Il regime fascista ha lasciato un’impronta pesantissima sul profilo urbano di Milano. La sua politica basata essenzialmente sugli sventramenti, sull’espulsione dei ceti popolari dal centro e sull’asservimento della città alla speculazione immobiliare ha segnato forse per sempre il carattere della capitale lombarda. Ma la linea urbanistica seguita dal regime fascista, oltre a essere in continuità con quella della Milano dei Savoia, ha forti analogie anche con quella delle più recenti amministrazioni comunali. Recensione, a cura di Andrea Ferrario, di: Dario Franchi e Rosa Chiumeo, “Urbanistica a Milano in regime fascista”, Nuova Italia Editrice, 1972 (fuori catalogo).
Il milanese di oggi fa fatica a immaginarsi come sia cresciuta Milano e come abbia assunto i suoi caratteri attuali. Ci sono luoghi del pieno centro della città talmente informi (un esempio tra tutti: l’area tra Corso Europa, via Larga e Largo Augusto) o pesantemente rigidi (l’area San Babila-Corso Matteotti) da rendere pressoché illeggibili le dinamiche che hanno portato all’attuale conformazione e la loro precedente morfologia. Molti abitanti della città sono convinti che tutto ciò sia frutto dei bombardamenti subiti da Milano tra il 1943-1945. In realtà gli sconvolgimenti maggiori subiti dalla città sono stati causati da politiche asservite al capitale finanziario e alla speculazione immobiliare ed edilizia, che hanno trovato nell’epoca fascista il loro culmine. Il libro di Franchi e Chiumeo ci offre lo studio più approfondito del come e del perché è cambiata Milano in quegli anni. Il volume è diviso in due parti: nella prima Franchi analizza gli interventi urbanistici effettuati a Milano tra il 1923 e il 1934, nella seconda Rosa Chiumeo affronta il tema dell’edilizia popolare in città tra le due guerre mondiali. Si tratta di un libro rigoroso, ma scritto in modo chiaro e perfettamente accessibile al lettore non specialista.
I PRIMI INTERVENTI DI “RISANAMENTO”
Nei primi anni del regime si delineano già chiaramente gli orientamenti urbanistici che troveranno piena applicazione negli anni successivi. Nonostante nel 1923 il territorio comunale si fosse fortemente ampliato con l’inglobazione di 11 comuni limitrofi, prendendo tra l’altro la forma che ha ancora oggi, il Comune ha deciso di rivolgere la propria attenzione non alle periferie, ma pressoché esclusivamente al centro. Si è proceduto essenzialmente per piani particolari relativi a singole aree, come quello per il “risanamento edilizio e morale” dell’area di piazza Vetra (il Ticinese veniva considerato già allora un luogo di perdizione, il “quartiere forse più immorale di tutta la città”, “un luogo dove il vizio e la bassezza trovano le migliori condizioni di esistenza; occorre dunque scegliere i rimedi più radicali”, scrivono fonti dell’epoca citate nel libro). Ma non vengono prese di mira esclusivamente le aree popolari. Nel 1923 il Consiglio comunale approva uno sventramento per la formazione della via dei Giardini, destinata a distruggere svariati giardini di rilevanza storica e tre edifici monumentali, sconvolgendo quella che allora era una delle zone più verdi di Milano. Non molto lontano da quell’area nel 1926 è stato reso edificabile l’antico giardino Melzi, dove alla fine degli anni ’30 sorgerà il primo centro direzionale della città, quello dei palazzoni della Montecatini (cioè il “palazzone” che nel suo libro “La vita agra” lo scrittore Bianciardi avrebbe voluto fare saltare in aria), mentre sempre nello stesso periodo vengono lottizzate e consegnate alla speculazione edilizia aree a giardini nella zona tra Corso Venezia e Viale Majno. Ma sono solo i primi limitati segni di quello che verrà. Nel 1926 il regime rafforza la sua presa sul potere, viene abolito il Consiglio comunale e tutto il potere viene accentrato nella figura del podestà.
I GRANDI SVENTRAMENTI: DA PIAZZA DIAZ ALLA STAZIONE CENTRALE
E’ proprio da quell’anno che si comincia a lavorare concretamente su un nuovo piano regolatore per la città, approvato poi solo nel 1934, ma con la scusa di situazioni di risanamento non rimandabili si continua a procedere per piani particolari, basati essenzialmente su grandi sventramenti nelle aree centrali della città. Le motivazioni di questa politica vengono efficacemente riassunte da Franchi: “l’intervento comunale era determinato dal fattore preminente dell’interesse delle società immobiliari che vedevano nelle zone degradate centrali la possibilità di enormi guadagni attraverso la demolizione di vasti quartieri e la ricostruzione, sul terreno reso libero, di nuovi lussuosi edifici secondo i dettami del maggior sfruttamento dello spazio. Banche e società industriali vedevano la possibilità di ottenere nuove sedi e uffici direzionali in ambite zone centrali ad un prezzo relativamente basso, in quanto il terreno ceduto proveniva direttamente dall’esproprio del Comune ai proprietari originari. Le autorità locali, fedeli esecutrici della politica del regime, attraverso l’eliminazione dei quartieri declassati dal centro della città, ottenevano il duplice scopo di espellere da tali zone la scomoda verità della miseria degli abitanti [...] confinandoli in ghetti periferici (spesso baracche), e quello di permettere la creazione di lussuosi e decorosi edifici”.
Viene così messo a punto con procedura d’urgenza il progetto per la realizzazione di piazza Diaz, che raderà al suolo e stravolgerà completamente l’area immediatamente a sud del Duomo. Seguono la distruzione di uno dei luogi più tipici di Milano, il Verziere (iniziava da quello che oggi è Largo Augusto) e si procede ad ampliare via Larga fino a farla sboccare, attraverso l’odierna Via Albricci, in una Piazza Missori già stravolta dalle propaggini della realizzazione di Piazza Diaz. Viene decisa inoltre la demolizione di tutte le case che formavano piazza S. Babila, allora più uno slargo che una vera e propria piazza, per moltiplicarne le dimensioni e popolarla di edifici altissimi. A Est del Duomo si procede alla demolizione di un lato della tranquilla Piazza Fontana fondendola in un insieme amorfo con la ben diversa piazza Beccaria. Le strade costruite sono particolarmente ampie, e ciò a un solo e unico scopo: quello di consentire agli speculatori di affacciarvi edifici di volumetria e altezza enormi per l’epoca, realizzando maggiori profitti. Insomma, dopo gli interventi già pesantissimi operati a fine ’800 su Piazza Duomo, Piazza Mercanti, Piazza della Scala e per la realizzazione dell’attuale Piazza Cordusio, il regime fascista rade pressoché completamente al suolo quello che rimane del nucleo più antico di Milano, sostituendolo con edifici di volumetria enorme, oltretutto senza alcuna efficace coerenza nella viabilità stradale. Un processo che ha portato all’espulsione (o sarebbe forse più esatto dire deportazione) di circa 20.000 abitanti dell’area, tutti appartenenti ai ceti popolari. Non si pensi che tutto questo sia attribuibile in parte alla mancanza, all’epoca, di una cultura della conservazione: numerosi e autorevoli architetti si erano opposti pubblicamente ai progetti e il no della Sovrintendenza alle belle arti è stato aggirato con la scusa delle procedure d’urgenza.
Un altro progetto teso a celebrare la “grandezza” fascista riguardò un’area meno centrale, ma molto vasta, come quella tra l’odierna Piazza della Repubblica, che a quei tempi si chiamava Piazza Fiume e ospitava la Stazione Centrale, e il Piazzale Duca D’Aosta, destinato ad accogliere la nuova Stazione Centrale. Anche qui sono stati adottati gli stessi criteri: strade inutilmente ampie (Via Vittor Pisani) per consentire agli speculatori di costruire in altezza con grandi volumetrie, cancellazione dell’esistente. Venne per esempio abbattuto il tratto di bastioni alberati tra Porta Nuova e Piazza della Repubblica, dando tra l’altro, come può essere constatato ancora oggi, grande spazio alla speculazione immobiliare nell’area. La direttrice dalla Stazione Centrale verso il centro ha sconvolto poi anche l’area tra via Turati e Corso di Porta Nuova, una delle più verdi e tranquille di Milano, popolata da alcune eleganti ville andate distrutte. Si rinunciò tra l’altro a utilizzare per il trasporto pubblico il tracciato esistente delle ferrovie da piazza della Repubblica in direzione est (anche in questo caso in ossequio agli speculatori): se non fosse stato soppresso negli anni ’90 non sarebbe stato necessario realizzarlo di nuovo con pesanti costi per il Passante ferroviario.
Nel 1923 era inoltre già stata constatata l’insufficienza delle dimensioni del tribunale di Piazza Beccaria (il palazzo che oggi ospita la sede dei Vigili urbani, destinato tra l’altro a essere “privatizzato” nei prossimi anni su decisione della giunta Moratti nell’ambito di un’ennesima operazione a favore degli speculatori). In quell’anno si era deciso di decentrarlo in Via Olona, nell’area resa libera dall’ex macello. Le resistenze della lobby degli avvocati, insieme alla fame degli speculatori che intuivano il potenziale di valorizzazione che la collocazione del Palazzo di Giustizia in centro avrebbe realizzato, ha portato alla decisione di ubicarlo nell’area di una caserma che dava su Corso di Porta Vittoria. Anche qui il nuovo insediamento è stato accompagnato da ampliamenti di vie, costruzione di edifici alti, pesante “monumentalità”, demolizioni e stravolgimento del vecchio quartiere, con in più gli effetti negativi della collocazione in pieno centro di una istituzione e il relativo strascico di congestione di traffico. Lo stesso vale per la costruzione di Piazza Affari, che ha comportato sventramenti e il totale stravolgimento di Piazza Borromeo, un degli ambienti più tipicamente milanesi.
LA COPERTURA DEI NAVIGLI
Ma uno dei maggiori crimini urbanistici di cui è responsabile a Milano il regime fascista è quello della chiusura della cosiddetta “fossa interna” dei Navigli, cioè il tratto di Naviglio che da via S. Marco andava fino a Porta Genova. I motivi ufficiali della decisione erano i problemi di natura igienica generati dalla presenza del Naviglio, in realtà limitati e facilmente ovviabili con poche spese, e la necessità di consentire un maggiore flusso di traffico automobilistico. La realtà è che negli anni la cerchia dei Navigli coperti si è rivelata “un vero cappio al collo della città” troppo vicino al centro storico, che ha rafforzato il carattere monocentrico di Milano già implicito nella restante politica urbanistica fascista, con pessimi esiti per la gestione del traffico. Non estranei alla decisione anche i motivi “politico-sociali”, come testimoniato dalla citazione di una fonte dell’epoca fatta da Dario Franchi: “Il Naviglio è un pericolo sociale per l’attrazione che esercita sui deboli e sui vinti di una grande metropoli, i suicidi; è un pericolo pubblico nelle notti invernali, nebbiose, per uomini e vecchi che vi possono precipitare. Del resto nella nuova vita italiana voluta dal fascismo, le ragioni di affermazione e miglioramento della razza devono avere il sopravvento sopra ogni altra considerazione. La vita delle nostre grandi città è tutta pervasa da uno spirito nuovo di realizzazione e di potenza…”. I lavori di copertura furono avviati d’autorità e a ritmo record prima di ottenere l’autorizzazione della Sovrintendenza alla belle arti e del Consiglio superiore delle belle arti, a rischio per il Comune di dovere spendere folli cifre per la riapertura del Naviglio in caso di parere negativo. Le due istituzioni, messe di fronte al fatto compiuto, si sono alla fine rassegnate e l’operazione è stata tacitamente avallata, complice anche un intervento di Mussolini, grande fautore della chiusura dei Navigli. Anche in questo caso, grazie alle ampie sedi stradali rese disponibili dalla copertura del canale si è avuto il solito contorno di speculazione edilizia (la vera motivazione dell’operazione), che ha portato alla distruzione massiccia di alcuni dei luoghi più caratteristici di Milano.
UNA POLITICA DI DISTRUZIONE E DI RAPINA
Da quanto abbiamo riassunto risulta evidente che il regime fascista ha cambiato completamente il volto del centro di Milano, incrementando esponenzialmente una tipologia di interventi già messa ampiamente in atto dalla borghesia milanese dopo l’Unità d’Italia. Il fascismo da questo punto di vista non ha introdotto praticamente alcuna novità, ha solo portato l’asservimento alla speculazione edilizia a livelli mai visti in precedenza all’insegna di una politica di “risanamento” devastante e violenta. A tale proposito basta citare le parole di Cesare Albertini, estensore del piano regolatore fascista infine approvato solo nel 1934, secondo cui il risanamento nel centro storico di Milano richiedeva “ferro e fuoco, la demolizione e la deportazione degli abitanti”. Una strategia messa in atto in un contesto con molti elementi che ricordano il liberismo, da una parte, e facendo ricadere i costi sui ceti meno abbienti. Dario Franchi opportunamente cita molti dati utili per inquadrare meglio tale contesto. Per esempio, nel 1932, gli introiti fiscali del Comune da Milano provenivano in misura di addirittura il 58,7% da imposte sui consumi (cioè quelle pagate da tutti e senza aliquote progressive) e solo per il 18% dalle imposte sui beni mobili, per il 12,2% da quelle sui beni immobili e per il 10,8% dalle imposte sulla “agiatezza”. Inoltre il Comune di Milano nei primi anni dell’era fascista aveva la più grossa quota di terreni di proprietà comunale d’Italia: invece di utilizzarli per il bene comune ha deciso nei fatti di privatizzarli, dandoli in pasto agli speculatori a prezzi d’occasione grazie ai meccanismi citati sopra.
L’EDILIZIA (NON) POPOLARE
Nella seconda parte del volume Rosa Chiumeo analizza con grande chiarezza e ricchezza di dettagli le politiche di edilizia popolare a Milano tra le due guerre mondiali. Nel corso del periodo la popolazione di Milano ha continuato ad aumentare esponenzialmente, nonostante le politiche del regime che, almeno a parole, promuovevano la ruralizzazione. Ciò ha portato tra le due guerre a una gravissima situazione di sovraffollamento e a un costante problema della casa. Il regime fascista non ha mai fatto nulla di efficace per combatterlo, per il semplice fatto che era un regime al servizio dei capitalisti e, nell’ambito della sfera urbanistica, degli speculatori. E’ sempre stata data precedenza all’edilizia di lusso o a quella per i ceti medi, mentre le comunque scarse iniziative di edilizia popolare erano destinate nella quasi totalità dei casi alla “aristocrazia operaia”, mentre nei rari altri casi erano interventi cuscinetto provvisori per i molti baraccati che vivevano in città o per le famiglie che vivevano in stato di drammatico sovraffollamento e in precarie condizioni igieniche. Una vera politica di edilizia popolare non è mai esistita, né il regime vi si è mai dimostrato effettivamente interessato. Due sono le tendenze più tipiche del periodo. In primo luogo, quella di costruire edilizia non tanto popolare, quanto piuttosto “economica”, come veniva definita all’epoca. Tale tipo di edilizia si rivolgeva soprattutto ai ceti medio borghesi (impiegati, professionisti) ed era edilizia a riscatto, cioè che sfociava nella proprietà e pertanto non rientrava nella quota di edilizia in affitto. Si trattava di una politica specificamente mirata ad allargare la proprietà della casa (naturalmente dopo decenni di mutuo) anche come strumento per attutire la conflittualità sociale. E’ sempre in questa epoca che è stata poi imposta, sempre attraverso strumenti politici e finanziari, l’ideologia del condominio, come strumento di controllo sociale. L’altra tendenza è stata quella della segregazione, in alcuni casi anche semi-militarizzata, delle classi proletarie ai margini estremi della città e in condizioni abitative totalmente precarie. Ne sono un esempio le cosiddette “case minime” che, in zone lontanissime dal centro, prevedevano per le famiglie di 3 persone un monolocale di 20 mq., per quelle di 4 persone uno di 25 mq e per quelle di 6 solamente 30 mq, naturalmente senza adeguati servizi.
IERI COME OGGI
L’ultima considerazione a cui ci porta il libro è che la politica urbanistica attualmente condotta a Milano si riallaccia in molti punti a quella del regime fascista. Innanzitutto per lo spazio totale che lascia agli speculatori, i veri soggetti che oggi determinano le politiche urbane al di fuori di ogni dibattito pubblico effettivo, come in epoca fascista. Vi è poi la stessa corsa alla monumentalità, che se allora si esprimeva in grossi edifici squadrati, oggi punta alla retorica della “skyline”, ma l’elemento fondante è sempre lo sviluppo in altezza che genera super-rendite (CityLife, Garibaldi-Repubblica), o magnifica il potere (il nuovo grattacielo della Regione). Si continua poi a insistere sul centro della città sovraffollandolo (ne sono testimonianza ancora una volta i tre summenzionati progetti). Su un altro lato vi è la segregazione delle classi proletarie (oggi a Milano per la maggior parte gli immigrati), anche se oggi ciò avviene con una disseminazione più a macchia. E, sempre come in epoca fascista, si è completamente rinunciato a una politica di edilizia popolare. Oggi come in epoca fascista si preferisce una partnership pubblico-privato mirata a un’edilizia a riscatto con ridottissime quote in affitto (a livelli non certo popolari), che conviene soprattutto agli speculatori grazie alle forti agevolazioni che ottengono. In regime fascista la definizione era “case economiche”, oggi è “social housing”: la sostanza è la stessa.
