19
ott
09

La politica edilizia dai fascisti alla Dc

Il fascismo e il modello capitalistico che si è venuto sviluppando sotto il suo regime hanno operato una svolta nelle politiche edilizie, immobiliari e per la casa, che ha trovato nell’era democristiana una continuazione e le cui coordinate sono in atto ancora oggi. La storia dell’evoluzione di queste politiche è uno strumento indispensabile per capire a fondo quanto sta avvenendo oggi a Milano. Recensione (a cura di Andrea Ferrario) di: Lando Bortolotti, “Storia della politica edilizia in Italia”, Editori Riuniti, 1978 (fuori catalogo, reperibile nelle biblioteche).

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Durante gli anni dell’ascesa al potere dei fascisti, nel settore immobiliare-edilizio italiano sono giunte a cristallizzazione, e sono aumentate a dismisura, alcune tendenze già in atto nell’epoca giolittiana. La grande crescita urbana ha portato, soprattutto dopo la Prima guerra mondiale, al progressivo indebolimento del credito fondiario, che in passato era attivo soprattutto nelle campagne, a favore del credito immobiliare urbano. Le operazioni speculative si sono concretizzate in enormi sventramenti in tutte le città italiane. Il grande afflusso di immigrati nelle città ha portato al varo di politiche per la casa, che però spingevano, per motivi sia di profitto sia politici, verso il modello della casa in proprietà e del condominio. Le politiche dei lavori pubblici hanno riguardato sempre meno le ferrovie e sempre più le autostrade, in ossequio al “blocco immobiliare-edilizio”. Sono tutte linee di sviluppo che proseguiranno nell’epoca democristiana, durante la quale si avrà un’ulteriore consolidazione del “blocco” costituito da grandi imprese, immobiliari, istituti bancari e assicurazioni. La “Storia della politica edilizia in Italia” di Lando Bortolotti si ferma alla metà degli anni settanta, ma tutte le tendenze sopra descritte hanno trovato una continuità negli ultimi trenta e più anni, con una particolare accentuazione nell’ultimo decennio. Nonostante sia un libro scritto più di trenta anni fa rimane quindi del tutto attuale e costituisce uno strumento di conoscenza estremamente utile, grazie alla chiarezza di esposizione, alla rigorosità della ricerca condotta e delle fonti consultate, e alla grande massa di informazioni precise che offre al lettore.

LA FORMAZIONE DEL BLOCCO IMMOBILIARE-EDILIZIO IN ERA FASCISTA

Il libro è diviso in tre parti. Nelle prime due si affrontano, rispettivamente, i temi della proprietà edilizia durante il fascismo e degli imprenditori edili nello stesso periodo. Il terzo capitolo traccia invece una storia della politica edilizia e dei lavori pubblici in era democristiana, fino alla metà degli anni ’70. Il periodo degli anni che vanno da quelli immediatamente precedenti la Prima guerra mondiale a quelli immediatamente successivi è stato, dal punto di vista urbanistico e delle politiche edilizie, un periodo di grandi rivolgimenti. E’ stato in quel periodo che è cominciato l’indebolimento dei possidenti a favore dei costruttori, mentre l’afflusso di grandi masse di popolazione verso le città e lo sviluppo dei trasporti hanno portato a un grande innalzamento dei valori dei terreni che ha alimentato la speculazione (e viceversa). Prima dell’avvento del fascismo si erano avute forti mobilitazioni popolari per il diritto alla casa, per la ripresa delle quali bisognerà poi attendere fino al fatidico 1969. Nel 1920 a Milano, per esempio, la Associazione degli inquilini, costituita in tutta Italia su iniziativa dei socialisti, contava oltre 13.000 soci, forte anche di una tradizione di occupazione di case sviluppatasi nel corso degli anni della Prima guerra mondiale. Nel 1921, quando venne abolito il blocco degli affitti disposto negli anni precedenti, con i conseguenti enormi aumenti delle pigioni, l’Associazione milanese lanciava un’iniziativa che Bortolotti definisce giustamente “rivoluzionaria”, quella cioè di creare un’organizzazione che riscuotesse presso i proletari gli importi degli affitti con la disponibilità a versarli solo ai locatori che non aumentavano i canoni, una mossa che ha completamente spiazzato i proprietari.

Dopo la marcia su Roma del 1922 le lotte popolari per la casa sono state soffocate. Durante la sua intera vita il regime fascista ha poi continuamente oscillato tra politiche di liberalizzazione del mercato edilizio e altre di parziale blocco degli affitti. L’antiurbanesimo del regime, che predicava (per le masse, ovviamente, non per i borghesi) l’insediamento nelle campagne e non nelle città, si è rivelato un completo fallimento e non si è mai concretizzato, anzi, le città hanno registrato un’enorme crescita di popolazione. I vecchi proprietari hanno perso progressivamente peso a favore delle imprese edilizie, che sono riuscite ad affermare “un nuovo meccanismo di accumulazione dei capitali [...] tramite l’integrazione di rendita e profitto”, grazie anche alla grande espansione del credito edilizio. Uno dei perni di questo nuovo meccanismo è stato quello della spinta verso la proprietà della casa e, più in particolare, verso il modello del condominio. Questa linea aveva motivazioni, oltre che economiche, anche politiche. Lo formula chiaramente una fonte dell’epoca, secondo cui la proprietà della casa doveva essere perseguita come “un cospicuo vantaggio della collettività, e come garanzia della stabilità di un ordinamento sociale. E’ intuitivo che le dottrine più pericolose per la compagine statale intese a rompere gli equilibri ed a instaurare, su basi utopistiche, nuovi ‘ordini’ [...] sono tanto più tenute lontane e rese inoffensive, quanto più grande è il numero degli interessati a difendere una posizione acquistata, e a maggior ragione, quanto più grande, e morale, è stato lo sforzo individuale per raggiungerla”. In altre parole, come scrive Bortolotti, grazie a questa politica si forma un blocco immobiliare-edilizio di tipo nuovo, “una proprietà imprenditrice che riesce a percepire la rendita, scaricandola sugli acquirenti delle case, coi vantaggi inestimabili di liberarsi della tradizionale, odiosa, veste del ‘padrone di casa’, e di aver di fronte a sé non degli avversari di classe, ma degli aspiranti alla proprietà, inconsapevoli dello sfruttamento che gravava su di loro”. Una politica che si traduce in una divisione classista delle città, con lo spostamento dei proletari verso la periferia estrema o addirittura al di fuori della città, la piccola borghesia nei quartieri intermedi e la borghesia nel centro. Si hanno così i grandi sventramenti dell’epoca fascista, operazioni che Bortolotti definisce efficacemente “operazioni retorico-finanziarie nei centri urbani”: a Milano, la città italiana maggiormente colpita, in soli quattro anni, tra il 1927 e il 1931, sono stati demoliti 110.000 vani, mentre dal 1922 al 1937 sono stati rasi al suolo fabbricati per un totale di 3 milioni di metri cubi. Negli stessi anni il credito immobiliare triplicava e l’ammontare complessivo dei mutui ipotecari raddoppiava. Spinti dal caro degli affitti, gli italiani e i milanesi si sono indebitati per decenni finanziando la speculazione edilizia: un fenomeno che ci è perfettamente noto ancora in questi giorni. Da parte sua l’industria edile era a bassa incidenza di capitale e alta di manodopera: quest’ultima incideva per il 35% per le case popolari e per il 45% per quelle di classe media e alta, rispetto a un peso del 10% nelle altre industrie. Durante il fascismo il business dell’immobiliare si concentra sempre più a Milano: se nel 1916 il capitale delle immobiliari era concentrato per quasi il 60% in Lazio e per circa il 25% in Lombardia, nel 1932 la situazione era opposta, con il 53% in Lombardia e il 25% in Lazio.

EDILIZIA PICCOLO-BORGHESE

Per quanto riguarda l’edilizia popolare, il passaggio dall’affitto alla vendita mediante mutuo si accentua in particolare a metà degli anni ’20, “mettendo in moto un processo di avvicinamento all’acquirente piccolo-borghese”, scrive Bortolotti, che coinvolgeva in parte anche la “aristocrazia operaia”. Vale a questo proposito la pena di citare quanto scriveva nel 1937 il Corriere dei Costruttori: “la fecondità nella famiglia operaia è il premio con cui il lavoratore risponde alla sollecitudine del produttore in materia di alloggi”, vale a dire, tradotto in parole di oggi, che gli operai dovevano fare figli per consentire agli speculatori di costruire! Il processo di “piccoloborghesizzazione” della politica della casa vedeva protagonisti, accanto ai costruttori privati, anche gli enti per l’edilizia economica e popolare. I dati raccolti da Bortolotti sono più che eloquenti: le case di tipo economico (cioè quelle destinate al ceto medio, e quindi non di carattere popolare) costruite nel periodo da enti per l’edilizia pubblica, cooperative e comuni sono circa il doppio di quelle popolari e l’edilizia popolare vera e propria si era ridotta in pratica unicamente a una soluzione per assorbire le persone espulse con i grandi sventramenti nei centri delle città, senza quindi soddisfare la grande domanda “spontanea” di alloggi per la classe lavoratrice. Contemporaneamente, come già ricordato, si è avuta una diminuzione degli investimenti nelle ferrovie e una contemporanea esplosione degli investimenti in autostrade (a partire dalla Milano-Laghi, la prima autostrada italiana realizzata in tempi record nel 1924), accompagnata dalla tendenza allo stanziamento di ingenti fondi per la costruzione di monumentali edifici pubblici. Tra le operazioni dell’epoca che più ricordano il presente c’è il grande progetto dell’Esposizione Universale di Roma del 1942, che ricorda da vicino, nello spirito e per il contesto in cui è nato, il progetto dell’Expo 2015 di Milano. L’esposizione di Roma non è mai andata in porto, che lo stesso destino attenda anche quella prevista per Milano nel 2015?

ERA DEMOCRISTIANA: CASE IN PROPRIETA’ E AUTOSTRADE

Il principale elemento “di raccordo” tra l’era fascista e quella democristiana in termini di edilizia è la spinta verso la casa di proprietà, che anche sotto la Dc ha avuto motivazioni sia economiche sia politiche. Se in epoca fascista la proprietà della casa riguardava, nei comuni dai 20.000 abitanti in su, il 26% della popolazione, all’inizio degli anni ’60 la percentuale si aggirava intorno al 40%, mentre dieci anni dopo si superava la soglia del 50%, nello stesso momento in cui in un paese dalla più lunga e solida tradizione borghese come la Francia il dato era del 46%. Oggi, come sappiamo, il dato in Italia si aggira sul 75% (ma a Milano è del 60%). Lando Bortolotti riassume così le motivazioni economiche e politiche che hanno portato a questa situazione: “La politica perseguita dal blocco immobiliare-edilizio – che ha mantenuto basso il livello dell’offerta di case in affitto, e alto il livello dell’offerta in vendita – nonché la politica del credito, così come era stata condotta dalle banche sotto la regìa dei vari governi, hanno spinto anche chi avrebbe preferito abitare in affitto all’acquisto della casa. In questo modo si è costituito un potente strumento di rastrellamento di risparmio familiare, distolto così, almeno in parte, da possibili impieghi alternativi. Dietro la spinta verso la casa in proprietà vi era un motivo squisitamente politico: le stesse persone che pagano la rendita fondiaria urbana attraverso gli affitti, attenuano o annullano la loro protesta quando, divenuti ‘proprietari’ (in realtà, futuri proprietari), con la prospettiva di pagare alte rate per quindici, venti, venticinque anni, cioè per un tempo sufficiente a svalutare il bene acquistato, pagano (ma questa volta senza reagire) la rendita medesima, nelle rate del mutuo. Queste cose le sapeva bene [il ministro] Luzzatti, quando nel 1902, preparando il terreno alla prima legge sulle case popolari, emanata l’anno seguente, dichiarava: ‘noi abbiamo urgente bisogno di moltiplicare i piccoli proprietari di case e di terre e di consolidare quelli che esistono. Così soltanto si può salvare l’ordine sociale minacciato’ “.  In era democristiana la spinta verso la casa in proprietà era determinata, tra le altre cose, da una situazione in cui gli affitti premevano in modo abnorme sui redditi dei nuclei familiari: intorno al 1970 per il 17% in media, rispetto al 7% della Germania occidentale e al 6% della Francia, con un’incidenza del 35% sul reddito medio da lavoro dipendente. Negli ultimi 30-40 anni la situazione è ulteriormente peggiorata, non a caso con una nuova corsa alla casa di proprietà, grazie anche alle politiche di promozione dei mutui ipotecari. Sui prezzi delle case incideva poi fortemente la speculazione sui terreni: a Milano, all’inizio degli anni ’60, il prezzo dei terreni incideva in media dal 20% al 30%, con punte fino al 50%. Un fenomeno nuovo del tutto caratteristico dell’era democristiana è stato invece il boom della costruzione di seconde case, che negli anni ’70 arriva a costituire, secondo dati del governo, il 48% della produzione edilizia. Accanto a quello delle seconde case, c’è stato anche il boom della grande edilizia in zone turistiche, che ha causato enormi danni al patrimonio ambientale italiano.

SUPERSFRUTTAMENTO E VALORI ALLE STELLE

L’enorme crescita del settore edilizio nel dopoguerra si è basata su svariati fattori. In primo luogo, sul proliferare, dall’inizio degli anni ’60 in poi, delle piccole imprese edili a bassa intensità di capitale basate, come specifica Lando Bortolotti, “su un supersfruttamento della manodopera, costituita in buona parte da contadini appena inurbati, che trovavano nella edilizia la più accessibile possibilità di lavoro”, un fenomeno che si replica oggi con il supersfruttamento della manodopera immigrata, massicciamente presente nel settore edilizio. Nell’ambito dell’edilizia il tasso di profitto era altissimo, compreso tra il 15% e il 35%. Nella dinamica di sviluppo del settore si è inserito anche l’enorme aumento del valore delle aree. A Milano nei sette anni compresi tra il 1956 e il 1962 il valore del patrimonio fondiario complessivo è passato da 3.844 miliardi a 9.745 miliardi (un valore che superava di 1.000 miliardi quello delle azioni di tutte le società quotate in borsa!), nell’hinterland da 1.192 a 4.655. Bortolotti cita a titolo di esempio anche i vertiginosi aumenti di prezzi registrati dai terreni in alcune zone della capitale lombarda tra il 1956 e il 1963, con valori quasi sestuplicati nelle aree centrali: nel centro storico da 1,2 milioni di lire al mq a 6 milioni, in zona Garibaldi-via Moscova da 550.000 a 3 milioni, in viale Fulvio Testi da 350.000 a 1 milione. Il business rimaneva enorme anche anni dopo: nel 1970 le quattro maggiori immobiliari italiane avevano un utile complessivo pari a una volta e mezzo quello della Fiat, con un fatturato pari a solo 1/30 e un capitale pari a solo 1/4 di quelli della Fiat stessa.

ERA FASCISTA ED ERA BERLUSCO-LEGHISTA

Il libro di Lando Bortolotti va molto al di là dei pochi esempi che abbiamo citato. Le dinamiche economiche e sociali della politica edilizia, i rapporti tra proprietari, imprenditori e regime fascista, o tra grandi gruppi e regime democristiano, i riflessi sull’urbanistica, le politiche per la casa e i lavori pubblici, vi sono analizzati con esemplare chiarezza e offrendo una grande quantità di elementi fattuali, tanto che si sente la mancanza di un’opera più recente che copra altrettanto sistematicamente il periodo dalla metà degli anni ’70 a oggi. Colpisce, come abbiamo già scritto anche in “Milano, vittima del regime fascista” (recensione del libro “Urbanistica a Milano in regime fascista”) , la quantità di analogie con la situazione odierna, tanto da rendere evidente una sostanziale continuità tra le politiche dell’era fascista, quelle dell’epoca democristiana e quelle dell’attuale fase berluscon-leghista. Se oggi non vengono più effettuati gli enormi sventramenti dell’epoca fascista, rimane del tutto viva in Italia la tendenza a effettuare “operazioni retorico-finanziarie” nei centri urbani: la Milano che si sta gettando nell’avventura Expo 2015 ne è il migliore esempio. Lo stesso vale per la finanziarizzazione del settore immobiliare e la spinta verso la casa in proprietà mediante una scarsa offerta di affitti a prezzo altissimo, da una parte, e una politica basata sui mutui bancari, dall’altra. L’edilizia popolare, che pure in epoca democristiana ha avuto una certa rilevanza, è tornata al modello fascista dell’edilizia convenzionata per i ceti medi, per la massima parte in vendita e non in affitto. La domanda di abitazioni da parte del proletariato, ieri soprattutto immigrati dal resto d’Italia oggi in buona parte immigrati dall’estero, viene del tutto ignorata dalle politiche edilizie, con la conseguente creazione di ghetti ed emarginazione. Come in era fascista e in epoca democristiana, permane la politica autostradale a tutti i costi, con una parallela carenza di investimenti nelle ferrovie (oggi in Lombardia: Pedemontana, BreBeMi e innumerevoli altre autostrade e “bretelle”, contro uno sfascio del servizio ferroviario per i pendolari degno del Terzo mondo). E ci sono infinite altre analogie, alcune delle quali già citate più sopra in questa recensione. L’altra grande analogia tra oggi e il periodo fascista è l’assoluta assenza di lotte di massa per la casa, come quelle che si sono avute prima del 1922 o a partire dal 1969 (primo sciopero per la casa) e per tutti gli anni ’70. La lotta per il diritto alla casa, come rende evidente anche il contesto tracciato da Bortolotti e in questi anni ancora in atto nelle sue coordinate generali, potrebbe in realtà oggi essere un fattore di mobilitazione di vasta portata sociale e di ampio coinvolgimento, visto che risponderebbe a un bisogno pressante e reale, e che metterebbe in discussione il sistema di potere nel suo complesso.



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