Recensione del film Milano nera (1961, Gian Rocco e Pietro Serpi, 84 minuti)
da una sceneggiatura di Pier Paolo Pasolini (a cura di Alberto Busi).
Fine anni Cinquanta. Una banda di cinque teddy boys (scapestrati piccolo borghesi come diceva la vulgata dell’epoca), la notte di Capodanno scorrazzando, con motociclette e auto rubate, per una Milano in via di ricostruzione (le macerie infatti sono una costante nel film) costellata da grattacieli, fabbriche, grandi insegne luminose, al ritmo della musica di Fidenco e Celentano, salutano l’anno nuovo in modo del tutto particolare.
Molestano una coppietta sorpresa in macchina a far l’amore. Rubano i gioielli che addobbano la statua di una madonna in una chiesa fuori porta, per poi regalarli a una passante. Umiliano e deridono un amico che fa il maggiordomo in una villa di signori, colpevole solamente di averli rimpinzati di polenta. Rapiscono tre ragazze perbene che costringono, ubriacandole, a partecipare a un’orgia improvvisata lì per lì. Spogliano e riempono di botte un omosessuale di passaggio. Infine, il fratellino del loro capo, credendo di aver ucciso a pistolettate uno di loro e di dover quindi finire in galera, scappa e correndo come un pazzo intorno allo stadio di San Siro in un’alba nebbiosa che solo Milano sa regalare, muore travolto da un’auto sportiva.
Il film, nonostante la celebre collaborazione alla sceneggiatura, è rimasto quasi misconosciuto. Uscì nelle sale nel 1964 e dopo qualche giorno come una meteora venne subito ritirato scontrandosi con l’incomprensione del pubblico e della critica.
Emozionante la poetica delle periferie milanesi dell’epoca, tratto indelebile di chiara marca pasoliniana, che domina lungo tutto il film.
