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nov
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Diario della crisi in Lombardia, 17 novembre

I trend del periodo: Aziende sempre più a fondo, lavoratori sempre più arrabbiatiLa situazione provincia per provincia, dai dati generali alle singole crisi aziendali (periodo coperto: dal 12 settembre al 1 novembre)

SOMMARIO

I trend del periodo: Aziende sempre più a fondo, lavoratori sempre più arrabbiati

- LOMBARDIA IN GENERALE

- MILANO

- MONZA-BRIANZA

- VARESE

- COMO

- LECCO-SONDRIO

- BERGAMO

- BRESCIA

- PAVIA

- LODI

- CREMONA

- MANTOVA

I trend del periodo: Aziende sempre più a fondo, lavoratori sempre più arrabbiati
“L’importante è non uscire da questa storia morti. Se ne usciamo feriti, anche gravemente, è già un buon risultato”: sono le parole di uno dei 25 lavoratori della Ercole Marelli di Sesto San Giovanni occupata da agosto e riassumono perfettamente la situazione della crisi lombarda nel periodo coperto da questo numero del nostro Diario (12 settembre-1 novembre). Finita l’estate è arrivata, come si temeva, una grande ondata di licenziamenti, fallimenti e cassa integrazione straordinaria per crisi strutturale, tanto che ormai, a differenza dei mesi precedenti, i giornali locali lombardi non segnalano quasi più i casi, comunque numerosi, di avvio della cassa integrazione ordinaria. E’ significativo che nel periodo in esame abbiano chiuso o siano entrati in profonda crisi alcuni nomi e marchi di portata storica o con diverse centinaia di dipendenti che operano in regione: si va dalla Tenaris Dalmine nella bergamasca, all’Alfa Romeo, alla Marelli e all’Agile-Eutelia (ex Olivetti) nel milanese, alla Ibici, alla Malerba e alla Whirlpool nel varesotto, alla Ideal Standard a Brescia, per citarne solo alcuni. Governo e stampa nazionale danno ormai per scontata, o addirittura già iniziata, l’uscita dalla crisi, citando qualche dato isolato dal contesto o magari di carattere solo previsionale, e sorvolando sul fatto che i timidi e limitati miglioramenti di alcuni indici sono con ogni probabilità frutto di una bolla forse ancora peggiore di quella che ci ha fatto fin qui precipitare. Ma uno sguardo sul territorio fa capire a chiare lettere non solo che la crisi perdura, ma che oltretutto sta pesantemente peggiorando. Lo ha confermato tra l’altro nei giorni scorsi il dato sul pesante ulteriore calo della produzione in settembre a livello nazionale (-5,3% su agosto, -4% sul secondo trimestre 2009, -15,7% su base annua) e lo confermano molti altri dati che citiamo più sotto. Dalla seconda metà di settembre e fino a oggi è chiaramente in atto una dinamica di peggioramento della crisi, ma attenzione ai prossimi dati anno su anno che verranno sicuramente citati dall’establishment a conferma di una “ulteriore ripresa”: non bisogna dimenticare che un anno fa eravamo già in profonda crisi e quindi da settembre in poi un raffronto anno su anno che dia come esito percentuali di calo, ferme o solo in leggerio miglioramento non starà affatto a indicare una dinamica di miglioramento nei valori assoluti (per es. il -15,7% su base annua registrato a settembre dalla produzione non rappresenta un miglioramento apprezzabile in termini assoluti rispetto alle percentuali di circa -20% anno su anno della primavera scorsa). Tra gli altri sviluppi particolarmente preoccupanti c’è quello dell’aumento dei casi in cui ai dipendenti di aziende in crisi o in cassa non vengono corrisposti gli stipendi, segnale di un aggravarsi del problema della mancanza di luquidità, e ci sono stati addirittura alcuni casi in cui sono stati gli stessi lavoratori a richiedere il fallimento della propria azienda per ottenere almeno gli ammortizzatori sociali. In una situazione simile non meraviglia che si registri un ulteriore inasprimento delle lotte a difesa del posto di lavoro, che ha visto una moltiplicazione delle occupazioni, spesso con eclatanti proteste sui tetti delle fabbriche, dei presidi giorno e notte, dei blocchi stradali e ferroviari, anche se ancora limitate ai singoli casi specifici e senza una coordinazione territoriale. Su questo pesa tra le altre cose la divisione a livello sindacale, conseguente alla decisione di Cisl e Uil di procedere alla firma separata dei contratti. Per riassumere, il panorama degli sviluppi dell’ultimo mese e mezzo che riportiamo qui di seguito invia un messaggio univoco: ci attende un inverno molto duro e lungo, senza la prospettiva di un’uscita primaverile dalla crisi.

LOMBARDIA IN GENERALE
Con l’arrivo dell’autunno sono stati pubblicati numerosi indicatori dello stato dell’economia lombarda al termine del terzo trimestre 2009. La loro pubblicazione è coincisa con un momento in cui, anche grazie alla pressante opera di propaganda istituzionale, a livello psicologico è diffusa la convizione che siamo all’inizio della ripresa economica. I dati però dipingono un’immagine ben diversa, nonostante la nuova bolla in atto a livello globale. A settembre nella regione i lavoratori in cassa integrazione in deroga erano 55.000, per un totale di ben 7.700 aziende coinvolte, mentre erano in fase di istruttoria altre 2.900 domande di cassa per 25.000 lavoratori. Anche la cassa integrazione ordinaria e straordinaria ha ripreso a salire: secondo dati della Cgil a fine agosto il ricorso all’ammortizzatore sociale risultava aumentato del 465% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. In alcuni settori le cifre sono da capogiro. Nel metallurgico per esempio la cassa è aumentata del 2.083%, nella meccanica del 951%. Le provincia messa peggio in termini di aumento percentuale è Lecco, con una crescita complessiva del 1.460%. Da gennaio ad agosto di quest’anno in Lombardia sono stati licenziati 38.270 lavoratori, con un aumento del 67% rispetto allo stesso periodo 2008. Il sindacato stima che in regione sono a rischio circa 300.000 posti di lavoro da qui a fine 2010 e sottolinea che la crisi “fa vittime visibili (cassa integrazione, mobilità, crisi aziendali), ma anche invisibili (precari, contratti a termine, dipendenti delle piccole e piccolissime imprese)”. E a tale proposito l’Assolavoro lamenta un calo del 24% nel lavoro in somministrazione nel corso del primo semestre 2009. Uno dei settori che più soffrono è quello dell’artigianato. Casartigiani Lombardia riferisce che molte aziende sono sull’orlo della chiusura, dopo che nel primo semestre è stata registrata una diminuzione del lavoro del 30-40% e il suo presidente Mario Bettini così illustra la situazione: “Le piccole aziende che lavorano conto terzi sono stremate. Il loro fatturato si è dimezzato. Non si vede un futuro. Spesso sono le nostre grandi aziende che, lavorando meno, trattengono dentro la fabbrica tutto il lavoro. Così facendo riescono a sopravvivere, ma nei fatti questo sta decretando una morte lenta di tutto l’indotto, che è fatto di manodopera altamente specializzata”. L’Eco di Bergamo dipinge un quadro simile in una serie di interviste a imprenditori lombardi: “la situazione è particolarmente critica. Si vede qualche miglioramento, ma con livelli di attività estremamente più bassi. Nelle macchine movimento terra, ad esempio, non sono stati fatti ordini per mesi. Adesso ci sono, ma al 40%”. Gli ordinativi si sono pressoché dimezzati rispetto a un anno fa, con perdite più nette nei prodotti per l’industria (-60%) e uno degli imprenditori intervistati dal quotidiano così dipinge la situazione a fine settembre: “Tra fine luglio e agosto si era visto qualche miglioramento, ma adesso siamo di nuovo in una situazione stazionaria e difficile e via via sempre più disomogenea. Costi fissi e capacità produttiva rimangono adeguati e superiori”. E infatti gli ultimi dati parlano di un tasso di utilizzo degli impianti sceso in Lombardia al di sotto del 65%. Ci sono tuttavia alcuni segnali di arresto della caduta. Per esempio sul versante degli ordinativi acquisiti nel terzo trimestre ci sono dati tendenziali ancora negativi per gli ordini interni ed esteri, ma si registra un aumento minimo (dello 0,9%) sul trimestre precedente. Nelle indagini previsionali si registra anche una leggera flessione del pessimismo tra gli imprenditori, che rimane comunque nettamente prevalente, per le prospettive del quarto trimestre. Ma va anche ricordato che a partire dal terzo trimestre, e la cosa varrà ancora di più dal quarto trimestre in avanti, i dati tendenziali anno su anno andranno calcolati su un 2008 già in pesante flessione. Lo spiega un altro imprenditore intervistato dall’Eco di Bergamo riferendosi alla situazione dei mercati: “se a gennaio si era a -60% adesso siamo a -50%, ma non c’è un miglioramento: è solo che nel 2008 settembre era già più negativo rispetto a gennaio”. Il presidente di Confindustria Bergamo, Carlo Mazzoleni, così riassume infine la situazione: “Le aziende sono ancora alle prese con un calo dei fatturati dell’ordine del 30-50%. I dati sono da brividi, tanto che parlare di ripresa appare illusorio, trattandosi più che altro di stabilizzazione. La caduta è forse finita, ma il rimbalzo è stato nel frattempo già assorbito. Dovremo rassegnarci ad un andamento da montagne russe nel 2010 con un’alternanza di fiammate e di raffreddamenti produttivi.Un previsto incremento del Pil nazionale dell’1% non può farci dimenticare il pesante meno 5% da cui siamo reduci [e le preoccupazioni sono particolarmente forti] per la dinamica occupazionale: il peggio, da questo punto di vista, deve ancora venire”. Tra i più colpiti ci sono già i lavoratori immigrati, che secondo dati Inail sono circa 589.000, pari al 15,7% di tutti gli occupati della Lombardia. Le assunzioni di lavoratori immigrati sono passate dalle 40.000 dl 2007 alle 30.000 del 2008, con un calo di oltre il 31%, ben superiore alla media del calo nazionale e regionale delle assunzioni di lavoratori (-27%). Le proiezioni per il 2009 parlano di un ulteriore drastico calo che porterebbe i nuovi assunti immigrati a soli 20.000. Vi è infine da registrare un dato che testimonia l’ancora forte discriminazione nei confronti delle donne. In regione la percentuale di contratti part-time, un indicatore della flessibilità occupazionale, è del 29,7% tra le donne mentre è di appena il 3% tra gli uomini.

MILANO
Dati generali: Nella provincia di Milano prosegue la situazione di crisi economica, sempre più contrassegnata però da forme di lotta più radicali a difesa del posto di lavoro. Per fare un paio di esempi tra i tanti possibili, nella sola giornata del 21 settembre in città ci sono stati la manifestazione dei lavoratori dell’Hilton di via Galvani, il presidio dei lavoratori della Nokia Siemens di fronte all’Assolombarda, quello degli operai della Nortel Italia in piazza Cordusio e, a Cormano, il blocco delle merci alla Bitron per impedire la delocalizzazione a est; nella stessa giornata risultavano occupate o presidiate dai lavoratori la Metalli Preziosi e la Lares di Paderno, la Ercole Marelli di Sesto, la Kunzle & Tasin di Cinisello e la Aluminium di Pieve Emanuele. Si sono inoltre moltiplicati i casi di blocchi stradali e ferroviari per protesta. Nel corso del periodo in esame non sono stati pubblicati dati sulla situazione complessiva in provincia, ma alcuni dati diffusi a livello settoriale o distrettuale sono particolarmente eloquenti. L’Unione Artigiani provinciale rileva che le imprese artigianali sono ormai scese sotto le 70.000 unità, dalle 71.500 del 2008 alle 68.200 di fine agosto 2009. A soffrire di più sono i settori costruzioni, trasporto e manifatture. Tra gli artigiani si registra anche una netta diminuzione dell’avviamento al lavoro (-25% anno su anno) e l’assunzione a tempo determinato rimane la formula di contratto prevalente (43% del totale). Massimo Accornero, segretario dell’Unione, ha affermato che “si ribadisce lo scenario di crisi e si conferma che la fine del tunnel è ancora lontana”. L’Osservatorio Provinciale del Lavoro ha registrato un netto saldo negativo degli avviamenti al lavoro da gennaio ad agosto 2009 (473.000) rispetto allo stesso periodo del 2008 (602.000). Gli unici avviamenti in crescita sono quelli parasubordinati (+1,5%) o attraverso il lavoro a chiamata (+126%). C’è poi un altro dato che esemplifica la situazione drammatica in provincia: il Centro dell’impiego del Sud Milano a fine settembre registrava 1.300 richieste di sussidi di disoccupazione contro le 257 del 2008, un aumento di oltre il 500%. Infine, la Diocesi di Milano ha pubblicato il suo rapporto annuale sulle poverà, in cui si rileva che “chi stava già male ha visto peggiorare la propria condizione, famiglie di ceto medio basso che prima ci stavano comunque dentro adesso non riescono più a sostenere i costi della vita quotidiana” e che sono quindi in aumento i “poveri per la prima volta, quelli che un lavoro ce l’avevano e che, pur con qualche fatica, fino a un anno fa tiravano comunque avanti. Ma che adesso non ce la fanno più”.

Crisi aziendali: A Milano e in provincia hanno trovato un esito, definitivo o provvisorio, alcune delle crisi contrassegnate da forme di lotta clamorose da parte dei lavoratori. Si è chiusa (quasi) definitivamente la vicenda dell’Innse di Lambrate, che ha ripreso parzialmente le attività a inizio ottobre. E’ stato siglato un compromesso anche con l’immobiliare Aedes proprietaria del terreno su cui sorge lo stabilimento, che dovrà trovare sbocco in un accordo definitivo Aedes-Comune entro la fine del 2010. A metà settembre è terminata la protesta dei lavoratori della Esab di Mesero, che erano saliti sul tetto della loro fabbrica per difendere il proprio posto di lavoro. L’azienda purtroppo ha chiuso definitivamente e la proprietà ha rifiutato di assumersi qualsiasi impegno per la reindustrializzazione dell’area – l’unico successo degli 85 lavoratori, che andranno in mobilità e in cassa integrazione, è stato l’ottenimento di migliori condizioni di uscita. Anche i lavoratori della Metalli Preziosi e della Lares di Paderno Dugnano hanno infine deciso di scendere dal tetto delle loro fabbriche, proseguendo però il presidio davanti ai cancelli e nella mensa. La situazione non è stata ancora risolta, le due aziende sono in fallimento, ma per la Metalli Preziosi ci potrebbe essere un acquirente in vista. Alla Ercole Marelli di Sesto San Giovanni, presidiata dai lavoratori dall’agosto scorso, è stata prima avviata la procedura di licenziamento collettivo a inizio ottobre e a fine mese il tribunale ha decretato il fallimento dell’azienda, senza che siano in vista acquirenti seriamente interessati. I 25 lavoratori, che tra l’altro non hanno ricevuto lo stipendio di settembre, puntano all’ottenimento della cassa integrazione straordinaria. Una delle crisi maggiori apertasi in provincia, e in regione, è quella dell’Agile (ex Eutelia) di Pregnana, che si occupa di consulenze per reti informatiche e i cui circa 300 dipendenti sono da luglio senza stipendio. Il 16 settembre i lavoratori hanno bloccato la stazione di Pregnana, sulla Milano-Novara, e dopo alcune tese settimane è arrivata la doccia fredda: l’Agile (ex Eutelia) ha aperto la procedura di mobilità collettiva per 1.192 tecnici su 1.880 in tutta Italia, di cui 243 su 500 riguardano l’unità di Pregnana. Nel momento in cui scriviamo quest’ultima è occupata dai lavoratori. A fine ottobre la Fiat ha deciso la chiusura definitiva dell’Alfa Romeo di Arese, con la parallela decisione di trasferire a Torino i 229 lavoratori rimasti a partire dal 1° gennaio prossimo: si tratta di fatto di un licenziamento, vista l’impossibilità per la maggior parte di loro di trasferirsi nella città piemontese. Un esito che era già nell’aria da tempo, in particolare da giugno quando tutti i lavoratori erano stati messi in cassa integrazione ordinaria. Per l’area dell’Alfa è allo studio un enorme progetto di speculazione immobiliare. A fine ottobre è stata inoltre decisa la cassa integrazione ordinaria per 13 settimane anche per i 150 lavoratori della Powertrain, società collegata all’Alfa, per la quale si teme un’analoga chiusura delle attività in primavera. L’altra grande crisi apertasi nella provincia di Milano è quella della Rapisarda di Cernusco sul Naviglio (settore gomma e plastica) un’azienda che esiste da quasi un secolo, ma che cinque anni fa è stata acquistata dall’americana Caterpillar. A marzo era cominciata la cassa integrazione ordinaria, ma a inizio ottobre la crisi è sfociata nella decisione della proprietà di chiudere lo stabilimento e di licenziare i 128 lavoratori. E’ scattato immediatamente il presidio e i dipendenti Rapisarda hanno manifestato il 14 ottobre di fronte al consolato americano, per poi bloccare il giorno successivo la strada provinciale a Cernusco. Il 28 ottobre, dopo un incontro senza successo con la proprietà, la rabbia dei lavoratori è esplosa, 37 di essi sono saliti sul tetto dello stabilimento, dove ancora si trovano nel momento in cui scriviamo, e ci sono stati momenti di tensione quando è stato accerchiato il responsabile del personale della Caterpillar. Rabbia anche tra i 43 lavoratori del pastificio Monder di Peschiera Borromeo, che da quattro mesi non percepiscono lo stipendio. Dalla fine di settembre e per l’intero mese di ottobre c’è stato un susseguirsi di promesse non rispettate di versamento delle paghe e di acconti parziali corrisposti solo ad alcuni dipendenti che hanno portato i lavoratori a fine ottobre a indire uno sciopero ad oltranza. La ditta è una delle principali esportatrici italiane di ravioli e tortellini, con una storia di oltre 50 anni. A metà settembre la Nortel, società anglo-canadese di new technology amministrata da Ernst&Young, ha deciso il taglio del 50% degli 80 dipendenti al fine di spezzettare l’attività e di venderla più facilmente: non si tratta di un effetto della crisi, dato che l’azienda ha un attivo di centinaia di milioni di euro. Situazione drammatica alla Invitea di Corsico (produzione viti), da cinque anni in cassa integrazione e già abbandonata dal 40% della forza lavoro. Ora circola insistentemente la voce che l’azienda voglia ulteriormente ridurre l’organico da 85 a 40 diplendenti. Sempre a Corsico c’è da registrare la chiusura del punto di vendita della Saint Gobain, con il licenziamento collettivo dei 70 dipendenti. A Inveruno la raffineria Carapelli ha disposto il licenziamento di 32 dipendenti e i sindacati temono che si vada non solo verso un ridimensionamento dell’attività, ma addirittura a una sua chiusura. I 30 lavoratori della Eurolacca di Cinisello Balsamo (produzione vernici) sono senza stipendio da oltre tre mesi e la loro azienda è chiusa. Per uscire dall’impasse i dipendenti sono giunti a chiederne il fallimento, al fine di potere almeno contare sugli ammortizzatori sociali. Nella stessa Cinisello sono già in mobilità dieci dei 25 operai della Intermec e i 130 dipendenti della Parker Hannifin sono in cassa integrazione straordinaria per crisi, mentre il gruppo Stola ha ufficializzato la chiusura dello stabilimento locale con lo spostamento di tutti i 54 dipendenti a Vignola, in provincia di Modena, una decisione che equivale a un licenziamento vista la lontananza della nuova sede. Lo stesso è avvenuto ad Assago, dove è stata chiusa la sede della Munters con la richiesta ai 32 lavoratori di trasferirsi a Teramo, a 700 chilometri di distanza: anche in questo caso si tratta di licenziamenti di fatto. A Bollate per il mese di novembre era previsto il licenziamento dei 40 dipendenti della Syntess, già in mobilità da luglio scorso: i lavoratori sono riusciti però a strappare un accordo per sei mesi di cassa integrazione in deroga. Estremamente difficile la situazione a San Giuliano Milanese: alla Ocim (impianti per la saldatura) da settembre sono in cassa 28 lavoratori su 30, alla Osla (lavorazioni in acciaio) ci sono 14 dipendenti in cassa, alla Bulnava la cassa riguarda 24 operai su 38 e sono in cigo, anche se con un numero di lavoratori minore, la Prisma, l’officina meccanica Quadrifoglio, la Skermicavi e la Spm lavorazioni metalliche. Alla Baruffaldi di Tribiano e Settala non sono stati rinnovati i contratti a termine ed è stata prolungata la cassa ordinaria per i 220 dipendenti, dopo un breve periodo estivo di aumento delle attività a causa dell’esaurimento delle scorte. A Buscate è praticamente ferma la produzione alla Giovanni Crespi, dove 150 dei 206 dipendenti sono in cassa integrazione e dove si teme una doccia fredda quando ad aprile terminerà il periodo dell’ammortizzatore. La società registra cali della produzione dell’ordine del 40%. A Paderno Dugnano, uno dei punti caldi della crisi milanese, ha annunciato la chiusura anche la legatoria Albani, lasciando sulla strada 28 lavoratori dopo la cassa integrazione cominciata a inizio 2009. Ha cessato le attività anche la ditta vicina, la Mid. La Mivar di Abbiategrasso ha ormai utilizzato tutti gli ammortizzatori sociali disponibili con gli ultimi 9 mesi di cassa decretati: da agosto 2010 scatteranno i licenziamenti per circa 230 lavoratori. Continua intanto il calvario dei 190 lavoratori della Framag di Canegrate, 150 dei quali sono in cassa integrazione, di cui 90 dichiarati in esubero: da marzo a oggi gli stipendi continuano ad arrivare in ritardo e con il contagocce. Situazione analoga anche alla Omag di Cassinetta di Lugagnano, già da tempo in crisi a livello sia produttivo sia finanziario, dove gli stipendi dei 39 dipendenti sono in arretrato di mesi, nonostante le continue promesse di pagamento. A Pero dopo sei mesi di cassa integrazione la Cesana (materiali per fonderie, 130 anni di storia) ha annunciato a fine ottobre la chiusura facendo partire le prime due lettere di licenziamento su un totale di 28 dipendenti. Esito negativo anche per la Cell Therapeutics di Bresso (56 dipendenti), dove si è giunti definitivamente alla chiusura, annunciata già da tempo . Non è molto migliore la situazione alla Nerviano Medical Sciences (100 dipendenti, più altri 100 di indotto), dove il nuovo amministratore delegato ha scelto subito la linea dura licenziando in tronco 3 lavoratori: si profila all’orizzonte un lungo braccio di ferro tra l’azienda e i sindacati. A Legnano la Giovanni Crespi ha aumentato il ricorso alla cassa straordinaria (cigs): agli 89 lavoratori già in cigs se ne aggiungerà un’altra cinquantina, per un totale di 140 dipendenti su 206. Nella stessa città saranno in cassa integrazione fino al 31 marzo i 114 lavoratori della Pulisystem. A inizio ottobre c’è stato lo sciopero a livello nazionale del gruppo Carrefour (che è proprietario anche dei marchi Gs e DìperDì e ha in Italia 27.000 dipendenti) dopo il colpo di spugna unilaterale che ha cancellato il premio aziendale, l’integrazione di malattia e le pause retribuite causando ai lavoratori, secondo dati del sindacato, una perdita di circa 2.000 euro all’anno. Lo sciopero ha raccolto un’alta adesione, tra il 70% e il 90%. La protesta ha avuto come proprio fulcro la Lombardia, con i supermercati di Carugate, San Giuliano e Paderno Dugnano e il deposito di Milano, dove l’adesione è stata al 100%. Da registrare infine un’altra situazione emblematica nel settore servizi, quella dei lavoratori della Gorla, che ha in appalto la fornitura delle pulizie all’Ospedale Sacco, dove da tempo i dipendenti ricevono gli stipendi con ritardi anche di un mese. Alcuni di loro lamentano inoltre decurtazioni della busta paga e mancati versamenti dei contributi.

MONZA-BRIANZA
Dati generali: Nel quadrimestre da giugno a settembre si è registrato un aumento dei dipendenti in cassa straordinaria (da 3.196 a 5.109) e di quelli in mobilità (da 929 a 1.048). Le aziende che hanno chiuso sono almeno 68, con un conseguente taglio di 5.000 lavoratori, saliti così da 25.000 a circa 30.000. Tra le uniche note (apparentemente) positive annunciate vi è quella di un aumento nel secondo quadrimestre delle richieste di credito da parte delle aziende effettivamente accettate dalle banche, pari al 52% del totale rispetto al 38% del primo quadrimestre (i dati sono stati comunicati dall’Unione Artigiani). Rimane però ancora lontano il livello del 64% dello stesso periodo del 2008 e ci sono alcuni “ma” fondamentali. Se nel 2008 il 46% dei crediti richiesti era destinato agli investimenti (e quindi non solo per resistere alle difficoltà, bensì per scommettere sul futuro) nel 2009 la quota è scesa al 35%. Ciò vuole dire che sono aumentate le richieste di credito per esigenze di liquidità, per rientrare da debiti o per fare fronte a crediti non riscossi. Oltre a una crescita esplosiva della cassa integrazione, secondo i dati dell’Unione Artigiani c’è stata una riduzione del 25% delle nuove assunzioni e in particolare un calo del 34% di quelle a tempo indeterminato. Nel settore delle attività manifatturiere le nuove assunzioni sono calate in maniera pesantissima, di oltre il 40%. I Centri per l’impiego brianzoli constatano poi nel loro bollettino trimestrale che “il precariato resta l’offerta principale. Anche nel secondo trimestre 2009 le forme contrattuali maggiormente proposte, il 66,6% del totale, continuano a rientrare nelle categorie a tempo determinato (45%),mentre oltre il 20% delle nuove collaborazioni si distribuisce nell’arcipelago sempre più vasto dei contrattini: parasubordinati, intermittenti, atipici, di appredistato o inserimento. Il contratto a tempo indeterminato invece copre il 33,4% dell’offerta e premia soprattutto gli uomini”. Tra i vari settori di attività è in piena crisi anche il tessile. In provincia sono 91 le aziende del settore che stanno facendo uso degli ammortizzatori sociali, riferisce la Femca Cisl: i dipendenti del settore sono in totale 4.335, di cui 3.200 interessati dagli ammortizzatori e tra questi circa 900 tra lavoratori in mobilità e fuoriusciti dal mondo del lavoro non rientreranno in azienda”. Secondo il sindacato “a metà del 2010 ci sarà un peggioramento per le cessazioni, quando scadranno le richieste per la cassa integrazione straordinaria”.

Crisi aziendali: A Monza la Cartostrong, controllata dalla multinazionale americana Anglo-American, ha annunciato a metà settembre la chiusura del reparto cartiera. La proprietà ha annunciato 62 esuberi su un numero totale di 186 dipendenti. Come molti altri loro colleghi lombardi, i lavoratori della cartiera hanno organizzato un presidio giorno e notte davanti alla loro fabbrica. A Lentate sul Seveso la Ltm (logistica) ha annunciato la liquidazione della società dopo l’incendio del 14 aprile scorso. I 12 dipendenti e gli 8 lavoratori di una cooperativa che lavora in appalto, osservano che l’azienda in realtà non aveva mai smesso di lavorare e ipotizzano che dietro alla decisione ci siano anche motivi speculativi, visto che la proprietà vuole vendere i terreni su cui sorge lo stabilimento. Riprendendo l’esperienza della Innse di Lambrate, i lavoratori hanno autogestito per 40 giorni lo stabilimento lavorando a oltranza durante lo stato di agitazione. A fine ottobre però hanno dovuto cedere, ottenendo in cambio la cassa integrazione straordinaria per un anno e la parziale ricollocazione in aziende del territorio, accompagnata da una buona uscita. Chiude anche la Pikappa di Masate, azienda in attività da oltre trent’anni nel settore della grafica. Per i 30 dipendenti sono in arrivo i licenziamenti, preceduti dalla cassa straordinaria. I lavoratori sono perplessi riguardo ai motivi della chiusura: fino all’estate gli è stato chiesto di fare straordinari e si è ricorsi a personale esterno per fare fronte alle commesse. Nel frattempo la crisi della ex Celestica (Bames e Sem), una delle più gravi in provincia, va peggiorando. Dopo l’esaurimento dei normali ammortizzatori si è passati alla cassa in deroga per la maggioranza del personale (390 dipendenti in cassa su 660, rispetto ai 210 in cassa fino a fine ottobre), senza che la proprietà abbia fornito un piano di sviluppo convincente. Il rischio è che si vada alla chiusura, in una situazione di rapporti sindacali tra l’altro tesa, che ha spinto il Giorno a scrivere che “l’ex Celestica è una polveriera, pronti ad azioni eclatanti sia i sindacati che i lavoratori”. Un altro brutto colpo per l’economia brianzola lo si registra con la chiusura del reparto di produzione di Gerno della Yamaha di Lesmo, da cui esce il notissimo modello Teneré. Si parla di un anno di mobilità per i 66 dipendenti, seguito dal licenziamento definitivo. Le cifre sono drammatiche: nel 2009 gli ordini sono calati del 70%, in passato dallo stabilimento uscivano 9.000 moto all’anno, adesso ce ne sono 2.700 ferme in magazzino e per novembre e dicembre non c’è nemmeno una moto da fare. Nel settore automative della provincia vanno registrati altri due stati di crisi, quello della Morsetec di Arcore, dove è stato licenziato 1 lavoratore su 4, e quello della Knorr Bremse che, sempre nella berlusconiana Arcore, ha “svecchiato” il personale mettendo in prepensionamento 30 addetti. Difficoltà anche nel tessile a Giussano, dove la Tfe (tintoria) ha messo in cassa straordinaria per un anno 20 operai, avviando al contempo una procedura di liquidazione volontaria. L’azienda ha pertanto cessato le attività il 5 ottobre. Identica sorte per la gemella Tieffe: chiusura e 20 dipendenti prima in cassa straordinaria e poi in mobilità. A Brugherio la Oerlikon Balzers (rivestimenti in metallo) ha dichiarato il licenziamento di due persone nell’ambito di un piano di ristrutturazione nazionale che riguaderà 30 lavoratori. In forte crisi anche la Sira di Caponago (antenne), che da settimane tiene a riposto più del 50% del personale (80 dipendenti su 150). Alla Marzorati di Brugherio (metalmeccanica) si prevedeva il prolungamento della cassa ordinaria, in atto da febbraio, fino al 31 dicembre, ma di fronte alla forte crisi la proprietà ha paventato il fallimento o la vendita dell’attività, con il conseguente rischio di perdita del posto di lavoro per i 31 dipendenti. Alla McBride di Solaro (produzione detergenti) i 130 dipendenti temono la chiusura dello stabilimento in seguito al continuo trasferimento di produzioni, accessori e macchinari in altri siti del gruppo. In provincia vanno poi registrate ben quattro situazioni drammatiche in termini di stipendi non corrisposti. Il primo è quello della società di autotrasporti Its di Trezzo sull’Adda, che hanno organizzato un presidio dopo essere rimasti per 3 mesi senza stipendio e che ora rischiano la mobilità. Il secondo è quello della H3 di Cavenago, società che come la ex Celestica fa parte del Gruppo Bartolini, dove i 40 dipendenti da un anno incassano lo stipendio in ritardo. Il terzo è quello delle Officine Monzesi: i circa 70 dipendenti, a casa già da febbraio per la crisi, hanno ottenuto la cassa straordinaria, ma non ricevono lo stipendio da luglio perché l’azienda è senza liquidità, tanto che l’Enel le ha staccato la corrente. Il quarto è quello della Phonomedia di Monza, che gestisce call center: da un anno i 200 lavoratori ricevono lo stipendio in ritardo. Anche la Star, colosso alimentare di Agrate, comincia a risentire della crisi, in conseguenza in particolare di una flessione nei mercati esteri, e manda in cassa integrazione ordinaria  30 operai su 330 per 13 settimane. Cassa integrazione ordinaria per 13 settimane anche in un’azienda dalla storia antica, la Pozzi Leopoldo di Carate (macchinari per il tessile), in attività dal 1885. L’ammortizzatore riguarderà 39 dei 50 dipendenti. Cigo rinnovata invece alla Beta di Sovico, che ha 274 dipendenti, in seguito al calo degli ordinativi. Peggiora la situazione già drammatica della Carrier di Villasanta (condizionatori) dopo l’incontro tra sindacati e vertici aziendali di metà ottobre, durante il quale questi ultimi hanno comunicato che gli ordini sono in calo del 42% e il bilancio è tutto in negativo. A maggio i 200 tagli previsti su i 560 dipendenti totali erano stati ridotti a 100 grazie a un accordo sulla cassa integrazione straordinaria, ma ora c’è in vista una nuova ondata di riduzioni, anche perché il ricorso agli ammortizzatori sociali si è praticamente esaurito.

VARESE
Dati generali: A settembre il varesotto ha conquistato il poco invidiabile primato di territorio con il maggior numero di ore di cassa integrazione, con un aumento del 326% rispetto all’anno precedente, secondo dati della Cgil. I lavoratori coinvolti sono ormai 3.433 e il sindacato ha così commentato la situazione: “la ripresa delle attività dopo le ferie estive ha visto l’uscita dal mercato di molte imprese, l’aumento dei licenziamenti e della disoccupazione e le conseguenze della crisi continueranno a farsi sentire, purtroppo, per un periodo non breve”. Rimane sempre molto critica anche la situazione del saronnese, dove a settembre una trentina di aziende hanno richiesto più o meno contemporaneamente la cassa per un numero totale di 300-400 dipendenti, tanto che il quotidiano La Prealpina commenta: “non si nota alcun particolare segno di ripresa”. Da una ricerca delle Acli e della fondazione La Sorgente risulta inoltre che i lavoratori inseriti nelle liste di mobilità dei Centri per l’impiego sono raddoppiati rispetto all’anno scorso. Soffrono anche gli artigiani varesini, per i quali, come scrive il quotidiano la Provincia, “è difficile immaginare un periodo più cupo”. Dall’ultima indagine della Cna di Varese condotta tra fine settembre e inizio ottobre risulta che un’impresa su tre rileva un ulteriore peggioramento dei volumi di lavoro rispetto a prima delle ferie, mentre solo una su cinque ha registrato dei miglioramenti. La Provincia riferisce poi che “il dato peggiora in modo drastico, inoltre, se il confronto lo si effettua avendo a riferimento lo stesso periodo dell’anno precedente, perché in questo raffronto oltre due imprese su tre lamentano una diminuzione della loro attività, che una su quattro ritiene sia crollata. Solo il 10% segnala degli incrementi”. Che per gli artigiani varesini il fondo non sia stato ancora toccato lo dimostrano gli ultimi dati dell’Associazione Artigiani locale: nel terzo trimestre 2009 la loro produzione è diminuita non solo rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso (-9,87), ma anche rispetto al secondo trimestre 2009 (-3,58%). Intanto sono arrivati dall’Unione Industriali i primi dati sulle esportazioni del made in Varese nel primo semestre di quest’anno. Le cifre parlano di un crollo del 16,6% rispetto al primo semestre 2008, ma anche di una caduta verticale delle importazioni (-21,7%), che costituisce un altro preoccupante indicatore del livello di crisi nella provincia. Tra i settori più in crisi c’è quello dell’edilizia, nel quale, secondo i dati dell’Ance di Varese, a fine anno si conteranno 2.500 posti di lavoro in meno rispetto al 2008, ai quali andranno aggiunti quelli dell’indotto in forte crisi, come testimoniato dal fatto che le due princilpali imprese di cemento della provincia abbiano richiesto recentemente la cassa integrazione. Nell’edilizia è particolarmente difficile la situazione dei lavoratori immigrati, in maggioranza collocati in una categoria professionale bassa nonostante siano in realtà operai specializzati, e che per questo faranno più fatica a ricollocarsi. Perdendo il lavoro, inoltre, i lavoratori immigrati perdono anche il permesso di soggiorno.

Crisi aziendali: Va verso la chiusura un marchio storico del settore moda italiano, quello dell’Ibici di Busto Arsizio. I 58 dipendenti in cassa integrazione hanno presidiato giorno e notte la fabbrica per due mesi per ottenere gli stipendi che non venivano corrisposti da luglio e a fine settembre hanno avuto successo, un successo però dal sapore particolarmente amaro perché l’Ibc cesserà definitivamente le proprie attività. Rimangono senza lavoro, senza stipendi e perfino senza cassa integrazione anche le 10 lavoratrici di un altro marchio storico del settore moda, la Malerba di Galliate Lombardo, che era nata nel lontano 1926. A fine giugno avevano ricevuto la lettera di licenziamento collettivo, ma gli stipendi non arrivavano già da marzo e continuano a non arrivare, e ora lo stabilimento sembra destinato alla chiusura definitiva. Un’altra grave crisi nel settore tessile varesino è quella della Luigi Tosi di Busto Arsizio, una società con 84 anni di storia in difficoltà finanziarie da mesi e i cui 50 dipendenti hanno occupato lo stabilimento per chiedere il fallimento dell’azienda e ottenere così almeno gli ammortizzatori sociali. Il 16 ottobre sono riusciti a ottenere almeno questo obiettivo, ma anche la Luigi Tosi va ad aggiungersi alle aziende destinate a chiudere definitivamente. Un’altra grande situazione di crisi in provincia è quella della Whirlpool (elettrodomestici), dove rispetto all’anno scorso si producono 1 milione di pezzi in meno, 1,8 per la precisione, che scenderanno a 1,7 nel 2010. Per i dipendenti c’è stato prima l’annuncio di 330 esuberi, poi a fine ottobre un piano di razionalizzazione dei costi con ritorno alla settimana corta e maggiori turnazioni. Nel settore dell’edilizia c’è da registrare la clamorosa protesta di dieci operai (quasi tutti pachistani e romeni) che lavoravano per dite subappaltatrici della Rocca srl in un cantiere di Gallarate e che a metà ottobre si sono incatenati per un paio di giorni all’interno del cantiere per rivendicare gli stipendi che non venivano loro corrisposti da quattro mesi. A Malpensa situazione ad alto rischio di perdita del posto di lavoro per 80 dipendenti della Eurofly, vettore gestito da Meridiana, che ha deciso di trasferire tutte le attività di manutenzione tecnica a Olbia. Sempre a Malpensa, la Sea, società controllata dal Comune di Milano che gestisce lo scalo, ha richiesto di prorogare la cassa integrazione oltre il marzo 2010, nonostante abbia recentemente comunicato un aumento dei voli dal e per l’aeroporto. Rimane gravissima anche la situazione dell’indotto dello scalo aeroportuale: la Lg Sky ha 150 dipendenti in cassa, la National Cleannes ne ha 90, la Consorzio Lepanto 80 e la Corsica Coop 115. Sempre a Busto Arsizio, la Hupac ha chiesto la cassa in deroga per 100 dipendenti. A Saronno la ditta Solarese (smaltimenti) ha deciso il licenziamento di 9 dipendenti, cioè la metà delle maestranze. A Lonate Ceppino si registra un’altra situazione drammatica in termini di mancato pagamento di stipendi. Si tratta della Rutil, industria meccanica che da febbraio ha messo in cassa integrazione straordinaria i 102 dipendenti e, dopo la dichiarazione di fallimento, è passata a una nuova società, la Raimbo. Dopo avere ricevuto solo a luglio le mensilità di febbraio, marzo e aprile, i lavoratori non hanno più visto un soldo di quanto era loro dovuto per i mesi successivi. A metà ottobre è precipitata la situazione della Fratelli Salviato di Castronno (l’azienda che produce la scopa Pippo), quando all’asta per l’acquisto di ramo d’azienda non è stata presentata alcuna offerta. L’azienda sembra quindi destinata al fallimento e i suoi 134 dipendenti rischiano di perdere tutti il posto di lavoro. Alla Husqvarna di Biandronno si è giunti a fine ottobre a un accordo definitivo che ha visto la partecipazione anche della Fiom Cgil, contrariamente alle precedenti intese. Rispetto alle precedenti previsioni, i dipendenti che verranno messi in mobilità su base volontaria passano da 50 a 39 e l’azienda si è impegnata a non esternalizzare nessuna fase della produzione fino a settembre 2010. Tra le altre situazioni di crisi in regione va segnalata quella della Preca Brummel di Carnago (moda per bambini) che ha messo 60 lavoratori in cassa in deroga.

COMO
Dati generali: Nei primi nove mesi di quest’anno sono 2.384 i comaschi che hanno perso il posto di lavoro, con un aumento che, se il trend verrà confermato, sarà del 100% rispetto al 2008. Le prospettive per il 2010 non sembrano affatto migliori: “La previsione è di un raddoppio dei numeri della mobilità il prossimo anno”, ha detto Alberto Zappa, segretario della Fim Cisl Como. A essere colpiti sono soprattutto gli operai non specializzati, i lavoratori stranieri e le donne. A loro vanno ad aggiungersi anche i numerosi lavoratori frontalieri, a causa della crisi che sta colpendo anche la Svizzera. Registra un aumento anche il ricorso alla cassa integrazione. Secondo dati della Cisl regionale in provincia di Como nel terzo trimestre c’è stato un uso dell’ammortizzatore quasi pari a quello dei due trimestri precedenti messi insieme e una esplosione dell’utilizzo della cassa straordinaria, aumentata rispetto al primo trimestre, in termini di ore richieste, addirittura del 1.000%. L’unico settore in controtendenza è quello della moda, nel quale si è registrata una diminuzione del monte ore di cassa. In vertiginoso aumento anche le domande di disoccupazione ordinaria, passate dalle 7.725 di tutto l’anno 2007, alle 10.716 del 2008 e alle 14.210 dei soli primi nove mesi del 2009. La Cna di Como, unica in Lombardia, registrava invece svariati segnali di miglioramento nell’ambito di una indagine condotta a inizio settembre tra gli artigiani della provincia. I piccoli imprenditori comaschi che hanno registrato ricavi in crescita sono passati dall’8% al 32%. A livello di fatturato rimane preponderante la percentuale delle aziende artigiane (56%) che hanno riscontrato una diminuzione, un dato comunque inferiore a quello di gennaio (64%). E’ invece in calo il numero delle aziende con capitale invariato, segno che la crisi non ha risparmiato nessuno, anzi presenta una variazione negativa del 20%. Si è infine allargata la forbice tra ottimisti e pessimisti, gli ottimisti sono passati dal 12% al 30%, mentre i pessimisti, pur restando in minoranza, sono quasi raddoppiati, passando dal 12% al 23%. In discesa però, con una variazione di -29%, la percentuale di quanti si professano “realisti e fiduciosi perchè la crisi passerà”. Al quadro complessivo vanno aggiunti i dati diffusi dalla Cisl sul precariato nel comasco. Su 190.000 occupati, 30.000 hanno un contratto a tempo determinato (vi sono poi 60.000 lavoratori autonomi). Dall’inizio della crisi tre assunti su quattro in provincia hanno un contratto a tempo determinato.

Crisi aziendali: I dati riportati qui sopra indicano che la crisi sta travolgendo la provincia di Como così come il resto della Lombardia. Se il numero di crisi aziendali che segnaliamo qui di seguito risulta tuttavia inferiore a quello delle altre province, è solo perché la stampa locale (cioè essenzialmente il quotidiano La Provincia) riserva ben poca attenzione a questo aspetto. Vi è innanzitutto da segnalare che non sono poche le grandi imprese in situazione di crisi, come testimoniano i casi della Invensys di Lomazzo, della Gasfire di Erba, della Home Connexion di Figino Serenza e di altre ancora. A Turate si registrano contemporaneamente le crisi della Guzzetti (fabbricazione nastri) che ha prorogato fino a dicembre la cassa integrazione a rotazione su una ventina di dipendenti dei 55 totali, e quella della Tecnicol, una controllata della stessa Guzzetti, che è ormai in liquidazione e i cui 31 dipendenti sono in cassa straordinaria. Alla Cigo di Inverigo, attiva dal 1947, i lavoratori erano stati messi in cassa integrazione prima dell’estate e a fine luglio la ditta è stata messa in liquidazione. Quest’ultima ha poi riaperto a settembre, ma riassumendo solo 36 dei 94 dipendenti, lasciando così sulla strada ben 58 lavoratori. Problemi analoghi alla Edem, dove dopo una ristrutturazione nel 2008, che aveva portato al licenziamento di 24 dipendenti su 48, è subentrata una nuova proprietà che ha apportato un ulteriore taglio di 12 dipendenti e ha aperto procedure di cassa integrazione straordinaria e di mobilità. Per i lavoratori che rimarranno si prospetta un affitto di ramo d’azienda con chiamata mensile e rinuncia volontaria alla cassa straordinaria. Crisi profonda anche alla Dhl Supply Chain Italy di Vertemate dove in seguito alla diminuzione del 30-40% del fatturato del committente Intai (gruppo Armani) si pensava in un primo tempo a un taglio di circa 18 dipendenti seguito dalla chiusura del sito. Dopo un presidio però i lavoratori sono riusciti a ottenere la cassa integrazione a partire dal 2010 per un massimo di tre mesi nell’arco dell’anno, con la chiusura del sito di Vertemate e lo spostamento dei dipendenti in quello di Rovellasca. Alla Kilian di Luisago (vernici e inchiostri) sono stati annunciati 20 licenziamenti su un totale di 130 addetti, ignorando le richieste di cassa integrazione straordinaria avanzate dai dipendenti. Sommati ai 4 contratti a termine non rinnovati e ai 6 lavoratori che sono già usciti da inizio anno senza essere sostituiti, i licenziamenti portano a una riduzione del 33% della forza lavoro.

LECCO-SONDRIO
Dati generali: Come scrive il quotidiano La Provincia di Lecco, i dati sul ricorso agli ammortizzatori sociali che provengono dal territorio dicono esattamente il contrario dei discorsi secondo cui si starebbe ormai superando la crisi. Secondo le cifre diffuse dalla Cgil, a inizio ottobre in provincia di Lecco le imprese che utilizzavano la cassa integrazione erano 254, in netto aumento rispetto alle 200 di luglio. I lavoratori coinvolti erano 8.033 su 15.688 complessivi, con un aumento di 2.000 unità rispetto a luglio. Nel settore tessile la situazione rimane stabile, ma ciò è dovuto al fatto che già in precedenza erano in cassa integrazione pressoché tutti i lavoratori del comparto (sono solo una quarantina in tutta la provincia quelli che non sono coinvolti). In peggioramento invece il commercio, nel quale 50 imprese sono in crisi, con 599 lavoratori coinvolti su un totale di 750 dipendenti – a luglio i dati erano di 6 imprese per 385 dipendenti. Tra gli altri dati estremamente preoccupanti da citare c’è il fortissimo aumento registrato in particolare dalla cassa integrazione straordinaria, che ad agosto risultata cresciuta del 535% rispetto all’anno precedente e di circa il 40% rispetto al solo mese precedente. E si tratta di dati che riguardano solo le imprese di dimensioni superiori ai quindici dipendenti. Come riassume Alberto Anghileri, segretario della Camera del Lavoro di Lecco: “continuiamo ad assistere a un peggioramento della situazione”. E da un altro fronte gli fa eco Rossella Sirtori, della Camera di Commercio: “si parla tanto di ripresa, ma nessuno la vede per ora. [In un tale contesto] l’Italia uscirà dalla crisi a fine 2010 massacrata nel suo sistema industriale e il tessuto imrpenditoriale della provincia di Lecco ne risulterà fortemente ridimensionato”. La Gazzetta di Lecco ha pubblicato a fine settembre un’inchiesta su un settore pressoché non coperto dalle indagini statistiche, quello delle cosiddete “libere professioni”. Dalle interviste condotte con esponenti della associazioni di settore o con importanti professionisti emerge una situazione di estrema crisi. In seguito a cali dei flussi di lavoro che arrivano anche al 40%, gli studi di architetti di Lecco hanno dimezzato il proprio personale, e i collaboratori rimasti spesso non lavorano nemmeno a tempo pieno. La crisi ha inoltre un riflesso sui giovani laureati che aspirano alla professione: per loro riuscire a cominciare a lavorare nel settore è attualmente quasi impossibile. Anche gli avvocati lamentano un forte calo del lavoro, in particolare per gli studi che lavorano a stretto contatto con le imprese, con i conseguenti tagli di personale e collaboratori. A questi aspetti va ad aggiungersi quello della crescita dei mancati pagamenti da parte dei clienti. In provincia di Sondrio le aziende colpite dalla crisi, tra cassa integrazione e mobilità, erano a metà ottobre 65, per un totale di 2.800 lavoratori, una situazione in peggioramento rispetto al periodo estivo. Il segretario provinciale della Cgil, Giorgio Serri, spiega che “le aziende hanno un calo produttivo medio del 25-30%, ma in molti casi si arriva al 40-50%. Anche la grande distribuzione fa segnare dati negativi: nessun comparto sembra fuori, neanche il turismo. Sono già stati espulsi dal mercato del lavoro mille diplendenti, soprattutto precari”.

Crisi aziendali: Prosegue la crisi della Moto Guzzi di Mandello, che nella seconda metà di settembre ha avviato altre tre settimane di cassa integrazione ordinaria (nei mesi precedenti aveva già utilizzato sette settimane di ordinaria). Alla fine dello stesso mese la proprietà (cioè la Piaggio di Roberto Colaninno) ha annunciato un numero di 50 esuberi su 150 dipendenti, una riduzione del personale che equivale a una produzione di 7.000 moto rispetto alle 10.000 per le quali è stato pensato lo stabilimento. I sindacati hanno espresso il timore che questi tagli siano il preludio a un progressivo smantellamento del sito di Mandello, timore rafforzato quando a inizio ottobre, in occasione di un incontro in Regione (nel quale Colaninno ha “sfilato in passerella” osannato da svariati politici come il leghista Roberto Castelli e il ciellino Maurizio Lupi) la proprietà Piaggio ha annunciato che gli esuberi sarebbero stati 54 e non 50. A fine ottobre infine la proprietà ha annunciato per lo stabilimento di Mandello un piano di investimenti di alcuni milioni di euro, che i sindacati hanno apprezzato esprimendo tuttavia dubbi poiché recentemente la Piaggio ha annunciato più volte piani che poi non sono stati realizzati. A Mandello prosegue anche la crisi della Gilardoni Cilindri, dove a fine 2008 erano già stati tagliati 120 posti su 470. L’azienda ha richiesto ora altre 13 settimane di cassa ordinaria e i 350 dipendenti rimasti sono sempre più preoccupati per il continuo ricorso all’ammortizzatore sociale. A Lecco l’incontro tra proprietà e sindacati della Leuci (produzione lampadine) svoltosi a fine settembre per trattare sulla proroga della cassa straordinaria in deroga si è trasformato in una doccia fredda. Sono stati annunciati ben 100 esuberi su 130 dipendenti, senza che sia esclusa la possibilità di un fallimento, e i lavoratori hanno occupato la fabbrica organizzando anche un blocco del traffico. L’8 ottobre è invece terminato dopo più di un mese il presidio delle 35 lavoratrici della Stylepack (scatole metalliche) in cassa integrazione e che da sette mesi non ricevevano lo stipendio: la proprietà della ditta di Olginate ha messo a punto un piano di rientro economico che fornisce garanzie precise almeno per il pagamento degli arretrati, anche se verrà poi messo a punto un piano industriale che con ogni probabilità prevederà esuberi. A fine settembre è stato decretato il fallimento della Perego Strade di Cassago, dopo cambiamenti di proprietà della azienda già in crisi che hanno portato a un intricato domino societario difficile da sbrogliare. Per 115 dipendenti su 125 c’è ora la prospettiva della perdita definitiva del posto di lavoro, oltre alla beffa di non ricevere gli stipendi da giugno: anche in questo caso i lavoratori hanno organizzato un presidio permanente di fronte alla loro fabbrica, che è stato tolto dopo una settimana quando hanno ottenuto almeno la garanzia del pagamento degli arretrati. Picchetto per rivendicare gli stipendi non versati da aprile anche da parte dei 17 lavoratori della Cablo di Lecco. E nella stessa città la Fravit, a causa della caduta della domanda, ha avviato per i propri 27 dipendenti la cassa integrazione straordinaria, annunciando allo stesso tempo una riorganizzazione produttiva che potrebbe sfociare in licenziamenti. Gli effetti devastanti della crisi in atto sono esemplificati dal caso di Osnago, paese di circa 4.000 abitanti, di cui attualmente 300 sono in cassa integrazione. Nel paese utilizzano l’ammortizzatore la Baragetti, la Bel Garden, la Be-mar, la Gierre Ricambi, la Legatoria Vega, la Reco, la Trans-Steel, la Im-co Progetti, la Larga, la Lario Impianti, la Fomas, la Lamperti e la Top Glass. A Sirone la Texmec (settore meccano-tessile) ha decretato 20 esuberi per crisi economica dovuta al calo di fatturato, con l’avvio della cassa straordinaria di un anno che sfocerà in mobilità. A Calolziocorte la Bonaiti (lavorazione acciaio) ha terminato le ore di cassa integrazione ordinaria a disposizione ed è passata alla cassa straordinaria per 12 lavoratori e al contratto di solidarietà per altri 66, su un totale di 104 dipendenti: si teme quindi per il futuro di questa azienda storica, le cui radici risalgono addirittura al 1830. Difficoltà anche per la Husqvarna di Valmadrera, dove è in previsione il licenziamento di 60 lavoratori su 280 (attualmente tutti in cassa integrazione straordinaria per un anno). Il piano di lancio di nuovi prodotti per una ripresa della produzione si sta rivelando irrealizzabile. Anche in provincia di Sondrio la crisi colpisce duramente. Alla Mc di Cosio su 577 lavoratori 352 sono in cassa integrazione, 11 in mobilità e 83 fermi per la fine dell’attività: si sperava in una ripresa dopo le ferie estive, ma non si sono osservati segnali confortanti. Timori anche per la NewCocot di Sondrio, che ha già fatto abbondantemente ricorso agli ammortizzatori sociali, e per una grande azienda come la Cranchi (settore nautico) che a causa del calo del mercato dovrà probabilmente ricorrere alla cassa integrazione per i suoi 220 dipendenti.

BERGAMO

Dati generali: Nei primi nove mesi dell’anno in provincia di Bergamo sono state licenziate con procedure collettive 4.685 persone: c’è stato un lieve caldo di licenziamenti nelle aziende che hanno diritto di accedere agli ammortizzatori sociali e un raddoppio in quelle che non hanno diritto ad accedervi perché con meno di 15 dipendenti (o meno di 50 nel turismo e nel commercio). L’ultima indagine congiunturale disponibile indica che i livelli di produzione a fine giugno erano decisamente inferiori a quelli del 2000, con un salto indietro di dieci anni dell’economia bergamasca. I livelli di utilizzo degli impianti sono scesi addirittura sotto il 60%. Nei primo otto mesi dell’anno le ore di cassa integrazione autorizzate in provincia sono triplicate, e nel mese di settembre c’è stato un altro grande balzo in avanti di ben oltre 2 milioni di ore, che ha portato il monte ore totale a 15,4 milioni rispetto ai 3,4 dei primi tre trimestri 2008. Preoccupa in particolare l’impennata della cassa integrazione straordinaria (indicativa di situazioni di crisi più strutturali), che nei mesi precedenti era cresciuta in misura minore rispetto a quella ordinaria, e che invece a fine settembre è risultata in aumento del 910% rispetto a un anno prima. Secondo i sindacati, inoltre, nel quarto trimestre saranno circa 1.800 i lavoratori per i quali scade il periodo di cassa integrazione straordinaria o in deroga. Nel periodo gennaio-agosto 2009 risultano in netta crescita anche i fallimenti, aumentati del 49%. Tra i settori più colpiti dalla crisi vi è quello metalmeccanico, dove a fine settembre c’erano 500 aziende e 22.368 lavoratori interessati dalla cassa integrazione. Nel settore artigianale durante il terzo trimestre si sono notati segni di “adagiamento sul fondo”, cioè di un arresto della caduta su livelli però bassissimi. E’ leggermente diminuito, secondo i dati di un’inchiesta di Regione e Unioncamere Lombardia, il numero di aziende che registra cali produttivi di oltre il 5% e sono tornate a comparire imprese che dichiarano incrementi superiori al 5% (sono però solo il 2,1%). Un altro dato apparentemente incoraggiante è che il calo del fatturato risultava a fine settembre pari a -19,4% su base annua, rispetto al -23,4% del secondo trimestre. Dato che diventa meno incoraggiante se si tiene conto di un aspetto tanto elementare quando fondamentale, come osserva l’Eco di Bergamo: “ormai il confronto viene fatto su un periodo come il terzo trimestre 2008 che già iniziava a dare segni di cedimento della congiuntura. In prospettiva non ci sono grandi prospettive per un recupero della produzione, dato che viene denunciato un carico di ordini in flessione, sia sul mercato interno sia su quello estero”.

Crisi Aziendali: “Il lunedì nero del lavoro bergamasco”, così titolava l’Eco di Bergamo il 29 settembre dopo l’annuncio contemporaneo, in una sola giornata, di 836 esuberi negli stabilimenti bergamaschi della Tenaris-Dalmine, di 73 esuberi al Maglificio Dalmine e di 50 esuberi alla System Plast di Telgate, per un totale di quasi 1.000. Il caso dagli effetti socialmente più devastanti è quello della Tenaris Dalmine, che nell’ambito di un piano di riorganizzazione a livello internazionale ha annunciato per la provincia di Bergamo il taglio del 32% dei dipendenti negli stabilimenti di Dalmine e Sabbio e addirittura del 48% a Costa Volpino, per un totale per l’appunto di 836 tagli (in totale, a livello nazionale, si parla di 1.024 esuberi). Da sempre uno dei perni dell’economia bergamasca, la Dalmine è passata dai 14.000 dipendenti del 1975, ai 10.000 del 1986 e ai 5.000 degli anni novanta. Nel momento in cui chiudiamo il presente Diario è in programma un vertice tra ministero per lo sviluppo economico, sindacati e vertici dell’azienda per affrontare la crisi. E’ stato inoltre annunciato che presto si riuniranno a Dalmine i rappresentanti sindacali dei vari stabilimenti che il gruppo Tenaris possiede in Canada, Argentina, Brasile, Colombia e Romania, per discutere tra le altre cose l’eventuale organizzare un’azione di protesta comune a livello internazionale. La System Plast di Telgate, che alla fine dell’anno scorso è stata acquistata dalla multinazionale americana Emerson, ha annunciato ai sindacati l’intenzione di spostare parte dell’attività produttiva in Germania, con la prospettiva di un taglio di una cinquantina di posti di lavoro su 120 complessivi. Il piano industriale verrà specificato maggiormente nei dettagli nei prossimi giorni. La System Plast è il secondo gruppo al mondo nella produzione di componentistica per l’industria alimentare. Crisi anche al Maglificio Dalmine, che ha annunciato una riorganizzazione operativa con una notevole riduzione del personale: 73 posti di lavoro in meno per un’occupazione che scenderà da 138 a 65 persone (l’organico è composto al 90% da donne, quasi tutte giovani). Il tutto dopo che a luglio era stata aperta la procedura di cassa straordinaria fino a fine dicembre ma, come specifica l’amministratore delegato della società, l’azienda sta affrontando una crisi che non è più congiunturale ed è ormai diventata strutturale. Acque agitate anche alla Frattini di Seriate, in concordato preventivo. I lavoratori hanno protestato per le modalità affrettate e poco trasparenti con cui è stata condotta la prima gara per l’acquisto di un ramo aziendale, quello dei metal container, vinta da una società del gruppo tedesco Polytype-Mall Herlan che si è impegnata ad assorbire solo 37 dei 66 lavoratori. Rimangono ancora da definire le sorti dell’altro ramo d’azienda, dove lavora la maggior parte dei 191 dipendenti della Frattini e per il quale le prospettive non sono buone, visto che sembra non sia stata presentata alcuna offerta. La Lilly Italia di Pedrengo (biancheria intima), dove sta per terminare la cassa straordinaria per crisi aziendale aperta lo scorso febbraio, ha deciso la mobilità per 30 dipendenti su 62 (in maggioranza donne): i lavoratori temono per una prossima dismissione delle attività produttive a favore di una trasformazione in realtà logistica-commerciale. Un’altra crisi di grandi dimensioni in territorio bergamasco è quella della Same di Treviglio (produzione trattori), che a fine ottobre ha annunciato 150 nuovi esuberi, dopo che a fine agosto il gruppo aveva già registrato a livello nazionale 362 uscite. Il settore risente della crisi nell’agricoltura e, dopo il calo del mercato del 24% nel primo semestre, seguito da un forte peggioramento a luglio e agosto, prevede un’ulteriore flessione del 14% nel 2010. A fronte di un calo del fatturato del 45%, la Moog di Almenno ha annunciato 14 licenziamenti dopo avere utilizzato 26 settimane di cassa ordinaria fino a fine settembre. Anche per la A Electric di Villa d’Adda la lunga cassa ordinaria è sfociata nella crisi più nera, cioè nel fallimento. Già in difficoltà finanziarie, la società è stata messa in ginocchio dal fallimento di altre aziende presso cui vantava crediti, con un preoccupante effetto a catena. Per i circa 40 dipendenti, che tra l’altro dall’estate non ricevono più lo stipendio, si apre la prospettiva della perdita del posto di lavoro. Situazione simile anche alla Hidroberg di Grassobbio, dove dopo 13 settimane di cassa ordinaria si è giunti alla cassa straordinaria per cessata attività per tutti i 18 lavoratori (nei tempi d’oro l’azienda era arrivata ad avere un centinaio di dipendenti). Al bottonificio Limar di Grumello del Monte si è giunti a ottobre a una svolta nell’assurda situazione che colpiva i 25 dipedenti, da febbraio senza stipendio perché la fabbrica era ferma ma ufficialmente ancora in attività. Sono stati gli stessi lavoratori a chiederne il fallimento, in modo da potere ottenere almeno la cassa integrazione straordinaria, e il 13 ottobre la loro richiesta è stata infine accolta. Alla Toora di San Paolo d’Argon in amministrazione straordinaria è stata disposta la cassa straordinaria per 90 lavoratori, che vanno così ad aggiungersi ai circa 180 che erano già in cassa in altri due siti dell’azienda. La Cantieri Riva di Sarnico (213 dipendenti) ha richiesto altre due settimane di cassa integrazione da utilizzare a ottobre dopo averne già utilizzate due a settembre. A Treviglio si è chiusa la vertenza della Eurogravure (stampa rotocalco), che risente pesantamente della crisi dell’editoria. L’organico si assesterà sui 146 dipendenti, mediante la messa in cassa straordinaria di un anno di 60 dipendenti e il prepensionamento di un massimo di 40. Soluzione dolorosa anche per la cooperativa Igb di Zingonia, delle cui 79 socie-dipendenti 40 saranno assorbite dal cliente Mgl di Bergamo, mentre le rimanenti 39 andranno in mobilità. Citiamo infine un lungo elenco dell’Eco di Bergamo che dà un’idea della pesante situazione in tutta la provincia: ” Il Cotonificio Honegger di Albino è una delle ultime vicende: su 430 lavoratori, per 25 dovrebbe scattare la Cassa integrazione a zero ore, dopo l’annuncio di una riorganizzazione destinata a portare a 240 esuberi. Al Linificio e Canapificio Nazionale di Villa d’Almè è stata prorogata la Cassa straordinaria per 112 dipendenti su 200. Poi la Manifattura Valle Brembana di Zogno: 416 addetti e 241 esuberi dichiarati, in contratto di solidarietà fino al 9 gennaio; la Miti di Zogno: 78 persone coinvolte in una Cassa speciale per cessazione d’attività; la Valbrem di Lenna: Cassa speciale a rotazione per un anno per 162 dipendenti. Anche un colosso come la Sanpellegrino la primavera scorsa ha annunciato 282 lavoratori in eccedenza a livello nazionale, scesi poi a 115 (da 60 a 40 per lo stabilimento di Ruspino). La Rono di Almenno San Bartolomeo ha previsto la Cassa integrazione per un anno a rotazione per tutti i 158 dipendenti. Cigs anche alle Fonderie Mazzucconi di Ponte San Pietro per 130. La Pigna di Alzano Lombardo: l’azienda ha dapprima aperto la procedura di mobilità trovando poi l’accordo con i sindacati per la Cassa integrazione straordinaria per i 133 dipendenti del reparto cartiera. La Siac di Pontirolo Nuovo e Osio Sotto: Cassa integrazione straordinaria per due anni dal febbraio 2009 al febbraio 2011. La Comital di Nembro: 97 lavoratori sono in Cassa speciale dal maggio scorso per cessata attività. La Società del Gres di Sorisole: Cassa integrazione straordinaria per due anni per i 147 lavoratori (40 dei quali accedono direttamente alla pensione tramite la mobilità). La Tessival di Fiorano al Serio: su 210 addetti, sono in Cassa straordinaria circa 80 lavoratori. Fino a dicembre Cassa integrazione straordinaria per ristrutturazione per 410 lavoratori su 630 alla Promatech negli stabilimenti di Casnigo, Colzate e Vilminore di Scalve. Alla Texter (ex Legler) di Ponte San Pietro è stata prorogata fino a maggio 2010 la Cassa integrazione straordinaria per 335 lavoratori. Cassa straordinaria anche alle Fonderie Pilenga di Comun Nuovo (per 13 settimane) per i 230 lavoratori in organico. In corso la Cassa speciale anche alla Radici Pietro Industries & Brands (l’ex Tappetificio) di Cazzano Sant’Andrea fino a un massimo di 120 dei 240 lavoratori”. E, dallo stesso quotidiano, un altro impressionante elenco, quelle delle aziende entrate in cassa integrazione da settembre: “da settembre sono entrate in Cassa integrazione ordinaria, tra le altre, la I.M.C. Italiana macchine caffè di Bergamo (62 lavoratori, fino al 27 novembre 2009), Tullio Giusi Spa di Grumello del Monte (53 lavoratori per 13 settimane dal 21), Az F.I.U.S. Spa di Terno d’Isola (51 lavoratori dal 21 settembre al 19 dicembre 2009), Officine Meccaniche Rozzoni di Brignano Gera d’Adda (48 lavoratori, dal 14 settembre all’11 dicembre 2009). Stanno per iniziarla anche l’Imet Spa di Cisano Bergamasco (55 lavoratori, dal 5 ottobre al 24 dicembre 2009), Locatelli Spa di Mapello (45 lavoratori, dal 1° ottobre al 18 dicembre 2009), Italgru srl di Ambivere (41 dipendenti, dal 5 ottobre al 19 dicembre 2009). C’è poi la cassa in deroga dal 1° di settembre al 30 giugno 2010 per i 50 lavoratori dell’Mcs Officina meccanica Spa di Urgnano; la cassa in deroga per 6 mesi della Tecno Progress di Madone (25 lavoratori); e la cassa in deroga per 13 settimane (dal 14 settembre), che coinvolge 10 impiegati della G.M.V. Macchine utensili Spa di Stezzano. È, invece, straordinaria da settembre la cassa integrazione per la Cortis Lentini di Gorle (41 lavoratori) e per le officine Turra srl di Grumello del Monte (24 lavoratori). In mobilità, infine, la M&M International di Orio al Serio (per 25 lavoratori), la Faeber Lighting System Spa di Orio al Serio (per 22 lavoratori) “.

BRESCIA

Dati generali: A fine settembre la situazione in provincia di Brescia cominciava già a precipitare. Diversi gli annunci di chiusura di diversi colossi del settore manifatturiero locale (oltre all’Ideal Standard naturalmente). Dalla Mac alla Borromini, dalla Aluminium Trevisan Cometal alla Federal Mogul di Desenzano, dal Pastificio Pagani di Rovato alla Europress di Sarezzo e alla Gnutti Sebastiano di Villa Carcina. Secondo i dati diffusi a inizio ottobre dall’Inps nel mese di settembre le aziende bresciane hanno chiesto 5,8 milioni di ore di cassa integrazione (4,6 milioni di cigo e 1,2 milioni di cigs) facendo registrare così una netta crescita (nello stesso mese del 2008 erano 864mila). Anche in settembre sono state soprattutto le imprese meccaniche a chiedere la cassa seguite dalle metallurgiche, tessili e dalle chimiche. Le ore autorizzate per il periodo gennaio – settembre 2009 hanno raggiunto quindi quota 31.924.027. La crescita rispetto al 2008 è stata dunque del 694%. Altro dato sconfortante è quello inerente i fallimenti nei primi nove mesi del 2009: 172 contro i 129 del 2008. L’analisi congiunturale relativa al terzo trimestre 2009, presentata a metà ottobre da Apindustria, evidenzia l’incedere di una crisi drammatica in provincia. Dalle 1500 imprese che costituiscono il campione è emerso un quadro sconsolante. Quattro imprese bresciane su 5 hanno registrato nel terzo trimestre un calo medio del fatturato del 30%. In ogni caso tutti gli indicatori appaiono negativi: produzione, occupazione, ordini e prezzi di listino. Secondo il rapporto Excelsior (Sistema informativo di Unioncamere) nel 2009 in provincia di Brescia si prevedono 15780 assunzioni a fronte di 21110 uscite (-5340 posti di lavoro pari al -1,7% del totale).

Crisi aziendali: Il 22 settembre scorso i 130 dipendenti della Ideal Standard, ditta specializzata nella produzione di sanitari, a seguito dell’annuncio di spegnimento del forno in funzione da circa 60 anni, e dopo tre mesi di presidio, hanno occupato il sito produttivo. Diverse le istituzioni coinvolte per cercare una soluzione alternativa alla chiusura: dal Comune al Prefetto, dalle autorità regionali al Ministero delle attività produttive. Il 6 ottobre, a seguito dell’annuncio della proprietà di non voler spegnere il forno, i lavoratori hanno deciso di chiudere l’occupazione dello stabilimento e di proseguire con un presidio permanente. Nel frattempo per trovare possibili soluzioni alla crisi della nota azienda le rappresentanze dei lavoratori e la proprietà hanno incontrato il 13 ottobre a Roma, presso il Ministero allo Sviluppo Economico, il sottosegretario Stefano Saglia, il quale ha proposto all’azienda di valutare la realizzazione della piattaforma logistica nel centro intermodale piccola velocità di Brescia. Dopo qualche giorno l’azienda ha proposto alle rappresentanze sindacali una riduzione degli esuberi, attraverso un sistema che avrebbe portato al dimezzamento variabile a livello aziendale per ogni stabilimento. I sindacati non hanno accettato la piattaforma proposta. Nel frattempo in provincia sono diverse le agitazioni dei lavoratori. Alla Rothe Erde, i lavoratori hanno deciso a metà ottobre di indire uno sciopero (un’ora per turno) per contrastare la scelta aziendale di licenziare 55 lavoratori. Alla Federal Mogul i dipendenti hanno scelto il presidio permanente e un’ora di sciopero per turno per impedire il trasferimento della produzione in Polonia e la chiusura dello stabilimento di Desenzano.  La Brandt Italia, ex Ocean, di Verolanuova, ha ufficializzato l’apertura della mobilità per 200 lavoratori su 495 dopo aver chiesto invano una proroga della cassa in deroga. Centocinquanta lavoratori della Ab Plast di Montichiari, azienda controllata dal gruppo francese Hager, hanno dato vita a un presidio permanente davanti ai cancelli della fabbrica, a seguito dell’annuncio della proprietà di voler chiudere il sito produttivo a giugno 2010.

PAVIA
Dati generali: I dati sullo stato dell’occupazione in provincia di Pavia (inerenti il primo trimestre 2009), resi noti poco dopo la metà del mese di settembre, evidenziando un saldo occupazionale positivo (+800 occupati circa) sembrerebbero presagire una prima timida ripresa. In realtà la gran parte dei nuovi posti di lavoro è di tipo precario (i contratti a tempo determinato infatti sono il 47% del totale). Secondo le compagini sindacali locali uno dei settori più colpiti risulta essere quello calzaturiero. Il 90% delle imprese di tale settore hanno attivato la cassa integrazione ordinaria e hanno registrato un calo medio del 40% di fatturato e ordini. In particolare a pagare di più la crisi sembrano essere i contoterzisti della calzatura (fornitori abituali ad es. di Prada, Gucci e Ferragamo). La flessione su base annuale è impressionante: da 200 a 40 paia al giorno; da fatturati medi che si attestavano sui 600mila euro agli attuali 200mila. Anche il settore dell’edilizia pavese sembra essere stritolato dalla crisi. Si è passati da 11mln di ore lavorate del 2008 ai circa 9 milioni attuali ; le ore di cassa integrazione ordinaria sono passate da 341mila a 818 mila.

Crisi aziendali: Alla Sigma, azienda meccanica di Vigevano, a seguito dell’attivazione della cassa straordinaria, cinquanta dipendenti hanno dato vita a un presidio davanti ai cancelli dell’azienda al fine di avere risposte sul loro futuro. Al momento la ricerca di un nuovo acquirente non ha prodotto alcun frutto. L’assessorato provinciale alle Politiche sociali si è attivato per tentare il reinserimento lavorativo dei cassintegrati. A seguito del fallimento di due aziende edili di Vigevano (la Arcadia e la Area Costruzioni) sono 60 i dipendenti rimasti senza lavoro nella zona. La situazione è disperata anche per i circa 80 artigiani che fungevano da subfornitori delle due ditte. I lavoratori dell’Arsenale di Pavia per far sentire la loro voce, a seguito della probabile chiusura del gruppo, hanno bloccato pacificamente il ministro della Difesa Ignazio La Russa che transitava in auto davanti al loro presidio. Nei giorni successivi è stata ventilata la possibilità di un reimpiego di almeno 100 dipendenti (su 235) nel locale Provveditorato agli Studi. Dal mese di agosto, secondo quanto dichiarato dal segretario della Cgil trasporti di Voghera, 15 dipendenti della Csi, cooperativa che ha in subappalto la pulizia dei treni, spazi delle stazioni e anche la minuta manutenzione, non ricevono lo stipendio. Le organizzazioni sindacali hanno minacciato la proprietà di indire uno sciopero immediato.

LODI

Dati generali: Secondo i dati diffusi a fine settembre dall’ufficio regionale CGIL, in provincia di Lodi il ricorso alla cassa integrazione è cresciuto dell’851% nel giro di un anno. Il settore che appare più coinvolto è quello industriale, seguono quello metallurgico e quello del legno. Da sottolineare l’aumento del ricorso alla cassa integrazione in deroga concessa alle realtà imprenditoriali medio piccole. Anche i dati Cisl di fine settembre confermano uno scenario fortemente negativo: 3000 lavoratori in cassa e 1300 in mobilità.Secondo un’indagine diffusa dalla locale Camera di Commercio a metà ottobre l’ultima ondata di crisi che ha travolto il territorio lodigiano ha lasciato a casa circa 10.000 lavoratori. I dati resi noti a fine ottobre non sono certo più rosei. Le ore di cassa integrazione concesse nel lodigiano da gennaio a settembre sono 2.061.189 (nello stesso periodo del 2008 erano 202.933. Lodi registra quindi un aumento del 915% attestandosi quindi al terzo posto in Lombardia dopo Lecco (+1187%) e Cremona (+1.006%). In ginocchio il polo chimico lodigiano. A parte i colossi (la Lever di Casale e la Akzo Nobel di Fombio) è tutto il settore a soffrire. Hanno avviato la cassa integrazione o stanno per farlo la Flexor di Massalengo, la Mgf di Pieve Fissiraga, la Pregis di Ossago, la 3R di Saleranno, la Poligolf di Pieve Fissiraga e la Gr Belts di Borghetto Lodigiano.

Crisi aziendali: Il 17 settembre scorso, alla Akzo Nobel di Fombio, azienda leader nel campo della produzione di vernici, i dipendenti casualmente hanno trovato dei documenti della proprietà sulla intranet aziendale (confermati successivamente dai vertici dell’impresa in un incontro con i sindacati) che annunciavano la chiusura dello stabilimento entro fine anno. I 185 dipendenti a fronte dell’annuncio hanno deciso l’immediato blocco della produzione e un presidio permanente di protesta davanti ai cancelli del sito produttivo. Qualche giorno l’azienda ha reso noto che la data di chiusura sarà fine giugno 2010. A seguito delle proteste dei dipendenti la Akzo ha concesso un incentivo mensile ai dipendenti che rimarranno fino alla chiusura e ha assicurato che farà di tutto per ricollocare almeno una parte dei dipendenti in altri siti produttivi del gruppo. Dopo svariati confronti con la proprietà chiusi negativamente le compagini sindacali hanno scelto l’atto estremo di protesta dello sciopero della fame. A seguito l’impresa ha accettato di riaprire il tavolo sindacale per discutere di riduzione degli esuberi e ricollocazione dei dipendenti. Nonostante esistesse un formale pre-accordo tra la proprietà della Lever di Casalpusterlengo e il Comune nessuno dei cassintegrati del colosso chimico è stato assunto dal nuovo centro commerciale IperFamila appena aperto nella zona. Un ex top manager dell’azienda il senatore Michele Bucci in un’intervista a metà ottobre ha dichiarato che il colosso chimico è a rischio di chiusura totale. Subito le compagini sindacali hanno cercato di approfondire con i vertici aziendali che non hanno dato risposte soddisfacenti. La Nilfisk Advance, multinazionale danese leader mondiale delle macchine professionali per la pulizia, ha deciso che sposterà alcune linee produttive di Guardamiglio in Ungheria. I vertici aziendali hanno chiesto la cassa straordinaria per 90 dipendenti su un totale di 171. I sindacati hanno subito indetto uno sciopero di protesta.

CREMONA

Dati generali: Secondo i dati resi noti dalla Provincia nella seconda metà del mese di settembre, in provincia di Cremona, calano drasticamente le assunzioni (-20%) e crescono i contratti a tempo determinato. Il calo principale riguarda il settore manifatturiero; sostanzialmente stabile la situazione in agricoltura, costruzioni, sanità e servizi di informazione. Le aree più colpite dalla crisi occupazionale sono Crema, Casalmaggiore e Soresina. L’indagine congiunturale resa nota dalla locale Camera di Commercio alla fine del mese di settembre pur confermando la grave situazione sul fronte occupazionale evidenziava timidi segnali di ripresa economica da imputarsi principalmente a un leggero aumento dei consumi. L’indagine ha poi sottolineato il perdurare di una grave crisi nel settore metalmeccanico concentrato principalmente nell’area di Castelleone  e nel settore cosmetico. Segnali di ripresa più marcati arrivano invece dal settore chimico, dall’edilizia, dal commercio e dalla siderurgia. Da rilevare poi un incremento nel primo semestre 2009 di 43 unità del numero delle imprese attive nel cremasco. Per quello che riguarda il settore metalmeccanico cremonese un’indagine della locale Fim Cisl a fine settembre sottolineava che dalla fine di luglio del 2009 la crisi ha riguardato 163 imprese per un totale di 2704 lavoratori. Secondo i dati di Cgil Lombardia (diffusi a fine ottobre) nei primi otto mesi dell’anno, il ricorso alla cassa integrazione a Cremona è aumentato del 1079% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (facendo attestare la provincia al secondo posto regionale); con un valore che supera del 594% la media regionale. Da gennaio a settembre (rispetto allo stesso periodo del 2008) le ore di cassa sono passate da 500.000 a 5,5 milioni.

Crisi Aziendali: La Cierreci, ditta di confezioni di Malagnino, ha chiuso i battenti, a seguito di un pignoramento, lasciando sulla strada 27 operai. A seguito dell’intervento dei sindacati e delle istituzioni 25 lavoratori hanno potuto accedere alla cassa integrazione speciale per cessata attività e un altro dipendente alla cassa integrazione in deroga (per l’ultimo dei 27 dipendenti non si è potuto fare nulla in quanto non risultava ancora regolarmente registrato). Dopo aver minacciato la chiusura la Rdb di Ponticelli ha attivato la cassa integrazione ordinaria fino al 5 dicembre per 60 dei 106 dipendenti. A seguito l’impresa rianalizzerà la situazione. Alla Nuova Sala di Sabbioneta è partita la procedura di mobilità volontaria di 13 dipendenti su 39. Per i restanti 26 la situazione è fortemente incerta. La Faital di Chieve, a seguito di un incontro in Regione, ha chiesto l’attivazione della cassa integrazione straordinaria per tutti i 118 dipendenti per i prossimi 12 mesi. Alla Oem-Ali di Bozzolo, azienda specializzata in forni per pizza e impastatrici, i sindacati hanno indetto 8 ore di sciopero  contro i 17 licenziamenti annunciati dalla proprietà dopo sole 14 settimane di cigo. La Comandulli di Castelleone, operante nella produzione di macchine lucida-marmo, in un’assemblea con i lavoratori a fine ottobre ha dichiarato 35 esuberi (su un totale di 94 dipendenti compresa la sede genovese). La Falegnameria Minuti di Gussola, specializzata nella produzione di serramenti, pur non avendo mai richiesto l’attivazione degli ammortizzatori sociali, da giugno non paga i dipendenti. I sindacati si son detti pronti ad adire le vie legali.

MANTOVA

Dati generali: La crisi nell’area mantovana non sembra assolutamente frenare. Secondo i dati resi noti dalla Provincia a inizio ottobre se da una parte evidenziano una certa stabilità del dato occupazionale (nei primi nove mesi dell’anno sono 1261 le persone licenziate contro le 1561 dello stesso periodo dell’anno scorso) dall’altra sottolineano la situazione drammatica sul fronte degli ammortizzatori sociali. Il settore industriale mantovano è passato da 222.814 ore autorizzate di cassa ordinaria nei primi mesi del 2008, a 1.792.997 ore nel periodo gennaio-agosto 2009. Esemplare è poi il dato riguardante l’ausilio della cassa straordinaria da parte di aziende con meno di quindici dipendenti: nel luglio 2009 sono state autorizzate 1.474.668 ore (nel luglio 2008 erano 48.753!). In particolare il settore dell’artigianato nel mantovano sembra vivere una crisi drammatica. Secondo dati diffusi dalla Cgil locale le aziende artigiane che hanno chiesto di poter utilizzare la cassa in deroga sono già 723. I lavoratori che sperano di poter accedere alla cassa (e quindi non essere licenziati) sono più di 4000 (su un totale di 5200 addetti). Più di mille di loro sono già alla seconda richiesta di sostegno al reddito. Una delle aree provinciali che sembra più colpita dalla crisi è quella di Viadana. Secondo il locale assessore alle attività economiche sono 34 le imprese della zona in forte difficoltà (su un totale di 581 addetti, 397 sono in cassa integrazione). A fine ottobre la pubblicazione dell’indagine sulla congiuntura economica locale della Camera di Commercio di Mantova segnala i timidi segni di ripresa. Se da una parte si registra un calo occupazionale del 3% e un calo produttivo (-1,5% su base trimestrale e -7% su base annuale) dall’altra emerge un timido aumento degli ordini esteri (+0,7%) e del fatturato delle imprese manifatturiere (+3%).

Crisi aziendali: Situazione drammatica alla Biztiles di Bondeno di Gonzaga, azienda di punta del polo ceramicolo locale: dismissione in corso dell’azienda ,cassa integrazione di luglio e agosto non ancora accreditata ai singoli operai e tfr non riconosciuto (sarebbero stati offerti solo 100 euro ad operaio a titolo compensativo!). La questione è stata sottoposta all’assessorato al Lavoro della Regione Lombardia. E’in corso un tentativo in extremis di reimpiego della forza lavoro dell’azienda.  Alla Pompea (noto calzificio) i lavoratori hanno indetto lo scorso 9 ottobre uno sciopero di 8 ore e presidio nei due stabilimenti di Asola e Medole a seguito dell’annuncio della proprietà di altri 50 esuberi.  Alla Ca.me.t., azienda specializzata nella carpenteria metallica tecnica, di Suzzara alcuni dipendenti a fine settembre hanno ricevuto una raccomandata che annunciava loro il licenziamento a causa dell’attuale congiuntura economica. Gli operai si sono immediatamente rivolti alle compagini sindacali per ottenere il sostegno legale. Alla Lavorwash di Pegognaga, a fronte di una richiesta di cassa integrazione per 90 operai e dieci impiegati, di fatto solo 20 operai (sempre gli stessi) sono in cassa a zero ore da cinque mesi.

(fonti: la stampa locale lombarda dal 12 settembre all’1 novembre 2009)