di Marco Pitzen
Esattamente quaranta anni fa, il 19 novembre 1969, si svolgeva in tutta Italia lo sciopero generale per la casa, frutto di una catena di lotte partite da Milano. Ricordiamo quella esperienza con un articolo di Marco Pitzen, del Sicet Milano, che ricollega tra le altre cose il passato all’oggi tracciando un quadro dell’ancora più drammatica situazione attuale dell’emergenza abitativa.
Era l’anno 1969. In quel tardo e caldo autunno, il 19 novembre, si svolge in Italia il primo e finora unico, sciopero generale per la casa. In quel periodo le lotte nelle fabbriche e nelle scuole investono le città dove risiedono ormai quasi il 50% degli italiani e la popolazione nelle aree metropolitane passa in poco meno di un decennio da 19 a 25 milioni di abitanti. Le città assumono un ruolo economico sempre più rilevante diventando poli attrattori delle grandi migrazioni interne sviluppando accelerati processi di urbanizzazione prevalentemente delle aree periferiche che generano una ulteriore esasperazione degli squilibri sociali. Non bisogna scordarsi che il cosiddetto miracolo economico italiano era fondato su un accentuato sfruttamento della forza lavoro con i salari più bassi e le giornate lavorative più lunghe d’Europa.
Proprio nel ‘69 si genera un movimento di massa sulla questione abitativa e si diffondono lotte urbane sempre più articolate sia nei contenuti che negli obiettivi. Le lotte per il diritto alla casa si inseriscono nel più generale processo di risveglio civile che scuote la società nazionale. Il movimento femminista, il movimento studentesco con il movimento operaio intrecciano e combattono le battaglie per il lavoro, la scuola, i diritti delle donne inserendo il tema dell’abitare, elevando il livello di scontro ed aprendo una nuova stagione rivendicativa senza eguali.
Dal quartiere periferico di Quarto Oggiaro parte il primo sciopero degli affitti che coinvolgerà oltre la metà degli abitanti organizzati dalla neo costituita Unione Inquilini, la quale adotterà forme di lotta, comprese le occupazioni di massa di alloggi sfitti, che si diffonderanno presto in tutto il paese. Emerge in quell’anno, su quella spinta, una visione completamente nuova della questione urbana e delle lotte sociali, cominciano ad elaborarsi teorie sull’estensione del dominio del capitale sulle aree urbane e l’affermarsi della coscienza dello sfruttamento anche fuori dalle fabbriche, ed è dunque nel novembre del 1969 che viene proclamato dai sindacati lo storico sciopero generale sulla casa. Alla mobilitazione partecipano centinaia di migliaia di lavoratori.
Il sindacato richiede maggiori investimenti nell’edilizia pubblica, l’istituzione di un sistema di equo canone per gli affitti e garanzie di lavoro per gli occupati nel settore edilizio. Proprio però la grande manifestazione dei sindacati con la sempre maggior attenzione che tra i lavoratori avevano conquistato i temi dell’abitare ed il movimento montante che rivendica organizzandosi il diritto alla casa producono una forte preoccupazione dei poteri forti più o meno occulti. Gli interessi economici legati alla rendita, ben rappresentati politicamente, sono enormi e per la prima volta nel nostro paese i sindacati, che stanno acquistando nel periodo una forza straordinaria, unitariamente trascinano la classe lavoratrice all’impegno diretto nella lotta per la casa. Un mese dopo il riuscito sciopero per la casa, il 12 dicembre, scoppia la bomba a Piazza Fontana a Milano che oltre ad avviare la strategia della tensione, ha quale immediato risultato quello di distrarre l’opinione pubblica dalla questione abitativa e non permette di produrre le riforme richieste dal movimento per il diritto alla casa.
In quarant’anni l’emergenza abitativa si è fatta ancora più drammatica; si sono consumati i processi di deregolamentazione urbanistici con uno sfruttamento selvaggio del territorio, la svendita del patrimonio pubblico, e la liberalizzazione del mercato delle locazioni. Si è assistito ad un forte impoverimento dello stock di abitazioni in locazione, legato ai processi di dismissione del patrimonio immobiliare dello stato, degli enti previdenziali pubblici, dei comuni, delle compagnie assicurative, degli istituti di credito e dei fondi pensione che è andato erodendo proprio quella parte di abitazioni che in tutti questi anni avevano contribuito a calmierare il mercato ed a soddisfare una parte importante della domanda abitativa. Mentre gli esigui programmi di intervento nell’edilizia pubblica di comuni e regioni non sono stati minimamente in grado di rispondere ai gravi problemi di disagio abitativo e hanno delineato una volontà politica dell’istituzione pubblica di disimpegno da questo settore e in molti casi di snaturamento della stessa funzione sociale dell’edilizia popolare. Un patrimonio pubblico che è andato accumulando rilevanti problemi di degrado che sono aumentati esponenzialmente con la costante diminuzione del flusso dei finanziamenti pubblici.
In tutto il paese il tasso di soddisfacimento del bisogna abitativo si è attestato su una percentuale mediamente ben al di sotto del 5% del totale dei richiedenti aventi diritto ad accedere al patrimonio pubblico, con oltre 650mila domande inevase ai comuni per una casa popolare in affitto. In questi quattro decenni il patrimonio in affitto si è eroso a tal punto da diventare quasi una quota residuale dove meno del 20% della popolazione italiana vive in locazione. Ma le politiche di svendita del patrimonio pubblico e di incentivazione all’acquisto della prima casa stanno ora provocando in una fase di crisi economica una ulteriore emergenza sociale con un enorme indebitamento delle famiglie ed un incremento esponenziale dei pignoramenti dovuti all’impossibilità di pagare i mutui contratti. Il tutto ha portato all’allargamento dell’area della precarietà alloggiativa ed a un impoverimento di strati sempre più ampi di popolazione. Tanto che in Italia ora versano in fortissima difficoltà 4 milioni e mezzo di famiglie che vivono in affitto che faticano, e spesso non ce la fanno, a pagare canoni talmente elevati che incidono, su molte di loro, per il 50 % sui redditi.
Altri dati drammatici arrivano dagli sfratti. Nel 2008 sono state 140mila le richieste, 53mila le sentenze e 25mila le esecuzioni in continuo incremento. Si calcola che siano oltre un milione e cinquecento mila le famiglie che in Italia hanno subito uno sfratto negli ultimi vent’anni. Questa secondarietà del mercato dell’affitto diventato quasi residuale ha avuto come conseguenza visibile la marginalizzazione sociale e politica del disagio. Si è ritenuto in questi anni che la questione abitativa potesse trovare una sua soluzione taumaturgica all’interno dei gangli e degli equilibri del mercato immobiliare o tramite la perfetta concorrenza nel mercato dei fitti corretto con qualche aiuto assistenziale a favore della parte più debole dell’inquilinato e nefasta è stata la legge 431/98 sulla liberalizzazione dei fitti varata dal governo di centro sinistra. La disomogeneità di questa fascia di popolazione rimasta abbandonata, strozzata e impoverita dalla forza speculativa del settore immobiliare e la sua frammentazione sul territorio non ha permesso più di sviluppare una forza organizzata che potesse dispiegarsi in maniera conflittuale. Il mercato immobiliare ha prosperato, ma ha anche penalizzato e escluso una buona fetta di ceto medio, impoverito dalla precarizzazione del lavoro, lasciandolo cadere nel gorgo dell’emergenza abitativa in una fase di massimo disimpegno politico sull’argomento da parte delle forze politiche.
Ma proprio l’attuale depressione del mercato edilizio con la prospettiva di una crisi di rendita hanno indotto il Governo a varare il nuovo “piano casa” che mira ad una ristrutturazione del comparto con una prospettiva delle politiche pubbliche per la casa di tipo recessivo non solo dal lato della spesa sociale, ma anche dal lato delle tutele e delle garanzie di accesso ai servizi che non potrà che avere delle pesanti ripercussioni in tutti quartieri popolari. In questo contesto che si profila il tentativo di riposizionare le politiche pubbliche per la casa sul comparto del cosiddetto “social housing” abbandonando del tutto l’intervento diretto sovvenzionato e puntando a realizzare attraverso un “parternariato pubblico-privato” offerte abitative la cui connotazione sociale risiede solamente nel fatto di proporre una qualsiasi edilizia residenziale sottomercato: a canone moderato, sostenibile, convenzionale e solo in minima parte a canone sociale. Ciò implica la dissipazione delle residuali risorse pubbliche fondiarie e finanziarie, comprese quelle immobilizzate nel patrimonio abitativo sociale esistente, tramite la sua ulteriore dismissione con un travisamento delle finalità di garanzia dell’accesso al sistema abitativo pubblico per gli strati di domanda in condizioni di maggior disagio.
Anche le correlate teorie falso progressiste del “mix sociale” si basano ancora sull’assunto che il lavoro sia il principale meccanismo di integrazione. Mentre oggi chi è fuori dal mercato del lavoro difficilmente ci potrà rientrare impedendogli di accedere ai diritti di cittadinanza. Progetti dunque dove la qualità dell’abitare si fonda sulla discriminazione e l’estraniazione del più debole diventa invece la variabile da eludere. La crisi finanziaria globale in atto, e la sua messa in discussione dell’ordine neoliberale, dovrebbero invece permettere di elaborare una strategia politica che ridefinisca su scala nazionale livelli essenziali delle prestazioni di welfare e attuare una riforma dell’edilizia residenziale pubblica la quale sancisca in maniera insindacabile la finalità sociale del patrimonio. Infine, sul fronte rivendicativo, importante è che a quarant’anni da quella grande mobilitazione del 1969 i sindacati uniti tornano a indire una manifestazione per garantire a tutti il diritto ad un alloggio dignitoso. La CGIL, la CISL e la UIL con i tre sindacati inquilini SUNIA, UNIAT e SICET ritrovano una intesa per richiedere politiche che affrontino l’emergenza e l’esclusione abitativa, che riducano il prezzo degli affitti e aumentino l’offerta di case popolari. Sabato 28 novembre 2009 a Milano si riprende a lottare per il diritto alla casa e alla città.
Marco Pitzen (componente del direttivo Sicet Milano)
19-11-09
Bibliografia:
AA.VV, “Città e conflitto sociale”, Feltrinelli 1972
F. Di Ciaccia , “La condizione urbana”, Feltrinelli 1974
AA.VV, “Lotte urbane e crisi della società industriale”, Savelli 1981
P. Ginsborg, “Storia d’Italia dal dopoguerra ad oggi”, Einaudi 1989
M. Pitzen, “Casa, merce, diritto, bene comune”, Ed. Punto Rosso 2007
