano di una riduzione contributiva compresa tra il 25% e il 40%. La provincia lombarda nella quale è maggiore l’opzione per questa soluzione è quella di Brescia. Un’indagine dell’Ires segnala che oltre alla cassa integrazione e alla disoccupazione c’è una situazione generalizzata di “instabilità lavorativa” che riguarda circa il 20% della forza lavoro nazionale. Si tratta di persone che non sono disoccupate in senso stretto, ma soffrono di una “discontinuità lavorativa fisiologica”. Si tratta soprattutto degli interinali, chiamati a lavorare a intervalli sempre più distanti (per es. poche giornate ogni due mesi) e, in misura sempre maggiore negli ultimi mesi, anche i professionisti con partita Iva: formatori, consulenti aziendali, ma anche per esempio architetti in studi di architettura, che sono di fatto presenti come dipendenti ma, contrattualmente, sono collaboratori e che si vedono ridotti in modo significativo i compensi. La Cgil segnala poi un altro fenomeno che, anche se non generalizzato, rischia di estendersi in presenza della forte crisi. Ci sono aziende che richiedono la cassa integrazione e poi fanno lavorare il personale nei giorni in cui sarebbe in vigore la cassa, un modo per recuperare dei costi da giocare poi sul prodotto ed essere più competitivi in termini di prezzi. E se in generale tutte le fonti (sindacati, imprenditori e media) sono unanimi nel prevedere un “settembre nero”, al ruolo cruciale che svolgerà questo mese per comprendere gli sviluppi futuri va ad aggiungersi la crisi della scuola in seguito ai tagli voluti dal governo e dal ministro Gelmini. Secondo quanto scrive la Repubblica, i tagli che verranno operati a settembre in Lombardia sul personale docente ammontano nel complesso alla cifra astronomica di 5.000: “ai 3.375 posti di docente già cancellati, se ne aggiungono ora altri 876 che sarebbero dovuti essere occupati da maestri e professori precari. Sommando anche i 623 docenti di lingua ‘risparmiati’, il bilancio si fa pesante: da settembre nelle scuole lombarde ci saranno quasi 5.000 insegnanti in meno”. L’organico totale della scuola lombarda è pari attualmente a circa 100.000 unità, scrive il quotidiano che riporta anche altri due dati aggiornati: nella regione ci sono oltre 5.200 scuole (dalle materne alle superiore) con un totale di 1.100.000 alunni.

MILANO

Dati generali: Comincia a soffrire pesantemente della crisi anche la città dei servizi, il capoluogo lombardo. Come scrive il Corriere della Sera, “rallentano le attività di supporto alle imprese. Dalla consulenza, alla formazione, passando per studi professionali, pulizie e commercio. Il fenomeno è segnalato dall’ultima tornata di cassa in deroga”. Finora il settore servizi si era tenuto in qualche modo in piedi con la stagione delle grandi fiere, dalla moda al design. Le prime a essere colpite nei mesi scorsi sono state le imprese artigiane, che continuano sempre più a sprofondare nella crisi. “In aprile sono raddoppiate le richieste di cassa integrazione rispetto a marzo. Nello stesso tempo sono diminuite del 33% le iscrizioni all’albo. L’uscita dal tunnel della crisi è ancora lontana”. Più specificamente, le richieste di cassa in deroga tra gli artigiani sono state 6 in tutto il 2008, 4 a gennaio 2009, 34 a febbraio, 122 a marzo, 232 ad aprile e 306 a maggio. Il fenomeno però ora si sta allargando anche al commercio, come testimoniato dal dato secondo cui sui 65 milioni assegnati finora in regione per la cassa in deroga, 18 sono andati a tale settore. In totale, secondo la Cgil, a metà giugno i lavoratori lombardi in cassa in deroga ammontavano a poco meno di 30.000. Inoltre nel primo semestre di quest’anno, secondo stime della Camera di Commercio, il volume d’affari del sistema commerciale milanese è sceso nel complesso del 5,6%, con punte del -8,1% per il settore non alimentare e dell’8,8% per i piccoli negozi. Il dato va a sommarsi al calo del 4,4% già registrato a Milano nel 2008. Una diminuzione di attività che si riflette indirettamente su un’altra categoria, quella dei taxisti. Secondo i dati della categoria taxi dell’Unione Artigiani la riduzione delle corse a Milano si è attestata nei mesi di aprile e maggio sul 22-23%. La Cisl ha invece pubblicato le proprie stime riguardo alle chiusure di aziende a Milano: nei primi quattro mesi del 2009 sono state oltre 100. “Si tratta soprattutto di società che si occupano di somministrazione lavoro e gruppi bancari stranieri che lasciano l’Italia”, spiega il sindacato. “Il peggio rischia di arrivare a settembre, presto finiranno i fondi destinati dalla Regione alla cassa integrazione in deroga e a quel punto centinaia di aziende e migliaia di lavoratori rischieranno di rimanere per strada”. La crisi ha un suo risvolto anche a livello di reati economici. La Guardia di Finanza di Milano ha registrato un’impennata nei fenomeni di elusione ed evasione fiscale, nell’impiego del lavoro nero, nella diffusione della contraffazione e nel ricorso all’usura.

Crisi aziendali: Come già accennato qui sopra, prosegue la fuga delle banche d’affari estere da Milano. L’ultima a chiudere è stata la Berenberg, che nel giro di due ore ha licenziato in tronco, senza preavviso né una congrua buonuscita, nove dipendenti, di cui due donne in maternità. Negli ultimi tempi hanno chiuso i battenti a Milano anche gli uffici della banca olandese Ing e della tedesca Dresdner Bank, mentre il colosso americano Citigroup ha operato ampi tagli e l’italiana AbaxBank ha mandato a casa un centinaio di dipendenti. In piena crisi, sempre nel settore servizi, anche il mondo dei call center, che secondo il quotidiano DNews stanno sempre più di frequente abbandonando Milano per delocalizzare nel Sud Italia e all’Est. Esemplare della crisi nel settore è il caso della Omnia Network, presso la quale lavorano circa 1.000 persone alle quali lo stipendio viene pagato da mesi con forti ritardi: l’ingresso di un nuovo socio non ha migliorato la situazione e solo a luglio i lavoratori si sono visti corrispondere lo stipendio di aprile. La cattiva gestione della Zincar, società controllata dal Comune di Milano e sul cui buco di 18 milioni sono in corso indagini, ha portato al licenziamento di 10 dei 12 dipendenti. A Paderno Dugnano peggiorano le prospettive per la Lares e la Metalli Preziosi, due aziende che occupano nel complesso 262 lavoratori, senza stipendio ormai da oltre sei mesi. A inizio luglio è stato dichiarato il fallimento di entrambe le aziende ed è stata avviata la cassa integrazione straordinaria per 12 mesi. “Paderno è stata cementificata e adesso sta perdendo altre due fondamentali aziende”, ha dichiarato amaramente Giuseppe Mansolillo della Fim. Pochi giorni prima della dichiarazione di fallimento i lavoratori delle due aziende avevano ipotizzato la creazione di una cooperativa per l’autogestione delle due fabbriche. Come se non bastasse, per loro oltre al danno del fallimento e della mancata corresponsione degli stipendi è arrivata anche la beffa di una denuncia per diffamazione da parte dell’ex proprietario, ritenutosi ingiuriato da alcuni contenuti del gruppo “Quelli che aspettano i soldi da Astolfi” aperto dai lavoratori in Facebook. Situazione sempre più tesa anche alla ex Alfa di Arese, dove è stata decisa a metà giugno un’altra cassa integrazione ordinaria per 7 settimane, seguita da altre 3 settimane di ferie. Secondo Ernesto Ierardi, delegato Rsu della Fiom, “la cassa ordinaria ha un limite di 52 settimane in due anni e la Fiat vuole raggiungerlo entro aprile 2010, dichiarando poi l’esubero dei lavoratori”, rimasti in poco meno di 1.000 dopo il licenziamento degli ultimi 68 nel marzo del 2008. Alla loro ultima assemblea è stata registrata l’assenza generale delle istituzioni, ivi compreso il governatore della regione Roberto Formigoni, che si è limitato a inviare un messaggio in cui esprimeva “vicinanza e solidarietà ai lavoratori che sono toccati da questo momento di difficoltà”. Dura la risposta dei lavoratori: “Qui non si sta parlando di un ‘momento di difficoltà’, ma della scientifica e insopportabile arroganza con cui Fiat pretende di decidere del destino di migliaia di lavoratori e della vita o della morte degli stabilimenti”. L’area ex Alfa (che coinvolge anche il comune di Rho) è oggetto delle mire della speculazione immobiliare. E’ in corso di discussione una variante urbanistica complessiva per i 2 milioni di metri quadri dell’ex Biscione, con al vaglio varie ipotesi, dai centri commerciali fino ai parcheggi per l’Expo 2015. Secondo quanto scrive la Prealpina, “a quanto pare Formigoni vuole chiudere il caso al massimo entro febbraio 2010 [data che coincide più o meno con  l'ipotesi di chiusura ventilata da Ierardi - N.d.R.] e, comunque, entro la fine della legislatura”. Il sindaco di Rho, Roberto Zucchetti, anch’egli di Comunione e Liberazione come Formigoni, se la prende con i lavoratori che si oppongono ai progetti di speculazione sull’area: “Assistiamo alla prevaricazione di gruppi [i sindacati - N.d.R.] che vogliono imporre il loro punto di vista su questioni che non li riguardano: che lì sorgano residenze, centri commerciali o parchi a loro non deve interessare”. Il 16 luglio i lavoratori dell’ex Alfa hanno portato la loro protesta anche agli stati generali dell’Expo voluti dal già menzionato Formigoni. I lavoratori della Novaceta di Magenta, che recentemente ha messo in mobilità 220 persone e chiuso alcuni reparti produttivi, si sono rivolti alla Procura con un esposto. La crisi dell’azienda, che ha portato dal 2003 al licenziamento di 420 persone, è stata secondo i lavoratori pianificata da almeno 3 o 4 anni in vista di interessi immobiliari sull’area vastissima dello stabilimento, un caso che sembra avere molti punti in comune con quello dell’ex Alfa e dell’Innse di Lambrate, sulla quale continuano a pesare le nubi di un possibile intervento estivo della polizia contro il presidio dei lavoratori per il sequestro dei macchinari venduti dal padrone Genta ad alcune ditte. Entra in crisi anche la Parker Hannifin, che si occupa di tecnologie per la movimentazione e il controllo. Il gruppo statunitense ha tre stabilimenti nel milanese: a Cinisello Balsamo, a Corsico e a Cesano Boscone. A Cinisello è cominciata la cassa straordinaria per i 118 lavoratori, mentre l’azienda ha già manifestato la volontà di procedere a licenziamenti negli stabilimenti di Corsico e Cesano. La corporation statunitense parla di un calo del fatturato del 44% e di una diminuzione degli ordini del 55%. A Cormano sono entrati in sciopero per alcune settimane i 22 dipendenti della Legatoria Vergani, che protestavano per il licenziamento in tronco di due dei tre delegati sindacali, ufficialmente per mancanza di lavoro. Colpita dalla crisi della Agrati (di cui abbiamo già riferito negli scorsi numeri) una delle società del suo indotto, la Invitea, nella quale ci sono stati una riduzione del personale e un aumento della cassa integrazione. A San Donato Milanese la dismissione di tre rami d’azienda da parte della Eni Exploration & Production stanno mettendo a rischio 177 posti di lavoro. Come scrive il Giorno, “il timore è che la politica di progressive dismissioni si ripercuota anche sul quartier generale Eni di San Donato, dove lavorano oltre 1.000 persone”. Prosegue la crisi della Nokia Siemens di Cinisello Balsamo dove, scrive sempre il Giorno, “a fine giugno le unità ‘incentivate all’esodo’ erano già salite a 70 a cui si aggiungono i 37 consulenti esterni di cui è stato annunciato il taglio questo mese. Esterni ma in realtà ‘di fatto’ interni all’azienda (in quanto impegnati esclusivamente su Nokia Siemens). [...] In un comunicato firmato da Fim, Fiom e Uilm si stigmatizza il comportamento della multinazionale ‘consistente nel lasciare senza lavoro lavoratori e lavoratrici come forma di pressione per ottenerne le dimissioni’ come la ‘scelta di chiudere gradualmente la Ricerca e Sviluppo del Radio Access in Italia senza sostituirlo con nuovi progetti’”. La crisi ferma anche svariati cantieri pubblici: a solo titolo di esempio, a Vimodrone è bloccata la costruzione del nuovo municipio perché l’azienda incaricata ha messo in cassa integrazione gli operai, a Milano prosegue la saga della centrale piazza XXV Aprile, dove i lavori per la costruzione di un megaposteggio sono in enorme ritardo, con devastanti effetti urbanistici, per i guai economici di una delle due aziende incaricate.

MONZA-BRIANZA

Dati generali: “Raddoppia la cassa, crollano investimenti e assunzioni”, così titola efficacemente il Giorno il suo articolo sugli ultimi dati pubblicati dall’Unione Artigiani di Monza e Brianza. Nel primo quadrimestre 2009 ci sono state 121 richieste di cassa integrazione straordinaria (cigs), contro le sole 2 di tutto il 2008. Inoltre ad aprile le richieste di cigs sono pressoché raddoppiate e cresce il coinvolgimento del personale femminile. Si registra poi un vero e proprio crollo delle assunzioni, calate del 32,5% nel primo quadrimestre 2009 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Un altro dato estremamente preoccupante è quello del numero delle “posizioni revocate dalle banche” (cioè i casi in cui l’istituto di credito impone al cliente di restituire immediatamente quanto ricevuto, che è poi l’anticamera per la sospensione del finanziamento), aumentato del 91%. Secondo la Cgil in provincia in questo momento ci sono 20.000 cassintegrati e 640 imprese coinvolte nella crisi. Il sindacato afferma che la fase acuta non è alle spalle e le difficoltà, presumibilmente, aumenteranno ulteriormente in tutti i settori dopo l’estate. “Con l’arrivo dell’autunno – ha detto Ermes Riva, segretario Cgil Monza-Brianza – le aziende in difficoltà chiederanno la cassa integrazione straordinaria e poi la mobilità, perché ormai la cassa integrazione ordinaria è stata esaurita. Le avvisaglie già si stanno vedendo in queste settimane: ci sono aziende che non sono più in grado di anticipare la cassa integrazione”.

Crisi aziendali: La Candy ha chiesto altre cinque settimane di cassa integrazione per il suo stabilimento di Brugherio (880 dipendenti) e sei per la sua controllata Bessel di Santa Maria Hoè (280 dipendenti). Alla Stm di Agrate (produzione chip) 1.700 lavoratori su 5.000 sono a riposo forzato. A Vimercate prosegue il calvario di Bames e Sem (del Gruppo Bartolini): la proprietà ha chiesto la cassa integrazione per altri 180 tecnici, che si aggiungono ai 210 colleghi a riposo forzato da tre mesi, per un totale di 390 in cassa contro 270 al lavoro. In seguito al peggioramento della situazione si teme che sul comparto stia per abbattersi una nuova ondata taglia-produzione. Sempre nel distretto dell’hi-tech di Vimercate il colosso israeliano Telit ha annunciato il taglio del progetto di automazione delle linee in seguito a un calo degli ordini addirittura del 60%: secondo i sindacati tira aria di smantellamento. Nella stessa città si è giunti a un accordo per i 70 lavoratori della Borghi sull’orlo del licenziamento, con un prolungamento di un anno della cigs scaduta da pochi giorni. I lavoratori sono senza stipendio da quattro mesi e hanno dovuto subire la beffa della “dimenticanza” da parte dell’azienda di trasmettere i dati all’Inps per l’anticipo dell’indennità. A Monza i lavoratori hanno bocciato l’accordo di cessione del ramo d’azienda del trasporto pubblico locale Tpm alla milanese Atm. Ora la Tpm rischia il fallimento, mentre nel frattempo è stato comunicato il mancato rinnovo dei contratti a 14 lavoratori precari. Alla Beton Villa di Merate (300 dipendenti), gigante del settore dell’edilizia e delle infrastrutture, gli stipendi sono in arretrato perché la crisi ha prosciugato le casse della nota impresa lasciandola senza liquidità. Situazione analoga alla Perego Strade di Cassago (circa 100 dipendenti), di recente passata sotto il controllo di una finanziaria elvetica, dove però nessuno si è preso la briga di informare i sindacati. La Trocellen, marchio giapponese della gomma-plastica, ha annunciato il licenziamento di 26 operai dei due stabilimenti di Caponago, pari al 30% del personale. I lavoratori hanno subito scioperato chiedendo almeno la cassa integrazione straordinaria, ma la proprietà non ne vuole nemmeno sentire parlare. Secondo le maestranze “il binomio crisi-esuberi ha il sapore di un escamotage per uscirne più leggeri”. A Mezzago ha chiuso i battenti la Kontek Comatel che da 25 anni produce connettori elettrici per il settore auto. I 33 dipendenti sono stati messi in mobilità, dopo che l’azienda avrebbe tentato di ottenere liquidità cedendo un capannone, operazione che si è rivelata insufficiente. Alla Uquifa di Agrate (settore farmaceutico) a metà luglio è stata avviata una procedura di mobilità per 12 dipendenti, dopo che a giugno erano già fuoriuscite 34 unità – si prevede la mobilità per altri 10 lavoratori entro fine anno. Difficoltà anche all’Eurocash di Varedo (commercio) dove è prevista la mobilità per parte dei dipendenti del punto di vendita. La crisi sta colpendo addirittura anche le cooperative che danno lavoro a disabili e a persone a rischio di emarginazione. E’ il caso della Rosa Blu di Ronco Briantino, che dà lavoro a 250 persone e lamenta una forte carenza di commesse, in particolare dalle grandi aziende, e della cooperativa sociale Piramide di Arcore, che impiega 10 persone e da gennaio ha registrato un calo delle commesse del 60%, tanto da temere la chiusura a fine anno.

VARESE

Dati generali: La provincia di Varese continua a essere in Lombardia la maggiore vittima della crisi. A maggio si è registrato un aumento vertiginoso della cassa integrazione rispetto ad aprile: + 87,7% rispetto al mese precedente (e +697% rispetto allo stesso mese del 2008). I dati usciti a metà luglio sul primo semestre del 2009 confermano il quadro: nei primi sei mesi di quest’anno la cassa integrazione è aumentata del 306% rispetto al semestre precedente. Secondo le stime della Cgil a inizio giugno circa 23.000 persone erano in cassa integrazione, 1.200 erano in mobilità e svariate migliaia di lavoratori non hanno avuto il rinnovo del contratto a termine. I disoccupati iscritti alle liste dei centri per l’impiego della provincia nel primo quadrimestre di quest’anno erano 14.590, rispetto ai 9.613 del medesimo periodo dell’anno scorso (con un aumento quindi di circa il 50%). La quantità di richieste di cassa e mobilità è tale che l’Inps ha dovuto rallentare i tempi delle autorizzazioni anche di diversi mesi. Nel solo territorio di Busto Arsizio e Gallarate i cassintegrati sono circa 15.000. Nell’area Legnano-Magenta è in cassa o in mobilità il 52% dei lavoratori del settore metalmeccanico. E’ boom anche per la cassa in deroga. Dal 20 febbraio sono oltre 400 le aziende della provincia di Varese che ne hanno fatto richiesta per i prossimi sei mesi, per un totale di quasi 2.500 lavoratori – si tratta perlopiù di piccole o piccolissime aziende dell’artigianato, del commercio e dell’autotrasporto, spesso contoterziste. Carmela Tasconeri della Cisl ha dichiarato: “Temiamo che ad ottobre aumenti la richiesta di ammortizzatori sociali perché la produzione delle aziende, per oltre il 90% piccole e medie, è ferma”. Conferma il quadro l’associazione degli artigiani e dei piccoli imprenditori varesini, secondo cui il peggio non è ancora passato. Secondo le sue stime sono 2.000 le aziende della provincia che potrebbero chiudere i battenti, con un totale di 5.000 posti a rischio. Rispetto al 2008 la produzione e gli ordini delle piccole aziende sono calati del 70%, il fatturato del 40-50%. Quasi il 60% di tali aziende ha rinunciato a effettuare investimenti. Preoccupate le dichiarazioni di Franco Colombo, presidente dell’Api: “Se dopo le ferie non ci saranno concreti segnali di miglioramenti, il 30% dei nostri associati prenderà in considerazione l’idea di interrompere l’attività con l’inizio del 2010″. Secondo il vicepresidente della stessa associazione, Vittorio Ballerio, “non ci sono segnali di un aumento degli ordini a partire dall’autunno”. Il settore della gomma-plastica della provincia è l’unico caso in controtendenza in Italia, tanto da meritarsi un lungo articolo del Sole 24 Ore. Nel primo trimestre del 2009 ha registrato un +4,9% (ma va tenuto conto che nel 2008 aveva chiuso con un -6,3%), rispetto a un -20% a livello nazionale. Dal gruppo gomma-plastica di Univa fanno però sapere: “Solo a ottobre-novembre avremo dati indicativi o meno della ripresa. I dati del primo trimestre 2009 potrebbero infatti nascondere dei ‘residui’ di ordini dell’ultima parte del 2008″.

Crisi aziendali: In provincia sono già arrivati a 2.000 su 17.000 i frontalieri licenziati che lavoravano nel Canton Ticino (in tutto nel cantone i lavoratori italiani rappresentano il 22% del totale). L’aspetto peggiore è che, secondo le stime della Cisl, la situazione peggiorerà ulteriormente. “Ci aspettiamo un’estate calda sotto tutti i punti di vista. In molte aziende termina il periodo di cassa integrazione o l’orario di lavoro ridotto che permettevano di ridurre gli stipendi, ma di mantenere i posti. Visto che la situazione non è migliorata gli imprenditori a questo punto ricorrono al licenziamento, e i primi a perdere il posto sono gli italiani”. Secondo il Segretariato di Stato il picco massimo della crisi lo si avrà a marzo 2010. A Mesero è stata annunciata la chiusura dello storico stabilimento della Esab (saldature) con la messa in mobilità degli 85 dipendenti occupati nei reparti produttivi e della logistica. Si salva solo un manipolo di persone negli uffici commerciali e amministrativi. L’azienda lamenta una situazione di sovrapproduzione dovuta alla crisi, ma secondo i lavoratori ci sono altre motivazioni, di tipo speculativo. Lo stabilimento infatti sorge su un’area il cui valore è triplicato negli ultimi tempi con le modifiche alla viabilità e il fondo inglese che controlla la Esab potrebbe realizzare una forte plusvalenza con la sua chiusura. Situazione estremamente pesante alla Usag di Gemonio (oggi SWK Untesilerie). Metà circa dei 350 lavoratori è attualmente in cassa integrazione, ma corrono voci di smobilitazione di intere linee produttive. Il forte calo degli ordini e il fermo del mercato hanno già fatto saltare quasi tutti i contratti di lavoro a termine e abbinare alla massiccia richiesta di cassa integrazione il ricorso obbligatorio alle ferie arretrate. A Busto Arsizio la Ibici ha deciso di concentrare l’attività nella sede di Ravenna, lasciando a casa 60 lavoratori. A Gallarate chiude i battenti la Fulgor, storica azienda che realizza componenti per cucine e per la quale è stato chiesto il fallimento. I lavoratori che rischiano di perdere il posto sono 124. Alla Ahlstrom, che ha stabilimenti a Gallarate, Cressa e Mozzate, si è chiusa la vertenza apertasi a febbraio con la dichiarazione da parte dell’azienda dell’intenzione di licenziare 65 dipendenti. Si è giunti a un accordo in base al quale 53 dipendenti andranno in mobilità volontaria con incentivo, mentre altri verranno trasferiti dallo stabilimento di Gallarate agli altri due dell’azienda. Alla Galileo Avionica di Nerviano (elettronica per la difesa) si è aperta una vertenza con sciopero che coinvolge in totale 863 dipendenti in Lombardia riguardo a questioni legate a salari (drastica riduzione del premio di risultato) e orari. A Canegrate la Framag, che produce lamiere, sta passando uno dei peggiori periodi della propria storia e ha messo in cassa integrazione circa 115 lavoratori (di cui 90 in esubero) su 197. La Ciba Specialty Chemicals di Origgio, settore farmaceutico, ha annunciato la chiusura a partire dal marzo 2010 per concentrare le attività nella sede di Cesano Maderno e ridurre così drasticamente i costi: su 76 dipendenti sono previsti 40 licenziamenti. Si fa sempre più tesa la situazione all’azienda meccanica Finnord di Jerago con Orago. Dal settembre scorso i 365 dipendenti sono in cassa integrazione a rotazione, ma ora, secondo quanto riferiscono i sindacati, si parla di esuberi anche se la proprietà non ha specificato il loro numero. Dal 18 luglio nell’azienda sono partite le ultime 13 settimane di cassa ordinaria disponibili. Alla Tintoria Tosi di Busto Arsizio si è aperto uno scontro tra proprietà e sindacati dopo un comunicato dell’azienda che annunciava la disdetta degli accordi sindacali e si prospettava una riduzione dei salari. Di Malpensa ormai non parla più quasi nessuno dopo che sono passate anche le elezioni europee e amministrative, ma noi la ricordiamo ancora una volta: si tratta della più grande crisi in atto nella provincia, con circa 3.000 lavoratori dell’aeroporto o del suo indotto che sono a casa. L’ultimo capitolo è l’accordo di cassa integrazione per i 25 dipendenti della Sasco che opera nel settore cargo dello scalo.

COMO

Dati generali: Secondo Graziano Brenna, dell’Unione Industriali, “la crisi sta entrando nella sua fase più dura. Alcune aziende rischiano di attraversare ora una crisi irreversibile e si prospettano diverse chiusure, con le conseguenze facilmente immaginabili per i lavoratori”. I dati parlano di una situazione già molto pesante. In provincia nei primi cinque mesi dell’anno i comaschi che si sono rivolti ai centri per l’impiego dopo essere rimasti disoccupati sono stati oltre 7.500, rispetto ai 4.500 registrati nello stesso periodo dell’anno scorso, con un aumento del 66%. Nei primi cinque mesi di quest’anno, inoltre, le richieste di cassa sono aumentate dell’856% rispetto ai primi cinque mesi 2008 (oltre il doppio della media lombarda, che è di +381%), un dato che piazza la provincia dopo Varese, Brescia e Milano. Poco rassicuranti le parole di Alessandro Tarpini, segretario generale della Camera del Lavoro di Como: “I dati confermano che l’uscita dalla recessione è lontana, per la nostra provincia lo scenario è disastroso”. Tra gli altri dati vanno citati la diminuzione delle assunzioni che si aggira sul 20% (ma è una percentuale che si riferisce ancora al primo trimestre) e gli oltre 25.000 lavoratori coinvolti in situazioni di crisi, con più di 1.000 aziende in difficoltà. A rischio anche il posto di 3.000 frontalieri che lavorano in Svizzera.

Crisi aziendali: A essere maggiormente travolto dalla crisi è uno dei settori più ampi in provincia, quello del tessile. Alla Saati di Appiano Gentile si è giunti a un accordo in base al quale 250 dipendenti finiranno in cassa integrazione e 80 saranno in esubero. L’azienda è in crisi per un calo del volume d’affari del 30%. Si registrano inoltre le crisi dell’Oltolina, che nell’ambito della riorganizzazione interna ha dichiarato 25 esuberi, e quella della Pedraglio, dove c’è stato un rinnovo della cassa integrazione per tutti i 90 lavoratori. La Tessitura Bosetti, che impiega 64 dipendenti e aveva in corso una cassa integrazione ordinaria per tutto il personale, ha annunciato in maniera inattesa la messa in liquidazione. Nel precedente incontro con i sindacati si era parlato di un calo degli ordini del 40%, a fine giugno la diminuzione era arrivata addirittura a -55%. Vanno verso la chiusura anche la Sisco di Luisago, con 39 dipendenti, la Git di Grandate, con 59, la Tessitura Magitex di Fino Mornasco, con 26, e la Stamperia Romano Botta di Villa Guardia con 28. La Olmetto di Maslianico, che produce cravatte ed era stata finora praticamente l’unica nel settore a non ricorrere alla cassa, ha dovuto cedere a metà luglio chiedendo la cigo a rotazione per i suoi 110 dipendenti. Alla Paytec di Rovellasca, che produce apparecchiature elettroniche, sono stati messi in mobilità 30 degli 86 dipendenti: erano previsti due mesi e mezzo di cassa integrazione e invece all’improvviso l’azienda ha annunciato i trenta licenziamenti. Sono state cancellate le illusioni dei 210 lavoratori della Giardina Officine Aeromeccaniche di Figino Serenza su un futuro diverso dalla chiusura: per l’azienda è stato chiesto il fallimento. La Vitaresidence, che si occupa di strutture socio-sanitarie, aveva annunciato alla fine di aprile 62 esuberi, mentre ora gli accordi definitivi raggiunti hanno limitato i danni portando gli esuberi a 39. Si torna invece al lavoro alle Ferriere di Dongo, ma è un ritorno che riguarda solo 31 degli oltre 200 lavoratori e ha carattere unicamente temporaneo, in attesa della decisione del Tribunale di Como riguardo all’istanza di fallimento.

LECCO-SONDRIO

Dati generali: In provincia di Lecco nel primo semestre del 2009 le ore di cassa integrazione sono aumentate di uno stratosferico 1.033% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Il numero di lavoratori coinvolti è in questo semestre di 2.500 unità, rispetto alle 1.000 del 2008, con un aumento del 1.500%. Si registra in particolare un aumento della cassa integrazione straordinaria (cigs), dovuto al fatto che molte aziende stanno terminando le 54 settimane massime previste per la cassa integrazione ordinaria (cigo). La Cgil segnala anche un’impennata dell’avvio di azioni legali per vertenze sindacali che riguardano il mancato pagamento di retribuzioni o Tfr in seguito a licenziamento, segnale evidente ed estremo della crisi delle imprese. La Camera di Commercio di Lecco segnala un’altra tendenza negativa: nel primo trimestre 2009 le aziende che hanno cessato l’attività sono state il 9,5% in più dell’anno precedente, mentre l’apertura di nuove imprese è diminuita del 5% rispetto allo stesso trimestre del 2008. I settori più in difficoltà sono il metalmeccanico e il commercio, ma va decisamente male anche il settore ristoranti e alberghi. In provincia di Sondrio il saldo negativo rispetto all’anno precedente è dell’1,2% ed è dovuto per i 2/3 a ditte individuali. Il vicedirettore di Api Lecco (l’associazione locale delle piccole imprese) non ha peli sulla lingua riguardo alla situazione: “Dai piani alti della politica ci viene detto in continuazione che la crisi è soprattutto psicologica. Se fossi un imprenditore mi sentirei offeso”. E ha ragione. Infatti secondo i dati raccolti dall’Api la produttività delle imprese lecchesi è diminuita del 93% nel primo trimestre 2009 rispetto allo stesso trimestre 2008. Quasi la metà delle piccole e medie imprese spiega di avere un portafoglio ordini inferiore a un mese, il 5,6% addirittura inferiore a sette giorni. In genere le imprese lamentano una diminuzione degli ordinativi che va dal 30% al 70%, mentre il fatturato in complesso è diminuito per il 90% delle imprese interpellate dall’associazione. Il presidente Api, Riccardo Bonaiti, mette in guardia: “Fissatevi la data del 20 settembre, da lì potrebbero manifestarsi i segnali più evidenti dell’asfissia delle imprese, perché al momento non c’è alcuna prospettiva di ripresa. Molte imprese andranno incontro a un ridimensionamento. Ci saranno tante aziende che non sopravvivranno a questa crisi, specialmente tra le imprese di piccole e piccolissime dimensioni”. Il sondaggio di Confindustria Lecco segnala una situazione all’apparenza un po’ meno nera, tanto che la Provincia di Lecco titola: “Forse la crisi più nera è alle spalle”. Il 47% degli intervistati segnalava a fine giugno in un sondaggio di avere subito un’ulteriore diminuzione della domanda (contro il 53% di maggio), il 34% non comunica variazioni dell’indicatore (a maggio erano il 30,3%) e il 18,8% rileva un aumento degli ordini (15,7% a maggio). Il quadro dipinto in realtà parla ancora di un sostanziale peggioramento rispetto al mese precedente (lo afferma quasi la metà – il 47% – contro solo un 18% che parla di miglioramento). Basta poi esaminare le previsioni per i prossimi mesi rilevate dallo stesso sondaggio per diventare molto meno ottimisti: quasi il 33% degli intervistati attende una nuova diminuzione di ordini e produzione (maggio 22%), mentre il 54% prevede una sostanziale stabilità, solo il 16% prevede un miglioramento (maggio 18%).

Crisi aziendali:

La multinazionale svedese Husqvarna ha annunciato il 10 giugno 70 licenziamenti nello stabilimento di Valmadrera (185 dipendenti in totale) per delocalizzare la produzione in Repubblica Ceca e in Cina. L’azienda prevede di lasciare in loco solo la produzione di tagliaerba, che però ha carattere solo stagionale e non garantirebbe posti di lavoro stabili. Giacomo Arrigoni, della Uilm, punta il dito contro le multinazionali: “Hanno depredato il valore aggiunto acquisito nei territori nazionali, e in particolare a Valmadrera, per poi delocalizzare”. A luglio è cominciata la cassa integrazione straordinaria per un anno, ma la reazione dei lavoratori è stata dura. Hanno organizzato un blocco della statale 36 e organizzato scioperi a singhiozzo. Un’altra multinazionale, la Honeywell, che produce apparecchiature per componenti per riscaldamento, ha deciso di tagliare 10 posti nello stabilimento di Oggiono, dove lo scorso anno ne erano stati tagliati altri 41 – ora ad Oggiono le maestranze sono ridotte a 30. Per lo stabilimento di Morbegno (92 dipendenti) si prevede invece la chiusura con delocalizzazione in Repubblica Ceca e l’unica ipotesi di salvezza è la vendita del sito produttivo a un’altra azienda con l’assorbimento della manodopera. A Missaglia è stato dato il via libera al concordato preventivo per una delle più note case vinicole del Nord Italia, la Caldirola. Se il procedimento terminerà con successo si riuscirà a salvare il posto dei 128 dipendenti. Alla Erc di Calolziocorte in liquidazione a fine giugno 44 persone stavano ancora utilizzando la cassa integrazione, mentre degli altri 236 lavoratori 144 sono stati trasferiti alla High Light Erc, nata dalle ceneri della società in liquidazione, e un’altra parte ha trovato una nuova occupazione. Alla Moto Guzzi di Mandello è stata richiesta un’altra settimana di cassa integrazione per tutti 151 dipendenti. L’azienda continua ad avere poco mercato e a marzo Colaninno, presidente della Piaggio che controlla la Guzzi, aveva minacciato la delocalizzazione della Guzzi se questa fosse stata ancora in perdita a metà anno. I sindacati lamentano la mancanza di trasparenza da parte della proprietà riguardo ai piani per il futuro e non hanno firmato l’accordo per la cassa quando i dirigenti aziendali si sono rifiutati di presentare loro i dati di bilancio. La Cartiera di Tirano sta ormai andando verso la chiusura e ha ottenuto altri sei mesi di cassa straordinaria per i dipendenti. A inizio luglio al mobilificio Grattarola, in Valsassina, è stato annunciato un piano industriale che prevedeva 30 licenziamenti su 150 dipendenti. Dopo la reazione dei lavoratori l’azienda è tornata sui suoi passi e ha deciso di sfruttare a partire dal 13 luglio la cassa integrazione residua dopo i periodi già utilizzati l’anno scorso. Alla Rodacciai di Bosisio Parini e Sirone il 31 luglio scade il secondo periodo di cassa integrazione ordinaria che coinvolge 150 dipendenti su 500. La Mambretti di Rogeno (tessile) si trova a un passo dal fallimento. Per i 74 dipendenti dell’azienda a giugno era stata avviata la cassa integrazione straordinaria, ma i lavoratori non ricevono gli stipendi da maggio e i soldi dell’ammortizzatore sociale arriveranno solo a novembre. I sindacati descrivono la situazione assurda dell’azienda, che replica altri casi da noi segnalati negli ultimi mesi: “I titolari dell’azienda non sono raggiungibili in alcun modo, i cancelli dell’azienda sono chiusi e sappiamo che nemmeno Confindustria riesce a mettersi in contatto con la famiglia Mambretti, che deve pagare due mesi di stipendio arretrati ai lavoratori”. Come nel resto della Lombardia, anche in provincia di Lecco agli effetti della crisi economica sull’occupazione vanno aggiungersi quelli della riforma della scuola. Con l’inizio dell’anno scolastico verranno cancellati 108 posti di lavoro e rimarranno solo 654 docenti, una soluzione che porterà a carenze nella gestione dell’integrazione degli alunni portatori di handicap, dell’accoglienza degli alunni stranieri, degli insegnamenti obbligatori come quello della lingua straniera nella scuola primaria. Alla scuola media “La Nostra Famiglia” di Bosisio Parini, per esempio, ci saranno solo 5 docenti concessi a fronte di una reale esigenza di 25 cattedre.

BERGAMO

Dati generali: Con ulteriore aumento a giugno (2,39 milioni di ore autorizzate contro gli 1,37 del mese precedente) la cassa integrazione in provincia di Bergamo chiude un semestre disastroso che ha visto un incremento delle ore autorizzate dall’INPS del 280% raggiungendo quota 7,5 milioni (già più di due milioni di ore rispetto a quelle concesse in tutto il 2008). Il principale imputato è l’enorme aumento della cigo legata a crisi congiunturali di mercato (soprattutto nel settore metalmeccanico). Infatti la meccanica da sola determina più della metà del totale delle ore di Cig autorizzate a giugno nell’industria (2,2 milione di ore registrando un +1.077% sull’anno scorso), nell’edilizia le ore sono invece 173 mila (+437%) e il commercio oltre 10.000 ore (+165%). Da segnalare inoltre che nel settore dell’autotrasporto, che non aveva mai conosciuto il fenomeno cassa integrazione, in provincia di Bergamo sono già 500 dall’inizio dell’anno i lavoratori in cassa. Ciò è da attribuirsi principalmente alla pesante crisi che ha investito questo settore che dal febbraio 2009 ha fatto registrare un calo del 45% dei camion in circolazione. Crisi sempre più pesante anche nel settore del terziario, distribuzione e servizi dove si registrano un crollo dei consumi, il mancato rinnovo dei contratti e una disoccupazione crescente. Secondo i dati presentati a metà luglio dalla Fisascat Cisl di Bergamo, i lavoratori coinvolti da procedure di CIGS, in deroga e mobilità sono circa 900. Inoltre da sottolineare l’autorizzazione regionale a 268 aziende della bergamasca per l’utilizzo degli ammortizzatori sociali in deroga. In questo ambito degno di nota l’allarme lanciato dal segretario provinciale della Cisl, Ferdinando Piccinini, secondo cui “il Governo deve sbloccare le risorse per il sostegno al reddito dei lavoratori che stanno utilizzando gli ammortizzatori sociali in deroga”. Nella sola area di Bergamo sarebbero già 2500 i lavoratori ad attendere da mesi le risorse economiche promesse.

Crisi aziendali: All’inizio dello scorso mese di giugno la Frattini Spa di Seriate (194 dipendenti) ha presentato al locale tribunale domanda di concordato preventivo, con richiesta di esercizio provvisorio fino al 31 agosto. L’azienda aveva già attivato da qualche mese la procedura di cigo a rotazione per circa 120 addetti. Immediata la reazione dei lavoratori che hanno dato vita a diversi presidi, assemblee e scioperi. Le rappresentanze sindacali hanno chiesto al commissario giudiziale di essere convocate per definire i percorsi necessari per assicurare ai lavoratori le tutele economiche e individuare opportunità di natura industriale che possano consentire la continuità produttiva. Il commissario giudiziale lo scorso 10 luglio ha avviato le procedure per la richiesta di cigs di un anno per tutti i lavoratori. La Miti, storica azienda tessile di Zogno a fine maggio ha comunicato ai sindacati l’intenzione di procedere verso la chiusura entro settembre degli stabilimenti produttivi e il loro trasferimento in Ungheria. I 72 lavoratori, non rassegnati a perdere il lavoro, hanno dichiarato lo sciopero e lo stato d’agitazione permanente. La proprietà ha annunciato che un potenziale acquirente, già individuato, potrebbe riassorbire solo 20 addetti. I sindacati hanno chiesto e ottenuto dall’azienda l’attivazione di misure a sostegno del reddito dei lavoratori (cigs di 1 anno prorogabile e un piano scalare di incentivi all’esodo). La M.L.B. di Sedrina, operante nella produzione di arredi in legno per navi e camper, ha inviato, al rientro da 5 mesi di cigo, a tutti i 35 dipendenti (in gran parte donne) la lettera di licenziamento collettivo. L’azienda da febbraio tra l’altro non pagava più gli stipendi ai dipendenti. I sindacati inoltre chiedendo l’avvio della mobilità hanno scoperto un’insufficiente copertura previdenziale (in pratica l’azienda non ha versato i contributi INPS dovuti). Alla Bodycote di Madone, specializzata nei trattamenti termici e chimici dei metalli, è stato siglato il primo contratto di solidarietà nel settore metalmeccanico della provincia di Bergamo. L’accordo prevede che la ‘solidarietà’ duri 2 anni e riguardi 99 dipendenti. La riduzione media dell’orario di lavoro pattuita è intorno al 50%. Due richieste di mobilità, nel settore metalmeccanico, senza aver quasi mai utilizzato nel corso dell’anno ammortizzatori sociali: è successo alla M&M International srl di Orio al Serio (25 esuberi su 82 persone) e alla Sti srl di Gorle (9 esuberi su 71 dipendenti). Da otto mesi senza stipendio. Sta succedendo ai 70 lavoratori della Twist International, azienda tessile con stabilimenti a Osio Sopra e Osio Sotto. L’azienda al momento è in concordato preventivo e ha richiesto la cassa straordinaria per 12 mesi. Nel settore automotive versano in cattive acque la Novem Car Interior Spa di Bagnatica (12 mesi di cassa straordinaria e poi mobilità per i 93 dipendenti) e la Valbrem Spa di Lenna (165 dipendenti in cassa straordinaria per 12 mesi). La Toora Spa, gigante bergamasco del settore alluminio, ha ottenuto (solo a sei mesi dalla richiesta!) la cassa straordinaria per 12 mesi per i 176 dipendenti degli stabilimenti di Carobbio e Costa di Mezzate. Anche nello stabilimento di San Paolo d’Argon, che ha recentemente subito una condanna per condotta antisindacale, è stata attivata la cassa straordinaria per 12 mesi per gli 89 addetti. In quest’ultimo caso da quattro mesi gli operai sono rimasti senza risorse perchè non stanno ricevendo l’anticipo del sussidio come concordato.

BRESCIA

Dati generali: Secondo un rapporto presentato all’Assemblea dei delegati della Cgil di Brescia, tenutasi lo scorso 29 giugno, sono oltre 22 mila i lavoratori della provincia di Brescia che nei primi cinque mesi del 2009 hanno subito la cassa integrazione per un totale di 17 milioni di ore (otto volte in più rispetto allo stesso periodo del 2008). Sono 2844 le aziende che ne hanno fatto richiesta (800 quelle artigiane che hanno chiesto la cassa in deroga). Quasi 11.000 le domande d’indennità di disoccupazione pervenute all’Inps di Brescia da gennaio a fine maggio del 2009 (+ 152% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso). A fronte di questa situazione il segretario generale della Camera del Lavoro di Brescia, in occasione della suddetta assemblea, ha chiesto alle istituzioni di dare risposte concrete per sostenere le fasce più deboli (come ad esempio raddoppiare il tempo di valenza della cigo, togliere i massimali che riducono l’assegno mensile percepito dai cassintegrati e aumentare la dotazione finanziaria degli ammortizzatori in deroga) e alle compagini sindacali di farsi sentire, se necessario, con nuove mobilitazioni. Per chiudere il quadro provinciale è necessario sottolineare un netto aumento dei fallimenti. Secondo dati forniti dall’INPS e dal Tribunale i fallimenti in provincia nel primo semestre dell’anno sarebbero 114 contro i 97 dello stesso periodo dell’anno scorso.

Crisi aziendali: I settori più colpiti in provincia di Brescia sembrano essere il metalmeccanico, l’automotive (loro il 75% delle ore di cig) e il tessile. Nel primo ambito da segnalare la Iveco, che ha dichiarato svariati esuberi ed utilizza a singhiozzo la cassa integrazione; la GKN di Carpendolo e la Fonpresmetal di Bione in cui prevalgono cassa e mobilità su base volontaria; esuberi dichiarati alla Eural Gnutti di Rovato e alla ex Ocean di Verolanuova. Moltissime le altre aziende a rischio nel settore. Nel settore tessile è grave la situazione di Henriette di Castenedolo, di Citman di Pontevico, di NK di Chiari e Breno.La Franzoni Filati di Esine, nata nel 1962 come Cotonificio Franzoni, leader nella produzione di filati di qualità, a settembre chiuderà i battenti. Di 167 dipendenti forse si riuscirà a salvarne una cinquantina in quanto l’azienda manterrà in zona alcuni reparti mentre il resto sarà trasferito in Bosnia. La O.M.B. di Brescia, dopo mesi di agitazione dei dipendenti, è stata ceduta a O.M.B International una controllata di Brescia Mobilità (di proprietà del Comune di Brescia) per 11,3 milioni di euro. Una parte dei 92 dipendenti ha già ripreso a lavorare; per altri si farà ricorso alla Cigs.

PAVIA

Dati generali: Secondo dati Inps la cassa integrazione ordinaria coinvolgeva a giugno in provincia di Pavia 5.700 lavoratori e 96 aziende. Altre 400 aziende artigiane, secondo i dati della Camera del Lavoro, sono in situazione di crisi. La crisi colpisce in misura particolare l’Oltrepo, dove le persone in cassa integrazione sono 1.200.

Crisi aziendali: A Casteggio la proprietà della Cielle, società che produce prefabbricati industriali, ha deciso il licenziamento di 30 dipendenti su 70 dopo sette mesi di cassa integrazione. Alla Massoni di Stradella, azienda ormai in liquidazione e dove i circa 40 dipendenti rischiano di perdere il posto, l’atmosfera è degenerata nel rapporto tra proprietari e sindacati, tanto che durante un’assemblea, secondo quanto riferisce la Provincia Pavese, è stato spaccato il cellulare a un sindacalista mentre cercava di chiamare i carabinieri. Anche all’Arsenale di Pavia la situazione si fa sempre più tesa e le Rsu minacciano di andare dal presidio all’occupazione, oltre allo sciopero a oltranza. Chiedono al Ministero della Difesa una giusta collocazione sul territorio per i 216 dipendenti e sono contrari al loro trasferimento a Milano o a Piacenza. A Casei Gerola la Finbieticola di Mario Resca ha messo sulla carta e depositato il progetto di centrale elettrica a biomasse che dovrebbe subentrare alle attività dell’ex Zuccherificio. I lavoratori di quest’ultimo ancora in cassa integrazione sono 43, ma il nuovo progetto prevede per la centrale solo 20-23 addetti.

LODI

Dati generali: L’andamento della crisi in provincia di Lodi sembra avere un andamento statico. Questo trend è innanzitutto confermato dai dati sull’occupazione diffusi dall’Osservatorio provinciale. Se nell’ultimo trimestre del 2008 i nuovi assunti sono stati 3579, nel primo trimestre 2009 sono stati 4000. Dati confermati anche da Vittorio Boselli, segretario generale di Confartigianato, che in un’intervista al Giorno infatti sostiene che se nel primo trimestre 2008, i dipendenti delle settecento aziende socie rappresentate dalla sua associazione, erano 2900, oggi a fine del primo trimestre 2009 sono 2930. In realtà, a parte questa timida tenuta degli occupati, nel lodigiano si sta verificando una vera e propria emergenza crisi nel settore della subfornitura meccanica e del settore meccanico più in generale in cui si registra una riduzione del 50% del fatturato rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Anche il settore chimico in provincia vive una fase di profonda crisi. Sono molte le aziende ad avere fatto ricorso negli ultimi mesi alla cassa integrazione. Più di mille nel comparto gli addetti in cassa ordinaria e circa duecento quelli in cassa straordinaria. Il vero pericolo, che temono i lavoratori e le rappresentanze sindacali, è che i mesi di cassa si trasformino in veri e propri tagli al personale. Anche il settore farmaceutico e il comparto profumi appaiono in forte difficoltà. Le imprese di questi ultimi settori, dopo aver liquidato i lavoratori precari, non stanno facendo ricorso alla cassa integrazione ma propendono, visto che gli ordinativi non danno segnali di ripresa, per recuperi ferie e qualsiasi altro stratagemma ritenuto utile.

Crisi aziendali: Come ricordato nell’introdurre i dati generali sulla crisi in territorio lodigiano, il settore decisamente più colpito è quello metalmeccanico. L’ultima ondata di casse integrazioni ordinarie coinvolge circa 500 lavoratori del settore. Il caso più evidente è quello della Mta di Codogno, una delle aziende metalmeccaniche più grandi del territorio lodigiano (450 dipendenti), che sarebbe in procinto di fare ricorso alla cigo per circa 300 addetti. Nel comparto fioccano poi le richieste di rinnovo di casse avviate nei mesi scorsi e in molti casi si sta per sforare il tetto delle 52 settimane di cigo concesse in un biennio. All’Alusteel di Somaglia (48 dipendenti), specializzata in verniciatura industriale, ad esempio, la cassa ordinaria è agli sgoccioli ed è stata presentata la richiesta per un anno di cigs e un piano ‘draconiano’ di ridimensionamento del personale (dai 15 ai 30 tagli). Nel frattempo sono in corso trattative per la cessione dell’azienda. Alle Officine Curioni di Galgagnano (150 dipendenti), dove è già in corso la cigs (in scadenza ad ottobre) per un centinaio di addetti, visto il perdurare della crisi nell’intero comparto, si prevede un prolungamento della cassa straordinaria fino a giugno 2010. L’Omega Impianti di Somaglia, teatro lo scorso maggio di un duro sciopero di tutti i dipendenti, fallita la trattativa sindacale, ha definitivamente chiuso i battenti. Secondo la Cisl la proprietà non ha mai avuto la volontà di arrivare ad un accordo con le rappresentanze sindacali. Nel settore chimico la Trelleborg (multinazionale del settore gomma) di Lodi Vecchio, in cui sono già in cigo 250 operai, ha annunciato di voler mandare in mobilità venti impiegati. I sindacati hanno proposto il ricorso a misure alternative quali: utilizzo massimo di cassa integrazione ordinaria, contratti di solidarietà, part time e demansionamento (utilizzo di impiegati in mansioni operaie). Il 16 luglio si è tenuto un presidio-assemblea di protesta contro i tagli di circa 100 dipendenti davanti ai cancelli dell’azienda. Per ora sembra che tutte le ipotesi sul fronte della trattativa rimangano aperte. La RSU della Lever di Casapusterlengo (140 lavoratori già in cassa integrazione) in un’assemblea sindacale tenutasi nella sala consiliare del Comune, ha proposto agli enti locali interventi di sostegno a favore dei cassaintegrati che vanno dalla riduzione o l’annullamento delle tasse comunali, alla riduzione dei ticket sanitari e a sconti consistenti su un paniere di prodotti di prima necessità. La Somma, azienda edile di Somaglia, a seguito della profonda crisi che sta vivendo il comparto, è in procinto di chiedere la messa in liquidazione con la conseguente apertura della procedura di mobilità per gli 80 addetti. I sindacati puntano invece ad un anno di cassa integrazione straordinaria. L’Auchan, il noto centro commerciale di S.Rocco al Porto, che ha fatto registrare una contrazione del 50% circa del fatturato a seguito del crollo del ponte sul Po della Via Emilia il 30 aprile scorso, dopo aver comunicato l’intenzione di voler avviare la procedura di mobilità per 100 dipendenti (circa un terzo del totale), ha accettato la proposta delle rappresentanze sindacali di fare ricorso, per 260 lavoratori su 307, al contratto di solidarietà con una riduzione dell’orario di lavoro pari al 36,88%. Il 15 giugno scorso otto ex operai della Digital Print di Lodi hanno dato vita a un sit-in di protesta davanti all’azienda accusata di non pagare gli stipendi da parecchi mesi. Gli ex dipendenti, visti i ritardi nel pagamento degli stipendi, hanno dovuto procedere a licenziarsi per giusta causa. L’azienda, secondo i dipendenti, non aveva intenzione, nonostante le continue proposte, di sopperire alle difficoltà avviando le procedure di cassa integrazione. Nonostante la manifestazione di protesta e il presidio-assemblea dello scorso 11 giugno a cui hanno partecipato 120 dei 403 dipendenti, il Fatebenefratelli di San Colombano al Lambro, gloriosa casa di salute che ospita circa 400 malati psichici, a metà giugno ha avviato la procedura di mobilità per 62 dipendenti. Ai primi di settembre, in assenza di un accordo tra le parti, l’azienda sarà libera di procedere con il licenziamento. Immediata la risposta sindacale che ha indetto il blocco degli straordinari e uno sciopero di 24 ore lo scorso 2 luglio.

CREMONA

Dati generali: Anche la provincia di Cremona, secondo i dati resi noti all’inizio del mese di luglio, sembra accusare pesantemente l’onda lunga della crisi economico-finanziaria. Nel primo trimestre 2009 (i dati disponibili riguardano solo questo periodo) i principali indicatori presentano tutti segno negativo rispetto allo stesso periodo precedente: produzione (-2%); ordini interni (-3,6%); fatturato estero (- 1%). Sul fronte del mercato del lavoro da evidenziare una forte flessione dell’occupazione e un aumento netto dei ricorsi alla cassa integrazione delle aziende colpite dalla crisi. Nella zona del Cremasco, secondo i dati diffusi, si concentra la gran parte delle 300 aziende e dei 4.000 cassaintegrati dell’intera provincia. Questo spiega perché proprio a Crema il 26 giugno scorso si sia tenuto lo sciopero generale territoriale dei metalmeccanici cremonesi (oltre trecento i lavoratori presenti). Nell’area di Castelleone, da sempre principale polo produttivo (metalmeccanico) dell’area, si contano ormai circa 600 cassaintegrati. Sono in aumento le aziende che annunciano la chiusura o il drastico ridimensionamento e la disoccupazione sta crescendo a ritmo frenetico. I settori colpiti più duramente dalla crisi risultano essere il metalmeccanico, il settore edile e quello del legno. Come succede anche in altri comprensori la stretta risulta molto dura soprattutto nel settore delle piccole e medie imprese. Per dare un’idea basti dire che Confartigianato Cremona nei primi sei mesi dell’anno ha stipulato e prestato assistenza per 71 accordi di cassa integrazione straordinaria in deroga, che hanno interessato circa 350 dipendenti. Le piccole aziende (nella fascia da 1 a 12 dipendenti) che solo nell’area di Castelleone hanno utilizzato la cassa sono 50 (coinvolgendo 250 addetti circa).

Crisi aziendali: La Saco di Castelleone, una delle tre filiali italiane del colosso metalmeccanico tedesco la Gildemeister, ha annunciato la dismissione del sito produttivo e la messa in mobilità di 91 dipendenti (su un totale di 100). Secondo la proprietà la Saco da mesi sta producendo un decimo del suo fatturato ordinario e sembra abbia accumulato perdite per circa 3 milioni di euro. I sindacati hanno chiesto alla proprietà tedesca di fare ricorso a tutti gli strumenti atti a garantire il mantenimento dell’occupazione. Lo scorso 16 giugno 91 dipendenti hanno scioperato contro l’imminente chiusura dell’azienda. Svariati gli esponenti politici che si sono distinti nel tentativo istituzionale di salvare il sito produttivo. Tra questi la senatrice Pd Cinzia Fontana, l’ex presidente della Provincia Giuseppe Torchio, l’onorevole Torazzi della Lega Nord e Fortunato Pedrazzi  consigliere regionale Pd. In un summit tenutosi presso la sede della Provincia di Cremona lo scorso 3 luglio l’azienda ha annunciato di voler bloccare le lettere di mobilità, e di pensare al ricorso alla cigs per uno o due anni, pur confermando la volontà di trasferire una parte della produzione negli altri siti produttivi italiani. La Marsili di Castelleone (170 dipendenti) ha dichiarato a fine giugno di voler ridimensionare la propria forza-lavoro di 60 unità. Lo strumento proposto è stata la mobilità volontaria incentivata  (in pratica i dipendenti che decidono di dimettersi hanno diritto a un compenso extra). La Fir Elettromeccanica Spa di Casalmaggiore avrebbe deciso di chiudere lo stabilimento di Via Vanoni (25 addetti) e dichiarare complessivamente 27 esuberi. Immediata la risposta dei sindacati che hanno organizzato il 26 giugno un presidio e un corteo anti-esuberi a cui hanno partecipato un centinaio di lavoratori. Solo nei prossimi giorni e mesi forse si chiarirà la situazione della nota azienda. La Chromavis (200 dipendenti), azienda operante nel settore cosmesi, che ha stabilimenti a Vaiano Cremasco, Crema e Chieve ha ipotizzato un ridimensionamento della forza lavoro di 30 unità. Sempre nel settore chimico versano nella stessa situazione la Coim di Offanengo (mobilità per 15 lavoratori) e la Lumson di Copergnanica (tutti i 150 dipendenti in cassa).

MANTOVA

Dati generali: Per mesi la forte incidenza della componente agroalimentare sull’economia provinciale ha rallentato la percezione dell’effetto crisi sulla realtà mantovana. Ma in quest’ultimo periodo vi è stato, secondo il presidente della Provincia Maurizio Fontanili, uno shock delle attività produttive di base tra cui il settore chimico, il cui indotto impiega circa 3000 addetti. Secondo Menini, segretario provinciale della Cisl “su un totale di 150 mila lavoratori attivi ogni giorno restano ‘sospesi’ per cassa e ammortizzatori 2300 addetti”. Secondo i dati messi a disposizione dalla CGIL in provincia aumentano i disoccupati (arrivati a 998 nei primi cinque mesi dell’anno), le ore di CIG autorizzate (dalle 480.000 di aprile alle 630.000 di fine maggio), e i lavoratori in mobilità (205 a maggio).

Crisi aziendali: La Sidel di Valdaro, in via unilaterale senza l’accordo preventivo con le parti sociali, ha avviato la procedura di mobilità per 53 dei 172 addetti in organico. Le organizzazioni sindacali e le istituzioni locali hanno tentato, invano finora, di far rientrare il progetto di drastico ridimensionamento dell’azienda. All’Iveco di Suzzara, stabilimento in cui si produce il Daily (prodotto che sta conoscendo una forte contrazione nelle vendite) continua il periodo di cassa che coinvolge a turnazione 1762 operai e 195 impiegati. A seguito della strage ferroviaria di Viareggio e del conseguente annullamento da parte di Trenitalia del contratto di manutenzione la Cima di Bozzolo annuncia di dover mettere in cassa integrazione altri dipendenti (oltre ai 40 già in cassa a turno dallo scorso febbraio).

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Lavoratori immigrati: sottopagati, vittime di incidenti e a rischio espulsioni

Da un’indagine condotta dalla Cgil nella provincia di Milano, e in cui si confronta la situazione dei lavoratori stranieri e quella degli italiani, risulta che i lavoratori immigrati guadagnano in media il 20% in meno degli italiani (1.048 euro contro 1.320), sebbene abbiano titoli di studio più alti. Inoltre molti stranieri non prendono gli straordinari perché il loro rapporto di lavoro non è regolare. Come se non bastasse, il 60% dei lavoratori stranieri viene chiamato con un nomignolo, il 53% ha subito appellativi razzisti (27% nel caso degli italiani), il 60% non riesce a fare rispettare le proprie prerogative contrattuali (46% per gli italiani), il 48% dichiara di essere stato vittima di mobbing (31% per gli italiani). Inoltre il 61% dei lavoratori stranieri non si sente appagato rispetto all’ambiente fisico e alla sicurezza, il 55% rispetto a orari e ritmi e il 53% rispetto alla conseguente possibilità di conciliare il lavoro con la propria vita privata. Una percentuale altissima, l’88%, ha dichiarato di non essere soddisfatto del grado di coinvolgimento nelle decisioni aziendali, e una percentuale quasi altrettanto alta, 75%, non è soddisfatta della possibilità di fare carriera. Tra i lavoratori italiani, il 30% teme che la società multietnica crei disoccupazione e abbassi i salari e il 40% ritiene che la clandestinità favorisca lo sfruttamento e quindi una concorrenza tra gli italiani garantiti e protetti dai contratti e gli irregolari, ricattabili e sottopagati. Dal rapporto della Banca d’Italia sull’economia lombarda emerge un’altra notevole differenza, questa volta anagrafica: quasi l’80% dei lavoratori immigrati nella regione ha meno di 45 anni, contro il 63% per gli italiani. L’Eco di Bergamo da parte sua ha posto alcune domande sul tema a Laura Sabbadini, dirigente Istat per il settore qualità della vita. Alla domanda, tra le altre, se i lavoratori stranieri non rubino il posto agli italiani Sabbadini ribatte: “La risposta è no, non sembra proprio che stia succedendo. Gli stranieri crescono nelle professioni non qualificate, gli italiani diminuiscono nelle professioni tecniche, intellettuali, dirigenziali, tra gli operai e i piccoli imprenditori. Le professioni degli stranieri sono diverse: badanti, braccianti, agricoltori, collaboratori domestici e via dicendo. I nostri studi dicono che gli stranieri continuano a svolgere queste professioni”. In tema di lavoratori immigrati va registrato inoltre il panico che hanno generato anche in Lombardia le nuove normative contro gli immigrati contenute nel ddl sicurezza. La diminuzione delle badanti costrette a lavorare al nero o degli immigrati che lavorano senza contratto per gli artigiani apporterebbe un duro colpo all’attuale sistema sociale lombardo. Secondo le stime della Cgil sono circa 50.000 le badanti che lavorano nella provincia di Milano e di queste un numero quantificabile approssimativamente in 20.000 (o anche di più) è al nero. Quelle senza permesso di soggiorno non possono essere regolarizzate in alcun modo e ora rischiano l’espulsione. Le badanti, ricorda il sindacato, non lavorano solo presso le famiglie, ma anche nelle case di riposo (oggi si chiamano Rsa) dove spesso i familiari degli assistiti sono tenuti, dati i tagli finanziari, a mettere a disposizione le badanti nelle ore dei pasti e per la pulizia personale dell’anziano. Nel settore delle badanti (per la maggior parte ucraine o romene) intanto si registra una flessione dell’offerta di lavoro dovuta alla crisi, mentre il ddl sicurezza peggiora anche la loro condizione di vita generale: chi non è in regola con il permesso non si recherà presso le strutture ospedaliere in caso di necessità di cure e, inoltre, se una donna partorisce non potrà dichiarare il nascituro all’anagrafe. Il bisogno di lavoratori immigrati da sfruttare è tale che l’Unione Artigiani di Milano ha lanciato un allarme che Libero, quotidiano con pochi peli sulla lingua quando si parla di stranieri, riporta titolando: “Allarme artigiani: senza clandestini chiudiamo”. Secondo l’Unione Artigiani, citata da Libero, nel settore dell’artigianato sono circa 10.000 i lavoratori clandestini a rischio di espulsione. “Si tratta di addetti impiegati in attività artigiane che attendono di essere inseriti regolarmente nelle aziende dove già operano e che sono assolutamente indispensabili per fare funzionare migliaia di aziende nella sola provincia di Milano”, spiega Marco Accornero, segretario generale dell’associazione. Le categorie in cui sono più presenti sono quelle dell’edilizia, della produzione meccanica e dei servizi di pulizia. Le dichiarazioni riprese dal quotidiano lasciano allibiti, perché dietro ai giri di parole l’Unione Artigiani sembra ammettere che i propri associati sono massicciamente impegnati in rapporti di lavoro illegali. E intanto gli stranieri sono sempre più vittime di incidenti sul lavoro. Scrive l’Eco di Bergamo: “Mentre in Italia, complessivamente, gli infortuni sul lavoro e le morti bianche diminuiscono, crescono gli incidenti tra gli stranieri operativi sul nostro territorio”. Nel 2008 gli incidenti in Italia sono calati del 4,1% rispetto all’anno precedente, e i casi mortali del 7,2%. Gli infortuni di lavoratori stranieri, però, sono passati da 140.785 a 143.651 e oggi rappresentano il 16,4% del totale. I casi mortali di occupati stranieri sono leggermente diminuiti (da 178 a 176), ma rappresentano il 15,7% del totale, contro il 14,7% dell’anno precedente e il 12,5% del 2006. A Brescia gli infortuni di stranieri sono stati addirittura pari al 25,4% del totale e le morti bianche al 26,5%. A titolo di esempio, solamente nella giornata del 14 luglio sono rimasti vittima di incidenti mortali o gravissimi sul lavoro in Lombardia ben tre lavoratori stranieri: a Peschiera Borromeo è morto schiacciato da un pilone il muratore albanese Shpetim Hoxha, di 45 anni, nell’Oltrepo pavese un operaio tunisino, anche lui di 41 anni, è stato ricoverato in gravi condizioni in rianimazione dopo una caduta in cantiere, mentre a Piancamuno, in Valcamonica, è morto travolto da un manufatto di cemento un operaio peruviano di appena 21 anni.

(questo Diario della crisi in Lombardia è stato redatto sulla base di un sistematico sfoglio della stampa locale lombarda dall’8 giugno al 17 luglio 2009)



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