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	<title>Milano Internazionale &#187; milanointernazionale</title>
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		<title>La mente di Adriano Paroli</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Dec 2010 08:22:31 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[=>   Notizie e approfondimenti]]></category>

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		<description><![CDATA[di Ilario Salucci Introduzione Adriano Paroli non è un teorico. Al suo attivo non compaiono pubblicazioni di alcun tipo. Non è neppure un propagandista – né oratore degno di nota (l’evento della sua campagna elettorale del 2008 a Brescia non fu lui, ma Magdi Allam nella veste di conferenziere), né giornalista politico. Classe 1962, avvocato, [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&amp;blog=7100082&amp;post=909&amp;subd=milanointernazionale&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Ilario Salucci</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Introduzione</strong></p>
<p><strong>Adriano Paroli non è un teorico. Al suo attivo non compaiono pubblicazioni di alcun tipo. Non è neppure un propagandista – né oratore degno di nota (l’<em>evento</em> della sua campagna elettorale del 2008 a Brescia non fu lui, ma Magdi Allam nella veste di conferenziere), né giornalista politico.</strong></p>
<p><span id="more-909"></span></p>
<p>Classe 1962, avvocato, uomo di Comunione e Liberazione, debutta democristiano e “prandiniano” in politica: eletto consigliere comunale nel novembre 1991 è subito assessore di peso, all’urbanistica, prima nella breve giunta con Panella (Psi) sindaco, poi in quella, più longeva, con sindaco Corsini (Pds). Ma il ritorno di Martinazzoli a Brescia, eletto sindaco nel dicembre 1994 dopo la fallimentare gestione del passaggio dalla Dc al Partito popolare italiano, e la scomparsa di Prandini, travolto dagli scandali e tradotto in carcere, vede Paroli uscire dalla scena comunale. Passato al Centro cristiano democratico di Casini e Mastella riesce a farsi nominare candidato di tutto il centro-destra al posto di presidente della Provincia, ma viene inaspettatamente sconfitto nelle elezioni della primavera 1995. La mossa vincente nella sua carriera risulterà essere il passaggio in Forza Italia: nella primavera 1996 viene eletto a Roma, deputato, e rientra in consiglio comunale due anni dopo. Da allora è ininterrottamente deputato e consigliere comunale. Nel 2008 eletto al primo turno sindaco di Brescia, mantiene anche il proprio posto di deputato.</p>
<p>A proprio agio nei corridoi del potere fin da giovane, Paroli non si distingue in nulla di particolare quando ne esce, indistinguibile in questo da tanti incolori rappresentanti politici che affollano la cosiddetta Seconda repubblica. Perché allora indagarne la <em>mente</em>? A prima vista non parrebbe un oggetto di studio da cui trarre alcunché di interessante, o di rilevante. Ma sono arrivati “i giorni della gru”, un “evento che ha… me[sso] a dura prova le nostre capacità” (20/11)*. Paroli è sincero, qui, sulle sue capacità, ma è doveroso riconoscere che si è trovato in una situazione agli antipodi del suo mondo: lotte, scontri, sviluppi quotidiani inattesi e svolte sconcertanti, pluralità di soggetti pubblici e centinaia, poi migliaia di persone che dicevano la loro, e <em>lo dicevano con forza</em>. In questi giorni, nella sequenza delle sue dichiarazioni, note, interviste rilasciate, è emersa una visione politica specifica, pur se parziale e tavolta tortuosa e zoppicante. Vi è stato un progressivo dispiegarsi non tanto di ragionamenti, ma di temi, figure, scelte lessicali che delineano questa visione.</p>
<p>Un’obiezione possibile è quella per cui le prese di posizione di Paroli sono state tutto sommato funzionali, strumentali alla realizzazione di un piano molto semplice e banale: di fronte alla mobilitazione dei lavoratori immigrati a cui era stato negato il permesso di soggiorno l’importante era far tutto il possibile per evitare il ripetersi dei <em>45 giorni</em> di lotta del 2000**, quando i lavoratori immigrati, in una situazione analoga all’odierna, ottennero una eccezionale vittoria. Piano semplice e banale deciso e gestito da Roma, secondo alcuni: e allora si avrebbe addirittura una sorta di doppia funzionalità e strumentalità. In questo senso le prese di posizione di Paroli verrebbero ridotte a figure retoriche, più o meno ben azzeccate, che non rinviano ad altro che a se stesse, totalmente sprovviste di contenuto politico, tantomeno di <em>visione</em> politica. Ma il problema è: perché queste figure retoriche, e non altre? Figure ricomponibili, in sovrappiù, in un sistema abbastanza coerente, che è possibile definire in termini di visione politica. Ipotizzare la doppiezza di Paroli conduce paradossalmente a ipotizzare che questa visione è ancora più importante da analizzare: più che essere, in questa ipotesi, dell’uomo Paroli, è dell’ambiente (di potere) di cui Paroli fa parte. Da questa visione collettivamente condivisa Paroli ha saccheggiato al bisogno quello che gli serviva – e così facendo l’ha rivelata.</p>
<p>* Le citazioni di Paroli sono sempre riprese da frasi virgolettate pubblicate sui quotidiani, e presenti nella rassegna stampa del Comune di Brescia. Ho analizzato la rassegna stampa dal 15 settembre al 30 novembre 2010: le dichiarazioni di Paroli sulla lotta dei lavoratori immigrati coprono il periodo 23 ottobre – 23 novembre. Non conosco la precedente produzione “dichiarativa” di Paroli. Non tengo in alcun conto le dichiarazioni del vicesindaco leghista Fabio Rolfi (con una sola eccezione), <em>alter ego</em> di Adriano Paroli, dichiarazioni che si distinguono solo per essere, volta a volta, ciniche, oscene o grottesche, con un linguaggio che un tempo si sarebbe definito “da caserma”, ma che sono una componente essenziale al funzionamento del potere (riferimento d’obbligo: Slavoj Zizek, Il grande altro, Feltrinelli, 1999, pp. 10-11). Per non appesantire il testo riporto le citazione con la sola data in cui sono state rilasciate (e quindi sono rintracciabili sui quotidiani del giorno successivo), senza indicazione della testata. I corsivi sono sempre miei.</p>
<p>** Si veda la cronistoria di quei giorni a: <a href="http://www.lernesto.it/index.aspx?m=77&amp;f=2&amp;IDArticolo=4285">http://www.lernesto.it/index.aspx?m=77&amp;f=2&amp;IDArticolo=4285</a>, reperibile anche su: <a href="http://africainsieme.wordpress.com/2009/09/27/la-protesta-di-brescia-estate-2000/">http://africainsieme.wordpress.com/2009/09/27/la-protesta-di-brescia-estate-2000/</a></p>
<p><strong><em>Qui pro quo</em></strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Paroli sviluppa la propria visione politica in un lasso di tempo limitato, dal 5 al 16 novembre. Per i primi 25 giorni della mobilitazione dei lavoratori immigrati (dal 28 settembre al 22 ottobre) il sindaco è assente, o decide di non intervenire in alcun modo nella vicenda. E per i successivi 13 giorni (dal 23 ottobre al 4 novembre) le sue dichiarazioni sono concettualmente molto semplici, ripetitive. L’unico, o quasi, a essere usato è il linguaggio del comando, dell’ordine e della minaccia se l’ordine non viene eseguito, fino alle concitate formulazioni del 2 novembre:<strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>“La città non <em>tollererà</em> oltre” [l’occupazione della gru] / “l&#8217;offerta di accogliere la proposta [<span style="text-decoration:underline;">sic</span>] … non dura giorni, ma ore”, “dura poche ore”, “tra qualche ora”, “decidete subito” / “poi la questione diventa di ordine pubblico”, “sarà <em>solo</em> una questione di ordine pubblico”, “questione <em>ormai</em> di ordine pubblico” / “la <em>parola </em>spetterà alla Questura”, “la <em>parola</em> al questore”</p>
<p>Fino al 30 ottobre gli ultimatum sono relativi al presidio (da smantellare) di via Lupi di Toscana davanti all&#8217;ufficio unico della Prefettura e al corteo del 30 ottobre (da annullare).</p>
<p>Il presidio non viene più autorizzato dopo il 15 ottobre. Perché? Il 5/11 Paroli retrospettivamente risponde: perché “illegale, inutile”. Dire che è illegale è semplicemente dire che non è autorizzato. Non si dice <em>perché</em> non è stato autorizzato. La inutilità può essere riferita agli interessi dei presidianti – ma questa valutazione non può certo spettare al sindaco, non essendo, fino a prova contraria, uno di loro; oppure può essere riferita agli interessi della Giunta – il che equivale a dire che non esiste libertà di manifestazione al di fuori degli interessi della Giunta. Una dichiarazione <em>un po’ troppo</em> forte. Il 23/10 il sindaco eccelle in tortuosità che fanno addirittura rimpiangere le sue dichiarazioni del 2 novembre:</p>
<p>“Comprendo la situazione complicata in cui queste persone si trovano, perché c’è in gioco il loro destino”, “capisco le ragioni, ma” / “il rischio è… che [i lavoratori immigrati] trovino da parte della città contrarietà e non supporto proprio per il metodo scelto” [“metodo” nel linguaggio di Paroli significa: presidio]</p>
<p>Paroli si preoccupa della buona riuscita della mobilitazione dei lavoratori immigrati? Nessun timore, contemporaneamente il sindaco si premura a dire che il “rischio della contrarietà” non c’è, c’è solo la “contrarietà”:</p>
<p>“quel presidio non è ciò che i cittadini vogliono”, “una situazione che alla città non piace”, “Brescia è una città che non si concilia con questi metodi” [metodi = presidio]</p>
<p>Perché? E che risparmio di tempo, preoccupazioni e fatica a far l’economia del confronto democratico di massa per sapere “ciò che i cittadini vogliono”, per questo c’è un interprete che lo sa sempre, e istantaneamente! Dopodiché non è chiaro come sia possibile che la volontà dei cittadini, quand’anche fosse determinata, possa cancellare diritti quali quelli di espressione e di riunione, perché tale era il presidio, più che pacifico, in posizione decentrata, che non creava alcun problema né alla viabilità, né ai residenti, né a nient’altro. E poi: cosa significa “conciliare” o “non conciliare” una “città” con un presidio? Invece di chiarire questo groviglio concettuale e linguistico, Paroli segue alla lettera il suo precetto “alzare i toni non aiuta nessuno”:</p>
<p>la “città” deve essere “difesa e tutelata” da questo presidio, “illegittimo”, “fuori luogo e sconveniente” -  “il metodo non è autorizzato né più tollerabile” [stavolta ci pensa lo stesso Paroli a tradurre:] “quel presidio non è autorizzato e non lo sarà più” &#8211; “le Forze dell’ordine non possono davvero tollerare oltre una situazione che corre il rischio di sfociare in problemi di ordine pubblico”</p>
<p>Naturalmente un presidio deve essere (1) autorizzato dal Comune in quanto occupa suolo pubblico, ma si tratta di atto puramente amministrativo, e non può esser negato per motivi politici, o sulla base di considerazioni sul merito di quello che propagandano i presidianti (2) autorizzato dalla Questura che può negarla solo per <em>comprovati</em> motivi di ordine pubblico. Le cose che Paroli considera “illegittime, fuori luogo e sconvenienti” non possono legalmente interferire con l’attività amministrativa del Comune, e risulta ben strano che sia il Sindaco a dire ciò che la Questura può o non può tollerare, facendo insinuazioni non sul fatto che vi siano problemi di ordine pubblico (quali?), e neppure un rischio che ve ne siano (quali?), ma che “si corre il rischio” che “la situazione sfoci” in tali problemi. Chi può creare tali problemi? Quali sono o potrebbero essere tali problemi? Nell’eloquio del Sindaco è inutile cercare queste cose, l’importante è che <em>in qualche modo</em> appaia il termine “ordine pubblico”.</p>
<p>L’8/11 Paroli ricorderà quel sabato 23 ottobre:</p>
<p>“noi li abbiamo incontrati [i lavoratori immigrati in lotta] due sabati fa, raggiungendo l’accordo [<span style="text-decoration:underline;">sic</span>] che ci saremmo spesi<em> </em>nelle sedi opportune <em>a patto</em> che venisse smantellato il presidio e che non avessero manifestato<em> </em>insieme [<span style="text-decoration:underline;">sic</span>] agli alpini”.<strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Il secondo ultimatum era relativo al corteo del 30 ottobre, e in questa occasione Paroli riesce nel difficile compito di mettere in imbarazzo il vicequestore Ricifari. Il problema è sempre quello del presidio: la Questura può vietare manifestazioni solo in presenza di motivi di ordine pubblico. Cerco di riassumere.</p>
<p>Già il 23 ottobre Paroli intima di non tenere alcuna manifestazione il sabato successivo, giorno in cui vi è una manifestazione degli alpini (in tutt’altri luoghi di quelli previsti dalla manifestazione dei lavoratori immigrati). La non autorizzazione della Questura viene comunicata giovedì 28. Il 30 ottobre il concentramento si tiene comunque, e viene permesso ai manifestanti di fare poche centinaia di metri per via S. Faustino, mentre contemporaneamente vigili e polizia smantellano il presidio in via Lupi di Toscana. La manifestazione si conclude con l’occupazione della gru del cantiere della metropolitana in Piazza Cesare Battisti. Il Sindaco fa una serie di dichiarazioni molto imbarazzanti per la Questura, perché si dimentica di mettere da qualche parte il termine “ordine pubblico” e dice che i lavoratori immigrati non possono fare una manifestazione solo perché<em> in contemporanea</em>,<em> </em><em>in concomitanza </em>con quella degli alpini:</p>
<p>“la città vuole e pretende di poter <em>festeggiare</em> insieme ai suoi alpini i 90 anni di attività del Corpo” (29/10), “pensare di manifestare le proprie idee non <em>rispettando </em>altre <em>celebrazioni</em> preparate da tempo diventa un atto di <em>prepotenza</em>” (30/10), “manifestare è legittimo, ma cortei e proteste non devono trasformarsi in manifestazioni di… <em>prepotenza</em>” (29/10). Mantenere il concentramento nonostante la mancata autorizzazione “è inaccettabile ed è purtroppo una occasione persa da parte degli immigrati e di chi li ha organizzati per instaurare un rapporto positivo con la città”, “palesa l’<em>incapacità di capire</em> la realtà <em>in cui a parole si desidererebbe</em> vivere e integrarsi” (30/10)</p>
<p>Quindi per Paroli quello che conta non è l’ordine pubblico, mai messo in discussione, ma il <em>rispetto</em> “delle celebrazioni”, “dei festeggiamenti”: con il <em>rispetto</em> si accede all’<em>integrazione</em>, senza <em>rispetto</em> si ha manifestazione di <em>prepotenza</em>. Non si è più in un universo legale, ma in universo nuovo, diverso – sarà quello che verrà approfondito e articolato dal 5 novembre. In Questura non devono esser stati molto contenti. Hanno potuto vietare il corteo solo per <em>comprovati</em> motivi di ordine pubblico. Quali? Assistiamo alle acrobazie senza manganello ma stavolta solo linguistiche del vicequestore Ricifari:</p>
<p><strong> </strong></p>
<p>“ritengo che la manifestazione proprio domani [in realtà dopodomani] in centro, <em>in concomitanza</em> con quella degli Alpini, possa creare, <em>suo malgrado</em>, qualche problema di ordine pubblico” (28/10)</p>
<p>Non contento Paroli dice chiaro e tondo che l’ordine pubblico viene messo in discussione <em>in conseguenza</em> del divieto del corteo del 30 ottobre, non è il divieto ad essere <em>motivato</em> da problemi di ordine pubblico:</p>
<p>“Sarebbe un gesto intelligente evitare manifestazioni non autorizzate che potrebbero compromettere le diverse iniziative e nuocerebbero al desiderio della città di festeggiare e celebrare” (29/10)</p>
<p>L’illegalità del divieto del corteo del 30 ottobre è dimostrata dalle stesse parole di Paroli, principale testimone d’accusa (sia pure involontario) contro la Questura di Brescia.</p>
<p>Ma tutti gli ultimatum falliscono. I lavoratori immigrati non smantellano il presidio di via Lupi di Toscana, non annullano il corteo del 30 ottobre, e di fronte allo smantellamento ad opera della polizia del presidio occupano la gru. L’ultimatum del 2 novembre (<em>scendete o ve ne pentirete</em>) viene coralmente rigettato. E allora? Seguono due giorni di sconcerto, il 3 e 4 novembre. Paroli non sa più cosa dire, i suoi ordini sono stati disubbiditi dal primo all’ultimo. E’ così che si lascia andare:</p>
<p>“In questo momento il rischio di una tragedia è davvero altissimo. Questi ragazzi stanno mettendo a repentaglio la loro vita . C’è una forte responsabilità da parte di chi ha illuso questi giovani. Massima solidarietà sul piano umano” (4/11)</p>
<p>Ma è solo una malinconica parentesi. Dal 5 novembre Paroli finalmente disvela la sua visione politica.</p>
<p><strong>L’incubo</strong></p>
<p>Il 5 novembre viene deciso nelle alte sfere la linea dura, la linea del blitz. Presupposto è l’installazione di una rete di protezione sotto la gru, senza la quale nessuna azione di polizia era immaginabile, l’arrivo di ingenti forze dell’ordine (250 tra poliziotti e carabinieri arrivati da Genova, Padova, Bologna e Milano), l’isolamento totale della zona da lunedì 8 novembre, con cariche, fermi, arresti, espulsioni e rimpatri. Questa linea, inizialmente nella versione “tirar[li] giù dalla gru con un&#8217;azione di forza” come chiedeva ancora l’11/11 Giuseppe Romele, vicepresidente della Provincia; poi, come ha spiegato Roberto Toffoli, consigliere comunale Pdl, lo stesso giorno: “mantenimento del regime di assedio e razionamento dei viveri secondo i criteri del necessario e nulla più” fino a che fossero scesi sfibrati, verrà mantenuta in modo integrale fino a martedì 9 novembre.</p>
<p>Il linguaggio del comando, dell’ordine, dell’ultimatum naturalmente prosegue:</p>
<p>“non hanno altra scelta se non scendere” (5/11); “il limite è stato superato, siamo ben oltre qualsiasi pazienza possibile, basta… questa illegalità va sanata, ci sono istituzioni quali la Questura che hanno gli strumenti per decidere come intervenire” (7/11); “il presidio non era pacifico e condivido la decisione del prefetto e del questore&#8230; solidarietà alle forze dell&#8217;ordine che stanno facendo un lavoro importante per ripristinare la legalità e i diritti dei cittadini del quartiere” (8/11); “una situazione di assoluta irragionevolezza… una situazione inaccettabile, intollerabile… il limite è stato superato… non [ci sono] più alternative” (8/11)</p>
<p>Ma oltre a questo viene sviluppato un discorso aggiuntivo, di cui alcuni elementi erano già emersi nella  fase precedente. Paroli dice che “siamo davanti soprattutto ad una questione di regole” (4/11), regole “fatte di diritti e doveri” (16/11). Ma queste regole, questi diritti e doveri sono qualcosa di ben diverso dai doveri prescritti dalla legge e dai diritti garantiti dalla stessa. Tant’è che Paroli dice che la legge non basta, “serve un nuovo patto sociale che renda chiari doveri e diritti di tutti” (16/11)*.</p>
<p>Cosa sono questi doveri e diritti che esulano dalla legge? Per ciò che attiene ai doveri Paroli parla di “rispetto… del sentimento di una città”, “rispetto degli altri”, rispetto di “valori”, “tradizioni” e “immagine”che non devono essere “offesi”, “sfidati” o “schiaffeggiati” (7/11). A <em>sentimento</em>, <em>valori</em>, <em>tradizioni</em> e <em>immagine</em>, Paroli aggiungerà <em>identità</em> (8/11) e <em>anima</em> (15/11) della città.</p>
<p>Tutte queste cose vanno <em>rispettate</em>. “Chi viene qui per lavorare” (7/11) è tenuto all’osservanza di questi doveri (qui non c’entra legalità, permessi di soggiorno o altro), se vogliono essere <em>integrati</em>.</p>
<p>“L’integrazione è possibile solo nel rispetto delle regole e del sentimento di una città. Invece dalla protesta di questi giorni Brescia si sente offesa nei propri valori… una integrazione vera non può esserci se non dentro un sistema fatto di rispetto. Degli altri e delle regole” (5/11); “Quello che sta accadendo in questi giorni è un vero e proprio schiaffo all’immagine della nostra città, accogliente e generosa per tradizione. Lo è anche per le migliaia di immigrati che vivono tra noi e per il lavoro di integrazione compiuto in questi anni”. La manifestazione del 30 ottobre è stata “una vera e propria sfida ai nostri valori e alle nostre tradizioni…. Chi viene qui per lavorare, non può offenderci in questo modo” (7/11); sono stati dissipati “anni di lavoro delle forze sociali e delle istituzioni sulla strada dell&#8217;integrazione… Da anni Brescia lavora per l’integrazione e oggi tutto diventa più difficile ma noi continueremo a lavorare per l’integrazione… si è offesa l’identità di Brescia e si è nuociuto ad anni di lavoro per l’integrazione” (8/11); “la protesta aveva comunque messo a repentaglio anni di lavoro a favore della integrazione… necessità di un nuovo patto sociale per salvaguardare l&#8217;anima accogliente di questa città ma anche il rispetto per i doveri” (15/11).</p>
<p>Brescia è “accogliente e generosa” (5 e 7/11) , mostra “accoglienza e attenzione ai più deboli” (5/11), “la nostra storia… è fatta di <em>sguardi</em> e azioni rivolti alla persona e ai bisognosi” (15/11), ma se non si rispettano i doveri allora si fa un “<em>ricatto</em> nei confronti di una città” (7/11), il cui esito è “quello di alimentare <em>diffidenza</em> ed <em>antipatia </em>verso tutti gli stranieri onesti [che rispettano i doveri]” (7/11), si crea un’offesa a cui la reazione comprensibile è una reazione “di pancia” (nel caso specifico: voler lasciare gli immigrati sulla gru senza acqua e cibo), ma bisogna essere <em>responsabili</em> (5/11): cioè bisogna “liberare la città dal <em>ricatto</em> della quale è <em>vittima</em>… <em>ricattare</em> la città non servirà a nessuno&#8230; Un conto è la solidarietà umana, un altro è cedere ad un vero e proprio <em>ricatto</em> nei confronti della città tutta. Non lo possiamo accettare” (8/11), “non cediamo ai <em>ricatti</em>” (13/11), “non intendiamo <em>concedere</em> più nulla” (7/11).</p>
<p>E i diritti? “La <em>tutela dei diritti</em> viene anzitutto” dice il 16/11, ma aveva ben chiarito, l’8/11: “Bisogna garantire <em>i diritti di tutti</em>. E <em>sono i diritti dei bresciani</em>”. Per ciò che riguarda diritti come quelli di espressione e di riunione? Sono <em>relativi</em>: “le manifestazioni non potranno mai più essere contro la città”; “qui tutti hanno sempre potuto manifestare: ma un conto è manifestare, altro manifestare contro” (16/11).</p>
<p>Il quadro che emerge è terribile. Paroli nega ogni divisione del corpo sociale, e si fa interprete di un corpo collettivo (la città) considerato come unità e totalità al di sotto della sfera economica e sociale. Le masse, fuse in questo corpo collettivo svolgono al massimo una funzione coreografica, ornamentale (<em>le celebrazioni, i festeggiamenti</em>). Le regole al quale si richiama non appartengono al diritto: l’anima, l’identità, il sentimento, i valori, le tradizioni, e l’immagine che ne consegue sono elementi della <em>città</em>, corpo collettivo unico: fanno parte della natura, dove a un’offesa, a una sfida, non può non esserci la conseguente umiliazione del reo, o la sua punizione (Rolfi lo dice espressamente, l’8/11, sulle colonne de <em>laPadania</em>). L’universo di Paroli è <em>un universo senza legge</em>. Libertà essenziali dell’individuo (di espressione, di culto, di residenza, di riunione, ecc.) vengono negate, subordinate alla <em>volontà della città</em> (si vedano le sue dichiarazioni del 23 ottobre), che può <em>concedere</em>, nella sua <em>generosità</em> – ma solo se si fa atto di <em>sottomissione</em>, vera sintesi dei doveri nell’accezione di Paroli.</p>
<p>Distruzione del politico come luogo di confronto della pluralità e delle diversità umane, negazione delle libertà essenziali dell’individuo, elogio dello spirito di sottomissione – a quando l’apologia del boia?</p>
<p>La città in realtà è un corpo sociale plurale, attraversato da mille divisioni, di classe, di gruppi sociali, di libera associazione, in cui interessi, originalità, volontà collettive e individuali, tutte con molteplici rispettive sfumature, si intrecciano, si scontrano, convergono o divergono a seconda dei tempi, delle tematiche, in un farsi e disfarsi continuo delle collettività umane, un aspetto genialmente colto da Musil quando afferma che ogni metropoli è “costituita da irregolarità, avvicendamenti, precipitazioni, intermittenze, collisioni di cose e di eventi, e, frammezzo, punti di silenzio abissali; …, da un gran battito ritmico e dall’eterno disaccordo e sconvolgimento di tutti i ritmi”. Ma per Paroli tutto questo non può<em> </em>esistere. Il conflitto sociale non c’è anche se gli scoppia sotto il naso: si tratta di una manipolazione ad opera dei <em>cattivi maestri</em>, è un complotto. L’unità del corpo collettivo-città può essere messo in discussione solo da elementi che introducono dall’esterno conflitti altrimenti inesistenti:</p>
<p>i lavoratori immigrati sulla gru erano “ragazzi che <em>non sapevano nemmeno bene quel che stavano facendo</em> là sopra… persone <em>disperate</em>” (20/11), “protestava[no] <em>senza rendersene conto</em>… non erano sulla gru <em>solo</em> per loro volontà… <em>altri decidevano</em> la loro sorte” (16/11), “non aveva[no]… <em>consapevolezza…</em> persone nè indagate nè esperte di una situazione come quella che li ha portati in cima alla gru. Vicenda che, di certo non ha aiutato gli immigrati, ma qualche gruppo che li ha <em>strumentalizzati</em> ad avere <em>visibilità</em>” (15/11), “chi è lassù non si rende conto della gravità della situazione e continua ad essere strumentalizzato… tutta colpa dei <em>cattivi maestri</em>” (8/11), “che li hanno mal consigliati, …<em>specula[ndo]</em> sulle difficoltà e sulle aspettative di poveri immigrati, <em>illudendoli</em>” (5/11). “Che pongano fine ad una protesta in cui loro sono le <em>vittime</em> <em>sacrificali</em>” (8/11).</p>
<p>Per ciò che riguarda gli immigrati, non rientrano e non potranno mai rientrare nel corpo collettivo-città. Sottomettendosi verranno accettati, tollerati, mai<em> assimilati</em>; al più destinatari della generosità e delle concessioni fatte dalla città. Questo è il significato della parola <em>integrazione</em>. Così si chiariscono tutte le dichiazioni di Paroli sul lavoro fatto dalla sua amministrazione a favore dell’integrazione: non sono dichiarazioni menzognere (tenendo a mente tutte le ordinanze contro gli immigrati), <em>sono strettamente veritiere</em>. Il corpo collettivo-città è razzialmente definito. Se gli immigrati non si sottometteranno, o rifiuteranno l’attuale sottomissione, diventeranno una categoria di paria sociali, veri o propri fuorilegge, la cui alterità viene esaltata per farne il catalizzatore dell’odio sociale. Qui però si crea un cortocircuito: per essere <em>veri</em> fuorilegge bisogna contravvenire alla legge stessa (la terribile legge italiana del reato di clandestinità) , non è sufficiente opporsi alla <em>visione</em> di Paroli. Ecco che allora da un lato Paroli non può confrontarsi con le vere richieste dei lavoratori immigrati (incontro con Maroni, tavolo istituzionale sulla sanatoria – presidio autorizzato permanente – garanzie di non espulsione e rimpatrio per tutti in attesa dei risultati del tavolo istituzionale), ma fa credere che le richieste siano (1) i permessi di soggiorno subito (2) solo per chi è sulla gru. Solo con questa falsificazione riesce a portarsi sul terreno legale, di diritto.</p>
<p>E’ “<em>evidente a tutti</em> che le persone che si trovano in cima alla gru non sono nè colf nè badanti. E l’emersione dal lavoro nero del settembre 2009 riguardava le une e le altre, non era una sanatoria. Dunque, la loro domanda di permesso di soggiorno è stata respinta, perché non aveva i <em>requisiti</em>… Se loro ritengono di avere delle ragioni, scendano dalla gru e le facciano valere in tribunale” (7/11), chiedono “un permesso al quale non hanno in nessun modo diritto” (5/11) perché “la legge di emersione dal lavoro nero era per colf e badanti” (8/11). “Non hanno alcun diritto da far valere… parlare di diritti è <em>fuorviante</em> [perché] sappiamo <em>tutti </em>che nessuno di loro è colf o badante per le quali la legge ha previsto la regolarizzazione con la sanatoria [quindi la loro è] una protesta… <em>inconsistente</em> nel merito”. “Non saranno concessi permessi di soggiorno”. (8/11)</p>
<p>Ma spostandosi sul terreno legale, di diritto, Paroli incrocia ed utilizza a piene mani quel mostro giuridico e politico che è la sanatoria per colf e badanti. <em>Una sanatoria che è stata pensata e scritta come legge per tutti – e che solo pro forma riportava per colf e badanti.</em> Sulla stampa locale questa semplice verità non è mai apparsa, se non un fugace accenno in una dichiarazione di padre Toffari del 18/11. E’ in realtà “<em>evidente a tutti</em>” che il 90% dei<em> sanati </em>non sono mai stati né colf, né badanti. Un colosso di ipocrisia che doveva servire a tutti: agli immigrati che si regolarizzavano sia pur a caro prezzo; allo Stato, che incassava pingui somme; all’Inps che si trovava gratificata di contributi creati ex novo (a carico dei lavoratori, anche se formalmente dei datori di lavoro); ai trafficanti e speculatori d’ogni risma che colgono ogni buona occasione per far strozzinaggio ai danni dei più deboli; alle autorità italiane che grazie a una sanatoria per tutti finalmente hanno una conoscenza completa della realtà straniera; ai partiti e organizzazioni xenofobe e razziste che hanno potuto vantarsi che non una sanatoria è stata fatta, ma un’ “emersione dal lavoro nero” delle sole colf e badanti, e che quindi sono efficienti nel far fronte all’immigrazione. Mostro giuridico e politico inserito in una legislazione sugli immigrati che nel suo complesso è mostruosa dal punto di vista giuridico e politico, in cui tutto è scritto ed è scritto anche il suo contrario, e in cui quindi funzionari, responsabili locali o nazionali possono fare quello che vogliono perché c’è una pezza d’appoggio legale per qualsiasi cosa. Rispettare la legge? Quale legge se una dice una cosa e l’altra tutt’altro? Come è possibile far valere i diritti in Tribunale quando si è stati rimpatriati? Ma soprattutto: <em>non di rispetto della legge</em> qui si tratta, ma di <em>rispetto per delle</em> <em>circolari</em>, prodotte da corpi amministrativi, alla faccia della funzione legislativa del Parlamento. La vita dei lavoratori immigrati è sovradeterminata da questa abnorme produzione amministrativa che contrasta con i più basilari principi dello stato di diritto**. La cosiddetta sanatoria “per colf e badanti” è stata infatti stravolta dalla successiva “<em>circolare</em> Manganelli” per cui chi non aveva ottemperato all’ordine di espulsione in quanto senza documenti si sarebbe vista la domanda respinta – indipendentemente se uno era effettivamente o meno colf o badante. Un mostro due volte. E Paroli <em>mai</em> ha fatto cenno alla  “<em>circolare</em> Manganelli” anche se tutta la mobilitazione dei lavoratori immigrati è sempre stata solo ed esclusivamente su questo aspetto!</p>
<p>Ricordiamo i dati: a ottobre viene affermato che le pratiche respinte sono circa un migliaio, il 10/11 il <em>Il Sole 24ore</em> afferma che a Brescia sono state rigettate “1.675 pratiche su un totale di 9.429 pratiche definite (il 17,78%). Per <em>quasi tutti</em> il no è arrivato a causa di precedenti condanne per clandestinità”. Da questo momento in poi la cifra comunemente riportata diventa 1.700. Il 26/11 la Prefettura fornisce nuovi dati: 1.783 pratiche respinte su 9.466 pratiche definite (quindi confrontando i dati del <em>Sole 24ore</em> del 10/11 le pratiche definite sarebbero aumentate solo di 30, <em>di cui</em> 113 respinte!), 750 in corso di rigetto e altre 838 in fase di istruttoria (ma al totale mancano ancora circa 200 pratiche, scomparse). I numeri sono confusi, ma ci si attesterà probabilmente su 2.500-3.000 domande rigettate su più di 11.000 presentate (circa il 25%). Curiosamente da parte del potere si tende a ridurre l’incidenza della “circolare Manganelli” (a Brescia di passa da 350 [Questura, 28/10] a circa 100 [Beccalossi, 11/11] e infine a circa 60 [<em>Giornale di Brescia</em>, 16/11]), mentre l’incidenza della Manganelli è il parametro dell’<em>efficienza della polizia</em> nel reprimere il “reato della clandestinità”, visto che le 11.242 persone che hanno fatto richiesta di sanatoria erano ovviamente senza documenti.  “Meglio che a tutti è andata agli immigrati di Varese: 4.839 domande presentate, 4.173 pratiche definite e solo 180 rigetti. Una percentuale del 4,31% che si può considerare fisiologica come quelle di Sondrio (6,09%) e Como (7,34%)” diceva il già citato articolo del <em>Sole 24ore</em>. Questi dati mostrano nella loro crudezza quanto la sanatoria del settembre 2009 e la circolare del marzo 2010 siano una doppia mostruosità giuridica e politica, perché nessun dato fattuale può giustificare in alcun modo il divario tra una percentuale di respingimenti del 4% a Varese e del 25% a Brescia, considerando il fatto che nelle due province il rapporto tra domande presentate nel settembre 2009 e popolazione straniera residente (“con documenti”) al 1 gennaio 2008 è praticamente identica, circa l’8,5%. Ma su questo avremo modo di tornare nelle conclusioni.</p>
<p>* Il Partito democratico plaudirà alla proposta di Paroli di un nuovo “patto sociale”.</p>
<p>** Riferimento d’obbligo: Luigi Ferrajoli<em>,</em> Politiche contro gli immigrati e razzismo istituzionale in Italia; Iside Gjergji<em>,</em> La socializzazione dell&#8217;arbitrio. Alcune note sulla gestione autoritaria dei movimenti migratori, in: Pietro Basso (a cura di), <strong>Razzismo di stato. Stati Uniti, Europa, Italia, Franco Angeli, 2010.</strong></p>
<p><strong>La sconfitta</strong></p>
<p>Mercoledì 10 novembre la situazione è bloccata. L’installazione della rete protettiva sotto la gru si è rivelata impossibile. <em>Finiscono gli ultimatum, iniziano le trattative individuali</em>. L’obiettivo è sempre quello di chiudere una protesta non solo senza cedimenti sulle richieste, ma anche con una <em>visibile </em>sconfitta della lotta,<em> che possa servire di lezione</em>: dapprima grazie una discesa sotto minaccia, a un blitz poliziesco, a una discesa per stanchezza, gli immigrati finalmente <em>piegati</em> e <em>puniti</em> &#8211; espulsi, rimpatriati, oppure incarcerati. Ora si puntano le carte su una rottura delle solidarietà collettive grazie a successive discese individuali. Ma per far questo sono necessari garanzie di non espulsione e di libertà individuale e copertura politica delle rispettive comunità. Sia pur individuali iniziano delle <em>trattative</em>, non più solo comandi, ordini, minacce. Ma anche questa strada non riesce ad essere quella risolutiva: dei sei immigrati solo due accettano di scendere. Domenica 14 novembre iniziano delle <em>trattative collettive</em>, la negazione totale della visione politica di Paroli. Trattative certo particolari e con sostanziosi margini di ambiguità: per “interposta persona” da parte delle autorità, che si avvolgono di sindacati (Cgil e Cisl) e Curia, in un rapporto ambiguo e in nuce conflittuale con gli stessi, dando loro da un lato un privato via libera, ma senza riconoscere pubblicamente il contenuto della mediazione proposta. Alla fine il risultato raggiunto è, in parte, una mediazione tra lavoratori immigrati in lotta e autorità; e in parte, un’adesione alla lotta degli immigrati da parte delle maggiori organizzazioni di massa di Brescia, che si impegnano sulle loro richieste. Né solo una cosa, né solo l’altra. Il tutto complicato all’estremo dall’opposizione a questa trattativa del Ministero degli interni: in itinere dichiarazioni provocatorie della Prefetto; fermo, espulsione e successivo rimpatrio di uno dei dirigenti della lotta stessa, in spregio a qualsiasi norma di diritto, di legalità. Ma nonostante questa opposizione, queste provocazioni e queste ambiguità l<em>a visione politica a cui ha dato voce Paroli  è la vera sconfitta</em>: non sottomissione, ma trattativa da pari a pari; non corpo collettivo unico della città, ma pluralismo e autonomia delle sue componenti. Il testo di Cgil, Cisl e Curia recita:</p>
<p><em>“Le iniziative da voi assunte hanno messo in luce, con drammaticità ed efficacia, sia a livello locale che nazionale, l’esistenza di una vera e rilevante questione riguardante l’accertamento ed il riconoscimento di diritti, l’assegnazione dei permessi di soggiorno e le istanze di regolarizzazione. […] vi verrà garantito un trattamento umanitario così come è già stato riservato agli altri vostri due fratelli che sono scesi nei giorni scorsi. I risultati da voi ottenuti, quali la solidarietà e tutte le iniziative, anche a livello parlamentare, per modificare l’attuale legislazione, non verranno… annullati. Per tali motivi, le iniziative proseguiranno sia con la concessione di un presidio autorizzato a Brescia, sia con l’apertura di un tavolo istituzionale presso la Prefettura con la presenza di tutti coloro che vi sono stati vicini e che sono interessati a risolvere i problemi da voi sollevati con grande determinazione”</em><em> </em></p>
<p>Su questo testo viene fatta una vera trattativa per una intera giornata su una serie di aspetti concreti e tecnici che si concludono positivamente. I quattro immigrati scendono dalla gru in una serata, quella di lunedì 15 novembre, che è <em>la scena della vittoria</em>: i quattro immigrati scendono, ritti, non piegati, insieme, con garanzie o impegni scritti su quasi tutte le loro richieste, circondati da centinaia, migliaia di persone che esultano con loro e combattono con loro per il tanto che rimane da conquistare.</p>
<p>Dal giorno dopo iniziano “giochi delle parti” incrociati, dichiarazioni fatte per occultare e far dimenticare questo dato. Vale la pena dipanare questo incrocio.</p>
<p>Il 2 novembre viene ingiunto dall’amministrazione un ultimatum agli immigrati sulla gru, e sindacati (Cgil e Cisl) e Curia accettano di farsene portavoce: scendete o ve ne pentirete, promessa <em>verbale</em> che dopo la discesa ci sarebbe stato un tavolo di trattative, e presidio di 15 giorni gestito dagli stessi sindacati e dalla Curia. I sindacati e la Curia sono le più importanti organizzazioni, progressista e conservatrice, di massa di Brescia. Se qualcuno si può arrogare il diritto di parlare “a nome della città” sono proprio loro. Il ruolo che hanno rivestito il 2 novembre segna il punto più basso e vergognoso che hanno assunto, puri <em>strumenti</em> del potere. Il 14 novembre gli stessi sindacati e la Curia fanno tutt’altro, e per fortuna si riscattano, con il testo sopra citato. L’amministrazione dà il via libera a questa trattativa collettiva, ma si rifiuta di apportare firme o dichiarazioni esplicite. E’ recalcitrante. Sa che non può fare diversamente, ma non vuol far vedere che si piega. Sindacati e Curia sanno che hanno solo un <em>placet</em> silenzioso, e per far pressioni su Comune e Prefettura affermano che il testo del 14 novembre contiene le stesse cose del diktat del 2 novembre, i cui iniziatori furono proprio Comune e Prefettura. La cosa evidentemente è falsa, ma <em>serve</em>. Paroli coglie al volo il parallelo tra il 2 e il 14 novembre, non per autorizzare il presidio, ma per sottolineare che le proposte del 2 novembre erano “intelligenti” e che “non si è capito perché allora non siano state prese al volo” (16/11). Una piccola guerriglia verbale viene scatenata per negare la sconfitta: “non è stato promesso nulla (15/11), “ribadisco, comunque, che non sono stati presi impegni di alcun genere” (16/11). Come sempre spetta al leghista e vicesindaco Rolfi fare le dichiarazioni più roboanti e improbabili, e alla Prefetto Brassesco Pace fare quelle più noiose e ripetitive. Alla fine la Questura rispetterà gli impegni, mentre il Comune e la Prefettura si piegheranno a un “presidio” e a un “tavolo istituzionale” che sono tali solo formalmente, purtroppo con la copertura di sindacati e Curia, che evidentemente hanno costituzionalmente un movimento pendolare.</p>
<p>Ma questi sono elementi che fanno parte del “dopo-gru”, del “dopo-sconfitta” di Paroli, che stracciando gli accordi presi cerca di riguadagnare terreno. La <em>sconfitta visibile dei lavoratori in lotta, </em><em>che potesse servire di lezione</em>, l’unica linea perseguita da Paroli e dalla sua giunta per un mese e mezzo, non c’è stata. La sua politica è stata sconfitta. La sera del 15 novembre ne è il segno indelebile. Da allora i quattro immigrati non sono stati né espulsi, né arrestati, e da un’assemblea all’altra parlano agli immigrati e ai bresciani.</p>
<p>Ma ancora più importante:  abbastanza in sordina il 16/11 il Prefetto dice che “questo ufficio ha sempre provveduto a denunciare all&#8217; autorità giudiziaria, nel pieno rispetto delle norme, tutti coloro che si sono prestati al rilascio di false dichiarazioni ai fini dell’assunzione di lavoratori immigrati”, ma in modo inequivocabile è lo stesso ministro Maroni in persona che a Brescia accetta le richieste dei lavoratori immigrati:</p>
<p>“Chi si dice sfruttato può avere il permesso di soggiorno: basta che denunci chi lo sfrutta”; “permesso di soggiorno a chi denuncia i propri datori di lavoro in nero: chi dice di essere sfruttato collabori con le forze dell&#8217;ordine, denunci chi lo sfrutta e otterrà un vantaggio”; “l’immigrato che denuncia chi lo sfrutta ha diritto a un permesso di soggiorno”; “manovali e operai che sono stati convinti a presentare domanda, magari pagando i propri datori di lavoro per ottenere false certificazioni, devono denunciare i loro sfruttatori” (26/11).</p>
<p>E’ il via libera all’estensione dell’art. 18 della Bossi-Fini (riguardante le prostitute), ed è l’appiglio legale per sanare i guai della “sanatoria truffa” del 2009. E’ quello che avevano fin dall’inizio richiesto i lavoratori immigrati nella loro lotta come primo passo verso una vera sanatoria.</p>
<p><strong>Conclusioni</strong></p>
<p>Perché tanto odio contro i lavoratori immigrati? Perché negare ai lavoratori immigrati a Brescia quello che viene loro concesso senza problemi o con pochi problemi a Varese, a Milano, a Verona? Perché cercare la loro umiliazione e sconfitta? Penso che l’unica spiegazione è che a Brescia si è creata una <em>tradizione di radicalizzazione</em> tra i lavoratori immigrati da oramai 20 anni, tradizione che percorre sotterraneamente questa città e che periodicamente esplode in forme di massa. Una tradizione, una memoria che si trasmette, per vie comunitarie, associative, sindacali, di varia socialità, talvolte per vie inattese, e che finora non è stata spezzata*. Tradizione che è riuscita ad avere visibilità e risonanza più volte a livello nazionale.Questa tradizione bresciana doveva essere spezzata in modo netto, traumatico, perché ci fosse una cesura fra i vent’anni passati e quelli prossimi. E questa strategia, questa scelta è stata probabilmente presa a livello nazionale.</p>
<p>Già dal 29 settembre Rolfi si vantava di aver deciso lo sgombero del presidio dei lavoratori immigrati, iniziato il giorno prima, con l’appoggio del Ministero degli Interni. Nient’altro che vanteria? Possibile, visto che in meno di 24 ore avrebbe scomodato il ministero per una manifestazione di 100 persone (secondo il <em>Giornale di Brescia</em>) o di 300 persone (secondo il <em>Corriere della Sera</em>), e per un presidio in posizione decentrata che non minacciava alcunché. E’ tuttavia vero che riesce a ottenere l’intervento della polizia per lo sgombero del presidio a una velocità inusitata, poche ore dopo la sua creazione. Molti giorni dopo, l’11 novembre, il consigliere Toffoli del Pdl dichiara senza ombre di ambiguità: “la gestione della protesta non riguarda solo Brescia e non è corretto attribuire all’amministrazione locale la responsabilità di scelte che non vengono assunte qui”. Maroni naturalmente non può non minimizzare: avrebbe seguito “costantemente e personalmente” la vicenda, “senza interferire”, ma limitandosi a offrire “qualche consiglio”: “ho avuto l&#8217;impressione che si trattasse di un test, per vedere come sarebbe andata a finire, per poi replicare la protesta a livello nazionale” (26/11).</p>
<p>Ma c’è dell’altro. Lo scontro politico che si è consumato a Brescia tra la fine di settembre e il novembre 2010 non riguardava solo i lavoratori immigrati. Era importante tentare di spezzare la tradizione di radicalizzazione tra i lavoratori immigrati perché non si incrociasse nel futuro con una probabile ondata di radicalizzazione tra quelli italiani (di cui forse si stanno vedendo i primi segni). Lo ricorda Paroli: “il nostro primario obiettivo è che situazioni di questo tipo non si ripetano più nella nostra città” (16/11): “nessuno, <em>nè straniero nè italiano</em>, può pensare di chiedere <em>cose impossibili</em>” (15/11). Rolfi, seguendo il suo stile, l’aveva detto senza ambiguità già dal 10 novembre: “è doveroso che le istituzioni mantengano fermezza sennò un domani quando scadrà la cassa integrazione o vi saranno degli sfratti, potremmo averne altri di cantieri occupati”. <em>Quando scadrà la cassa integrazione</em>… qui non si parla più di immigrati, o non solo di loro, si parla di lavoratori <em>tout court</em>.</p>
<p>Ma la realtà, che piaccia o meno a Paroli e Rolfi, è ben diversa. E la conclusione dei “giorni della gru” lo dimostra. I lavoratori – anche italiani – hanno una ben diversa visione di come difendere i propri diritti. Come la brava “signora Carmela”, truffata anche lei dagli strozzini che hanno approfittato dei lavoratori immigrati durante la sanatoria (i suoi dati venivano utilizzati a sua insaputa per una serie di regolarizzazioni), che il 26 ottobre dichiara al <em>Giornale di Brescia</em>: “E’ pronta a incaternarsi davanti al Tribunale, <em>ad arrampicarsi su una gru</em> o a salire su un tetto per portare la sua storia all’attenzione di chi di dovere. E’ determinata la signora Carmela, anche perché è esasperata e amareggiata per l’incubo che sta vivendo dallo scorso marzo”. L’articolo esce il 27 ottobre e gli immigrati, ben più “esasperati e amareggiati”, accettano il consiglio e si arrampicano su una gru tre giorni dopo.</p>
<p>La crisi economica e sociale solo iniziata nel 2007-2008 ha aumentato e aumenterà ancor più nel futuro l’insicurezza lavorativa ed esistenziale di tantissimi lavoratori italiani e immigrati. La risposta del potere è quella di puntare tutte le carte sul <em>divide et impera</em>, sulla lotta di tutti contro tutti, facendo intravvedere ai lavoratori italiani quanti soldi in più per i servizi sociali e quanto lavoro in più ci sarebbero senza l’immigrazione. Non è prima facie evidente che il sistema produttivo e di fornitura dei servizi ha bisogno – per non fallire sul mercato con conseguente <em>perdita</em> dei posti di lavoro – di uno strato di lavoratori supersfruttati; via gli immigrati, si pieghino gli italiani, e il “tesoretto” del welfare lasciato intravedere non andrà comunque a favore dell’elettore o dell’elettrice leghista se non diventeranno essi stessi, come gli immigrati oggi, dei paria sociali. Ma il <em>divide et impera </em>ben funziona nello stesso modo anche tra lavoratori pubblici e quelli privati, tra lavoratori uomini e lavoratrici donne, tra lavoratori di una generazione e quelli di un’altra, tra lavoratori con contratto a tempo indeterminato e lavoratori precari, e così via, in una spirale senza fine. A livello politico si forma una <em>comune opinione di stampo reazionario </em>nei circoli del potere, attrezzata alla gestione sociale che questa crisi “impone” e “imporrà”: una subcultura reazionaria che prende a prestito temi, motivi, figure, <em>refrain</em> dall’unica cultura reazionaria utilizzabile, quella del ‘900, quella dell’imperialismo colonialista, dei totalitarismi fascisti e nazisti. Riemersa non a causa di complotti massonici, ma dalle esigenze “imposte” dalla crisi di lungo periodo che scuote e scuoterà la nostra società. La mente di Adriano Paroli, messa a nudo nei “giorni della gru”, non riflette tanto una sua personale visione politica, ma rivela questa comune opinione reazionaria. Secondo quest’ultima gli uomini, le loro organizzazioni di qualsiasi tipo,  vengono visti solo o come propri strumenti, o come un pericolo. Questa è probabilmente la causa del “movimento pendolare” di sindacati e Curia, alla difficile ricerca di una autonomia non schiacciata nell’aut aut reazionario, ma che ha come unico risultato un permanente moto oscillatorio. Le conclusioni di un saggio di Hal Draper da cui ho ripreso il titolo hanno ancora una forte carica di attualità: “E’ abbastanza facile diventare uno strumento. Ce ne sono di tanti tipi… E’ anche vero che si corrono dei rischi a scegliere di diventare un pericolo… Come sarà il futuro? Ciascuno deve fare la sua scelta”**.</p>
<p>* E che nel settembre-novembre 2010 si è incrociata in specifico con l’ondata di radicalizzazione operaia e popolare che scuote da anni l’Egitto: il movimento di lotta bresciano ha avuto la sua scintilla iniziale dall’iniziativa di un gruppo di lavoratori egiziani, non casualmente colpiti dopo l’8 novembre da una repressione durissima (in dieci sono stati espulsi e rimpatriati).</p>
<p>** The mind of Clark Kerr, Independent Socialist Club, Berkeley, California, 1964.</p>
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		<title>Da Rosarno a via Padova</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Mar 2010 13:29:20 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Marco Pitzen Alcune riflessioni sulle condizioni abitative dei migranti, prendendo spunto dai recenti casi di Rosarno e di via Padova, a Milano.  Gli effetti discriminatori dell&#8217;assenza di una politica degli alloggi sociali in un articolo di Marco Pitzen, del Sicet di Milano, uscito sul Manifesto del 16 marzo scorso e che ripubblichiamo qui in [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&amp;blog=7100082&amp;post=906&amp;subd=milanointernazionale&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Marco Pitzen</strong></p>
<p><strong>Alcune riflessioni sulle condizioni abitative dei migranti, prendendo spunto dai recenti casi di Rosarno e di via Padova, a Milano.  Gli effetti discriminatori dell&#8217;assenza di una politica degli alloggi sociali in un articolo di Marco Pitzen, del Sicet di Milano, uscito sul Manifesto del 16 marzo scorso e che ripubblichiamo qui in forma leggermente più estesa ringraziando l&#8217;autore per averci messo a disposizione il suo testo.</strong></p>
<p><span id="more-906"></span></p>
<p>Rosarno e via  Padova  sono gli ultimi lampi del malessere  esplosivo  legato alla incompiuta integrazione dei migranti in Italia dove vivono  ormai quasi in 6 milioni  tra regolari e irregolari.</p>
<p>Analizzando i  fatti delle campagne calabresi e della periferia di Milano si possono  evidenziare i diversi fattori che hanno scatenato la rabbia di centinaia  di persone, ma uno in particolare accomuna gli eventi, pur con delle  significative differenze: la condizione abitativa.</p>
<p>A Rosarno allo  sfruttamento bestiale dei migranti si accompagnava lo stato di grave  degrado in cui erano costretti a vivere i lavoratori, in capannoni semi  distrutti, privi di acqua e dei più elementari servizi. In via Padova  dove pur esistono le ultime case di ringhiera con il cesso esterno e  sono concentrate situazioni di forte disagio alloggiativo, non si arriva  certo ai livelli degradanti delle campagne del sud ma rispetto agli  standard abitativi di una delle più ricche città europee le sistemazioni  degli immigrati sono comunque estreme.</p>
<p>È evidente da anni  che nessuno pone come elemento fondamentale dell’integrazione la casa.</p>
<p>L’assenza di una  politica che soddisfi una crescente domanda abitativa porta ad un  impoverimento complessivo della società italiana e non solo degli strati  deboli come i migranti.</p>
<p>Le oltre 600 mila  domande per le case popolari fatte in tutto il paese di cui moltissime  da extracomunitari sono solo la punta visibile di un iceberg.</p>
<p>È infatti vera  emergenza casa  per tutti i 3,5 milioni di lavoratori  immigrati che vivono in affitto dove il canone di locazione e le spese  incidono sul reddito con punte superiori al 70%.</p>
<p>Una  prassi  politica spesso palesemente discriminatoria ha complicato la questione  abitativa in generale e non ha permesso in questi anni di continui e  consistenti flussi migratori una integrazione nel tessuto sociale urbano  originando tensioni in alcune zone povere della città.</p>
<p>Questo percorso ad  ostacoli verso il radicamento ha condannato spesso l’immigrato alla  perenne precarietà inibendogli il diritto all’unità familiare sancito  dalla legge, dato che una delle condizioni prevista dalla stessa norma  per richiedere il ricongiungimento familiare sia proprio quella di  possedere la disponibilità di un alloggio idoneo.</p>
<p>L’esposizione al  ricatto dei proprietari di casa diventa così direttamente proporzionale  alla volontà dell’emigrato di riunire il proprio nucleo familiare ed al  conseguente bisogno di avere un contratto registrato in un mercato  caratterizzato da resistenti sacche di illegalità ed evasione fiscale.</p>
<p>Agli immigrati infine vengono  spesso rifilati degli appartamenti fatiscenti, degradati in posizioni  sfavorevoli che sarebbero stati difficilmente collocati altrimenti sul  mercato e non di rado vengono  inserite clausole vessatorie nel contratto.</p>
<p>Si può ritenere che circa un terzo  degli stranieri residenti in Italia viva in condizioni abitative  disagiate, con una stima vicino ai 2 milioni di persone che versano in  questo stato, anche se gli unici  dati precisi sono quelli  ricavabili dalle graduatorie dei bandi di concorso che punteggiano  prevalentemente situazioni legate alle coabitazione ed al  sovraffollamento, data la legislazione in materia che rende fortemente discriminante per i migranti  l’accesso all’edilizia pubblica.</p>
<p>Tantissimi i  regolari muniti di permesso di soggiorno non ancora registrati in  anagrafe e s<em>econdo la Comunità di  S. Egidio il 60% di tutti i senza fissa dimora sono stranieri.</em></p>
<p>Immigrati  irregolari, richiedenti asilo e rifugiati hanno enormi difficoltà ad  avere accesso alla casa.</p>
<p>I profughi  politici rappresentano così un&#8217;altra faccia della stessa emergenza  abitativa ed in questi anni hanno occupato a più riprese, palazzi  fatiscenti e disabitati  soprattutto a Milano e Roma  imponendo all’attenzione dell’opinione pubblica le condizioni scandalose  in cui sono costretti a vivere esseri umani rifugiati nei freddi  inverni delle città italiane. Per non parlare dell’ignobile battaglia  ingaggiata dalle Istituzioni contro i rom con 40 sgomberi eseguiti  questo anno solo a Milano che hanno prodotto drammi umani a ripetizione,  fino alla morte del piccolo Emil.</p>
<p>Infine influiscono  in misura veramente minima le poche decine di migliaia di sbarchi, pari  a meno dell&#8217;1% della presenza regolare. Nel 2008 ad esempio sono state  meno di 37 mila le persone sbarcate sulle coste italiane, diecimila gli  stranieri transitati nei centri di identificazione ed espulsione e poco  più della metà quelli respinti alle frontiere.</p>
<p>Non si tratta  neppure di un cinquantesimo rispetto alla presenza di immigrati regolari  in Italia, eppure il contrasto dei flussi irregolari ha polarizzato  l&#8217;attenzione dell&#8217;opinione pubblica e le decisioni politiche che hanno  prodotto normative vessatorie e repressive.</p>
<p>Un reato comune  commesso dagli stranieri è infatti la violazione della legge Bossi  Fini</p>
<p>sull&#8217;immigrazione: non lasciare il territorio a seguito di  notifica di un provvedimento di espulsione è reato, punito con la  reclusione da uno a quattro anni. Per tale reato ogni anno entrano in  carcere circa 12mila persone con condanne inferiori a 12 mesi.</p>
<p>Nonostante tutto  vi è comunque da parte degli immigrati in generale una decisa volontà di  stabilizzazione e di integrazione. Si rileva una normalizzazione dal  punto di vista demografico con una prevalenza dei coniugati ed una  elevata incidenza dei minori diventati ormai un quinto dei residenti .  Come si evidenzia anche una crescente tendenza alla stabilità  residenziale.</p>
<p>Ma l’insufficienza  del patrimonio di edilizia sociale, e l’estrema onerosità degli affitti  ha dirottato la domanda casa anche verso il mercato immobiliare.</p>
<p>Studi di settore ci dicono che  nelle grandi città ormai oltre il 10% degli acquirenti di un alloggio è di nazionalità estera e negli  ultimi 5 anni gli immigrati hanno comprato oltre 600 mila alloggi,  spendendo 70 miliardi di euro. Si tratta di case mediamente piccole,  vecchie e degradate ubicate in zone svantaggiate della città.</p>
<p>E’ capitato però  spesso che gli immigrati sono stati truffati in sede di compromesso o di  rogito con parcelle notarili sproporzionate rispetto al valore  dell’immobile e che mal consigliati hanno richiesto prestiti personali a  tassi sfavorevoli che li hanno legati a forme di indebitamento  praticamente a vita. Non di rado poi hanno subito pressioni per  acquistare l’alloggio detenuto in locazione sotto la minaccia dello  sfratto.</p>
<p>Un ulteriore fattore negativo è  legato poi alla nuova “ricattabilità” sul lavoro causata della persa  mobilità. Il lavoratore rimane inchiodato, come scriveva Engels già due  secoli fa, al territorio dove ha comprato la casa senza possibilità di  optare per scelte di lavoro che si possono presentare in zone diverse  del paese dove annualmente all’incirca un lavoratore immigrato su due è  costretto a cambiare o a rinnovare il contratto, con un tasso di  precarietà doppio rispetto al lavoratore italiano.</p>
<p>Non è dunque vero  in assoluto che uno dei motori della integrazione è la proprietà  dell’alloggio.</p>
<p>Certo, lavoro e  case sono elementi indispensabili ai fini dell’ integrazione degli  immigrati ma è altrettanto determinante una politica non discriminante e  di attenzione alle differenze culturali.</p>
<p>Una  regolamentazione dei flussi migratori rispondente si alle dinamiche del  mercato occupazionale interno, ma anche sensibile alle crisi  internazionali  nelle aree dei paesi poveri quali carestie,  epidemie e guerre.</p>
<p>Una politica dell’accoglienza che  preveda l’edificazione di pensionati e case popolari al posto di  strutture di detenzione più o meno temporanee.</p>
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		<item>
		<title>Lombardia ellenica: l&#8217;altra corruzione</title>
		<link>http://milanointernazionale.it/2010/02/23/lombardia-ellenica-laltra-corruzione/</link>
		<comments>http://milanointernazionale.it/2010/02/23/lombardia-ellenica-laltra-corruzione/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 23 Feb 2010 11:57:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milanointernazionale</dc:creator>
				<category><![CDATA[2. Crisi globale]]></category>
		<category><![CDATA[=>   Notizie e approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[Derivati]]></category>
		<category><![CDATA[Formigoni]]></category>

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		<description><![CDATA[di Andrea Ferrario Nel fondo di ammortamento dell&#8217;emissione obbligazionaria della Regione Lombardia ci sono 115 milioni di titoli statali greci, come già aveva informato a suo tempo Milano Internazionale. Un rischio che ora si fa altissimo per le finanze lombarde, in un contesto italiano ed europeo in cui le amministrazioni pubbliche sono sempre più drogate [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&amp;blog=7100082&amp;post=901&amp;subd=milanointernazionale&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Andrea Ferrario</strong></p>
<p><strong>Nel fondo di ammortamento dell&#8217;emissione obbligazionaria della Regione Lombardia ci sono 115 milioni di titoli statali greci, come già aveva informato a suo tempo Milano Internazionale. Un rischio che ora si fa altissimo per le finanze lombarde, in un contesto italiano ed europeo in cui le amministrazioni pubbliche sono sempre più drogate dalla finanza spericolata e dai titoli derivati</strong>.</p>
<p><span id="more-901"></span></p>
<p>I nostri precedenti articoli sull&#8217;argomento:</p>
<p><a href="http://milanointernazionale.it/2009/07/11/formigoni-nel-pantano/" target="_blank">Formigoni nel pantano</a></p>
<p><a href="http://milanointernazionale.it/2009/05/11/derivati-e-bilancio-le-mani-della-finanza-creativa-su-milano/" target="_blank">Derivati e bilancio: le mani della finanza creativa su Milano</a></p>
<p>Non è che in giro non se ne sia parlato: alcuni blog hanno pubblicato materiali sull&#8217;argomento e perfino il Sole 24 Ore gli ha dedicato un articolo. Solo che il caso della presenza di obbligazioni statali greche nel sinking fund dell&#8217;emissione obbligazionaria effettuata nel 2002 dalla Regione Lombardia va messo in un contesto più ampio rispetto a quanto non sia stato fatto finora. Riassumiamo brevemente i fatti citando il Corriere della Sera dell&#8217;11 ottobre 2008 (rimandando per i particolari, ivi compresi quelli relativi al &#8220;fattore greco&#8221;, al nostro articolo <a href="http://milanointernazionale.it/2009/07/11/formigoni-nel-pantano/" target="_blank">Formigoni nel pantano</a> dell&#8217;11 luglio 2009): &#8220;Nell&#8217;ottobre 2002 la Regione emette un bond da un miliardo di dollari. Le due banche che gestiscono l&#8217;operazione costituiscono un fondo cui fino al 2032 dovranno essere versate rate annuali di ammortamento. Il fondo, a sua volta, viene articolato su un paniere di obbligazioni concordate con la Regione Lombardia&#8221;. E&#8217; in questo fondo (il termine tecnico è appunto &#8220;sinking fund&#8221;) che vanno a finire, e ancora si trovano, ben 115 milioni di obbligazioni dello stato greco, attualmente ad altissimo rischio. Come se non bastasse, prosegue il Corriere della Sera, &#8220;nel contratto si stabilisce che saranno le due banche a raccogliere i rendimenti, mentre il default, il rischio di fallimento andrà sulle spalle della Regione&#8221;. Inoltre la Ubs, una delle due banche consulenti per l&#8217;emissione della Regione Lombardia e che gestiscono il relativo sinking fund (l&#8217;altra è la Merrill Lynch), ha curato anche l&#8217;emissione obbligazionaria greca che poi è finita per la maggior parte (115 milioni su 200 milioni totali) nel fondo lombardo. Tradotto in parole povere: le banche realizzano i profitti (commissioni da Grecia e Lombardia) e la Regione Lombardia si assume tutti i rischi. Come riassume il Sole 24 Ore: &#8220;l&#8217;impressione è che Ubs e Merrill Lynch abbiano usato il sinking fund come una sorta di &#8216;discarica&#8217; per titoli che forse non erano riuscite a vendere a investitori veri. Non ci sono prove, ma il sospetto è legittimo&#8221;. Non a caso sull&#8217;emissione della regione guidata da Roberto Formigoni sta indagando la magistratura, così come indagini sono in corso anche sulla maxi emissione del Comune di Milano (si veda il nostro <a href="http://milanointernazionale.it/2009/05/11/derivati-e-bilancio-le-mani-della-finanza-creativa-su-milano/" target="_blank">Derivati e bilancio: le mani della finanza creativa su Milano</a>) e su quella della Regione Puglia. All&#8217;epoca dell&#8217;articolo del Sole 24 Ore il Pirellone aveva commentato che &#8220;i titoli inseriti nel sinking fund sono tutti di elevato standing&#8221; &#8211; quanto fosse elevato questo &#8220;standing&#8221;, ovvero questa presunta &#8220;qualità&#8221;, lo si vede oggi con la Grecia sull&#8217;orlo di una bancarotta che rischia di trascinare con sé l&#8217;intera Europa, dopo che Atene ha truccato i propri conti con l&#8217;aiuto di banche e ricorrendo proprio a strumenti derivati di questo tipo.</p>
<p>Se la Grecia dovesse fallire, per la Lombardia le conseguenze finanziarie sarebbero dirette ed enormi. Ma è tutta l&#8217;Italia, e in particolare le sue amministrazioni locali, che è esposta a un enorme rischio legato a titoli derivati analoghi a quelli della Regione Lombardia. Perché le banche collocano emissioni obbligazionarie di tali amministrazioni in sinking fund di altre emissioni di enti locali. Una gigantesca catena di Sant&#8217;Antonio, un garbuglio inestricabile e ad estremo rischio, che secondo le stime della Corte dei Conti coinvolge oltre 700 amministrazioni locali per un totale nozionale di oltre 35 miliardi di euro. Oltre alle già citate indagini della magistratura, che nei giorni scorsi hanno portato in Puglia al sequestro da parte della Guardia di Finanza di oltre 73 milioni di euro di attivi di Bank of America e di una unità di Dexia SA nell&#8217;ambito di un&#8217;inchiesta per frode, ci sono le azioni legali dei comuni che, dopo avere combinato anche loro il guaio-derivati, tentano ora di correre ai ripari chiedendo l&#8217;annullamento dei relativi contratti. In Lombardia lo stanno facendo, per esempio, i comuni di Magenta e Abbiategrasso e la Provincia di Como. Solo che le banche spesso ricorrono a inghippi davvero ben escogitati: il più delle volte i contratti prevedono che il foro competente, in caso di controversie, sia quello di Londra (è il caso, per esempio, dei derivati del Comune di Milano) e per le amministrazioni locali di piccole dimensioni i costi che la difesa di una causa in Gran Bretagna implica sono troppo alti per potere essere affrontati: è quanto sta avvenendo con la richiesta di annullamento del contratto da parte della Provincia di Pisa.</p>
<p>La situazione è tale che nelle ultime settimane i derivati italiani sono finiti sotto la lente di grandi media internazionali come Bloomberg e Financial Times. La prima cita dati della Banca d&#8217;Italia secondo cui le municipalità italiane attualmente si trovano ad avere nel complesso quasi 1 miliardo (per la precisione, 990 milioni) di euro di perdite da derivati, facendoli seguire da un eloquente commento di Tullio Lazzaro, presidente della Corte dei Conti: &#8220;Molti enti locali hanno utilizzato tali strumenti al fine di ottenere liquidità immediata per le spese correnti. La conseguenza è che su di esse, così come sulle generazioni future, peseranno forme di debito sempre più onerose&#8221;. Mario Ristuccia, procuratore generale della stessa Corte, ha affermato poi che &#8220;l&#8217;uso dei derivati è stato finalizzato a obiettivi che non hanno alcuna relazione con la copertura dei rischi&#8221; e che questa pratica &#8220;si è estesa in alcuni casi perfino a enti locali di modeste dimensioni e privi delle strutture, nonché dell&#8217;esperienza, necessarie per effettuare una valutazione finanziaria ed economica&#8221;. Bloomberg ricorda che l&#8217;Italia ha una lunga esperienza nei derivati, utilizzati per diminuire il proprio deficit e riuscire così a qualificarsi per l&#8217;adesione all&#8217;euro, con modalità non sempre trasparenti. Sotto la lente a tale proposito è in particolare, come osserva Euromoney, un&#8217;emissione obbligazionaria italiana in yen del 1995, con calcoli dei tassi che appaiono, per usare un eufemismo, poco ortodossi &#8211; un&#8217;emissione che si sospetta possa essere solo una di una più lunga serie di emissioni analoghe.</p>
<p>A questo quadro va ad aggiungersi l&#8217;enorme massa del debito italiano e l&#8217;altrettanto enorme volume, tra l&#8217;altro in continua crescita, dei derivati che si concentrano su di esso. Secondo i dati della Depository Trust and Clearing Corporation, &#8220;l&#8217;esposizione lorda in derivati sulla Repubblica italiana da parte del sistema finanziario è oggi pari a 235 miliardi di dollari. E&#8217; salita di 75 miliardi in un anno: invece di diminuire dopo il crac del 2008 è esplosa. L&#8217;esposizione netta (una volta regolati gli eventuali pagamenti fra controparti) è invece di 25,3 miliardi, cresciuta di sette in un anno. A titolo di confronto, si tratta di un volume di oltre venti volte superiore a quello esistente sul ben più vasto debito pubblico statunitense. A paragone della Germania, il cui debito è simile come ammontare a quello di Roma, il valore dei derivati sull&#8217;Italia è di varie volte più alto. [...] Il record dei derivati sul debito italiano contiene un messaggio: gli investitori che comprano i titoli di Stato italiani si assicurano in quantità record&#8221; e &#8220;se i prezzi delle obbligazioni italiane cadessero, per un evento oggi imprevisto, certe banche dovrebbero già trasferire ai clienti molti miliardi a titolo di garanzia: è il tipo di scenario che creò il crac di Aig. Con un&#8217;insolvenza andrebbe poi anche peggio. E&#8217; vero che l&#8217;esposizione netta del sistema nel suo complesso è di &#8216;appena&#8217; 25 miliardi. Ma sta crescendo in fretta e, vista l&#8217;opacità di questo mercato, nessuno sa in quali banche si concentri il rischio maggiore sui credit default swap. Con i subprime il credito si bloccò perché nessuna banca si fidava più dell&#8217;altra per la stessa ragione&#8221; (Corriere della Sera, 3 febbraio 2010). Nel complesso, il ricorso massiccio ai derivati genera incertezze sull&#8217;affidabilità del bilancio italiano, rileva sempre Bloomberg, che ricorda inoltre come negli ultimi anni le banche italiane abbiano commercializzato aggressivamente titoli derivati nell&#8217;Europa Orientale, contribuendo in tale modo alla diffusione del morbo. E il problema dei derivati delle amministrazioni locali va infatti oltre la dimensione lombarda e nazionale, per coinvolgere quella europea. Nel 2009 il debito &#8220;subsovrano&#8221; (cioè quello delle amministrazioni locali) europeo ammontava in totale a uno stratosferico 1,2 trilioni di euro. I paesi che navigano nelle peggiori acque sono la Russia e la Francia, i due stati di cui fanno parte tutti i venti enti locali che si trovano in maggiore difficoltà per i derivati. In termini di valore cumulativo, la Germania è al primo posto, e sempre la stessa Germania, insieme alla Spagna, è il paese in cui il debito regionale sta aumentando più rapidamente in termini di valore in euro.</p>
<p>Il ricorso ai derivati da parte delle amministrazioni locali si è diffuso a macchia d&#8217;olio in tutto il continente perché soddisfa alcune &#8220;esigenze&#8221; davvero poco nobili. In primo luogo, permette di avere liquidità immediata scaricando i rischi sulle generazioni future, una &#8220;qualità&#8221; ideale per gli amministratori privi di scrupoli. In secondo luogo consente di ottenere rapidamente soldi per progetti infrastrutturali che il più delle volte vanno a favore di privati &#8220;amici&#8221;. In terzo luogo, i derivati sono uno strumento talmente complicato da consentire di offuscare il quadro finanziario complessivo, un&#8217;altra &#8220;qualità&#8221; ideale per quegli amministratori che vedono la trasparenza come nient&#8217;altro che un impaccio. In quarto luogo, nella loro essenza sono legali ed è particolarmente difficile documentare quella che molto spesso e la loro pura e semplice qualità di frode ai danni dei cittadini e delle generazioni future. Le banche, da parte loro, guadagnano ingenti commissioni, spesso doppie (nel caso della Lombardia) altre volte forse occulte (è il sospetto che pesa sui derivati del Comune di Milano), grazie anche al fatto che gli enti locali loro controparti non possiedono le competenze necessarie per valutare correttamente la convenienza dell&#8217;operazione. Al Comune di Milano, che non è certo una piccola amministrazione priva di risorse, si è arrivati alla situazione grottesca in cui un funzionario ha firmato un contratto relativo a derivati in inglese senza sapere una parola di quella lingua, e senza che a nessuno fosse venuto in mente di fare tradurre il testo in italiano!</p>
<p>Recentemente in Lombardia è stato tutto un fiorire di arresti per corruzione che ha fatto tornare di moda la parola Tangentopoli. Si va dall&#8217;assessore regionale Pier Gianni Prosperini (Pdl), all&#8217;assessore provinciale pavese Rosanna Gariboldi (Pdl), meglio nota come Lady Abelli, al consigliere comunale e presidente della commissione urbanistica Milko Pennisi (Pdl), agli amministratori arrestati nei giorni scorsi a Trezzano sul Naviglio (Pd e Pdl). E&#8217; evidentemente la punta di un iceberg di corruzione che è frutto di un sistema chiuso, rapace e incapace di avere delle prospettive. Non sorprende affatto che spesso i casi di corruzione siano legati direttamente o indirettamente agli interessi delle organizzazioni mafiose: da tempo ormai in Lombardia e in Italia la &#8220;cosa pubblica&#8221; ha lasciato il posto alla &#8220;cosa nostra&#8221;, nella politica, nella finanza, nella sanità, nell&#8217;urbanistica. I derivati milanesi, lombardi e italiani, con la loro mancanza di trasparenza, sono nei fatti una importante tessera di questa grande &#8220;cosa nostra&#8221; che va ben oltre la criminalità organizzata e le tangenti.</p>
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		<title>A caccia della propria città del passato</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Jan 2010 20:17:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milanointernazionale</dc:creator>
				<category><![CDATA[=>   Storia, cultura, luoghi]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
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		<description><![CDATA[Recensione di: Sandrone Dazieri &#8220;E’ stato un attimo”, Mondadori (Piccola Biblioteca Oscar Mondadori), 2006, pp.311, Euro 8,80 (a cura di Alberto Busi). Santo Denti direttore creativo di un’importante azienda pubblicitaria ha un malore nel bagno della Scala. Come conseguenza dimentica improvvisamente il suo presente e gli ultimi quattordici anni della sua vita. L’ultima cosa che [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&amp;blog=7100082&amp;post=894&amp;subd=milanointernazionale&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>Recensione di: Sandrone Dazieri &#8220;E’ stato un attimo”, Mondadori (Piccola Biblioteca Oscar Mondadori), 2006, pp.311, Euro 8,80 (a cura di Alberto Busi).</em></strong></p>
<p><span id="more-894"></span></p>
<p>Santo Denti direttore creativo di un’importante azienda pubblicitaria ha un malore nel bagno della Scala. Come conseguenza dimentica improvvisamente il suo presente e gli ultimi quattordici anni della sua vita. L’ultima cosa che ricorda è di essere uno scaltro trafficante di droga nella Milano degli anni Novanta. Anche il suo presente, appena rimosso a causa del malore, non è meno torbido. Uno dei proprietari dell’agenzia pubblicitaria per cui lavora è stato ucciso. Lui è il principale indiziato. Il centro della narrazione diventa la caccia del proprio passato. Per Santo Denti (nel suo passato noto come Santo il trafficante) diventa imprescindibile capire cosa è successo nel suo recente passato e perché. Un libro che si presenta come un originale melange di generi: thriller, noir, commedia e critica sociale. Davvero bella la descrizione di Milano che fa il protagonista subito dopo il malore fuggendo impaurito dalla Scala. “Non ero mai stato un frequentatore del centro storico, ma quelle poche volte non poteva essermi sfuggita una bazzecola chiamata Emporio Armani, una mostruosità lunga venti vetrine. E da quando avevano ficcato un bancomat in ogni angolo?” E ancora “Il tram aveva dietro di sé una fila di taxi e li fissai a bocca aperta, ancora più impressionato. Erano bianchi invece che gialli…” Rimane stupito di non trovare più in Piazza Cavour l’insegna della “Notte” il suo giornale preferito. Anche la metropolitana non è più la stessa “non c’era più la doppia emme rossa, ma una singola, affiancata da una esse verde su fondo blu.” Anche la stazione centrale e la gente che ne popolava abitualmente la zona antistante erano completamente diversi. “Sembrava sempre quella, ma da vicino scoprii che la piazza con il pavè era sparita, sostituita da un’enorme pista da pattinaggio bordata di aiuole. Un gruppo di africani sbronzi si rincorreva tirandosi bottiglie vuote. Africani?”.  Appare una Milano irriconoscibile nella sua geografia apparente e soprattutto nella sua geografia umana.  Saltano le griglie interpretative: non ci sono più punti di riferimenti. Questo senso di straniamento unito all’ottimo ritmo rende indubbiamente affascinante e unico l’ordito narrativo.</p>
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		<title>Il Duomo in faccia</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Dec 2009 09:47:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milanointernazionale</dc:creator>
				<category><![CDATA[=>   Notizie e approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[Berlusconi]]></category>
		<category><![CDATA[Crisi]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[Propaganda ideologica]]></category>
		<category><![CDATA[Repressione]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;aggressione milanese contro Berlusconi si è verificata in un momento in cui è evidentemente in profonda crisi tutto il sistema di cui il premier non è altro che la faccia, un sistema che in Italia ha come centro economico, finanziario e politico proprio Milano. Non si può fare a meno di constatarlo: bisogna proprio fare [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&amp;blog=7100082&amp;post=886&amp;subd=milanointernazionale&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>L&#8217;aggressione milanese contro Berlusconi si è verificata in un momento in cui è evidentemente in profonda crisi tutto il sistema di cui il premier non è altro che la faccia, un sistema che in Italia ha come centro economico, finanziario e politico proprio Milano.</strong></p>
<p><span id="more-886"></span></p>
<p>Non si può fare a meno di constatarlo: bisogna proprio fare un enorme sforzo per ritenere una pura coincidenza il fatto che la faccia di Silvio Berlusconi sia stata sfregiata proprio da una statuetta del Duomo di Milano, per giunta nella stessa piazza della cattedrale meneghina e, come se non bastasse, a quarant&#8217;anni esatti dai quattro giorni che hanno segnato per sempre la città, quelli che vanno dalla strage di Piazza Fontana (anche lei a due passi dal luogo del lancio del Duomo) all&#8217;uccisione di Giuseppe Pinelli. L&#8217;aggressione contro Berlusconi, con tutte le sue conseguenze politiche, non solo è giunta al culmine delle divisioni interne alla maggioranza e delle tensioni conseguenti alle strategie ad personam del premier, come hanno rilevato tutti, ma si è verificata anche in un momento in cui è evidentemente in profonda crisi tutto il sistema di cui Berlusconi non è altro che la faccia, un sistema che in Italia ha come centro economico, finanziario e politico proprio Milano. Anche quaranta anni fa il sistema milanese e italiano era in profonda crisi, e oggi va rilevato che la strategia della tensione inaugurata con la strage di Piazza Fontana ha aperto la strada per giungere là dove ora ci troviamo, cioè nel trionfo politico della borghesia e del capitale milanese o nordico, che ha come contropartita un mare di miseria non solo ideologica e politica, ma anche economica e sociale. La presa fattasi ormai quasi assoluta sul potere politico, ottenuta grazie anche a un&#8217;opposizione non solo connivente, ma pressoché identicamente schierata sulla linea del capitale e della borghesia, è tuttavia assai meno sicura in questo momento sul piano economico e su quello sociale. Se la ripuliamo dallo strato di rassicurante polvere ideologica che la ricopre, la crisi economica in atto mostra tutto il suo carattere sistemico. I vertici del potere lo sanno, da qui in avanti non si potrà più continuare come in passato, da una crisi epocale come questa si può uscire solo con nuove soluzioni e nuovi modelli, che però nessuno riesce ancora a intravedere. In realtà la borghesia italiana, che è poi essenzialmente milanese o settentrionale, non è capace nemmeno lontanamente di immaginarsi un sistema che non sia basato sui tre pilastri fondamentali che la hanno sostenuta finora: rapina della ricchezza pubblica, bolla finanziaria e immobiliare, repressione sociale. Il grande timore è che, avendo i primi due ormai toccato i limiti oltre ai quali si va al collasso del sistema, si decida di puntare tutto sul terzo. In realtà in questo momento il potere economico e politico sta ancora cercando di puntare sul secondo pilastro, quello della bolla finanziaria e immobiliare, come abbiamo ampiamente documentato in Milano Internazionale. Ma si tratta di una mossa disperata e probabilmente se ne rendono conto molti degli stessi protagonisti. E&#8217; pertanto particolarmente preoccupante constatare che sono purtroppo molti, troppi, i segnali che parlano di una grande voglia di spingere nettamente l&#8217;acceleratore sulla repressione, come tra l&#8217;altro è stato confermato dal dopo-aggressione a Berlusconi.</p>
<p>Di ondata repressiva abbiamo già parlato nel nostro articolo <a href="http://milanointernazionale.it/2009/11/22/a-scuola-di-manganello/" target="_blank">A scuola di manganello</a>, riferendo di arresti e manganellate contro studenti e giovani attivisti milanesi. Il giorno dell&#8217;anniversario di Piazza Fontana è stato un nuovo capitolo, con la decisione apertamente provocatoria di impedire l&#8217;accesso alla piazza e la giustificata reazione delle migliaia di persone che volevano manifestarvi: una valanga di fischi e urla contro chi, come Roberto Formigoni e Letizia Moratti, non avrebbe dovuto essere su quel palco per semplici motivi di buon gusto. Per l&#8217;occasione il Corriere della Sera, come già in occasione dei violenti interventi della polizia contro gli studenti, è passato all&#8217;attacco con un vocabolario di estrema pesantezza. In un commento, Giangiacomo Schiavi parla di una &#8220;contestazione incivile che [...] offre nuovi alibi a chi non accetta un percorso di pacificazione&#8221; (si noti l&#8217;uso sintomatico del verbo &#8220;accettare&#8221;, che suona molto intimidatorio in questo contesto). &#8220;Contestare è un diritto, ma così può diventare una barbarie. E di barbarie bisogna parlare&#8221;, continua Schiavi, per cui i fischi sono barbarie, mentre la decisione di impedire l&#8217;accesso alla piazza e di schierare in modo massiccio la polizia è solo un involontario &#8220;disguido organizzativo&#8221;. E poi ancora: &#8220;slogan bellicosi&#8221;, &#8220;rigurgito sessantottino&#8221; e &#8220;chi cerca nello scontro una qualche forma di legittimizzazione&#8221;, mentre alla fine del pezzo Schiavi è assolutamente certo che Calabresi è stato &#8220;assassinato da un commando di Lotta Continua&#8221; mentre per Pinelli parla vagamente di &#8220;morte in questura&#8221;. Ma quello che più colpisce dell&#8217;articolo è il continuo richiamo alla pacificazione, all&#8217;unità, alla condivisione, del tutto fuori luogo nel caso di una strage come quella di Piazza Fontana e della ancora oggi impunita strategia della tensione (va detto che c&#8217;è stato, anche se del tutto isolato, chi ha espresso sulle pagine del Corriere posizioni radicalmente diverse, come Luigi Ferrarella il 12 dicembre). E&#8217; un ritornello che il Corriere della Sera va ripetendo da lunghi mesi, attraverso la massiccia e ossessiva pubblicazione di editoriali che vede in prima fila i mandarini più quotati come Panebianco, Galli della Loggia, Romano. E&#8217; la linea annunciata da Ferruccio De Bortoli già nel suo editoriale di inaugurazione, una linea che vuole la pace sociale a ogni costo, la &#8220;eguale responsabilità di tutti&#8221; per i problemi del paese: di fronte a quanto sta succedendo, equivale a uno schieramento netto e inequivocabile a favore delle politiche devastanti messe in atto dalla borghesia milanese negli ultimi decenni. E vale la pena di ricordare che anche i fascisti hanno cominciato la loro ascesa al potere promettendo la pace sociale nei confronti degli &#8220;incivili&#8221; che non &#8220;accettavano la pacificazione&#8221;, e lo hanno fatto partendo proprio da Milano. Certo, oggi c&#8217;è in più una vena di grottesco, perché a differenza di allora al momento non vi sono certo forze di massa o rivoluzionarie che minacciano il regime.</p>
<p>Di cosa ha paura allora il potere? Ma di se stesso, naturalmente! Ha paura della propria mancanza di prospettive e della propria incapacità costitutiva di risolvere la crisi in atto. La faccia sanguinante e spaventata di Berlusconi è la faccia di questo regime, e la sua esibizione subito dopo l&#8217;aggressione non è un atto di coraggio, ma piuttosto il porci davanti agli occhi l&#8217;agghiacciante specchio di ciò che si può attendere chi la crisi la sta pagando o è destinato a pagarla in futuro, o chi dovesse decidere di lottare per difendere il proprio lavoro, i propri diritti e la propria libertà. In realtà per capire quello che sta succedendo bisogna andare oltre la faccia di Berlusconi per vedere cosa c&#8217;è dietro: un sistema capitalista che in questo momento si sta arenando nel fango, con le banche e il sistema del credito in panne, un&#8217;industria che si sta fermando, un settore immobiliare che deve ancora smaltire miliardi di euro &#8220;falsi&#8221;, un sistema sociale sempre più inefficace e corrotto, e la repressione come unico antidoto efficace. Dietro la faccia di Berlusconi, insomma, c&#8217;è la Milano di oggi.</p>
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		<title>Nessuna pietà per il lettore! Una penna affilata come una lama di coltello.</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Dec 2009 18:04:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milanointernazionale</dc:creator>
				<category><![CDATA[=>   Storia, cultura, luoghi]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Alvino]]></category>

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		<description><![CDATA[Le piratasse (inviate speciali di Milano Internazionale), confermandosi indomabili segugi di sensazioni e insaziabili creatrici di situazioni, tornano a colpire con l’ennesima intervista.   Questa è la volta di Paolo Alvino, scrittore emergente di questa ‘strana’ Milano, che ci racconta il contesto e lo scenario che caratterizza la sua prima prova letteraria. Incontriamo Paolo Alvino alla [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&amp;blog=7100082&amp;post=883&amp;subd=milanointernazionale&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le <strong>piratasse</strong> (inviate speciali di Milano Internazionale), confermandosi indomabili segugi di sensazioni e insaziabili creatrici di situazioni, tornano a colpire con l’ennesima intervista.   Questa è la volta di <a href="http://perronelab.it/node/224" target="_blank">Paolo Alvino</a>, scrittore emergente di questa ‘strana’ Milano, che ci racconta il contesto e lo scenario che caratterizza la sua prima prova letteraria.</p>
<p><span id="more-883"></span></p>
<p>Incontriamo Paolo Alvino alla presentazione di &#8216;Fiore Crudo&#8217;, il suo primo romanzo. Per l&#8217;intervista, ci allontaniamo dalla folla di adulti e troviamo un piccolo spazio nell&#8217;area dedicata ai bimbi dello Superstudio Più, dove si è appena tenuta l&#8217;edizione 2009 di &#8220;Un libro a Milano&#8221;.</p>
<p>PIRATESSE: nel tuo libro, Milano troneggia sullo sfondo. I luoghi di Milano che citi, rappresentano una particolare geografia delle tue emozioni?</p>
<p>ALVINO No, potrei dire di no. La Milano in cui si muove la protagonista è una Milano quasi impalpabile, indifferente, una citta&#8217; aliena, estranea e ostile che riflette le emozioni ed il sentire della protagonista. La protagonista vive un senso di estraneità, di indifferenza e Milano è un po&#8217; il luogo, il topos in cui si realizza questo suo essere estraneo al mondo. Così non ho voluto dare una precisa collocazione, solo dei riferimenti toponomastici ad una Milano del vizio, ad esempio le strade, i luoghi dove si esercita la prostituzione e dove la protagonista compie le sue scorribande notturne. Una volta trovavo Milano una città entusiasmante, ma negli ultimi anni mi sono molto raffreddato. Quindi, anche se non rientra nella mappa delle mie emozioni, nel creare una Milano così fredda e gelida si sente l&#8217;eco del mio distacco da questa città. La Milano degli ultimi tempi: un luogo essenzialmente estraneo.</p>
<p>PIRATESSE: Quali sono i romanzi che hanno al centro Milano che senti più vicini al tuo?</p>
<p>ALVINO Premetto che di romanzi su Milano non ne ho letti molti. Posso citare 2 autori: Gianni Biondillo e Raul Montanari. Biondillo è radicato nella citta&#8217; e nel quartiere di Quarto Oggiaro, che è prossimo alla mia zona di residenza, la Bovisa, e descrive la realtà urbana come in un ritratto dal vivo, perciò nei suoi romanzi trovo molti punti di riferimento. La Milano di Montanari invece è più funzionale alle vicende dei suoi personaggi. Nel corso delle mie letture mi sono reso conto di una cosa, in molti scrittori la città diventa la vera protagonista del romanzo. Senza arrivare alla Dublino di Joyce, posso citare la Mumbai di Vikram Chandra in “Giochi sacri” dove la citta&#8217; stessa, la metropoli indiana, diventa un&#8217;entità vivente che quasi sommerge le stesse gesta dei protagonisti. È un tipo di approccio che non mi appartiene: in questo romanzo ho lavorato molto sulla personalità della protagonista, la città è solo una scenografia.</p>
<p>PIRATESSE: una trama complessa, con vari personaggi e situazioni, come una tragedia greca &#8230;parlaci un po&#8217; della tua scelta di far muovere i personaggi in questo modo.</p>
<p>ALVINO Il romanzo è centrato molto sul personaggio principale e altri di contorno che ne sono un po&#8217; le costellazioni. L&#8217;idea di farli muovere e disporli come sul palco di una tragedia greca, aldila&#8217; della trama drammatica, mi consentiva di caratterizzarli meglio, di assegnare a ciascuno il proprio ruolo, il proprio destino oppure la propria maschera, per usare un termine teatrale. Infatti ognuno porta una maschera e la deve portare fino in fondo. La stessa Maura rimane sempre prigioniera della sua condizione, anche se in alcuni momenti le si offre l&#8217;occasione per uscirne. Questa è la tragedia: Maura non può sfuggire a quello che gli dei hanno previsto per lei, anche se gli dei non esistono ed è escluso l&#8217;intervento divino. Maura rifiuta qualsiasi redenzione, qualsiasi conforto spirituale, che sia il conforto di un maestro o il conforto delle istituzioni religiose tradizionali. Ma come il protagonista classico della tragedia greca lei deve adempiere e compiere il suo fato.</p>
<p>PIRATESSE: alla presentazione di “Fiore Crudo” hai precisato di avere usato “la penna come una lama di coltello”: puoi approfondire questo aspetto della tua scrittura?</p>
<p>ALVINO La lama di coltello è l&#8217;immagine che ho associato alla scrittura di una grande narratrice ungherese, Agota Kristof, che mi ha molto ispirato. Come lei sentivo l&#8217;esigenza di dire delle cose che arrivassero dirette, nitide alla mente e al cuore del lettore, utilizzando frasi brevi, secche, incisive, scrivendo un romanzo ‘al limite’, crudele nelle situazioni, nei personaggi, nel linguaggio. L&#8217;immagine di usare “la penna come una lama di coltello” è quindi una scelta stilistica, la scelta di scrivere in maniera netta, secca, senza abbellimenti. Al limite risultando anche sgradito oppure offensivo, ma senza chiedere scusa.</p>
<p>PIRATESSE: “Fiore Crudo” rimanda all&#8217;importanza del corpo è un romanzo molto “fisico”: era la tua intenzione o si è sviluppato cosi mentre lo creavi?</p>
<p>ALVINO Nel momento in cui ho scelto il personaggio, questo personaggio non poteva svilupparsi in modo diverso. Scegliendo di fare un romanzo su un essere che rifiuta la sua femminilità, rifiuta il suo corpo e vive il disagio di vivere dentro un corpo femminile, il risultato non poteva essere che questo. Il fatto di aver scelto un personaggio di sesso femminile mi agevolava nel dare “fisicità” al romanzo, perchè se penso a qualcosa che abbia attinenza con il corpo, mi viene più immediato pensare ad una figura femminile che ad una figura maschile.</p>
<p>PIRATESSE: le battute finali di “Fiore Crudo” rimandano ad una citazione di Joyce. Quali scrittori ti hanno influenzato?</p>
<p>ALVINO Stavo leggendo Joyce mentre scrivevo il romanzo (Agota Kristof l&#8217;avevo letta tempo prima) e qualche cosa di Joyce stava finendo in questo romanzo. Mi sono ravveduto in tempo perchè Joyce è improponibile come esempio di narratore, è inimitabile. Ma ho voluto ugualmente dargli un riconoscimento nel romanzo, ed è il finale, lo stesso dell&#8217;Ulisse al termine del famoso monologo interiore del capitolo di Penelope: il &#8220;SI&#8221; che suona quasi come una disperata autoaffermazione della protagonista.</p>
<p>PIRATESSE: Stai pensando ad un nuovo lavoro? ci puoi anticipare qualcosa?</p>
<p>ALVINO: voglio fare il misterioso&#8230;sto scrivendo un altro romanzo&#8230; è un argomento un po&#8217; più metafisico&#8230; sto cercando di adottare uno stile più complesso, non sarà una lama di coltello: il bello dello scrivere è sperimentare nuove forme, più che nuovi argomenti. Sarà sicuramente ambientato a Milano (ridiamo) ed in centro Italia, nella zona del lago di Bolsena, luoghi che ho frequentato in passato. Credo che prima o poi mi farò sponsorizzare da qualche ente del turismo (ridiamo) .</p>
<p>PIRATESSE: Paolo, ci dici cosa stai leggendo adesso?</p>
<p>ALVINO : L&#8217;autrice più lontana dal mio stile, Jane Austen.</p>
<p> PIRATESSE: “Orgoglio e pregiudizio”?</p>
<p>ALVINO: No, “Ragione e sentimento”!</p>
<p>Sto apprezzando molto lo stile delle donne&#8230; in particolare Virginia Woolf.</p>
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		<title>Guida alla letteratura di Milano</title>
		<link>http://milanointernazionale.it/2009/12/11/guida-alla-letteratura-di-milano/</link>
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		<pubDate>Fri, 11 Dec 2009 12:36:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milanointernazionale</dc:creator>
				<category><![CDATA[=>   Storia, cultura, luoghi]]></category>
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		<description><![CDATA[a cura di Alberto Busi e Andrea Ferrario Una guida agli autori e alle opere letterarie che hanno al loro centro Milano o che hanno lasciato un segno indelebile nella vita letteraria della città. La rassegna vi offre una passeggiata cronologica che da Carlo Maria Maggi va fino a oggi, consentendovi di gettare un colpo [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&amp;blog=7100082&amp;post=880&amp;subd=milanointernazionale&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>a cura di Alberto Busi e Andrea Ferrario</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Una guida agli autori e alle opere letterarie che hanno al loro centro Milano o che hanno lasciato un segno indelebile nella vita letteraria della città. La rassegna vi offre una passeggiata cronologica che da Carlo Maria Maggi va fino a oggi, consentendovi di gettare un colpo d&#8217;occhio rapido, ma non superficiale, su quanto di più importante Milano ha prodotto nella prosa e nella poesia attraverso i propri autori o lo sguardo partecipe di scrittori di altre città &#8211; PRIMA PARTE: dal XVII secolo agli anni &#8217;70 del XX secolo.</strong></p>
<p><span id="more-880"></span></p>
<p><em>NOTE: La guida è ordinata cronologicamente secondo la data di nascita dei singoli autori. Gli anni di pubblicazione citati per le singole opere si riferiscono alla prima uscita in volume, a meno che non venga specificato diversamente. Come tutte le guide di questo tipo, la scelta degli scrittori da citare è frutto in buona parte delle valutazioni personali dei curatori. Poiché tuttavia la nostra guida verrà aggiornata e integrata nel corso del tempo ci farà piacere ricevere le vostre osservazioni e i vostri suggerimenti a</em> <a href="mailto:milanointernazionale.it@gmail.com">milanointernazionale.it@gmail.com</a>.</p>
<p style="text-align:center;">*****</p>
<p><strong><span style="text-decoration:underline;">Carlo Maria Maggi</span></strong> (1630-1699), cominciamo da lui perché viene considerato da molte autorevoli voci il padre della letteratura milanese. Un titolo che si è meritato grazie ai suoi versi e alle sue opere teatrali in dialetto meneghino. Qualcuno potrebbe pensare che uno scrittore del diciassettesimo secolo possa interessare oggi al massimo qualche topo di biblioteca o qualche specialista dell&#8217;epoca. Non è così, e ve ne potrete rendere conto leggendo le sue <em>Rime milanesi</em>, ripubblicate di recente in edizione economica con traduzione a fronte, versi di grande bellezza in cui, come ha scritto Dante Isella: &#8220;Maggi elaborò un suo proprio mito dello stato di natura perduto, decifrando nella rozzezza delle classi più umili l&#8217;immagine corrotta ma pur sempre riconoscibile di un&#8217;umanità pura di cuore e naturalmente saggia&#8221;.</p>
<p><strong><span style="text-decoration:underline;">Domenico Balestrieri</span></strong> (1714-1780), rappresenta nella poesia dialettale milanese il trait d&#8217;union tra Maggi e Porta. La vivacità intellettuale di cui era dotato gli ha aperto le porte dei salotti milanesi dell&#8217;epoca, dove leggeva con successo i suoi componimenti in versi pervasi di arguzia e umorismo. Autore di numerosi poemetti e sonetti, tra le sue opere più apprezzate vi sono le <em>Novellette</em>, quasi delle storielle moderne, e la traduzione in milanese della Gerusaleme Liberata di Torquato Tasso (<em>La Gerusalemme Liberata travestita in lingua milanese</em>, 1772).</p>
<p><strong><span style="text-decoration:underline;">Giuseppe Parini</span></strong> (1729-1799), poeta immerso nella fortunata epoca in cui nella capitale lombarda è penetrato l&#8217;illuminismo. La sua opera maggiore è il poema <em>Il giorno</em>, in cui Parini segue ora per ora, dal mattino alla notte, con ironia o addirittura con sarcasmo, la giornata di un giovane aristocratico milanese.</p>
<p><strong><span style="text-decoration:underline;">Carlo Porta</span></strong> (1775-1821) è il maggiore poeta dialettale milanese. A quasi duecento anni dalla morte le sue <em>Poesie</em> rimangono oggi come in passato una lettura ricchissima, piena di stimoli nel linguaggio e nei contenuti. Sempre critico nei confronti delle classi dominanti e partecipe descrittore del popolo milanese, ha difeso l&#8217;uso del dialetto e le bellezze della città (d&#8217;allora), rispettivamente in <em>I paroll d&#8217;on lenguagg, car sur Gorell</em> (1812) e <em>El sarà vera fors quell ch&#8217;el dis lu</em> (1817). Il suo frequente uso di un vocabolario sboccato (se misurato con gli standard borghesi) non scade mai nel compiaciuto o nella ricerca di un facile effetto. Lo dimostra il suo capolavoro, <em>La Ninetta del Verzee</em> (1815), lungo monologo di una prostituta dello scomparso quartiere milanese del Verziere, che costituisce ancora oggi una lettura mozzafiato.</p>
<p><strong><span style="text-decoration:underline;">Stendhal</span></strong> (1783-1842), pseudonimo di Henri Beyle, ovvero &#8220;Arrigo Beyle, milanese&#8221;, come è scritto per sua volontà in italiano sulla lapide della sua tomba nel cimitero parigino di Montmartre. E&#8217; l&#8217;unico scrittore straniero della nostra guida ed è stato il più fervido amante di Milano che la storia della letteratura ricordi. Alla città ha dedicato pagine molto belle nella prima parte del romanzo <em>La certosa di Parma</em> (1839), altri suoi scritti su Milano si trovano nel <em>Journal</em> e in <em>Roma, Napoli e Firenze </em>(1817). La Milano dei suoi tempi, che tanto amava, è purtroppo del tutto scomparsa, schiacciata da una valanga di cemento.</p>
<p><strong><span style="text-decoration:underline;">Tommaso Grossi</span></strong> (1790-1853), autore del poema <em>I lombardi alla prima crociata</em> e del romanzo storico <em>Marco Visconti</em>, rientra nella nostra guida soprattutto per i suoi versi in dialetto milanese e in particolare per la cosiddetta <em>Prineide</em> (1815), un virulento atto d&#8217;accusa contro i dominatori austriaci che fu da alcuni erroneamente attribuito a Carlo Porta.</p>
<p><strong><span style="text-decoration:underline;">Alessandro Manzoni</span></strong> (1785-1873), ovvero il &#8220;gran lombardo&#8221; che non ha bisogno di presentazioni. Ha segnato l&#8217;intera letteratura milanese, da Rovani fino a Gadda passando per Dossi, anche se non è mancato chi invece ne è stato un detrattore, come per esempio Cletto Arrighi e Paolo Valera. Comunque un gigante con cui tutti si sono dovuti confrontare. Decenni di letture scolastiche obbligate lo hanno reso inviso a molti, ma i suoi <em>Promessi sposi</em> rimangono un&#8217;opera fondamentale per Milano, senza dimenticare poi la parallela <em>Storia della colonna infame</em>.</p>
<p><strong><span style="text-decoration:underline;">Carlo Cattaneo</span></strong> (1801-1869), esponente democratico, laico e federalista del Risorgimento italiano e lombardo. Uomo di teoria e di azione, è stato protagonista delle Cinque giornate di Milano e contrario ai Savoia, pagando le sue posizioni con un lungo esilio in Svizzera, durato fino alla morte. Le sue <em>Notizie naturali e civili su la Lombardia</em> e il suo <em>Dell&#8217;insurrezione di Milano nel 1848</em> vanno al di là della semplice forma saggio e sono capitoli fondamentali della letteratura milanese. Recentemente i suoi testi su temi lombardi sono stati raccolti nel volume <em>Scritti su Milano e la Lombardia</em>.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong><span style="text-decoration:underline;">Giuseppe Rovani</span></strong> (1818-1874) viene considerato il padre della scapigliatura lombarda. Era celebre per la sua affabulazione alcolica e per la sua vita da bohemien programmatico. Ma era anche un manzoniano convinto, pur se in rapporto dialettico con l&#8217;opera del gran lombardo. Il suo lavoro principale è il monumentale romanzo <em>Cento anni</em> (1859-1964), nel quale sul palcoscenico di Milano vengono messe in scena per un intero secolo le vicende di personaggi della storia reale e di altri di pura fantasia. Ma la sua opera più tipica la ha scritta un suo discepolo, Carlo Dossi, che nelle <em>Note Azzurre</em> ha raccolto sotto la voce <em>Rovaniana</em> centinaia di sue battute di osteria e di aneddoti sulla sua vita.</p>
<p><strong><span style="text-decoration:underline;">Cletto Arrighi</span></strong> (1828-1906), pseudonimo di Carlo Righetti, è l&#8217;inventore del termine scapigliatura. Dalla vita disordinata, morto in miseria, è ricordato soprattutto per il romanzo <em>La scapigliatura e il 6 febbraio</em> (1862 in volume), dalla cui edizione definitiva sono stati eliminati molti dei precisi riferimenti alla toponomastica milanese, ma che milanese rimane a tutti gli effetti. Ambientato durante l&#8217;abortita rivolta milanese del 1853, è impregnato di utopie ribellistiche e di toni di romanzo noir. Ma la milanesità di Arrighi non si ferma qui: la sua attività convulsa ha partorito anche altri romanzi di ambiente meneghino (soprattutto <em>La canaglia felice, </em>storia di una prostituta e zeppo di voci dialettali, ma anche <em>Nanà a Milano</em> e <em>Gli ultimi coriandoli</em>) e ben 39 commedie in dialetto, la più nota delle quali è <em>El barchett de Boffalora</em>. Antimanzoniano convinto, nel 1895 ha tentato una parodia dei Promessi sposi intitolata <em>Gli sposi non promessi</em>, rimasta allo stato di abbozzo. E&#8217; stato inoltre organizzatore dell&#8217;opera collettiva <em>Il ventre di Milano</em> (si veda la relativa voce nella nostra Guida) e autore di uno dei migliori dizionari milanese-italiano.</p>
<p><strong><span style="text-decoration:underline;">Camillo Boito</span></strong> (1836-1914) è stato innanzitutto architetto e studioso di storia dell&#8217;arte, due campi in cui ha dato preziosi contributi in territorio milanese. L&#8217;attività di scrittore era per lui secondaria, ma i suoi racconti, pur se non numerosi, sono tutti di alto livello. Delle due raccolte da lui pubblicate, <em>Storielle vane </em>(1876) e <em>Senso (nuove storielle vane)</em>(1883), la più fortunata è la seconda, tre eleganti racconti in cui psicologia e ironia romantica si fondono avvicinado Camillo Boito, come ha scritto Enzo Siciliano, ai grandi scrittori viennesi. Il racconto <em>Senso</em>, in particolare, è stato trasposto in film dal regista milanese Luchino Visconti.</p>
<p><strong><span style="text-decoration:underline;">Iginio Ugo Tarchetti</span></strong> (1839-1869), alto, allampanato, uso a portare un&#8217;alta tuba, morto giovane di tisi, è stato l&#8217;icona più funebre della Scapigliatura milanese (ma era di origini piemontesi). Sepolcri, ossa di morto, cimiteri e spiriti popolano la sua opera, che ha toccato i suoi vertici nella poesia <em>Memento</em> (quasi un manifesto del macabro), nei <em>Racconti fantastici</em> e, soprattutto, nel romanzo <em>Fosca </em>(1869), storia di un giovane e bell&#8217;ufficiale che rimane irretito nell&#8217;amore soffocante di una nevrotica e bruttissima fanciulla. La sua opera più milanese, e raramente ricordata sebbene molto interessante, è tuttavia <em>Paolina </em>(1865), feuilleton in cui la storia di un manzoniano &#8220;matrimonio che non s&#8217;ha da fare&#8221; assume tinte noir in un&#8217;atmosfera corrotta che giunge sino allo stupro. Dedicato provocatoriamente alla memoria di una prostituta, ha al suo centro il caseggiato del Coperto dei Figini in via di demolizione di fronte al Duomo, introducendo così per la prima volta nella letteratura meneghina, seppure indirettamente, il tema fondamentale della speculazione edilizia.</p>
<p><strong><span style="text-decoration:underline;">Emilio Praga</span></strong> (1839-1875), uno dei poeti più innovatori della Scapigliatura milanese. Ha portato Baudelaire dalle rive della Senna su quelle dei Navigli con le sue raccolte poetiche <em>Tavolozza </em>(1862) e <em>Penombre</em> (1864). Ha scritto anche un romanzo, <em>Memorie del presbiterio</em> (1881 &#8211; portato a termine e ristrutturato da Roberto Sacchetti dopo la sua morte), in cui perfino in un ambiente montanaro lombardo ancora in larga parte vergine l&#8217;idillio si rivela impossibile. Dalla vita sregolata, è morto in un&#8217;osteria milanese distrutto dall&#8217;assenzio del quale da lungo tempo era schiavo.</p>
<p><strong><span style="text-decoration:underline;">Giovanni Verga</span></strong> (1840-1922), scrittore verista siciliano emigrato a Milano, dove visse per lunghi anni a partire dal 1872 e dove scrisse la maggior parte delle proprie opere. Una sola di esse, tuttavia, è ambientata nella città, la raccolta di novelle <em>Per le vie</em> (1883). Un libro che risente dell&#8217;influenza della tarda scapigliatura lombarda, in cui predominano i toni crepuscolari e che descrive i naufraghi della Milano d&#8217;allora, ma anche i borghesi in continua ricerca dell&#8217;affermazione del proprio status.</p>
<p><strong><span style="text-decoration:underline;">Achille Bizzoni</span></strong> (1841-1904), esponente della Scapigliatura milanese democratica e libertaria, autore di romanzi e molto attivo come giornalista. &#8220;Uomo di contestazione politica, sociale e culturale&#8221;, come ha scritto di lui Giuseppe Farinelli, è stato castigatore, da una posizione anarchica, di una società ormai putrefatta e dei suoi ordinamenti politici, con in testa la monarchia. Tra le sue opere vanno ricordate <em>Autopsia di un amore</em> (1872), ambientato nella Milano scapigliata, <em>Un matrimonio</em> (1885), in cui condanna un&#8217;istituzione che Bizzoni riteneva equivalere a una &#8220;prostituzione legale&#8221; e soprattutto <em>L&#8217;onorevole</em> (1896), una feroce critica del parlamentarismo.</p>
<p><strong><span style="text-decoration:underline;">Arrigo Boito</span></strong> (1842-1918) è stato uno dei principali esponenti della Scapigliatura lombarda, pur essendo nato a Roma. Fratello minore di Camillo Boito, ha studiato musica ed è stato anche un notissimo librettista. E&#8217; autore di numerose poesie e racconti. Tra le prime spicca <em>Dualismo</em> (1866), una specie di manifesto della Scapigliatura (&#8220;Son luce ed ombra; angelica / farfalla o verme immondo&#8221;&#8230;), tra i secondi <em>L&#8217;alfier nero </em>(1867), la magistrale storia geometrica e cromatica di un&#8217;ossessione, e a suo modo anche il primo testo antirazzista della letteratura italiana.</p>
<p><strong><span style="text-decoration:underline;">Ludovico Corio</span></strong> (1847-1911), pubblicista milanese, ha pubblicato svariati lavori di ricerca storico-documentaria, alcuni dei quali hanno suscitato all&#8217;epoca vasto scalpore. E&#8217; il caso in particolare di <em>Milano in ombra. Abissi plebei</em> (1876 a puntate su rivista, 1885 in volume), nel quale l&#8217;autore, infiltratosi per le strade di Milano tra i diseredati e i derelitti, fa un reportage di forte impatto sui bassifondi della città. Da questo punto di vista è un precursore di Paolo Valera, con toni però più pacati e senza possederne la dirompente potenza verbale.</p>
<p><strong><span style="text-decoration:underline;">Carlo Dossi</span></strong> (1849-1910), uno dei &#8220;colossi&#8221; della letteratura lombarda e tappa fondamentale di quella linea letteraria che da Manzoni va fino a Gadda. Ha scritto in una lingua che in passato non s&#8217;era mai letta, tutta fatta di tensione, di stranezze lessicali, di deformazioni espressive, di asprezze ritmiche e timbriche, di impasti dell&#8217;humus dialettale lombardo. E altrettanto espressivo era il mondo che ha rappresentato. Tra le sue tante opere ricordiamo in particolare <em>Vita di Alberto Pisani</em> (1870),  <em>La desinenza in A </em>(1878) e le <em>Note azzurre</em> (ed. completa e definitiva postuma nel 1964), un incredibile e variegato repertorio del Dossi-pensiero.</p>
<p><strong><span style="text-decoration:underline;">Paolo Valera</span></strong> (1850-1926), uno degli scrittori più originali e innovativi di Milano, nonostante oggi sia pressoché dimenticato. Socialista, libertario e rivoluzionario, ha pubblicato per anni la rivista &#8220;La folla&#8221;. I suo orizzonti erano estremamente ampi, tanto che ha scritto il primo<em> </em>romanzo della letteratura italiana sulla mafia (<em>L&#8217;assassinio Notarbartolo o le gesta della mafia</em>, 1899) e un libro di reportage dai bassifondi di Londra (<em>Londra sconosciuta, </em>1890, poi ripubblicato come <em>I miei dieci anni all&#8217;estero</em>). Programmaticamente un proletario della letteratura, il suo stile del tutto unico infrange i canoni con sprazzi di musicale e di cinematografico che lo rendono modernissimo. La sua opera narrativa più nota, <em>La folla</em> (1901), è un &#8220;non-romanzo&#8221; che ha come protagonista un intero caseggiato della Milano proletaria. I suoi libri di impatto più forte sono <em>Milano sconosciuta</em> (1879 prima edizione, seguita da numerose altre ampliate) in cui Valera si immerge come un palombaro negli abissi di una Milano fatta di bordelli e di sottoproletari di ogni genere, e <em>Le terribili giornate del maggio &#8217;98</em> (1899), un incredibile e frenetico reportage in presa diretta sulla rivolta milanese del 1898, soffocata nel sangue dal generale Bava Beccaris.</p>
<p><strong><span style="text-decoration:underline;">Emilio De Marchi</span></strong> (1851-1901), scrittore milanese prolifico e capace di cimentarsi in diversi generi, dal romanzo dalle tinte noir alle prose poetiche in dialetto milanese. Tra le sue più rilevanti opere ambientate nella capitale lombarda i romanzi <em>Due anime in un corpo</em> (1877), in cui si raffigura in modo pittoresco una Milano popolare e minimo-borghese, <em>Demetrio Pianelli</em> (1890), una storia tragica ambientata nella Milano piccolo-borghese di fine ottocento, e <em>Arabella</em> (1893), la risposta milanese al feuilleton parigino, ambientata tra il Carrobbio e la campagna intorno alla città. Ma tra i suoi capolavori c&#8217;è anche <em>Milanin Milanon, prose cadenzate milanesi</em> (1902, postumo), una raccolta che prende titolo da un breve testo in cui l&#8217;autore ha scritto un bellissimo e accorato lamento in dialetto meneghino sulla vecchia Milano che già allora stava scomparendo.</p>
<p><strong><span style="text-decoration:underline;">Gian Pietro Lucini</span></strong> (1867-1914), poeta e prosatore milanese difficilmente classificabile, definito &#8220;l&#8217;alfiere del verso libero&#8221;, ha oscillato tra simbolismo e futurismo con le sue raccolte poetiche <em>Il libro delle figurazioni ideali </em>e <em>Revolverate</em>. Ha scritto anche un romanzo, <em>Gian Pietro da Core</em>, che risente di influenze scapigliate, e recentemente è stato pubblicato postumo il suo <em>Antimilitarismo</em>, testo di tendenza socialista e anarchica che stigmatizza le assurdità della guerra. La sua opera più milanese è tuttavia <em>L&#8217;ora topica di Carlo Dossi</em>, una lunga &#8220;memoria&#8221; sull&#8217;amico e collega scrittore, nel cui capitolo <em>Passeggiata sentimentale per la Milano di &#8220;L&#8217;altrieri&#8221;</em> Lucini traccia un vivido ritratto della Milano dell&#8217;epoca scapigliata.</p>
<p><strong><span style="text-decoration:underline;">Carlo Bertolazzi</span></strong> (1870-1916), commediografo milanese sempre attento ai temi sociali. Il suo capolavoro è il dramma in dialetto milanese <em>El nost Milan</em> (1893), un&#8217;opera corale in cui, senza idealizzazioni né retorica, si descrivono gli emarginati della Milano di allora e la loro vita fatta di stenti. E&#8217; stata riportata al pubblico con grande successo da Giorgio Strehler negli anni &#8217;50. Tra le sue altre commedie in dialetto milanese va ricordata in particolare <em>La gibigianna</em> (1898), in cui si rappresenta il contrasto tra la Milano povera e la Milano ricca.</p>
<p><strong><span style="text-decoration:underline;">Carlo Linati</span></strong> (1878-1946), di natali comaschi e poi milanese d&#8217;adozione, è stato in un primo tempo vicino ai futuristi e a Gian Pietro Lucini. Ma la dirompenza futurista in realtà non gli era congeniale e con il tempo Linati si è dedicato alla letteratura bozzettistica, della quale era un gran maestro. Autore di &#8220;piccole prose ariose e terse&#8221;, come ha detto lui stesso, le sue opere più riuscite sono <em>Sulle orme di Renzo</em> (1927), nel quale ripercorre gli itinerari manzoniani, e soprattutto <em>Milano di allora</em> (1946), in cui descrive con vivacità la Milano del primo novecento, già attraversata da profondi sconvolgimenti.</p>
<p><strong><span style="text-decoration:underline;">Massimo Bontempelli</span></strong> (1878-1960), nato a Como, ha vissuto in svariate città italiane, tra cui anche Milano. E&#8217; noto soprattutto come principale esponente del &#8220;realismo magico&#8221;, ma tra le sue prime opere spicca <em>La vita operosa</em> (1921), libro influenzato in parte dalle avanguardie e pieno di ironia, nel quale si descrive una Milano del primo dopoguerra in cui trionfa il dio Oggi, tra pescecani della finanza e speculazione edilizia. Un romanzo dissacrante, divertente e attualissimo, che ci fa scoprire come i mali della Milano di oggi fossero più o meno gli stessi cento anni fa.</p>
<p><strong><span style="text-decoration:underline;">Delio Tessa</span></strong> (1886-1939) è stato in assoluto uno dei principali poeti in dialetto milanese e uno dei maggiori poeti italiani del novecento. Antifascista e personaggio isolato, è rimasto ai margini della vita culturale della sua epoca. Dalla personalità complessa e unica, ha risentito delle influenze della scapigliatura, di Baudelaire e di Verlaine, nonché dell&#8217;espressionismo, in una poesia dalle venature sempre pessimiste, anche se dai toni spesso accesi. La sua scelta di scrivere in dialetto è stata conscia e programmatica: &#8220;Io personalmente non mi adatterò mai a parlare e a scrivere l&#8217;italiano della borghesia milanese&#8221; e &#8220;Riconosco ed onoro un sol Maestro: il popolo che parla&#8221;. L&#8217;uso che ne fa è profondamente innovatore e include le sequenze di suoni, la punteggiatura come elemento musicale e l&#8217;inserimento di parole straniere. Il suo capolavoro è <em>L&#8217;è el dì di mòrt, alègher! </em>(1919), lunga poesia dalla quale prende titolo l&#8217;unica raccolta pubblicata durante la sua vita, un doloroso e modernissimo canto ispirato ai reduci di Caporetto nella Milano concitata del primo dopoguerra.</p>
<p><strong><span style="text-decoration:underline;">Collettivo de &#8220;Il ventre di Milano&#8221;</span></strong> (1888), cioè in primis Cletto Arrighi (vedi sopra), ma anche Francesco Giarelli, Aldo Barilli, Ferdinando Fontana, Otto Cima e molti altri che insieme hanno dato vita a quella che rappresenta la risposta milanese allo zoliano Ventre di Parigi. Non un romanzo, ma un variegato viaggio nella Milano di fine &#8217;800 che comincia con un Antipasto (al posto della prefazione) e passa subito al &#8220;Trionfo del ventre&#8221; e alla &#8220;Milano che gode&#8221;, ma ci sono anche capitoli più foschi, come &#8220;Le piovre di Milano&#8221; e &#8220;Milano che soffre&#8221;. Una visione nel complesso più gioiosa rispetto ai reportage del contemporaneo Paolo Valera, ma che non perde di vista gli abissi della metropoli.</p>
<p><strong><span style="text-decoration:underline;">Augusto De Angelis</span></strong> (1888-1944), autore di numerosi gialli che hanno come protagonista il mite e silenzioso Carlo De Vincenzi, commissario della squadra mobile di Milano, una sorte di Maigret degli anni del regime fascista (dopo l&#8217;8 settembre De Angelis fu incarcerato per antifascismo e morì un anno dopo a Bellagio in seguito al pestaggio da parte di un fascista). Ha apportato importanti novità nelle tecniche narrative del genere giallo, con romanzi che sono pervasi da un&#8217;azione tesa e vibrante, ma calcolata. I suoi due romanzi più noti sono il primo della serie del commissario De Vincenzi, <em>Il banchiere assassinato</em> (1935), che prende spunto dall&#8217;uccisione in via Monforte del banchiere Mario Carlini e in cui fanno capolino anche letture freudiane, e <em>Il mistero delle tre orchidee</em> (1942), ambientato nella torbida casa di mode milanese O&#8217;Brian, frequentata da mannequine e malavitosi.</p>
<p><strong><span style="text-decoration:underline;">Alberto Savinio</span></strong> (1891-1952), pseudonimo di Andrea Francesco Alberto De Chirico, scrittore e pittore. In Italia è stato l&#8217;autore più vicino al surrealismo, anche se in modo del tutto <em>sui generis</em>. A Milano è dedicato in larga parte il suo <em>Ascolto il tuo cuore, città</em> (1944), in cui la capitale lombarda è come una stoffa su cui l&#8217;autore intesse lunghe e tranquille divagazioni, una &#8220;città tutta pietra in apparenza e dura&#8221;, ma che allo stesso tempo è &#8220;morbida di giardini &#8216;interni&#8217;&#8221;: in realtà una Milano che già quando Savinio scriveva era scomparsa da tempo.</p>
<p><strong><span style="text-decoration:underline;">Carlo Emilio Gadda</span></strong> (1893-1973), scrittore e ingegnere milanese, da molti definito un &#8220;gran lombardo&#8221; come Manzoni. Personaggio schivo, le sue opere sono di grande ricchezza tematica e linguistica, grazie anche alle influenze dialettali lombarde e milanesi. E&#8217; stato uno scrittore che, come ha scritto Italo Calvino, &#8220;cercò per tutta la vita di rappresentare il mondo come un garbuglio, o groviglio, o gomitolo, di rappresentarlo senza attenuarne affatto l&#8217;inestricabile complessità, o per meglio dire la presenza simultanea degli elementi più eterogenei che concorrono a determinare ogni evento&#8221;. I suoi capolavori sono <em>L&#8217;Adalgisa</em> (1944), uno dei libri più milanesi mai pubblicati, in cui la prodigiosa macchina linguistica di Gadda si applica alla borghesia meneghina tra le due guerre, tra umori esagitati e un fondo di totale irrazionalità, e <em>La cognizione del dolore</em> (1963), nella quale una Brianza travestita da Sud America fa da teatro al male invisibile dell&#8217;hidalgo-ingegnere Gonzalo Pirobutirro e alla sua irosa relazione con la madre.</p>
<p><strong><span style="text-decoration:underline;">Giuseppe Marotta</span></strong> (1902-1963), ovvero Napoli a Milano. Scrittore partenopeo noto soprattutto per <em>L&#8217;oro di Napoli</em> (1947), portato sugli schermi cinematografici da Vittorio De Sica, ha vissuto anche a Milano e ha dedicato alla metropoli meneghina tre libri, <em>A Milano non fa freddo</em> (1949), <em>Mal di galleria</em> (1958) e <em>Le milanesi</em> (1962). La sua è la Milano dura degli immigrati dal sud, delle loro peripezie e delle loro difficoltà, raccontate sempre con simpatia e umanità. Ha colto perfettamente lo spirito della città lasciandoci una bellissima immagine della cattedrale milanese, che ancora oggi suona commovente: &#8220;C&#8217;è un Duomo con tante guglie appunto perché ogni immigrato ne scelga una e vi alzi o vi ammaini la sua bandiera&#8221;.</p>
<p><strong><span style="text-decoration:underline;">Dino Buzzati</span></strong> (1906-1972), ha portato con sé a Milano molto del gusto per il fantastico proprio della cultura della sua terra natale, il Veneto. Giornalista molto amato dalla borghesia milanese, è stato un maestro del racconto grazie a uno stile in cui si intrecciano il fantastico, il reale quotidiano e il kafkiano. Milano, nominata esplicitamente o meno, è spesso presente nelle sue opere, ma tra quelle maggiormente milanesi ricordiamo il racconto <em>Paura alla Scala </em>(1949), in cui si descrive una paranoica borghesia milanese asserragliata nella Scala in preda alla paura di una &#8220;rivolta rossa&#8221; e, soprattutto, il bellissimo <em>Un amore</em> (1963), storia del nevrotico amore di un maturo architetto per una spregiudicata giovanissima, ambientato in angoli scomparsi del quartiere Garibaldi e in una Milano babelica &#8220;con i suoi inferni vecchi e nuovi, i suoi falansteri giganteschi, certe sue piazzette, certi suoi grovigli di vicoli, certi angoli secreti&#8221;.</p>
<p><strong><span style="text-decoration:underline;">Elio Vittorini</span></strong> (1908-1966), scrittore siciliano, ha vissuto a lungo a Milano, dove è morto. Rientra nella nostra guida per <em>Uomini e no</em> (1945), il primo romanzo della letteratura italiana sulla resistenza, ambientato nella nostra città. Un libro nervoso, fatto in larga parte di dialoghi serrati, che ha come scena la Milano inospitale, dura e spietata del regime nazifascista. Una delle immagini che rimane più impressa è la descrizione agghiacciante, in poche pagine prive di superflua retorica, del tragitto che da Largo Augusto porta fino a Piazza Cinque Giornate disseminato di cadaveri di uomini, ragazzi e bambini assassinati dai fascisti delle Brigate Nere.</p>
<p><strong><span style="text-decoration:underline;">Giovannino Guareschi</span></strong> (1908-1968), scrittore, umorista e caricaturista nato a Parma, creatore della nota serie di Don Camillo e Peppone. Dal 1936 al 1943 è stato caporedattore a Milano del &#8220;Bertoldo&#8221; diretto da Cesare Zavattini, e nel 1945 ha fondato la rivista &#8220;Candido&#8221;, che ha diretto fino al 1957. A Milano ha dedicato il libro <em>La scoperta di Milano</em> (1941), in cui con i suoi consueti toni bonari Guareschi racconta l&#8217;approdo nella metropoli meneghina, nella quale, come altri immigrati, farà fortuna: &#8220;dentro la nebbia di Milano è nascosto il mio avvenire e, a ogni svolta della strada, può spuntare l’imprevisto&#8221;.</p>
<p><strong><span style="text-decoration:underline;">Tommaso Landolfi</span></strong> (1908-1979) è uno dei maggiori autori del novecento italiano. Ciociaro, è stato a Milano solo di passaggio e nella sua produzione letteraria la presenza della capitale lombarda è pressoché nulla. Allora per quale motivo lo inseriamo in una guida alla letteratura milanese? Per un suo bellissimo racconto, <em>Milano non esiste</em> (un titolo che molti milanesi sottoscriverebbero), tratto dalla raccolta <em>A caso</em> (1975), in cui in tre-quattro paginette si racconta di nebbia, fumosi letterati, sgherri fascisti e grattacieli, dando un&#8217;immagine unica della &#8220;sedicente Milano&#8221;, come la definisce l&#8217;autore.</p>
<p><strong><span style="text-decoration:underline;">Giorgio Scerbanenco</span></strong> (1911-1969), di origine ucraine, è unanimemente ritenuto l&#8217;ideatore e il maestro del noir milanese e italiano. La sua è una Milano fatta di borghesi cinici, di impiegati oppressi dal grigiore e di proletari condannati alla sfortuna, tutti uniti dalla comune fatale strada che porta al delitto. Tra i suoi capolavori due romanzi color nero profondo che fanno parte del ciclo dell&#8217;ex medico e detective Duca Lamberti, <em>Venere privata</em> (1966) e <em>I milanesi ammazzano al sabato</em>(1969), oltre ai racconti di <em>Milano calibro 9 </em>(1969). Da mozzafiato la lettura dei suoi racconti raccolti ne <em>Il cinquecentodelitti</em> (1994, postumo), moltissimi dei quali di una sola pagina: bastano solo i titoli, di cui Scerbanenco era maestro, per farne un capolavoro.</p>
<p><strong><span style="text-decoration:underline;">Anna Maria Ortese</span></strong> (1914-1998), scrittrice innamorata di Napoli, città a cui ha dedicato due libri come <em>Il porto di Toledo</em> (1975) e <em>Il cardillo addolorato</em> (1993), e che la critica ricorda soprattutto per il romanzo <em>L&#8217;iguana</em> (1965), il cui protagonista, Daddo, è un milanese. Nella sua raccolta di racconti-reportage <em>Silenzio a Milano</em> (1958) descrive una Milano anni cinquanta fatta di una silenziosa emarginazione che colpisce soprattutto gli immigrati e che ha i suoi luoghi topici nella Stazione Centrale e nei casermoni della periferia.</p>
<p><strong><span style="text-decoration:underline;">Luigi Santucci</span></strong> (1918-1999), autore di ispirazione cattolica, ha fatto parte della resistenza ed è stato tra i fondatori del giornale clandestino &#8220;L&#8217;uomo&#8221;. I suoi due romanzi migliori sono entrambi ambientati nella sua città, Milano. <em>Il velocifero</em> (1963) descrive, con un&#8217;ampia presenza del dialetto meneghino, le vicende di una famiglia milanese a cavallo tra l&#8217;ottocento e il novecento, una tranquilla e mite &#8220;Arca di Noè&#8221; che verrà infine travolta dagli sconvolgimenti portati dalla Prima guerra mondiale; <em>Orfeo in paradiso</em> (1967) narra invece di un patto faustiano che consente a un figlio di tornare nel passato, mediante a un funambolesco &#8220;salto dalle guglie del Duomo&#8221;, per alleviare il dolore causatogli dalla morte della madre: nel romanzo vengono tra le altre cose passate in rassegna molte delle più importanti vicende della Milano tra i due secoli, dalla rivolta del pane del 1898 a Caporetto.</p>
<p><strong><span style="text-decoration:underline;">Alberto Vigevani</span></strong> (1919-1999), scrittore, libraio ed editore milanese. La maggior parte delle sue opere è intrisa di Milano, che spesso vi viene descritta con precisione quasi toponomastica. Ricordiamo in particolare, tra i molti altri, <em>All&#8217;ombra di mio padre </em>(1984), in cui la città del primo dopoguerra viene vista dagli occhi di un bambino, e <em>Milano ancora ieri. Luoghi, persone, ricordi di una città che è diventata metropoli</em> (1996).</p>
<p><strong><span style="text-decoration:underline;">Pier Paolo Pasolini</span></strong> (1922-1975), è stato uno dei maggiori prosatori, poeti e registi italiani. La città che più è stata al centro della sua opera è Roma, ma a Milano sono ambientati sia il film (1968) sia il libro (1969) intitolati <em>Teorema</em>. Un padrone che ha una fabbrica nella campagna milanese, la sua Mercedes che si avvia verso la città, così comincia un libro in prosa e in versi che ha al suo centro una rispettabile famiglia il cui equilibrio viene completamente stravolto dall&#8217;arrivo di un ospite misterioso e dai rapporti sessuali che ciascun membro della famiglia avrà con lui. Un libro dirompente e un&#8217;impietosa rappresentazione della borghesia milanese.</p>
<p><strong><span style="text-decoration:underline;">Luciano Bianciardi</span></strong> (1922-1971), un toscano anarchico che non amava Milano, ma la ha affrontata di pieno petto fino ad autodistruggersi con l&#8217;alcool. La sua opera più nota, <em>La vita agra</em> (1962), è un romanzo milanesissimo e arrabbiato, ironico, divertente e tragico del quale è rimasta leggendaria l&#8217;intenzione del protagonista di fare saltare in aria il Palazzone (quello della Montedison in Largo Donegani) dopo una strage di minatori in Maremma. La sua è una Milano trasfigurata, in cui Brera diventa Braida e il bar Giamaica il bar delle Antille, ma è anche la Milano realissima degli stravolgimenti del boom economico, dell&#8217;industria culturale e della vita vissuta dallo stesso Bianciardi. Non aveva alcuna simpatia per i milanesi e la loro città (&#8220;I milanesi sono coglioni come poca gente al mondo. La gente qui è allineata, coperta e bacchettata dal capitale nordico e cammina sulla rotaia, inquadrata e rigida&#8221; e, ancora, &#8220;Vivere a Milano è molto triste. Non è Italia, qua, è Europa, e l&#8217;Europa è stupida&#8221;), eppure con <em>La vita agra</em> ha scritto uno dei capolavori della letteratura milanese. Ricordiamo anche la sua bella biografia <em>Vita agra di un anarchico. Luciano Bianciardi a Milano</em> (1993), scritta da Pino Corrias, un libro in larga parte sulla metropoli meneghina.</p>
<p><strong><span style="text-decoration:underline;">Dante Isella</span></strong> (1922-2007), non è né un prosatore né un poeta, bensì un critico letterario, ma si merita a pieno titolo l&#8217;inserimento nella nostra guida per il contributo fondamentale apportato alla conoscenza della letteratura lombarda e milanese. Ha curato con grande rigore l&#8217;edizione critica delle <em>Poesie</em> di Carlo Porta e le opere di molti altri scrittori milanesi. Nel 1984 è uscita una raccolta di alcuni dei suoi migliori saggi, intitolata <em>I lombardi in rivolta</em>, in cui Isella identifica una &#8220;linea lombarda&#8221; che da Maggi, passando per Porta, arriva fino alla Scapigliatura milanese e a Gadda.</p>
<p><strong><span style="text-decoration:underline;">Giovanni Testori</span></strong> (1923-1993), è nato a Novate Milanese, alla periferia di Milano. E la periferia milanese, con i suoi poveri diavoli, i suoi ladruncoli, le sue prostitute e le sue stelle locali dello sport è stata il fulcro della sua opera. La sua è stata una letteratura dal linguaggio fisico, spesso ai limiti del sensuale. Il suo ciclo quasi balzachiano dei &#8220;Segreti di Milano&#8221;, ambientato nella periferia cittadina degli anni cinquanta e sessanta, è una delle opere di più ampio respiro che hanno al loro centro la capitale lombarda. Il volume più celebre del ciclo è la raccolta di racconti <em>Il ponte della Ghisolfa</em> (1958), a cui hanno fatto seguito un&#8217;altra raccolta, la <em>Gilda del Mac Mahon</em> (1959), e un romanzo, <em>Il fabbricone</em> (1961). Del ciclo fanno parte anche due testi teatrali, <em>La Maria Brasca </em>e <em>L&#8217;Arialda</em> (1960), e un romanzo pubblicato postumo, <em>Nebbia al Giambellino</em>. <em>Il ponte della Ghisolfa</em> ha ispirato il film di ambientazione milanese &#8220;Rocco e i suoi fratelli&#8221;, di Luchino Visconti.</p>
<p><strong><span style="text-decoration:underline;">Ottiero Ottieri</span></strong> (1924-2002), ovvero il Sud visto dal Nord e viceversa, la città industriale, la nevrosi e la politica. Sono questi i temi principali delle sue opere più importanti, il primo sviluppato magistralmente in <em>Donnarumma all&#8217;assalto</em> (1959). Il trasferimento nella capitale lombarda è stato un capitolo fondamentale della sua vita e a Milano sono dedicate molte pagine de <em>La linea gotica</em> (1963), considerato uno dei capolavori della letteratura industriale: la Milano descrittavi è una città neocapitalista, classista e alienata (&#8220;Sto dentro a Milano come dentro l&#8217;incarnazione di cemento della struttura di classe&#8221;). E&#8217; ambientata nella capitale lombarda anche <em>Una tragedia milanese</em> (1998), dove Milano è una città regolata rigidamente dal lavoro e &#8220;piena di edifici grigi, priva di paesaggio di fiumi e di idee&#8221;. E se in quest&#8217;ultimo libro Ottieri definisce senza peli sulla lingua Umberto Bossi un cretino, il successivo <em>Un&#8217;irata sensazione di peggioramento</em> (2002) si divide tra Milano e Torino seguendo il filo dell&#8217;autostrada tra le due città, sotto il cielo plumbeo della nuova destra berlusconiana. Tra i suoi capolavori anche <em>L&#8217;irrealtà quotidiana</em> (1960), un romanzo-saggio che non riguarda Milano, ma che ne è certamente infuso.</p>
<p><strong><span style="text-decoration:underline;">Renato Olivieri</span></strong> (1925), di nascita veronese, si è trasferito a Milano adolescente. E&#8217; il creatore del personaggio del commissario Ambrosio (interpretato tra l&#8217;altro al cinema da Ugo Tognazzi), un poliziotto tenace, ma pacato, e amante dell&#8217;arte come il suo autore. Tutti i suoi gialli sono ambientati in una Milano topograficamente precisa, la cui caratteristica principale è la malinconia. Il suo primo romanzo &#8220;ambrosiano&#8221; è <em>Il caso Kodra</em> (1978), tra gli altri più noti vi sono <em>Maledetto ferragosto</em> (1980), <em>Dunque morranno</em> (1981), <em>Largo Richini</em> (1994) e <em>Albergo a due stelle</em> (1996).</p>
<p><strong><span style="text-decoration:underline;">Umberto Simonetta</span></strong> (1926-1998), impresario, regista, autore di copioni per riviste, di romanzi e di testi di canzoni per Giorgio Gaber, come quello della famosa <em>Ballata del Cerutti</em>. Ha scritto una trilogia composta da tre romanzi, <em>Lo sbarbato</em> (1961), <em>Tirar mattina</em> (1963), <em>Il giovane normale </em>(1967), dedicati a quella Milano, per citare le sue parole, &#8220;drogata dalla smania di distruggere e rifare, distruggere e rifare, e tutti che sgobbano come negri e maledicono di dover sgobbare&#8221;, e nei quali già prima del &#8217;68 ha descritto il disagio giovanile in una città notturna ed emarginata. Tra le sue commedie più note <em>Mi voleva Strehler</em> (1978), nonché una versione teatrale (1980) dell&#8217;<em>Adalgisa</em> di Carlo Emilio Gadda. Negli anni &#8217;50 ha creato per Dario Fo il personaggio di Gorgogliati, un Fantozzi ante litteram.</p>
<p><strong><span style="text-decoration:underline;">Dario Fo</span></strong> (1926), autore teatrale e attore, ha portato a Milano il premio Nobel per la letteratura. Le sue opere si ispirano alla commedia dell&#8217;arte italiana, tra giullari, matti ed eroi per caso. Il suo lavoro di maggiore successo è <em>Mistero buffo</em> (1969), l&#8217;unico direttamente legato a Milano è invece <em>Morte accidentale di un anarchico</em> (1970), ispirato dal caso di Giuseppe Pinelli, in cui Fo riesce nell&#8217;improbabile impresa di imbastire una farsa sull&#8217;uccisione dell&#8217;anarchico detenuto in questura da Luigi Calabresi.</p>
<p><strong><span style="text-decoration:underline;">Danilo Montaldi</span></strong> (1929-1975), cremonese, è stato uno dei più originali esponenti della sinistra &#8220;eretica&#8221; rivoluzionaria e antistalinista fin dagli anni &#8217;50. Ha utilizzato per primo in Italia i metodi della storia orale, con grande maestria e lucidità, in una serie di inchieste sul sottoproletariato e sul proletariato rurale e urbano. In <em>Autobiografie della leggera</em> (1961) ha raccolto le storie di vagabondi e ladri della Bassa padana, in <em>Militanti politici di base</em> (1970) ha condotto un&#8217;indagine raccogliendo le testimonianze dei militanti politici della stessa area. Riguarda invece direttamente la metropoli meneghina <em>Milano Corea, inchiesta sugli immigrati</em> (1960, in collaborazione con Franco Alasia), nel quale gli stessi metodi vengono applicati a un&#8217;inchiesta sugli immigrati a Milano, dando vita a un&#8217;opera corale che ancora oggi rimane un testo fondamentale per la città.</p>
<p><strong><span style="text-decoration:underline;">Carlo Castellaneta</span></strong> (1930) è uno degli autori che ha scritto di più di Milano, alla quale ha dedicato quasi per intero la propria opera. I temi principali della sua narrativa sono la città, la donna e l&#8217;erotismo, ma nei suoi libri ne ha toccati molti altri. Tra le sue opere ricordiamo <em>Una lunga rabbia</em> (1961), ambientato tra i pittori e le gallerie milanesi, <em>Villa Delizia</em> (1965), sulla rivolta del pane del 1898 e dal linguaggio attento al parlato e agli usi dialettali, <em>La Paloma</em> (1972), che descrive l&#8217;ambiente degli anarchici milanesi e muove dall&#8217;attentato di Piazza Fontana e dall&#8217;uccisione di Pinelli, <em>Notti e nebbie</em> (1979), il cui tema conduttore è quello della violenza durante la Repubblica di Salò, e <em>Vita di Raffaele Gallo</em> (1985), che si svolge negli ambienti della camorra milanese.</p>
<p><strong><span style="text-decoration:underline;">Franco Loi</span></strong> (1930), ovvero il capitolo più recente della grande tradizione della poesia dialettale milanese, sebbene sia nato a Genova da genitori non milanesi. Come ha scritto Maurizio Cucchi, &#8220;Loi usa un dialetto milanese molto libero, ricco di contaminazioni e personali invenzioni, introducendo anche una grafia diversa da quella tradizionale, per avvicinarsi maggiormente alla pronuncia&#8221;, un dialetto appreso lavorando con il padre ferroviere, quello parlato da chi come lui a Milano non è nato ma ci è arrivato da fuori. La sua opera più nota è il poema <em>Stròlegh</em> (1975), recentemente è stata pubblicata un&#8217;ampia e valida antologia dei suoi versi, <em>Aria de la memoria, poesi scelte 1973-2002</em> (2005), curata dallo stesso Loi. Bellissima anche la sua ultima raccolta, <em>Voci d&#8217;osteria </em>(2007): dio, bestemmie e concretezza in un&#8217;opera che è un grande affresco milanese (sèm fjö d&#8217;un pòr Milan pien de smergèss,/cun la cusciensa spurca e la passiensa/de laurà, ciavà, fàss verd &#8216;m&#8217; i ghèss&#8230; [siam figli di un povero Milano pieno di boria/con la coscienza sporca e la pazienza/di lavorare, chiavare, farsi verdi come ramarri...]).</p>
<p><strong><span style="text-decoration:underline;">Raffaele Crovi</span></strong> (1934-2007), scrittore ed editore dalla straordinaria versatilità, ha lavorato tra gli altri per Mondadori e per la Rai ed è stato una figura importante della vita culturale milanese. La sua opera spazia dalla narrativa, alla poesia e alla saggistica (ha scritto per esempio <em>Le maschere del mistero. Storie e tecniche di thriller italiani e stranieri</em> [2000], in cui studia tra gli altri anche i milanesi De Angelis e Scerbanenco). Le sue opere ambientate nella metropoli meneghina sono <em>Carnevale a Milano</em> (1959), un romanzo sui giovani del boom, tra noia e spaesamento, <em>Ladro di ferragosto</em> (1984), l&#8217;incontro con un Orfeo milanese e le conseguenti avventure nella città deserta d&#8217;agosto, e il thriller <em>L&#8217;indagine di via Rapallo</em> (1996), che descrive una Milano fatta di scontri sociali, emarginazione e conflitti.</p>
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		<title>Sul filo del rasoio</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Dec 2009 14:38:48 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Andrea Ferrario A Milano la bolla finanziaria e immobiliare è stata messa in standby. Da Risanamento salvata (per ora) dal fallimento, fino agli aumenti di capitale, alle fusioni societarie e agli esercizi provvisori del bilancio, si sta cercando di mettere in qualche modo una pezza a una situazione che permane pesantissima e appare ancora [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&amp;blog=7100082&amp;post=875&amp;subd=milanointernazionale&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Andrea Ferrario</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>A Milano la bolla finanziaria e immobiliare è stata messa in standby. Da Risanamento salvata (per ora) dal fallimento, fino agli aumenti di capitale, alle fusioni societarie e agli esercizi provvisori del bilancio, si sta cercando di mettere in qualche modo una pezza a una situazione che permane pesantissima e appare ancora senza vie di uscita. Un aggiornamento del nostro speciale in tre puntate &#8220;La bolla che deve ancora scoppiare&#8221;</strong>.</p>
<p><span id="more-875"></span></p>
<p>La bolla immobiliare e finanziaria milanese che deve ancora scoppiare (si veda il nostro speciale in tre puntate: <strong><a href="http://milanointernazionale.it/2009/10/23/la-bolla-che-deve-ancora-scoppiare-1/" target="_blank">Parte 1</a>, <a href="http://milanointernazionale.it/2009/10/27/la-bolla-che-deve-ancora-scoppiare-2/" target="_blank">Parte 2</a>, <a href="http://milanointernazionale.it/2009/10/29/la-bolla-che-deve-ancora-scoppiare-3/" target="_blank">Parte 3</a></strong>) continua a pendere come una spada di Damocle sulla città. Gli sviluppi dell&#8217;ultimo mese vanno quasi tutti in un&#8217;unica direzione, quella degli sforzi per mettere una pezza temporanea a una situazione potenzialmente esplosiva. Da Risanamento che è stata salvata dal fallimento, ma viene tenuta sotto stretta osservazione, all&#8217;aumento di capitale di Citylife che evita l&#8217;arresto dei cantieri, ma non garantisce la futura realizzazione del progetto, alle spese autorizzate dal Cipe per Expo e Pedemontana, che non costituiscono però un&#8217;effettiva erogazione dei fondi, alle manovre per porre rimedio in qualche modo ai problemi di Pirelli Re e a quelli dell&#8217;immobiliare Statuto, fino a quelle del Comune per tappare i grandi buchi apertisi nel bilancio, tutto parla di un frenetico lavoro per rimandare nel tempo lo sgonfiarsi della bolla. Nel momento in cui scriviamo il mondo finanziario globale trema per il possibile crack del Dubai e per i suoi 59 miliardi di debiti, un segno che la crisi è ancora molto lontana dall&#8217;essersi esaurita &#8211; anche se nessuno lo dice, la bolla milanese non è poi così lontana, in termini di volumi di denaro in gioco, da quella dell&#8217;emirato arabo.</p>
<p>RISANAMENTO SOTTO OSSERVAZIONE</p>
<p>Cominciamo la nostra rassegna degli sviluppi più recenti dal caso più rilevante, quello di <strong>Risanamento</strong>. Il 10 novembre il Tribunale di Milano ha respinto la richiesta di fallimento per la società immobiliare di Luigi Zunino, ritenendo che il piano di salvataggio delle banche sia idoneo a escludere lo stato di insolvenza. Un giro di parole dei giudici illustra tuttavia chiaramente come dietro alla decisione di non avviare il fallimento ci sia comunque una forte dose di incertezza: l&#8217;ipotesi di vendere le aree Falck a Sesto San Giovanni per 450 milioni e di cedere un&#8217;ampia quota di Santa Giulia vengono definite dai giudici &#8220;non manifestamente illogiche&#8221;, una frase alquanto tortuosa, come d&#8217;altronde un&#8217;altra frase, e cioè il &#8220;non appaiono poco probabili&#8221; usato in relazione alle ipotesi sulla capacità del piano delle banche di generare liquidità a breve termine. I giudici hanno poi riconosciuto che la richiesta di fallimento dei pm ha &#8220;inibito l&#8217;eventuale tentazione di ricorrere a metodi estemporanei o poco trasparenti di composizione della crisi&#8221;, parole che, seppure indirettamente, sono molto pesanti nei confronti delle banche. Inoltre, come osserva il Sole 24 Ore, la decisione del tribunale resta avvolta da incertezza: d&#8217;ora in avanti &#8220;sarà necessario un monitoraggio costante della società&#8221; e saranno i pm, continuano i giudici, che dovranno effettuare &#8220;un&#8217;attenta vigilanza sulla regolare attuazione degli accordi di ristrutturazione&#8221;. Frasi che equivalgono a dire che le banche hanno ottenuto il respingimento del fallimento, ma saranno sottoposte alla stretta sorveglianza dell&#8217;ufficio dei pubblici ministeri. D&#8217;altronde, come prosegue lo stesso quotidiano, il decreto dei giudici sottolinea che rimangono per il futuro &#8220;inevitabili fattori di rischio&#8221;, come l&#8217;andamento dell&#8217;economia e del settore immobiliare o le inchieste giudiziarie che hanno interessato Santa Giulia &#8211; tant&#8217;è che i giudici mettono le mani avanti sottolineando che il tribunale si limita a considerare &#8220;le circostanze fin qui documentate&#8221; e non può prevedere il futuro. La Repubblica si spinge ancora più in là commentando: &#8220;come dire che il fallimento, schivato oggi, potrebbe anche essere nuovamente chiesto in futuro&#8221;.</p>
<p>La pubblicazione dei conti di Risanamento al terzo trimestre 2009, solo pochi giorni dopo la decisione dei giudici, ha non a caso portato alla luce un notevole peggioramento della posizione della società. La perdita netta è di oltre 213 milioni di euro, in peggioramento del 26% rispetto allo stesso periodo dell&#8217;anno precedente, mentre il risultato operativo è calato addirittura del 112%. La posizione finanziaria netta è in profondissimo rosso e in peggioramento: -2,85 miliardi di euro rispetto ai -2,63 del 2008. Intanto la holding personale di Zunino ha deciso di mettere sul mercato immobili, per la maggior parte a Milano, al fine di fare fronte a parte del debito verso le banche. Sul mercato dovrebbero quindi riversarsi vendite per 194 milioni di euro, che copriranno solo parte dei 431 milioni dovuti agli istituti finanziari, che hanno già messo in conto una perdita del 55%. Nel frattempo è stato deciso che Risanamento sarà guidata da Claudio Calabi, che lascia la poltrona di ad del Sole 24 Ore, mentre per sbloccare la situazione di Santa Giulia, resa ancora più complicata da alcuni articoli del Giornale in cui si avanza l&#8217;ipotesi che i terreni su cui è stata costruita non siano stati bonificati a norma, vengono avanzate due soluzioni: la creazione di un fondo immobiliare e l&#8217;intervento di soccorso del Comune di Milano con la decisione di insediarvi la &#8220;cittadella della giustizia&#8221; in modo tale da aumentarne l&#8217;appetibilità. In questi giorni in cui gli Emirati arabi sono sull&#8217;orlo del crack (guarda caso, originato dalla speculazione immobiliare) sorge poi spontaneo a proposito di Risanamento un pensiero davvero malizioso: meno di un anno fa per la società di Zunino sembrava imminente l&#8217;uscita dalla crisi tramite la vendita delle aree e del progetto Falck al fondo Dubai Limitless (un &#8220;limitless&#8221;, cioè &#8220;senza limite&#8221;, che alla luce degli ultimi sviluppi suona alquanto inquietante&#8230;), ipotesi poi rientrata all&#8217;ultimo secondo. Cosa ne sarebbe oggi di quell&#8217;enorme area e di quel progetto miliardario, con Dubai che sta andando a picco? Su tutta la vicenda Risanamento ha scritto parole molto precise e dure Massimo Mucchetti sul Corriere della Sera dell&#8217;11 novembre: &#8220;La fine dell&#8217;impero di Luigi Zunino pone una questione più generale: la bolla edilizia, chi l&#8217;ha alimentata e finanziata, chi aveva la cultura per denunciarla e invece discetta degli alberi in piazza del Duomo. La bolla edilizia non è un affare da furbetti del quartierino. E&#8217; la conseguenza della privatizzazione non dichiarata dell&#8217;urbanistica. [...] Gli immobiliaristi hanno avviato progetti assai ambiziosi nel quadro di piani di governo del territorio (i piani regolatori generali di un tempo) che prevedono grandi aumenti delle volumetrie. Strumenti urbanistici e investimenti privati sono il risultato di trattative tra giunte, costruttori e immobiliaristi, con i consigli comunali imbrigliati dal conformismo di maggioranza blindate e opposizioni ideologiche o cooptate, dunque incapaci di esercitare il controllo. [...] E le banche credono all&#8217;incredibile prima perché la rendita fondiaria in tal modo creata rivaluta le garanzie ricevute dalle vecchie industrie, e poi perché, per interposti Zunini, entrano nella gestione delle città. E le star dell&#8217;architettura, immemori dell&#8217;urbanistica, firmano e tacciono sulla sostenibilità dei progetti&#8221;.</p>
<p>UNA NUOVA POTENZIALE MINA</p>
<p>Messa in standby la bomba a orologeria della Risanamento spunta subito una &#8220;nuova potenziale mina da almeno 1 miliardo di euro nei confronti delle banche esposte&#8221;, come hanno scritto Luca Fornovo e Gianluca Paolucci sulla Stampa. Si tratta della pesante situazione dell&#8217;immobiliarista campano <strong>Giuseppe Statuto</strong>, che ha interessi soprattutto a Milano. Il suo gruppo, come riferisce il Sole 24 Ore del 21 novembre, è in difficoltà e ha un&#8217;esposizione di 1,2 miliardi di euro nei confronti del Banco Popolare, che è giunto a un&#8217;intesa con l&#8217;immobiliarista per dimezzarla a 648 milioni. Prima dello scoppio della bolla Statuto aveva inoltre contratto debiti per 250 milioni di euro con Merrill Lynch per l&#8217;acquisto dell&#8217;hotel Four Season a Milano e per 400 milioni di euro con l&#8217;ex Lehman Brothers per alcuni sviluppi immobiliari nella capitale lombarda. Ma ora Statuto non riesce a fare cassa vendendo i propri immobili a un prezzo soddisfacente per fare fronte ai suoi debiti. A inizio novembre sono stati poi pubblicati i dati di <strong>Pirelli Re</strong> per il primi nove mesi del 2009, dopo l&#8217;aumento di capitale e l&#8217;ottenimento di nuove linee di credito per 320 milioni di euro. Nel corso dei tre trimestri Pirelli Re ha perso quasi 58 milioni di euro rispetto ai quasi 13 dello stesso periodo 2008, mentre il risultato operativo è passato da un utile di 22,4 milioni a un passivo di 30,2 milioni. A metà novembre è stato ufficialmente annunciato che è allo studio una fusione di Pirelli Re con la <strong>Fimit</strong> (Fondi Immobiliari Italiani) guidata da Massimo Caputi (su di lui, e in generale sul connubio banche-mattone si veda l&#8217;inchiesta &#8220;<a href="http://www.fiaip.it/ecostampa/utility/imgrs.asp?numart=OAPD2&amp;annart=2009&amp;numpag=1&amp;tipcod=0&amp;tipimm=0&amp;defimm=1&amp;tipnav=1&amp;isjpg=S&amp;usekey=A9HAQJ43" target="_blank">Banche al ballo del mattone</a>&#8221; di Vittorio Malagutti, pubblicata dall&#8217;Espresso). Pirelli si libererebbe così dal suo braccio immobiliare in difficoltà, che ha in gestione un portafoglio di asset immobiliari da 5,7 miliardi di euro, che insieme a Fimit (gestisce 13 fondi immobiliari per un totale di 4,7 miliardi di euro) darebbe vita a una grande società di finanza immobiliare concentrata prevalentemente sulla gestione e i servizi. Fimit ha come propri soci quattro grandi enti di previdenza, che vanno dall&#8217;Inpdap, dipendenti pubblici e 3,6 milioni di iscritti, ad altri enti previdenziali del settore commercio, sport e spettacolo, ingegneri e architetti che hanno un totale di 700.000 iscritti. Le casse di previdenza corrono non pochi rischi puntando sulla finanza immobiliare. Lo testimonia il caso di Fasc Immobiliare, veicolo della cassa di previdenza degli spedizionieri che gestisce svariati immobili di pregio a Milano e che fa affari tra gli altri con il Gruppo Statuto. Attualmente i debiti finanziari verso Fasc ammontano a ben 173 milioni di euro.</p>
<p>CITYLIFE COSTA CARA</p>
<p>Meno di un paio di settimane prima della decisione dei giudici relativa a Risanamento si sono avuti due nuovi sviluppi, apparentemente positivi, anche per <strong>Citylife</strong>. Il 28 ottobre il cda della società che gestisce il progetto sull&#8217;area ex Fiera ha deciso un aumento di capitale di 105 milioni di euro, una decisione che deve essere costata molta fatica ad alcuni dei soci, come Ligresti e Toti, che sono a corto di liquidi. Ma non c&#8217;era alternativa, perché il rischio era il fermarsi dei cantieri nel giro di un mese (cioè proprio nei giorni in cui scriviamo). Ora si potranno realizzare due dei blocchi residenziali per avviarne le vendite, sperando che vadano bene. Sulle famose tre torri invece rimane il punto di domanda, non è più sicuro che si facciano, dipenderà dalla liquidità disponibile. Le banche intanto hanno chiesto nuove garanzie per l&#8217;aumento del loro prestito, scrive la Repubblica del 31 ottobre: &#8220;un&#8217;estensione dei pegni sulle azioni Citylife e un aumento dei tassi da 145 a 200 punti base sopra l&#8217;Euribor &#8220;. Inoltre, secondo lo stesso quotidiano, la banca tedesca Eurohypo starebbe pensando di sfilarsi dall&#8217;operazione. Contemporaneamente all&#8217;aumento di capitale Citylife ha ottenuto un&#8217;apparente vittoria ottenendo il via libera definitivo al progetto, in conseguenza del respingimento di due ricorsi presentati da comitati della zona. Il Tribunale amministrativo regionale ha infatti deciso che sull&#8217;area è possibile costruire con indici di cubatura più alti che nel resto della città (1,15 invece di 0,65). Il cantiere non verrà quindi bloccato, ma per Citylife si apre un ulteriore onere da affrontare. Il Comune è stato infatti troppo &#8220;morbido&#8221; nel calcolare la monetizzazione degli standard, cioè dei servizi che Citylife sarebbe stata tenuta a costruire, ma che sono stati sacrificati a vantaggio delle aumentate volumetrie. Palazzo Marino ha calcolato la monetizzazione come pari a 43 milioni di euro, secondo il tribunale il calcolo giusto è 163 milioni di euro, una differenza di 120 milioni che rischia di andare subito a mangiarsi per intero l&#8217;aumento di capitale da parte dei soci Citylife. Tra l&#8217;altro la magistratura ha avviato un&#8217;inchiesta penale proprio sulla monetizzazione degli standard. Non sembra invece risentire della crisi il progetto <strong>Porta Nuova-Garibaldi</strong>, sul quale però va riscontrato anche una generale mancanza di interesse dei media, tutti presi dalle ultime emergenze, e quindi una carenza di informazioni aggiornate. In un&#8217;intervista rilasciata a Milano Finanza il 31 ottobre, Manfredi Catella, direttore del ramo italiano del gruppo immobiliare americano Hines, protagonista del progetto, parla del conferimento delle aree e dei progetti da realizzarsi in zona (tre lotti: Porta Nuova-Garibaldi, Porta Nuova-Varesine e Porta Nuova-Isola) a dei rispettivi fondi immobiliari. Per il secondo, riferisce Catella, ci sono già 300 prenotazioni (non si capisce però su quante unità previste): in realtà la cifra fornita non ha pressoché rilevanza al fine di prevedere quale sarà l&#8217;esito dell&#8217;operazione, perché chi prenota versa una cauzione di 5.000 euro che, in caso di rinuncia, gli verrà interamente restituita, quindi prenotare non costa pressoché nulla e pertanto non è sufficientemente vincolante. Secondo le parole dello stesso manager i fondi immobiliari di Hines mirano in particolare a catturare il patrimonio delle casse previdenziali e dei fondi pensione, riguardo ai quali rimandiamo alle considerazioni formulate più sopra.</p>
<p>EXPO E PEDEMONTANA, FINANZIAMENTI IN ALTO MARE</p>
<p>A inizio novembre il Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) ha autorizzato circa 5,8 miliardi di euro di spese per le opere fondamentali e quelle connesse dell&#8217;<strong>Expo 2015</strong>, su 9 miliardi complessivi approvati dal Cipe stesso per l&#8217;intera Italia (alla faccia di chi gridava qualche mese fa che tutti i soldi vanno a Roma o a Catania&#8230;). Di questi, 1,2 miliardi riguardano le due linee della metropolitana da realizzarsi, con la sanzione definitiva della cancellazione del progetto della linea 6 e lo spostamento di circa metà dei relativi fondi sulla linea 4. Più precisamente, la linea 5 verrà portata a termine in project financing (soluzione che prevede investimenti in larga parte di privati, ma il più di volte con una formula di garanzia pubblica sui redditi da generarsi e quindi con forti rischi per il pubblico) con la copertura da parte dello stato di 384 dei 657 milioni necessari, mentre per la linea 4 ci sarà una copertura statale di 400 milioni su 910 milioni di costi previsti per il secondo lotto, mentre per il primo (da S. Cristoforo a Linate, 790 milioni di costi previsti) il Comune di Milano dovrà indebitarsi per 550 milioni di euro e il governo dovrebbe pertanto varare un&#8217;apposita deroga al patto di stabilità. I politici hanno tra le altre cose presentato l&#8217;autorizzazione di spesa da parte del Cipe come se fosse un&#8217;erogazione di fondi. In realtà non è così, si tratta solo di una decisione di programmazione e non c&#8217;è nessuna garanzia che i fondi verranno effettivamente erogati (come vedremo più sotto anche per il caso della Pedemontana). Per quanto riguarda la voce spese per l&#8217;Expo 2015 sono in arrivo dolori per le amministrazione pubbliche. Passata la sbornia dello sbandieramento ideologico dell&#8217;Expo come bacchetta magica per lo sviluppo per Milano arriva il conto da pagare: Regione, Provincia e Comune dovranno infatti tirare fuori complessivamente la cifra astronomica di quasi 900 milioni di euro per le opere essenziali. Entro il 2010 dovranno infatti presentare &#8220;tassativamente&#8221; (cioè pena la perdita dell&#8217;assegnazione dell&#8217;evento) al Bie, l&#8217;ente che assegna e supervisiona l&#8217;organizzazione della manifestazione, &#8220;l&#8217;impegno formale a garantire la propria quota di finanziamento di Expo 2015 per la realizzazione dell&#8217;intero progetto (2009-2015)&#8221;, cioè nel caso dei tre enti la somma summenzionata. Si tratta di un impegno di enorme entità e cade proprio in un momento in cui il Comune di Milano in particolare si trova ad affrontare un grosso buco di bilancio e non può più fare conto su alcune delle sue principali voci di entrata. Rimane poi l&#8217;enorme punto di domanda sulla partecipazione dei privati, che dovrebbe essere notevole se si vuole realizzare l&#8217;evento: in questo periodo di mancanza di liquidità e di banche che non erogano finanziamenti ci si chiede quanti saranno in grado di gettarsi nell&#8217;avventura e con quali garanzie di continuità. A fronte di tutto questo, la società Expo 2015 S.p.A. sta pensando di acquistare direttamente i terreni su cui dovrebbero sorgere le infrastrutture, in modo tale da poterli rivenderli dopo averli &#8220;valorizzati&#8221;, gettandosi cioè su una operazione di speculazione immobiliare che alle già pesanti uscite aggiunge un ulteriore fattore di rischio finanziario. Rischio che nel complesso è comunque molto alto, se si guarda alle esperienze degli altri: le Expo non sono un buon affare, come ha tra l&#8217;altro dimostrato il caso di Saragozza 2008, chiusasi con un pesante passivo per la locale amministrazione municipale. Il commento quindi è che l&#8217;Expo 2015, in versione hard, light o &#8220;verde&#8221;, è solo un&#8217;operazione di megaspreco di denaro pubblico (ma anche di denaro privato, che comunque ha sempre ricadute pubbliche, come ci sta insegnando questa crisi) priva di giustificazioni razionali fondate. Il Cipe ha approvato nell&#8217;ambito delle opere Expo 2015 anche i fondi per la <strong>Pedemontana</strong>. Come spiega sul Corriere Economia il giornalista Jacopo Tondelli (già il titolo del suo articolo è eloquente: &#8220;Grandi opere: sì ai progetti, i soldi dopo&#8221;), &#8220;lo &#8216;sblocco&#8217; deliberato dal Cipe per 4,1 miliardi di euro non è l&#8217;approvazione di un finanziamento, ma la deliberazione politica definitiva su un piano costi&#8221;. I costi vivi dell&#8217;opera, come spiega Tondelli, dovrebbero essere pari a 4,1 miliardi, dei quali 1,2 di finanziamento pubblico già erogato e 0,5 già versato dagli azionisti privati (in prima fila, come al solito, Intesa Sanpaolo). Ma alcuni studi rivelerebbero nuove spese in precedenza non preventivate per quasi 1 miliardo di euro, che non sono coperte dal pubblico. Anche in questo caso i politici e molti media hanno dato fiato alle fanfare, ma la situazione dei finanziamenti naviga ancora in alto mare, e si tratta di un mare che in questo momento è duramente colpito dalla tempesta della crisi internazionale.</p>
<p>COMUNE PROVVISORIO</p>
<p>In alto mare anche il <strong>bilancio del Comune di Milano</strong>, sul quale sono arrivate le prime cifre precise. Per il bilancio preventivo 2010 c&#8217;è un buco di 160 milioni di euro, dovuto oltre ai mancati dividendi A2A e alla cancellazione dell&#8217;Ici sulla prima casa, di cui avevamo già parlato, anche a un calo degli oneri di urbanizzazione calcolato come pari a 40 milioni di euro. Il risultato è che il bilancio preventivo 2010 non verrà approvato entro fine dicembre, come avviene normalmente, e si passerà alla soluzione di emergenza dell&#8217;esercizio provvisorio, cioè andando avanti un mese alla volta limitandosi alla gestione ordinaria, come spiega il Corriere della Sera. Per porre rimedio alla difficile situazione sono state messe a punto soluzioni creative. Palazzo Marino, per esempio, avrebbe dovuto versare 130 milioni di euro all&#8217;Atm (che a giudicare dall&#8217;impressionante serie di incidenti ne ha proprio bisogno), ma visti i tempi si tratta di una cifra che il Comune fa fatica a esborsare. Così si è giunti a una decisione salomonica: il Comune verserà sì i 130 milioni all&#8217;Atm, ma quest&#8217;ultima ne distribuirà subito 65 milioni al Comune come dividendi: in pratica i finanziamenti all&#8217;azienda di trasporti pubblici sono stati tagliati del 50%. Un giorno avremo quindi l&#8217;Expo, ma non un tram che ci garantisca di arrivarci senza deragliare: è questa la filosofia del bilancio comunale. E&#8217; inoltre allo studio la creazione di un terzo fondo immobiliare del Comune, per giungere a un&#8217;alienazione di immobili pubblici e fare cassa. Intanto il procuratore Alfredo Robledo ha chiesto il rinvio a giudizio di quattro banche e tredici persone, di cui undici dirigenti bancari e due funzionari comunali (l&#8217;ex direttore generale del Comune e braccio destro di Gabriele Albertini, Giorgio Porta, e il consulente economico, sempre di Albertini, Mario Mauri) con l&#8217;accusa di truffa aggravata in relazione al famoso bond da 1,7 miliardi di euro coperto da <strong>derivati</strong>. Con l&#8217;occasione il centrosinistra ha depositato una nota in cui si stima che il passivo generato dai derivati di Albertini ammonta attualmente a 174 milioni di euro. Intanto si aggiunge un nuovo capitolo alla storia della <strong>privatizzazione del patrimonio pubblico</strong>. I media hanno riportato con risalto la notizia della &#8220;privatizzazione dell&#8217;acqua&#8221; voluta dal decreto Ronchi per la liberalizzazione dei servizi pubblici locali. La giusta battaglia per preservare il controllo pubblico sull&#8217;acqua ha messo però in secondo piano la reale portata del decreto, che stabilisce l&#8217;obbligo per le amministrazioni locali di scendere, entro il 31 dicembre 2010, al di sotto di una quota del 30% nelle società che gestiscono servizi pubblici, nonché il divieto di affidare gli stessi a una società a controllo prevalentemente pubblico. Non solo l&#8217;erogazione dell&#8217;acqua, ma tutti i servizi finora pubblici, fatta eccezione per i trasporti ferroviari, il gas e le farmacie comunali, passeranno sotto il controllo privato. Un passaggio nelle mani dei privati che in Lombardia verrà gestito da una classe politica che sembra sempre più vicina a una nuova &#8220;mani pulite&#8221; (sullo scandalo Grossi, Gariboldi, Ponzoni ecc., che secondo molte fonti lambisce Formigoni e Comunione e Liberazione, segnaliamo due inchieste dell&#8217;Espresso (&#8220;<a href="http://www.fiaip.it/ecostampa/utility/imgrs.asp?numart=NTTNT&amp;annart=2009&amp;numpag=1&amp;tipcod=0&amp;tipimm=0&amp;defimm=1&amp;tipnav=1&amp;isjpg=S&amp;usekey=A9HAQJ43" target="_blank">Premiato clan Lady Lombardia</a>&#8221; e &#8220;<a href="http://rassegnastampa.mef.gov.it/mefsettimanali/PDF/2009/2009-12-03/2009120314322423.pdf" target="_blank">Grandi, grossi e Formigoni</a>&#8220;) e un articolo del Sole 24 Ore (&#8220;<a href="http://www.fiaip.it/ecostampa/utility/imgrs.asp?numart=O1FN9&amp;annart=2009&amp;numpag=1&amp;tipcod=0&amp;tipimm=0&amp;defimm=1&amp;tipnav=1&amp;isjpg=S&amp;usekey=A9HAQJ43" target="_blank">La coppia Grossi-Zunino e l&#8217;area Sisas a costo zero</a>&#8220;).</p>
<p>Chiudiamo questo articolo che dipinge un quadro non certo esaltante della situazione milanese con una notizia invece davvero positiva. Il centro sociale Conchetta, il Circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa, il Circolo Arci Bellezza non finiranno nel secondo fondo immobiliare del Comune di Milano, e quindi per il momento si salvano da una privatizzazione che avrebbe comportato uno sgombero. Lo ha deciso il Consiglio Comunale, che con un solo voto di scarto ha purtroppo invece confermato il destino fondo per il centro sociale Torchiera. A votare a favore dell&#8217;estromissione dei luoghi storici della sinistra milanese dall&#8217;iniziativa di alienazione sono stati anche molti consiglieri del Pdl. I motivi in realtà sono come al solito di bassa lega finanziaria: l&#8217;inserimento di queste vere e proprie istituzioni della Milano democratica avrebbero comportato una diminuzione del valore del fondo, a causa delle proteste sociali che la loro vendita potrebbe causare.</p>
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		<title>Milano e le sue geografie nascoste/2</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Nov 2009 15:49:43 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[A cura di Stefania Moretti e Barbara Valentino Nonostante i primi segnali d’inverno le piratesse (inviate speciali di Milano Internazionale), non si arrendono e impavide, percorrono le strade di Milano per restituirci percorsi inediti e descriverci angoli unici della città. Questa è la volta della Pizzeria Spontini, locale che ha segnato in modo indelebile la [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&amp;blog=7100082&amp;post=872&amp;subd=milanointernazionale&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>A cura di Stefania Moretti e Barbara Valentino</strong></p>
<p>Nonostante i primi segnali d’inverno le <strong><em>piratesse</em></strong> (inviate speciali di Milano Internazionale), non si arrendono e impavide, percorrono le strade di Milano per restituirci percorsi inediti e descriverci angoli unici della città. Questa è la volta della Pizzeria Spontini, locale che ha segnato in modo indelebile la storia della zona Loreto.</p>
<p><span id="more-872"></span></p>
<p>Frequentereste una pizzeria dove le sedie sono scomode, il personale e&#8217; piuttosto &#8220;ruvido&#8221; e, non appena finita la consumazione, il cameriere vi impone di liberare il tavolo con un imperioso &#8216;SPONTINI VI SALUTA&#8217; ?  Noi si, spesso.  Siamo da Spontini nell&#8217;omonima via: armate di pizza e birrozza, affrontiamo il gestore ed il suo staff per un&#8217;intervista esclusiva.</p>
<p> <strong>La ricetta di chi e&#8217;?</strong></p>
<p>Del capo che non ci permette di svelare l&#8217;arcano&#8230;</p>
<p> <strong>Il segreto del successo?</strong></p>
<p>Il profumo di acciuga nella pizza e l&#8217;olio piccante doc.</p>
<p> <strong>Gli amari esposti a chi sono destinati?</strong></p>
<p>Al personale (ride)&#8230; e vengono serviti ai clienti solo su esplicita richiesta.</p>
<p> <strong>Quando e&#8217; nato il locale?</strong></p>
<p>Nel 1953. I pavimenti che state calpestando sono gli originali del &#8217;53. I tavoli e le sedie sono degli anni &#8217;70: solo ultimamente le seggiole sono state rivestite.</p>
<p> <strong>Quanto costava la pizza ai tempi della Lira?</strong></p>
<p>Nel 1997 ricordo che costava 4.500 lire. Non si e&#8217; mai pagato il &#8216;coperto&#8217; (Agli inizi del &#8217;900, il coperto era un obolo che i gestori delle trattorie facevano pagare ai viandanti che portavano con se&#8217; le vivande. L&#8217;oste metteva a disposizione un tavolo e del buon vino).</p>
<p> <strong>Come sono cambiati i clienti milanesi dagli anni 70 ad oggi? </strong></p>
<p>Prima erano piu&#8217; pazienti e rilassati. Oggi sono frenetici: non ammettono attese troppo lunghe e non sopportano i contrattempi. Hanno i minuti contati e pretendono velocita&#8217; e solerzia. Ma solo i milanesi: i giapponesi, ad esempio, apprezzano la lentezza e non sollecitano mai il personale. (composto da: 3 cuochi, 3 camerieri in sala, 1 addetto al taglio della pizza, 1 addetto al forno, ndr). Spontini e&#8217; segnalata nelle guide gastronomiche giapponesi&#8230;I giapponesi aprono la pizzeria, sono i primi ad aspettare fuori dalla porta!!</p>
<p> <strong>Ci racconta qualche aneddoto?</strong></p>
<p>Circa 15 anni, fa una giornalista milanese pranzava sempre da sola a mezzogiono: per ottimizzare gli spazi le abbiamo affiancato un distinto avvocato milanese. I due si sono sposati, hanno avuto 2 figli, si sono separati e lei ha ripreso da poco a tornare qui da sola. Ora le sale sono piu&#8217; grandi e i rischi di mandare altri matrimoni in frantumi si sono ridotti&#8230;Ma sapete che ci e&#8217; capitato di servire marito e moglie in sale diverse con i rispettivi amanti&#8230;</p>
<p> <strong>Era quello che sognava da piccolo?</strong></p>
<p>Il gestore ci guarda e sappiamo gia&#8217; cosa sta per dirci&#8230; Spontini&#8230;  <strong>V I   S A L U T A</strong> &#8230;</p>
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		<title>A scuola di manganello</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Nov 2009 22:07:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milanointernazionale</dc:creator>
				<category><![CDATA[=>   Notizie e approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[Corriere della sera]]></category>
		<category><![CDATA[De Corato]]></category>
		<category><![CDATA[Fascismo]]></category>
		<category><![CDATA[Propaganda ideologica]]></category>
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		<description><![CDATA[di Andrea Ferrario Arresti di studenti e militanti di sinistra con accuse pesantissime, manganellate sui liceali, neofascisti che rialzano la testa in strana coincidenza con le azioni di polizia, il Corrierone che si fa interprete ideologico del regime, mentre in parallelo continua la campagna razzista contro rom e immigrati. Così la macchina del potere milanese [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&amp;blog=7100082&amp;post=866&amp;subd=milanointernazionale&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Andrea Ferrario</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Arresti di studenti e militanti di sinistra con accuse pesantissime, manganellate sui liceali, neofascisti che rialzano la testa in strana coincidenza con le azioni di polizia, il Corrierone che si fa interprete ideologico del regime, mentre in parallelo continua la campagna razzista contro rom e immigrati. Così la macchina del potere milanese si appresta ad affrontare l&#8217;emergente questione giovanile e la crisi economica.</strong></p>
<p><span id="more-866"></span></p>
<p>Nel giro di una sola settimana a Milano si è verificata una serie di fatti che dipingono un&#8217;immagine della città dai toni neri, nerissimi, in senso sia figurato che politico. I giornali li hanno riportati con ampi particolari, ma senza metterli in reciproco collegamento, come se non fossero attraversati tutti da un unico filo comune (un filo impersonato in particolare da uno che di nero e di fascismo se ne intende molto: il vicesindaco Riccardo De Corato). Vale pertanto la pena di ripercorrerli tutti insieme.</p>
<p>POLIZIA, MANGANELLI E CORRIERE DELLA SERA</p>
<p>Il 13 novembre, all&#8217;alba, con un blitz che ha visto la presenza spropositata di addirittura 90 poliziotti, sono stati arrestati tre militanti di sinistra del Collettivo autonomo Ringhiera in Ripa di Porta Ticinese, mentre altri due sono stati arrestati presso le loro abitazioni. L&#8217;accusa è quella pesante di rapina e minacce in seguito a un episodio in realtà molto meno pesante avvenuto presso la Libreria Cusl dell&#8217;Università Statale (da sempre area Comunione e Liberazione) il 2 ottobre scorso: secondo quanto riferiscono i giornali, i cinque avrebbero fatto alcune centinaia di fotocopie rifiutandosi poi di pagare e ne sarebbe nato un alterco con insulti e minacce, qualche testata parla anche di rissa. Valerio Ferrandi, 24 anni e già sotto sorveglianza speciale, è tuttora in carcere, mentre gli altri quattro sono agli arresti domiciliari. De Corato elogia le forze dell&#8217;ordine &#8220;che hanno riaffermato che la legge è uguale per tutti&#8221;: per tutti, forse, ma di sicuro non per il Comune, come illustra con chiarezza il caso del liceo Gandhi. La sera dello stesso 13 novembre quindici studenti lavoratori e professori del liceo serale Ghadhi di via XXV aprile sono entrati nella loro scuola occupandola. Sono esasperati, da due mesi protestano accampati nelle loro tende di fronte alla scuola serale (l&#8217;unica di Milano) per protestare contro la chiusura dei corsi per volontà del sindaco Letizia Moratti. Il particolare interessante è che il 22 ottobre il Tar (Tribunale amministrativo regionale) ha emesso un&#8217;ordinanza che impone la riapertura della scuola, ma il Comune non la applica. Dopo poche ore, l&#8217;alba del giorno successivo, ben sei camionette di polizia e carabinieri in assetto antisommossa, accompagnati dai vigili del fuoco, arrivano alla scuola e con un blitz durante il quale sono stati usati addirittura una motosega e la fiamma ossidrica sgomberano a manganellate gli occupanti che gridano &#8220;vergognatevi, non siamo delinquenti: vogliamo tornare a studiare e voi fate a pezzi le nostre scuole&#8221;. Le forze dell&#8217;ordine intervengono insomma con la violenza per difendere chi non rispetto un&#8217;ordinanza, cioè il Comune, da chi protesta per rivendicare l&#8217;applicazione del proprio diritto allo studio, sancito peraltro da un tribunale. Mariolina Moioli, che non si capisce perché si fregi del titolo di assessore alle politiche sociali, visto che il suo lavoro ha come esito principalmente blitz di polizia, sgomberi, chiusure di scuole, licenziamenti e simili, rincara la dose: &#8220;L&#8217;occupazione ha provocato danni [presumibilmente si riferisce alle porte abbattute dalle forze dell'ordine con motosega e fiamma ossidrica - N.d.A.] e il Comune è intenzionato a procedere&#8221;. Passano solo tre giorni e ancora manganellate contro studenti e militanti di sinistra. Il 17 novembre si protesta in tutta Italia, ma anche in altre città d&#8217;Europa, all&#8217;insegna dello slogan &#8220;l&#8217;educazione non è in vendita&#8221; e centinaia di migliaia di studenti manifestano per le strade. Se a Torino gli studenti ricordano il loro compagno Vito Scaridi, ucciso un anno fa da un crollo dovuto all&#8217;incuria in cui versa la scuola italiana, a Milano si protesta anche per la chiusura del Gandhi e gli arresti dei cinque militanti di sinistra. Ma nella metropoli meneghina il corteo non è autorizzato, da piazza Cairoli qualche centinaia di studenti, quasi tutti delle superiori, si dirigono prima all&#8217;assessorato all&#8217;educazione in Largo Treves e poi in piazza della Scala per cercare di raggiungere Piazza Duomo. In Piazza Mercanti alcuni di loro vengono accerchiati dalla polizia, scattano la carica e le manganellate, con cinque studenti feriti e quattro arrestati per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni, di cui due presto rilasciati in quanto minorenni. Gli arrestati sono due nomi noti tra gli studenti milanesi, perché da anni particolarmente impegnati nelle lotte studentesche, Gianmarco Peterlongo e Matteo Tunesi: i loro arresti appaiono quindi ben poco casuali. Così come appaiono ridicole le accuse di violenze contro i poliziotti, dato che questi ultimi erano a decine, ben messi, protetti da scudi e manganelli contro un piccolo gruppo di liceali pressoché tutti minorenni. Il giorno successivo i due arrestati vengono fatti scarcerare dal giudice (ma ora li attende un processo penale) e De Corato commenta acido: &#8220;per gli aderenti ai centri sociali vale il sistema delle facili scarcerazioni come per i clandestini&#8221;. Il Corriere della Sera di Ferruccio De Bortoli, giornale di proprietà tra gli altri di Banca Intesa e Salvatore Ligresti e che si sta trasformando sempre più nell&#8217;organo del nazional-populismo italiano, spara una raffica di articoli. Nel primo, un commento di Carlo Baroni dall&#8217;inopinato titolo &#8220;Quando si varca la sottile linea della violenza&#8221; (l&#8217;autore intende quella, inesistente, degli studenti e non quella, reale, della polizia) si parla della manifestazione con una retorica del tutto fuori luogo: i fatti vengono commentati usando termini come &#8220;rivolta sconsiderata&#8221;, &#8220;slogan urlati al cielo della violenza senza ragione&#8221; [!?! - forse Baroni si riferisce allo slogan "L'educazione non è in vendita"?], mentre in un altro articolo del Corriere si scrive, come esempio delle &#8220;violenze&#8221;, di &#8220;bidoni della spazzatura divelti&#8221;: rimaniamo in attesa che qualcuno ci spieghi come i cassonetti (e non bidoni) della spazzatura, che a Milano poggiano sui marciapiedi senza essere fissati, possano essere &#8220;divelti&#8221; &#8211; i vocaboli giusti sarebbero &#8220;rovesciati&#8221; o &#8220;spostati&#8221;, ma non suonano sufficientemente violenti&#8230; Due giorni dopo il Corriere condisce il tutto con un servizione mirato a discreditare le occupazioni, in cui tra le altre cose si rispolvera l&#8217;ipotesi del 5 in condotta per gli studenti che occupano. Per riassumere il quadro complessivo, quindi, in soli cinque giorni 9 arresti di studenti e militanti di sinistra, cinque studenti feriti, due blitz all&#8217;alba con decine di poliziotti in tenuta antisommossa, una carica a suon di manganellate, il tutto condito con i consueti due o tre sbrodoloni filoregime del Corriere.</p>
<p>NEOFASCISTI</p>
<p>A tutto questo va ad aggiungersi l&#8217;attivazione dei neofascisti, che a ottobre si sono presentati provocatoriamente due volte al Liceo classico Manzoni (il &#8220;più di sinistra&#8221; di Milano) e una volta al Parini per volantinare in gruppi composti da energumeni con caschi, che hanno tra l&#8217;altro effettuato filmati con i cellulari. In due casi l&#8217;iniziativa è stata di Lotta studentesca (Forza Nuova), in un caso invece di Blocco studentesco (Cuore Nero). Ieri poi quelli di Forza Nuova sono tornati al Manzoni con un&#8217;altra provocatoria azione &#8220;contro le zecche, ovvero gli studenti di sinistra&#8221;, uno slogan che va a braccetto con le manganellate della polizia. Vale la pena di ricordare a proposito un altro caso in cui i neofascisti, sempre quelli di Forza Nuova, hanno organizzato a Milano un&#8217;azione provocatoria che ha preceduto di poco le movimentazioni studentesche dell&#8217;Onda, durante le quali poi a Roma c&#8217;è stata la brutale aggressione da parte di un manipolo del Blocco studentesco contro alcuni liceali, sotto gli occhi della polizia che non è intervenuta. Nel settembre 2008 Forza Nuova aveva preso di mira il liceo linguistico comunale Manzoni di Lambrate. I locali del liceo sono di proprietà dei Martinitt, che li  dà in affitto al Comune ma ne utilizza alcuni in un&#8217;ala adiacente per ospitare alcuni ragazzi minorenni stranieri. Forza Nuova ha prima attaccato striscioni e manifesti contro i Martinitt sul muro dell&#8217;edificio con evidenti fini di minaccia nei confronti dei ragazzi da loro ospitati, che infatti per paura di raid sono stati allontanati dall&#8217;edificio per alcuni giorni, poi ha organizzato un volantinaggio con slogan deliranti come &#8220;Il Manzoni agli studenti, Italia agli italiani&#8221;. I neofascisti nell&#8217;occasione hanno tra l&#8217;altro dimostrato di essere totalmente estranei alla scuola in questione e più in genere alla città: da sempre a Milano il liceo linguistico viene chiamato &#8220;la&#8221; Manzoni (che un tempo era femminile) per distinguerlo da &#8220;il&#8221; Manzoni liceo classico. Va notato poi, in relazione a quest&#8217;ultimo caso che ha colpito un&#8217;istituzione di beneficienza di Milano dalla tradizione secolare come i Martinitt, che il Corriere della Sera, altrimenti prodigo di articoloni sulla &#8220;violenza&#8221; degli studenti di sinistra, non ha nemmeno riportato la notizia. Quello che comunque risulta evidente è che negli ultimi tempi, e in particolare nell&#8217;ultimo mese e mezzo, c&#8217;è stata una particolare &#8220;attenzione&#8221; dei neofascisti nei confronti della scuola, che coincide, guarda un po&#8217;, con quella della polizia e i relativi arresti e manganellate: cadono in questi giorni i quaranta anni dall&#8217;autunno caldo e da Piazza Fontana, e alla luce della storia le coincidenze di tempistica tra le azioni dei neofascisti e quelle dei cosiddetti &#8220;difensori dell&#8217;ordine&#8221; suonano particolarmente inquietanti. Più in generale, la violenta campagna repressiva contro gli studenti va letta nel contesto del momento. Da una parte la riforma Gelmini entra nella sua fase applicativa con le relative concrete conseguenze deleterie. Dall&#8217;altra, come abbiamo già notato in un recente numero del nostro Diario della crisi in Lombardia, la crisi ha effetti particolarmente pesanti per i giovani, in conseguenza soprattutto del crollo delle assunzioni che chiude loro prospettive per il futuro. Arresti, manganellate e provocazioni fasciste hanno quindi la funzione di prevenire eventuali più ampie proteste, isolando chi è più attivo e incutendo paura agli altri potenziali contestatori.</p>
<p>ROM E AMBROGINI</p>
<p>Al quadro repressivo/decoratiano vanno aggiunti altri episodi, sempre di questi giorni. Quello più odioso è quello dello sgombero del campo rom di via Rubattino, in zona Lambrate, a due passi dallo stabilimento Innse. 61 famiglie, ivi compresi 40 bambini che frequentavano le scuole del quartiere, sono state sbattute per la strada nel giro di solo un paio di ore con un&#8217;operazione di polizia. Il Comune in un primo tempo non ha proposto nemmeno la soluzione del dormitorio per le donne e i bambini (comunque solo d&#8217;emergenza e inaccettabile), contrariamente a quanto aveva fatto in passato. Poi, su pressione di associazioni e di alcuni politici dell&#8217;opposizione, il Comune ha proposto il dormitorio per le mamme e i bambini, ma questa volta &#8220;solo fino al settimo anno di età&#8221;, una novità senza alcuna logica e per questo particolarmente crudele e chiaramente persecutoria. Non a caso solo in dodici hanno accettato. Il risultato dello sgombero è il solito: la sera decine di rom si sono rifugiati alla bell&#8217;e meglio in qualche luogo della zona (in aree dismesse o sotto i ponti) per essere poi di nuovo sgomberati due volte. In realtà questo caso ha mostrato anche un volto di Milano molto più bello di quello truce del barbuto De Corato, che è il vero ispiratore della campagna sgomberi. Qualche giorno prima si era tenuta una fiaccolata di abitanti del quartiere che, pur segnalando l&#8217;inabitilità del campo, hanno manifestato contro lo sgombero preannunciato, in solidarietà anche ai bambini rom che frequentavano le stesse scuole dei loro figli. Alcune mamme e bambini sgomberati sono stati poi ospitati proprio da alcune di queste famiglie e dagli insegnanti di alcune di queste scuole, nonché in alcune parrocchie, una manifestazione di coraggiosa solidarietà come non si vedeva da tempo in città. Nel momento in cui scriviamo circa un centinaio di rom, tra i quali i quaranta bambini, si sono rifugiati in una chiesa di via Feltre chiedendo di essere ospitati in strutture della protezione civile, ma il Comune ha ribadito il suo no e offre solo soluzioni di emergenza parziali, rifiutando di prendere in considerazione soluzioni che non comportino la divisione dei nuclei familiari. Se le repressioni contro gli studenti milanesi erano già in odore di fascismo, lo sgombero di Lambrate puzza direttamente di nazismo. L&#8217;ultimo evento della serie, di gran lunga meno preoccupante ma anch&#8217;esso disgustoso, è quello dell&#8217;assegnazione degli Ambrogini d&#8217;oro, che ormai vengono spartiti in base al dettame dei partiti esattamente come vengono spartite le poltrone ai vertici del potere amministrativo, anche loro d&#8217;oro. Su richiesta della Lega uno degli Ambrogini è andato ai manovali di quella che è un&#8217;altra operazione in odore di fascismo, i 32 vigili del nucleo trasporto pubblico che vanno a caccia di stranieri senza biglietto da rinchiudere in un apposito bus con grate, come è stato denunciato e documentato da Repubblica in una serie di articoli di Franco Vanni. Gli italiani senza biglietto, che pure ci sono, non subiscono la medesima sorte. D&#8217;altronde, come ha rilevato perfino il Corriere della Sera e come ha riscontrato in più occasioni anche chi scrive, il più delle volte i controllori i biglietti li verificano solo agli immigrati.</p>
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