Recensione del film I cannibali (1969, Liliana Cavani, 87 minuti)
(a cura di Alberto Busi)
Questo film della Cavani si presenta come un racconto originale e surreale (ricalcando in chiave postmoderna la tragedia di Antigone) sulle possibili degenerazioni e derive dell’esercizio del potere che ha il pregio, nonostante sia stato girato 40 anni fa, di apparire ai nostri occhi, e a quello che ahimè di questi tempi si sono abituati a subire, come particolarmente esemplare. Una Milano preda di una dittatura che sembra richiamare quella descritta da Orwell in “1984”, è tappezzata di cadaveri di ribelli che il regime vieta di toccare, un tema che, seppure non esplicitamente, si riallaccia alle pagine durissime di “Uomini e no” in cui Elio Vittorini descrive la Milano del 1945 disseminata di cadaveri di partigiani. Il divieto in più lingue occupa i muri di tutta la città. I cadaveri devono rimanere dove sono. Devono essere d’esempio a chi pensa di sfidare il regime. Antigone, una giovane donna milanese, progetta di spostare il cadavere del fratello (ribelle) ucciso e di dargli degna sepoltura. Ci riesce con l’aiuto di Tiresia, un giovane che parla una lingua misteriosa e incomprensibile e disegna pesci sui muri. Dopo essere riusciti a spostare, infrangendo il divieto del regime, e a seppellire diversi cadaveri di ribelli i due vengono incarcerati e sottoposti a feroci torture. Tiresia, dopo essere stato confinato in una sorta di carcere psichiatrico, riesce finalmente a uscire. Non si consola. Il suo scopo principale diventa quello di trovare Antigone. Così ferma tutti i passanti e chiede loro, mostrandone una foto, se hanno visto o incontrato la giovane donna. La trova solo nel momento in cui la polizia sta eseguendo la sua sentenza di morte. Il finale non può che essere tragico: i due muoiono uccisi entrambi sotto i colpi della milizia. Magistrale, verso la fine del film, il dialogo in cui i “gerarchi” della dittatura, davanti a un’Antigone muta e distrutta psicologicamente e fisicamente dalla detenzione e dalle torture, filosofeggiano sulla natura del potere. Da sottolineare Gianni Amelio nel ruolo di aiuto regista, Tomas Milian nei panni del fidanzato di Antigone e le splendide musiche di Morricone.
