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	<title>Milano Internazionale &#187; =&#62;   Notizie e approfondimenti</title>
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		<title>La mente di Adriano Paroli</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Dec 2010 08:22:31 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[=>   Notizie e approfondimenti]]></category>

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		<description><![CDATA[di Ilario Salucci Introduzione Adriano Paroli non è un teorico. Al suo attivo non compaiono pubblicazioni di alcun tipo. Non è neppure un propagandista – né oratore degno di nota (l’evento della sua campagna elettorale del 2008 a Brescia non fu lui, ma Magdi Allam nella veste di conferenziere), né giornalista politico. Classe 1962, avvocato, [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&#038;blog=7100082&#038;post=909&#038;subd=milanointernazionale&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Ilario Salucci</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Introduzione</strong></p>
<p><strong>Adriano Paroli non è un teorico. Al suo attivo non compaiono pubblicazioni di alcun tipo. Non è neppure un propagandista – né oratore degno di nota (l’<em>evento</em> della sua campagna elettorale del 2008 a Brescia non fu lui, ma Magdi Allam nella veste di conferenziere), né giornalista politico.</strong></p>
<p><span id="more-909"></span></p>
<p>Classe 1962, avvocato, uomo di Comunione e Liberazione, debutta democristiano e “prandiniano” in politica: eletto consigliere comunale nel novembre 1991 è subito assessore di peso, all’urbanistica, prima nella breve giunta con Panella (Psi) sindaco, poi in quella, più longeva, con sindaco Corsini (Pds). Ma il ritorno di Martinazzoli a Brescia, eletto sindaco nel dicembre 1994 dopo la fallimentare gestione del passaggio dalla Dc al Partito popolare italiano, e la scomparsa di Prandini, travolto dagli scandali e tradotto in carcere, vede Paroli uscire dalla scena comunale. Passato al Centro cristiano democratico di Casini e Mastella riesce a farsi nominare candidato di tutto il centro-destra al posto di presidente della Provincia, ma viene inaspettatamente sconfitto nelle elezioni della primavera 1995. La mossa vincente nella sua carriera risulterà essere il passaggio in Forza Italia: nella primavera 1996 viene eletto a Roma, deputato, e rientra in consiglio comunale due anni dopo. Da allora è ininterrottamente deputato e consigliere comunale. Nel 2008 eletto al primo turno sindaco di Brescia, mantiene anche il proprio posto di deputato.</p>
<p>A proprio agio nei corridoi del potere fin da giovane, Paroli non si distingue in nulla di particolare quando ne esce, indistinguibile in questo da tanti incolori rappresentanti politici che affollano la cosiddetta Seconda repubblica. Perché allora indagarne la <em>mente</em>? A prima vista non parrebbe un oggetto di studio da cui trarre alcunché di interessante, o di rilevante. Ma sono arrivati “i giorni della gru”, un “evento che ha… me[sso] a dura prova le nostre capacità” (20/11)*. Paroli è sincero, qui, sulle sue capacità, ma è doveroso riconoscere che si è trovato in una situazione agli antipodi del suo mondo: lotte, scontri, sviluppi quotidiani inattesi e svolte sconcertanti, pluralità di soggetti pubblici e centinaia, poi migliaia di persone che dicevano la loro, e <em>lo dicevano con forza</em>. In questi giorni, nella sequenza delle sue dichiarazioni, note, interviste rilasciate, è emersa una visione politica specifica, pur se parziale e tavolta tortuosa e zoppicante. Vi è stato un progressivo dispiegarsi non tanto di ragionamenti, ma di temi, figure, scelte lessicali che delineano questa visione.</p>
<p>Un’obiezione possibile è quella per cui le prese di posizione di Paroli sono state tutto sommato funzionali, strumentali alla realizzazione di un piano molto semplice e banale: di fronte alla mobilitazione dei lavoratori immigrati a cui era stato negato il permesso di soggiorno l’importante era far tutto il possibile per evitare il ripetersi dei <em>45 giorni</em> di lotta del 2000**, quando i lavoratori immigrati, in una situazione analoga all’odierna, ottennero una eccezionale vittoria. Piano semplice e banale deciso e gestito da Roma, secondo alcuni: e allora si avrebbe addirittura una sorta di doppia funzionalità e strumentalità. In questo senso le prese di posizione di Paroli verrebbero ridotte a figure retoriche, più o meno ben azzeccate, che non rinviano ad altro che a se stesse, totalmente sprovviste di contenuto politico, tantomeno di <em>visione</em> politica. Ma il problema è: perché queste figure retoriche, e non altre? Figure ricomponibili, in sovrappiù, in un sistema abbastanza coerente, che è possibile definire in termini di visione politica. Ipotizzare la doppiezza di Paroli conduce paradossalmente a ipotizzare che questa visione è ancora più importante da analizzare: più che essere, in questa ipotesi, dell’uomo Paroli, è dell’ambiente (di potere) di cui Paroli fa parte. Da questa visione collettivamente condivisa Paroli ha saccheggiato al bisogno quello che gli serviva – e così facendo l’ha rivelata.</p>
<p>* Le citazioni di Paroli sono sempre riprese da frasi virgolettate pubblicate sui quotidiani, e presenti nella rassegna stampa del Comune di Brescia. Ho analizzato la rassegna stampa dal 15 settembre al 30 novembre 2010: le dichiarazioni di Paroli sulla lotta dei lavoratori immigrati coprono il periodo 23 ottobre – 23 novembre. Non conosco la precedente produzione “dichiarativa” di Paroli. Non tengo in alcun conto le dichiarazioni del vicesindaco leghista Fabio Rolfi (con una sola eccezione), <em>alter ego</em> di Adriano Paroli, dichiarazioni che si distinguono solo per essere, volta a volta, ciniche, oscene o grottesche, con un linguaggio che un tempo si sarebbe definito “da caserma”, ma che sono una componente essenziale al funzionamento del potere (riferimento d’obbligo: Slavoj Zizek, Il grande altro, Feltrinelli, 1999, pp. 10-11). Per non appesantire il testo riporto le citazione con la sola data in cui sono state rilasciate (e quindi sono rintracciabili sui quotidiani del giorno successivo), senza indicazione della testata. I corsivi sono sempre miei.</p>
<p>** Si veda la cronistoria di quei giorni a: <a href="http://www.lernesto.it/index.aspx?m=77&amp;f=2&amp;IDArticolo=4285">http://www.lernesto.it/index.aspx?m=77&amp;f=2&amp;IDArticolo=4285</a>, reperibile anche su: <a href="http://africainsieme.wordpress.com/2009/09/27/la-protesta-di-brescia-estate-2000/">http://africainsieme.wordpress.com/2009/09/27/la-protesta-di-brescia-estate-2000/</a></p>
<p><strong><em>Qui pro quo</em></strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Paroli sviluppa la propria visione politica in un lasso di tempo limitato, dal 5 al 16 novembre. Per i primi 25 giorni della mobilitazione dei lavoratori immigrati (dal 28 settembre al 22 ottobre) il sindaco è assente, o decide di non intervenire in alcun modo nella vicenda. E per i successivi 13 giorni (dal 23 ottobre al 4 novembre) le sue dichiarazioni sono concettualmente molto semplici, ripetitive. L’unico, o quasi, a essere usato è il linguaggio del comando, dell’ordine e della minaccia se l’ordine non viene eseguito, fino alle concitate formulazioni del 2 novembre:<strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>“La città non <em>tollererà</em> oltre” [l’occupazione della gru] / “l&#8217;offerta di accogliere la proposta [<span style="text-decoration:underline;">sic</span>] … non dura giorni, ma ore”, “dura poche ore”, “tra qualche ora”, “decidete subito” / “poi la questione diventa di ordine pubblico”, “sarà <em>solo</em> una questione di ordine pubblico”, “questione <em>ormai</em> di ordine pubblico” / “la <em>parola </em>spetterà alla Questura”, “la <em>parola</em> al questore”</p>
<p>Fino al 30 ottobre gli ultimatum sono relativi al presidio (da smantellare) di via Lupi di Toscana davanti all&#8217;ufficio unico della Prefettura e al corteo del 30 ottobre (da annullare).</p>
<p>Il presidio non viene più autorizzato dopo il 15 ottobre. Perché? Il 5/11 Paroli retrospettivamente risponde: perché “illegale, inutile”. Dire che è illegale è semplicemente dire che non è autorizzato. Non si dice <em>perché</em> non è stato autorizzato. La inutilità può essere riferita agli interessi dei presidianti – ma questa valutazione non può certo spettare al sindaco, non essendo, fino a prova contraria, uno di loro; oppure può essere riferita agli interessi della Giunta – il che equivale a dire che non esiste libertà di manifestazione al di fuori degli interessi della Giunta. Una dichiarazione <em>un po’ troppo</em> forte. Il 23/10 il sindaco eccelle in tortuosità che fanno addirittura rimpiangere le sue dichiarazioni del 2 novembre:</p>
<p>“Comprendo la situazione complicata in cui queste persone si trovano, perché c’è in gioco il loro destino”, “capisco le ragioni, ma” / “il rischio è… che [i lavoratori immigrati] trovino da parte della città contrarietà e non supporto proprio per il metodo scelto” [“metodo” nel linguaggio di Paroli significa: presidio]</p>
<p>Paroli si preoccupa della buona riuscita della mobilitazione dei lavoratori immigrati? Nessun timore, contemporaneamente il sindaco si premura a dire che il “rischio della contrarietà” non c’è, c’è solo la “contrarietà”:</p>
<p>“quel presidio non è ciò che i cittadini vogliono”, “una situazione che alla città non piace”, “Brescia è una città che non si concilia con questi metodi” [metodi = presidio]</p>
<p>Perché? E che risparmio di tempo, preoccupazioni e fatica a far l’economia del confronto democratico di massa per sapere “ciò che i cittadini vogliono”, per questo c’è un interprete che lo sa sempre, e istantaneamente! Dopodiché non è chiaro come sia possibile che la volontà dei cittadini, quand’anche fosse determinata, possa cancellare diritti quali quelli di espressione e di riunione, perché tale era il presidio, più che pacifico, in posizione decentrata, che non creava alcun problema né alla viabilità, né ai residenti, né a nient’altro. E poi: cosa significa “conciliare” o “non conciliare” una “città” con un presidio? Invece di chiarire questo groviglio concettuale e linguistico, Paroli segue alla lettera il suo precetto “alzare i toni non aiuta nessuno”:</p>
<p>la “città” deve essere “difesa e tutelata” da questo presidio, “illegittimo”, “fuori luogo e sconveniente” -  “il metodo non è autorizzato né più tollerabile” [stavolta ci pensa lo stesso Paroli a tradurre:] “quel presidio non è autorizzato e non lo sarà più” &#8211; “le Forze dell’ordine non possono davvero tollerare oltre una situazione che corre il rischio di sfociare in problemi di ordine pubblico”</p>
<p>Naturalmente un presidio deve essere (1) autorizzato dal Comune in quanto occupa suolo pubblico, ma si tratta di atto puramente amministrativo, e non può esser negato per motivi politici, o sulla base di considerazioni sul merito di quello che propagandano i presidianti (2) autorizzato dalla Questura che può negarla solo per <em>comprovati</em> motivi di ordine pubblico. Le cose che Paroli considera “illegittime, fuori luogo e sconvenienti” non possono legalmente interferire con l’attività amministrativa del Comune, e risulta ben strano che sia il Sindaco a dire ciò che la Questura può o non può tollerare, facendo insinuazioni non sul fatto che vi siano problemi di ordine pubblico (quali?), e neppure un rischio che ve ne siano (quali?), ma che “si corre il rischio” che “la situazione sfoci” in tali problemi. Chi può creare tali problemi? Quali sono o potrebbero essere tali problemi? Nell’eloquio del Sindaco è inutile cercare queste cose, l’importante è che <em>in qualche modo</em> appaia il termine “ordine pubblico”.</p>
<p>L’8/11 Paroli ricorderà quel sabato 23 ottobre:</p>
<p>“noi li abbiamo incontrati [i lavoratori immigrati in lotta] due sabati fa, raggiungendo l’accordo [<span style="text-decoration:underline;">sic</span>] che ci saremmo spesi<em> </em>nelle sedi opportune <em>a patto</em> che venisse smantellato il presidio e che non avessero manifestato<em> </em>insieme [<span style="text-decoration:underline;">sic</span>] agli alpini”.<strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Il secondo ultimatum era relativo al corteo del 30 ottobre, e in questa occasione Paroli riesce nel difficile compito di mettere in imbarazzo il vicequestore Ricifari. Il problema è sempre quello del presidio: la Questura può vietare manifestazioni solo in presenza di motivi di ordine pubblico. Cerco di riassumere.</p>
<p>Già il 23 ottobre Paroli intima di non tenere alcuna manifestazione il sabato successivo, giorno in cui vi è una manifestazione degli alpini (in tutt’altri luoghi di quelli previsti dalla manifestazione dei lavoratori immigrati). La non autorizzazione della Questura viene comunicata giovedì 28. Il 30 ottobre il concentramento si tiene comunque, e viene permesso ai manifestanti di fare poche centinaia di metri per via S. Faustino, mentre contemporaneamente vigili e polizia smantellano il presidio in via Lupi di Toscana. La manifestazione si conclude con l’occupazione della gru del cantiere della metropolitana in Piazza Cesare Battisti. Il Sindaco fa una serie di dichiarazioni molto imbarazzanti per la Questura, perché si dimentica di mettere da qualche parte il termine “ordine pubblico” e dice che i lavoratori immigrati non possono fare una manifestazione solo perché<em> in contemporanea</em>,<em> </em><em>in concomitanza </em>con quella degli alpini:</p>
<p>“la città vuole e pretende di poter <em>festeggiare</em> insieme ai suoi alpini i 90 anni di attività del Corpo” (29/10), “pensare di manifestare le proprie idee non <em>rispettando </em>altre <em>celebrazioni</em> preparate da tempo diventa un atto di <em>prepotenza</em>” (30/10), “manifestare è legittimo, ma cortei e proteste non devono trasformarsi in manifestazioni di… <em>prepotenza</em>” (29/10). Mantenere il concentramento nonostante la mancata autorizzazione “è inaccettabile ed è purtroppo una occasione persa da parte degli immigrati e di chi li ha organizzati per instaurare un rapporto positivo con la città”, “palesa l’<em>incapacità di capire</em> la realtà <em>in cui a parole si desidererebbe</em> vivere e integrarsi” (30/10)</p>
<p>Quindi per Paroli quello che conta non è l’ordine pubblico, mai messo in discussione, ma il <em>rispetto</em> “delle celebrazioni”, “dei festeggiamenti”: con il <em>rispetto</em> si accede all’<em>integrazione</em>, senza <em>rispetto</em> si ha manifestazione di <em>prepotenza</em>. Non si è più in un universo legale, ma in universo nuovo, diverso – sarà quello che verrà approfondito e articolato dal 5 novembre. In Questura non devono esser stati molto contenti. Hanno potuto vietare il corteo solo per <em>comprovati</em> motivi di ordine pubblico. Quali? Assistiamo alle acrobazie senza manganello ma stavolta solo linguistiche del vicequestore Ricifari:</p>
<p><strong> </strong></p>
<p>“ritengo che la manifestazione proprio domani [in realtà dopodomani] in centro, <em>in concomitanza</em> con quella degli Alpini, possa creare, <em>suo malgrado</em>, qualche problema di ordine pubblico” (28/10)</p>
<p>Non contento Paroli dice chiaro e tondo che l’ordine pubblico viene messo in discussione <em>in conseguenza</em> del divieto del corteo del 30 ottobre, non è il divieto ad essere <em>motivato</em> da problemi di ordine pubblico:</p>
<p>“Sarebbe un gesto intelligente evitare manifestazioni non autorizzate che potrebbero compromettere le diverse iniziative e nuocerebbero al desiderio della città di festeggiare e celebrare” (29/10)</p>
<p>L’illegalità del divieto del corteo del 30 ottobre è dimostrata dalle stesse parole di Paroli, principale testimone d’accusa (sia pure involontario) contro la Questura di Brescia.</p>
<p>Ma tutti gli ultimatum falliscono. I lavoratori immigrati non smantellano il presidio di via Lupi di Toscana, non annullano il corteo del 30 ottobre, e di fronte allo smantellamento ad opera della polizia del presidio occupano la gru. L’ultimatum del 2 novembre (<em>scendete o ve ne pentirete</em>) viene coralmente rigettato. E allora? Seguono due giorni di sconcerto, il 3 e 4 novembre. Paroli non sa più cosa dire, i suoi ordini sono stati disubbiditi dal primo all’ultimo. E’ così che si lascia andare:</p>
<p>“In questo momento il rischio di una tragedia è davvero altissimo. Questi ragazzi stanno mettendo a repentaglio la loro vita . C’è una forte responsabilità da parte di chi ha illuso questi giovani. Massima solidarietà sul piano umano” (4/11)</p>
<p>Ma è solo una malinconica parentesi. Dal 5 novembre Paroli finalmente disvela la sua visione politica.</p>
<p><strong>L’incubo</strong></p>
<p>Il 5 novembre viene deciso nelle alte sfere la linea dura, la linea del blitz. Presupposto è l’installazione di una rete di protezione sotto la gru, senza la quale nessuna azione di polizia era immaginabile, l’arrivo di ingenti forze dell’ordine (250 tra poliziotti e carabinieri arrivati da Genova, Padova, Bologna e Milano), l’isolamento totale della zona da lunedì 8 novembre, con cariche, fermi, arresti, espulsioni e rimpatri. Questa linea, inizialmente nella versione “tirar[li] giù dalla gru con un&#8217;azione di forza” come chiedeva ancora l’11/11 Giuseppe Romele, vicepresidente della Provincia; poi, come ha spiegato Roberto Toffoli, consigliere comunale Pdl, lo stesso giorno: “mantenimento del regime di assedio e razionamento dei viveri secondo i criteri del necessario e nulla più” fino a che fossero scesi sfibrati, verrà mantenuta in modo integrale fino a martedì 9 novembre.</p>
<p>Il linguaggio del comando, dell’ordine, dell’ultimatum naturalmente prosegue:</p>
<p>“non hanno altra scelta se non scendere” (5/11); “il limite è stato superato, siamo ben oltre qualsiasi pazienza possibile, basta… questa illegalità va sanata, ci sono istituzioni quali la Questura che hanno gli strumenti per decidere come intervenire” (7/11); “il presidio non era pacifico e condivido la decisione del prefetto e del questore&#8230; solidarietà alle forze dell&#8217;ordine che stanno facendo un lavoro importante per ripristinare la legalità e i diritti dei cittadini del quartiere” (8/11); “una situazione di assoluta irragionevolezza… una situazione inaccettabile, intollerabile… il limite è stato superato… non [ci sono] più alternative” (8/11)</p>
<p>Ma oltre a questo viene sviluppato un discorso aggiuntivo, di cui alcuni elementi erano già emersi nella  fase precedente. Paroli dice che “siamo davanti soprattutto ad una questione di regole” (4/11), regole “fatte di diritti e doveri” (16/11). Ma queste regole, questi diritti e doveri sono qualcosa di ben diverso dai doveri prescritti dalla legge e dai diritti garantiti dalla stessa. Tant’è che Paroli dice che la legge non basta, “serve un nuovo patto sociale che renda chiari doveri e diritti di tutti” (16/11)*.</p>
<p>Cosa sono questi doveri e diritti che esulano dalla legge? Per ciò che attiene ai doveri Paroli parla di “rispetto… del sentimento di una città”, “rispetto degli altri”, rispetto di “valori”, “tradizioni” e “immagine”che non devono essere “offesi”, “sfidati” o “schiaffeggiati” (7/11). A <em>sentimento</em>, <em>valori</em>, <em>tradizioni</em> e <em>immagine</em>, Paroli aggiungerà <em>identità</em> (8/11) e <em>anima</em> (15/11) della città.</p>
<p>Tutte queste cose vanno <em>rispettate</em>. “Chi viene qui per lavorare” (7/11) è tenuto all’osservanza di questi doveri (qui non c’entra legalità, permessi di soggiorno o altro), se vogliono essere <em>integrati</em>.</p>
<p>“L’integrazione è possibile solo nel rispetto delle regole e del sentimento di una città. Invece dalla protesta di questi giorni Brescia si sente offesa nei propri valori… una integrazione vera non può esserci se non dentro un sistema fatto di rispetto. Degli altri e delle regole” (5/11); “Quello che sta accadendo in questi giorni è un vero e proprio schiaffo all’immagine della nostra città, accogliente e generosa per tradizione. Lo è anche per le migliaia di immigrati che vivono tra noi e per il lavoro di integrazione compiuto in questi anni”. La manifestazione del 30 ottobre è stata “una vera e propria sfida ai nostri valori e alle nostre tradizioni…. Chi viene qui per lavorare, non può offenderci in questo modo” (7/11); sono stati dissipati “anni di lavoro delle forze sociali e delle istituzioni sulla strada dell&#8217;integrazione… Da anni Brescia lavora per l’integrazione e oggi tutto diventa più difficile ma noi continueremo a lavorare per l’integrazione… si è offesa l’identità di Brescia e si è nuociuto ad anni di lavoro per l’integrazione” (8/11); “la protesta aveva comunque messo a repentaglio anni di lavoro a favore della integrazione… necessità di un nuovo patto sociale per salvaguardare l&#8217;anima accogliente di questa città ma anche il rispetto per i doveri” (15/11).</p>
<p>Brescia è “accogliente e generosa” (5 e 7/11) , mostra “accoglienza e attenzione ai più deboli” (5/11), “la nostra storia… è fatta di <em>sguardi</em> e azioni rivolti alla persona e ai bisognosi” (15/11), ma se non si rispettano i doveri allora si fa un “<em>ricatto</em> nei confronti di una città” (7/11), il cui esito è “quello di alimentare <em>diffidenza</em> ed <em>antipatia </em>verso tutti gli stranieri onesti [che rispettano i doveri]” (7/11), si crea un’offesa a cui la reazione comprensibile è una reazione “di pancia” (nel caso specifico: voler lasciare gli immigrati sulla gru senza acqua e cibo), ma bisogna essere <em>responsabili</em> (5/11): cioè bisogna “liberare la città dal <em>ricatto</em> della quale è <em>vittima</em>… <em>ricattare</em> la città non servirà a nessuno&#8230; Un conto è la solidarietà umana, un altro è cedere ad un vero e proprio <em>ricatto</em> nei confronti della città tutta. Non lo possiamo accettare” (8/11), “non cediamo ai <em>ricatti</em>” (13/11), “non intendiamo <em>concedere</em> più nulla” (7/11).</p>
<p>E i diritti? “La <em>tutela dei diritti</em> viene anzitutto” dice il 16/11, ma aveva ben chiarito, l’8/11: “Bisogna garantire <em>i diritti di tutti</em>. E <em>sono i diritti dei bresciani</em>”. Per ciò che riguarda diritti come quelli di espressione e di riunione? Sono <em>relativi</em>: “le manifestazioni non potranno mai più essere contro la città”; “qui tutti hanno sempre potuto manifestare: ma un conto è manifestare, altro manifestare contro” (16/11).</p>
<p>Il quadro che emerge è terribile. Paroli nega ogni divisione del corpo sociale, e si fa interprete di un corpo collettivo (la città) considerato come unità e totalità al di sotto della sfera economica e sociale. Le masse, fuse in questo corpo collettivo svolgono al massimo una funzione coreografica, ornamentale (<em>le celebrazioni, i festeggiamenti</em>). Le regole al quale si richiama non appartengono al diritto: l’anima, l’identità, il sentimento, i valori, le tradizioni, e l’immagine che ne consegue sono elementi della <em>città</em>, corpo collettivo unico: fanno parte della natura, dove a un’offesa, a una sfida, non può non esserci la conseguente umiliazione del reo, o la sua punizione (Rolfi lo dice espressamente, l’8/11, sulle colonne de <em>laPadania</em>). L’universo di Paroli è <em>un universo senza legge</em>. Libertà essenziali dell’individuo (di espressione, di culto, di residenza, di riunione, ecc.) vengono negate, subordinate alla <em>volontà della città</em> (si vedano le sue dichiarazioni del 23 ottobre), che può <em>concedere</em>, nella sua <em>generosità</em> – ma solo se si fa atto di <em>sottomissione</em>, vera sintesi dei doveri nell’accezione di Paroli.</p>
<p>Distruzione del politico come luogo di confronto della pluralità e delle diversità umane, negazione delle libertà essenziali dell’individuo, elogio dello spirito di sottomissione – a quando l’apologia del boia?</p>
<p>La città in realtà è un corpo sociale plurale, attraversato da mille divisioni, di classe, di gruppi sociali, di libera associazione, in cui interessi, originalità, volontà collettive e individuali, tutte con molteplici rispettive sfumature, si intrecciano, si scontrano, convergono o divergono a seconda dei tempi, delle tematiche, in un farsi e disfarsi continuo delle collettività umane, un aspetto genialmente colto da Musil quando afferma che ogni metropoli è “costituita da irregolarità, avvicendamenti, precipitazioni, intermittenze, collisioni di cose e di eventi, e, frammezzo, punti di silenzio abissali; …, da un gran battito ritmico e dall’eterno disaccordo e sconvolgimento di tutti i ritmi”. Ma per Paroli tutto questo non può<em> </em>esistere. Il conflitto sociale non c’è anche se gli scoppia sotto il naso: si tratta di una manipolazione ad opera dei <em>cattivi maestri</em>, è un complotto. L’unità del corpo collettivo-città può essere messo in discussione solo da elementi che introducono dall’esterno conflitti altrimenti inesistenti:</p>
<p>i lavoratori immigrati sulla gru erano “ragazzi che <em>non sapevano nemmeno bene quel che stavano facendo</em> là sopra… persone <em>disperate</em>” (20/11), “protestava[no] <em>senza rendersene conto</em>… non erano sulla gru <em>solo</em> per loro volontà… <em>altri decidevano</em> la loro sorte” (16/11), “non aveva[no]… <em>consapevolezza…</em> persone nè indagate nè esperte di una situazione come quella che li ha portati in cima alla gru. Vicenda che, di certo non ha aiutato gli immigrati, ma qualche gruppo che li ha <em>strumentalizzati</em> ad avere <em>visibilità</em>” (15/11), “chi è lassù non si rende conto della gravità della situazione e continua ad essere strumentalizzato… tutta colpa dei <em>cattivi maestri</em>” (8/11), “che li hanno mal consigliati, …<em>specula[ndo]</em> sulle difficoltà e sulle aspettative di poveri immigrati, <em>illudendoli</em>” (5/11). “Che pongano fine ad una protesta in cui loro sono le <em>vittime</em> <em>sacrificali</em>” (8/11).</p>
<p>Per ciò che riguarda gli immigrati, non rientrano e non potranno mai rientrare nel corpo collettivo-città. Sottomettendosi verranno accettati, tollerati, mai<em> assimilati</em>; al più destinatari della generosità e delle concessioni fatte dalla città. Questo è il significato della parola <em>integrazione</em>. Così si chiariscono tutte le dichiazioni di Paroli sul lavoro fatto dalla sua amministrazione a favore dell’integrazione: non sono dichiarazioni menzognere (tenendo a mente tutte le ordinanze contro gli immigrati), <em>sono strettamente veritiere</em>. Il corpo collettivo-città è razzialmente definito. Se gli immigrati non si sottometteranno, o rifiuteranno l’attuale sottomissione, diventeranno una categoria di paria sociali, veri o propri fuorilegge, la cui alterità viene esaltata per farne il catalizzatore dell’odio sociale. Qui però si crea un cortocircuito: per essere <em>veri</em> fuorilegge bisogna contravvenire alla legge stessa (la terribile legge italiana del reato di clandestinità) , non è sufficiente opporsi alla <em>visione</em> di Paroli. Ecco che allora da un lato Paroli non può confrontarsi con le vere richieste dei lavoratori immigrati (incontro con Maroni, tavolo istituzionale sulla sanatoria – presidio autorizzato permanente – garanzie di non espulsione e rimpatrio per tutti in attesa dei risultati del tavolo istituzionale), ma fa credere che le richieste siano (1) i permessi di soggiorno subito (2) solo per chi è sulla gru. Solo con questa falsificazione riesce a portarsi sul terreno legale, di diritto.</p>
<p>E’ “<em>evidente a tutti</em> che le persone che si trovano in cima alla gru non sono nè colf nè badanti. E l’emersione dal lavoro nero del settembre 2009 riguardava le une e le altre, non era una sanatoria. Dunque, la loro domanda di permesso di soggiorno è stata respinta, perché non aveva i <em>requisiti</em>… Se loro ritengono di avere delle ragioni, scendano dalla gru e le facciano valere in tribunale” (7/11), chiedono “un permesso al quale non hanno in nessun modo diritto” (5/11) perché “la legge di emersione dal lavoro nero era per colf e badanti” (8/11). “Non hanno alcun diritto da far valere… parlare di diritti è <em>fuorviante</em> [perché] sappiamo <em>tutti </em>che nessuno di loro è colf o badante per le quali la legge ha previsto la regolarizzazione con la sanatoria [quindi la loro è] una protesta… <em>inconsistente</em> nel merito”. “Non saranno concessi permessi di soggiorno”. (8/11)</p>
<p>Ma spostandosi sul terreno legale, di diritto, Paroli incrocia ed utilizza a piene mani quel mostro giuridico e politico che è la sanatoria per colf e badanti. <em>Una sanatoria che è stata pensata e scritta come legge per tutti – e che solo pro forma riportava per colf e badanti.</em> Sulla stampa locale questa semplice verità non è mai apparsa, se non un fugace accenno in una dichiarazione di padre Toffari del 18/11. E’ in realtà “<em>evidente a tutti</em>” che il 90% dei<em> sanati </em>non sono mai stati né colf, né badanti. Un colosso di ipocrisia che doveva servire a tutti: agli immigrati che si regolarizzavano sia pur a caro prezzo; allo Stato, che incassava pingui somme; all’Inps che si trovava gratificata di contributi creati ex novo (a carico dei lavoratori, anche se formalmente dei datori di lavoro); ai trafficanti e speculatori d’ogni risma che colgono ogni buona occasione per far strozzinaggio ai danni dei più deboli; alle autorità italiane che grazie a una sanatoria per tutti finalmente hanno una conoscenza completa della realtà straniera; ai partiti e organizzazioni xenofobe e razziste che hanno potuto vantarsi che non una sanatoria è stata fatta, ma un’ “emersione dal lavoro nero” delle sole colf e badanti, e che quindi sono efficienti nel far fronte all’immigrazione. Mostro giuridico e politico inserito in una legislazione sugli immigrati che nel suo complesso è mostruosa dal punto di vista giuridico e politico, in cui tutto è scritto ed è scritto anche il suo contrario, e in cui quindi funzionari, responsabili locali o nazionali possono fare quello che vogliono perché c’è una pezza d’appoggio legale per qualsiasi cosa. Rispettare la legge? Quale legge se una dice una cosa e l’altra tutt’altro? Come è possibile far valere i diritti in Tribunale quando si è stati rimpatriati? Ma soprattutto: <em>non di rispetto della legge</em> qui si tratta, ma di <em>rispetto per delle</em> <em>circolari</em>, prodotte da corpi amministrativi, alla faccia della funzione legislativa del Parlamento. La vita dei lavoratori immigrati è sovradeterminata da questa abnorme produzione amministrativa che contrasta con i più basilari principi dello stato di diritto**. La cosiddetta sanatoria “per colf e badanti” è stata infatti stravolta dalla successiva “<em>circolare</em> Manganelli” per cui chi non aveva ottemperato all’ordine di espulsione in quanto senza documenti si sarebbe vista la domanda respinta – indipendentemente se uno era effettivamente o meno colf o badante. Un mostro due volte. E Paroli <em>mai</em> ha fatto cenno alla  “<em>circolare</em> Manganelli” anche se tutta la mobilitazione dei lavoratori immigrati è sempre stata solo ed esclusivamente su questo aspetto!</p>
<p>Ricordiamo i dati: a ottobre viene affermato che le pratiche respinte sono circa un migliaio, il 10/11 il <em>Il Sole 24ore</em> afferma che a Brescia sono state rigettate “1.675 pratiche su un totale di 9.429 pratiche definite (il 17,78%). Per <em>quasi tutti</em> il no è arrivato a causa di precedenti condanne per clandestinità”. Da questo momento in poi la cifra comunemente riportata diventa 1.700. Il 26/11 la Prefettura fornisce nuovi dati: 1.783 pratiche respinte su 9.466 pratiche definite (quindi confrontando i dati del <em>Sole 24ore</em> del 10/11 le pratiche definite sarebbero aumentate solo di 30, <em>di cui</em> 113 respinte!), 750 in corso di rigetto e altre 838 in fase di istruttoria (ma al totale mancano ancora circa 200 pratiche, scomparse). I numeri sono confusi, ma ci si attesterà probabilmente su 2.500-3.000 domande rigettate su più di 11.000 presentate (circa il 25%). Curiosamente da parte del potere si tende a ridurre l’incidenza della “circolare Manganelli” (a Brescia di passa da 350 [Questura, 28/10] a circa 100 [Beccalossi, 11/11] e infine a circa 60 [<em>Giornale di Brescia</em>, 16/11]), mentre l’incidenza della Manganelli è il parametro dell’<em>efficienza della polizia</em> nel reprimere il “reato della clandestinità”, visto che le 11.242 persone che hanno fatto richiesta di sanatoria erano ovviamente senza documenti.  “Meglio che a tutti è andata agli immigrati di Varese: 4.839 domande presentate, 4.173 pratiche definite e solo 180 rigetti. Una percentuale del 4,31% che si può considerare fisiologica come quelle di Sondrio (6,09%) e Como (7,34%)” diceva il già citato articolo del <em>Sole 24ore</em>. Questi dati mostrano nella loro crudezza quanto la sanatoria del settembre 2009 e la circolare del marzo 2010 siano una doppia mostruosità giuridica e politica, perché nessun dato fattuale può giustificare in alcun modo il divario tra una percentuale di respingimenti del 4% a Varese e del 25% a Brescia, considerando il fatto che nelle due province il rapporto tra domande presentate nel settembre 2009 e popolazione straniera residente (“con documenti”) al 1 gennaio 2008 è praticamente identica, circa l’8,5%. Ma su questo avremo modo di tornare nelle conclusioni.</p>
<p>* Il Partito democratico plaudirà alla proposta di Paroli di un nuovo “patto sociale”.</p>
<p>** Riferimento d’obbligo: Luigi Ferrajoli<em>,</em> Politiche contro gli immigrati e razzismo istituzionale in Italia; Iside Gjergji<em>,</em> La socializzazione dell&#8217;arbitrio. Alcune note sulla gestione autoritaria dei movimenti migratori, in: Pietro Basso (a cura di), <strong>Razzismo di stato. Stati Uniti, Europa, Italia, Franco Angeli, 2010.</strong></p>
<p><strong>La sconfitta</strong></p>
<p>Mercoledì 10 novembre la situazione è bloccata. L’installazione della rete protettiva sotto la gru si è rivelata impossibile. <em>Finiscono gli ultimatum, iniziano le trattative individuali</em>. L’obiettivo è sempre quello di chiudere una protesta non solo senza cedimenti sulle richieste, ma anche con una <em>visibile </em>sconfitta della lotta,<em> che possa servire di lezione</em>: dapprima grazie una discesa sotto minaccia, a un blitz poliziesco, a una discesa per stanchezza, gli immigrati finalmente <em>piegati</em> e <em>puniti</em> &#8211; espulsi, rimpatriati, oppure incarcerati. Ora si puntano le carte su una rottura delle solidarietà collettive grazie a successive discese individuali. Ma per far questo sono necessari garanzie di non espulsione e di libertà individuale e copertura politica delle rispettive comunità. Sia pur individuali iniziano delle <em>trattative</em>, non più solo comandi, ordini, minacce. Ma anche questa strada non riesce ad essere quella risolutiva: dei sei immigrati solo due accettano di scendere. Domenica 14 novembre iniziano delle <em>trattative collettive</em>, la negazione totale della visione politica di Paroli. Trattative certo particolari e con sostanziosi margini di ambiguità: per “interposta persona” da parte delle autorità, che si avvolgono di sindacati (Cgil e Cisl) e Curia, in un rapporto ambiguo e in nuce conflittuale con gli stessi, dando loro da un lato un privato via libera, ma senza riconoscere pubblicamente il contenuto della mediazione proposta. Alla fine il risultato raggiunto è, in parte, una mediazione tra lavoratori immigrati in lotta e autorità; e in parte, un’adesione alla lotta degli immigrati da parte delle maggiori organizzazioni di massa di Brescia, che si impegnano sulle loro richieste. Né solo una cosa, né solo l’altra. Il tutto complicato all’estremo dall’opposizione a questa trattativa del Ministero degli interni: in itinere dichiarazioni provocatorie della Prefetto; fermo, espulsione e successivo rimpatrio di uno dei dirigenti della lotta stessa, in spregio a qualsiasi norma di diritto, di legalità. Ma nonostante questa opposizione, queste provocazioni e queste ambiguità l<em>a visione politica a cui ha dato voce Paroli  è la vera sconfitta</em>: non sottomissione, ma trattativa da pari a pari; non corpo collettivo unico della città, ma pluralismo e autonomia delle sue componenti. Il testo di Cgil, Cisl e Curia recita:</p>
<p><em>“Le iniziative da voi assunte hanno messo in luce, con drammaticità ed efficacia, sia a livello locale che nazionale, l’esistenza di una vera e rilevante questione riguardante l’accertamento ed il riconoscimento di diritti, l’assegnazione dei permessi di soggiorno e le istanze di regolarizzazione. […] vi verrà garantito un trattamento umanitario così come è già stato riservato agli altri vostri due fratelli che sono scesi nei giorni scorsi. I risultati da voi ottenuti, quali la solidarietà e tutte le iniziative, anche a livello parlamentare, per modificare l’attuale legislazione, non verranno… annullati. Per tali motivi, le iniziative proseguiranno sia con la concessione di un presidio autorizzato a Brescia, sia con l’apertura di un tavolo istituzionale presso la Prefettura con la presenza di tutti coloro che vi sono stati vicini e che sono interessati a risolvere i problemi da voi sollevati con grande determinazione”</em><em> </em></p>
<p>Su questo testo viene fatta una vera trattativa per una intera giornata su una serie di aspetti concreti e tecnici che si concludono positivamente. I quattro immigrati scendono dalla gru in una serata, quella di lunedì 15 novembre, che è <em>la scena della vittoria</em>: i quattro immigrati scendono, ritti, non piegati, insieme, con garanzie o impegni scritti su quasi tutte le loro richieste, circondati da centinaia, migliaia di persone che esultano con loro e combattono con loro per il tanto che rimane da conquistare.</p>
<p>Dal giorno dopo iniziano “giochi delle parti” incrociati, dichiarazioni fatte per occultare e far dimenticare questo dato. Vale la pena dipanare questo incrocio.</p>
<p>Il 2 novembre viene ingiunto dall’amministrazione un ultimatum agli immigrati sulla gru, e sindacati (Cgil e Cisl) e Curia accettano di farsene portavoce: scendete o ve ne pentirete, promessa <em>verbale</em> che dopo la discesa ci sarebbe stato un tavolo di trattative, e presidio di 15 giorni gestito dagli stessi sindacati e dalla Curia. I sindacati e la Curia sono le più importanti organizzazioni, progressista e conservatrice, di massa di Brescia. Se qualcuno si può arrogare il diritto di parlare “a nome della città” sono proprio loro. Il ruolo che hanno rivestito il 2 novembre segna il punto più basso e vergognoso che hanno assunto, puri <em>strumenti</em> del potere. Il 14 novembre gli stessi sindacati e la Curia fanno tutt’altro, e per fortuna si riscattano, con il testo sopra citato. L’amministrazione dà il via libera a questa trattativa collettiva, ma si rifiuta di apportare firme o dichiarazioni esplicite. E’ recalcitrante. Sa che non può fare diversamente, ma non vuol far vedere che si piega. Sindacati e Curia sanno che hanno solo un <em>placet</em> silenzioso, e per far pressioni su Comune e Prefettura affermano che il testo del 14 novembre contiene le stesse cose del diktat del 2 novembre, i cui iniziatori furono proprio Comune e Prefettura. La cosa evidentemente è falsa, ma <em>serve</em>. Paroli coglie al volo il parallelo tra il 2 e il 14 novembre, non per autorizzare il presidio, ma per sottolineare che le proposte del 2 novembre erano “intelligenti” e che “non si è capito perché allora non siano state prese al volo” (16/11). Una piccola guerriglia verbale viene scatenata per negare la sconfitta: “non è stato promesso nulla (15/11), “ribadisco, comunque, che non sono stati presi impegni di alcun genere” (16/11). Come sempre spetta al leghista e vicesindaco Rolfi fare le dichiarazioni più roboanti e improbabili, e alla Prefetto Brassesco Pace fare quelle più noiose e ripetitive. Alla fine la Questura rispetterà gli impegni, mentre il Comune e la Prefettura si piegheranno a un “presidio” e a un “tavolo istituzionale” che sono tali solo formalmente, purtroppo con la copertura di sindacati e Curia, che evidentemente hanno costituzionalmente un movimento pendolare.</p>
<p>Ma questi sono elementi che fanno parte del “dopo-gru”, del “dopo-sconfitta” di Paroli, che stracciando gli accordi presi cerca di riguadagnare terreno. La <em>sconfitta visibile dei lavoratori in lotta, </em><em>che potesse servire di lezione</em>, l’unica linea perseguita da Paroli e dalla sua giunta per un mese e mezzo, non c’è stata. La sua politica è stata sconfitta. La sera del 15 novembre ne è il segno indelebile. Da allora i quattro immigrati non sono stati né espulsi, né arrestati, e da un’assemblea all’altra parlano agli immigrati e ai bresciani.</p>
<p>Ma ancora più importante:  abbastanza in sordina il 16/11 il Prefetto dice che “questo ufficio ha sempre provveduto a denunciare all&#8217; autorità giudiziaria, nel pieno rispetto delle norme, tutti coloro che si sono prestati al rilascio di false dichiarazioni ai fini dell’assunzione di lavoratori immigrati”, ma in modo inequivocabile è lo stesso ministro Maroni in persona che a Brescia accetta le richieste dei lavoratori immigrati:</p>
<p>“Chi si dice sfruttato può avere il permesso di soggiorno: basta che denunci chi lo sfrutta”; “permesso di soggiorno a chi denuncia i propri datori di lavoro in nero: chi dice di essere sfruttato collabori con le forze dell&#8217;ordine, denunci chi lo sfrutta e otterrà un vantaggio”; “l’immigrato che denuncia chi lo sfrutta ha diritto a un permesso di soggiorno”; “manovali e operai che sono stati convinti a presentare domanda, magari pagando i propri datori di lavoro per ottenere false certificazioni, devono denunciare i loro sfruttatori” (26/11).</p>
<p>E’ il via libera all’estensione dell’art. 18 della Bossi-Fini (riguardante le prostitute), ed è l’appiglio legale per sanare i guai della “sanatoria truffa” del 2009. E’ quello che avevano fin dall’inizio richiesto i lavoratori immigrati nella loro lotta come primo passo verso una vera sanatoria.</p>
<p><strong>Conclusioni</strong></p>
<p>Perché tanto odio contro i lavoratori immigrati? Perché negare ai lavoratori immigrati a Brescia quello che viene loro concesso senza problemi o con pochi problemi a Varese, a Milano, a Verona? Perché cercare la loro umiliazione e sconfitta? Penso che l’unica spiegazione è che a Brescia si è creata una <em>tradizione di radicalizzazione</em> tra i lavoratori immigrati da oramai 20 anni, tradizione che percorre sotterraneamente questa città e che periodicamente esplode in forme di massa. Una tradizione, una memoria che si trasmette, per vie comunitarie, associative, sindacali, di varia socialità, talvolte per vie inattese, e che finora non è stata spezzata*. Tradizione che è riuscita ad avere visibilità e risonanza più volte a livello nazionale.Questa tradizione bresciana doveva essere spezzata in modo netto, traumatico, perché ci fosse una cesura fra i vent’anni passati e quelli prossimi. E questa strategia, questa scelta è stata probabilmente presa a livello nazionale.</p>
<p>Già dal 29 settembre Rolfi si vantava di aver deciso lo sgombero del presidio dei lavoratori immigrati, iniziato il giorno prima, con l’appoggio del Ministero degli Interni. Nient’altro che vanteria? Possibile, visto che in meno di 24 ore avrebbe scomodato il ministero per una manifestazione di 100 persone (secondo il <em>Giornale di Brescia</em>) o di 300 persone (secondo il <em>Corriere della Sera</em>), e per un presidio in posizione decentrata che non minacciava alcunché. E’ tuttavia vero che riesce a ottenere l’intervento della polizia per lo sgombero del presidio a una velocità inusitata, poche ore dopo la sua creazione. Molti giorni dopo, l’11 novembre, il consigliere Toffoli del Pdl dichiara senza ombre di ambiguità: “la gestione della protesta non riguarda solo Brescia e non è corretto attribuire all’amministrazione locale la responsabilità di scelte che non vengono assunte qui”. Maroni naturalmente non può non minimizzare: avrebbe seguito “costantemente e personalmente” la vicenda, “senza interferire”, ma limitandosi a offrire “qualche consiglio”: “ho avuto l&#8217;impressione che si trattasse di un test, per vedere come sarebbe andata a finire, per poi replicare la protesta a livello nazionale” (26/11).</p>
<p>Ma c’è dell’altro. Lo scontro politico che si è consumato a Brescia tra la fine di settembre e il novembre 2010 non riguardava solo i lavoratori immigrati. Era importante tentare di spezzare la tradizione di radicalizzazione tra i lavoratori immigrati perché non si incrociasse nel futuro con una probabile ondata di radicalizzazione tra quelli italiani (di cui forse si stanno vedendo i primi segni). Lo ricorda Paroli: “il nostro primario obiettivo è che situazioni di questo tipo non si ripetano più nella nostra città” (16/11): “nessuno, <em>nè straniero nè italiano</em>, può pensare di chiedere <em>cose impossibili</em>” (15/11). Rolfi, seguendo il suo stile, l’aveva detto senza ambiguità già dal 10 novembre: “è doveroso che le istituzioni mantengano fermezza sennò un domani quando scadrà la cassa integrazione o vi saranno degli sfratti, potremmo averne altri di cantieri occupati”. <em>Quando scadrà la cassa integrazione</em>… qui non si parla più di immigrati, o non solo di loro, si parla di lavoratori <em>tout court</em>.</p>
<p>Ma la realtà, che piaccia o meno a Paroli e Rolfi, è ben diversa. E la conclusione dei “giorni della gru” lo dimostra. I lavoratori – anche italiani – hanno una ben diversa visione di come difendere i propri diritti. Come la brava “signora Carmela”, truffata anche lei dagli strozzini che hanno approfittato dei lavoratori immigrati durante la sanatoria (i suoi dati venivano utilizzati a sua insaputa per una serie di regolarizzazioni), che il 26 ottobre dichiara al <em>Giornale di Brescia</em>: “E’ pronta a incaternarsi davanti al Tribunale, <em>ad arrampicarsi su una gru</em> o a salire su un tetto per portare la sua storia all’attenzione di chi di dovere. E’ determinata la signora Carmela, anche perché è esasperata e amareggiata per l’incubo che sta vivendo dallo scorso marzo”. L’articolo esce il 27 ottobre e gli immigrati, ben più “esasperati e amareggiati”, accettano il consiglio e si arrampicano su una gru tre giorni dopo.</p>
<p>La crisi economica e sociale solo iniziata nel 2007-2008 ha aumentato e aumenterà ancor più nel futuro l’insicurezza lavorativa ed esistenziale di tantissimi lavoratori italiani e immigrati. La risposta del potere è quella di puntare tutte le carte sul <em>divide et impera</em>, sulla lotta di tutti contro tutti, facendo intravvedere ai lavoratori italiani quanti soldi in più per i servizi sociali e quanto lavoro in più ci sarebbero senza l’immigrazione. Non è prima facie evidente che il sistema produttivo e di fornitura dei servizi ha bisogno – per non fallire sul mercato con conseguente <em>perdita</em> dei posti di lavoro – di uno strato di lavoratori supersfruttati; via gli immigrati, si pieghino gli italiani, e il “tesoretto” del welfare lasciato intravedere non andrà comunque a favore dell’elettore o dell’elettrice leghista se non diventeranno essi stessi, come gli immigrati oggi, dei paria sociali. Ma il <em>divide et impera </em>ben funziona nello stesso modo anche tra lavoratori pubblici e quelli privati, tra lavoratori uomini e lavoratrici donne, tra lavoratori di una generazione e quelli di un’altra, tra lavoratori con contratto a tempo indeterminato e lavoratori precari, e così via, in una spirale senza fine. A livello politico si forma una <em>comune opinione di stampo reazionario </em>nei circoli del potere, attrezzata alla gestione sociale che questa crisi “impone” e “imporrà”: una subcultura reazionaria che prende a prestito temi, motivi, figure, <em>refrain</em> dall’unica cultura reazionaria utilizzabile, quella del ‘900, quella dell’imperialismo colonialista, dei totalitarismi fascisti e nazisti. Riemersa non a causa di complotti massonici, ma dalle esigenze “imposte” dalla crisi di lungo periodo che scuote e scuoterà la nostra società. La mente di Adriano Paroli, messa a nudo nei “giorni della gru”, non riflette tanto una sua personale visione politica, ma rivela questa comune opinione reazionaria. Secondo quest’ultima gli uomini, le loro organizzazioni di qualsiasi tipo,  vengono visti solo o come propri strumenti, o come un pericolo. Questa è probabilmente la causa del “movimento pendolare” di sindacati e Curia, alla difficile ricerca di una autonomia non schiacciata nell’aut aut reazionario, ma che ha come unico risultato un permanente moto oscillatorio. Le conclusioni di un saggio di Hal Draper da cui ho ripreso il titolo hanno ancora una forte carica di attualità: “E’ abbastanza facile diventare uno strumento. Ce ne sono di tanti tipi… E’ anche vero che si corrono dei rischi a scegliere di diventare un pericolo… Come sarà il futuro? Ciascuno deve fare la sua scelta”**.</p>
<p>* E che nel settembre-novembre 2010 si è incrociata in specifico con l’ondata di radicalizzazione operaia e popolare che scuote da anni l’Egitto: il movimento di lotta bresciano ha avuto la sua scintilla iniziale dall’iniziativa di un gruppo di lavoratori egiziani, non casualmente colpiti dopo l’8 novembre da una repressione durissima (in dieci sono stati espulsi e rimpatriati).</p>
<p>** The mind of Clark Kerr, Independent Socialist Club, Berkeley, California, 1964.</p>
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		<title>Da Rosarno a via Padova</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Mar 2010 13:29:20 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Marco Pitzen Alcune riflessioni sulle condizioni abitative dei migranti, prendendo spunto dai recenti casi di Rosarno e di via Padova, a Milano.  Gli effetti discriminatori dell&#8217;assenza di una politica degli alloggi sociali in un articolo di Marco Pitzen, del Sicet di Milano, uscito sul Manifesto del 16 marzo scorso e che ripubblichiamo qui in [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&#038;blog=7100082&#038;post=906&#038;subd=milanointernazionale&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Marco Pitzen</strong></p>
<p><strong>Alcune riflessioni sulle condizioni abitative dei migranti, prendendo spunto dai recenti casi di Rosarno e di via Padova, a Milano.  Gli effetti discriminatori dell&#8217;assenza di una politica degli alloggi sociali in un articolo di Marco Pitzen, del Sicet di Milano, uscito sul Manifesto del 16 marzo scorso e che ripubblichiamo qui in forma leggermente più estesa ringraziando l&#8217;autore per averci messo a disposizione il suo testo.</strong></p>
<p><span id="more-906"></span></p>
<p>Rosarno e via  Padova  sono gli ultimi lampi del malessere  esplosivo  legato alla incompiuta integrazione dei migranti in Italia dove vivono  ormai quasi in 6 milioni  tra regolari e irregolari.</p>
<p>Analizzando i  fatti delle campagne calabresi e della periferia di Milano si possono  evidenziare i diversi fattori che hanno scatenato la rabbia di centinaia  di persone, ma uno in particolare accomuna gli eventi, pur con delle  significative differenze: la condizione abitativa.</p>
<p>A Rosarno allo  sfruttamento bestiale dei migranti si accompagnava lo stato di grave  degrado in cui erano costretti a vivere i lavoratori, in capannoni semi  distrutti, privi di acqua e dei più elementari servizi. In via Padova  dove pur esistono le ultime case di ringhiera con il cesso esterno e  sono concentrate situazioni di forte disagio alloggiativo, non si arriva  certo ai livelli degradanti delle campagne del sud ma rispetto agli  standard abitativi di una delle più ricche città europee le sistemazioni  degli immigrati sono comunque estreme.</p>
<p>È evidente da anni  che nessuno pone come elemento fondamentale dell’integrazione la casa.</p>
<p>L’assenza di una  politica che soddisfi una crescente domanda abitativa porta ad un  impoverimento complessivo della società italiana e non solo degli strati  deboli come i migranti.</p>
<p>Le oltre 600 mila  domande per le case popolari fatte in tutto il paese di cui moltissime  da extracomunitari sono solo la punta visibile di un iceberg.</p>
<p>È infatti vera  emergenza casa  per tutti i 3,5 milioni di lavoratori  immigrati che vivono in affitto dove il canone di locazione e le spese  incidono sul reddito con punte superiori al 70%.</p>
<p>Una  prassi  politica spesso palesemente discriminatoria ha complicato la questione  abitativa in generale e non ha permesso in questi anni di continui e  consistenti flussi migratori una integrazione nel tessuto sociale urbano  originando tensioni in alcune zone povere della città.</p>
<p>Questo percorso ad  ostacoli verso il radicamento ha condannato spesso l’immigrato alla  perenne precarietà inibendogli il diritto all’unità familiare sancito  dalla legge, dato che una delle condizioni prevista dalla stessa norma  per richiedere il ricongiungimento familiare sia proprio quella di  possedere la disponibilità di un alloggio idoneo.</p>
<p>L’esposizione al  ricatto dei proprietari di casa diventa così direttamente proporzionale  alla volontà dell’emigrato di riunire il proprio nucleo familiare ed al  conseguente bisogno di avere un contratto registrato in un mercato  caratterizzato da resistenti sacche di illegalità ed evasione fiscale.</p>
<p>Agli immigrati infine vengono  spesso rifilati degli appartamenti fatiscenti, degradati in posizioni  sfavorevoli che sarebbero stati difficilmente collocati altrimenti sul  mercato e non di rado vengono  inserite clausole vessatorie nel contratto.</p>
<p>Si può ritenere che circa un terzo  degli stranieri residenti in Italia viva in condizioni abitative  disagiate, con una stima vicino ai 2 milioni di persone che versano in  questo stato, anche se gli unici  dati precisi sono quelli  ricavabili dalle graduatorie dei bandi di concorso che punteggiano  prevalentemente situazioni legate alle coabitazione ed al  sovraffollamento, data la legislazione in materia che rende fortemente discriminante per i migranti  l’accesso all’edilizia pubblica.</p>
<p>Tantissimi i  regolari muniti di permesso di soggiorno non ancora registrati in  anagrafe e s<em>econdo la Comunità di  S. Egidio il 60% di tutti i senza fissa dimora sono stranieri.</em></p>
<p>Immigrati  irregolari, richiedenti asilo e rifugiati hanno enormi difficoltà ad  avere accesso alla casa.</p>
<p>I profughi  politici rappresentano così un&#8217;altra faccia della stessa emergenza  abitativa ed in questi anni hanno occupato a più riprese, palazzi  fatiscenti e disabitati  soprattutto a Milano e Roma  imponendo all’attenzione dell’opinione pubblica le condizioni scandalose  in cui sono costretti a vivere esseri umani rifugiati nei freddi  inverni delle città italiane. Per non parlare dell’ignobile battaglia  ingaggiata dalle Istituzioni contro i rom con 40 sgomberi eseguiti  questo anno solo a Milano che hanno prodotto drammi umani a ripetizione,  fino alla morte del piccolo Emil.</p>
<p>Infine influiscono  in misura veramente minima le poche decine di migliaia di sbarchi, pari  a meno dell&#8217;1% della presenza regolare. Nel 2008 ad esempio sono state  meno di 37 mila le persone sbarcate sulle coste italiane, diecimila gli  stranieri transitati nei centri di identificazione ed espulsione e poco  più della metà quelli respinti alle frontiere.</p>
<p>Non si tratta  neppure di un cinquantesimo rispetto alla presenza di immigrati regolari  in Italia, eppure il contrasto dei flussi irregolari ha polarizzato  l&#8217;attenzione dell&#8217;opinione pubblica e le decisioni politiche che hanno  prodotto normative vessatorie e repressive.</p>
<p>Un reato comune  commesso dagli stranieri è infatti la violazione della legge Bossi  Fini</p>
<p>sull&#8217;immigrazione: non lasciare il territorio a seguito di  notifica di un provvedimento di espulsione è reato, punito con la  reclusione da uno a quattro anni. Per tale reato ogni anno entrano in  carcere circa 12mila persone con condanne inferiori a 12 mesi.</p>
<p>Nonostante tutto  vi è comunque da parte degli immigrati in generale una decisa volontà di  stabilizzazione e di integrazione. Si rileva una normalizzazione dal  punto di vista demografico con una prevalenza dei coniugati ed una  elevata incidenza dei minori diventati ormai un quinto dei residenti .  Come si evidenzia anche una crescente tendenza alla stabilità  residenziale.</p>
<p>Ma l’insufficienza  del patrimonio di edilizia sociale, e l’estrema onerosità degli affitti  ha dirottato la domanda casa anche verso il mercato immobiliare.</p>
<p>Studi di settore ci dicono che  nelle grandi città ormai oltre il 10% degli acquirenti di un alloggio è di nazionalità estera e negli  ultimi 5 anni gli immigrati hanno comprato oltre 600 mila alloggi,  spendendo 70 miliardi di euro. Si tratta di case mediamente piccole,  vecchie e degradate ubicate in zone svantaggiate della città.</p>
<p>E’ capitato però  spesso che gli immigrati sono stati truffati in sede di compromesso o di  rogito con parcelle notarili sproporzionate rispetto al valore  dell’immobile e che mal consigliati hanno richiesto prestiti personali a  tassi sfavorevoli che li hanno legati a forme di indebitamento  praticamente a vita. Non di rado poi hanno subito pressioni per  acquistare l’alloggio detenuto in locazione sotto la minaccia dello  sfratto.</p>
<p>Un ulteriore fattore negativo è  legato poi alla nuova “ricattabilità” sul lavoro causata della persa  mobilità. Il lavoratore rimane inchiodato, come scriveva Engels già due  secoli fa, al territorio dove ha comprato la casa senza possibilità di  optare per scelte di lavoro che si possono presentare in zone diverse  del paese dove annualmente all’incirca un lavoratore immigrato su due è  costretto a cambiare o a rinnovare il contratto, con un tasso di  precarietà doppio rispetto al lavoratore italiano.</p>
<p>Non è dunque vero  in assoluto che uno dei motori della integrazione è la proprietà  dell’alloggio.</p>
<p>Certo, lavoro e  case sono elementi indispensabili ai fini dell’ integrazione degli  immigrati ma è altrettanto determinante una politica non discriminante e  di attenzione alle differenze culturali.</p>
<p>Una  regolamentazione dei flussi migratori rispondente si alle dinamiche del  mercato occupazionale interno, ma anche sensibile alle crisi  internazionali  nelle aree dei paesi poveri quali carestie,  epidemie e guerre.</p>
<p>Una politica dell’accoglienza che  preveda l’edificazione di pensionati e case popolari al posto di  strutture di detenzione più o meno temporanee.</p>
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		<title>Lombardia ellenica: l&#8217;altra corruzione</title>
		<link>http://milanointernazionale.it/2010/02/23/lombardia-ellenica-laltra-corruzione/</link>
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		<pubDate>Tue, 23 Feb 2010 11:57:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milanointernazionale</dc:creator>
				<category><![CDATA[2. Crisi globale]]></category>
		<category><![CDATA[=>   Notizie e approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[Derivati]]></category>
		<category><![CDATA[Formigoni]]></category>

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		<description><![CDATA[di Andrea Ferrario Nel fondo di ammortamento dell&#8217;emissione obbligazionaria della Regione Lombardia ci sono 115 milioni di titoli statali greci, come già aveva informato a suo tempo Milano Internazionale. Un rischio che ora si fa altissimo per le finanze lombarde, in un contesto italiano ed europeo in cui le amministrazioni pubbliche sono sempre più drogate [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&#038;blog=7100082&#038;post=901&#038;subd=milanointernazionale&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Andrea Ferrario</strong></p>
<p><strong>Nel fondo di ammortamento dell&#8217;emissione obbligazionaria della Regione Lombardia ci sono 115 milioni di titoli statali greci, come già aveva informato a suo tempo Milano Internazionale. Un rischio che ora si fa altissimo per le finanze lombarde, in un contesto italiano ed europeo in cui le amministrazioni pubbliche sono sempre più drogate dalla finanza spericolata e dai titoli derivati</strong>.</p>
<p><span id="more-901"></span></p>
<p>I nostri precedenti articoli sull&#8217;argomento:</p>
<p><a href="http://milanointernazionale.it/2009/07/11/formigoni-nel-pantano/" target="_blank">Formigoni nel pantano</a></p>
<p><a href="http://milanointernazionale.it/2009/05/11/derivati-e-bilancio-le-mani-della-finanza-creativa-su-milano/" target="_blank">Derivati e bilancio: le mani della finanza creativa su Milano</a></p>
<p>Non è che in giro non se ne sia parlato: alcuni blog hanno pubblicato materiali sull&#8217;argomento e perfino il Sole 24 Ore gli ha dedicato un articolo. Solo che il caso della presenza di obbligazioni statali greche nel sinking fund dell&#8217;emissione obbligazionaria effettuata nel 2002 dalla Regione Lombardia va messo in un contesto più ampio rispetto a quanto non sia stato fatto finora. Riassumiamo brevemente i fatti citando il Corriere della Sera dell&#8217;11 ottobre 2008 (rimandando per i particolari, ivi compresi quelli relativi al &#8220;fattore greco&#8221;, al nostro articolo <a href="http://milanointernazionale.it/2009/07/11/formigoni-nel-pantano/" target="_blank">Formigoni nel pantano</a> dell&#8217;11 luglio 2009): &#8220;Nell&#8217;ottobre 2002 la Regione emette un bond da un miliardo di dollari. Le due banche che gestiscono l&#8217;operazione costituiscono un fondo cui fino al 2032 dovranno essere versate rate annuali di ammortamento. Il fondo, a sua volta, viene articolato su un paniere di obbligazioni concordate con la Regione Lombardia&#8221;. E&#8217; in questo fondo (il termine tecnico è appunto &#8220;sinking fund&#8221;) che vanno a finire, e ancora si trovano, ben 115 milioni di obbligazioni dello stato greco, attualmente ad altissimo rischio. Come se non bastasse, prosegue il Corriere della Sera, &#8220;nel contratto si stabilisce che saranno le due banche a raccogliere i rendimenti, mentre il default, il rischio di fallimento andrà sulle spalle della Regione&#8221;. Inoltre la Ubs, una delle due banche consulenti per l&#8217;emissione della Regione Lombardia e che gestiscono il relativo sinking fund (l&#8217;altra è la Merrill Lynch), ha curato anche l&#8217;emissione obbligazionaria greca che poi è finita per la maggior parte (115 milioni su 200 milioni totali) nel fondo lombardo. Tradotto in parole povere: le banche realizzano i profitti (commissioni da Grecia e Lombardia) e la Regione Lombardia si assume tutti i rischi. Come riassume il Sole 24 Ore: &#8220;l&#8217;impressione è che Ubs e Merrill Lynch abbiano usato il sinking fund come una sorta di &#8216;discarica&#8217; per titoli che forse non erano riuscite a vendere a investitori veri. Non ci sono prove, ma il sospetto è legittimo&#8221;. Non a caso sull&#8217;emissione della regione guidata da Roberto Formigoni sta indagando la magistratura, così come indagini sono in corso anche sulla maxi emissione del Comune di Milano (si veda il nostro <a href="http://milanointernazionale.it/2009/05/11/derivati-e-bilancio-le-mani-della-finanza-creativa-su-milano/" target="_blank">Derivati e bilancio: le mani della finanza creativa su Milano</a>) e su quella della Regione Puglia. All&#8217;epoca dell&#8217;articolo del Sole 24 Ore il Pirellone aveva commentato che &#8220;i titoli inseriti nel sinking fund sono tutti di elevato standing&#8221; &#8211; quanto fosse elevato questo &#8220;standing&#8221;, ovvero questa presunta &#8220;qualità&#8221;, lo si vede oggi con la Grecia sull&#8217;orlo di una bancarotta che rischia di trascinare con sé l&#8217;intera Europa, dopo che Atene ha truccato i propri conti con l&#8217;aiuto di banche e ricorrendo proprio a strumenti derivati di questo tipo.</p>
<p>Se la Grecia dovesse fallire, per la Lombardia le conseguenze finanziarie sarebbero dirette ed enormi. Ma è tutta l&#8217;Italia, e in particolare le sue amministrazioni locali, che è esposta a un enorme rischio legato a titoli derivati analoghi a quelli della Regione Lombardia. Perché le banche collocano emissioni obbligazionarie di tali amministrazioni in sinking fund di altre emissioni di enti locali. Una gigantesca catena di Sant&#8217;Antonio, un garbuglio inestricabile e ad estremo rischio, che secondo le stime della Corte dei Conti coinvolge oltre 700 amministrazioni locali per un totale nozionale di oltre 35 miliardi di euro. Oltre alle già citate indagini della magistratura, che nei giorni scorsi hanno portato in Puglia al sequestro da parte della Guardia di Finanza di oltre 73 milioni di euro di attivi di Bank of America e di una unità di Dexia SA nell&#8217;ambito di un&#8217;inchiesta per frode, ci sono le azioni legali dei comuni che, dopo avere combinato anche loro il guaio-derivati, tentano ora di correre ai ripari chiedendo l&#8217;annullamento dei relativi contratti. In Lombardia lo stanno facendo, per esempio, i comuni di Magenta e Abbiategrasso e la Provincia di Como. Solo che le banche spesso ricorrono a inghippi davvero ben escogitati: il più delle volte i contratti prevedono che il foro competente, in caso di controversie, sia quello di Londra (è il caso, per esempio, dei derivati del Comune di Milano) e per le amministrazioni locali di piccole dimensioni i costi che la difesa di una causa in Gran Bretagna implica sono troppo alti per potere essere affrontati: è quanto sta avvenendo con la richiesta di annullamento del contratto da parte della Provincia di Pisa.</p>
<p>La situazione è tale che nelle ultime settimane i derivati italiani sono finiti sotto la lente di grandi media internazionali come Bloomberg e Financial Times. La prima cita dati della Banca d&#8217;Italia secondo cui le municipalità italiane attualmente si trovano ad avere nel complesso quasi 1 miliardo (per la precisione, 990 milioni) di euro di perdite da derivati, facendoli seguire da un eloquente commento di Tullio Lazzaro, presidente della Corte dei Conti: &#8220;Molti enti locali hanno utilizzato tali strumenti al fine di ottenere liquidità immediata per le spese correnti. La conseguenza è che su di esse, così come sulle generazioni future, peseranno forme di debito sempre più onerose&#8221;. Mario Ristuccia, procuratore generale della stessa Corte, ha affermato poi che &#8220;l&#8217;uso dei derivati è stato finalizzato a obiettivi che non hanno alcuna relazione con la copertura dei rischi&#8221; e che questa pratica &#8220;si è estesa in alcuni casi perfino a enti locali di modeste dimensioni e privi delle strutture, nonché dell&#8217;esperienza, necessarie per effettuare una valutazione finanziaria ed economica&#8221;. Bloomberg ricorda che l&#8217;Italia ha una lunga esperienza nei derivati, utilizzati per diminuire il proprio deficit e riuscire così a qualificarsi per l&#8217;adesione all&#8217;euro, con modalità non sempre trasparenti. Sotto la lente a tale proposito è in particolare, come osserva Euromoney, un&#8217;emissione obbligazionaria italiana in yen del 1995, con calcoli dei tassi che appaiono, per usare un eufemismo, poco ortodossi &#8211; un&#8217;emissione che si sospetta possa essere solo una di una più lunga serie di emissioni analoghe.</p>
<p>A questo quadro va ad aggiungersi l&#8217;enorme massa del debito italiano e l&#8217;altrettanto enorme volume, tra l&#8217;altro in continua crescita, dei derivati che si concentrano su di esso. Secondo i dati della Depository Trust and Clearing Corporation, &#8220;l&#8217;esposizione lorda in derivati sulla Repubblica italiana da parte del sistema finanziario è oggi pari a 235 miliardi di dollari. E&#8217; salita di 75 miliardi in un anno: invece di diminuire dopo il crac del 2008 è esplosa. L&#8217;esposizione netta (una volta regolati gli eventuali pagamenti fra controparti) è invece di 25,3 miliardi, cresciuta di sette in un anno. A titolo di confronto, si tratta di un volume di oltre venti volte superiore a quello esistente sul ben più vasto debito pubblico statunitense. A paragone della Germania, il cui debito è simile come ammontare a quello di Roma, il valore dei derivati sull&#8217;Italia è di varie volte più alto. [...] Il record dei derivati sul debito italiano contiene un messaggio: gli investitori che comprano i titoli di Stato italiani si assicurano in quantità record&#8221; e &#8220;se i prezzi delle obbligazioni italiane cadessero, per un evento oggi imprevisto, certe banche dovrebbero già trasferire ai clienti molti miliardi a titolo di garanzia: è il tipo di scenario che creò il crac di Aig. Con un&#8217;insolvenza andrebbe poi anche peggio. E&#8217; vero che l&#8217;esposizione netta del sistema nel suo complesso è di &#8216;appena&#8217; 25 miliardi. Ma sta crescendo in fretta e, vista l&#8217;opacità di questo mercato, nessuno sa in quali banche si concentri il rischio maggiore sui credit default swap. Con i subprime il credito si bloccò perché nessuna banca si fidava più dell&#8217;altra per la stessa ragione&#8221; (Corriere della Sera, 3 febbraio 2010). Nel complesso, il ricorso massiccio ai derivati genera incertezze sull&#8217;affidabilità del bilancio italiano, rileva sempre Bloomberg, che ricorda inoltre come negli ultimi anni le banche italiane abbiano commercializzato aggressivamente titoli derivati nell&#8217;Europa Orientale, contribuendo in tale modo alla diffusione del morbo. E il problema dei derivati delle amministrazioni locali va infatti oltre la dimensione lombarda e nazionale, per coinvolgere quella europea. Nel 2009 il debito &#8220;subsovrano&#8221; (cioè quello delle amministrazioni locali) europeo ammontava in totale a uno stratosferico 1,2 trilioni di euro. I paesi che navigano nelle peggiori acque sono la Russia e la Francia, i due stati di cui fanno parte tutti i venti enti locali che si trovano in maggiore difficoltà per i derivati. In termini di valore cumulativo, la Germania è al primo posto, e sempre la stessa Germania, insieme alla Spagna, è il paese in cui il debito regionale sta aumentando più rapidamente in termini di valore in euro.</p>
<p>Il ricorso ai derivati da parte delle amministrazioni locali si è diffuso a macchia d&#8217;olio in tutto il continente perché soddisfa alcune &#8220;esigenze&#8221; davvero poco nobili. In primo luogo, permette di avere liquidità immediata scaricando i rischi sulle generazioni future, una &#8220;qualità&#8221; ideale per gli amministratori privi di scrupoli. In secondo luogo consente di ottenere rapidamente soldi per progetti infrastrutturali che il più delle volte vanno a favore di privati &#8220;amici&#8221;. In terzo luogo, i derivati sono uno strumento talmente complicato da consentire di offuscare il quadro finanziario complessivo, un&#8217;altra &#8220;qualità&#8221; ideale per quegli amministratori che vedono la trasparenza come nient&#8217;altro che un impaccio. In quarto luogo, nella loro essenza sono legali ed è particolarmente difficile documentare quella che molto spesso e la loro pura e semplice qualità di frode ai danni dei cittadini e delle generazioni future. Le banche, da parte loro, guadagnano ingenti commissioni, spesso doppie (nel caso della Lombardia) altre volte forse occulte (è il sospetto che pesa sui derivati del Comune di Milano), grazie anche al fatto che gli enti locali loro controparti non possiedono le competenze necessarie per valutare correttamente la convenienza dell&#8217;operazione. Al Comune di Milano, che non è certo una piccola amministrazione priva di risorse, si è arrivati alla situazione grottesca in cui un funzionario ha firmato un contratto relativo a derivati in inglese senza sapere una parola di quella lingua, e senza che a nessuno fosse venuto in mente di fare tradurre il testo in italiano!</p>
<p>Recentemente in Lombardia è stato tutto un fiorire di arresti per corruzione che ha fatto tornare di moda la parola Tangentopoli. Si va dall&#8217;assessore regionale Pier Gianni Prosperini (Pdl), all&#8217;assessore provinciale pavese Rosanna Gariboldi (Pdl), meglio nota come Lady Abelli, al consigliere comunale e presidente della commissione urbanistica Milko Pennisi (Pdl), agli amministratori arrestati nei giorni scorsi a Trezzano sul Naviglio (Pd e Pdl). E&#8217; evidentemente la punta di un iceberg di corruzione che è frutto di un sistema chiuso, rapace e incapace di avere delle prospettive. Non sorprende affatto che spesso i casi di corruzione siano legati direttamente o indirettamente agli interessi delle organizzazioni mafiose: da tempo ormai in Lombardia e in Italia la &#8220;cosa pubblica&#8221; ha lasciato il posto alla &#8220;cosa nostra&#8221;, nella politica, nella finanza, nella sanità, nell&#8217;urbanistica. I derivati milanesi, lombardi e italiani, con la loro mancanza di trasparenza, sono nei fatti una importante tessera di questa grande &#8220;cosa nostra&#8221; che va ben oltre la criminalità organizzata e le tangenti.</p>
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		<title>Il Duomo in faccia</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Dec 2009 09:47:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milanointernazionale</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Berlusconi]]></category>
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		<description><![CDATA[L&#8217;aggressione milanese contro Berlusconi si è verificata in un momento in cui è evidentemente in profonda crisi tutto il sistema di cui il premier non è altro che la faccia, un sistema che in Italia ha come centro economico, finanziario e politico proprio Milano. Non si può fare a meno di constatarlo: bisogna proprio fare [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&#038;blog=7100082&#038;post=886&#038;subd=milanointernazionale&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>L&#8217;aggressione milanese contro Berlusconi si è verificata in un momento in cui è evidentemente in profonda crisi tutto il sistema di cui il premier non è altro che la faccia, un sistema che in Italia ha come centro economico, finanziario e politico proprio Milano.</strong></p>
<p><span id="more-886"></span></p>
<p>Non si può fare a meno di constatarlo: bisogna proprio fare un enorme sforzo per ritenere una pura coincidenza il fatto che la faccia di Silvio Berlusconi sia stata sfregiata proprio da una statuetta del Duomo di Milano, per giunta nella stessa piazza della cattedrale meneghina e, come se non bastasse, a quarant&#8217;anni esatti dai quattro giorni che hanno segnato per sempre la città, quelli che vanno dalla strage di Piazza Fontana (anche lei a due passi dal luogo del lancio del Duomo) all&#8217;uccisione di Giuseppe Pinelli. L&#8217;aggressione contro Berlusconi, con tutte le sue conseguenze politiche, non solo è giunta al culmine delle divisioni interne alla maggioranza e delle tensioni conseguenti alle strategie ad personam del premier, come hanno rilevato tutti, ma si è verificata anche in un momento in cui è evidentemente in profonda crisi tutto il sistema di cui Berlusconi non è altro che la faccia, un sistema che in Italia ha come centro economico, finanziario e politico proprio Milano. Anche quaranta anni fa il sistema milanese e italiano era in profonda crisi, e oggi va rilevato che la strategia della tensione inaugurata con la strage di Piazza Fontana ha aperto la strada per giungere là dove ora ci troviamo, cioè nel trionfo politico della borghesia e del capitale milanese o nordico, che ha come contropartita un mare di miseria non solo ideologica e politica, ma anche economica e sociale. La presa fattasi ormai quasi assoluta sul potere politico, ottenuta grazie anche a un&#8217;opposizione non solo connivente, ma pressoché identicamente schierata sulla linea del capitale e della borghesia, è tuttavia assai meno sicura in questo momento sul piano economico e su quello sociale. Se la ripuliamo dallo strato di rassicurante polvere ideologica che la ricopre, la crisi economica in atto mostra tutto il suo carattere sistemico. I vertici del potere lo sanno, da qui in avanti non si potrà più continuare come in passato, da una crisi epocale come questa si può uscire solo con nuove soluzioni e nuovi modelli, che però nessuno riesce ancora a intravedere. In realtà la borghesia italiana, che è poi essenzialmente milanese o settentrionale, non è capace nemmeno lontanamente di immaginarsi un sistema che non sia basato sui tre pilastri fondamentali che la hanno sostenuta finora: rapina della ricchezza pubblica, bolla finanziaria e immobiliare, repressione sociale. Il grande timore è che, avendo i primi due ormai toccato i limiti oltre ai quali si va al collasso del sistema, si decida di puntare tutto sul terzo. In realtà in questo momento il potere economico e politico sta ancora cercando di puntare sul secondo pilastro, quello della bolla finanziaria e immobiliare, come abbiamo ampiamente documentato in Milano Internazionale. Ma si tratta di una mossa disperata e probabilmente se ne rendono conto molti degli stessi protagonisti. E&#8217; pertanto particolarmente preoccupante constatare che sono purtroppo molti, troppi, i segnali che parlano di una grande voglia di spingere nettamente l&#8217;acceleratore sulla repressione, come tra l&#8217;altro è stato confermato dal dopo-aggressione a Berlusconi.</p>
<p>Di ondata repressiva abbiamo già parlato nel nostro articolo <a href="http://milanointernazionale.it/2009/11/22/a-scuola-di-manganello/" target="_blank">A scuola di manganello</a>, riferendo di arresti e manganellate contro studenti e giovani attivisti milanesi. Il giorno dell&#8217;anniversario di Piazza Fontana è stato un nuovo capitolo, con la decisione apertamente provocatoria di impedire l&#8217;accesso alla piazza e la giustificata reazione delle migliaia di persone che volevano manifestarvi: una valanga di fischi e urla contro chi, come Roberto Formigoni e Letizia Moratti, non avrebbe dovuto essere su quel palco per semplici motivi di buon gusto. Per l&#8217;occasione il Corriere della Sera, come già in occasione dei violenti interventi della polizia contro gli studenti, è passato all&#8217;attacco con un vocabolario di estrema pesantezza. In un commento, Giangiacomo Schiavi parla di una &#8220;contestazione incivile che [...] offre nuovi alibi a chi non accetta un percorso di pacificazione&#8221; (si noti l&#8217;uso sintomatico del verbo &#8220;accettare&#8221;, che suona molto intimidatorio in questo contesto). &#8220;Contestare è un diritto, ma così può diventare una barbarie. E di barbarie bisogna parlare&#8221;, continua Schiavi, per cui i fischi sono barbarie, mentre la decisione di impedire l&#8217;accesso alla piazza e di schierare in modo massiccio la polizia è solo un involontario &#8220;disguido organizzativo&#8221;. E poi ancora: &#8220;slogan bellicosi&#8221;, &#8220;rigurgito sessantottino&#8221; e &#8220;chi cerca nello scontro una qualche forma di legittimizzazione&#8221;, mentre alla fine del pezzo Schiavi è assolutamente certo che Calabresi è stato &#8220;assassinato da un commando di Lotta Continua&#8221; mentre per Pinelli parla vagamente di &#8220;morte in questura&#8221;. Ma quello che più colpisce dell&#8217;articolo è il continuo richiamo alla pacificazione, all&#8217;unità, alla condivisione, del tutto fuori luogo nel caso di una strage come quella di Piazza Fontana e della ancora oggi impunita strategia della tensione (va detto che c&#8217;è stato, anche se del tutto isolato, chi ha espresso sulle pagine del Corriere posizioni radicalmente diverse, come Luigi Ferrarella il 12 dicembre). E&#8217; un ritornello che il Corriere della Sera va ripetendo da lunghi mesi, attraverso la massiccia e ossessiva pubblicazione di editoriali che vede in prima fila i mandarini più quotati come Panebianco, Galli della Loggia, Romano. E&#8217; la linea annunciata da Ferruccio De Bortoli già nel suo editoriale di inaugurazione, una linea che vuole la pace sociale a ogni costo, la &#8220;eguale responsabilità di tutti&#8221; per i problemi del paese: di fronte a quanto sta succedendo, equivale a uno schieramento netto e inequivocabile a favore delle politiche devastanti messe in atto dalla borghesia milanese negli ultimi decenni. E vale la pena di ricordare che anche i fascisti hanno cominciato la loro ascesa al potere promettendo la pace sociale nei confronti degli &#8220;incivili&#8221; che non &#8220;accettavano la pacificazione&#8221;, e lo hanno fatto partendo proprio da Milano. Certo, oggi c&#8217;è in più una vena di grottesco, perché a differenza di allora al momento non vi sono certo forze di massa o rivoluzionarie che minacciano il regime.</p>
<p>Di cosa ha paura allora il potere? Ma di se stesso, naturalmente! Ha paura della propria mancanza di prospettive e della propria incapacità costitutiva di risolvere la crisi in atto. La faccia sanguinante e spaventata di Berlusconi è la faccia di questo regime, e la sua esibizione subito dopo l&#8217;aggressione non è un atto di coraggio, ma piuttosto il porci davanti agli occhi l&#8217;agghiacciante specchio di ciò che si può attendere chi la crisi la sta pagando o è destinato a pagarla in futuro, o chi dovesse decidere di lottare per difendere il proprio lavoro, i propri diritti e la propria libertà. In realtà per capire quello che sta succedendo bisogna andare oltre la faccia di Berlusconi per vedere cosa c&#8217;è dietro: un sistema capitalista che in questo momento si sta arenando nel fango, con le banche e il sistema del credito in panne, un&#8217;industria che si sta fermando, un settore immobiliare che deve ancora smaltire miliardi di euro &#8220;falsi&#8221;, un sistema sociale sempre più inefficace e corrotto, e la repressione come unico antidoto efficace. Dietro la faccia di Berlusconi, insomma, c&#8217;è la Milano di oggi.</p>
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		<title>Sul filo del rasoio</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Dec 2009 14:38:48 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[=>   Notizie e approfondimenti]]></category>
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		<description><![CDATA[di Andrea Ferrario A Milano la bolla finanziaria e immobiliare è stata messa in standby. Da Risanamento salvata (per ora) dal fallimento, fino agli aumenti di capitale, alle fusioni societarie e agli esercizi provvisori del bilancio, si sta cercando di mettere in qualche modo una pezza a una situazione che permane pesantissima e appare ancora [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&#038;blog=7100082&#038;post=875&#038;subd=milanointernazionale&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Andrea Ferrario</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>A Milano la bolla finanziaria e immobiliare è stata messa in standby. Da Risanamento salvata (per ora) dal fallimento, fino agli aumenti di capitale, alle fusioni societarie e agli esercizi provvisori del bilancio, si sta cercando di mettere in qualche modo una pezza a una situazione che permane pesantissima e appare ancora senza vie di uscita. Un aggiornamento del nostro speciale in tre puntate &#8220;La bolla che deve ancora scoppiare&#8221;</strong>.</p>
<p><span id="more-875"></span></p>
<p>La bolla immobiliare e finanziaria milanese che deve ancora scoppiare (si veda il nostro speciale in tre puntate: <strong><a href="http://milanointernazionale.it/2009/10/23/la-bolla-che-deve-ancora-scoppiare-1/" target="_blank">Parte 1</a>, <a href="http://milanointernazionale.it/2009/10/27/la-bolla-che-deve-ancora-scoppiare-2/" target="_blank">Parte 2</a>, <a href="http://milanointernazionale.it/2009/10/29/la-bolla-che-deve-ancora-scoppiare-3/" target="_blank">Parte 3</a></strong>) continua a pendere come una spada di Damocle sulla città. Gli sviluppi dell&#8217;ultimo mese vanno quasi tutti in un&#8217;unica direzione, quella degli sforzi per mettere una pezza temporanea a una situazione potenzialmente esplosiva. Da Risanamento che è stata salvata dal fallimento, ma viene tenuta sotto stretta osservazione, all&#8217;aumento di capitale di Citylife che evita l&#8217;arresto dei cantieri, ma non garantisce la futura realizzazione del progetto, alle spese autorizzate dal Cipe per Expo e Pedemontana, che non costituiscono però un&#8217;effettiva erogazione dei fondi, alle manovre per porre rimedio in qualche modo ai problemi di Pirelli Re e a quelli dell&#8217;immobiliare Statuto, fino a quelle del Comune per tappare i grandi buchi apertisi nel bilancio, tutto parla di un frenetico lavoro per rimandare nel tempo lo sgonfiarsi della bolla. Nel momento in cui scriviamo il mondo finanziario globale trema per il possibile crack del Dubai e per i suoi 59 miliardi di debiti, un segno che la crisi è ancora molto lontana dall&#8217;essersi esaurita &#8211; anche se nessuno lo dice, la bolla milanese non è poi così lontana, in termini di volumi di denaro in gioco, da quella dell&#8217;emirato arabo.</p>
<p>RISANAMENTO SOTTO OSSERVAZIONE</p>
<p>Cominciamo la nostra rassegna degli sviluppi più recenti dal caso più rilevante, quello di <strong>Risanamento</strong>. Il 10 novembre il Tribunale di Milano ha respinto la richiesta di fallimento per la società immobiliare di Luigi Zunino, ritenendo che il piano di salvataggio delle banche sia idoneo a escludere lo stato di insolvenza. Un giro di parole dei giudici illustra tuttavia chiaramente come dietro alla decisione di non avviare il fallimento ci sia comunque una forte dose di incertezza: l&#8217;ipotesi di vendere le aree Falck a Sesto San Giovanni per 450 milioni e di cedere un&#8217;ampia quota di Santa Giulia vengono definite dai giudici &#8220;non manifestamente illogiche&#8221;, una frase alquanto tortuosa, come d&#8217;altronde un&#8217;altra frase, e cioè il &#8220;non appaiono poco probabili&#8221; usato in relazione alle ipotesi sulla capacità del piano delle banche di generare liquidità a breve termine. I giudici hanno poi riconosciuto che la richiesta di fallimento dei pm ha &#8220;inibito l&#8217;eventuale tentazione di ricorrere a metodi estemporanei o poco trasparenti di composizione della crisi&#8221;, parole che, seppure indirettamente, sono molto pesanti nei confronti delle banche. Inoltre, come osserva il Sole 24 Ore, la decisione del tribunale resta avvolta da incertezza: d&#8217;ora in avanti &#8220;sarà necessario un monitoraggio costante della società&#8221; e saranno i pm, continuano i giudici, che dovranno effettuare &#8220;un&#8217;attenta vigilanza sulla regolare attuazione degli accordi di ristrutturazione&#8221;. Frasi che equivalgono a dire che le banche hanno ottenuto il respingimento del fallimento, ma saranno sottoposte alla stretta sorveglianza dell&#8217;ufficio dei pubblici ministeri. D&#8217;altronde, come prosegue lo stesso quotidiano, il decreto dei giudici sottolinea che rimangono per il futuro &#8220;inevitabili fattori di rischio&#8221;, come l&#8217;andamento dell&#8217;economia e del settore immobiliare o le inchieste giudiziarie che hanno interessato Santa Giulia &#8211; tant&#8217;è che i giudici mettono le mani avanti sottolineando che il tribunale si limita a considerare &#8220;le circostanze fin qui documentate&#8221; e non può prevedere il futuro. La Repubblica si spinge ancora più in là commentando: &#8220;come dire che il fallimento, schivato oggi, potrebbe anche essere nuovamente chiesto in futuro&#8221;.</p>
<p>La pubblicazione dei conti di Risanamento al terzo trimestre 2009, solo pochi giorni dopo la decisione dei giudici, ha non a caso portato alla luce un notevole peggioramento della posizione della società. La perdita netta è di oltre 213 milioni di euro, in peggioramento del 26% rispetto allo stesso periodo dell&#8217;anno precedente, mentre il risultato operativo è calato addirittura del 112%. La posizione finanziaria netta è in profondissimo rosso e in peggioramento: -2,85 miliardi di euro rispetto ai -2,63 del 2008. Intanto la holding personale di Zunino ha deciso di mettere sul mercato immobili, per la maggior parte a Milano, al fine di fare fronte a parte del debito verso le banche. Sul mercato dovrebbero quindi riversarsi vendite per 194 milioni di euro, che copriranno solo parte dei 431 milioni dovuti agli istituti finanziari, che hanno già messo in conto una perdita del 55%. Nel frattempo è stato deciso che Risanamento sarà guidata da Claudio Calabi, che lascia la poltrona di ad del Sole 24 Ore, mentre per sbloccare la situazione di Santa Giulia, resa ancora più complicata da alcuni articoli del Giornale in cui si avanza l&#8217;ipotesi che i terreni su cui è stata costruita non siano stati bonificati a norma, vengono avanzate due soluzioni: la creazione di un fondo immobiliare e l&#8217;intervento di soccorso del Comune di Milano con la decisione di insediarvi la &#8220;cittadella della giustizia&#8221; in modo tale da aumentarne l&#8217;appetibilità. In questi giorni in cui gli Emirati arabi sono sull&#8217;orlo del crack (guarda caso, originato dalla speculazione immobiliare) sorge poi spontaneo a proposito di Risanamento un pensiero davvero malizioso: meno di un anno fa per la società di Zunino sembrava imminente l&#8217;uscita dalla crisi tramite la vendita delle aree e del progetto Falck al fondo Dubai Limitless (un &#8220;limitless&#8221;, cioè &#8220;senza limite&#8221;, che alla luce degli ultimi sviluppi suona alquanto inquietante&#8230;), ipotesi poi rientrata all&#8217;ultimo secondo. Cosa ne sarebbe oggi di quell&#8217;enorme area e di quel progetto miliardario, con Dubai che sta andando a picco? Su tutta la vicenda Risanamento ha scritto parole molto precise e dure Massimo Mucchetti sul Corriere della Sera dell&#8217;11 novembre: &#8220;La fine dell&#8217;impero di Luigi Zunino pone una questione più generale: la bolla edilizia, chi l&#8217;ha alimentata e finanziata, chi aveva la cultura per denunciarla e invece discetta degli alberi in piazza del Duomo. La bolla edilizia non è un affare da furbetti del quartierino. E&#8217; la conseguenza della privatizzazione non dichiarata dell&#8217;urbanistica. [...] Gli immobiliaristi hanno avviato progetti assai ambiziosi nel quadro di piani di governo del territorio (i piani regolatori generali di un tempo) che prevedono grandi aumenti delle volumetrie. Strumenti urbanistici e investimenti privati sono il risultato di trattative tra giunte, costruttori e immobiliaristi, con i consigli comunali imbrigliati dal conformismo di maggioranza blindate e opposizioni ideologiche o cooptate, dunque incapaci di esercitare il controllo. [...] E le banche credono all&#8217;incredibile prima perché la rendita fondiaria in tal modo creata rivaluta le garanzie ricevute dalle vecchie industrie, e poi perché, per interposti Zunini, entrano nella gestione delle città. E le star dell&#8217;architettura, immemori dell&#8217;urbanistica, firmano e tacciono sulla sostenibilità dei progetti&#8221;.</p>
<p>UNA NUOVA POTENZIALE MINA</p>
<p>Messa in standby la bomba a orologeria della Risanamento spunta subito una &#8220;nuova potenziale mina da almeno 1 miliardo di euro nei confronti delle banche esposte&#8221;, come hanno scritto Luca Fornovo e Gianluca Paolucci sulla Stampa. Si tratta della pesante situazione dell&#8217;immobiliarista campano <strong>Giuseppe Statuto</strong>, che ha interessi soprattutto a Milano. Il suo gruppo, come riferisce il Sole 24 Ore del 21 novembre, è in difficoltà e ha un&#8217;esposizione di 1,2 miliardi di euro nei confronti del Banco Popolare, che è giunto a un&#8217;intesa con l&#8217;immobiliarista per dimezzarla a 648 milioni. Prima dello scoppio della bolla Statuto aveva inoltre contratto debiti per 250 milioni di euro con Merrill Lynch per l&#8217;acquisto dell&#8217;hotel Four Season a Milano e per 400 milioni di euro con l&#8217;ex Lehman Brothers per alcuni sviluppi immobiliari nella capitale lombarda. Ma ora Statuto non riesce a fare cassa vendendo i propri immobili a un prezzo soddisfacente per fare fronte ai suoi debiti. A inizio novembre sono stati poi pubblicati i dati di <strong>Pirelli Re</strong> per il primi nove mesi del 2009, dopo l&#8217;aumento di capitale e l&#8217;ottenimento di nuove linee di credito per 320 milioni di euro. Nel corso dei tre trimestri Pirelli Re ha perso quasi 58 milioni di euro rispetto ai quasi 13 dello stesso periodo 2008, mentre il risultato operativo è passato da un utile di 22,4 milioni a un passivo di 30,2 milioni. A metà novembre è stato ufficialmente annunciato che è allo studio una fusione di Pirelli Re con la <strong>Fimit</strong> (Fondi Immobiliari Italiani) guidata da Massimo Caputi (su di lui, e in generale sul connubio banche-mattone si veda l&#8217;inchiesta &#8220;<a href="http://www.fiaip.it/ecostampa/utility/imgrs.asp?numart=OAPD2&amp;annart=2009&amp;numpag=1&amp;tipcod=0&amp;tipimm=0&amp;defimm=1&amp;tipnav=1&amp;isjpg=S&amp;usekey=A9HAQJ43" target="_blank">Banche al ballo del mattone</a>&#8221; di Vittorio Malagutti, pubblicata dall&#8217;Espresso). Pirelli si libererebbe così dal suo braccio immobiliare in difficoltà, che ha in gestione un portafoglio di asset immobiliari da 5,7 miliardi di euro, che insieme a Fimit (gestisce 13 fondi immobiliari per un totale di 4,7 miliardi di euro) darebbe vita a una grande società di finanza immobiliare concentrata prevalentemente sulla gestione e i servizi. Fimit ha come propri soci quattro grandi enti di previdenza, che vanno dall&#8217;Inpdap, dipendenti pubblici e 3,6 milioni di iscritti, ad altri enti previdenziali del settore commercio, sport e spettacolo, ingegneri e architetti che hanno un totale di 700.000 iscritti. Le casse di previdenza corrono non pochi rischi puntando sulla finanza immobiliare. Lo testimonia il caso di Fasc Immobiliare, veicolo della cassa di previdenza degli spedizionieri che gestisce svariati immobili di pregio a Milano e che fa affari tra gli altri con il Gruppo Statuto. Attualmente i debiti finanziari verso Fasc ammontano a ben 173 milioni di euro.</p>
<p>CITYLIFE COSTA CARA</p>
<p>Meno di un paio di settimane prima della decisione dei giudici relativa a Risanamento si sono avuti due nuovi sviluppi, apparentemente positivi, anche per <strong>Citylife</strong>. Il 28 ottobre il cda della società che gestisce il progetto sull&#8217;area ex Fiera ha deciso un aumento di capitale di 105 milioni di euro, una decisione che deve essere costata molta fatica ad alcuni dei soci, come Ligresti e Toti, che sono a corto di liquidi. Ma non c&#8217;era alternativa, perché il rischio era il fermarsi dei cantieri nel giro di un mese (cioè proprio nei giorni in cui scriviamo). Ora si potranno realizzare due dei blocchi residenziali per avviarne le vendite, sperando che vadano bene. Sulle famose tre torri invece rimane il punto di domanda, non è più sicuro che si facciano, dipenderà dalla liquidità disponibile. Le banche intanto hanno chiesto nuove garanzie per l&#8217;aumento del loro prestito, scrive la Repubblica del 31 ottobre: &#8220;un&#8217;estensione dei pegni sulle azioni Citylife e un aumento dei tassi da 145 a 200 punti base sopra l&#8217;Euribor &#8220;. Inoltre, secondo lo stesso quotidiano, la banca tedesca Eurohypo starebbe pensando di sfilarsi dall&#8217;operazione. Contemporaneamente all&#8217;aumento di capitale Citylife ha ottenuto un&#8217;apparente vittoria ottenendo il via libera definitivo al progetto, in conseguenza del respingimento di due ricorsi presentati da comitati della zona. Il Tribunale amministrativo regionale ha infatti deciso che sull&#8217;area è possibile costruire con indici di cubatura più alti che nel resto della città (1,15 invece di 0,65). Il cantiere non verrà quindi bloccato, ma per Citylife si apre un ulteriore onere da affrontare. Il Comune è stato infatti troppo &#8220;morbido&#8221; nel calcolare la monetizzazione degli standard, cioè dei servizi che Citylife sarebbe stata tenuta a costruire, ma che sono stati sacrificati a vantaggio delle aumentate volumetrie. Palazzo Marino ha calcolato la monetizzazione come pari a 43 milioni di euro, secondo il tribunale il calcolo giusto è 163 milioni di euro, una differenza di 120 milioni che rischia di andare subito a mangiarsi per intero l&#8217;aumento di capitale da parte dei soci Citylife. Tra l&#8217;altro la magistratura ha avviato un&#8217;inchiesta penale proprio sulla monetizzazione degli standard. Non sembra invece risentire della crisi il progetto <strong>Porta Nuova-Garibaldi</strong>, sul quale però va riscontrato anche una generale mancanza di interesse dei media, tutti presi dalle ultime emergenze, e quindi una carenza di informazioni aggiornate. In un&#8217;intervista rilasciata a Milano Finanza il 31 ottobre, Manfredi Catella, direttore del ramo italiano del gruppo immobiliare americano Hines, protagonista del progetto, parla del conferimento delle aree e dei progetti da realizzarsi in zona (tre lotti: Porta Nuova-Garibaldi, Porta Nuova-Varesine e Porta Nuova-Isola) a dei rispettivi fondi immobiliari. Per il secondo, riferisce Catella, ci sono già 300 prenotazioni (non si capisce però su quante unità previste): in realtà la cifra fornita non ha pressoché rilevanza al fine di prevedere quale sarà l&#8217;esito dell&#8217;operazione, perché chi prenota versa una cauzione di 5.000 euro che, in caso di rinuncia, gli verrà interamente restituita, quindi prenotare non costa pressoché nulla e pertanto non è sufficientemente vincolante. Secondo le parole dello stesso manager i fondi immobiliari di Hines mirano in particolare a catturare il patrimonio delle casse previdenziali e dei fondi pensione, riguardo ai quali rimandiamo alle considerazioni formulate più sopra.</p>
<p>EXPO E PEDEMONTANA, FINANZIAMENTI IN ALTO MARE</p>
<p>A inizio novembre il Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) ha autorizzato circa 5,8 miliardi di euro di spese per le opere fondamentali e quelle connesse dell&#8217;<strong>Expo 2015</strong>, su 9 miliardi complessivi approvati dal Cipe stesso per l&#8217;intera Italia (alla faccia di chi gridava qualche mese fa che tutti i soldi vanno a Roma o a Catania&#8230;). Di questi, 1,2 miliardi riguardano le due linee della metropolitana da realizzarsi, con la sanzione definitiva della cancellazione del progetto della linea 6 e lo spostamento di circa metà dei relativi fondi sulla linea 4. Più precisamente, la linea 5 verrà portata a termine in project financing (soluzione che prevede investimenti in larga parte di privati, ma il più di volte con una formula di garanzia pubblica sui redditi da generarsi e quindi con forti rischi per il pubblico) con la copertura da parte dello stato di 384 dei 657 milioni necessari, mentre per la linea 4 ci sarà una copertura statale di 400 milioni su 910 milioni di costi previsti per il secondo lotto, mentre per il primo (da S. Cristoforo a Linate, 790 milioni di costi previsti) il Comune di Milano dovrà indebitarsi per 550 milioni di euro e il governo dovrebbe pertanto varare un&#8217;apposita deroga al patto di stabilità. I politici hanno tra le altre cose presentato l&#8217;autorizzazione di spesa da parte del Cipe come se fosse un&#8217;erogazione di fondi. In realtà non è così, si tratta solo di una decisione di programmazione e non c&#8217;è nessuna garanzia che i fondi verranno effettivamente erogati (come vedremo più sotto anche per il caso della Pedemontana). Per quanto riguarda la voce spese per l&#8217;Expo 2015 sono in arrivo dolori per le amministrazione pubbliche. Passata la sbornia dello sbandieramento ideologico dell&#8217;Expo come bacchetta magica per lo sviluppo per Milano arriva il conto da pagare: Regione, Provincia e Comune dovranno infatti tirare fuori complessivamente la cifra astronomica di quasi 900 milioni di euro per le opere essenziali. Entro il 2010 dovranno infatti presentare &#8220;tassativamente&#8221; (cioè pena la perdita dell&#8217;assegnazione dell&#8217;evento) al Bie, l&#8217;ente che assegna e supervisiona l&#8217;organizzazione della manifestazione, &#8220;l&#8217;impegno formale a garantire la propria quota di finanziamento di Expo 2015 per la realizzazione dell&#8217;intero progetto (2009-2015)&#8221;, cioè nel caso dei tre enti la somma summenzionata. Si tratta di un impegno di enorme entità e cade proprio in un momento in cui il Comune di Milano in particolare si trova ad affrontare un grosso buco di bilancio e non può più fare conto su alcune delle sue principali voci di entrata. Rimane poi l&#8217;enorme punto di domanda sulla partecipazione dei privati, che dovrebbe essere notevole se si vuole realizzare l&#8217;evento: in questo periodo di mancanza di liquidità e di banche che non erogano finanziamenti ci si chiede quanti saranno in grado di gettarsi nell&#8217;avventura e con quali garanzie di continuità. A fronte di tutto questo, la società Expo 2015 S.p.A. sta pensando di acquistare direttamente i terreni su cui dovrebbero sorgere le infrastrutture, in modo tale da poterli rivenderli dopo averli &#8220;valorizzati&#8221;, gettandosi cioè su una operazione di speculazione immobiliare che alle già pesanti uscite aggiunge un ulteriore fattore di rischio finanziario. Rischio che nel complesso è comunque molto alto, se si guarda alle esperienze degli altri: le Expo non sono un buon affare, come ha tra l&#8217;altro dimostrato il caso di Saragozza 2008, chiusasi con un pesante passivo per la locale amministrazione municipale. Il commento quindi è che l&#8217;Expo 2015, in versione hard, light o &#8220;verde&#8221;, è solo un&#8217;operazione di megaspreco di denaro pubblico (ma anche di denaro privato, che comunque ha sempre ricadute pubbliche, come ci sta insegnando questa crisi) priva di giustificazioni razionali fondate. Il Cipe ha approvato nell&#8217;ambito delle opere Expo 2015 anche i fondi per la <strong>Pedemontana</strong>. Come spiega sul Corriere Economia il giornalista Jacopo Tondelli (già il titolo del suo articolo è eloquente: &#8220;Grandi opere: sì ai progetti, i soldi dopo&#8221;), &#8220;lo &#8216;sblocco&#8217; deliberato dal Cipe per 4,1 miliardi di euro non è l&#8217;approvazione di un finanziamento, ma la deliberazione politica definitiva su un piano costi&#8221;. I costi vivi dell&#8217;opera, come spiega Tondelli, dovrebbero essere pari a 4,1 miliardi, dei quali 1,2 di finanziamento pubblico già erogato e 0,5 già versato dagli azionisti privati (in prima fila, come al solito, Intesa Sanpaolo). Ma alcuni studi rivelerebbero nuove spese in precedenza non preventivate per quasi 1 miliardo di euro, che non sono coperte dal pubblico. Anche in questo caso i politici e molti media hanno dato fiato alle fanfare, ma la situazione dei finanziamenti naviga ancora in alto mare, e si tratta di un mare che in questo momento è duramente colpito dalla tempesta della crisi internazionale.</p>
<p>COMUNE PROVVISORIO</p>
<p>In alto mare anche il <strong>bilancio del Comune di Milano</strong>, sul quale sono arrivate le prime cifre precise. Per il bilancio preventivo 2010 c&#8217;è un buco di 160 milioni di euro, dovuto oltre ai mancati dividendi A2A e alla cancellazione dell&#8217;Ici sulla prima casa, di cui avevamo già parlato, anche a un calo degli oneri di urbanizzazione calcolato come pari a 40 milioni di euro. Il risultato è che il bilancio preventivo 2010 non verrà approvato entro fine dicembre, come avviene normalmente, e si passerà alla soluzione di emergenza dell&#8217;esercizio provvisorio, cioè andando avanti un mese alla volta limitandosi alla gestione ordinaria, come spiega il Corriere della Sera. Per porre rimedio alla difficile situazione sono state messe a punto soluzioni creative. Palazzo Marino, per esempio, avrebbe dovuto versare 130 milioni di euro all&#8217;Atm (che a giudicare dall&#8217;impressionante serie di incidenti ne ha proprio bisogno), ma visti i tempi si tratta di una cifra che il Comune fa fatica a esborsare. Così si è giunti a una decisione salomonica: il Comune verserà sì i 130 milioni all&#8217;Atm, ma quest&#8217;ultima ne distribuirà subito 65 milioni al Comune come dividendi: in pratica i finanziamenti all&#8217;azienda di trasporti pubblici sono stati tagliati del 50%. Un giorno avremo quindi l&#8217;Expo, ma non un tram che ci garantisca di arrivarci senza deragliare: è questa la filosofia del bilancio comunale. E&#8217; inoltre allo studio la creazione di un terzo fondo immobiliare del Comune, per giungere a un&#8217;alienazione di immobili pubblici e fare cassa. Intanto il procuratore Alfredo Robledo ha chiesto il rinvio a giudizio di quattro banche e tredici persone, di cui undici dirigenti bancari e due funzionari comunali (l&#8217;ex direttore generale del Comune e braccio destro di Gabriele Albertini, Giorgio Porta, e il consulente economico, sempre di Albertini, Mario Mauri) con l&#8217;accusa di truffa aggravata in relazione al famoso bond da 1,7 miliardi di euro coperto da <strong>derivati</strong>. Con l&#8217;occasione il centrosinistra ha depositato una nota in cui si stima che il passivo generato dai derivati di Albertini ammonta attualmente a 174 milioni di euro. Intanto si aggiunge un nuovo capitolo alla storia della <strong>privatizzazione del patrimonio pubblico</strong>. I media hanno riportato con risalto la notizia della &#8220;privatizzazione dell&#8217;acqua&#8221; voluta dal decreto Ronchi per la liberalizzazione dei servizi pubblici locali. La giusta battaglia per preservare il controllo pubblico sull&#8217;acqua ha messo però in secondo piano la reale portata del decreto, che stabilisce l&#8217;obbligo per le amministrazioni locali di scendere, entro il 31 dicembre 2010, al di sotto di una quota del 30% nelle società che gestiscono servizi pubblici, nonché il divieto di affidare gli stessi a una società a controllo prevalentemente pubblico. Non solo l&#8217;erogazione dell&#8217;acqua, ma tutti i servizi finora pubblici, fatta eccezione per i trasporti ferroviari, il gas e le farmacie comunali, passeranno sotto il controllo privato. Un passaggio nelle mani dei privati che in Lombardia verrà gestito da una classe politica che sembra sempre più vicina a una nuova &#8220;mani pulite&#8221; (sullo scandalo Grossi, Gariboldi, Ponzoni ecc., che secondo molte fonti lambisce Formigoni e Comunione e Liberazione, segnaliamo due inchieste dell&#8217;Espresso (&#8220;<a href="http://www.fiaip.it/ecostampa/utility/imgrs.asp?numart=NTTNT&amp;annart=2009&amp;numpag=1&amp;tipcod=0&amp;tipimm=0&amp;defimm=1&amp;tipnav=1&amp;isjpg=S&amp;usekey=A9HAQJ43" target="_blank">Premiato clan Lady Lombardia</a>&#8221; e &#8220;<a href="http://rassegnastampa.mef.gov.it/mefsettimanali/PDF/2009/2009-12-03/2009120314322423.pdf" target="_blank">Grandi, grossi e Formigoni</a>&#8220;) e un articolo del Sole 24 Ore (&#8220;<a href="http://www.fiaip.it/ecostampa/utility/imgrs.asp?numart=O1FN9&amp;annart=2009&amp;numpag=1&amp;tipcod=0&amp;tipimm=0&amp;defimm=1&amp;tipnav=1&amp;isjpg=S&amp;usekey=A9HAQJ43" target="_blank">La coppia Grossi-Zunino e l&#8217;area Sisas a costo zero</a>&#8220;).</p>
<p>Chiudiamo questo articolo che dipinge un quadro non certo esaltante della situazione milanese con una notizia invece davvero positiva. Il centro sociale Conchetta, il Circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa, il Circolo Arci Bellezza non finiranno nel secondo fondo immobiliare del Comune di Milano, e quindi per il momento si salvano da una privatizzazione che avrebbe comportato uno sgombero. Lo ha deciso il Consiglio Comunale, che con un solo voto di scarto ha purtroppo invece confermato il destino fondo per il centro sociale Torchiera. A votare a favore dell&#8217;estromissione dei luoghi storici della sinistra milanese dall&#8217;iniziativa di alienazione sono stati anche molti consiglieri del Pdl. I motivi in realtà sono come al solito di bassa lega finanziaria: l&#8217;inserimento di queste vere e proprie istituzioni della Milano democratica avrebbero comportato una diminuzione del valore del fondo, a causa delle proteste sociali che la loro vendita potrebbe causare.</p>
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		<title>A scuola di manganello</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Nov 2009 22:07:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milanointernazionale</dc:creator>
				<category><![CDATA[=>   Notizie e approfondimenti]]></category>
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		<description><![CDATA[di Andrea Ferrario Arresti di studenti e militanti di sinistra con accuse pesantissime, manganellate sui liceali, neofascisti che rialzano la testa in strana coincidenza con le azioni di polizia, il Corrierone che si fa interprete ideologico del regime, mentre in parallelo continua la campagna razzista contro rom e immigrati. Così la macchina del potere milanese [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&#038;blog=7100082&#038;post=866&#038;subd=milanointernazionale&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Andrea Ferrario</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Arresti di studenti e militanti di sinistra con accuse pesantissime, manganellate sui liceali, neofascisti che rialzano la testa in strana coincidenza con le azioni di polizia, il Corrierone che si fa interprete ideologico del regime, mentre in parallelo continua la campagna razzista contro rom e immigrati. Così la macchina del potere milanese si appresta ad affrontare l&#8217;emergente questione giovanile e la crisi economica.</strong></p>
<p><span id="more-866"></span></p>
<p>Nel giro di una sola settimana a Milano si è verificata una serie di fatti che dipingono un&#8217;immagine della città dai toni neri, nerissimi, in senso sia figurato che politico. I giornali li hanno riportati con ampi particolari, ma senza metterli in reciproco collegamento, come se non fossero attraversati tutti da un unico filo comune (un filo impersonato in particolare da uno che di nero e di fascismo se ne intende molto: il vicesindaco Riccardo De Corato). Vale pertanto la pena di ripercorrerli tutti insieme.</p>
<p>POLIZIA, MANGANELLI E CORRIERE DELLA SERA</p>
<p>Il 13 novembre, all&#8217;alba, con un blitz che ha visto la presenza spropositata di addirittura 90 poliziotti, sono stati arrestati tre militanti di sinistra del Collettivo autonomo Ringhiera in Ripa di Porta Ticinese, mentre altri due sono stati arrestati presso le loro abitazioni. L&#8217;accusa è quella pesante di rapina e minacce in seguito a un episodio in realtà molto meno pesante avvenuto presso la Libreria Cusl dell&#8217;Università Statale (da sempre area Comunione e Liberazione) il 2 ottobre scorso: secondo quanto riferiscono i giornali, i cinque avrebbero fatto alcune centinaia di fotocopie rifiutandosi poi di pagare e ne sarebbe nato un alterco con insulti e minacce, qualche testata parla anche di rissa. Valerio Ferrandi, 24 anni e già sotto sorveglianza speciale, è tuttora in carcere, mentre gli altri quattro sono agli arresti domiciliari. De Corato elogia le forze dell&#8217;ordine &#8220;che hanno riaffermato che la legge è uguale per tutti&#8221;: per tutti, forse, ma di sicuro non per il Comune, come illustra con chiarezza il caso del liceo Gandhi. La sera dello stesso 13 novembre quindici studenti lavoratori e professori del liceo serale Ghadhi di via XXV aprile sono entrati nella loro scuola occupandola. Sono esasperati, da due mesi protestano accampati nelle loro tende di fronte alla scuola serale (l&#8217;unica di Milano) per protestare contro la chiusura dei corsi per volontà del sindaco Letizia Moratti. Il particolare interessante è che il 22 ottobre il Tar (Tribunale amministrativo regionale) ha emesso un&#8217;ordinanza che impone la riapertura della scuola, ma il Comune non la applica. Dopo poche ore, l&#8217;alba del giorno successivo, ben sei camionette di polizia e carabinieri in assetto antisommossa, accompagnati dai vigili del fuoco, arrivano alla scuola e con un blitz durante il quale sono stati usati addirittura una motosega e la fiamma ossidrica sgomberano a manganellate gli occupanti che gridano &#8220;vergognatevi, non siamo delinquenti: vogliamo tornare a studiare e voi fate a pezzi le nostre scuole&#8221;. Le forze dell&#8217;ordine intervengono insomma con la violenza per difendere chi non rispetto un&#8217;ordinanza, cioè il Comune, da chi protesta per rivendicare l&#8217;applicazione del proprio diritto allo studio, sancito peraltro da un tribunale. Mariolina Moioli, che non si capisce perché si fregi del titolo di assessore alle politiche sociali, visto che il suo lavoro ha come esito principalmente blitz di polizia, sgomberi, chiusure di scuole, licenziamenti e simili, rincara la dose: &#8220;L&#8217;occupazione ha provocato danni [presumibilmente si riferisce alle porte abbattute dalle forze dell'ordine con motosega e fiamma ossidrica - N.d.A.] e il Comune è intenzionato a procedere&#8221;. Passano solo tre giorni e ancora manganellate contro studenti e militanti di sinistra. Il 17 novembre si protesta in tutta Italia, ma anche in altre città d&#8217;Europa, all&#8217;insegna dello slogan &#8220;l&#8217;educazione non è in vendita&#8221; e centinaia di migliaia di studenti manifestano per le strade. Se a Torino gli studenti ricordano il loro compagno Vito Scaridi, ucciso un anno fa da un crollo dovuto all&#8217;incuria in cui versa la scuola italiana, a Milano si protesta anche per la chiusura del Gandhi e gli arresti dei cinque militanti di sinistra. Ma nella metropoli meneghina il corteo non è autorizzato, da piazza Cairoli qualche centinaia di studenti, quasi tutti delle superiori, si dirigono prima all&#8217;assessorato all&#8217;educazione in Largo Treves e poi in piazza della Scala per cercare di raggiungere Piazza Duomo. In Piazza Mercanti alcuni di loro vengono accerchiati dalla polizia, scattano la carica e le manganellate, con cinque studenti feriti e quattro arrestati per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni, di cui due presto rilasciati in quanto minorenni. Gli arrestati sono due nomi noti tra gli studenti milanesi, perché da anni particolarmente impegnati nelle lotte studentesche, Gianmarco Peterlongo e Matteo Tunesi: i loro arresti appaiono quindi ben poco casuali. Così come appaiono ridicole le accuse di violenze contro i poliziotti, dato che questi ultimi erano a decine, ben messi, protetti da scudi e manganelli contro un piccolo gruppo di liceali pressoché tutti minorenni. Il giorno successivo i due arrestati vengono fatti scarcerare dal giudice (ma ora li attende un processo penale) e De Corato commenta acido: &#8220;per gli aderenti ai centri sociali vale il sistema delle facili scarcerazioni come per i clandestini&#8221;. Il Corriere della Sera di Ferruccio De Bortoli, giornale di proprietà tra gli altri di Banca Intesa e Salvatore Ligresti e che si sta trasformando sempre più nell&#8217;organo del nazional-populismo italiano, spara una raffica di articoli. Nel primo, un commento di Carlo Baroni dall&#8217;inopinato titolo &#8220;Quando si varca la sottile linea della violenza&#8221; (l&#8217;autore intende quella, inesistente, degli studenti e non quella, reale, della polizia) si parla della manifestazione con una retorica del tutto fuori luogo: i fatti vengono commentati usando termini come &#8220;rivolta sconsiderata&#8221;, &#8220;slogan urlati al cielo della violenza senza ragione&#8221; [!?! - forse Baroni si riferisce allo slogan "L'educazione non è in vendita"?], mentre in un altro articolo del Corriere si scrive, come esempio delle &#8220;violenze&#8221;, di &#8220;bidoni della spazzatura divelti&#8221;: rimaniamo in attesa che qualcuno ci spieghi come i cassonetti (e non bidoni) della spazzatura, che a Milano poggiano sui marciapiedi senza essere fissati, possano essere &#8220;divelti&#8221; &#8211; i vocaboli giusti sarebbero &#8220;rovesciati&#8221; o &#8220;spostati&#8221;, ma non suonano sufficientemente violenti&#8230; Due giorni dopo il Corriere condisce il tutto con un servizione mirato a discreditare le occupazioni, in cui tra le altre cose si rispolvera l&#8217;ipotesi del 5 in condotta per gli studenti che occupano. Per riassumere il quadro complessivo, quindi, in soli cinque giorni 9 arresti di studenti e militanti di sinistra, cinque studenti feriti, due blitz all&#8217;alba con decine di poliziotti in tenuta antisommossa, una carica a suon di manganellate, il tutto condito con i consueti due o tre sbrodoloni filoregime del Corriere.</p>
<p>NEOFASCISTI</p>
<p>A tutto questo va ad aggiungersi l&#8217;attivazione dei neofascisti, che a ottobre si sono presentati provocatoriamente due volte al Liceo classico Manzoni (il &#8220;più di sinistra&#8221; di Milano) e una volta al Parini per volantinare in gruppi composti da energumeni con caschi, che hanno tra l&#8217;altro effettuato filmati con i cellulari. In due casi l&#8217;iniziativa è stata di Lotta studentesca (Forza Nuova), in un caso invece di Blocco studentesco (Cuore Nero). Ieri poi quelli di Forza Nuova sono tornati al Manzoni con un&#8217;altra provocatoria azione &#8220;contro le zecche, ovvero gli studenti di sinistra&#8221;, uno slogan che va a braccetto con le manganellate della polizia. Vale la pena di ricordare a proposito un altro caso in cui i neofascisti, sempre quelli di Forza Nuova, hanno organizzato a Milano un&#8217;azione provocatoria che ha preceduto di poco le movimentazioni studentesche dell&#8217;Onda, durante le quali poi a Roma c&#8217;è stata la brutale aggressione da parte di un manipolo del Blocco studentesco contro alcuni liceali, sotto gli occhi della polizia che non è intervenuta. Nel settembre 2008 Forza Nuova aveva preso di mira il liceo linguistico comunale Manzoni di Lambrate. I locali del liceo sono di proprietà dei Martinitt, che li  dà in affitto al Comune ma ne utilizza alcuni in un&#8217;ala adiacente per ospitare alcuni ragazzi minorenni stranieri. Forza Nuova ha prima attaccato striscioni e manifesti contro i Martinitt sul muro dell&#8217;edificio con evidenti fini di minaccia nei confronti dei ragazzi da loro ospitati, che infatti per paura di raid sono stati allontanati dall&#8217;edificio per alcuni giorni, poi ha organizzato un volantinaggio con slogan deliranti come &#8220;Il Manzoni agli studenti, Italia agli italiani&#8221;. I neofascisti nell&#8217;occasione hanno tra l&#8217;altro dimostrato di essere totalmente estranei alla scuola in questione e più in genere alla città: da sempre a Milano il liceo linguistico viene chiamato &#8220;la&#8221; Manzoni (che un tempo era femminile) per distinguerlo da &#8220;il&#8221; Manzoni liceo classico. Va notato poi, in relazione a quest&#8217;ultimo caso che ha colpito un&#8217;istituzione di beneficienza di Milano dalla tradizione secolare come i Martinitt, che il Corriere della Sera, altrimenti prodigo di articoloni sulla &#8220;violenza&#8221; degli studenti di sinistra, non ha nemmeno riportato la notizia. Quello che comunque risulta evidente è che negli ultimi tempi, e in particolare nell&#8217;ultimo mese e mezzo, c&#8217;è stata una particolare &#8220;attenzione&#8221; dei neofascisti nei confronti della scuola, che coincide, guarda un po&#8217;, con quella della polizia e i relativi arresti e manganellate: cadono in questi giorni i quaranta anni dall&#8217;autunno caldo e da Piazza Fontana, e alla luce della storia le coincidenze di tempistica tra le azioni dei neofascisti e quelle dei cosiddetti &#8220;difensori dell&#8217;ordine&#8221; suonano particolarmente inquietanti. Più in generale, la violenta campagna repressiva contro gli studenti va letta nel contesto del momento. Da una parte la riforma Gelmini entra nella sua fase applicativa con le relative concrete conseguenze deleterie. Dall&#8217;altra, come abbiamo già notato in un recente numero del nostro Diario della crisi in Lombardia, la crisi ha effetti particolarmente pesanti per i giovani, in conseguenza soprattutto del crollo delle assunzioni che chiude loro prospettive per il futuro. Arresti, manganellate e provocazioni fasciste hanno quindi la funzione di prevenire eventuali più ampie proteste, isolando chi è più attivo e incutendo paura agli altri potenziali contestatori.</p>
<p>ROM E AMBROGINI</p>
<p>Al quadro repressivo/decoratiano vanno aggiunti altri episodi, sempre di questi giorni. Quello più odioso è quello dello sgombero del campo rom di via Rubattino, in zona Lambrate, a due passi dallo stabilimento Innse. 61 famiglie, ivi compresi 40 bambini che frequentavano le scuole del quartiere, sono state sbattute per la strada nel giro di solo un paio di ore con un&#8217;operazione di polizia. Il Comune in un primo tempo non ha proposto nemmeno la soluzione del dormitorio per le donne e i bambini (comunque solo d&#8217;emergenza e inaccettabile), contrariamente a quanto aveva fatto in passato. Poi, su pressione di associazioni e di alcuni politici dell&#8217;opposizione, il Comune ha proposto il dormitorio per le mamme e i bambini, ma questa volta &#8220;solo fino al settimo anno di età&#8221;, una novità senza alcuna logica e per questo particolarmente crudele e chiaramente persecutoria. Non a caso solo in dodici hanno accettato. Il risultato dello sgombero è il solito: la sera decine di rom si sono rifugiati alla bell&#8217;e meglio in qualche luogo della zona (in aree dismesse o sotto i ponti) per essere poi di nuovo sgomberati due volte. In realtà questo caso ha mostrato anche un volto di Milano molto più bello di quello truce del barbuto De Corato, che è il vero ispiratore della campagna sgomberi. Qualche giorno prima si era tenuta una fiaccolata di abitanti del quartiere che, pur segnalando l&#8217;inabitilità del campo, hanno manifestato contro lo sgombero preannunciato, in solidarietà anche ai bambini rom che frequentavano le stesse scuole dei loro figli. Alcune mamme e bambini sgomberati sono stati poi ospitati proprio da alcune di queste famiglie e dagli insegnanti di alcune di queste scuole, nonché in alcune parrocchie, una manifestazione di coraggiosa solidarietà come non si vedeva da tempo in città. Nel momento in cui scriviamo circa un centinaio di rom, tra i quali i quaranta bambini, si sono rifugiati in una chiesa di via Feltre chiedendo di essere ospitati in strutture della protezione civile, ma il Comune ha ribadito il suo no e offre solo soluzioni di emergenza parziali, rifiutando di prendere in considerazione soluzioni che non comportino la divisione dei nuclei familiari. Se le repressioni contro gli studenti milanesi erano già in odore di fascismo, lo sgombero di Lambrate puzza direttamente di nazismo. L&#8217;ultimo evento della serie, di gran lunga meno preoccupante ma anch&#8217;esso disgustoso, è quello dell&#8217;assegnazione degli Ambrogini d&#8217;oro, che ormai vengono spartiti in base al dettame dei partiti esattamente come vengono spartite le poltrone ai vertici del potere amministrativo, anche loro d&#8217;oro. Su richiesta della Lega uno degli Ambrogini è andato ai manovali di quella che è un&#8217;altra operazione in odore di fascismo, i 32 vigili del nucleo trasporto pubblico che vanno a caccia di stranieri senza biglietto da rinchiudere in un apposito bus con grate, come è stato denunciato e documentato da Repubblica in una serie di articoli di Franco Vanni. Gli italiani senza biglietto, che pure ci sono, non subiscono la medesima sorte. D&#8217;altronde, come ha rilevato perfino il Corriere della Sera e come ha riscontrato in più occasioni anche chi scrive, il più delle volte i controllori i biglietti li verificano solo agli immigrati.</p>
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		<title>A 40 anni dallo sciopero generale per la casa del 1969</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Nov 2009 12:44:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milanointernazionale</dc:creator>
				<category><![CDATA[=>   Notizie e approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[=>   Storia, cultura, luoghi]]></category>
		<category><![CDATA[1969]]></category>
		<category><![CDATA[Casa]]></category>
		<category><![CDATA[Speculazione immobiliare]]></category>

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		<description><![CDATA[di Marco Pitzen Esattamente quaranta anni fa, il 19 novembre 1969, si svolgeva in tutta Italia lo sciopero generale per la casa, frutto di una catena di lotte partite da Milano. Ricordiamo quella esperienza con un articolo di Marco Pitzen, del Sicet Milano, che ricollega tra le altre cose il passato all&#8217;oggi tracciando un quadro [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&#038;blog=7100082&#038;post=860&#038;subd=milanointernazionale&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Marco Pitzen</strong></p>
<p><strong>Esattamente quaranta anni fa, il 19 novembre 1969, si svolgeva in tutta Italia lo sciopero generale per la casa, frutto di una catena di lotte partite da Milano. Ricordiamo quella esperienza con un articolo di Marco Pitzen, del Sicet Milano, che ricollega tra le altre cose il passato all&#8217;oggi tracciando un quadro dell&#8217;ancora più drammatica situazione attuale dell&#8217;emergenza abitativa.</strong></p>
<p><span id="more-860"></span></p>
<p>Era l’anno 1969. In quel tardo e caldo autunno, il 19 novembre, si svolge in Italia il primo e finora unico, sciopero generale per la casa. In quel periodo le lotte nelle fabbriche e nelle scuole investono le città dove risiedono ormai quasi il 50% degli italiani e la  popolazione nelle aree metropolitane passa in poco meno di un decennio da 19  a 25 milioni di abitanti. Le città assumono un ruolo economico sempre più rilevante  diventando  poli attrattori delle grandi migrazioni interne sviluppando accelerati processi di urbanizzazione prevalentemente delle aree periferiche che generano una ulteriore esasperazione degli squilibri sociali. Non bisogna scordarsi che il cosiddetto miracolo economico italiano era fondato su un accentuato sfruttamento della forza lavoro con i salari più bassi e le giornate lavorative più lunghe d’Europa.</p>
<p>Proprio nel ‘69 si genera un movimento di massa sulla questione abitativa e si diffondono lotte urbane sempre più articolate sia nei contenuti che negli obiettivi. Le lotte per il diritto alla casa si inseriscono nel più generale processo di risveglio civile che scuote la società nazionale. Il movimento femminista, il movimento studentesco con il movimento operaio intrecciano e combattono le battaglie per il lavoro, la scuola, i diritti delle donne inserendo il tema dell’abitare, elevando il livello di scontro ed aprendo una nuova stagione rivendicativa senza eguali.</p>
<p>Dal quartiere periferico di Quarto Oggiaro parte il primo sciopero degli affitti che coinvolgerà oltre la metà degli abitanti organizzati dalla neo costituita Unione Inquilini, la quale adotterà forme di lotta, comprese le occupazioni di massa di alloggi sfitti, che si diffonderanno presto in tutto il paese. Emerge in quell’anno, su quella spinta, una visione completamente nuova della questione urbana e delle  lotte sociali, cominciano ad elaborarsi teorie sull’estensione del dominio del capitale sulle aree urbane e l’affermarsi della coscienza dello sfruttamento anche fuori dalle fabbriche, ed è dunque nel novembre del 1969 che viene proclamato dai sindacati lo storico sciopero generale sulla casa. Alla mobilitazione partecipano centinaia di migliaia di lavoratori.</p>
<p>Il sindacato richiede maggiori investimenti  nell’edilizia pubblica, l’istituzione di un sistema di equo canone per gli affitti e garanzie di lavoro per gli occupati nel settore edilizio. Proprio però la grande manifestazione dei sindacati con la sempre maggior attenzione che tra i lavoratori avevano conquistato i temi dell’abitare ed il movimento montante che rivendica organizzandosi il diritto alla casa producono una forte preoccupazione dei poteri forti più o meno occulti. Gli interessi economici legati alla rendita, ben rappresentati politicamente, sono enormi e per la prima volta nel nostro paese i sindacati, che stanno acquistando nel periodo una forza straordinaria, unitariamente trascinano la classe lavoratrice all’impegno diretto nella lotta per la casa. Un mese dopo il riuscito sciopero per la casa, il 12 dicembre, scoppia la bomba a Piazza Fontana a Milano che oltre ad avviare la strategia della tensione, ha quale immediato risultato quello di distrarre l’opinione pubblica dalla questione abitativa e non permette di produrre le riforme richieste dal movimento per il diritto alla casa.</p>
<p>In quarant’anni l’emergenza abitativa si è fatta ancora più drammatica; si sono consumati i processi di deregolamentazione urbanistici con uno sfruttamento selvaggio del territorio, la svendita del patrimonio pubblico, e la liberalizzazione del mercato delle locazioni. Si è assistito ad un forte impoverimento dello stock di abitazioni in locazione, legato ai processi di dismissione del patrimonio immobiliare dello stato, degli enti previdenziali pubblici, dei comuni, delle compagnie assicurative, degli istituti di credito e dei fondi pensione che è andato erodendo proprio quella parte di abitazioni che in tutti questi anni avevano contribuito a calmierare il mercato ed a soddisfare una parte importante della domanda abitativa. Mentre gli esigui programmi di intervento nell&#8217;edilizia pubblica di comuni e regioni non sono stati minimamente in grado di rispondere ai gravi problemi di disagio abitativo e hanno delineato una volontà politica dell’istituzione pubblica di disimpegno da questo settore e in molti casi di snaturamento della stessa funzione sociale dell’edilizia popolare. Un patrimonio pubblico che è andato accumulando  rilevanti problemi di degrado che sono aumentati esponenzialmente con la costante diminuzione del flusso dei finanziamenti pubblici.</p>
<p>In tutto il paese il tasso di soddisfacimento del bisogna abitativo si è attestato su una percentuale mediamente ben al di sotto del 5% del totale dei richiedenti aventi diritto ad accedere al patrimonio pubblico, con oltre 650mila domande inevase ai comuni per una casa popolare in affitto. In questi quattro decenni il patrimonio in affitto si è eroso a tal punto da diventare quasi una quota residuale dove meno del 20% della popolazione italiana vive in locazione. Ma le politiche di svendita del patrimonio pubblico e di incentivazione all’acquisto della prima casa stanno ora provocando in una fase di crisi economica una ulteriore emergenza sociale con un enorme indebitamento delle famiglie ed un incremento esponenziale dei pignoramenti dovuti all’impossibilità di pagare i mutui contratti. Il tutto ha portato all’allargamento dell’area della precarietà alloggiativa ed a un impoverimento di strati sempre più ampi di popolazione. Tanto che in Italia ora versano in fortissima difficoltà  4 milioni e mezzo di famiglie che vivono in affitto che faticano, e spesso non ce la fanno, a pagare canoni talmente elevati che incidono, su molte di loro, per il 50 % sui redditi.</p>
<p>Altri dati drammatici arrivano dagli sfratti. Nel 2008  sono state 140mila le richieste, 53mila le sentenze e 25mila le esecuzioni in continuo incremento. Si calcola che siano oltre un milione e cinquecento mila le famiglie che in Italia hanno subito uno sfratto negli ultimi vent’anni. Questa secondarietà del mercato dell’affitto diventato quasi residuale ha avuto come conseguenza visibile la marginalizzazione sociale e politica del disagio. Si è ritenuto in questi anni che la questione abitativa potesse trovare una sua soluzione taumaturgica all’interno dei gangli e degli equilibri del mercato immobiliare o tramite la perfetta concorrenza nel mercato dei fitti corretto con qualche aiuto assistenziale a favore della parte più debole dell’inquilinato e nefasta è stata la legge 431/98 sulla liberalizzazione dei fitti varata dal governo di centro sinistra. La disomogeneità di questa fascia di popolazione rimasta abbandonata, strozzata e impoverita dalla forza speculativa del settore immobiliare e la sua frammentazione sul territorio non ha permesso più di sviluppare una forza organizzata che potesse dispiegarsi in maniera conflittuale. Il mercato immobiliare ha prosperato, ma ha anche penalizzato e escluso una buona fetta di ceto medio, impoverito dalla precarizzazione del lavoro, lasciandolo cadere nel gorgo dell’emergenza abitativa in una fase di massimo disimpegno politico sull’argomento da parte delle forze politiche.</p>
<p>Ma proprio l’attuale depressione del mercato edilizio con la prospettiva di una crisi di rendita hanno indotto il Governo a varare il nuovo “piano casa” che mira ad una ristrutturazione del comparto con una prospettiva delle politiche pubbliche per la casa di tipo recessivo non solo dal lato della spesa sociale, ma anche dal lato delle tutele e delle garanzie di accesso ai servizi che non potrà che avere delle pesanti ripercussioni in tutti quartieri popolari. In questo contesto che si profila il tentativo di riposizionare le politiche pubbliche per la casa sul comparto del cosiddetto “social housing” abbandonando del tutto l’intervento diretto sovvenzionato e puntando a realizzare attraverso un “parternariato pubblico-privato” offerte abitative la cui connotazione sociale risiede solamente nel fatto di proporre una qualsiasi edilizia residenziale sottomercato: a canone moderato, sostenibile, convenzionale  e solo in minima parte a canone sociale. Ciò implica la dissipazione delle residuali risorse pubbliche fondiarie e finanziarie, comprese quelle immobilizzate nel patrimonio abitativo sociale esistente, tramite la sua ulteriore dismissione con un travisamento delle finalità di garanzia dell’accesso al sistema abitativo pubblico per gli strati di domanda in condizioni di maggior disagio.</p>
<p>Anche le correlate teorie falso progressiste del “mix sociale” si basano ancora sull’assunto che il lavoro sia il principale meccanismo di integrazione. Mentre oggi chi è fuori dal mercato del lavoro difficilmente ci potrà rientrare impedendogli di accedere ai diritti di cittadinanza. Progetti dunque dove la qualità dell’abitare si fonda sulla discriminazione e l’estraniazione del più debole diventa invece la variabile da eludere. La crisi finanziaria globale in atto, e la sua messa in discussione dell’ordine neoliberale, dovrebbero invece permettere di elaborare una strategia politica che ridefinisca su scala nazionale livelli essenziali delle prestazioni di welfare e attuare una riforma dell’edilizia residenziale pubblica la quale sancisca in maniera insindacabile la finalità sociale del patrimonio. Infine, sul fronte rivendicativo, importante è che a quarant’anni da quella grande mobilitazione del 1969 i sindacati uniti tornano a indire una manifestazione per garantire a tutti il diritto ad un alloggio dignitoso. La CGIL, la CISL e la UIL con i tre sindacati inquilini SUNIA, UNIAT e SICET ritrovano una intesa per richiedere politiche che affrontino l’emergenza e l’esclusione abitativa, che riducano il prezzo degli affitti e aumentino l’offerta di case popolari. Sabato 28 novembre 2009 a Milano si riprende a lottare per il diritto alla casa e alla città.</p>
<p>Marco Pitzen (componente del direttivo Sicet Milano)</p>
<p>19-11-09</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Bibliografia:</p>
<p>AA.VV, “Città e conflitto sociale”, Feltrinelli 1972</p>
<p>F. Di Ciaccia , “La condizione urbana”, Feltrinelli 1974</p>
<p>AA.VV, “Lotte urbane e crisi della società industriale”, Savelli 1981</p>
<p>P. Ginsborg, “Storia d’Italia dal dopoguerra ad oggi”, Einaudi 1989</p>
<p><a href="http://www.puntorossolibri.it/libro_2_marco-pitzen-casa-merce-diritto-bene-comune.html" target="_blank">M. Pitzen, “Casa, merce, diritto, bene comune”,  Ed. Punto Rosso 2007</a></p>
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		<title>Diario della crisi in Lombardia, 17 novembre</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Nov 2009 08:55:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milanointernazionale</dc:creator>
				<category><![CDATA[=>   Notizie e approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[Cassa integrazione]]></category>
		<category><![CDATA[Crisi]]></category>
		<category><![CDATA[Licenziamenti]]></category>
		<category><![CDATA[Mobilità]]></category>

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		<description><![CDATA[I trend del periodo: Aziende sempre più a fondo, lavoratori sempre più arrabbiati &#8211; La situazione provincia per provincia, dai dati generali alle singole crisi aziendali (periodo coperto: dal 12 settembre al 1 novembre) SOMMARIO I trend del periodo: Aziende sempre più a fondo, lavoratori sempre più arrabbiati - LOMBARDIA IN GENERALE - MILANO - [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&#038;blog=7100082&#038;post=855&#038;subd=milanointernazionale&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>I trend del periodo: Aziende sempre più a fondo, lavoratori sempre più arrabbiati</strong><strong> &#8211; </strong><strong>La situazione provincia per provincia, dai dati generali alle singole crisi aziendali</strong><strong> (periodo coperto: dal 12 settembre al 1 novembre)</strong></p>
<p><strong><span id="more-855"></span></strong></p>
<p>SOMMARIO</p>
<p><a href="#sezione1">I trend del periodo: Aziende sempre più a fondo, lavoratori sempre più arrabbiati<br />
</a></p>
<p><a href="#sezione2">- LOMBARDIA IN GENERALE</a></p>
<p><a href="#sezione3">- MILANO</a></p>
<p><a href="#sezione4">- MONZA-BRIANZA</a></p>
<p><a href="#sezione5">- VARESE</a></p>
<p><a href="#sezione6">- COMO</a></p>
<p><a href="#sezione7">- LECCO-SONDRIO</a></p>
<p><a href="#sezione8">- BERGAMO</a></p>
<p><a href="#sezione9">- BRESCIA</a></p>
<p><a href="#sezione10">- PAVIA</a></p>
<p><a href="#sezione11">- LODI</a></p>
<p><a href="#sezione12">- CREMONA</a></p>
<p><a href="#sezione13">- MANTOVA</a></p>
<p><a name="sezione1">I trend del periodo: Aziende sempre più a fondo, lavoratori sempre più arrabbiati </a><br />
&#8220;L&#8217;importante è non uscire da questa storia morti. Se ne usciamo feriti, anche gravemente, è già un buon risultato&#8221;: sono le parole di uno dei 25 lavoratori della Ercole Marelli di Sesto San Giovanni occupata da agosto e riassumono perfettamente la situazione della crisi lombarda nel periodo coperto da questo numero del nostro Diario (12 settembre-1 novembre). Finita l&#8217;estate è arrivata, come si temeva, una grande ondata di licenziamenti, fallimenti e cassa integrazione straordinaria per crisi strutturale, tanto che ormai, a differenza dei mesi precedenti, i giornali locali lombardi non segnalano quasi più i casi, comunque numerosi, di avvio della cassa integrazione ordinaria. E&#8217; significativo che nel periodo in esame abbiano chiuso o siano entrati in profonda crisi alcuni nomi e marchi di portata storica o con diverse centinaia di dipendenti che operano in regione: si va dalla Tenaris Dalmine nella bergamasca, all&#8217;Alfa Romeo, alla Marelli e all&#8217;Agile-Eutelia (ex Olivetti) nel milanese, alla Ibici, alla Malerba e alla Whirlpool nel varesotto, alla Ideal Standard a Brescia, per citarne solo alcuni. Governo e stampa nazionale danno ormai per scontata, o addirittura già iniziata, l&#8217;uscita dalla crisi, citando qualche dato isolato dal contesto o magari di carattere solo previsionale, e sorvolando sul fatto che i timidi e limitati miglioramenti di alcuni indici sono con ogni probabilità frutto di una bolla forse ancora peggiore di quella che ci ha fatto fin qui precipitare. Ma uno sguardo sul territorio fa capire a chiare lettere non solo che la crisi perdura, ma che oltretutto sta pesantemente peggiorando. Lo ha confermato tra l&#8217;altro nei giorni scorsi il dato sul pesante ulteriore calo della produzione in settembre a livello nazionale (-5,3% su agosto, -4% sul secondo trimestre 2009, -15,7% su base annua) e lo confermano molti altri dati che citiamo più sotto. Dalla seconda metà di settembre e fino a oggi è chiaramente in atto una dinamica di peggioramento della crisi, ma attenzione ai prossimi dati anno su anno che verranno sicuramente citati dall&#8217;establishment a conferma di una &#8220;ulteriore ripresa&#8221;: non bisogna dimenticare che un anno fa eravamo già in profonda crisi e quindi da settembre in poi un raffronto anno su anno che dia come esito percentuali di calo, ferme o solo in leggerio miglioramento non starà affatto a indicare una dinamica di miglioramento nei valori assoluti (per es. il -15,7% su base annua registrato a settembre dalla produzione non rappresenta un miglioramento apprezzabile in termini assoluti rispetto alle percentuali di circa -20% anno su anno della primavera scorsa). Tra gli altri sviluppi particolarmente preoccupanti c&#8217;è quello dell&#8217;aumento dei casi in cui ai dipendenti di aziende in crisi o in cassa non vengono corrisposti gli stipendi, segnale di un aggravarsi del problema della mancanza di luquidità, e ci sono stati addirittura alcuni casi in cui sono stati gli stessi lavoratori a richiedere il fallimento della propria azienda per ottenere almeno gli ammortizzatori sociali. In una situazione simile non meraviglia che si registri un ulteriore inasprimento delle lotte a difesa del posto di lavoro, che ha visto una moltiplicazione delle occupazioni, spesso con eclatanti proteste sui tetti delle fabbriche, dei presidi giorno e notte, dei blocchi stradali e ferroviari, anche se ancora limitate ai singoli casi specifici e senza una coordinazione territoriale. Su questo pesa tra le altre cose la divisione a livello sindacale, conseguente alla decisione di Cisl e Uil di procedere alla firma separata dei contratti. Per riassumere, il panorama degli sviluppi dell&#8217;ultimo mese e mezzo che riportiamo qui di seguito invia un messaggio univoco: ci attende un inverno molto duro e lungo, senza la prospettiva di un&#8217;uscita primaverile dalla crisi.</p>
<p><a name="sezione2">LOMBARDIA IN GENERALE</a><br />
Con l&#8217;arrivo dell&#8217;autunno sono stati pubblicati numerosi indicatori dello stato dell&#8217;economia lombarda al termine del terzo trimestre 2009. La loro pubblicazione è coincisa con un momento in cui, anche grazie alla pressante opera di propaganda istituzionale, a livello psicologico è diffusa la convizione che siamo all&#8217;inizio della ripresa economica. I dati però dipingono un&#8217;immagine ben diversa, nonostante la nuova bolla in atto a livello globale. A settembre nella regione i lavoratori in cassa integrazione in deroga erano 55.000, per un totale di ben 7.700 aziende coinvolte, mentre erano in fase di istruttoria altre 2.900 domande di cassa per 25.000 lavoratori. Anche la cassa integrazione ordinaria e straordinaria ha ripreso a salire: secondo dati della Cgil a fine agosto il ricorso all&#8217;ammortizzatore sociale risultava aumentato del 465% rispetto allo stesso periodo dell&#8217;anno precedente. In alcuni settori le cifre sono da capogiro. Nel metallurgico per esempio la cassa è aumentata del 2.083%, nella meccanica del 951%. Le provincia messa peggio in termini di aumento percentuale è Lecco, con una crescita complessiva del 1.460%. Da gennaio ad agosto di quest&#8217;anno in Lombardia sono stati licenziati 38.270 lavoratori, con un aumento del 67% rispetto allo stesso periodo 2008. Il sindacato stima che in regione sono a rischio circa 300.000 posti di lavoro da qui a fine 2010 e sottolinea che la crisi &#8220;fa vittime visibili (cassa integrazione, mobilità, crisi aziendali), ma anche invisibili (precari, contratti a termine, dipendenti delle piccole e piccolissime imprese)&#8221;. E a tale proposito l&#8217;Assolavoro lamenta un calo del 24% nel lavoro in somministrazione nel corso del primo semestre 2009. Uno dei settori che più soffrono è quello dell&#8217;artigianato. Casartigiani Lombardia riferisce che molte aziende sono sull&#8217;orlo della chiusura, dopo che nel primo semestre è stata registrata una diminuzione del lavoro del 30-40% e il suo presidente Mario Bettini così illustra la situazione: &#8220;Le piccole aziende che lavorano conto terzi sono stremate. Il loro fatturato si è dimezzato. Non si vede un futuro. Spesso sono le nostre grandi aziende che, lavorando meno, trattengono dentro la fabbrica tutto il lavoro. Così facendo riescono a sopravvivere, ma nei fatti questo sta decretando una morte lenta di tutto l&#8217;indotto, che è fatto di manodopera altamente specializzata&#8221;. L&#8217;Eco di Bergamo dipinge un quadro simile in una serie di interviste a imprenditori lombardi: &#8220;la situazione è particolarmente critica. Si vede qualche miglioramento, ma con livelli di attività estremamente più bassi. Nelle macchine movimento terra, ad esempio, non sono stati fatti ordini per mesi. Adesso ci sono, ma al 40%&#8221;. Gli ordinativi si sono pressoché dimezzati rispetto a un anno fa, con perdite più nette nei prodotti per l&#8217;industria (-60%) e uno degli imprenditori intervistati dal quotidiano così dipinge la situazione a fine settembre: &#8220;Tra fine luglio e agosto si era visto qualche miglioramento, ma adesso siamo di nuovo in una situazione stazionaria e difficile e via via sempre più disomogenea. Costi fissi e capacità produttiva rimangono adeguati e superiori&#8221;. E infatti gli ultimi dati parlano di un tasso di utilizzo degli impianti sceso in Lombardia al di sotto del 65%. Ci sono tuttavia alcuni segnali di arresto della caduta. Per esempio sul versante degli ordinativi acquisiti nel terzo trimestre ci sono dati tendenziali ancora negativi per gli ordini interni ed esteri, ma si registra un aumento minimo (dello 0,9%) sul trimestre precedente. Nelle indagini previsionali si registra anche una leggera flessione del pessimismo tra gli imprenditori, che rimane comunque nettamente prevalente, per le prospettive del quarto trimestre. Ma va anche ricordato che a partire dal terzo trimestre, e la cosa varrà ancora di più dal quarto trimestre in avanti, i dati tendenziali anno su anno andranno calcolati su un 2008 già in pesante flessione. Lo spiega un altro imprenditore intervistato dall&#8217;Eco di Bergamo riferendosi alla situazione dei mercati: &#8220;se a gennaio si era a -60% adesso siamo a -50%, ma non c&#8217;è un miglioramento: è solo che nel 2008 settembre era già più negativo rispetto a gennaio&#8221;. Il presidente di Confindustria Bergamo, Carlo Mazzoleni, così riassume infine la situazione: &#8220;Le aziende sono ancora alle prese con un calo dei fatturati dell&#8217;ordine del 30-50%. I dati sono da brividi, tanto che parlare di ripresa appare illusorio, trattandosi più che altro di stabilizzazione. La caduta è forse finita, ma il rimbalzo è stato nel frattempo già assorbito. Dovremo rassegnarci ad un andamento da montagne russe nel 2010 con un&#8217;alternanza di fiammate e di raffreddamenti produttivi.Un previsto incremento del Pil nazionale dell&#8217;1% non può farci dimenticare il pesante meno 5% da cui siamo reduci [e le preoccupazioni sono particolarmente forti] per la dinamica occupazionale: il peggio, da questo punto di vista, deve ancora venire&#8221;. Tra i più colpiti ci sono già i lavoratori immigrati, che secondo dati Inail sono circa 589.000, pari al 15,7% di tutti gli occupati della Lombardia. Le assunzioni di lavoratori immigrati sono passate dalle 40.000 dl 2007 alle 30.000 del 2008, con un calo di oltre il 31%, ben superiore alla media del calo nazionale e regionale delle assunzioni di lavoratori (-27%). Le proiezioni per il 2009 parlano di un ulteriore drastico calo che porterebbe i nuovi assunti immigrati a soli 20.000. Vi è infine da registrare un dato che testimonia l&#8217;ancora forte discriminazione nei confronti delle donne. In regione la percentuale di contratti part-time, un indicatore della flessibilità occupazionale, è del 29,7% tra le donne mentre è di appena il 3% tra gli uomini.</p>
<p><a name="sezione3">MILANO</a><br />
<span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span>: Nella provincia di Milano prosegue la situazione di crisi economica, sempre più contrassegnata però da forme di lotta più radicali a difesa del posto di lavoro. Per fare un paio di esempi tra i tanti possibili, nella sola giornata del 21 settembre in città ci sono stati la manifestazione dei lavoratori dell&#8217;Hilton di via Galvani, il presidio dei lavoratori della Nokia Siemens di fronte all&#8217;Assolombarda, quello degli operai della Nortel Italia in piazza Cordusio e, a Cormano, il blocco delle merci alla Bitron per impedire la delocalizzazione a est; nella stessa giornata risultavano occupate o presidiate dai lavoratori la Metalli Preziosi e la Lares di Paderno, la Ercole Marelli di Sesto, la Kunzle &amp; Tasin di Cinisello e la Aluminium di Pieve Emanuele. Si sono inoltre moltiplicati i casi di blocchi stradali e ferroviari per protesta. Nel corso del periodo in esame non sono stati pubblicati dati sulla situazione complessiva in provincia, ma alcuni dati diffusi a livello settoriale o distrettuale sono particolarmente eloquenti. L&#8217;Unione Artigiani provinciale rileva che le imprese artigianali sono ormai scese sotto le 70.000 unità, dalle 71.500 del 2008 alle 68.200 di fine agosto 2009. A soffrire di più sono i settori costruzioni, trasporto e manifatture. Tra gli artigiani si registra anche una netta diminuzione dell&#8217;avviamento al lavoro (-25% anno su anno) e l&#8217;assunzione a tempo determinato rimane la formula di contratto prevalente (43% del totale). Massimo Accornero, segretario dell&#8217;Unione, ha affermato che &#8220;si ribadisce lo scenario di crisi e si conferma che la fine del tunnel è ancora lontana&#8221;. L&#8217;Osservatorio Provinciale del Lavoro ha registrato un netto saldo negativo degli avviamenti al lavoro da gennaio ad agosto 2009 (473.000) rispetto allo stesso periodo del 2008 (602.000). Gli unici avviamenti in crescita sono quelli parasubordinati (+1,5%) o attraverso il lavoro a chiamata (+126%). C&#8217;è poi un altro dato che esemplifica la situazione drammatica in provincia: il Centro dell&#8217;impiego del Sud Milano a fine settembre registrava 1.300 richieste di sussidi di disoccupazione contro le 257 del 2008, un aumento di oltre il 500%. Infine, la Diocesi di Milano ha pubblicato il suo rapporto annuale sulle poverà, in cui si rileva che &#8220;chi stava già male ha visto peggiorare la propria condizione, famiglie di ceto medio basso che prima ci stavano comunque dentro adesso non riescono più a sostenere i costi della vita quotidiana&#8221; e che sono quindi in aumento i &#8220;poveri per la prima volta, quelli che un lavoro ce l&#8217;avevano e che, pur con qualche fatica, fino a un anno fa tiravano comunque avanti. Ma che adesso non ce la fanno più&#8221;.</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: A Milano e in provincia hanno trovato un esito, definitivo o provvisorio, alcune delle crisi contrassegnate da forme di lotta clamorose da parte dei lavoratori. Si è chiusa (quasi) definitivamente la vicenda dell&#8217;<strong>Innse</strong> di Lambrate, che ha ripreso parzialmente le attività a inizio ottobre. E&#8217; stato siglato un compromesso anche con l&#8217;immobiliare Aedes proprietaria del terreno su cui sorge lo stabilimento, che dovrà trovare sbocco in un accordo definitivo Aedes-Comune entro la fine del 2010. A metà settembre è terminata la protesta dei lavoratori della <strong>Esab</strong> di Mesero, che erano saliti sul tetto della loro fabbrica per difendere il proprio posto di lavoro. L&#8217;azienda purtroppo ha chiuso definitivamente e la proprietà ha rifiutato di assumersi qualsiasi impegno per la reindustrializzazione dell&#8217;area &#8211; l&#8217;unico successo degli 85 lavoratori, che andranno in mobilità e in cassa integrazione, è stato l&#8217;ottenimento di migliori condizioni di uscita. Anche i lavoratori della <strong>Metalli Preziosi</strong> e della <strong>Lares</strong> di Paderno Dugnano hanno infine deciso di scendere dal tetto delle loro fabbriche, proseguendo però il presidio davanti ai cancelli e nella mensa. La situazione non è stata ancora risolta, le due aziende sono in fallimento, ma per la Metalli Preziosi ci potrebbe essere un acquirente in vista. Alla <strong>Ercole Marelli</strong> di Sesto San Giovanni, presidiata dai lavoratori dall&#8217;agosto scorso, è stata prima avviata la procedura di licenziamento collettivo a inizio ottobre e a fine mese il tribunale ha decretato il fallimento dell&#8217;azienda, senza che siano in vista acquirenti seriamente interessati. I 25 lavoratori, che tra l&#8217;altro non hanno ricevuto lo stipendio di settembre, puntano all&#8217;ottenimento della cassa integrazione straordinaria. Una delle crisi maggiori apertasi in provincia, e in regione, è quella dell&#8217;<strong>Agile (ex Eutelia)</strong> di Pregnana, che si occupa di consulenze per reti informatiche e i cui circa 300 dipendenti sono da luglio senza stipendio. Il 16 settembre i lavoratori hanno bloccato la stazione di Pregnana, sulla Milano-Novara, e dopo alcune tese settimane è arrivata la doccia fredda: l&#8217;Agile (ex Eutelia) ha aperto la procedura di mobilità collettiva per 1.192 tecnici su 1.880 in tutta Italia, di cui 243 su 500 riguardano l&#8217;unità di Pregnana. Nel momento in cui scriviamo quest&#8217;ultima è occupata dai lavoratori. A fine ottobre la Fiat ha deciso la chiusura definitiva dell&#8217;<strong>Alfa Romeo</strong> di Arese, con la parallela decisione di trasferire a Torino i 229 lavoratori rimasti a partire dal 1° gennaio prossimo: si tratta di fatto di un licenziamento, vista l&#8217;impossibilità per la maggior parte di loro di trasferirsi nella città piemontese. Un esito che era già nell&#8217;aria da tempo, in particolare da giugno quando tutti i lavoratori erano stati messi in cassa integrazione ordinaria. Per l&#8217;area dell&#8217;Alfa è allo studio un enorme progetto di speculazione immobiliare. A fine ottobre è stata inoltre decisa la cassa integrazione ordinaria per 13 settimane anche per i 150 lavoratori della <strong>Powertrain</strong>, società collegata all&#8217;Alfa, per la quale si teme un&#8217;analoga chiusura delle attività in primavera. L&#8217;altra grande crisi apertasi nella provincia di Milano è quella della <strong>Rapisarda</strong> di Cernusco sul Naviglio (settore gomma e plastica) un&#8217;azienda che esiste da quasi un secolo, ma che cinque anni fa è stata acquistata dall&#8217;americana Caterpillar. A marzo era cominciata la cassa integrazione ordinaria, ma a inizio ottobre la crisi è sfociata nella decisione della proprietà di chiudere lo stabilimento e di licenziare i 128 lavoratori. E&#8217; scattato immediatamente il presidio e i dipendenti Rapisarda hanno manifestato il 14 ottobre di fronte al consolato americano, per poi bloccare il giorno successivo la strada provinciale a Cernusco. Il 28 ottobre, dopo un incontro senza successo con la proprietà, la rabbia dei lavoratori è esplosa, 37 di essi sono saliti sul tetto dello stabilimento, dove ancora si trovano nel momento in cui scriviamo, e ci sono stati momenti di tensione quando è stato accerchiato il responsabile del personale della Caterpillar. Rabbia anche tra i 43 lavoratori del pastificio <strong>Monder</strong> di Peschiera Borromeo, che da quattro mesi non percepiscono lo stipendio. Dalla fine di settembre e per l&#8217;intero mese di ottobre c&#8217;è stato un susseguirsi di promesse non rispettate di versamento delle paghe e di acconti parziali corrisposti solo ad alcuni dipendenti che hanno portato i lavoratori a fine ottobre a indire uno sciopero ad oltranza. La ditta è una delle principali esportatrici italiane di ravioli e tortellini, con una storia di oltre 50 anni. A metà settembre la <strong>Nortel</strong>, società anglo-canadese di new technology amministrata da <strong>Ernst&amp;Young</strong>, ha deciso il taglio del 50% degli 80 dipendenti al fine di spezzettare l&#8217;attività e di venderla più facilmente: non si tratta di un effetto della crisi, dato che l&#8217;azienda ha un attivo di centinaia di milioni di euro. Situazione drammatica alla <strong>Invitea</strong> di Corsico (produzione viti), da cinque anni in cassa integrazione e già abbandonata dal 40% della forza lavoro. Ora circola insistentemente la voce che l&#8217;azienda voglia ulteriormente ridurre l&#8217;organico da 85 a 40 diplendenti. Sempre a Corsico c&#8217;è da registrare la chiusura del punto di vendita della <strong>Saint Gobain</strong>, con il licenziamento collettivo dei 70 dipendenti. A Inveruno la raffineria <strong>Carapelli</strong> ha disposto il licenziamento di 32 dipendenti e i sindacati temono che si vada non solo verso un ridimensionamento dell&#8217;attività, ma addirittura a una sua chiusura. I 30 lavoratori della <strong>Eurolacca</strong> di Cinisello Balsamo (produzione vernici) sono senza stipendio da oltre tre mesi e la loro azienda è chiusa. Per uscire dall&#8217;impasse i dipendenti sono giunti a chiederne il fallimento, al fine di potere almeno contare sugli ammortizzatori sociali. Nella stessa Cinisello sono già in mobilità dieci dei 25 operai della <strong>Intermec</strong> e i 130 dipendenti della <strong>Parker Hannifin</strong> sono in cassa integrazione straordinaria per crisi, mentre il gruppo <strong>Stola</strong> ha ufficializzato la chiusura dello stabilimento locale con lo spostamento di tutti i 54 dipendenti a Vignola, in provincia di Modena, una decisione che equivale a un licenziamento vista la lontananza della nuova sede. Lo stesso è avvenuto ad Assago, dove è stata chiusa la sede della <strong>Munters</strong> con la richiesta ai 32 lavoratori di trasferirsi a Teramo, a 700 chilometri di distanza: anche in questo caso si tratta di licenziamenti di fatto. A Bollate per il mese di novembre era previsto il licenziamento dei 40 dipendenti della <strong>Syntess</strong>, già in mobilità da luglio scorso: i lavoratori sono riusciti però a strappare un accordo per sei mesi di cassa integrazione in deroga. Estremamente difficile la situazione a San Giuliano Milanese: alla <strong>Ocim</strong> (impianti per la saldatura) da settembre sono in cassa 28 lavoratori su 30, alla <strong>Osla</strong> (lavorazioni in acciaio) ci sono 14 dipendenti in cassa, alla <strong>Bulnava</strong> la cassa riguarda 24 operai su 38 e sono in cigo, anche se con un numero di lavoratori minore, la <strong>Prisma</strong>, l&#8217;officina meccanica <strong>Quadrifoglio</strong>, la <strong>Skermicavi</strong> e la <strong>Spm</strong> lavorazioni metalliche. Alla <strong>Baruffaldi</strong> di Tribiano e Settala non sono stati rinnovati i contratti a termine ed è stata prolungata la cassa ordinaria per i 220 dipendenti, dopo un breve periodo estivo di aumento delle attività a causa dell&#8217;esaurimento delle scorte. A Buscate è praticamente ferma la produzione alla <strong>Giovanni Crespi</strong>, dove 150 dei 206 dipendenti sono in cassa integrazione e dove si teme una doccia fredda quando ad aprile terminerà il periodo dell&#8217;ammortizzatore. La società registra cali della produzione dell&#8217;ordine del 40%. A Paderno Dugnano, uno dei punti caldi della crisi milanese, ha annunciato la chiusura anche la legatoria <strong>Albani</strong>, lasciando sulla strada 28 lavoratori dopo la cassa integrazione cominciata a inizio 2009. Ha cessato le attività anche la ditta vicina, la <strong>Mid</strong>. La <strong>Mivar</strong> di Abbiategrasso ha ormai utilizzato tutti gli ammortizzatori sociali disponibili con gli ultimi 9 mesi di cassa decretati: da agosto 2010 scatteranno i licenziamenti per circa 230 lavoratori. Continua intanto il calvario dei 190 lavoratori della <strong>Framag</strong> di Canegrate, 150 dei quali sono in cassa integrazione, di cui 90 dichiarati in esubero: da marzo a oggi gli stipendi continuano ad arrivare in ritardo e con il contagocce. Situazione analoga anche alla <strong>Omag</strong> di Cassinetta di Lugagnano, già da tempo in crisi a livello sia produttivo sia finanziario, dove gli stipendi dei 39 dipendenti sono in arretrato di mesi, nonostante le continue promesse di pagamento. A Pero dopo sei mesi di cassa integrazione la <strong>Cesana</strong> (materiali per fonderie, 130 anni di storia) ha annunciato a fine ottobre la chiusura facendo partire le prime due lettere di licenziamento su un totale di 28 dipendenti. Esito negativo anche per la <strong>Cell Therapeutics</strong> di Bresso (56 dipendenti), dove si è giunti definitivamente alla chiusura, annunciata già da tempo . Non è molto migliore la situazione alla <strong>Nerviano Medical Sciences </strong>(100 dipendenti, più altri 100 di indotto), dove il nuovo amministratore delegato ha scelto subito la linea dura licenziando in tronco 3 lavoratori: si profila all&#8217;orizzonte un lungo braccio di ferro tra l&#8217;azienda e i sindacati. A Legnano la <strong>Giovanni Crespi</strong> ha aumentato il ricorso alla cassa straordinaria (cigs): agli 89 lavoratori già in cigs se ne aggiungerà un&#8217;altra cinquantina, per un totale di 140 dipendenti su 206. Nella stessa città saranno in cassa integrazione fino al 31 marzo i 114 lavoratori della <strong>Pulisystem</strong>. A inizio ottobre c&#8217;è stato lo sciopero a livello nazionale del gruppo <strong>Carrefour</strong> (che è proprietario anche dei marchi <strong>Gs</strong> e <strong>DìperDì</strong> e ha in Italia 27.000 dipendenti) dopo il colpo di spugna unilaterale che ha cancellato il premio aziendale, l&#8217;integrazione di malattia e le pause retribuite causando ai lavoratori, secondo dati del sindacato, una perdita di circa 2.000 euro all&#8217;anno. Lo sciopero ha raccolto un&#8217;alta adesione, tra il 70% e il 90%. La protesta ha avuto come proprio fulcro la Lombardia, con i supermercati di Carugate, San Giuliano e Paderno Dugnano e il deposito di Milano, dove l&#8217;adesione è stata al 100%. Da registrare infine un&#8217;altra situazione emblematica nel settore servizi, quella dei lavoratori della <strong>Gorla</strong>, che ha in appalto la fornitura delle pulizie all&#8217;<strong>Ospedale Sacco</strong>, dove da tempo i dipendenti ricevono gli stipendi con ritardi anche di un mese. Alcuni di loro lamentano inoltre decurtazioni della busta paga e mancati versamenti dei contributi.</p>
<p><a name="sezione4">MONZA-BRIANZA</a><br />
<span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span>: Nel quadrimestre da giugno a settembre si è registrato un aumento dei dipendenti in cassa straordinaria (da 3.196 a 5.109) e di quelli in mobilità (da 929 a 1.048). Le aziende che hanno chiuso sono almeno 68, con un conseguente taglio di 5.000 lavoratori, saliti così da 25.000 a circa 30.000. Tra le uniche note (apparentemente) positive annunciate vi è quella di un aumento nel secondo quadrimestre delle richieste di credito da parte delle aziende effettivamente accettate dalle banche, pari al 52% del totale rispetto al 38% del primo quadrimestre (i dati sono stati comunicati dall&#8217;Unione Artigiani). Rimane però ancora lontano il livello del 64% dello stesso periodo del 2008 e ci sono alcuni &#8220;ma&#8221; fondamentali. Se nel 2008 il 46% dei crediti richiesti era destinato agli investimenti (e quindi non solo per resistere alle difficoltà, bensì per scommettere sul futuro) nel 2009 la quota è scesa al 35%. Ciò vuole dire che sono aumentate le richieste di credito per esigenze di liquidità, per rientrare da debiti o per fare fronte a crediti non riscossi. Oltre a una crescita esplosiva della cassa integrazione, secondo i dati dell&#8217;Unione Artigiani c&#8217;è stata una riduzione del 25% delle nuove assunzioni e in particolare un calo del 34% di quelle a tempo indeterminato. Nel settore delle attività manifatturiere le nuove assunzioni sono calate in maniera pesantissima, di oltre il 40%. I Centri per l&#8217;impiego brianzoli constatano poi nel loro bollettino trimestrale che &#8220;il precariato resta l&#8217;offerta principale. Anche nel secondo trimestre 2009 le forme contrattuali maggiormente proposte, il 66,6% del totale, continuano a rientrare nelle categorie a tempo determinato (45%),mentre oltre il 20% delle nuove collaborazioni si distribuisce nell&#8217;arcipelago sempre più vasto dei contrattini: parasubordinati, intermittenti, atipici, di appredistato o inserimento. Il contratto a tempo indeterminato invece copre il 33,4% dell&#8217;offerta e premia soprattutto gli uomini&#8221;. Tra i vari settori di attività è in piena crisi anche il tessile. In provincia sono 91 le aziende del settore che stanno facendo uso degli ammortizzatori sociali, riferisce la Femca Cisl: i dipendenti del settore sono in totale 4.335, di cui 3.200 interessati dagli ammortizzatori e tra questi circa 900 tra lavoratori in mobilità e fuoriusciti dal mondo del lavoro non rientreranno in azienda&#8221;. Secondo il sindacato &#8220;a metà del 2010 ci sarà un peggioramento per le cessazioni, quando scadranno le richieste per la cassa integrazione straordinaria&#8221;.</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: A Monza la <strong>Cartostrong</strong>, controllata dalla multinazionale americana Anglo-American, ha annunciato a metà settembre la chiusura del reparto cartiera. La proprietà ha annunciato 62 esuberi su un numero totale di 186 dipendenti. Come molti altri loro colleghi lombardi, i lavoratori della cartiera hanno organizzato un presidio giorno e notte davanti alla loro fabbrica. A Lentate sul Seveso la <strong>Ltm</strong> (logistica) ha annunciato la liquidazione della società dopo l&#8217;incendio del 14 aprile scorso. I 12 dipendenti e gli 8 lavoratori di una cooperativa che lavora in appalto, osservano che l&#8217;azienda in realtà non aveva mai smesso di lavorare e ipotizzano che dietro alla decisione ci siano anche motivi speculativi, visto che la proprietà vuole vendere i terreni su cui sorge lo stabilimento. Riprendendo l&#8217;esperienza della Innse di Lambrate, i lavoratori hanno autogestito per 40 giorni lo stabilimento lavorando a oltranza durante lo stato di agitazione. A fine ottobre però hanno dovuto cedere, ottenendo in cambio la cassa integrazione straordinaria per un anno e la parziale ricollocazione in aziende del territorio, accompagnata da una buona uscita. Chiude anche la <strong>Pikappa</strong> di Masate, azienda in attività da oltre trent&#8217;anni nel settore della grafica. Per i 30 dipendenti sono in arrivo i licenziamenti, preceduti dalla cassa straordinaria. I lavoratori sono perplessi riguardo ai motivi della chiusura: fino all&#8217;estate gli è stato chiesto di fare straordinari e si è ricorsi a personale esterno per fare fronte alle commesse. Nel frattempo la crisi della <strong>ex Celestica</strong> (<strong>Bames</strong> e <strong>Sem</strong>), una delle più gravi in provincia, va peggiorando. Dopo l&#8217;esaurimento dei normali ammortizzatori si è passati alla cassa in deroga per la maggioranza del personale (390 dipendenti in cassa su 660, rispetto ai 210 in cassa fino a fine ottobre), senza che la proprietà abbia fornito un piano di sviluppo convincente. Il rischio è che si vada alla chiusura, in una situazione di rapporti sindacali tra l&#8217;altro tesa, che ha spinto il Giorno a scrivere che &#8220;l&#8217;ex Celestica è una polveriera, pronti ad azioni eclatanti sia i sindacati che i lavoratori&#8221;. Un altro brutto colpo per l&#8217;economia brianzola lo si registra con la chiusura del reparto di produzione di Gerno della <strong>Yamaha</strong> di Lesmo, da cui esce il notissimo modello Teneré. Si parla di un anno di mobilità per i 66 dipendenti, seguito dal licenziamento definitivo. Le cifre sono drammatiche: nel 2009 gli ordini sono calati del 70%, in passato dallo stabilimento uscivano 9.000 moto all&#8217;anno, adesso ce ne sono 2.700 ferme in magazzino e per novembre e dicembre non c&#8217;è nemmeno una moto da fare. Nel settore automative della provincia vanno registrati altri due stati di crisi, quello della <strong>Morsetec</strong> di Arcore, dove è stato licenziato 1 lavoratore su 4, e quello della <strong>Knorr Bremse</strong> che, sempre nella berlusconiana Arcore, ha &#8220;svecchiato&#8221; il personale mettendo in prepensionamento 30 addetti. Difficoltà anche nel tessile a Giussano, dove la <strong>Tfe</strong> (tintoria) ha messo in cassa straordinaria per un anno 20 operai, avviando al contempo una procedura di liquidazione volontaria. L&#8217;azienda ha pertanto cessato le attività il 5 ottobre. Identica sorte per la gemella <strong>Tieffe</strong>: chiusura e 20 dipendenti prima in cassa straordinaria e poi in mobilità. A Brugherio la <strong>Oerlikon Balzers</strong> (rivestimenti in metallo) ha dichiarato il licenziamento di due persone nell&#8217;ambito di un piano di ristrutturazione nazionale che riguaderà 30 lavoratori. In forte crisi anche la <strong>Sira</strong> di Caponago (antenne), che da settimane tiene a riposto più del 50% del personale (80 dipendenti su 150). Alla <strong>Marzorati</strong> di Brugherio (metalmeccanica) si prevedeva il prolungamento della cassa ordinaria, in atto da febbraio, fino al 31 dicembre, ma di fronte alla forte crisi la proprietà ha paventato il fallimento o la vendita dell&#8217;attività, con il conseguente rischio di perdita del posto di lavoro per i 31 dipendenti. Alla <strong>McBride</strong> di Solaro (produzione detergenti) i 130 dipendenti temono la chiusura dello stabilimento in seguito al continuo trasferimento di produzioni, accessori e macchinari in altri siti del gruppo. In provincia vanno poi registrate ben quattro situazioni drammatiche in termini di stipendi non corrisposti. Il primo è quello della società di autotrasporti <strong>Its</strong> di Trezzo sull&#8217;Adda, che hanno organizzato un presidio dopo essere rimasti per 3 mesi senza stipendio e che ora rischiano la mobilità. Il secondo è quello della <strong>H3</strong> di Cavenago, società che come la ex Celestica fa parte del Gruppo Bartolini, dove i 40 dipendenti da un anno incassano lo stipendio in ritardo. Il terzo è quello delle <strong>Officine Monzesi</strong>: i circa 70 dipendenti, a casa già da febbraio per la crisi, hanno ottenuto la cassa straordinaria, ma non ricevono lo stipendio da luglio perché l&#8217;azienda è senza liquidità, tanto che l&#8217;Enel le ha staccato la corrente. Il quarto è quello della <strong>Phonomedia</strong> di Monza, che gestisce call center: da un anno i 200 lavoratori ricevono lo stipendio in ritardo. Anche la <strong>Star</strong>, colosso alimentare di Agrate, comincia a risentire della crisi, in conseguenza in particolare di una flessione nei mercati esteri, e manda in cassa integrazione ordinaria  30 operai su 330 per 13 settimane. Cassa integrazione ordinaria per 13 settimane anche in un&#8217;azienda dalla storia antica, la <strong>Pozzi Leopoldo</strong> di Carate (macchinari per il tessile), in attività dal 1885. L&#8217;ammortizzatore riguarderà 39 dei 50 dipendenti. Cigo rinnovata invece alla <strong>Beta</strong> di Sovico, che ha 274 dipendenti, in seguito al calo degli ordinativi. Peggiora la situazione già drammatica della <strong>Carrier</strong> di Villasanta (condizionatori) dopo l&#8217;incontro tra sindacati e vertici aziendali di metà ottobre, durante il quale questi ultimi hanno comunicato che gli ordini sono in calo del 42% e il bilancio è tutto in negativo. A maggio i 200 tagli previsti su i 560 dipendenti totali erano stati ridotti a 100 grazie a un accordo sulla cassa integrazione straordinaria, ma ora c&#8217;è in vista una nuova ondata di riduzioni, anche perché il ricorso agli ammortizzatori sociali si è praticamente esaurito.</p>
<p><a name="sezione5">VARESE</a><br />
<span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span>: A settembre il varesotto ha conquistato il poco invidiabile primato di territorio con il maggior numero di ore di cassa integrazione, con un aumento del 326% rispetto all&#8217;anno precedente, secondo dati della Cgil. I lavoratori coinvolti sono ormai 3.433 e il sindacato ha così commentato la situazione: &#8220;la ripresa delle attività dopo le ferie estive ha visto l&#8217;uscita dal mercato di molte imprese, l&#8217;aumento dei licenziamenti e della disoccupazione e le conseguenze della crisi continueranno a farsi sentire, purtroppo, per un periodo non breve&#8221;. Rimane sempre molto critica anche la situazione del saronnese, dove a settembre una trentina di aziende hanno richiesto più o meno contemporaneamente la cassa per un numero totale di 300-400 dipendenti, tanto che il quotidiano La Prealpina commenta: &#8220;non si nota alcun particolare segno di ripresa&#8221;. Da una ricerca delle Acli e della fondazione La Sorgente risulta inoltre che i lavoratori inseriti nelle liste di mobilità dei Centri per l&#8217;impiego sono raddoppiati rispetto all&#8217;anno scorso. Soffrono anche gli artigiani varesini, per i quali, come scrive il quotidiano la Provincia, &#8220;è difficile immaginare un periodo più cupo&#8221;. Dall&#8217;ultima indagine della Cna di Varese condotta tra fine settembre e inizio ottobre risulta che un&#8217;impresa su tre rileva un ulteriore peggioramento dei volumi di lavoro rispetto a prima delle ferie, mentre solo una su cinque ha registrato dei miglioramenti. La Provincia riferisce poi che &#8220;il dato peggiora in modo drastico, inoltre, se il confronto lo si effettua avendo a riferimento lo stesso periodo dell&#8217;anno precedente, perché in questo raffronto oltre due imprese su tre lamentano una diminuzione della loro attività, che una su quattro ritiene sia crollata. Solo il 10% segnala degli incrementi&#8221;. Che per gli artigiani varesini il fondo non sia stato ancora toccato lo dimostrano gli ultimi dati dell&#8217;Associazione Artigiani locale: nel terzo trimestre 2009 la loro produzione è diminuita non solo rispetto allo stesso periodo dell&#8217;anno scorso (-9,87), ma anche rispetto al secondo trimestre 2009 (-3,58%). Intanto sono arrivati dall&#8217;Unione Industriali i primi dati sulle esportazioni del made in Varese nel primo semestre di quest&#8217;anno. Le cifre parlano di un crollo del 16,6% rispetto al primo semestre 2008, ma anche di una caduta verticale delle importazioni (-21,7%), che costituisce un altro preoccupante indicatore del livello di crisi nella provincia. Tra i settori più in crisi c&#8217;è quello dell&#8217;edilizia, nel quale, secondo i dati dell&#8217;Ance di Varese, a fine anno si conteranno 2.500 posti di lavoro in meno rispetto al 2008, ai quali andranno aggiunti quelli dell&#8217;indotto in forte crisi, come testimoniato dal fatto che le due princilpali imprese di cemento della provincia abbiano richiesto recentemente la cassa integrazione. Nell&#8217;edilizia è particolarmente difficile la situazione dei lavoratori immigrati, in maggioranza collocati in una categoria professionale bassa nonostante siano in realtà operai specializzati, e che per questo faranno più fatica a ricollocarsi. Perdendo il lavoro, inoltre, i lavoratori immigrati perdono anche il permesso di soggiorno.</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: Va verso la chiusura un marchio storico del settore moda italiano, quello dell&#8217;<strong>Ibici</strong> di Busto Arsizio. I 58 dipendenti in cassa integrazione hanno presidiato giorno e notte la fabbrica per due mesi per ottenere gli stipendi che non venivano corrisposti da luglio e a fine settembre hanno avuto successo, un successo però dal sapore particolarmente amaro perché l&#8217;Ibc cesserà definitivamente le proprie attività. Rimangono senza lavoro, senza stipendi e perfino senza cassa integrazione anche le 10 lavoratrici di un altro marchio storico del settore moda, la <strong>Malerba</strong> di Galliate Lombardo, che era nata nel lontano 1926. A fine giugno avevano ricevuto la lettera di licenziamento collettivo, ma gli stipendi non arrivavano già da marzo e continuano a non arrivare, e ora lo stabilimento sembra destinato alla chiusura definitiva. Un&#8217;altra grave crisi nel settore tessile varesino è quella della <strong>Luigi Tosi</strong> di Busto Arsizio, una società con 84 anni di storia in difficoltà finanziarie da mesi e i cui 50 dipendenti hanno occupato lo stabilimento per chiedere il fallimento dell&#8217;azienda e ottenere così almeno gli ammortizzatori sociali. Il 16 ottobre sono riusciti a ottenere almeno questo obiettivo, ma anche la Luigi Tosi va ad aggiungersi alle aziende destinate a chiudere definitivamente. Un&#8217;altra grande situazione di crisi in provincia è quella della <strong>Whirlpool</strong> (elettrodomestici), dove rispetto all&#8217;anno scorso si producono 1 milione di pezzi in meno, 1,8 per la precisione, che scenderanno a 1,7 nel 2010. Per i dipendenti c&#8217;è stato prima l&#8217;annuncio di 330 esuberi, poi a fine ottobre un piano di razionalizzazione dei costi con ritorno alla settimana corta e maggiori turnazioni. Nel settore dell&#8217;edilizia c&#8217;è da registrare la clamorosa protesta di dieci operai (quasi tutti pachistani e romeni) che lavoravano per dite subappaltatrici della <strong>Rocca</strong> srl in un cantiere di Gallarate e che a metà ottobre si sono incatenati per un paio di giorni all&#8217;interno del cantiere per rivendicare gli stipendi che non venivano loro corrisposti da quattro mesi. A Malpensa situazione ad alto rischio di perdita del posto di lavoro per 80 dipendenti della <strong>Eurofly</strong>, vettore gestito da <strong>Meridiana</strong>, che ha deciso di trasferire tutte le attività di manutenzione tecnica a Olbia. Sempre a Malpensa, la <strong>Sea</strong>, società controllata dal Comune di Milano che gestisce lo scalo, ha richiesto di prorogare la cassa integrazione oltre il marzo 2010, nonostante abbia recentemente comunicato un aumento dei voli dal e per l&#8217;aeroporto. Rimane gravissima anche la situazione dell&#8217;indotto dello scalo aeroportuale: la <strong>Lg Sky</strong> ha 150 dipendenti in cassa, la <strong>National Cleannes</strong> ne ha 90, la <strong>Consorzio Lepanto </strong>80 e la <strong>Corsica Coop</strong> 115. Sempre a Busto Arsizio, la <strong>Hupac</strong> ha chiesto la cassa in deroga per 100 dipendenti. A Saronno la ditta <strong>Solarese</strong> (smaltimenti) ha deciso il licenziamento di 9 dipendenti, cioè la metà delle maestranze. A Lonate Ceppino si registra un&#8217;altra situazione drammatica in termini di mancato pagamento di stipendi. Si tratta della <strong>Rutil</strong>, industria meccanica che da febbraio ha messo in cassa integrazione straordinaria i 102 dipendenti e, dopo la dichiarazione di fallimento, è passata a una nuova società, la Raimbo. Dopo avere ricevuto solo a luglio le mensilità di febbraio, marzo e aprile, i lavoratori non hanno più visto un soldo di quanto era loro dovuto per i mesi successivi. A metà ottobre è precipitata la situazione della <strong>Fratelli Salviato</strong> di Castronno (l&#8217;azienda che produce la scopa Pippo), quando all&#8217;asta per l&#8217;acquisto di ramo d&#8217;azienda non è stata presentata alcuna offerta. L&#8217;azienda sembra quindi destinata al fallimento e i suoi 134 dipendenti rischiano di perdere tutti il posto di lavoro. Alla <strong>Husqvarna</strong> di Biandronno si è giunti a fine ottobre a un accordo definitivo che ha visto la partecipazione anche della Fiom Cgil, contrariamente alle precedenti intese. Rispetto alle precedenti previsioni, i dipendenti che verranno messi in mobilità su base volontaria passano da 50 a 39 e l&#8217;azienda si è impegnata a non esternalizzare nessuna fase della produzione fino a settembre 2010. Tra le altre situazioni di crisi in regione va segnalata quella della <strong>Preca Brummel</strong> di Carnago (moda per bambini) che ha messo 60 lavoratori in cassa in deroga.</p>
<p><a name="sezione6">COMO</a><br />
<span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span>: Nei primi nove mesi di quest&#8217;anno sono 2.384 i comaschi che hanno perso il posto di lavoro, con un aumento che, se il trend verrà confermato, sarà del 100% rispetto al 2008. Le prospettive per il 2010 non sembrano affatto migliori: &#8220;La previsione è di un raddoppio dei numeri della mobilità il prossimo anno&#8221;, ha detto Alberto Zappa, segretario della Fim Cisl Como. A essere colpiti sono soprattutto gli operai non specializzati, i lavoratori stranieri e le donne. A loro vanno ad aggiungersi anche i numerosi lavoratori frontalieri, a causa della crisi che sta colpendo anche la Svizzera. Registra un aumento anche il ricorso alla cassa integrazione. Secondo dati della Cisl regionale in provincia di Como nel terzo trimestre c&#8217;è stato un uso dell&#8217;ammortizzatore quasi pari a quello dei due trimestri precedenti messi insieme e una esplosione dell&#8217;utilizzo della cassa straordinaria, aumentata rispetto al primo trimestre, in termini di ore richieste, addirittura del 1.000%. L&#8217;unico settore in controtendenza è quello della moda, nel quale si è registrata una diminuzione del monte ore di cassa. In vertiginoso aumento anche le domande di disoccupazione ordinaria, passate dalle 7.725 di tutto l&#8217;anno 2007, alle 10.716 del 2008 e alle 14.210 dei soli primi nove mesi del 2009. La Cna di Como, unica in Lombardia, registrava invece svariati segnali di miglioramento nell&#8217;ambito di una indagine condotta a inizio settembre tra gli artigiani della provincia. I piccoli imprenditori comaschi che hanno registrato ricavi in crescita sono passati dall&#8217;8% al 32%. A livello di fatturato rimane preponderante la percentuale delle aziende artigiane (56%) che hanno riscontrato una diminuzione, un dato comunque inferiore a quello di gennaio (64%). E&#8217; invece in calo il numero delle aziende con capitale invariato, segno che la crisi non ha risparmiato nessuno, anzi presenta una variazione negativa del 20%. Si è infine allargata la forbice tra ottimisti e pessimisti, gli ottimisti sono passati dal 12% al 30%, mentre i pessimisti, pur restando in minoranza, sono quasi raddoppiati, passando dal 12% al 23%. In discesa però, con una variazione di -29%, la percentuale di quanti si professano &#8220;realisti e fiduciosi perchè la crisi passerà&#8221;. Al quadro complessivo vanno aggiunti i dati diffusi dalla Cisl sul precariato nel comasco. Su 190.000 occupati, 30.000 hanno un contratto a tempo determinato (vi sono poi 60.000 lavoratori autonomi). Dall&#8217;inizio della crisi tre assunti su quattro in provincia hanno un contratto a tempo determinato.</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: I dati riportati qui sopra indicano che la crisi sta travolgendo la provincia di Como così come il resto della Lombardia. Se il numero di crisi aziendali che segnaliamo qui di seguito risulta tuttavia inferiore a quello delle altre province, è solo perché la stampa locale (cioè essenzialmente il quotidiano La Provincia) riserva ben poca attenzione a questo aspetto. Vi è innanzitutto da segnalare che non sono poche le grandi imprese in situazione di crisi, come testimoniano i casi della <strong>Invensys</strong> di Lomazzo, della <strong>Gasfire</strong> di Erba, della <strong>Home Connexion</strong> di Figino Serenza e di altre ancora. A Turate si registrano contemporaneamente le crisi della <strong>Guzzetti</strong> (fabbricazione nastri) che ha prorogato fino a dicembre la cassa integrazione a rotazione su una ventina di dipendenti dei 55 totali, e quella della <strong>Tecnicol</strong>, una controllata della stessa Guzzetti, che è ormai in liquidazione e i cui 31 dipendenti sono in cassa straordinaria. Alla <strong>Cigo</strong> di Inverigo, attiva dal 1947, i lavoratori erano stati messi in cassa integrazione prima dell&#8217;estate e a fine luglio la ditta è stata messa in liquidazione. Quest&#8217;ultima ha poi riaperto a settembre, ma riassumendo solo 36 dei 94 dipendenti, lasciando così sulla strada ben 58 lavoratori. Problemi analoghi alla <strong>Edem</strong>, dove dopo una ristrutturazione nel 2008, che aveva portato al licenziamento di 24 dipendenti su 48, è subentrata una nuova proprietà che ha apportato un ulteriore taglio di 12 dipendenti e ha aperto procedure di cassa integrazione straordinaria e di mobilità. Per i lavoratori che rimarranno si prospetta un affitto di ramo d&#8217;azienda con chiamata mensile e rinuncia volontaria alla cassa straordinaria. Crisi profonda anche alla <strong>Dhl Supply Chain Italy</strong> di Vertemate dove in seguito alla diminuzione del 30-40% del fatturato del committente Intai (gruppo Armani) si pensava in un primo tempo a un taglio di circa 18 dipendenti seguito dalla chiusura del sito. Dopo un presidio però i lavoratori sono riusciti a ottenere la cassa integrazione a partire dal 2010 per un massimo di tre mesi nell&#8217;arco dell&#8217;anno, con la chiusura del sito di Vertemate e lo spostamento dei dipendenti in quello di Rovellasca. Alla <strong>Kilian</strong> di Luisago (vernici e inchiostri) sono stati annunciati 20 licenziamenti su un totale di 130 addetti, ignorando le richieste di cassa integrazione straordinaria avanzate dai dipendenti. Sommati ai 4 contratti a termine non rinnovati e ai 6 lavoratori che sono già usciti da inizio anno senza essere sostituiti, i licenziamenti portano a una riduzione del 33% della forza lavoro.</p>
<p><a name="sezione7">LECCO-SONDRIO</a><br />
<span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span>: Come scrive il quotidiano La Provincia di Lecco, i dati sul ricorso agli ammortizzatori sociali che provengono dal territorio dicono esattamente il contrario dei discorsi secondo cui si starebbe ormai superando la crisi. Secondo le cifre diffuse dalla Cgil, a inizio ottobre in <strong>provincia di Lecco</strong> le imprese che utilizzavano la cassa integrazione erano 254, in netto aumento rispetto alle 200 di luglio. I lavoratori coinvolti erano 8.033 su 15.688 complessivi, con un aumento di 2.000 unità rispetto a luglio. Nel settore tessile la situazione rimane stabile, ma ciò è dovuto al fatto che già in precedenza erano in cassa integrazione pressoché tutti i lavoratori del comparto (sono solo una quarantina in tutta la provincia quelli che non sono coinvolti). In peggioramento invece il commercio, nel quale 50 imprese sono in crisi, con 599 lavoratori coinvolti su un totale di 750 dipendenti &#8211; a luglio i dati erano di 6 imprese per 385 dipendenti. Tra gli altri dati estremamente preoccupanti da citare c&#8217;è il fortissimo aumento registrato in particolare dalla cassa integrazione straordinaria, che ad agosto risultata cresciuta del 535% rispetto all&#8217;anno precedente e di circa il 40% rispetto al solo mese precedente. E si tratta di dati che riguardano solo le imprese di dimensioni superiori ai quindici dipendenti. Come riassume Alberto Anghileri, segretario della Camera del Lavoro di Lecco: &#8220;continuiamo ad assistere a un peggioramento della situazione&#8221;. E da un altro fronte gli fa eco Rossella Sirtori, della Camera di Commercio: &#8220;si parla tanto di ripresa, ma nessuno la vede per ora. [In un tale contesto] l&#8217;Italia uscirà dalla crisi a fine 2010 massacrata nel suo sistema industriale e il tessuto imrpenditoriale della provincia di Lecco ne risulterà fortemente ridimensionato&#8221;. La Gazzetta di Lecco ha pubblicato a fine settembre un&#8217;inchiesta su un settore pressoché non coperto dalle indagini statistiche, quello delle cosiddete &#8220;libere professioni&#8221;. Dalle interviste condotte con esponenti della associazioni di settore o con importanti professionisti emerge una situazione di estrema crisi. In seguito a cali dei flussi di lavoro che arrivano anche al 40%, gli studi di architetti di Lecco hanno dimezzato il proprio personale, e i collaboratori rimasti spesso non lavorano nemmeno a tempo pieno. La crisi ha inoltre un riflesso sui giovani laureati che aspirano alla professione: per loro riuscire a cominciare a lavorare nel settore è attualmente quasi impossibile. Anche gli avvocati lamentano un forte calo del lavoro, in particolare per gli studi che lavorano a stretto contatto con le imprese, con i conseguenti tagli di personale e collaboratori. A questi aspetti va ad aggiungersi quello della crescita dei mancati pagamenti da parte dei clienti. In <strong>provincia di Sondrio</strong> le aziende colpite dalla crisi, tra cassa integrazione e mobilità, erano a metà ottobre 65, per un totale di 2.800 lavoratori, una situazione in peggioramento rispetto al periodo estivo. Il segretario provinciale della Cgil, Giorgio Serri, spiega che &#8220;le aziende hanno un calo produttivo medio del 25-30%, ma in molti casi si arriva al 40-50%. Anche la grande distribuzione fa segnare dati negativi: nessun comparto sembra fuori, neanche il turismo. Sono già stati espulsi dal mercato del lavoro mille diplendenti, soprattutto precari&#8221;.</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: Prosegue la crisi della <strong>Moto Guzzi </strong>di Mandello, che nella seconda metà di settembre ha avviato altre tre settimane di cassa integrazione ordinaria (nei mesi precedenti aveva già utilizzato sette settimane di ordinaria). Alla fine dello stesso mese la proprietà (cioè la Piaggio di Roberto Colaninno) ha annunciato un numero di 50 esuberi su 150 dipendenti, una riduzione del personale che equivale a una produzione di 7.000 moto rispetto alle 10.000 per le quali è stato pensato lo stabilimento. I sindacati hanno espresso il timore che questi tagli siano il preludio a un progressivo smantellamento del sito di Mandello, timore rafforzato quando a inizio ottobre, in occasione di un incontro in Regione (nel quale Colaninno ha &#8220;sfilato in passerella&#8221; osannato da svariati politici come il leghista Roberto Castelli e il ciellino Maurizio Lupi) la proprietà Piaggio ha annunciato che gli esuberi sarebbero stati 54 e non 50. A fine ottobre infine la proprietà ha annunciato per lo stabilimento di Mandello un piano di investimenti di alcuni milioni di euro, che i sindacati hanno apprezzato esprimendo tuttavia dubbi poiché recentemente la Piaggio ha annunciato più volte piani che poi non sono stati realizzati. A Mandello prosegue anche la crisi della <strong>Gilardoni Cilindri</strong>, dove a fine 2008 erano già stati tagliati 120 posti su 470. L&#8217;azienda ha richiesto ora altre 13 settimane di cassa ordinaria e i 350 dipendenti rimasti sono sempre più preoccupati per il continuo ricorso all&#8217;ammortizzatore sociale. A Lecco l&#8217;incontro tra proprietà e sindacati della <strong>Leuci</strong> (produzione lampadine) svoltosi a fine settembre per trattare sulla proroga della cassa straordinaria in deroga si è trasformato in una doccia fredda. Sono stati annunciati ben 100 esuberi su 130 dipendenti, senza che sia esclusa la possibilità di un fallimento, e i lavoratori hanno occupato la fabbrica organizzando anche un blocco del traffico. L&#8217;8 ottobre è invece terminato dopo più di un mese il presidio delle 35 lavoratrici della <strong>Stylepack</strong> (scatole metalliche) in cassa integrazione e che da sette mesi non ricevevano lo stipendio: la proprietà della ditta di Olginate ha messo a punto un piano di rientro economico che fornisce garanzie precise almeno per il pagamento degli arretrati, anche se verrà poi messo a punto un piano industriale che con ogni probabilità prevederà esuberi. A fine settembre è stato decretato il fallimento della <strong>Perego Strade</strong> di Cassago, dopo cambiamenti di proprietà della azienda già in crisi che hanno portato a un intricato domino societario difficile da sbrogliare. Per 115 dipendenti su 125 c&#8217;è ora la prospettiva della perdita definitiva del posto di lavoro, oltre alla beffa di non ricevere gli stipendi da giugno: anche in questo caso i lavoratori hanno organizzato un presidio permanente di fronte alla loro fabbrica, che è stato tolto dopo una settimana quando hanno ottenuto almeno la garanzia del pagamento degli arretrati. Picchetto per rivendicare gli stipendi non versati da aprile anche da parte dei 17 lavoratori della <strong>Cablo</strong> di Lecco. E nella stessa città la <strong>Fravit</strong>, a causa della caduta della domanda, ha avviato per i propri 27 dipendenti la cassa integrazione straordinaria, annunciando allo stesso tempo una riorganizzazione produttiva che potrebbe sfociare in licenziamenti. Gli effetti devastanti della crisi in atto sono esemplificati dal caso di Osnago, paese di circa 4.000 abitanti, di cui attualmente 300 sono in cassa integrazione. Nel paese utilizzano l&#8217;ammortizzatore la <strong>Baragetti</strong>, la <strong>Bel Garden</strong>, la <strong>Be-mar</strong>, la <strong>Gierre Ricambi</strong>, la <strong>Legatoria Vega</strong>, la <strong>Reco</strong>, la <strong>Trans-Steel</strong>, la <strong>Im-co Progetti</strong>, la <strong>Larga</strong>, la <strong>Lario Impianti</strong>, la <strong>Fomas</strong>, la <strong>Lamperti</strong> e la <strong>Top Glass</strong>. A Sirone la <strong>Texmec</strong> (settore meccano-tessile) ha decretato 20 esuberi per crisi economica dovuta al calo di fatturato, con l&#8217;avvio della cassa straordinaria di un anno che sfocerà in mobilità. A Calolziocorte la Bonaiti (lavorazione acciaio) ha terminato le ore di cassa integrazione ordinaria a disposizione ed è passata alla cassa straordinaria per 12 lavoratori e al contratto di solidarietà per altri 66, su un totale di 104 dipendenti: si teme quindi per il futuro di questa azienda storica, le cui radici risalgono addirittura al 1830. Difficoltà anche per la <strong>Husqvarna</strong> di Valmadrera, dove è in previsione il licenziamento di 60 lavoratori su 280 (attualmente tutti in cassa integrazione straordinaria per un anno). Il piano di lancio di nuovi prodotti per una ripresa della produzione si sta rivelando irrealizzabile. Anche in provincia di Sondrio la crisi colpisce duramente. Alla <strong>Mc</strong> di Cosio su 577 lavoratori 352 sono in cassa integrazione, 11 in mobilità e 83 fermi per la fine dell&#8217;attività: si sperava in una ripresa dopo le ferie estive, ma non si sono osservati segnali confortanti. Timori anche per la <strong>NewCocot</strong> di Sondrio, che ha già fatto abbondantemente ricorso agli ammortizzatori sociali, e per una grande azienda come la <strong>Cranchi</strong> (settore nautico) che a causa del calo del mercato dovrà probabilmente ricorrere alla cassa integrazione per i suoi 220 dipendenti.</p>
<p><a name="sezione8">BERGAMO</a></p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Dati generali:</span> Nei primi nove mesi dell&#8217;anno in provincia di Bergamo sono state licenziate con procedure collettive 4.685 persone: c&#8217;è stato un lieve caldo di licenziamenti nelle aziende che hanno diritto di accedere agli ammortizzatori sociali e un raddoppio in quelle che non hanno diritto ad accedervi perché con meno di 15 dipendenti (o meno di 50 nel turismo e nel commercio). L&#8217;ultima indagine congiunturale disponibile indica che i livelli di produzione a fine giugno erano decisamente inferiori a quelli del 2000, con un salto indietro di dieci anni dell&#8217;economia bergamasca. I livelli di utilizzo degli impianti sono scesi addirittura sotto il 60%. Nei primo otto mesi dell&#8217;anno le ore di cassa integrazione autorizzate in provincia sono triplicate, e nel mese di settembre c&#8217;è stato un altro grande balzo in avanti di ben oltre 2 milioni di ore, che ha portato il monte ore totale a 15,4 milioni rispetto ai 3,4 dei primi tre trimestri 2008. Preoccupa in particolare l&#8217;impennata della cassa integrazione straordinaria (indicativa di situazioni di crisi più strutturali), che nei mesi precedenti era cresciuta in misura minore rispetto a quella ordinaria, e che invece a fine settembre è risultata in aumento del 910% rispetto a un anno prima. Secondo i sindacati, inoltre, nel quarto trimestre saranno circa 1.800 i lavoratori per i quali scade il periodo di cassa integrazione straordinaria o in deroga. Nel periodo gennaio-agosto 2009 risultano in netta crescita anche i fallimenti, aumentati del 49%. Tra i settori più colpiti dalla crisi vi è quello metalmeccanico, dove a fine settembre c&#8217;erano 500 aziende e 22.368 lavoratori interessati dalla cassa integrazione. Nel settore artigianale durante il terzo trimestre si sono notati segni di &#8220;adagiamento sul fondo&#8221;, cioè di un arresto della caduta su livelli però bassissimi. E&#8217; leggermente diminuito, secondo i dati di un&#8217;inchiesta di Regione e Unioncamere Lombardia, il numero di aziende che registra cali produttivi di oltre il 5% e sono tornate a comparire imprese che dichiarano incrementi superiori al 5% (sono però solo il 2,1%). Un altro dato apparentemente incoraggiante è che il calo del fatturato risultava a fine settembre pari a -19,4% su base annua, rispetto al -23,4% del secondo trimestre. Dato che diventa meno incoraggiante se si tiene conto di un aspetto tanto elementare quando fondamentale, come osserva l&#8217;Eco di Bergamo: &#8220;ormai il confronto viene fatto su un periodo come il terzo trimestre 2008 che già iniziava a dare segni di cedimento della congiuntura. In prospettiva non ci sono grandi prospettive per un recupero della produzione, dato che viene denunciato un carico di ordini in flessione, sia sul mercato interno sia su quello estero&#8221;.</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi Aziendali:</span> &#8220;Il lunedì nero del lavoro bergamasco&#8221;, così titolava l&#8217;Eco di Bergamo il 29 settembre dopo l&#8217;annuncio contemporaneo, in una sola giornata, di 836 esuberi negli stabilimenti bergamaschi della Tenaris-Dalmine, di 73 esuberi al Maglificio Dalmine e di 50 esuberi alla System Plast di Telgate, per un totale di quasi 1.000. Il caso dagli effetti socialmente più devastanti è quello della <strong>Tenaris Dalmine</strong>, che nell&#8217;ambito di un piano di riorganizzazione a livello internazionale ha annunciato per la provincia di Bergamo il taglio del 32% dei dipendenti negli stabilimenti di Dalmine e Sabbio e addirittura del 48% a Costa Volpino, per un totale per l&#8217;appunto di 836 tagli (in totale, a livello nazionale, si parla di 1.024 esuberi). Da sempre uno dei perni dell&#8217;economia bergamasca, la Dalmine è passata dai 14.000 dipendenti del 1975, ai 10.000 del 1986 e ai 5.000 degli anni novanta. Nel momento in cui chiudiamo il presente Diario è in programma un vertice tra ministero per lo sviluppo economico, sindacati e vertici dell&#8217;azienda per affrontare la crisi. E&#8217; stato inoltre annunciato che presto si riuniranno a Dalmine i rappresentanti sindacali dei vari stabilimenti che il gruppo Tenaris possiede in Canada, Argentina, Brasile, Colombia e Romania, per discutere tra le altre cose l&#8217;eventuale organizzare un&#8217;azione di protesta comune a livello internazionale. La <strong>System Plast</strong> di Telgate, che alla fine dell&#8217;anno scorso è stata acquistata dalla multinazionale americana Emerson, ha annunciato ai sindacati l&#8217;intenzione di spostare parte dell&#8217;attività produttiva in Germania, con la prospettiva di un taglio di una cinquantina di posti di lavoro su 120 complessivi. Il piano industriale verrà specificato maggiormente nei dettagli nei prossimi giorni. La System Plast è il secondo gruppo al mondo nella produzione di componentistica per l&#8217;industria alimentare. Crisi anche al <strong>Maglificio Dalmine</strong>, che ha annunciato una riorganizzazione operativa con una notevole riduzione del personale: 73 posti di lavoro in meno per un&#8217;occupazione che scenderà da 138 a 65 persone (l&#8217;organico è composto al 90% da donne, quasi tutte giovani). Il tutto dopo che a luglio era stata aperta la procedura di cassa straordinaria fino a fine dicembre ma, come specifica l&#8217;amministratore delegato della società, l&#8217;azienda sta affrontando una crisi che non è più congiunturale ed è ormai diventata strutturale. Acque agitate anche alla <strong>Frattini</strong> di Seriate, in concordato preventivo. I lavoratori hanno protestato per le modalità affrettate e poco trasparenti con cui è stata condotta la prima gara per l&#8217;acquisto di un ramo aziendale, quello dei metal container, vinta da una società del gruppo tedesco Polytype-Mall Herlan che si è impegnata ad assorbire solo 37 dei 66 lavoratori. Rimangono ancora da definire le sorti dell&#8217;altro ramo d&#8217;azienda, dove lavora la maggior parte dei 191 dipendenti della Frattini e per il quale le prospettive non sono buone, visto che sembra non sia stata presentata alcuna offerta. La <strong>Lilly Italia</strong> di Pedrengo (biancheria intima), dove sta per terminare la cassa straordinaria per crisi aziendale aperta lo scorso febbraio, ha deciso la mobilità per 30 dipendenti su 62 (in maggioranza donne): i lavoratori temono per una prossima dismissione delle attività produttive a favore di una trasformazione in realtà logistica-commerciale. Un&#8217;altra crisi di grandi dimensioni in territorio bergamasco è quella della <strong>Same</strong> di Treviglio (produzione trattori), che a fine ottobre ha annunciato 150 nuovi esuberi, dopo che a fine agosto il gruppo aveva già registrato a livello nazionale 362 uscite. Il settore risente della crisi nell&#8217;agricoltura e, dopo il calo del mercato del 24% nel primo semestre, seguito da un forte peggioramento a luglio e agosto, prevede un&#8217;ulteriore flessione del 14% nel 2010. A fronte di un calo del fatturato del 45%, la <strong>Moog</strong> di Almenno ha annunciato 14 licenziamenti dopo avere utilizzato 26 settimane di cassa ordinaria fino a fine settembre. Anche per la <strong>A Electric</strong> di Villa d&#8217;Adda la lunga cassa ordinaria è sfociata nella crisi più nera, cioè nel fallimento. Già in difficoltà finanziarie, la società è stata messa in ginocchio dal fallimento di altre aziende presso cui vantava crediti, con un preoccupante effetto a catena. Per i circa 40 dipendenti, che tra l&#8217;altro dall&#8217;estate non ricevono più lo stipendio, si apre la prospettiva della perdita del posto di lavoro. Situazione simile anche alla <strong>Hidroberg</strong> di Grassobbio, dove dopo 13 settimane di cassa ordinaria si è giunti alla cassa straordinaria per cessata attività per tutti i 18 lavoratori (nei tempi d&#8217;oro l&#8217;azienda era arrivata ad avere un centinaio di dipendenti). Al bottonificio <strong>Limar</strong> di Grumello del Monte si è giunti a ottobre a una svolta nell&#8217;assurda situazione che colpiva i 25 dipedenti, da febbraio senza stipendio perché la fabbrica era ferma ma ufficialmente ancora in attività. Sono stati gli stessi lavoratori a chiederne il fallimento, in modo da potere ottenere almeno la cassa integrazione straordinaria, e il 13 ottobre la loro richiesta è stata infine accolta. Alla <strong>Toora</strong> di San Paolo d&#8217;Argon in amministrazione straordinaria è stata disposta la cassa straordinaria per 90 lavoratori, che vanno così ad aggiungersi ai circa 180 che erano già in cassa in altri due siti dell&#8217;azienda. La <strong>Cantieri Riva</strong> di Sarnico (213 dipendenti) ha richiesto altre due settimane di cassa integrazione da utilizzare a ottobre dopo averne già utilizzate due a settembre. A Treviglio si è chiusa la vertenza della <strong>Eurogravure</strong> (stampa rotocalco), che risente pesantamente della crisi dell&#8217;editoria. L&#8217;organico si assesterà sui 146 dipendenti, mediante la messa in cassa straordinaria di un anno di 60 dipendenti e il prepensionamento di un massimo di 40. Soluzione dolorosa anche per la cooperativa <strong>Igb</strong> di Zingonia, delle cui 79 socie-dipendenti 40 saranno assorbite dal cliente Mgl di Bergamo, mentre le rimanenti 39 andranno in mobilità. Citiamo infine un lungo elenco dell&#8217;Eco di Bergamo che dà un&#8217;idea della pesante situazione in tutta la provincia: &#8221; Il <strong>Cotonificio Honegger</strong> di Albino è una delle ultime vicende: su 430 lavoratori, per 25 dovrebbe scattare la Cassa integrazione a zero ore, dopo l’annuncio di una riorganizzazione destinata a portare a 240 esuberi. Al <strong>Linificio e Canapificio Nazionale</strong> di Villa d’Almè è stata prorogata la Cassa straordinaria per 112 dipendenti su 200. Poi la <strong>Manifattura Valle Brembana</strong> di Zogno: 416 addetti e 241 esuberi dichiarati, in contratto di solidarietà fino al 9 gennaio; la <strong>Miti</strong> di Zogno: 78 persone coinvolte in una Cassa speciale per cessazione d’attività; la <strong>Valbrem</strong> di Lenna: Cassa speciale a rotazione per un anno per 162 dipendenti. Anche un colosso come la <strong>Sanpellegrino</strong> la primavera scorsa ha annunciato 282 lavoratori in eccedenza a livello nazionale, scesi poi a 115 (da 60 a 40 per lo stabilimento di Ruspino). La <strong>Rono</strong> di Almenno San Bartolomeo ha previsto la Cassa integrazione per un anno a rotazione per tutti i 158 dipendenti. Cigs anche alle <strong>Fonderie Mazzucconi</strong> di Ponte San Pietro per 130. La <strong>Pigna</strong> di Alzano Lombardo: l’azienda ha dapprima aperto la procedura di mobilità trovando poi l’accordo con i sindacati per la Cassa integrazione straordinaria per i 133 dipendenti del reparto cartiera. La <strong>Siac</strong> di Pontirolo Nuovo e Osio Sotto: Cassa integrazione straordinaria per due anni dal febbraio 2009 al febbraio 2011. La <strong>Comital</strong> di Nembro: 97 lavoratori sono in Cassa speciale dal maggio scorso per cessata attività. La <strong>Società del Gres</strong> di Sorisole: Cassa integrazione straordinaria per due anni per i 147 lavoratori (40 dei quali accedono direttamente alla pensione tramite la mobilità). La <strong>Tessival</strong> di Fiorano al Serio: su 210 addetti, sono in Cassa straordinaria circa 80 lavoratori. Fino a dicembre Cassa integrazione straordinaria per ristrutturazione per 410 lavoratori su 630 alla <strong>Promatech</strong> negli stabilimenti di Casnigo, Colzate e Vilminore di Scalve. Alla <strong>Texter</strong> (ex Legler) di Ponte San Pietro è stata prorogata fino a maggio 2010 la Cassa integrazione straordinaria per 335 lavoratori. Cassa straordinaria anche alle <strong>Fonderie Pilenga</strong> di Comun Nuovo (per 13 settimane) per i 230 lavoratori in organico. In corso la Cassa speciale anche alla <strong>Radici Pietro Industries &amp; Brands</strong> (l’<strong>ex Tappetificio</strong>) di Cazzano Sant’Andrea fino a un massimo di 120 dei 240 lavoratori&#8221;. E, dallo stesso quotidiano, un altro impressionante elenco, quelle delle aziende entrate in cassa integrazione da settembre: &#8220;da settembre sono entrate in Cassa integrazione ordinaria, tra le altre, la <strong>I.M.C. Italiana</strong> macchine caffè di Bergamo (62 lavoratori, fino al 27 novembre 2009), <strong>Tullio Giusi</strong> Spa di Grumello del Monte (53 lavoratori per 13 settimane dal 21), <strong>Az F.I.U.S.</strong> Spa di Terno d’Isola (51 lavoratori dal 21 settembre al 19 dicembre 2009), <strong>Officine Meccaniche Rozzoni</strong> di Brignano Gera d’Adda (48 lavoratori, dal 14 settembre all’11 dicembre 2009). Stanno per iniziarla anche l’<strong>Imet</strong> Spa di Cisano Bergamasco (55 lavoratori, dal 5 ottobre al 24 dicembre 2009), <strong>Locatelli</strong> Spa di Mapello (45 lavoratori, dal 1° ottobre al 18 dicembre 2009), <strong>Italgru</strong> srl di Ambivere (41 dipendenti, dal 5 ottobre al 19 dicembre 2009). C’è poi la cassa in deroga dal 1° di settembre al 30 giugno 2010 per i 50 lavoratori dell’<strong>Mcs Officina meccanica</strong> Spa di Urgnano; la cassa in deroga per 6 mesi della <strong>Tecno Progress</strong> di Madone (25 lavoratori); e la cassa in deroga per 13 settimane (dal 14 settembre), che coinvolge 10 impiegati della <strong>G.M.V. Macchine utensili</strong> Spa di Stezzano. È, invece, straordinaria da settembre la cassa integrazione per la <strong>Cortis Lentini</strong> di Gorle (41 lavoratori) e per le officine <strong>Turra</strong> srl di Grumello del Monte (24 lavoratori). In mobilità, infine, la <strong>M&amp;M International</strong> di Orio al Serio (per 25 lavoratori), la <strong>Faeber Lighting System</strong> Spa di Orio al Serio (per 22 lavoratori) &#8220;.</p>
<p><a name="sezione9">BRESCIA</a></p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span><strong>:</strong> A fine settembre la situazione in provincia di Brescia cominciava già a precipitare. Diversi gli annunci di chiusura di diversi colossi del settore manifatturiero locale (oltre all’Ideal Standard naturalmente). Dalla Mac alla Borromini, dalla Aluminium Trevisan Cometal alla Federal Mogul di Desenzano, dal Pastificio Pagani di Rovato alla Europress di Sarezzo e alla Gnutti Sebastiano di Villa Carcina. Secondo i dati diffusi a inizio ottobre dall’Inps nel mese di settembre le aziende bresciane hanno chiesto 5,8 milioni di ore di cassa integrazione (4,6 milioni di cigo e 1,2 milioni di cigs) facendo registrare così una netta crescita (nello stesso mese del 2008 erano 864mila). Anche in settembre sono state soprattutto le imprese meccaniche a chiedere la cassa seguite dalle metallurgiche, tessili e dalle chimiche. Le ore autorizzate per il periodo gennaio – settembre 2009 hanno raggiunto quindi quota 31.924.027. La crescita rispetto al 2008 è stata dunque del 694%. Altro dato sconfortante è quello inerente i fallimenti nei primi nove mesi del 2009: 172 contro i 129 del 2008. L’analisi congiunturale relativa al terzo trimestre 2009, presentata a metà ottobre da Apindustria, evidenzia l’incedere di una crisi drammatica in provincia. Dalle 1500 imprese che costituiscono il campione è emerso un quadro sconsolante. Quattro imprese bresciane su 5 hanno registrato nel terzo trimestre un calo medio del fatturato del 30%. In ogni caso tutti gli indicatori appaiono negativi: produzione, occupazione, ordini e prezzi di listino. Secondo il rapporto Excelsior (Sistema informativo di Unioncamere) nel 2009 in provincia di Brescia si prevedono 15780 assunzioni a fronte di 21110 uscite (-5340 posti di lavoro pari al -1,7% del totale).</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: Il 22 settembre scorso i 130 dipendenti della <strong>Ideal Standard</strong>, ditta specializzata nella produzione di sanitari, a seguito dell’annuncio di spegnimento del forno in funzione da circa 60 anni, e dopo tre mesi di presidio, hanno occupato il sito produttivo. Diverse le istituzioni coinvolte per cercare una soluzione alternativa alla chiusura: dal Comune al Prefetto, dalle autorità regionali al Ministero delle attività produttive. Il 6 ottobre, a seguito dell’annuncio della proprietà di non voler spegnere il forno, i lavoratori hanno deciso di chiudere l’occupazione dello stabilimento e di proseguire con un presidio permanente. Nel frattempo per trovare possibili soluzioni alla crisi della nota azienda le rappresentanze dei lavoratori e la proprietà hanno incontrato il 13 ottobre a Roma, presso il Ministero allo Sviluppo Economico, il sottosegretario Stefano Saglia, il quale ha proposto all’azienda di valutare la realizzazione della piattaforma logistica nel centro intermodale piccola velocità di Brescia. Dopo qualche giorno l’azienda ha proposto alle rappresentanze sindacali una riduzione degli esuberi, attraverso un sistema che avrebbe portato al dimezzamento variabile a livello aziendale per ogni stabilimento. I sindacati non hanno accettato la piattaforma proposta. Nel frattempo in provincia sono diverse le agitazioni dei lavoratori. Alla <strong>Rothe Erde</strong>, i lavoratori hanno deciso a metà ottobre di indire uno sciopero (un’ora per turno) per contrastare la scelta aziendale di licenziare 55 lavoratori. Alla <strong>Federal Mogul</strong> i dipendenti hanno scelto il presidio permanente e un’ora di sciopero per turno per impedire il trasferimento della produzione in Polonia e la chiusura dello stabilimento di Desenzano.  La <strong>Brandt Italia</strong>, ex Ocean, di Verolanuova, ha ufficializzato l’apertura della mobilità per 200 lavoratori su 495 dopo aver chiesto invano una proroga della cassa in deroga. Centocinquanta lavoratori della <strong>Ab Plast</strong> di Montichiari, azienda controllata dal gruppo francese Hager, hanno dato vita a un presidio permanente davanti ai cancelli della fabbrica, a seguito dell’annuncio della proprietà di voler chiudere il sito produttivo a giugno 2010.</p>
<p><a name="sezione10">PAVIA</a><br />
<span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span>: I dati sullo stato dell’occupazione in provincia di Pavia (inerenti il primo trimestre 2009), resi noti poco dopo la metà del mese di settembre, evidenziando un saldo occupazionale positivo (+800 occupati circa) sembrerebbero presagire una prima timida ripresa. In realtà la gran parte dei nuovi posti di lavoro è di tipo precario (i contratti a tempo determinato infatti sono il 47% del totale). Secondo le compagini sindacali locali uno dei settori più colpiti risulta essere quello calzaturiero. Il 90% delle imprese di tale settore hanno attivato la cassa integrazione ordinaria e hanno registrato un calo medio del 40% di fatturato e ordini. In particolare a pagare di più la crisi sembrano essere i contoterzisti della calzatura (fornitori abituali ad es. di Prada, Gucci e Ferragamo). La flessione su base annuale è impressionante: da 200 a 40 paia al giorno; da fatturati medi che si attestavano sui 600mila euro agli attuali 200mila. Anche il settore dell’edilizia pavese sembra essere stritolato dalla crisi. Si è passati da 11mln di ore lavorate del 2008 ai circa 9 milioni attuali ; le ore di cassa integrazione ordinaria sono passate da 341mila a 818 mila.</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: Alla <strong>Sigma</strong>, azienda meccanica di <strong>Vigevano</strong>, a seguito dell’attivazione della cassa straordinaria, cinquanta dipendenti hanno dato vita a un presidio davanti ai cancelli dell’azienda al fine di avere risposte sul loro futuro. Al momento la ricerca di un nuovo acquirente non ha prodotto alcun frutto. L’assessorato provinciale alle Politiche sociali si è attivato per tentare il reinserimento lavorativo dei cassintegrati. A seguito del fallimento di due aziende edili di <strong>Vigevano</strong> (la <strong>Arcadia</strong> e la <strong>Area Costruzioni</strong>) sono 60 i dipendenti rimasti senza lavoro nella zona. La situazione è disperata anche per i circa 80 artigiani che fungevano da subfornitori delle due ditte. I lavoratori dell’<strong>Arsenale</strong> di <strong>Pavia </strong>per far sentire la loro voce, a seguito della probabile chiusura del gruppo, hanno bloccato pacificamente il ministro della Difesa Ignazio La Russa che transitava in auto davanti al loro presidio. Nei giorni successivi è stata ventilata la possibilità di un reimpiego di almeno 100 dipendenti (su 235) nel locale Provveditorato agli Studi. Dal mese di agosto, secondo quanto dichiarato dal segretario della Cgil trasporti di Voghera, 15 dipendenti della <strong>Csi</strong>, cooperativa che ha in subappalto la pulizia dei treni, spazi delle stazioni e anche la minuta manutenzione, non ricevono lo stipendio. Le organizzazioni sindacali hanno minacciato la proprietà di indire uno sciopero immediato.</p>
<p><a name="sezione11">LODI</a></p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span><strong>:</strong> Secondo i dati diffusi a fine settembre dall’ufficio regionale CGIL, in provincia di Lodi il ricorso alla cassa integrazione è cresciuto dell’851% nel giro di un anno. Il settore che appare più coinvolto è quello industriale, seguono quello metallurgico e quello del legno. Da sottolineare l’aumento del ricorso alla cassa integrazione in deroga concessa alle realtà imprenditoriali medio piccole. Anche i dati Cisl di fine settembre confermano uno scenario fortemente negativo: 3000 lavoratori in cassa e 1300 in mobilità.Secondo un’indagine diffusa dalla locale Camera di Commercio a metà ottobre l’ultima ondata di crisi che ha travolto il territorio lodigiano ha lasciato a casa circa 10.000 lavoratori. I dati resi noti a fine ottobre non sono certo più rosei. Le ore di cassa integrazione concesse nel lodigiano da gennaio a settembre sono 2.061.189 (nello stesso periodo del 2008 erano 202.933. Lodi registra quindi un aumento del 915% attestandosi quindi al terzo posto in Lombardia dopo Lecco (+1187%) e Cremona (+1.006%). In ginocchio il polo chimico lodigiano. A parte i colossi (la Lever di Casale e la Akzo Nobel di Fombio) è tutto il settore a soffrire. Hanno avviato la cassa integrazione o stanno per farlo la Flexor di Massalengo, la Mgf di Pieve Fissiraga, la Pregis di Ossago, la 3R di Saleranno, la Poligolf di Pieve Fissiraga e la Gr Belts di Borghetto Lodigiano.</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: Il 17 settembre scorso, alla <strong>Akzo Nobel</strong> di Fombio, azienda leader nel campo della produzione di vernici, i dipendenti casualmente hanno trovato dei documenti della proprietà sulla intranet aziendale (confermati successivamente dai vertici dell’impresa in un incontro con i sindacati) che annunciavano la chiusura dello stabilimento entro fine anno. I 185 dipendenti a fronte dell’annuncio hanno deciso l’immediato blocco della produzione e un presidio permanente di protesta davanti ai cancelli del sito produttivo. Qualche giorno l’azienda ha reso noto che la data di chiusura sarà fine giugno 2010. A seguito delle proteste dei dipendenti la Akzo ha concesso un incentivo mensile ai dipendenti che rimarranno fino alla chiusura e ha assicurato che farà di tutto per ricollocare almeno una parte dei dipendenti in altri siti produttivi del gruppo. Dopo svariati confronti con la proprietà chiusi negativamente le compagini sindacali hanno scelto l’atto estremo di protesta dello sciopero della fame. A seguito l’impresa ha accettato di riaprire il tavolo sindacale per discutere di riduzione degli esuberi e ricollocazione dei dipendenti. Nonostante esistesse un formale pre-accordo tra la proprietà della <strong>Lever </strong>di Casalpusterlengo e il Comune nessuno dei cassintegrati del colosso chimico è stato assunto dal nuovo centro commerciale IperFamila appena aperto nella zona. Un ex top manager dell’azienda il senatore Michele Bucci in un’intervista a metà ottobre ha dichiarato che il colosso chimico è a rischio di chiusura totale. Subito le compagini sindacali hanno cercato di approfondire con i vertici aziendali che non hanno dato risposte soddisfacenti. La <strong>Nilfisk Advance</strong>, multinazionale danese leader mondiale delle macchine professionali per la pulizia, ha deciso che sposterà alcune linee produttive di Guardamiglio in Ungheria. I vertici aziendali hanno chiesto la cassa straordinaria per 90 dipendenti su un totale di 171. I sindacati hanno subito indetto uno sciopero di protesta.</p>
<p><a name="sezione12">CREMONA</a></p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span><strong>: </strong>Secondo i dati resi noti dalla Provincia nella seconda metà del mese di settembre, in provincia di Cremona, calano drasticamente le assunzioni (-20%) e crescono i contratti a tempo determinato. Il calo principale riguarda il settore manifatturiero; sostanzialmente stabile la situazione in agricoltura, costruzioni, sanità e servizi di informazione. Le aree più colpite dalla crisi occupazionale sono Crema, Casalmaggiore e Soresina. L’indagine congiunturale resa nota dalla locale Camera di Commercio alla fine del mese di settembre pur confermando la grave situazione sul fronte occupazionale evidenziava timidi segnali di ripresa economica da imputarsi principalmente a un leggero aumento dei consumi. L’indagine ha poi sottolineato il perdurare di una grave crisi nel settore metalmeccanico concentrato principalmente nell’area di Castelleone  e nel settore cosmetico. Segnali di ripresa più marcati arrivano invece dal settore chimico, dall’edilizia, dal commercio e dalla siderurgia. Da rilevare poi un incremento nel primo semestre 2009 di 43 unità del numero delle imprese attive nel cremasco. Per quello che riguarda il settore metalmeccanico cremonese un’indagine della locale Fim Cisl a fine settembre sottolineava che dalla fine di luglio del 2009 la crisi ha riguardato 163 imprese per un totale di 2704 lavoratori. Secondo i dati di Cgil Lombardia (diffusi a fine ottobre) nei primi otto mesi dell’anno, il ricorso alla cassa integrazione a Cremona è aumentato del 1079% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (facendo attestare la provincia al secondo posto regionale); con un valore che supera del 594% la media regionale. Da gennaio a settembre (rispetto allo stesso periodo del 2008) le ore di cassa sono passate da 500.000 a 5,5 milioni.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi Aziendali</span><strong>: </strong>La <strong>Cierreci</strong>, ditta di confezioni di Malagnino, ha chiuso i battenti, a seguito di un pignoramento, lasciando sulla strada 27 operai. A seguito dell’intervento dei sindacati e delle istituzioni 25 lavoratori hanno potuto accedere alla cassa integrazione speciale per cessata attività e un altro dipendente alla cassa integrazione in deroga (per l’ultimo dei 27 dipendenti non si è potuto fare nulla in quanto non risultava ancora regolarmente registrato). Dopo aver minacciato la chiusura la <strong>Rdb</strong> di Ponticelli ha attivato la cassa integrazione ordinaria fino al 5 dicembre per 60 dei 106 dipendenti. A seguito l’impresa rianalizzerà la situazione. Alla <strong>Nuova Sala</strong> di Sabbioneta è partita la procedura di mobilità volontaria di 13 dipendenti su 39. Per i restanti 26 la situazione è fortemente incerta. La <strong>Faital</strong> di Chieve, a seguito di un incontro in Regione, ha chiesto l’attivazione della cassa integrazione straordinaria per tutti i 118 dipendenti per i prossimi 12 mesi. Alla <strong>Oem-Ali </strong>di Bozzolo, azienda specializzata in forni per pizza e impastatrici, i sindacati hanno indetto 8 ore di sciopero  contro i 17 licenziamenti annunciati dalla proprietà dopo sole 14 settimane di cigo. La <strong>Comandulli</strong> di Castelleone, operante nella produzione di macchine lucida-marmo, in un’assemblea con i lavoratori a fine ottobre ha dichiarato 35 esuberi (su un totale di 94 dipendenti compresa la sede genovese). La <strong>Falegnameria Minuti</strong> di Gussola, specializzata nella produzione di serramenti, pur non avendo mai richiesto l’attivazione degli ammortizzatori sociali, da giugno non paga i dipendenti. I sindacati si son detti pronti ad adire le vie legali.</p>
<p><a name="sezione13">MANTOVA</a></p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span><strong>: </strong>La crisi nell’area mantovana non sembra assolutamente frenare. Secondo i dati resi noti dalla Provincia a inizio ottobre se da una parte evidenziano una certa stabilità del dato occupazionale (nei primi nove mesi dell’anno sono 1261 le persone licenziate contro le 1561 dello stesso periodo dell’anno scorso) dall’altra sottolineano la situazione drammatica sul fronte degli ammortizzatori sociali. Il settore industriale mantovano è passato da 222.814 ore autorizzate di cassa ordinaria nei primi mesi del 2008, a 1.792.997 ore nel periodo gennaio-agosto 2009. Esemplare è poi il dato riguardante l’ausilio della cassa straordinaria da parte di aziende con meno di quindici dipendenti: nel luglio 2009 sono state autorizzate 1.474.668 ore (nel luglio 2008 erano 48.753!). In particolare il settore dell’artigianato nel mantovano sembra vivere una crisi drammatica. Secondo dati diffusi dalla Cgil locale le aziende artigiane che hanno chiesto di poter utilizzare la cassa in deroga sono già 723. I lavoratori che sperano di poter accedere alla cassa (e quindi non essere licenziati) sono più di 4000 (su un totale di 5200 addetti). Più di mille di loro sono già alla seconda richiesta di sostegno al reddito. Una delle aree provinciali che sembra più colpita dalla crisi è quella di Viadana. Secondo il locale assessore alle attività economiche sono 34 le imprese della zona in forte difficoltà (su un totale di 581 addetti, 397 sono in cassa integrazione). A fine ottobre la pubblicazione dell’indagine sulla congiuntura economica locale della Camera di Commercio di Mantova segnala i timidi segni di ripresa. Se da una parte si registra un calo occupazionale del 3% e un calo produttivo (-1,5% su base trimestrale e -7% su base annuale) dall’altra emerge un timido aumento degli ordini esteri (+0,7%) e del fatturato delle imprese manifatturiere (+3%).</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span><strong>: </strong>Situazione drammatica alla <strong>Biztiles</strong> di <strong>Bondeno di Gonzaga</strong>, azienda di punta del polo ceramicolo locale: dismissione in corso dell’azienda ,cassa integrazione di luglio e agosto non ancora accreditata ai singoli operai e tfr non riconosciuto (sarebbero stati offerti solo 100 euro ad operaio a titolo compensativo!). La questione è stata sottoposta all’assessorato al Lavoro della Regione Lombardia. E’in corso un tentativo in extremis di reimpiego della forza lavoro dell’azienda.  Alla <strong>Pompea</strong> (noto calzificio) i lavoratori hanno indetto lo scorso 9 ottobre uno sciopero di 8 ore e presidio nei due stabilimenti di <strong>Asola</strong> e <strong>Medole</strong> a seguito dell’annuncio della proprietà di altri 50 esuberi.  Alla <strong>Ca.me.t.</strong>, azienda specializzata nella carpenteria metallica tecnica, di <strong>Suzzara</strong> alcuni dipendenti a fine settembre hanno ricevuto una raccomandata che annunciava loro il licenziamento a causa dell’attuale congiuntura economica. Gli operai si sono immediatamente rivolti alle compagini sindacali per ottenere il sostegno legale. Alla <strong>Lavorwash</strong> di <strong>Pegognaga</strong>, a fronte di una richiesta di cassa integrazione per 90 operai e dieci impiegati, di fatto solo 20 operai (sempre gli stessi) sono in cassa a zero ore da cinque mesi.</p>
<p>(fonti: la stampa locale lombarda dal 12 settembre all&#8217;1 novembre 2009)</p>
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		<pubDate>Tue, 03 Nov 2009 15:23:34 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Segnaliamo ai lettori di Milano Internazionale che il Naga ha pubblicato in questi giorni il rapporto &#8220;Cittadini senza diritti: abitare e lavorare a Milano da clandestini &#8211; Dati Naga 2000-2006&#8243;, unitamente a un focus parallelo su migranti e lavoro. Si tratta di testi di ampio respiro e corredati da ricche tabelle di dati, che tracciano [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&#038;blog=7100082&#038;post=843&#038;subd=milanointernazionale&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Segnaliamo ai lettori di Milano Internazionale che il Naga ha pubblicato in questi giorni il rapporto &#8220;Cittadini senza diritti: abitare e lavorare a Milano da clandestini &#8211; Dati Naga 2000-2006&#8243;, unitamente a un focus parallelo su migranti e lavoro. Si tratta di testi di ampio respiro e corredati da ricche tabelle di dati, che tracciano un preciso panorama della situazione dei lavoratori stranieri immigrati a Milano. Li potete leggere integralmente nella <a href="http://www.naga.it/index.php/notizie-naga/items/cittadini-senza-diritti.html" target="_blank">relativa pagina del sito del Naga</a>.</p>
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		<title>La bolla che deve ancora scoppiare /3</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Oct 2009 10:55:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milanointernazionale</dc:creator>
				<category><![CDATA[=>   Notizie e approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[Aeroporti]]></category>
		<category><![CDATA[Expo 2015]]></category>
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		<description><![CDATA[di Andrea Ferrario Terza e ultima puntata: La &#8220;pace ligrestiana&#8221;, il Pgt e il Parco Sud; Il diktat di Formigoni, gli altri progetti faraonici; Aeroporti impazziti; Contro Milano; La bufala del social housing Un viaggio in più puntate nella bolla milanese che deve ancora scoppiare: dal bilancio del Comune, ai derivati e al contesto di [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&#038;blog=7100082&#038;post=831&#038;subd=milanointernazionale&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Andrea Ferrario</p>
<p><strong>Terza e ultima puntata: La &#8220;pace ligrestiana&#8221;, il Pgt e il Parco Sud; Il diktat di Formigoni, gli altri progetti faraonici; Aeroporti impazziti; Contro Milano; La bufala del social housing</strong></p>
<p>Un viaggio in più puntate nella bolla milanese che deve ancora scoppiare: dal bilancio del Comune, ai derivati e al contesto di nuova bolla finanziaria che incombe a livello internazionale, per passare poi ai grandi progetti edilizi in crisi, agli intrecci finanza-mattone e alle bolle prossime e venture del cemento e degli aeroporti. (scarica il <a href="http://milanointernazionale.files.wordpress.com/2009/10/la-bolla-che-deve-ancora-scoppiare.pdf" target="_blank">file pdf stampabile con il testo completo delle 3 puntate</a>)</p>
<p><span id="more-831"></span></p>
<p>LA &#8220;PACE LIGRESTIANA&#8221;, IL PGT E IL PARCO SUD</p>
<p>Nelle prime due puntate del nostro speciale sulla &#8220;bolla che deve ancora scoppiare&#8221; abbiamo passato in rassegna i casi più clamorosi della crisi finanziaria e immobiliare che incombe su Milano, e non solo. In quest&#8217;ultima puntata passiamo invece in rassegna una serie di sviluppi meno eclatanti, ma altrettanto indicatori della tesa frenesia che continua a contraddistinguere l&#8217;urbanistica milanese e lombarda. Lo facciamo cominciando dall&#8217;intreccio <strong>Ligresti-Piano di governo del territorio (Pgt)-Parco Sud</strong>. La notizia più recente è quella della raggiunta &#8220;pace&#8221; tra Salvatore Ligresti e Palazzo Marino, con il ritiro da parte del primo della richiesta alla Provincia di commissariare il Comune di Milano (si veda &#8220;<a href="http://milanointernazionale.it/2009/09/28/cemento-sul-piede-di-guerra/" target="_blank">Il cemento sul piede di guerra</a>&#8220;). L&#8217;accordo è arrivato nella più totale mancanza di trasparenza dopo una serie di riunioni private, anche presso l&#8217;abitazione del sindaco, che hanno coinvolto tra gli altri, oltre alle società del gruppo Ligresti, la Moratti, l&#8217;assessore Masseroli e perfino Manfredi Catella del gruppo Hines (non si capisce cosa c&#8217;entri quest&#8217;ultimo nella storia della richiesta di commissariamento: sta sì realizzando insieme a Ligresti il megaprogetto Garibaldi-Repubblica, ma non è assolutamente coinvolto nella questione che avrebbe dovuto essere oggetto dei colloqui, evidentemente si è negoziato anche su altro). L&#8217;opinione più diffusa nei media è che si sia raggiunto qualche accordo riguardo alla vera posta in gioco, i diritti edificatori delle vaste aree del Parco Sud di proprietà di Ligresti e il ruolo della Provincia nell&#8217;urbanistica milanese.</p>
<p>Come scriveva il Corriere della Sera del 6 ottobre, Podestà &#8220;ha osservato che il Pgt non tiene conto dei Piani di Cintura, cioè dello strumento urbanistico che dipende interamente dalla Provincia e che riguarda i criteri e le regole sulla possibilità di edificazione nella zona del Parco Sud&#8221; e ha chiesto che i Piani di cintura vengano integrati nel Pgt, sollevando inoltre questioni riguardo alla filosofia generale del Piano e in particolare sulla perequazione (cioè la possibilità di utilizzare altrove i diritti edificatori di cui non si può godere sui terreni di propria proprietà, in base a specifici indici di edificabilità). L&#8217;assessore provinciale all&#8217;urbanistica, Fabio Altitonante, ha detto che il lavoro sui Piani di cintura comincerà subito, ma richiederà almeno 16 mesi, specificando che si tratta di un territorio che riguarda il 40-50% delle volumetrie del piano regolatore (circa 18 milioni di metri cubi). Il Pgt invece, secondo i piani del Comune, dovrebbe essere approvato al massimo a gennaio. I Piani di cintura urbani riguardano nello specifico aree al confine tra la metropoli e otto comuni dell&#8217;hinterland comprese nel Parco Sud o in altri polmoni verdi come il Bosco in Città, il Parco delle Abbazie, i Navigli, il Parco Est Idroscalo, Lambro-Monluè, per una superficie di 4.800 ettari, più del 10% del totale del Parco Sud. Secondo la Repubblica del 6 ottobre, a Podestà &#8220;non piacerebbe un&#8217;impostazione del Pgt che accentrerebbe a Milano le nuove costruzioni &#8211; e le relative volumetrie &#8211; trascurando le possibilità di espansione dell&#8217;hinterland&#8221;. A quanto abbiamo riferito sopra si aggiungono altri due recenti sviluppi. Il 6 ottobre il consiglio comunale di Milano ha approvato la variante urbanistica per la costruzione del megacentro di cura e ricerca <strong>Cerba</strong> all&#8217;interno del Parco Sud, su un&#8217;area di proprietà di Ligresti, mentre qualche giorno dopo ha deciso che non si costruirà nella zona dell&#8217;ippodromo di <strong>San Siro</strong>, dove era previsto un megaprogetto di edilizia di lusso. Roberto Losito, immobiliarista e finanziere consulente della Snai, che ha un diritto di opzione sull&#8217;acquisto delle aree, si dice non stupito dalla decisione e formula un velenoso commento: &#8220;Immagino che se fosse uscita sul mercato, l&#8217;offerta qualitativa di San Siro avrebbe creato grossi problemi alla concorrenza&#8221;, cioè, si intuisce, ad altri grandi progetti come CityLife o Garibaldi-Repubblica che vedono Ligresti in prima fila, per esempio.</p>
<p>CHE LA GUERRA COMINCI</p>
<p>Un quadro complessivo di grandi manovre e grandi tensioni, e addirittura grandi veleni, dovuti al fatto che si stanno adottando (con un&#8217;assoluta mancanza di trasparenza) decisioni che orienteranno l&#8217;urbanistica milanese, e quindi il business del mattone, per svariati anni. La posta in gioco del <strong>Piano di governo del territorio</strong> è molto alta, soprattutto in questo momento di crisi: 14 miliardi di euro. Lo scrive sul Sole 24 Ore del 16 ottobre Marco Alfieri. Il Pgt infatti definisce &#8220;15 grandi progetti di interesse pubblico e 31 ambiti di trasformazione&#8221; che vanno da Cascina Merlata, Stephenson ed Expo, a Bovisa/Farini, all&#8217;area Porta Genova/San Cristoforo e molto altro ancora, per &#8220;ben 42 milioni di metri quadrati interessati su un tessuto urbano consolidato attuale di 134. [...] La rivoluzione costerà la bellezza di 14,3 miliardi. E&#8217; questa la vera incognita. Non basta infatti estendere il meccanismo della perequazione negoziale che, in teoria, consentirà a palazzo Marino di acquisire a costi nulli 2,6 milioni di metri quadrati di suoli strumentali alle dotazioni della città pubblica riconoscendo ai privati proprietari diritti edificatori sfruttabili altrove in città. Non basta il gettito derivante dai mega oneri di urbanizzazione che, sull&#8217;intero Pgt, dovrebbero aggirarsi sui 3 miliardi di euro [...]. Il disavanzo resta comunque superiore agli 8 miliardi&#8221; e quindi andranno trovate altre formule. Come &#8220;il project financing, i trasferimenti pubblici a fondo perduto, le cartolarizzazioni, il ricorso ai Boc, alla Cassa depositi e prestiti o alla Bei (Banca Europea per gli Investimenti). Altrimenti sarà difficile resistere alle pressioni dei grandi costruttori (e ai soldi delle banche). Anche perché le volumetrie più appetibili del Pgt riguardano soprattutto aree come gli scali ferroviari dismessi e le caserme. Terreni di demanio pubblico non &#8216;catturabili&#8217; con la perequazione&#8221;. C&#8217;è in più l&#8217;incognita politica, &#8220;perché è evidente &#8211; abbozza una fonte &#8211; che se s&#8217;incentiva a costruire in città vietando al contempo di edificare nel Parco Sud, che peraltro è intercomunale, chi governa l&#8217;urbanistica dell&#8217;hinterland si vedrà giocoforza svuotato di competenze e cantieri&#8230;&#8221;. Insomma, è stata fatta la pace, ora può cominciare la guerra. E c&#8217;è subito chi tenta di avviare la guerra con idee apparentemente balzane, ma dalle finalità ben chiare. L&#8217;architetto Paolo Caputo (ha lavorato per la realizzazione del villaggio Expo a Cascina Merlata, del Pirellone bis e per Santa Giulia&#8230;) ha lanciato la proposta di cementificare il Parco Sud creando intorno alle cascine &#8220;nuclei per 500-600 abitanti&#8221;. Oltre al fatto che difficilmente si troverà chi vuole andare a vivere in posti isolati a fianco di maleodoranti allevamenti di vacche e maiali, è chiaro che un tale progetto richiederebbe in breve tempo la costruzione di strade, infrastrutture&#8230; cioè sarebbe una testa di ponte verso una totale cementificazione del Parco Sud.</p>
<p>IL DIKTAT DI FORMIGONI, GLI ALTRI PROGETTI FARAONICI</p>
<p>Su quella che sembrava a essere destinata a diventare la &#8220;madre di tutte le bolle&#8221;, e cioè l&#8217;<strong>Expo 2015</strong>, non si registra ancora alcuna novità concreta, a un anno e mezzo dell&#8217;assegnazione dell&#8217;evento a Milano e a sei mesi dalla nomina del berlusconiano di ferro Lucio Stanca che, secondo quanto promesso, avrebbe dovuto dare il via immediato all&#8217;organizzazione pratica dell&#8217;evento. Intanto però è stata messa in atto l&#8217;ennesima mossa per porre un&#8217;ipoteca politica sulla sua gestione. Con un colpo di mano il governatore lombardo Roberto Formigoni e la Lega Nord, nella persona dell&#8217;assessore regionale all&#8217;urbanistica Davide Boni, hanno assegnato alla giunta regionale il potere di decidere in totale autonomia la necessità o meno di effettuare una valutazione dell&#8217;impatto ambientale per le opere essenziali per l&#8217;Expo 2015. In pratica, come spiega il verde Carlo Monguzzi, &#8220;Formigoni potrà decidere in autonomia se un&#8217;autostrada, una centrale o un insediamento industriale saranno compatibili con l&#8217;ambiente e la salute dei cittadini&#8221;, aggirando le regole urbanistiche e per la salvaguardia dell&#8217;ambiente. E&#8217; prevista addirittura l&#8217;autocertificazione da parte dei costruttori. E, lo si noti bene, questi poteri vengono assegnati alla giunta e non al consiglio regionale. Quindi le decisioni non saranno nemmeno oggetto di una discussione pubblica e verranno prese senza la minima trasparenza: è questo evidentemente il concetto di democrazia che hanno Comunione e Liberazione e i suoi alleati leghisti. La finalità, oltre alla concentrazione del potere decisionale nelle loro mani, è quella di consentire ai loro amici capitalisti e speculatori di agire rapidamente e senza regole.</p>
<p>Formigoni e la Lega Nord sono in prima fila nel promuovere altri due progetti faraonici che possono giovare unicamente agli speculatori e ai costruttori. Il primo è quello dell&#8217;<strong>Autostrada dell&#8217;acqua</strong>, di cui riferisce Repubblica del 6 ottobre. Si tratterebbe di rendere navigabile il Po fino all&#8217;Adriatico, un&#8217;idea che all&#8217;apparenza sembrerebbe allettante, perché suscita immagini di acque naturali, di verde e di trasporti &#8220;puliti&#8221;. La realtà è esattamente opposta. Innanzitutto il costo di realizzazione sarebbe astronomico, 2,4 miliardi di euro (che come è regola aumenterebbero di molto in corso d&#8217;opera) destinati a finire in mano ai cementificatori e ai baroni dell&#8217;energia. Eh sì, perché per dare vita all&#8217;Autostrada dell&#8217;acqua bisognerebbe creare lungo il corso del Po cinque dighe di altezza compresa tra i 2 e i 5 metri, e questo già non suona molto ecologico. Poi il costo dell&#8217;opera verrebbe ripagato in parte dalla creazione di quattro centrali idroelettriche lungo il corso del fiume (l&#8217;altro vero motivo del progetto). Infine i materiali da costruzione verrebbero prelevati da cave lungo il Po, con il conseguente abbassamento del livello del fiume. Citiamo ancora Carlo Monguzzi: &#8220;Il Po era già navigabile prima che rubassero l&#8217;acqua ai campi per le centrali elettriche. Questo piano è peggio del ponte sullo Stretto di Messina&#8221;. L&#8217;altro progetto faraonico, che non a caso ha un costo preventivato identico, di 2,4 miliardi di euro, è fortemente voluto dall&#8217;assessore ciellino all&#8217;urbanistica milanese Carlo Masseroli. Si tratta del <strong>maxitunnel</strong> sotterraneo che dovrebbe collegare Linate con l&#8217;autostrada dei laghi. Il Comune ha dato il via libera, entro tre mesi ci dovrebbe essere la gara d&#8217;appalto per la prima tratta e nel 2010 quella per la seconda e ultima tratta. I lavori verranno realizzati dalla società Torno (già in difficoltà finanziarie e responsabile in larga parte degli enormi ritardi nella realizzazione dell&#8217;ultima tratta della linea 3 della metropolitana) con il probabile finanziamento di Intesa Sanpaolo e Unicredit. Per percorrere l&#8217;intero tunnel bisognerà pagare oltre 10 euro, un costo che evidentemente non spingerà a utilizzarlo da un capo all&#8217;altro della città disintasando così le tangenziali, ma ne farà un tunnel per il business di fascia medio-alta destinato a riversare in centro altro traffico automobilistico.</p>
<p>C&#8217;è infine il capitolo dei <strong>parcheggi</strong> voluti a suo tempo dalla giunta di Gabriele Albertini, che da anni hanno ridotto Milano a un gruviera, ma in compenso hanno rimpinzato le tasche dei costruttori. Dopo 5 anni dal varo del progetto, e innumerevoli proteste e polemiche, il Comune ha fatto marcia indietro sul parcheggio della Darsena, uno dei capitoli più folli dell&#8217;impresa parcheggi. L&#8217;area, ridotta da lungo tempo a una discarica a cielo aperto a causa dei lavori per il parcheggio, sarà oggetto di interventi di ripristino. Il progetto non è stato definitivamente annullato (potrebbe essere ripreso dopo il 2015), ma intanto è stato cancellato il contratto con la ditta che aveva vinto la gara d&#8217;appalto e aveva realizzato parte dei lavori, la Darsena SpA. Ora probabilmente partirà una guerra dei ricorsi che potrebbe costare cara al Comune (la Darsena SpA afferma di avere già investito 14 milioni di euro, oltre a lamentare di essere costretta a licenziare 40 operai) e che in più potrebbe bloccare per lungo tempo i lavori di ripristino. Albertini, invece di pagare i danni arrecati alla città con questo e altri progetti, nonché per i fallimentari derivati, ha addirittura il coraggio di non escludere una sua ricandidatura a sindaco. Nel frattempo sono stati cancellati i progetti relativi ad altri due parcheggi, ma in compenso è stato confermato quello di piazza S. Ambrogio e ne sono stati approvati di nuovi, come quello che andrà a deturpare una delle zone più storiche e verdi del centro storico di Milano, in via Marina, e quello di via Canaletto a Città Studi. Ed è stato approvato il progetto della criticatissima &#8220;Gronda Nord&#8221; (ora si chiamerà Zara-Expo), una specie di autostrada urbana da 105 milioni di euro contro la quale si erano pronunciati praticamente tutti, dai comitati locali agli urbanisti, fatta eccezione per il Comune. L&#8217;unica novità è che si farà la valutazione di impatto ambientale.</p>
<p>AEROPORTI IMPAZZITI</p>
<p>Accanto alla bolla immobiliare sempre più incombente e ai vari megaprogetti miliardari c&#8217;è da registrare l&#8217;ulteriore peggioramento del caos nel <strong>sistema aeroportuale lombardo e italiano</strong>, che ha già causato danni enormi alla Lombardia (si veda in merito  &#8220;<a href="http://milanointernazionale.it/2009/06/05/sulle-ali-del-caos/" target="_blank">Sulle ali del caos</a>&#8220;). E&#8217; tornato alla ribalta l&#8217;aeroporto bresciano di Montichiari (il D&#8217;Annunzio), che rischia di aggiungere una nuova tessera al caos generato dalla concorrenza reciproca tra Malpensa, Linate e Orio al Serio. Attualmente Montichiari è nelle mani della società che gestisce l&#8217;aeroporto Catullo di Verona (a sua volta controllata dalla Provincia di Trento&#8230;) e nella primavera scorsa a Brescia si è costituita una cordata costituita da Comune, Provincia, Camera di Commercio e Associazione Industriali locali per rilevarne il controllo, con un&#8217;operazione dal costo complessivo di circa 80 milioni di euro (lo scalo bresciano, va notato, è in passivo di 4-5 milioni di euro all&#8217;anno), il tutto all&#8217;insegna dello slogan &#8220;fare di Montichiari il volano dello sviluppo territoriale&#8221;. All&#8217;inizio di ottobre l&#8217;accordo, voluto tra l&#8217;altro fortemente da Umberto Bossi, sembrava ormai imminente. Poi sono arrivati i primi intoppi. A Verona si è cominciato a parlare del fatto che la cessione di quote ai bresciani sarebbe stata una svendita, nonché del rischio che si formasse un polo lombardo (Orio, Malpensa e Linate) a svantaggio della città veneta e via dicendo, sulle ali delle eterne lotte intestine tra le lobby di destra. Il 24 ottobre si arriva alla rottura delle trattative, in mezzo a penosi scambi di accuse non solo tra le due opposte fazioni, quella bresciana e quella veronese, ma addirittura al loro interno. Salta subito all&#8217;occhio che l&#8217;idea di &#8220;brescianizzare&#8221; Montichiari non è il frutto di una strategia di largo respiro per mettere ordine nel caotico sistema aeroportuale del Nord Italia, ma solo una misera guerra di campanile da combattersi subito, senza idee per il futuro.</p>
<p>Che la situazione del sistema dei trasporti aerei sia in Italia del tutto fuori controllo lo testimonia la nuova Alitalia, su cui pesano debiti per circa 450 milioni di euro, che ha registrato una calo delle attività pari al 30% e ha ridotto di oltre 7.000 unità i propri dipendenti. Negli ultimi anni in Italia, grazie anche alle situazioni di monopolio, sono stati investiti 2,5 euro a passeggero a fronte di una media europea di 12 euro, e il sistema sta collassando. La Adr dei Benetton che gestisce lo scalo romano di Fiumicino ha 1,6 miliardi di debiti, la Sea risente dei problemi enormi di Malpensa. Dei 47 aeroporti italiani, per fare solo un esempio della mancanza di programmazione, appena 5 sono raggiungibili con il treno. Tutto questo non impedisce di programmare altro caos. Nella sola Sicilia, Enna ha in previsione un mega-aeroporto internazionale, ambizioni analoghe hanno anche Agrigento, Messina e Comiso. In Campania è guerra aperta tra Caserta e Salerno per il ruolo di secondo aeroporto campano nel momento in cui lo scalo napoletano di Capodichino è saturo. Nel Lazio la lotta a tutto campo è tra Viterbo e Frosinone, che puntano entrambe a conquistarsi i voli della Ryanair che dovrà traslocare da Ciampino. In Toscana è in corso da anni un conflitto aperto tra gli aeroporti di Firenze e Pisa. In Lombardia, come se non bastasse la caotica situazione che coinvolge Malpensa, Orio, Linate, Montichiari e la contigua Verona, si aggiungono le ambizioni di Mantova, che vuole riattivare la pista di cui è dotata.</p>
<p>Intanto la romana Adr e la lombarda Sea aumenteranno le tariffe aeroportuali applicate ai passeggeri per rimpinguare le proprie casse sempre più vuote. A fronte dell&#8217;aumento dei prezzi hanno promesso al premier Silvio Berlusconi di effettuare investimenti di 5 miliardi entro il 2011 e di altri 10 entro il 2040 (cioè più di trenta anni!). Ma si tratta solo di promesse, come spiega il Corriere della Sera: &#8220;a giugno di due anni fa il Cipe aveva fatto discendere l&#8217;eventuale aumento tariffario dalla stipula di contratti tra i gestori e l&#8217;Enac (Ente aviazione civile): insomma, prima gli impegni scritti dei gestori, dopo i rincari&#8221;. Ma siccome la stipula dei contratti &#8220;sta procedendo a rilento&#8221;, si è passati a un altro principio: prima gli aumenti poi eventualmente si penserà ai contratti. Il decreto con cui sono stati approvati gli aumenti tariffari è tra l&#8217;altro in contraddizione con la direttiva europea che impone la mediazione di un&#8217;Agenzia imparziale per gli adeguamenti tariffari concertati tra i gestori e i vettori. Vale a dire che, esattamente come nel caso della milanese A2A citato nella prima puntata di questo nostro speciale, le società aeroportuali ora incassano, ma con il forte rischio che tra anni l&#8217;Italia sia costretta da Bruxelles a pagare multe enormi il cui peso ricadrà sui contribuenti. A Malpensa intanto si pianificano 2 miliardi di nuovi investimenti entro il 2020, in assenza di strategie valide coordinate a livello lombardo che evitino il caos attuale. Entro il 2010 dovrebbe essere realizzato un nuovo terminal uno, insieme agli alberghi di fronte all&#8217;aeroporto; entro il 2015 dovrebbe essere pronto un nuovo terminal low-cost, la cargo-city e la terza pista, mentre entro il 2010 dovrebbero essere realizzati un nuovo terminal e un nuovo polo logistico. Con ogni probabilità, visto quanto esposto sopra, si tratterà delle ennesime cattedrali nel deserto. E infine un&#8217;amenità targata Formigoni. Su decisione della Regione, gli aeroporti milanesi verranno dotati di detector speciali che riveleranno la temperatura dei passeggeri al fine di contrastare la diffusione del virus H1N1, per un costo totale di 100.000 euro. Briciole rispetto alle cifre citate sopra, ma &#8220;briciole&#8221; davvero buttate al vento. Installare tali apparecchi avrebbe forse avuto senso nella primavera scorsa, quando in Italia il virus non era ancora molto diffuso. Ora è diffuso tanto in Italia quanto nel resto del mondo e la misura (che tra l&#8217;altro non si sa con precisione quando verrà realizzata) non ha alcuna razionalità. Senza poi contare il fatto che non viene detto cosa ne sarà dei poveri passeggeri con la febbre. Una buffonata che la dice lunga sull&#8217;inettitudine di chi ci governa.</p>
<p>CONTRO MILANO</p>
<p>Il <strong>Comune di Milano</strong> ha varato il suo secondo <strong>fondo immobiliare</strong>, proprio come ha fatto Ligresti con alcune sue proprietà. Nel fondo confluiranno 67 immobili comunali per un valore stimato (ma per le stime degli immobili dei fondi immobiliari si veda la Puntata 2 di questo speciale sulla bolla) di 100 milioni e Palazzo Marino dice che potrebbe ricavarne 15-20 milioni di euro di plusvalenza con i quali conta di coprire in parte la mancata corresponsione dei dividendi da parte dell&#8217;A2A. Si tratta di (ipotetici) introiti che in realtà l&#8217;attuale normativa vieta ai comuni di utilizzare per investimenti ma, spiegano i funzionari, Tremonti starebbe rivedendo tali norme. Un&#8217;operazione fatta nel momento peggiore, quando le quotazioni degli immobili sono al ribasso, e che in più costituisce l&#8217;ennesimo travaso dal pubblico al privato. C&#8217;è però un altro particolare. Tra gli immobili che verranno inseriti nel fondo per essere &#8220;valorizzati&#8221; ci sono luoghi storici della Milano democratica come il Circolo Arci Bellezza nei pressi della Bocconi, il centro anarchico Ponte della Ghisolfa in viale Monza, il centro sociale Torchiera in piazzale Cimitero Maggiore e il centro sociale Cox di via Conchetta, dove tra l&#8217;altro è conservato il preziosissimo archivio di Primo Moroni, la sede della Cgil di via Giambellino e il palazzo di Via Bagutta 12 che ospita alcune associazioni. Un vero e proprio attacco alla tradizione alternativa e democratica di Milano (descritta tra l&#8217;altro con minuzia dallo stesso Moroni, si veda il nostro &#8220;<a href="http://milanointernazionale.it/2009/04/04/dalle-bande-di-quartiere-ai-centri-sociali/" target="_blank">Dalle bande di quartiere ai centri sociali</a>&#8220;) all&#8217;insegna della politica bancarottiera del Comune di Milano e della speculazione immobiliare. Intanto stanno per partire le aste del primo fondo immobiliare del Comune, creato nel 2007 per un &#8220;valore stimato&#8221; di 255 milioni e sempre gestito da Bnp Paribas. Verranno venduti immobili ex popolari come quello di via Cesariano 11 e la Casa di via Morigi, occupata da decenni e che ospita numerose associazioni nonché attività culturali.</p>
<p>LA BUFALA DEL SOCIAL HOUSING</p>
<p>Se da un lato si buttano via miliardi di euro nella speculazione finanziaria e immobiliare, dall&#8217;altro a Milano tutto ciò che veramente serve a chi studia o vive del proprio lavoro non funziona. Ne sono una dimostrazione gli ultimi urgenti appelli per mettere in sicurezza le scuole, sempre più a rischio crolli, o il recente ennesimo incidente tramviario verificatosi a Milano, questa volta con quattro feriti, dovuto al problema ormai cronico dell&#8217;errato funzionamento di scambi vetusti. E sono solo due degli innumerevoli esempi che si potrebbero fare. Di fronte a questa situazione di sfascio Palazzo Marino si fa bello lanciando qua e là qualche iniziativa di &#8220;social housing&#8221; venduta al pubblico come prova della sensibilità dell&#8217;amministrazione, degli speculatori e delle banche per gli aspetti sociali. In realtà si tratta di un&#8217;operazione che punta a regalare agli speculatori anche il mercato delle abitazioni per i ceti medi (a tutto svantaggio dell&#8217;edilizia popolare ed effettivamente sociale), diventato molto appetibile in questo periodo di crisi dopo anni di &#8220;sovrapproduzione edilizia&#8221; nel settore lusso ed extralusso. Un&#8217;operazione che prevede scandalose sovvenzioni pubbliche per gli speculatori, come illustriamo più sotto. Ma prima vediamo l&#8217;ultimo caso, quello della Social Main Street (!), cioè una torre di 14 piani interamente in legno che offrirà posti letto e bilocali in affitto nel quartiere periferico e scarsamente appetibile della Bicocca. I prezzi? 250 euro/mese per uno scarno posto letto, 480 euro per il bilocale in condivisione, cifre ben lontante dall&#8217;essere popolari. Si tratta di un bel business per le cooperative legate a Comunione e Liberazione (ma anche per quelle della Legacoop, con la quale c&#8217;è una sempre maggiore sintonia). L&#8217;iniziativa infatti parte dalla Compagnia dell&#8217;Abitare, che fa parte della ciellina Compagnia delle Opere ed è presieduta da un personaggio ormai storico della galassia Cl, Antonio Intiglietta. Al progetto ha collaborato lo studio di ingegneria Urbam (sempre galassia Cl) e la torre sarà amministrata dalle cooperative La Ringhiera (Compagnia delle Opere) e Auprema (Legacoop). Il progetto è stato presentato con una conferenza stampa alla quale hanno preso parte, oltre a esponenti dei summenzionati soggetti, anche Roberto Formigoni (Cl) e l&#8217;assessore milanese all&#8217;urbanistica Carlo Masseroli (Cl). Ma per capire meglio il lucrativo business che c&#8217;è dietro queste operazioni bisogna spiegare cosa è il social housing. Lo facciamo riprendendo un pezzo da noi scritto nel novembre 2008, quando Milano Internazionale non era ancora su web:</p>
<p>&#8220;Quando in politica si comincia a parlare in inglese c’è sempre di mezzo un inganno. Lo conferma il caso del social housing (i più temerari provano a italianizzarlo a metà parlando di “housing sociale”), un termine che negli ultimi mesi politici, imprenditori e stampa stanno riversando a fiumi nel mare della propaganda che ci assale quotidianamente. Grazie a un’ingegnosa ingegneria politico-imprenditoriale, ci viene raccontato, verranno messe sul mercato migliaia di abitazioni a prezzo “agevolato”, “calmierato”, “convenzionato”. L’idea può apparire appetibile al comune cittadino, che si trova a dovere affrontare costi esorbitanti e insostenibili per soddisfare il bisogno primario di avere un’abitazione. Ma conoscendo chi propone o sostiene questo progetto (per esempio, il summenzionato assessore Masseroli, oppure le banche) è naturale essere diffidenti. Perché mai chi ha fatto del profitto e della speculazione un motivo di vita dovrebbe all’improvviso gettarsi a capofitto in un’attività a prezzi inferiori a quelli “di mercato” (ma sarebbe meglio dire: a quelli gonfiati dalla bolla immobiliare)? I motivi in realtà sono semplici: perché permette un ennesimo travaso di valori dal pubblico al privato, perché è un utile strumento propagandistico per nascondere altre enormi operazioni di carattere puramente speculativo e perché comunque è di per se stessa un ottimo affare. Riguardo all’ultimo motivo, è chiaro che in questo momento di crisi mondiale del settore immobiliare e di aumento dell’incertezza i progetti di social housing sono una vera manna per gli immobiliaristi. Le loro società perdono utili, valore e capitali a tutto spiano (i 22 fondi immobiliari italiani quotati hanno perso il 18% da fine dicembre 2007 a fine agosto 2008, cioè ancora prima dell’inasprirsi della crisi) e il social housing offre rendimenti del 3% più inflazione (di questi giorni un tasso appetibilissimo), con la possibilità di eliminare ogni elemento di rischio grazie a finanziamenti agevolati e garanzie pubbliche sulla solvenza degli affittuari. Inoltre, pressoché tutti i progetti di social housing prevedono in realtà solo una quota molto piccola di affitti calmierati, la grande maggior parte del costruito è affittabile, o vendibile, a prezzi di mercato. In molti casi si tratta poi solo di uno specchietto per allodole di stampo prettamente populista: si sbandiera il “progetto sociale”, ma in realtà grazie alla perequazione (cioè, nelle politiche attualmente applicate, la licenza di costruire, o di costruire di più, laddove non era possibile, in cambio della realizzazione di opere di utilità pubblica o sociale) si realizzano enormi affari a danno dei cittadini. In pratica, per spiegare il concetto: l’immobiliarista/banca/fondo costruisce con finanziamenti e regali dei contribuenti 1 in social housing, comunque più che profittevole, e riceve in cambio 4, 5 o addirittura 10 in licenze di costruzione, direttamente tramutabili in profitto mediante attività edilizie o che comunque consentono una rivalutazione astronomica di terreni già posseduti. Basta prendere a esempio il “piano Milano”, citato dal Corriere Economia. Il Comune ha messo a disposizione (gratis!) otto aree per costruire 3.300 alloggi. Chi vi costruirà, potrà vendere a prezzi di mercato fino al 75% delle case realizzate, appena un quarto invece dovrà essere a prezzo calmierato, cioè in “social housing”. Ma non è tutto. Il Comune mette inoltre a disposizione 20 milioni per abbassare i tassi di finanziamento bancario, mentre la Regione ce ne mette altri 30 per “ridurre il rischio insolvenza affitti”. Insomma, terreni regalati dagli enti pubblici, soldi pubblici per costruire, soldi pubblici per eliminare ogni rischio di mancato incasso degli affitti e gli “investitori” possono vendere fino al 75% a prezzi di mercato – altroché social housing, questa è una vera e propria cassa di assistenza pubblica per i signori del mattone! E le cifre in gioco sono da capogiro: secondo le stime di Sergio Urbani, della Fondazione Housing Sociale di Cariplo, il social housing in salsa pubblico-privata vale 3 miliardi all’anno di sviluppo del mercato. Cariplo (la fondazione azionista di Banca Intesa San Paolo) è per l’appunto uno dei principali attori di queste operazioni, insieme ad altre delle numerose e potenti fondazioni bancarie. Non mancano naturalmente gli immobiliaristi, come per esempio la Pirelli Re guidata da Puri Negri, nonché le cooperative rosse e cielline – anzi, la torta è così appetibile che Legacoop e i ciellini della Compagnia delle Opere hanno superato i vecchi steccati ideologici unendo le forze per dare insieme vita alla Fondazione Abitare (che conta tra le sue fila l’avvocato Guido Bardelli, vicino a Cielle, citato a suo tempo dal Corriere della Sera come una delle possibili scelte di Moratti ad assessore per l’urbanistica). Oltre agli enti locali, tra i finanziatori vi sarà anche lo stato tramite la Cassa Depositi e Prestiti (Cdp), sempre più coinvolta nel ruolo di crocerossina per i capitalisti a corto di fondi, la quale avrà un ruolo non proprio in armonia con il principio dell’inammissibilità del conflitto di interessi: la Cdp è infatti partecipata al 30% dalle fondazioni bancarie e si ritroverà, attraverso il veicolo di un’appositamente costituita Società di gestione del risparmio, a promuovere progetti di social housing tramite finanziamenti di cui godranno in molti casi… le fondazioni bancarie. Dietro a tutto questo, naturalmente, l’assenza di ogni politica per la casa che vada a favore di chi lavora, e non di chi arraffa&#8221;.</p>
<p><em>Fine</em></p>
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