“La vita operosa” di Massimo Bontempelli è una delle opere narrative più originali su Milano, e una delle poche in cui la città è di fatto la principale protagonista. Non solo: la lettura di questo agile romanzo scritto e ambientato subito dopo la fine della Prima guerra mondiale porta a incredibili analogie con la Milano di oggi. Nonostante questo, si tratta di un’opera pressoché dimenticata, tant’è che da tempo non viene ristampata. Recensione (a cura di Andrea Ferrario) di: Massimo Bontempelli, “La vita operosa” (fuori catalogo).
Massimo Bontempelli (1878-1960) non era milanese. Nato a Como, ha vissuto in svariate città italiane, tra le quali anche la capitale lombarda. Da giovane ha aderito al futurismo (e anche al fascismo), ma è ricordato nella letteratura italiana come uno dei principali esponenti del realismo magico, che lo pone vicino a scrittori e artisti come Alberto Savinio e Giorgio De Chirico, sebbene sotto alcuni aspetti siano forti le analogie fra la sua opera e quella di Luigi Pirandello. Tra i suoi lavori più noti vi sono i romanzi “La scacchiera davanti allo specchio”, “Il figlio di due madri”, “Vita e morte di Adria e dei suoi figli” e il dramma “Minnie la candida”, tutti improntati al realismo magico. Maggiormente legate alle avanguardie sono le sue prime due opere mature, riunite poi nel breve ciclo narrativo “La vita intensa. Romanzo dei romanzi” e “La vita operosa. Avventure del ’19 a Milano”. La prima è una raccolta di miniromanzi spesso interconnessi, fortemente influenzati dal clima delle avanguardie e da intenti iconoclastici, ed è ambientata anch’essa a Milano, ma la città vi rappresenta solo uno sfondo occasionale. Nella seconda la città lombarda assume il ruolo di protagonista accanto a quello dell’io narrante, un intellettuale giunto a Milano immediatamente dopo la fine della Prima guerra mondiale. Fulminato dalla vista di una giovane donna, con un cortocircuito di pensiero il protagonista associa subito il desiderio per quest’ultima con la necessità di fare soldi al fine di realizzare le proprie aspirazioni erotiche. Inizia così il suo viaggio di scoperta della Milano della nuova borghesia nata dal dopoguerra, una città dove tutto è denaro e velocità speculativa. Un viaggio reso critico e coinvolgente dalla forte ironia della narrazione di Bontempelli, che offre immagini particolarmente forti e suggestive. Come per esempio quella di una Milano in cui l’aria è percorsa da “rapide correnti d’oro” che scende a cascate sui marciapiedi sotto lo sguardo dei passanti. Un oro che è facile raccogliere chinandosi, ma solo se si è nella predisposizione giusta per riuscire a pensare di farlo, e il protagonista non è tra questi. I suoi tentativi di fare denaro, conclusi sempre da un fallimento, tracciano un percorso attraverso una Milano governata dalla speculazione, che sotto molti aspetti è uguale a quella di oggi. Il protagonista (di cui non viene citato mai il nome, ma di cui si afferma che è in possesso di una “tessera di intellettuale milanese”) comincia dalla pubblicità, per poi tentare di realizzare un affare mediante la compravendita di legno, provare a entrare nel giro giusto frequentando dei “pescecani” del mondo degli affari e progettare infine un’entrata in grande stile nel mondo della speculazione edilizia. Ma tutti i suoi tentativi sono coronati dall’insuccesso perché non riesce a fare propria la cultura della nuova borghesia, e il finale dai forti toni magici e surrealisti segna il suo definitivo abbandono della strada intrapresa.
Ma il breve riassunto che abbiamo tracciato non deve trarre in inganno. La “Vita operosa” non è un romanzo a tesi, né un’opera di denuncia dai tratti realisti. La sua forza sta invece nell’ironia dissacrante, nel coniugare un’aura magica e in parte surreale con la bassa lega del mondo della speculazione. La Milano del romanzo è una città oscura, dove spesso le vie vengono citate con il loro nome reale, ma la cui topografia è disorientante, priva di coerenza. Una città priva di tempo perché è “la cattedrale del dio Oggi” (“OGGI è il nome della Volontà di vivere nata dalla rassegnazione a morire”), in cui non vi sono punti cardinali, perché non vi è nemmeno la necessità di orientarsi. Nella “Vita operosa” l’unico punto di riferimento saldo, prima dello scioglimento surreale della narrazione, è dato dai dinee e dai suoi adepti. A cominciare dalla strana B.A.I.A., l’agenzia di pubblicità gestita da un ex giudice e dalla quale il protagonista inizia il suo tentativo di conquista di Milano, fino all’estroverso pescecane della finanza Valacarda. Ma ci sono anche la compìta signora Lina accompagnata dalla figlia violentata dal padre, che progetta di aprire un “locale orientale” per coprire uno spaccio di cocaina e altre droghe, o la signora dall’aspetto perbene incontrata di notte per la strada che chiede al protagonista di essere accompagnata con le tre figlie in Porta Romana perché teme aggressioni (l’allarme “sicurezza” di allora!), ma si rivela poi essere una borghese caduta in disgrazia che tenta semplicemente di prostituire le ragazze per pecunia. E c’è anche il personaggio a dir poco buffo della donna conosciuta un tempo quando traduceva Rimbaud in Valdarno e che ora a Milano frequenta i pescecani della speculazione e “studia canto” (al che il protagonista: “So che quando una signora afferma ‘studio il canto’, come quando un maschio dichiara ‘sono negli affari’, non è opportuno domandare particolari più precisi.”). A nulla vale il pellegrinaggio del protagonista, sempre più disorientato, fino a piazzetta Belgioioso di fronte alla casa del Manzoni, “sacerdote dell’Equilibrio Profondo”. Alla domanda incalzante di come si inserirebbero la sua opera e quella di altri classici nel mondo d’oggi, lo scrittore gli risponde con un’autocitazione, “così va spesso il mondo…”, e il protagonista ribatte seccamente “ho capito, ella, al solito, non vuole compromettersi”: anche il gran lombardo viene dissacrato come inutile relitto.
Il capitolo che forse più tra tutti si riallaccia all’oggi è quello relativo al progetto di via Belloveso, che nel romanzo si origina dopo misteriosi pellegrinaggi per Milano e dopo la visione onirica di una piazza del Duomo “gallica”. L’idea del protagonista è quella di prendere spunto dal principe gallico Belloveso e dalla leggenda che lo ritiene il fondatore della città, per ideare un’enorme iniziativa di speculazione edilizia sul Naviglio della Martesana con la scusa di dedicargli una “via Belloveso” che Milano ancora non aveva. Un enorme viale di tre chilometri e mezzo con ai due lati una sfilata di diciotto grattacieli di duecentoventi metri di altezza, destinati a fruttare una rendita di cento milioni di lire di allora all’anno. Qui ci sono davvero tutti gli ingredienti della Milano di oggi: dal capitale immateriale dell’identità storica della città (Belloveso allora, oggi il tema dell’alimentazione per l’Expo 2015) si arriva a uno sventramento degno del periodo fascista e del dopoguerra, come quelli che ancora oggi segnano Milano (Bontempelli anticipa profeticamente la copertura dei Navigli) e a una nuova “skyline” generatrice di rendita speculativa che ricorda CityLife, Garibaldi-Repubblica, il nuovo grattacielo della Regione e altri megaprogetti dell’era Albertini-Formigoni-Masseroli. “La vita operosa”, oltre a essere una lettura divertente, ci offre quindi uno strumento radicalmente critico di riflessione anche sull’anima della Milano odierna. Forse è per questo che non viene ristampata e nessuno la cita?
