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	<title>Milano Internazionale &#187; 2. Crisi globale</title>
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		<title>Milano Internazionale &#187; 2. Crisi globale</title>
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		<title>Lombardia ellenica: l&#8217;altra corruzione</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Feb 2010 11:57:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milanointernazionale</dc:creator>
				<category><![CDATA[2. Crisi globale]]></category>
		<category><![CDATA[=>   Notizie e approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[Derivati]]></category>
		<category><![CDATA[Formigoni]]></category>

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		<description><![CDATA[di Andrea Ferrario Nel fondo di ammortamento dell&#8217;emissione obbligazionaria della Regione Lombardia ci sono 115 milioni di titoli statali greci, come già aveva informato a suo tempo Milano Internazionale. Un rischio che ora si fa altissimo per le finanze lombarde, in un contesto italiano ed europeo in cui le amministrazioni pubbliche sono sempre più drogate [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&amp;blog=7100082&amp;post=901&amp;subd=milanointernazionale&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Andrea Ferrario</strong></p>
<p><strong>Nel fondo di ammortamento dell&#8217;emissione obbligazionaria della Regione Lombardia ci sono 115 milioni di titoli statali greci, come già aveva informato a suo tempo Milano Internazionale. Un rischio che ora si fa altissimo per le finanze lombarde, in un contesto italiano ed europeo in cui le amministrazioni pubbliche sono sempre più drogate dalla finanza spericolata e dai titoli derivati</strong>.</p>
<p><span id="more-901"></span></p>
<p>I nostri precedenti articoli sull&#8217;argomento:</p>
<p><a href="http://milanointernazionale.it/2009/07/11/formigoni-nel-pantano/" target="_blank">Formigoni nel pantano</a></p>
<p><a href="http://milanointernazionale.it/2009/05/11/derivati-e-bilancio-le-mani-della-finanza-creativa-su-milano/" target="_blank">Derivati e bilancio: le mani della finanza creativa su Milano</a></p>
<p>Non è che in giro non se ne sia parlato: alcuni blog hanno pubblicato materiali sull&#8217;argomento e perfino il Sole 24 Ore gli ha dedicato un articolo. Solo che il caso della presenza di obbligazioni statali greche nel sinking fund dell&#8217;emissione obbligazionaria effettuata nel 2002 dalla Regione Lombardia va messo in un contesto più ampio rispetto a quanto non sia stato fatto finora. Riassumiamo brevemente i fatti citando il Corriere della Sera dell&#8217;11 ottobre 2008 (rimandando per i particolari, ivi compresi quelli relativi al &#8220;fattore greco&#8221;, al nostro articolo <a href="http://milanointernazionale.it/2009/07/11/formigoni-nel-pantano/" target="_blank">Formigoni nel pantano</a> dell&#8217;11 luglio 2009): &#8220;Nell&#8217;ottobre 2002 la Regione emette un bond da un miliardo di dollari. Le due banche che gestiscono l&#8217;operazione costituiscono un fondo cui fino al 2032 dovranno essere versate rate annuali di ammortamento. Il fondo, a sua volta, viene articolato su un paniere di obbligazioni concordate con la Regione Lombardia&#8221;. E&#8217; in questo fondo (il termine tecnico è appunto &#8220;sinking fund&#8221;) che vanno a finire, e ancora si trovano, ben 115 milioni di obbligazioni dello stato greco, attualmente ad altissimo rischio. Come se non bastasse, prosegue il Corriere della Sera, &#8220;nel contratto si stabilisce che saranno le due banche a raccogliere i rendimenti, mentre il default, il rischio di fallimento andrà sulle spalle della Regione&#8221;. Inoltre la Ubs, una delle due banche consulenti per l&#8217;emissione della Regione Lombardia e che gestiscono il relativo sinking fund (l&#8217;altra è la Merrill Lynch), ha curato anche l&#8217;emissione obbligazionaria greca che poi è finita per la maggior parte (115 milioni su 200 milioni totali) nel fondo lombardo. Tradotto in parole povere: le banche realizzano i profitti (commissioni da Grecia e Lombardia) e la Regione Lombardia si assume tutti i rischi. Come riassume il Sole 24 Ore: &#8220;l&#8217;impressione è che Ubs e Merrill Lynch abbiano usato il sinking fund come una sorta di &#8216;discarica&#8217; per titoli che forse non erano riuscite a vendere a investitori veri. Non ci sono prove, ma il sospetto è legittimo&#8221;. Non a caso sull&#8217;emissione della regione guidata da Roberto Formigoni sta indagando la magistratura, così come indagini sono in corso anche sulla maxi emissione del Comune di Milano (si veda il nostro <a href="http://milanointernazionale.it/2009/05/11/derivati-e-bilancio-le-mani-della-finanza-creativa-su-milano/" target="_blank">Derivati e bilancio: le mani della finanza creativa su Milano</a>) e su quella della Regione Puglia. All&#8217;epoca dell&#8217;articolo del Sole 24 Ore il Pirellone aveva commentato che &#8220;i titoli inseriti nel sinking fund sono tutti di elevato standing&#8221; &#8211; quanto fosse elevato questo &#8220;standing&#8221;, ovvero questa presunta &#8220;qualità&#8221;, lo si vede oggi con la Grecia sull&#8217;orlo di una bancarotta che rischia di trascinare con sé l&#8217;intera Europa, dopo che Atene ha truccato i propri conti con l&#8217;aiuto di banche e ricorrendo proprio a strumenti derivati di questo tipo.</p>
<p>Se la Grecia dovesse fallire, per la Lombardia le conseguenze finanziarie sarebbero dirette ed enormi. Ma è tutta l&#8217;Italia, e in particolare le sue amministrazioni locali, che è esposta a un enorme rischio legato a titoli derivati analoghi a quelli della Regione Lombardia. Perché le banche collocano emissioni obbligazionarie di tali amministrazioni in sinking fund di altre emissioni di enti locali. Una gigantesca catena di Sant&#8217;Antonio, un garbuglio inestricabile e ad estremo rischio, che secondo le stime della Corte dei Conti coinvolge oltre 700 amministrazioni locali per un totale nozionale di oltre 35 miliardi di euro. Oltre alle già citate indagini della magistratura, che nei giorni scorsi hanno portato in Puglia al sequestro da parte della Guardia di Finanza di oltre 73 milioni di euro di attivi di Bank of America e di una unità di Dexia SA nell&#8217;ambito di un&#8217;inchiesta per frode, ci sono le azioni legali dei comuni che, dopo avere combinato anche loro il guaio-derivati, tentano ora di correre ai ripari chiedendo l&#8217;annullamento dei relativi contratti. In Lombardia lo stanno facendo, per esempio, i comuni di Magenta e Abbiategrasso e la Provincia di Como. Solo che le banche spesso ricorrono a inghippi davvero ben escogitati: il più delle volte i contratti prevedono che il foro competente, in caso di controversie, sia quello di Londra (è il caso, per esempio, dei derivati del Comune di Milano) e per le amministrazioni locali di piccole dimensioni i costi che la difesa di una causa in Gran Bretagna implica sono troppo alti per potere essere affrontati: è quanto sta avvenendo con la richiesta di annullamento del contratto da parte della Provincia di Pisa.</p>
<p>La situazione è tale che nelle ultime settimane i derivati italiani sono finiti sotto la lente di grandi media internazionali come Bloomberg e Financial Times. La prima cita dati della Banca d&#8217;Italia secondo cui le municipalità italiane attualmente si trovano ad avere nel complesso quasi 1 miliardo (per la precisione, 990 milioni) di euro di perdite da derivati, facendoli seguire da un eloquente commento di Tullio Lazzaro, presidente della Corte dei Conti: &#8220;Molti enti locali hanno utilizzato tali strumenti al fine di ottenere liquidità immediata per le spese correnti. La conseguenza è che su di esse, così come sulle generazioni future, peseranno forme di debito sempre più onerose&#8221;. Mario Ristuccia, procuratore generale della stessa Corte, ha affermato poi che &#8220;l&#8217;uso dei derivati è stato finalizzato a obiettivi che non hanno alcuna relazione con la copertura dei rischi&#8221; e che questa pratica &#8220;si è estesa in alcuni casi perfino a enti locali di modeste dimensioni e privi delle strutture, nonché dell&#8217;esperienza, necessarie per effettuare una valutazione finanziaria ed economica&#8221;. Bloomberg ricorda che l&#8217;Italia ha una lunga esperienza nei derivati, utilizzati per diminuire il proprio deficit e riuscire così a qualificarsi per l&#8217;adesione all&#8217;euro, con modalità non sempre trasparenti. Sotto la lente a tale proposito è in particolare, come osserva Euromoney, un&#8217;emissione obbligazionaria italiana in yen del 1995, con calcoli dei tassi che appaiono, per usare un eufemismo, poco ortodossi &#8211; un&#8217;emissione che si sospetta possa essere solo una di una più lunga serie di emissioni analoghe.</p>
<p>A questo quadro va ad aggiungersi l&#8217;enorme massa del debito italiano e l&#8217;altrettanto enorme volume, tra l&#8217;altro in continua crescita, dei derivati che si concentrano su di esso. Secondo i dati della Depository Trust and Clearing Corporation, &#8220;l&#8217;esposizione lorda in derivati sulla Repubblica italiana da parte del sistema finanziario è oggi pari a 235 miliardi di dollari. E&#8217; salita di 75 miliardi in un anno: invece di diminuire dopo il crac del 2008 è esplosa. L&#8217;esposizione netta (una volta regolati gli eventuali pagamenti fra controparti) è invece di 25,3 miliardi, cresciuta di sette in un anno. A titolo di confronto, si tratta di un volume di oltre venti volte superiore a quello esistente sul ben più vasto debito pubblico statunitense. A paragone della Germania, il cui debito è simile come ammontare a quello di Roma, il valore dei derivati sull&#8217;Italia è di varie volte più alto. [...] Il record dei derivati sul debito italiano contiene un messaggio: gli investitori che comprano i titoli di Stato italiani si assicurano in quantità record&#8221; e &#8220;se i prezzi delle obbligazioni italiane cadessero, per un evento oggi imprevisto, certe banche dovrebbero già trasferire ai clienti molti miliardi a titolo di garanzia: è il tipo di scenario che creò il crac di Aig. Con un&#8217;insolvenza andrebbe poi anche peggio. E&#8217; vero che l&#8217;esposizione netta del sistema nel suo complesso è di &#8216;appena&#8217; 25 miliardi. Ma sta crescendo in fretta e, vista l&#8217;opacità di questo mercato, nessuno sa in quali banche si concentri il rischio maggiore sui credit default swap. Con i subprime il credito si bloccò perché nessuna banca si fidava più dell&#8217;altra per la stessa ragione&#8221; (Corriere della Sera, 3 febbraio 2010). Nel complesso, il ricorso massiccio ai derivati genera incertezze sull&#8217;affidabilità del bilancio italiano, rileva sempre Bloomberg, che ricorda inoltre come negli ultimi anni le banche italiane abbiano commercializzato aggressivamente titoli derivati nell&#8217;Europa Orientale, contribuendo in tale modo alla diffusione del morbo. E il problema dei derivati delle amministrazioni locali va infatti oltre la dimensione lombarda e nazionale, per coinvolgere quella europea. Nel 2009 il debito &#8220;subsovrano&#8221; (cioè quello delle amministrazioni locali) europeo ammontava in totale a uno stratosferico 1,2 trilioni di euro. I paesi che navigano nelle peggiori acque sono la Russia e la Francia, i due stati di cui fanno parte tutti i venti enti locali che si trovano in maggiore difficoltà per i derivati. In termini di valore cumulativo, la Germania è al primo posto, e sempre la stessa Germania, insieme alla Spagna, è il paese in cui il debito regionale sta aumentando più rapidamente in termini di valore in euro.</p>
<p>Il ricorso ai derivati da parte delle amministrazioni locali si è diffuso a macchia d&#8217;olio in tutto il continente perché soddisfa alcune &#8220;esigenze&#8221; davvero poco nobili. In primo luogo, permette di avere liquidità immediata scaricando i rischi sulle generazioni future, una &#8220;qualità&#8221; ideale per gli amministratori privi di scrupoli. In secondo luogo consente di ottenere rapidamente soldi per progetti infrastrutturali che il più delle volte vanno a favore di privati &#8220;amici&#8221;. In terzo luogo, i derivati sono uno strumento talmente complicato da consentire di offuscare il quadro finanziario complessivo, un&#8217;altra &#8220;qualità&#8221; ideale per quegli amministratori che vedono la trasparenza come nient&#8217;altro che un impaccio. In quarto luogo, nella loro essenza sono legali ed è particolarmente difficile documentare quella che molto spesso e la loro pura e semplice qualità di frode ai danni dei cittadini e delle generazioni future. Le banche, da parte loro, guadagnano ingenti commissioni, spesso doppie (nel caso della Lombardia) altre volte forse occulte (è il sospetto che pesa sui derivati del Comune di Milano), grazie anche al fatto che gli enti locali loro controparti non possiedono le competenze necessarie per valutare correttamente la convenienza dell&#8217;operazione. Al Comune di Milano, che non è certo una piccola amministrazione priva di risorse, si è arrivati alla situazione grottesca in cui un funzionario ha firmato un contratto relativo a derivati in inglese senza sapere una parola di quella lingua, e senza che a nessuno fosse venuto in mente di fare tradurre il testo in italiano!</p>
<p>Recentemente in Lombardia è stato tutto un fiorire di arresti per corruzione che ha fatto tornare di moda la parola Tangentopoli. Si va dall&#8217;assessore regionale Pier Gianni Prosperini (Pdl), all&#8217;assessore provinciale pavese Rosanna Gariboldi (Pdl), meglio nota come Lady Abelli, al consigliere comunale e presidente della commissione urbanistica Milko Pennisi (Pdl), agli amministratori arrestati nei giorni scorsi a Trezzano sul Naviglio (Pd e Pdl). E&#8217; evidentemente la punta di un iceberg di corruzione che è frutto di un sistema chiuso, rapace e incapace di avere delle prospettive. Non sorprende affatto che spesso i casi di corruzione siano legati direttamente o indirettamente agli interessi delle organizzazioni mafiose: da tempo ormai in Lombardia e in Italia la &#8220;cosa pubblica&#8221; ha lasciato il posto alla &#8220;cosa nostra&#8221;, nella politica, nella finanza, nella sanità, nell&#8217;urbanistica. I derivati milanesi, lombardi e italiani, con la loro mancanza di trasparenza, sono nei fatti una importante tessera di questa grande &#8220;cosa nostra&#8221; che va ben oltre la criminalità organizzata e le tangenti.</p>
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		<title>Giovanni Arrighi, I sinuosi sentieri del capitale</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Sep 2009 09:20:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milanointernazionale</dc:creator>
				<category><![CDATA[2. Crisi globale]]></category>
		<category><![CDATA[Capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Crisi]]></category>
		<category><![CDATA[David Harvey]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Arrighi]]></category>

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		<description><![CDATA[Il giugno scorso è morto Giovanni Arrighi, nato a Milano nel 1937 e uno dei maggiori studiosi di economia, in particolare delle dinamiche del capitalismo mondiale. Lo ricordiamo con una lunga intervista concessa poco prima della morte e che va dai suoi anni giovanili milanesi, fino agli anni &#8217;60 e alle lotte studentesche a Trento [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&amp;blog=7100082&amp;post=773&amp;subd=milanointernazionale&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --><strong><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">Il giugno scorso è morto Giovanni Arrighi, nato a Milano nel 1937 e uno dei maggiori studiosi di economia, in particolare delle dinamiche del capitalismo mondiale. Lo ricordiamo con una lunga intervista concessa poco prima della morte e che va dai suoi anni giovanili milanesi, fino agli anni &#8217;60 e alle lotte studentesche a Trento e Torino e, soprattutto, a una ricapitolazione delle sue fondamentali opere. Anche l&#8217;intervistatore è d&#8217;eccezione: David Harvey, geografo ed economista marxista.</span></strong></p>
<p style="margin-bottom:0;" align="left"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><a href="http://milanointernazionale.files.wordpress.com/2009/09/intervista-ad-arrighi1.pdf">Scarica &#8220;I sinuosi sentieri del capitale&#8221; in formato pdf.</a><strong><br />
</strong></span></p>
<p style="margin-bottom:0;"><span id="more-773"></span></p>
<p style="margin-bottom:0;">
<p style="margin-bottom:0;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><em>Puoi raccontarci delle tue origini familiari e della tua educazione?</em></span></p>
<p style="margin-bottom:0;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">Sono nato a Milano nel 1937. La famiglia di mia madre era di origine borghese. Mio nonno, figlio di immigrati svizzeri stabilitisi in Italia, era asceso dalle fila dell&#8217;aristocrazia operaia giungendo a impiantare all&#8217;inizio del XX secolo una fabbrica di macchine tessili, per poi passare a fabbricare sistemi di riscaldamento e di aria condizionata. Mio padre, nato in Toscana, era figlio di un ferroviere. Arrivò a Milano e trovò lavoro nella fabbrica di mio nonno materno e finì per sposare la figlia del padrone. Vi furono tensioni, che alla fine fecero sì che mio padre aprisse un&#8217;attività in concorrenza con suo suocero. Entrambi, comunque, condividevano sentimenti antifascisti e ciò influenzò molto i miei primi anni d&#8217;infanzia, dominati dalla guerra, l&#8217;occupazione nazista del nord Italia dopo la resa di Roma del 1943, la Resistenza e l&#8217;arrivo della truppe alleate.</span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">Mio padre morì improvvisamente in un incidente d&#8217;auto quando avevo diciott&#8217;anni. Decisi di mantenere la sua attività, contro il consiglio di mio nonno, ed entrai alla Bocconi per studiare economia, con la speranza che mi aiutasse a gestire l&#8217;impresa. Il Dipartimento di Teoria Economica era un baluardo del pensiero neoclassico senza alcuna relazione con il keynesismo, e di nessun aiuto per gestire la fabbrica di mio padre. Alla fine mi convinsi che dovevo chiuderla. Successivamente investii due anni lavorando in una delle imprese di mio nonno raccogliendo dati sull&#8217;organizzazione del processo di produzione. Lo studio mi convinse che gli eleganti modelli dell&#8217;economia neoclassica erano irrilevanti per capire la produzione e la distribuzione <span style="font-weight:normal;">dei redditi</span><strong> </strong>e ciò divenne il punto centrale della mia tesi. In seguito fui nominato <em>assistente volontario,</em>cioè assistente non pagato del mio professore, all&#8217;epoca era il primo gradino nell&#8217;organigramma delle università italiane. Per guadagnarmi la vita trovai un lavoro alla Unilever, come aspirante manager.</span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;">
<p style="margin-bottom:0;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><em>Come successe che andasti in Africa nel 1963 a lavorare per l&#8217;University College della Rhodesia e Nyasaland?</em></span></p>
<p style="margin-bottom:0;">
<p style="margin-bottom:0;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">Fu molto semplice. Venni a sapere che le università inglesi pagavano gente per insegnare e fare ricerca, a differenza dell&#8217;Italia dove dovevi fare quattro o cinque anni come assistente volontario prima di avere qualche speranza di ottenere un lavoro retribuito. All&#8217;inizio degli anni &#8217;60, gli inglesi stavano aprendo università in tutto il loro vecchio impero coloniale, come <em>college </em><span style="font-style:normal;">delle università inglesi. La UCRN era un college dell&#8217;Università di Londra. Mi presentai in due posti, uno in Rhodesia e un altro a Singapore. Mi chiamarono per un colloquio a Londra e poiché la UCRN si mostrò interessata, mi offrirono un lavoro come docente di economia. E così me ne andai là.</span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;">
<p style="margin-bottom:0;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><span style="font-style:normal;">Fu una vera rinascita intellettuale. La tradizione neoclassica modellata matematicamente su cui mi ero formato non aveva niente a che vedere con i processi che stavo osservando in Rhodesia o con la realtà della vita africana. Nell&#8217;UCRN lavorai insieme ad antropologi, in particolare con Clyde Mitchell, che già lavorava sull&#8217;analisi delle reti, e con Jaap van Velsen, che stava introducendo l&#8217;analisi situazionale, successivamente concettualizzata come analisi generalizzata di </span><em>case-study</em><span style="font-style:normal;">. Partecipai ai loro seminari regolarmente ed entrambi mi influenzarono enormemente. Poco a poco abbandonai i modelli astratti a favore di una teoria dell&#8217;antropologia sociale empirica e storicamente fondata. Cominciai il mio lungo cammino dalla teoria economica neoclassica alla sociologia storico-comparativa.</span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;">
<p style="margin-bottom:0;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><em>Questo fu il contesto nel quale hai scritto il tuo saggio “Struttura di classe e sovrastrutture in Rhodesia” [in italiano nel volume </em><span style="font-style:normal;">Sviluppo economico e sovrastrutture in Africa</span><em>, Einaudi, 1969], che analizzava le forme di sviluppo della classe capitalista in questo paese e le sue contraddizioni specifiche, e spiegava contemporaneamente le dinamiche che avevano portato alla vittoria nel 1962 del Rhodesian Front Party, animato da coloni, e alla Dichiarazione Unilaterale di Indipendenza del 1965 da parte di Smith. Qual è stato lo stimolo iniziale all&#8217;origine del saggio e qual è per te retrospettivamente la sua importanza? </em></span></p>
<p style="margin-bottom:0;">
<p style="margin-bottom:0;">“<span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><span style="font-style:normal;">Struttura di classe e sovrastrutture in Rhodesia</span>” fu scritto su insistenza di Van Velsen, che criticava continuamente il mio uso dei modelli matematici. Avevo scritto una recensione del libro di Colin Leys <em>European Politics in Southern Rhodesia</em><span style="font-style:normal;"> e Van Velsen mi suggerì di trasformarlo in un articolo lungo. Qui e in “L&#8217;offerta di lavoro in una prospettiva storica” [in italiano nel volume </span><em>Sviluppo economico e sovrastrutture in Africa</em><span style="font-style:normal;">, Einaudi, 1969]</span><em> </em><span style="font-style:normal;">analizzai i modi attraverso i quali la completa proletarizzazione dei contadini della Rhodesia creava contraddizioni per l&#8217;accumulazione del capitale, producendo di fatto alla fine più problemi che vantaggi per il settore capitalista. Finché la proletarizzazione era parziale consentiva ai contadini di sostentare l&#8217;accumulazione del capitale poiché producevano parte della loro sussistenza; ma quanto più si proletarizzavano più questi meccanismi si deterioravano. Il lavoro totalmente proletarizzato poteva essere sfruttato solo se veniva pagato un salario al contadino che gli permettesse di riprodurre la sua vita. Così, invece di facilitare lo sfruttamento del lavoro, la proletarizzazione lo rendeva più difficile, esigendo un regime che doveva farsi sempre più repressivo. Martin Legassick e Harold Wolpe, per esempio, ritenevano che l&#8217;apartheid sudafricana rispondesse fondamentalmente al fatto che il regime doveva optare per una maggior repressione della forza lavoro africana perché questa era completamente proletarizzata e non poteva sostentare ancora l&#8217;accumulazione di capitale come aveva fatto in passato.</span></span></p>
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<p style="margin-bottom:0;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><span style="font-style:normal;">L&#8217;insieme della regione meridionale dell&#8217;Africa – che va dal Sudafrica e il Botswana, passando dall&#8217;antica Rhodesia, Mozambico e Malawi, che allora si chiamava Nyasaland, fino ad arrivare al Kenya come limite nordorientale – si caratterizzava per la sua ricchezza minerale, la sua agricoltura di coloni e un&#8217;estrema spoliazione dei contadini. E&#8217; molto diversa dal resto dell&#8217;Africa, compreso il nord. Le economie dell&#8217;Africa occidentale si basavano fondamentalmente sui contadini, ma la regione meridionale – quella che Samir Amin chiama “l&#8217;Africa delle riserve di lavoro” &#8211; era per molti aspetti un modello di estrema </span><span style="font-style:normal;"><span style="font-weight:normal;">spoliazione</span></span><span style="font-style:normal;"> contadina e quindi di proletarizzazione. Molti tra noi stavano segnalando che questo processo di estrema espropriazione era contraddittorio, poiché pur avendo creato inizialmente le condizioni affinché i contadini sostentassero l&#8217;agricoltura, l&#8217;industria mineraria e l&#8217;attività manifatturiera capitaliste, ciò cominciava a provocare più difficoltà nel momento in cui si sfruttava, muoveva e controllava il proletariato che stava creando. Il lavoro che facemmo allora – il mio “L&#8217;offerta di lavoro in una prospettiva storica” e i lavori connessi di Legassick e Wolpe – stabilì quello che poi fu conosciuto come il </span><em>Southern African Paradigm </em><span style="font-style:normal;">sui limiti della proletarizzazione e dell&#8217;espropriazione.</span></span></p>
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<p style="margin-bottom:0;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><span style="font-style:normal;">Contrariamente a quanto affermano coloro che ancora identificano sviluppo capitalista con proletarizzazione </span><em>tout court</em><span style="font-style:normal;"> – Robert Brenner, per esempio – l&#8217;esperienza dell&#8217;Africa meridionale ha dimostrato che la proletarizzazione, per se stessa, non favorisce lo sviluppo capitalista, quando non esistono certe altre circostanze. Rispetto alla Rhodesia, ho identificato tre stadi di proletarizzazione, ed uno solo di questi è favorevole all&#8217;accumulazione capitalista. Nel primo stadio, i contadini rispondevano allo sviluppo rurale capitalista offrendo prodotti agricoli e fornendo lavoro unicamente in cambio di salari elevati, in un&#8217;area caratterizzata complessivamente per la sua scarsità, perché nel momento in cui cominciava a funzionare uno sfruttamento agricolo o minerario capitalista si creava una domanda di prodotti locali che i contadini africani erano ben disposti a fornire, partecipando così all&#8217;economia monetaria attraverso la vendita dei loro prodotti piuttosto che attraverso la vendita</span><em> </em><span style="font-style:normal;">della propria forza lavoro. Un obiettivo del sostegno statale all&#8217;agricoltura dei coloni era di indurre la concorrenza tra i contadini africani, in modo che si vedessero costretti a vendere forza lavoro invece che prodotti agricoli. Ciò condusse a un lunghissimo processo che portò dalla proletarizzazione parziale a quella totale anche se, come abbiamo già detto, questo processo fu contraddittorio. Il problema con il modello semplice di “proletarizzazione uguale sviluppo capitalista” è che ignora non solo le realtà del capitalismo di coloni dell&#8217;Africa meridionale, ma anche molti altri casi, come per esempio quello degli Stati Uniti, che è caratterizzato da un modello completamente diverso: una combinazione di schiavitù, genocidio della popolazione nativa e immigrazione di lavoro eccedente proveniente dall&#8217;Europa.</span></span></p>
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<p style="margin-bottom:0;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><em>Sei stato uno dei nove docenti arrestati nella URCN per attività politiche durante la repressione scatenata dal governo di Smith nel luglio del 1966, non è così? </em></span></p>
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<p style="margin-bottom:0;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">Sì, siamo stati incarcerati per una settimana e poi espulsi.</span></p>
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<p style="margin-bottom:0;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><em>Te ne andasti a Dar es Salam, che sembrava allora, per molte ragioni, una specie di paradiso di interazioni intellettuali. Puoi parlarci di questo periodo e del lavoro che hai realizzato lì con John Saul?</em></span></p>
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<p style="margin-bottom:0;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">Fu un periodo molto eccitante, sia intellettualmente che politicamente. Quando arrivai a Dar es Salm nel 1966, la Tanzania era un paese indipendente solo da pochi anni. Nyerere difendeva quello che considerava una forma di socialismo africano. Riuscì a mantenersi equidistante durante la rottura tra Cina e Urss ed ebbe buone relazioni con gli scandinavi. Dar es Salam divenne il centro di tutti i movimenti di liberazione nazionale esiliati dell&#8217;Africa meridionale: delle colonie portoghesi, della Rhodesia, del Sudafrica. Rimasi lì tre anni nell&#8217;Università e incontrai ogni tipo di persona: da attivisti del movimento Black Power statunitense ad accademici e intellettuali come Immanuel Wallerstein, David Apter, Walter Rodney, Roger Murray, Sol Picciotto, Catherine Hoskins, Jim Mellon che sarebbe poi diventato uno dei fondatori degli Weathermen, Luisa Passerini che stava facendo uno studio sul FRELIMO e molti altri tra i quali naturalmente John Saul.</span></p>
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<p style="margin-bottom:0;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">A Dar es Salam, lavorando con John, cambiai l&#8217;oggetto delle mie ricerche, passando dai processi di offerta di forza lavoro al problema dei movimenti di liberazione nazionale e dei nuovi regimi che stavano emergendo dalla decolonizzazione. Entrambi eravamo scettici sulla capacità di questi regimi di emanciparsi da soli da quello che si cominciava a definire neocolonialismo e di mantenere le loro promesse di sviluppo economico. Ma c&#8217;era anche una differenza tra noi, che credo si sia mantenuta fino ad oggi, consistente nel fatto che io ero molto meno colpito emotivamente da questi movimenti rispetto a John. Per me, erano movimenti di liberazione nazionale; non erano assolutamente movimenti socialisti anche quando abbracciavano la retorica del socialismo. Erano regimi populisti e, quindi, non mi aspettavo molto più della liberazione nazionale, che entrambi consideravamo importante in sé. Ma se ci fosse la possibilità di sviluppi politici in grado di superare questo quadro è qualcosa che John ed io ancora discutiamo, affabilmente, quando ci incontriamo. I saggi che abbiamo scritto insieme, comunque, furono la critica su cui eravamo d&#8217;accordo.</span></p>
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<p style="margin-bottom:0;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><em>Quando sei tornato in Europa, hai trovato un mondo molto diverso da quello che avevi lasciato sei anni prima? </em> </span></p>
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<p style="margin-bottom:0;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">Sì. Ritorno in Italia nel 1969 e mi vedo immerso immediatamente in due situazioni peculiari. Una nell&#8217;Università di Trento dove mi avevano offerto un posto come docente. Trento era il principale centro di militanza studentesca e l&#8217;unica università in Italia che all&#8217;epoca offriva dottorati in sociologia. La mia nomina fu appoggiata dal comitato direttivo dell&#8217;università composto dal democristiano Nino Andreatta, dal socialista liberale Norberto Bobbio e da Francesco Alberoni; la decisione cercava di calmare il movimento studentesco assumendo un radicale. Nel primo seminario che feci c&#8217;erano solo quattro o cinque studenti; ma nel primo quadrimestre, dopo la pubblicazione del mio libro sull&#8217;Africa nell&#8217;estate del 1969, ebbi quasi 1.000 studenti che volevano entrare in aula. Il mio corso diventò un grande avvenimento a Trento e arrivò addirittura a creare un conflitto in Lotta Continua: il gruppo di Boato voleva che gli studenti venissero in aula per ascoltare una critica radicale delle teorie dello sviluppo, mentre il gruppo di Rostagno cercava di interrompere le lezioni tirando pietre dal cortile.</span></p>
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<p style="margin-bottom:0;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">La seconda situazione in cui mi trovo immerso si verifica a Torino con la partecipazione di Luisa Passerini, che era un&#8217;eminente propagatrice degli scritti situazionisti e che aveva quindi una grande influenza sui quadri di Lotta Continua che civettavano con il situazionismo. Stavo arrivando da Trento a Torino passando per Milano, ed era come andare dal centro del movimento studentesco al centro del movimento operaio. Mi sentivo attratto e allo stesso tempo infastidito da certi aspetti di questo movimento, in particolare dal suo rifiuto della “politica”. In alcune assemblee, lavoratori realmente militanti si alzavano e dicevano “Basta politica! La politica ci sta portando nella direzione sbagliata: abbiamo bisogno di unità”. Per me, arrivando dall&#8217;Africa, fu uno shock scoprire che i sindacati comunisti erano considerati reazionari e repressivi dai lavoratori in lotta &#8211; nonostante ci fosse una buona parte di verità in ciò. La reazione contro i sindacati del PCI divenne una reazione contro i sindacati in generale. Gruppi come Potere Operaio e Lotta Continua si proposero come alternativi, sia ai sindacati sia ai partiti di massa. Con Romano Madera, che allora era uno studente, ma anche un quadro politico e un gramsciano – una rarità nella sinistra extraparlamentare – cominciammo a sviluppare l&#8217;idea di cercare una strategia gramsciana che servisse al movimento.</span></p>
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<p style="margin-bottom:0;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">Da lì emerse per la prima volta l&#8217;idea di <em>autonomia</em><span style="font-style:normal;">,</span> l&#8217;idea di autonomia intellettuale della classe operaia. La creazione di questo concetto si attribuisce adesso abitualmente ad Antonio Negri, ma di fatto nacque nell&#8217;interpretazione di Gramsci che noi sviluppammo all&#8217;inizio degli anni &#8217;70 nel Gruppo Gramsci, fondato da Madera, Passerini ed io. Ritenevamo che il nostro principale contributo al movimento non consistesse nell&#8217;offrire un sostituto ai sindacati o ai partiti, ma nell&#8217;aiutare come studenti ed intellettuali le avanguardie operaie a sviluppare la propria autonomia – <em>autonomia operaia</em><span style="font-style:normal;">- attraverso una comprensione dei processi generali, sia nazionali che globali, nei quali le loro lotte si svolgevano. In termini gramsciani, lo pensammo come formazione di intellettuali organici della classe operaia in lotta, e per questo creammo i Collettivi Politici Operai, che vennero conosciuti come l&#8217;Area dell&#8217;Autonomia. Quando questi collettivi avessero sviluppato la loro pratica autonoma, il Gruppo Gramsci non avrebbe più avuto motivo di esistere e si sarebbe sciolto. Quando davvero si sciolse, nell&#8217;autunno 1973, Negri entrò in scena e portò i Collettivi Politici Operai e l&#8217;Area dell&#8217;Autonomia in una direzione rischiosa che era molto lontana dal progetto iniziale.</span></span></p>
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<p style="margin-bottom:0;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><em>Hai tratto lezioni comuni dalle lotte di liberazione nazionale africane e dalle lotte operaie che si stavano verificando in Italia? </em></span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">Le due esperienze avevano in comune il fatto che in entrambe avevo ottimi rapporti con i movimenti ampi. Volevano sapere su quali basi partecipavo alla loro lotta. La mia posizione era: “Io non vi dirò che cosa fare perché voi conoscete la situazione molto meglio di quanto io potrò mai conoscerla. Ma io sono meglio posizionato per capire il contesto generale in cui si sviluppano le lotte, e quindi il nostro scambio deve basarsi sul fatto che voi mi raccontiate qual è la vostra situazione e io vi dico come si rapporta con il contesto più ampio che voi non potete vedere o che vedete solo parzialmente dal punto in cui agite”. Questa è sempre stata la base di eccellenti rapporti, sia con i movimenti di liberazione in Africa meridionale che con i lavoratori italiani.</span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">L&#8217;articolo sulle crisi capitaliste nacque da uno scambio di questo tipo nel 1972. Ai lavoratori si diceva: “Adesso c&#8217;è una crisi economica, dobbiamo mantenere al calma. Se lottiamo, la fabbrica se ne andrà da un&#8217;altra parte”. Così i lavoratori ci chiedevano: “Siamo in crisi? E se è così quali sono le implicazioni? Dobbiamo starcene calmi per questo?”. Gli articoli che fanno parte di “Verso una teoria delle crisi capitaliste” [<em>Rassegna comunista</em>, n. 2, 3, 4 e 7, 1972-73] furono scritti su questa particolare problematica, definita dagli stessi lavoratori, che ci dicevano: “Informateci sul mondo esterno e su quello che ci aspetta”. Il punto di partenza degli articoli era “ Guardate, le crisi succedono indipendentemente che lottiate o no; non sono un prodotto della militanza dei lavoratori o degli “errori” della gestione economica, ma sono elementi fondamentali del funzionamento della stessa accumulazione del capitale”. Questo fu l&#8217;orientamento iniziale. L&#8217;articolo fu scritto all&#8217;inizio della crisi, prima che questa venisse ampiamente riconosciuta; fu importante come punto di riferimento, un punto di riferimento che ho utilizzato per anni per verificare quanto stava succedendo, ed ha funzionato veramente bene.</span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><em>Torneremo alla teoria delle crisi capitaliste, ma primo volevo chiederti del tuo lavoro in Calabria. Nel 1973, proprio quando il movimento cominciava a rifluire, accettasti l&#8217;offerta di insegnare a Cosenza.</em> </span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">Uno dei motivi di interesse per andare in Calabria, fu quello di continuare in un nuovo posto la mia ricerca sui processi di offerta di forza lavoro. Già avevo visto in Rhodesia come la proletarizzazione totale degli africani &#8211; più esattamente, quando questi arrivavano alla conclusione che lo erano totalmente – conduceva a lotte che reclamavano un salario che consentisse loro di riprodursi nelle aree urbane. In altre parole, la finzione “siamo maschi celibi, le nostre famiglie continuano a vivere in comunità contadine nelle zone rurali” non si può mantenere quando vivono nelle città. Lo avevo segnalato in “L&#8217;offerta di lavoro in una prospettiva storica”, e si profilò più nitidamente in Italia perché qui mi trovai di fronte ad un enigma: gli immigrati del sud venivano portati nelle regioni industriali del nord come crumiri negli anni &#8217;50 e all&#8217;inizio degli anni &#8217;60, ma in questo decennio e soprattutto alla fine si trasformarono nelle avanguardie della lotta di classe e ciò costituisce un&#8217;esperienza tipica degli immigrati. Quando formai un gruppo di ricerca in Calabria, proposi la lettura degli antropologi sociali sull&#8217;Africa, in particolare sull&#8217;immigrazione, e in seguito facemmo un&#8217;analisi dei processi di offerta di forza lavoro proveniente dalla Calabria. Le questioni poste erano: che cosa stava creando le condizioni per questa emigrazione? Quali erano i suoi limiti, dato che a un certo punto invece di creare una forza lavoro docile che poteva essere utilizzata per scalzare il potere negoziale della classe operaia settentrionale, gli stessi immigrati diventavano l&#8217;avanguardia militante?</span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">Dalla ricerca emersero due cose. In primo luogo, lo sviluppo capitalista non si basa necessariamente sulla proletarizzazione totale. Da un lato, l&#8217;emigrazione operaia su lunga distanza partiva da luoghi in cui non c&#8217;era nessuna espropriazione, dove c&#8217;era anche la possibilità per gli immigrati di comprare le terre dai latifondisti, cosa che era legata al sistema locale di primogenitura in base al quale il primogenito ereditava la terra. Tradizionalmente, i figli minori finivano per diventare sacerdoti o per entrare nell&#8217;esercito, finché l&#8217;emigrazione su lunga distanza e su grande scala non offrì un&#8217;alternativa sempre più importante di guadagnare il denaro necessario per comprare della terra e tornare a casa <span style="font-weight:normal;">con una propria impresa agricola. Dall&#8217;altro lato, nelle aree veramente povere, in cui il lavoro era totalmente proletarizzato, questi figli minori non potevano assolutamente permettersi il lusso di emigrare. L&#8217;unico modo in cui poterono farlo fu, per esempio, quando i brasiliani abolirono la schiavitù nel 1888 ed ebbero bisogno di una forza lavoro in sostituzione a buon mercato e per questo reclutarono lavoratori di queste aree profondamente impoverite del sud Italia, pagando il loro viaggio e facendoli stabilire in Brasile a rimpiazzare gli schiavi emancipati. Si tratta di modelli migratori molto diversi, ma generalmente non è il più povero a emigrare poiché è necessario avere risorse e relazioni per farlo.</span></span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">La seconda conclusione della ricerca calabrese presentava somiglianze con i risultati della ricerca sull&#8217;Africa. Anche qui la disponibilità degli immigrati a partecipare alle lotte operaie nei luoghi in cui si spostavano, dipendeva se consideravano permanenti le condizioni in cui si trovavano a vivere. Non è sufficiente dire che la situazione delle aree di provenienza dei flussi migratori determina quali saranno i salari e le condizioni in cui gli immigrati lavoreranno. Bisogna indicare in quale momento gli immigrati percepiscono che stanno ottenendo il grosso dei loro mezzi di sussistenza dal lavoro salariato: si può riconoscere questo punto di svolta e verificarne l&#8217;evoluzione. Ma il punto essenziale che scoprimmo fu un tipo di critica diversa dall&#8217;idea della proletarizzazione come il processo tipico dello sviluppo capitalista.</span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><em>La prima versione scritta di questa ricerca fu rubata da un auto a Roma, così la versione definitiva venne scritta negli Stati Uniti molti anni dopo il trasferimento a Binghamton nel 1979, dove si stava sviluppando l&#8217;analisi dei sistemi-mondo. E&#8217; stata la prima volta in cui prendesti posizione esplicitamente sul rapporto tra proletarizzazione e sviluppo capitalista contro le opinioni di Wallerstein e Brenner? </em></span></p>
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<p style="margin-bottom:0;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><span style="font-style:normal;"><span style="font-weight:normal;">Sì, anche se non fui sufficientemente esplicito al riguardo, citando sia Wallerstein che Brenner di sfuggita, nonostante l&#8217;insieme del lavoro fosse una critica di entrambi. Wallerstein ha la teoria che i rapporti di produzione sono determinati dalla loro posizione nella struttura centro-periferia dell&#8217;economia-mondo capitalista. Secondo la sua opinione, nella periferia tendiamo ad incontrare rapporti di produzione che sono coercitivi; non troviamo una proletarizzazione totale, che è la situazione che abbiamo nel centro. Brenner sostiene, per alcuni aspetti, l&#8217;opinione opposta, ma per altri versi è molto simile: i rapporti di produzione determinano la posizione nella struttura centro-periferia. In entrambi i casi, troviamo una relazione particolare tra la posizione nei rapporti centro-periferia e i rapporti di produzione. La ricerca calabrese mostrò che non era questo il caso. Lì, all&#8217;interno della stessa ubicazione periferica, trovammo tre</span></span><span style="font-style:normal;"><strong> </strong></span><span style="font-style:normal;"><span style="font-weight:normal;">vie diverse che si sviluppavano e si rafforzavano simultaneamente e reciprocamente. Inoltre, le tre vie assomigliavano potentemente all&#8217;evoluzione che aveva caratterizzato, storicamente, ubicazioni diverse del centro dell&#8217;economia-mondo capitalista. Una è molto simile alla via prussiana dello </span></span><em><span style="font-weight:normal;">junker </span></em><span style="font-style:normal;"><span style="font-weight:normal;">di cui parlava Lenin: latifondo con totale proletarizzazione; un&#8217;altra assomigliava alla via “statunitense” di Lenin, di piccoli e medi sfruttamenti, inseriti nel mercato. Lenin non presenta la terza, che noi chiamiamo via svizzera: migrazioni di lunga distanza e poi investimento e acquisto della proprietà quando si torna a casa. In Svizzera, non esiste espropriazione dei contadini, ma al contrario una tradizione di migrazione di lunga distanza che conduce al consolidamento della piccola proprietà agricola. La cosa interessante della Calabria è che queste tre vie, che in altri luoghi sono associati a una posizione nel centro, qui si trovano in periferia, e ciò rappresenta una critica sia del processo uniforme di proletarizzazione postulato da Brenner, sia del rimando dei rapporti di produzione alla posizione nella struttura centro-periferia sostenuto da Wallerstein.</span></span></span></p>
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<p style="margin-bottom:0;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><em><span style="font-weight:normal;">Il tuo libro </span></em><span style="font-style:normal;"><span style="font-weight:normal;">La geometria dell&#8217;imperialismo</span></span><em><span style="font-weight:normal;"> [ed. it.: Feltrinelli, 1978] apparve nel 1978, prima che te ne andassi negli Stati Uniti. Rileggendolo, mi ha sorpreso la metafora matematica &#8211; la geometria – che utilizzi per capire la teoria dell&#8217;imperialismo di Hobson, e che svolge un ruolo molto utile. Ma al suo interno, si pone un&#8217;interessante questione geografica: quando poni in relazione Hobson con il capitalismo, la nozione di egemonia emerge immediatamente sotto la forma di un cambiamento che va dalla geometria alla geografia e che nasce dalle tesi che esponi nel libro. Qual è stato l&#8217;impulso iniziale che ti ha portato a scrivere </span></em><span style="font-style:normal;"><span style="font-weight:normal;">La geometria dell&#8217;imperialismo</span></span><em><span style="font-weight:normal;"> e qual è la sua importanza per te? </span></em></span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><span style="font-weight:normal;">Mi lasciavano perplesso, in quel momento, le confusioni terminologiche che giravano intorno al termine “imperialismo”. Il mio obiettivo era di dissipare parte di questa confusione creando uno spazio topologico in cui i diversi concetti, che frequentemente venivano definiti tutti insieme confusamente come “imperialismo” si distinguessero tra loro. Ma oltre che come esercizio sul termine imperialismo, funzionava anche come una transizione al concetto di egemonia. Mi dilungai su questo aspetto esplicitamente nella postfazione alla seconda edizione [1983] di </span><em><span style="font-weight:normal;">La geometria dell&#8217;imperialismo</span></em><span style="font-weight:normal;">, in cui sostenevo che il concetto gramsciano di egemonia poteva essere più utile di quello di “imperialismo” per analizzare le dinamiche del sistema interstatale contemporaneo. Da questo punto di vista, quello che io – e altri – facevamo era semplicemente applicare la nozione di egemonia gramsciana alle relazioni interstatali, mentre era stato applicato originalmente prima di Gramsci all&#8217;analisi dei rapporti di classe all&#8217;interno di una giurisdizione politica nazionale. Facendolo, naturalmente, Gramsci arricchiva il concetto in innumerevoli modi che non erano stati precedentemente colti. La nostra riesportazione dello stesso concetto alla sfera internazionale beneficiò enormemente di questo arricchimento.</span></span></p>
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<p style="margin-bottom:0;"><em><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><span style="font-weight:normal;">Un&#8217;influenza centrale in </span></span></em><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><span style="font-style:normal;"><span style="font-weight:normal;">Il lungo XX secolo </span></span></span><em><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><span style="font-weight:normal;">[ed. it.: Il Saggiatore, 1996], pubblicato nel 1994, è Braudel. Oltre ad aver assorbito i suoi insegnamenti, hai qualche critica importante da fargli?</span></span></em></p>
<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><span style="font-weight:normal;">La critica è veramente facile. Braudel è una fonte incredibilmente ricca di informazioni sui mercati e sul capitalismo, ma manca di un quadro teoretico. O più precisamente, come ha segnalato Charles Tilly, Braudel è così eclettico che ha innumerevoli teorie parziali, la cui somma non è una teoria. Semplicemente non puoi appoggiarti a Braudel; devi avvicinarti a lui con una idea chiara di quello che stai cercando e di quello che vuoi trarre da lui. Un aspetto su cui mi sono concentrato, che differenzia Braudel da Wallerstein e dal resto degli analisti dei sistemi-mondo – per non parlare di storici dell&#8217;economia più tradizionali, marxisti o no – è l&#8217;idea che il sistema di Stati nazionali, così come emerse nei secoli XVI e XVII, fu preceduto da un sistema di città-Stato; e che le origini del capitalismo devono essere individuate lì, nelle città-Stato. Questa è una caratteristica specifica dell&#8217;Occidente, o dell&#8217;Europa, in comparazione ad altre parti del mondo. Ma è facile perdersi se ci si limita semplicemente a seguire Braudel, perché lui ti porta in innumerevoli direzioni diverse. Per esempio, io ho dovuto estrarre questo punto e combinarlo con ciò che stavo apprendendo dal libro di William McNeill </span><em><span style="font-weight:normal;">Caccia al potere </span></em><span style="font-weight:normal;">[ed. it.: Feltrinelli, 1982], che pure argomenta, da una prospettiva diversa, che un sistema di città-Stato precedette e preparò l&#8217;emergere del sistema di Stati territoriali.</span></span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><em><span style="font-weight:normal;">Un&#8217;altra idea a cui attribuisci una profondità teorica molto maggiore, ma che comunque viene da Braudel, è quella che l&#8217;espansione finanziaria annuncia il declino di un particolare sistema egemone e precede il passaggio a una nuova potenza egemone. Questa sarebbe una delle intuizioni fondamentali de </span></em><span style="font-weight:normal;">Il lungo XX secolo</span><em><span style="font-weight:normal;">?</span></em></span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">Sì. L&#8217;idea è che le organizzazioni capitaliste più importanti di un&#8217;epoca particolare siano anche leader dell&#8217;espansione finanziaria che si produce sempre quando l&#8217;espansione materiale delle forze produttive raggiunge i suoi limiti. La logica di questo processo – per quanto di nuovo Braudel non lo dica – è che quando la concorrenza s&#8217;intensifica, l&#8217;investimento nell&#8217;economia materiale diventa sempre più rischioso e, conseguentemente, la preferenza per la liquidità si accentua, cosa che crea le condizioni di offerta dell&#8217;espansione finanziaria. La questione che si pone in seguito è, naturalmente, in che modo si creano le condizioni di domanda perché si producano espansioni finanziarie A questo riguardo, sono ricorso all&#8217;idea di Weber che la concorrenza tra stati per il capitale in cerca d&#8217;investimento costituisce la specificità storico-mondiale dell&#8217;era moderna. Questa concorrenza crea, secondo me, le condizioni di domanda per l&#8217;espansione finanziaria. L&#8217;idea di Braudel dell&#8217;”autunno” come fase conclusiva del processo di leadership nell&#8217;accumulazione, che passa da materiale a finanziaria, e che porta alla fine all&#8217;emergere di un altro leader, è cruciale. Ma lo è anche l&#8217;idea di Marx che l&#8217;autunno di uno Stato particolare, che sperimenta un&#8217;espansione finanziaria, è anche la primavera per un&#8217;altra ubicazione: gli eccedenti che si accumulano a Venezia vanno in Olanda; quelli che si accumulano in Olanda vanno poi in Inghilterra; e quelli che si accumulano in Inghilterra vanno negli Stati Uniti. Marx ci consente, quindi, di completare quello che abbiamo trovato in Braudel: l&#8217;autunno diventa primavera da un&#8217;altra parte, producendo una serie di sviluppi intrecciati.</span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><span style="font-weight:normal;">Il lungo XX secolo </span><em><span style="font-weight:normal;">descrive questi cicli successivi di espansione capitalista e di potere egemonico dal Rinascimento fino ad oggi. Nella tua narrazione, le fasi di espansione materiale del capitale collassano sotto la pressione dell&#8217;iperconcorrenza, determinando fasi di espansione finanziaria il cui esaurimento trascina con sé un periodo di caos interstatale che si risolve con l&#8217;emergere di una nuova potenza egemone capace di restaurare l&#8217;ordine globale e di iniziare di nuovo un ciclo di espansione materiale sostenuto da un nuovo blocco sociale. Queste potenze egemoni sono state successivamente Genova, i Paesi Bassi, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti. In che misura consideri il loro sorgere puntuale, un momento in cui ognuna conclude un periodo precedente di disordine e conflitti, come un insieme di contingenze?</span></em></span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><span style="font-weight:normal;">Buona e difficile domanda! C&#8217;è sempre un elemento di contingenza, ma allo stesso tempo la ragione per cui queste transizioni durano tanto e attraversano periodi di turbolenza e caos è che le stesse </span><em><span style="font-weight:normal;">agencies</span></em><span style="font-weight:normal;">, come emergono successivamente per organizzare il sistema, sperimentano un processo di apprendimento. Questo risulta ovvio se analizziamo il caso più recente, quello degli Stati Uniti, che già alla fine del secolo XIX presentavano determinate caratteristiche che li avrebbero trasformati nei possibili successori della Gran Bretagna come leader egemone, ma che ebbero bisogno di più di mezzo secolo, due guerre mondiali e una depressione catastrofica prima di sviluppare sia le strutture che le idee per diventare, dopo la Seconda Guerra Mondiale, una potenza veramente egemone. Lo sviluppo degli Stati Uniti come potere egemone potenziale nel secolo XIX è stato strettamente una contingenza o c&#8217;è qualcosa di più? Non lo so. Chiaramente, ci fu un elemento geografico contingente, dato che il Nord America aveva una configurazione spaziale diversa dall&#8217;Europa, che gli ha permesso di formare uno Stato che non si sarebbe potuto creare in Europa, ad eccezione del suo fianco orientale, in cui la Russia si stava espandendo territorialmente; ma ci fu anche un elemento sistemico: la Gran Bretagna creò un sistema di credito internazionale che, dopo un certo momento, favorì la formazione degli Stati Uniti con modalità specifiche.</span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">Certo, se gli Stati Uniti non fossero esistiti con la loro particolare configurazione geografica alla fine del XIX secolo, la storia sarebbe stata molto diversa. Quale sarebbe stata la potenza egemone? Possiamo fare solo congetture. Ma gli Stati Uniti esistevano e stavano crescendo in molteplici aspetti partendo dalla tradizione dell&#8217;Olanda e della Gran Bretagna. Genova era un po&#8217; diversa: non dico in nessun momento che fosse egemone; era più vicina al tipo di organizzazione finanziaria transnazionale che si verifica nelle diaspore, compresa la diaspora cinese contemporanea, ma non fu mai egemone nel senso gramsciano in cui lo furono l&#8217;Olanda, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti. La geografia conta moltissimo; ma anche se queste sono tre potenze egemoni spazialmente molto differenti, ognuna crebbe a partire da caratteristiche organizzative apprese dalla precedente. La Gran Bretagna prese a prestito un gran numero di elementi dall&#8217;Olanda e gli Stati Uniti fecero lo stesso dalla potenza britannica; si tratta di un insieme interconnesso di Stati e nella loro successione si produce un effetto palla di neve. Quindi, sì, c&#8217;è contingenza, ma anche vincoli sistemici.</span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><span style="font-weight:normal;">Il lungo XX secolo </span><em><span style="font-weight:normal;">non si occupa delle vicissitudini del movimento operaio. Lo hai fatto perché lo consideravi allora di minore importanza o perché l&#8217;architettura del libro – il suo sottotitolo è </span></em><span style="font-weight:normal;">Denaro e potere alle origini della nostra epoca</span><em><span style="font-weight:normal;"> – era già tanto ampia e complessa che hai pensato che includere il movimento l&#8217;avrebbe sovraccaricata troppo? </span></em></span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><span style="font-weight:normal;">Per la seconda ragione. </span><em><span style="font-weight:normal;">Il lungo XX secolo </span></em><span style="font-weight:normal;">originariamente doveva essere scritto insieme a Beverly Silver – che incontrai a Binghamton – e doveva avere tre parti. Una trattava delle egemonie, e costituisce il primo capitolo del libro. La seconda doveva affrontare il capitale: l&#8217;organizzazione del capitale, l&#8217;impresa; sostanzialmente la concorrenza. La terza parte andava ad analizzare la questione del lavoro: rapporto capitale &#8211; lavoro e i movimenti operai. Ma la scoperta della finanziarizzazione come una regola ricorrente del capitalismo storico mandò all&#8217;aria tutto il progetto e mi costrinse a retrocedere nel tempo, cosa che non avrei mai voluto fare, perché il libro doveva trattare del “lungo XX secolo”, intendendo il periodo compreso dalla Grande Depressione del 1870 fino al presente. Quando scoprii il paradigma della finanziarizzazione rimasi completamente fuori combattimento e </span><em><span style="font-weight:normal;">Il lungo XX secolo</span></em><span style="font-weight:normal;"> diventò sostanzialmente un libro sul ruolo del capitale finanziario nello sviluppo storico del capitalismo dal XIV secolo. Così Beverly si fece carico dell&#8217;analisi sul lavoro nel suo libro </span><em><span style="font-weight:normal;">Le forze del lavoro </span></em><span style="font-weight:normal;">[ed. it.: Bruno Mondadori, 2008], che venne pubblicato nel 2003. </span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;"><a name="DDE_LINK"></a><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><em><span style="font-weight:normal;">Scritto da entrambi nel 1999, </span></em><span style="font-style:normal;"><span style="font-weight:normal;">Caos e governo del mondo</span></span><em><span style="font-weight:normal;"> [ed. it.: Bruno Mondadori, 2003] sembra rispettare il tipo di struttura che ti eri prefisso inizialmente per </span></em><span style="font-style:normal;"><span style="font-weight:normal;">Il lungo XX secolo.</span></span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><span style="font-style:normal;"><span style="font-weight:normal;">Sì. </span></span><em><span style="font-weight:normal;">Caos e governo del mondo</span></em><span style="font-style:normal;"><span style="font-weight:normal;"> include capitoli sulla geopolitica, sull&#8217;impresa, sul conflitto sociale, ecc. e dimostra che il progetto originale non è stato mai abbandonato. Ma certo non venne aggiunto a </span></span><em><span style="font-weight:normal;">Il lungo XX secolo </span></em><span style="font-style:normal;"><span style="font-weight:normal;">perché non potevo concentrarmi sulla ricorrenza ciclica delle espansioni finanziarie e materiali e allo stesso tempo occuparmi del lavoro. Quando cambi l&#8217;oggetto di analisi nel momento di definire il capitalismo e opti per studiarlo a partire da una successione di espansioni materiali e finanziarie, diventa molto difficile tornare a reintrodurre il lavoro. Non si tratta solo di un tema enorme da affrontare, ma si produce anche una variazione considerevole nel tempo e nello spazio nel rapporto tra capitale e lavoro. In primo luogo , come segnaliamo in </span></span><em><span style="font-weight:normal;">Caos e governo del mondo</span></em><span style="font-style:normal;"><span style="font-weight:normal;">, si verifica un&#8217;accelerazione della storia sociale. Quando si paragonano le transizioni da un regime di accumulazione a un altro, ci si rende conto che nella transizione dall&#8217;egemonia olandese a quella britannica nel XVIII secolo, il conflitto sociale giunge tardi rispetto alle espansioni finanziarie e alle guerre. Nella transizione dall&#8217;egemonia britannica a quella statunitense all&#8217;inizio del XX secolo, l&#8217;esplosione del conflitto sociale è più o meno simultanea al decollo dell&#8217;espansione finanziaria e delle guerre. Nella transizione attuale – verso un destino sconosciuto – l&#8217;esplosione del conflitto sociale alla fine degli anni &#8217;60 e al principio degli anni &#8217;70 ha preceduto l&#8217;espansione finanziaria e si è verificato senza guerre tra le potenze più importanti.</span></span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><span style="font-style:normal;"><span style="font-weight:normal;">In altri termini, se analizziamo la prima metà del XX secolo, le più grandi lotte dei lavoratori si sono prodotte alla vigilia delle guerre mondiali e dopo le stesse. Questo era il fondamento della teoria di Lenin: che le rivalità intercapitalistiche trasformate in guerre avrebbero creato le condizioni favorevoli per la rivoluzione, cosa che si può osservare empiricamente fino alla Seconda Guerra Mondiale. In un certo senso, si può sostenere che nella transizione attuale l&#8217;accelerazione del conflitto sociale ha impedito che gli Stati capitalisti si facessero guerra. Così per tornare alla tua domanda, in </span></span><em><span style="font-weight:normal;">Il lungo XX secolo</span></em><span style="font-style:normal;"><span style="font-weight:normal;"> ho scelto di concentrarmi nell&#8217;analisi esaustiva delle espansioni finanziarie, dei cicli sistemici di accumulazione del capotale e delle egemonie mondiali, mentre in </span></span><em><span style="font-weight:normal;">Caos e governo del mondo</span></em><span style="font-style:normal;"><span style="font-weight:normal;"> siamo tornati al problema delle interrelazioni tra il conflitto sociale, le espansioni finanziarie e le transizioni egemoni.</span></span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><em><span style="font-weight:normal;">Nella sua discussione sull&#8217;accumulazione primitiva Marx scrive del debito nazionale, del sistema creditizio e della bancocrazia – in un certo senso, l&#8217;integrazione tra finanze e Stato si è verificata durante l&#8217;accumulazione primitiva – come di qualcosa di assolutamente cruciale per il modo in cui evolve il sistema capitalista. Ma l&#8217;analisi di Il Capitale non tratta del sistema creditizio fino al volume III, perché Marx non vuole occuparsi dell&#8217;interesse, per quanto il sistema creditizio sia fondamentale per la centralizzazione del capitale, per l&#8217;organizzazione del capitale fisso, ecc. Ciò pone la questione di come funziona realmente la lotta di classe intorno al nesso finanze-Stato, che svolge il ruolo vitale che stai dicendo. Sembra che esista un vuoto nell&#8217;analisi di Marx: da un lato, dice che la dinamica importante è quella esistente tra il capitale e il lavoro; dall&#8217;altro, il lavoro non sembra sia cruciale per i processi di cui stai parlando, trasferimento d&#8217;egemonia, salto di scale. E&#8217; comprensibile che fosse veramente difficile integrare nella narrazione de </span></em><span style="font-style:normal;"><span style="font-weight:normal;">Il lungo XX secolo</span></span><em><span style="font-weight:normal;"> il lavoro, perché in un certo senso il rapporto capitale-lavoro non è centrale per questo aspetto della dinamica capitalista. Sei d&#8217;accordo? </span></em></span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">Sì, sono d&#8217;accordo, ma con una precisazione: il fenomeno che ho menzionato dell&#8217;accelerazione della storia sociale. Le lotte operaie degli anni &#8217;60 e dell&#8217;inizio degli anni &#8217;70, per esempio, sono state un fattore essenziale nella finanziarizzazione della fine di quest&#8217;ultimo decennio e dell&#8217;inizio degli anni &#8217;80 e delle forme in cui si è evoluta. Il rapporto tra lotte dei lavoratori, gruppi subalterni e la finanziarizzazione cambia nel corso del tempo e recentemente ha mostrato caratteristiche che prima non aveva. Ma se si tenta di spiegare la ricorrenza delle espansioni finanziarie non ci si può concentrare troppo sul lavoro, perché allora si parlerà unicamente dell&#8217;ultimo ciclo, si farà l&#8217;errore di prendere il lavoro come la causa delle espansioni finanziarie, quando invece le precedenti decollarono senza l&#8217;intervento delle lotte dei lavoratori o dei gruppi subalterni.</span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><em>Tuttavia, sulla questione del lavoro potremmo risalire al tuo saggio del 1990 sul rimodellamento del movimento operaio mondiale, “Marxist Century, American Century”. Lì sostieni che l&#8217;analisi di Marx della classe operaia contenuta nel Manifesto è profondamente contraddittoria, poiché sottolinea simultaneamente il crescente potere collettivo del lavoro, nella misura in cui avanza lo sviluppo capitalista, e la sua crescente pauperizzazione come conseguenza dell&#8217;esistenza di un esercito industriale attivo e di un esercito industriale di riserva. Marx, segnali, pensava che entrambe le tendenze si sarebbero unite in una stessa massa umana, ma tu sostieni che all&#8217;inizio del XX secolo entrambe sono arrivate ad essere spazialmente polarizzate. In Scandinavia e nel mondo anglosassone ha prevalso la prima, in Russia e più ad est la seconda (Berstein comprese la prima, Lenin la seconda), e ciò portò alla scissione tra l&#8217;ala riformista e quella rivoluzionaria del movimento operaio. In Europa centrale – Germania, Austria, Italia -, d&#8217;altro lato, sostieni, esisteva un equilibrio più fluttuante tra la forza lavoro attiva e quella di riserva, e ciò condusse agli errori di Kautsky, incapace di scegliere tra riforma o rivoluzione, che contribuirono alla vittoria del fascismo. Alla fine del saggio, suggerisci che poteva prodursi una ricomposizione del movimento, con il ritorno della miseria in Occidente, data da una disoccupazione di massa, e con il ritornodi un potere collettivo ad Est, con il sorgere di Solidarnosc in Polonia &#8211; riunendo forse quello che lo spazio e la storia avevano diviso. Qual è la tua opinione su questa prospettiva oggi?</em></span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><span style="font-style:normal;"><span style="font-weight:normal;">Bene, la prima cosa da dire è che oltre a</span></span><em><span style="font-weight:normal;"> </span></em><span style="font-style:normal;"><span style="font-weight:normal;">questo scenario ottimista dal punto di vista della connessione delle condizioni della classe operaia analizzata globalmente si profilava una considerazione più pessimista nel saggio, che faceva riferimento a qualcosa che ho sempre considerato un serio difetto nel Manifesto di Marx ed Engels. C&#8217;è un salto logico che davvero non è sostenibile né intellettualmente né storicamente e che è l&#8217;idea che per il capitale ciò che oggi chiameremmo genere, etnia, nazionalità, non hanno importanza, che l&#8217;unica cosa che conta è la possibilità di sfruttamento e che, di conseguenza, verrà utilizzato il gruppo più sfruttabile presente nella classe operaia senza nessuna discriminazione di razza, genere, etnia. Ciò è sicuramente vero, ma non vuol dire che i diversi gruppi presenti nella classe operaia lo accetteranno. Infatti è proprio nel momento in cui la proletarizzazione si generalizza e i lavoratori sono soggetti a questa tendenza del capitale che utilizzano ogni differenza di status che possano identificare o costruire per ottenere un trattamento privilegiato da parte dei capitalisti. I lavoratori si mobiliteranno secondo linee di genere, nazionali, etniche o di qualsiasi altro tipo per ottenere un trattamento privilegiato dal capitale.</span></span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;">“<span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><span style="font-style:normal;"><span style="font-weight:normal;">Marxist Century, American Century” non è così ottimista come potrebbe sembrare, perché segnala questa tendenza interna alla classe lavoratrice ad accentuare le differenze di status per proteggersi dalla tendenza del capitale a trattare il lavoro come una massa indifferenziata che viene impiegata unicamente nella misura in cui gli permette di ottenere benefici. Così, l&#8217;articolo finisce con una nota ottimista – esiste una tendenza verso il livellamento</span></span><span style="font-style:normal;"><strong> –</strong></span><span style="font-style:normal;"><span style="font-weight:normal;"> ma nello stesso tempo c&#8217;è da aspettarsi che i lavoratori lottino per proteggere se stessi attraverso la formazione o il consolidamento di gruppi di status contro questa stessa tendenza.</span></span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><em>Questo significa che la differenziazione tra esercito industriale attivo ed esercito industriale di riserva tende anche a trovarsi diviso dallo status, razzializzato se preferisci?</em></span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">Dipende. Se osserviamo il processo globalmente – nel cui caso l&#8217;esercito industriale di riserva non è costituito unicamente dai disoccupati, ma anche da coloro non ufficialmente disoccupati e dagli esclusi – allora esiste una divisione di status tra i due. La nazionalità è stata utilizzata da segmenti della classe operaia appartenenti all&#8217;esercito industriale attivo per differenziarsi dall&#8217;esercito di riserva globale. Su scala nazionale, ciò è meno chiaro. Se pensiamo agli Stati Uniti o all&#8217;Europa, è molto meno evidente che esista realmente una differenza di status tra la forza lavoro attiva e quella di riserva, ma se includiamo gli immigrati che attualmente stanno arrivando da paesi che sono molto più poveri, abbiamo la prova che i sentimenti antiimmigrati, che sono una manifestazione di questa tendenza a creare distinzioni di status tra i lavoratori, sono cresciuti. Ne risulta un quadro molto complesso, in particolare se osserviamo i flussi migratori, transnazionali e dobbiamo fare attenzione al fatto che l&#8217;esercito industriale di riserva è fondamentalmente concentrato nel Sud globale e non nel Nord.</span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><em>Nel tuo articolo del 1991 “World Income Inequalities and the Future of Socialism” mostravi la straordinaria stabilità della gerarchia della ricchezza regionale durante il XX secolo, cioè il grado in cui la differenza tra il reddito pro capite tra il Nord/Occidente situato al centro dell&#8217;economia-mondo capitalista e il Sud/Est situato nella semiperiferia e la periferia è rimasto immutato, o in realtà si è intensificato, dopo mezzo secolo di politiche dello sviluppo. Il comunismo, notavi, non era riuscito a colmare questa differenza tra Russia, Europa orientale o Cina, anche se non aveva fatto peggio in questo senso del capitalismo in America Latina, in Asia sudorientale o in Africa, e in altri aspetti – una distribuzione più egualitaria del reddito nella società e una maggior indipendenza dello stato dal centro Nord/Occidentale &#8211; aveva fatto significativamente meglio. Due decenni dopo, la Cina ha rotto ovviamente la regola che tu descrivevi allora. In che misura ti ha sorpreso o no questo?</em></span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">Prima di tutto, non si deve esagerare sul grado in cui la Cina ha rotto la regola. Il livello di reddito pro capite in Cina era così basso – ed è ancora basso paragonato ai paesi ricchi – che i progressi importanti devono essere precisati. La Cina ha raddoppiato la sua posizione relativa rispetto al mondo ricco, ma tuttavia questo significa passare solo dal 2% della media del reddito pro capite dei paesi ricchi al 4%. E&#8217; vero che la Cina è stata decisiva nel ridurre le diseguaglianze del reddito mondiale <em>tra paesi</em>. Se prescindiamo dalla Cina, la posizione del Sud è peggiorata dagli anni &#8217;80; se la consideriamo, allora il Sud è migliorato un po&#8217;, quasi esclusivamente per il progresso di questo paese. Ma, naturalmente, si è verificato un enorme aumento della disuguaglianza all&#8217;interno della Cina, così da aver contribuito anch&#8217;essa alla crescita delle disuguaglianze <em>all&#8217;interno dei paesi </em>negli ultimi decenni. Prendendo questi due elementi insieme – disuguaglianza tra e all&#8217;interno dei paesi &#8211; statisticamente la Cina ha determinato una riduzione nella disuguaglianza globale complessiva. Non dovremmo esagerare questo dato, poiché il modello mondiale presenta un profilo con enormi differenze che si stanno un po&#8217; riducendo. Comunque, è importante perché cambia i rapporti di potere tra paesi. Se continua, può cambiare anche la distribuzione globale del reddito, che è ancora molto polarizzato, in una distribuzione più normale di tipo paretiano.</span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">Mi ha sorpreso? In un certo senso sì. E&#8217; per questo che ho cambiato il mio oggetto di interesse negli ultimi quindici anni per studiare l&#8217;Asia orientale, perché mi sono reso conto che, per quanto questa regione – eccetto il Giappone ovviamente – facesse parte del Sud, aveva alcune peculiarità che le permettevano un tipo di sviluppo che non si conciliava assolutamente con il modello di disuguaglianza stabile tra regioni. Allo stesso tempo nessuno ha affermato – e io da allora no – che la stabilità nella distribuzione globale del reddito significava anche immobilità di paesi o regioni particolari. Una struttura completamente stabile di disuguaglianze può persistere salendo in alcuni paesi e discendendo in altri ed è, in un certo senso quello che è successo. Durante gli anni &#8217;80 e &#8217;90, in particolare, lo sviluppo più importante è stato la divaricazione tra un&#8217;Asia orientale grandemente dinamica che si è mossa verso l&#8217;alto e un&#8217;Africa in stagnazione che ha seguito un&#8217;onda discendente, soprattutto l&#8217;Africa meridionale, “l&#8217;Africa delle riserve di lavoro” di nuovo. Questa divaricazione è la cosa che più mi interessa in questo momento: perché l&#8217;Africa meridionale e l&#8217;Asia orientale si sono mosse in direzioni così opposte? E&#8217; un fenomeno molto importante che dobbiamo cercare di capire, perché farlo modificherebbe anche la nostra comprensione sui fondamenti di uno sviluppo capitalista vincente e il grado su cui poggia o no sull&#8217;espropriazione: la completa proletarizzazione dei contadini come è successo in Africa meridionale o una proletarizzazione molto più parziale che ha avuto luogo in Asia orientale. Di conseguenza, la divergenza tra queste due regioni suscita una grande questione teorica, che sfida di nuovo l&#8217;identificazione di Brenner dello sviluppo capitalista con la totale proletarizzazione della forza lavoro.</span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><span style="font-style:normal;">Caos e governo del mondo </span><em>sosteneva nel 1999 che l&#8217;egemonia statunitense sarebbe declinata principalmente con l&#8217;ascesa dell&#8217;Asia orientale e soprattutto della Cina. Allo stesso tempo prospettava che quest&#8217;ultima sarebbe stata la regione in cui il lavoro nel futuro avrebbe posto la sfida più drastica al capitale su scala mondiale. In qualche occasione si è suggerito che esiste una tensione tra queste prospettive: l&#8217;ascesa della Cina come centro di potere rivale degli Stati Uniti e la crescita della rivolta delle classi lavoratrici cinesi. Come consideri la relazione tra entrambi i processi? </em><span style="font-style:normal;"> </span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">La relazione è molto stretta perché prima di tutto, contrariamente a quanto pensa molta gente, i contadini e i lavoratori cinesi hanno una tradizione millenaria di rivolte che non ha paragoni in nessuna altra parte. Infatti, molte delle transizioni dinastiche furono favorite da ribellioni, scioperi e manifestazioni non solo di lavoratori e contadini, ma anche di piccoli commercianti. Si tratta di una tradizione che è continuata senza interruzioni fino ad oggi. Quando Hu Jintao disse a Bush qualche anno fa: “Non si preoccupi per il tentativo della Cina di sfidare il predominio statunitense, abbiamo troppe preoccupazioni in casa”, stava segnalando una delle principali caratteristiche della storia cinese: come affrontare la combinazione di ribellioni interne condotte dalle classi subordinate e di invasioni esterne da parte dei cosiddetti barbari, provenienti dalle steppe, fino al XIX secolo, e poi, dalle Guerre dell&#8217;Oppio, dal mare. Queste sono sempre state pesanti preoccupazioni dei governi cinesi e hanno imposto stretti limiti al ruolo della Cina nelle relazioni internazionali. Lo Stato cinese imperiale della fine del XVIII e del XIX secolo era essenzialmente un tipo di welfare State premoderno. Queste caratteristiche si sono riprodotte nel corso della sua successiva evoluzione. Durante gli anni &#8217;90, Jiang Zemin ha permesso al genio capitalista di uscire dalla lampada. Gli attuali tentativi di farlo rientrare devono essere considerati nel contesto di questa tradizione molto più dilatata. Se le ribellioni delle classi subordinate cinesi si materializzeranno in una nuova forma di welfare State, allora ciò influirà sul modello delle relazioni internazionali per i prossimi venti o trent&#8217;anni. Ma il rapporto di forza tra le classi in Cina è ancora una questione aperta.</span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">C&#8217;è contraddizione tra l&#8217;essere un centro fondamentale di rivolta sociale ed anche una potenza in ascesa? Non necessariamente. Gli Stati Uniti negli anni &#8217;30 furono all&#8217;avanguardia delle lotte operaie e nello stesso tempo emersero come potenza egemone. Il fatto che queste lotte fossero vincenti nel mezzo della Grande Depressione fu un fattore significativo e il fatto che gli Stati Uniti fossero socialmente egemoni fu un fattore significativo anche per le classi lavoratrici. Questo fu certamente anche il caso in Italia dove l&#8217;esperienza statunitense diventò il modello per alcuni sindacati cattolici.</span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><em>Dichiarazioni recenti dalla Cina suggeriscono che esiste una grande preoccupazione sui livelli di disoccupazione che la recessione globale determinerà, e sono state disposte una serie di misure per affrontarla. Ma ciò implica anche la continuazione del modello di sviluppo con modalità che possono, in fin dei conti, sfidare il resto del capitalismo globale? </em></span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">La questione è se i mezzi che i dirigenti cinesi adotteranno in risposta alle lotte dei gruppi subordinati potranno funzionare in altri luoghi in cui non esistono le stesse condizioni. La questione se la Cina possa diventare un modello per altri Stati – in particolare per altri grandi Stati del Sud, come l&#8217;India &#8211; dipende da innumerevoli specificità storiche e geografiche che possono non essere riproducibili da altre parti. I cinesi lo sanno bene e non si pongono come un modello da imitare. Certo, quello che succederà in Cina sarà cruciale per le sue relazioni con il resto del mondo, ma non nei termini di un modello prestabilito che gli altri dovrebbero seguire. Esiste, comunque, una compenetrazione delle lotte in Cina – delle lotte operaie e contadine contro lo sfruttamento, ma anche delle lotte per i problemi ambientali e la distruzione ecologica – che non si trova con questa estensione in nessun altro luogo. Queste lotte stanno crescendo in questo momento e sarà importante vedere come i leader cinesi risponderanno. Credo che il passaggio di leadership da Hu Jintao a Wen Jaiabao ha a che vedere con il nervosismo, per dirlo eufemisticamente, legato all&#8217;abbandono di una lunga tradizione di politiche di welfare. Dovremo seguire l&#8217;evoluzione della situazione e osservare i suoi possibili risultati.</span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><em>Torniamo alla questione delle crisi capitaliste. Il tuo saggio del 1972 “Verso una teoria delle crisi capitaliste” stabilisce un paragone tra il lungo declino dal 1873-1896 e la previsione, che si è dimostrata esatta, di un&#8217;altra crisi che storicamente è cominciata nel 1973. Sei tornato su questo parallelismo diverse volte da allora, segnalando le somiglianze, ma anche le importanti differenze tra entrambe, in ogni caso hai scritto meno sulla crisi del 1929 e sulla sua evoluzione. Continui a pensare che la Grande Depressione ha una minore rilevanza? </em></span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">No, non minore rilevanza, perché di fatto è la crisi più seria che ha vissuto il capitalismo storico e sicuramente ha costituito un punto di svolta. Ma ha anche educato le potenze realmente importanti su quello che dovevano fare per non ripetere questa esperienza. Esiste una varietà di strumenti conosciuti e meno conosciuti per impedire che si produca di nuovo questo crollo. Anche adesso, nonostante il collasso delle borse continui ad essere paragonato a quello degli anni &#8217;30, credo, e posso sbagliarmi, che sia le autorità monetarie che i governi degli Stati che veramente contano faranno tutto quello che è in loro potere per evitare che il collasso dei mercati finanziari abbia effetti sociali simili a quelli degli anni &#8217;30. Non possono permetterselo politicamente e quindi andranno avanti facendo tutto quello che devono fare. Anche Bush – e prima di lui Reagan – nonostante tutta la sua ideologia del libero mercato, è ricorso a un tipo estremo di finanziamento della spesa di matrice keynesiana. La sua ideologia è una cosa, ciò che realmente fa è un&#8217;altra, perché sta rispondendo a situazioni politiche che non possono tollerare di deteriorarsi troppo. Gli aspetti finanziari possono essere simili a quelli degli anni &#8217;30, ma esiste una maggiore coscienza e alcune restrizioni più severe sulle autorità politiche che non permetteranno che questi processi colpiscano la cosiddetta economia reale come negli anni &#8217;30. Non sto dicendo che la Grande Depressione sia meno rilevante, ma non sono convinto che si ripeterà nel prossimo futuro. La situazione dell&#8217;economia mondiale è radicalmente diversa. Negli anni &#8217;30 era enormemente segmentata e questo può essere stato il fattore che ha prodotto le condizioni per una catena di crolli. Adesso è molto più integrata.</span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><em>In “Verso una teoria delle crisi capitaliste” descrivi un profondo conflitto strutturale nel capitalismo, in cui differenzi tra crisi causate da un tasso troppo alto di sfruttamento che porta a crisi di realizzazione per una domanda effettiva insufficiente, e quelle dovute a un tasso troppo basso di sfruttamento che riduce la domanda di mezzi di produzione. Attualmente sostieni ancora questa distinzione generale e se è così diresti che siamo immersi in una crisi di realizzazione, mascherata da un indebitamento personale e da una finanziarizzazione crescenti dovute alla stretta salariale caratteristica del capitalismo degli ultimi trent&#8217;anni? </em> </span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">Sì. Credo che negli ultimi trent&#8217;anni ci sia stato un cambiamento nella natura della crisi. Fino all&#8217;inizio degli anni &#8217;80, la crisi è stata una tipica crisi di caduta del saggio di profitto determinato dall&#8217;intensificazione della concorrenza tra le agenzie capitaliste e in quelle circostanze i lavoratori erano molto meglio attrezzati per difendersi rispetto alle depressioni precedenti, sia alla fine del XIX secolo sia degli anni &#8217;30. Questa è stata la situazione negli anni &#8217;70. La controrivoluzione monetaria di Reagan-Thatcher si è realmente orientata a sconfiggere questo potere, questa capacità delle classi lavoratrici di proteggersi, e per quanto questo non sia stato il suo unico obiettivo, ne è stato uno dei principali. Credo che tu stia citando qualche collaboratore della Thatcher che dice che quello che facevano&#8230;</span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><em>&#8230;era creare un esercito industriale di riserva, esattamente&#8230;</em></span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">&#8230;quello che Marx dice che dovevano fare! Ciò ha cambiato la natura della crisi. Negli anni &#8217;80 e &#8217;90 e adesso negli anni 2000, ci troviamo di fronte in realtà a una crisi di sovrapproduzione, con tutte le sue tipiche caratteristiche. Il reddito è stato ridistribuito a favore dei gruppi e delle classi che dispongono di grande liquidità e predisposizioni speculative, e quindi non si reintegra nella circolazione in forma di domanda effettiva, ma si indirizza verso la speculazione, creando bolle che scoppiano regolarmente. Di conseguenza, sì, la crisi si è trasformata da una caratterizzata dalla caduta del saggio di profitto, dovuta all&#8217;intensificazione della concorrenza tra capitali, in una di sovrapproduzione determinata dalla scarsità sistemica di domanda effettiva creata dalle tendenze dello sviluppo capitalista. </span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><em>Una recente relazione del National Intelligence Council prevedeva la fine del dominio globale degli Stati Uniti nel 2025 e l&#8217;emergere di un mondo più frammentato, più multipolare e potenzialmente più conflittuale. Pensi che il capitalismo come sistema-mondo richieda, come possibile condizione, un&#8217;unica potenza egemone? L&#8217;assenza di una di queste è necessariamente equivalente a un caos sistemico instabile, è impossibile un equilibrio di potere tra grandi Stati approssimativamente paragonabili?</em> </span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">No, non direi che è impossibile. In gran parte dipende se la potenza egemone in quel momento accetta l&#8217;accordo o no. Il caos degli ultimi sei o sette anni è dovuto alla risposta dell&#8217;Amministrazione Bush all&#8217;11 settembre, che è stato per alcuni aspetti un caso di suicidio di una grande potenza. Quello che le potenze declinanti fanno è molto importante, perché hanno la capacità di creare caos. L&#8217;insieme del “Project for a New American Century” era il rifiuto di accettare questo declino, ed è stato una catastrofe. C&#8217;è stata una debacle militare in Iraq e  un corrispondente deterioramento finanziario della posizione statunitense nell&#8217;economia mondiale, che ha trasformato gli Stati Uniti da una nazione creditrice alla maggiore nazione debitrice della storia mondiale. Come sconfitta, quella irachena è peggiore di quella in Vietnam, perché in Indocina c&#8217;era una lunga tradizione di guerra di guerriglia. I vietnamiti avevano un leader del calibro di Ho Chi Min, avevano sconfitto già i francesi. La tragedia degli americani in Iraq è che, anche nelle migliori circostanze possibili, gli sta costando molto vincere la guerra e adesso stanno tentando di abbandonarla salvando in qualche modo la faccia. La loro resistenza a un accordo ha portato, primo, a un&#8217;accelerazione del loro declino e, secondo, a un&#8217;incredibile sofferenza e caos in Iraq. L&#8217;Iraq è un disastro. La quantità della popolazione sfollata è molto maggiore che in Darfur.</span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">Non è chiaro cosa vuol realmente fare Obama. Se pensa di poter contrastare il declino, avrà delle spiacevoli sorprese. Quello che può fare è gestirlo in modo intelligente, in altre parole, cambiare la solita politica di “Noi non accomodanti. Noi vogliamo un altro secolo” con una politica di gestione di fatto del declino, ideando politiche che si accordino al cambiamento avvenuto nei rapporti di potere. Non so se Obama farà questo, perché è molto ambiguo, veramente non lo so. Ma il cambiamento da Bush a Obama apre la possibilità di gestire il declino degli Stati Uniti in un modo non catastrofico. Bush ha avuto l&#8217;effetto opposto: la credibilità dell&#8217;esercito statunitense è ancora più diminuita, la posizione finanziaria è ancora più disastrosa. Il compito che aspetta Obama, credo, è gestire il declino intelligentemente; questo è ciò che può fare, anche se la sua idea di aumentare le truppe in Afghanistan è a dir poco preoccupante.</span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><em>Nel corso degli anni, per quanto tu abbia sempre basato il tuo lavoro sul concetto di Marx dell&#8217;accumulazione del capitale, non hai mai esitato nell&#8217;esprimere critiche importanti al suo pensiero: tra le altre la sua sottovalutazione delle lotte di potere tra gli Stati, la sua indifferenza rispetto allo spazio, le contraddizioni nella sua analisi della classe operaia. Per molto tempo ti ha affascinato Adam Smith, che ha un ruolo centrale nel tuo ultimo lavoro </em><span style="font-style:normal;">Adam Smith a Pechino</span><em> [ed. it.: Feltrinelli, 2008]. Quali sarebbero le riserve che gli avanzeresti?</em></span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">Le riserve su Smith sono le stesse che Marx aveva su di lui. Marx prese molte cose da Smith: la tendenza del saggio di profitto a cadere sotto l&#8217;impatto della concorrenza intercapitalista, per esempio, è un&#8217;idea di Smith. <em>Il Capitale </em>è una critica dell&#8217;economia politica: Marx criticava Smith per non aver tenuto conto di quello che succedeva nei luoghi occulti della produzione, per dirlo con le sue parole: la concorrenza intercapitalista poteva spingere alla caduta del saggio di profitto, ma era contrarrestata dalla tendenza e dalla capacità dei capitalisti di alterare a loro favore i rapporti di forza con la classe lavoratrice. Da questo punto di vista, la critica di Marx dell&#8217;economia politica di Smith costituiva un apporto cruciale. Comunque, dobbiamo anche attenerci all&#8217;evidenza storica, perché quella di Marx era una costruzione teorica dotata di premesse che possono non corrispondere alla realtà storica di periodi o luoghi particolari. Non possiamo inferire realtà empiriche da costruzioni teoriche. La validità della sua critica a Smith deve essere valutata in funzione dei fatti storici; questo si applica a Smith come a Marx o a qualsiasi altro.</span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><em>Una delle conclusioni di Marx in </em><span style="font-style:normal;">Il Capitale</span><em>, precisamente nel volume I, è che l&#8217;adozione di un sistema di libero mercato smithiano provocherà l&#8217;incremento della disuguaglianza di classe. In che misura l&#8217;introduzione di un regime smithiano a Pechino, porta con sé il rischio di maggiori disuguaglianze in Cina?</em></span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">Il mio ragionamento nel capitolo teorico su Smith, in <em>Adam Smith a Pechino</em>, è che non esiste nozione alcuna nel suo lavoro di mercati autoregolati, come succede nel credo neoliberale. La mano invisibile è quella dello Stato, che deve governare in modo decentralizzato con un minimo di interferenza burocratica. Sostanzialmente, l&#8217;azione del governo in Smith è filo-lavoro, non filo-capitale. Smith è molto esplicito quando afferma che non è favorevole alla competizione tra lavoratori per ridurre i salari, piuttosto lo facciano i capitalisti per ridurre i loro profitti a una ricompensa minima accettabile per i loro rischi. Le concezioni attuali affermano il contrario di quello che dice lui. Non è chiaro, comunque, verso dove si dirige la Cina oggi. Nell&#8217;era di Jiang Zemin, durante gli anni &#8217;90, s&#8217;incamminava certamente nello spingere alla concorrenza tra lavoratori a favore del capitale e del profitto; non c&#8217;è il minimo dubbio. Adesso si è verificata un&#8217;inversione, che come ho detto tiene conto non solo della tradizione della Rivoluzione e del periodo maoista, ma anche di quella delle politiche di welfare della tarda Cina imperiale durante la dinastia Qing alla fine del XVIII secolo e all&#8217;inizio del XIX. Non scommetto su un risultato particolare in Cina, ma dobbiamo stare attenti nell&#8217;analizzare dove sta andando.</span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><em>In </em><span style="font-style:normal;">Adam Smith a Pechino</span><em> utilizzi anche il lavoro di Sugihara Kaoru, che contrappone una “rivoluzione industriosa” basata sul lavoro intensivo e la cura rispettosa della natura che agli inizi del periodo moderno si verifica in Asia orientale, e una “rivoluzione industriale” basata sulla meccanizzazione e la spoliazione delle risorse naturali, e esprimi la speranza che si possa produrre una convergenza delle due a beneficio dell&#8217;umanità nel futuro. Come giudicheresti l&#8217;equilibrio tra entrambe nell&#8217;attuale Asia orientale? </em></span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">Molto precario. Non sono così ottimista come Sugihara che pensa, forse, che la tradizione dell&#8217;Asia orientale di “rivoluzione industriosa” sia tanto profondamente radicata che può se non arrivare ad essere nuovamente dominante, almeno giocare un ruolo importante in qualsiasi formazione ibrida emergente. Questi concetti sono più importanti per seguire ciò che sta succedendo che per affermare che l&#8217;Asia orientale va su questa strada o gli Stati Uniti su un&#8217;altra. Esistono prove che le autorità asiatiche sono preoccupate per l&#8217;ambiente e per lo scontento sociale, ma poi fanno cose che sono assolutamente stupide. L&#8217;idea di copiare gli Stati Uniti, da questo punto di vista, già è stata assurda in Europa ed è ovviamente ancora più assurda in Cina. Ho sempre detto ai cinesi che durante il decennio dal &#8217;90 al 2000 hanno guardato alla città sbagliata. Se volevano pensare a essere ricchi senza essere ecologicamente distruttivi dovevano guardare ad Amsterdam piuttosto che a Los Angeles. Ad Amsterdam tutti si muovono in bicicletta; ci sono migliaia di biciclette custodite in stazione durante la notte, perché la gente arriva in treno, prende la sua bicicletta la mattina e la lascia poi di nuovo la sera. Sebbene non ci fossero auto in Cina la prima volta che arrivai lì nel 1970 – soltanto pochi autobus in un mare di biciclette -, adesso, sempre di più, le biciclette sono state espulse. Da questo punto di vista ci troviamo in un panorama chiaroscuro, molto preoccupante e contraddittorio. L&#8217;ideologia della modernizzazione è screditata dappertutto, ma finora non si è ancora esaurita in Cina.</span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><em>Ma per ciò che implica </em>Adam Smith a Pechino<em> sembra che potremmo aver bisogno di qualcosa di questa rivoluzione industriosa in Occidente, e quindi questa è una categoria che non è specificamente cinese, ma che può essere in realtà molto più ampia. </em> </span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">Sì, ma il punto fondamentale di Sugihara è che il tipico sviluppo della rivoluzione industriale, la sostituzione del lavoro con macchine e energia, non solo ha limiti ecologici, come sappiamo, ma ha anche limiti economici. Di fatto i marxisti spesso dimenticano che l&#8217;idea di Marx della crescente composizione organica del capitale, che spinge alla caduta del saggio di profitto, ha a che vedere fondamentalmente con il fatto che l&#8217;uso di più macchine ed energia intensifica la concorrenza tra i capitalisti in modo tale da renderla meno profittevole, oltre ad essere ecologicamente distruttiva. Il punto di Sugihara è che la separazione di direzione e gestione imprenditoriale, da un lato, e lavoro, dall&#8217;altro, il crescente dominio dei direttivi e manager sul lavoro e il fatto che quest&#8217;ultimo si trovi privato delle sue competenze, incluse quelle dell&#8217;autogestione, che è tipico della rivoluzione industriale, ha dei limiti. Nella rivoluzione industriosa si ha una mobilitazione di tutte le risorse delle famiglie che sviluppa, o almeno preserva, competenze di gestione e direzione tra i lavoratori. Alla fine, i vantaggi di queste competenze di autogestione sono più importanti dei vantaggi derivati dalla separazione di concezione ed esecuzione che è stata tipica della rivoluzione industriale. Credo che abbia ragione, nel senso che è realmente cruciale per comprendere l&#8217;attuale ascesa della Cina; che nell&#8217;aver preservato queste competenze di autogestione attraverso l&#8217;imposizione di serie limitazioni ai processi di proletarizzazione in un senso sostanziale, la Cina può ora avere un&#8217;organizzazione del lavoro che si appoggia sulle competenze di autogestione del lavoro più che in altri luoghi. Questa probabilmente è una delle fonti principali di vantaggio competitivo della Cina nelle nuove circostanze.</span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><em>Cosa che ci riporta alla politica del Gruppo Gramsci per quanto riguarda il processo di lavoro e di </em>autonomia.</span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">Sì e no. Si tratta di due forme diverse di autonomia. Adesso stiamo parlando di autonomia di gestione e direzione, mentre allora ci si riferiva all&#8217;autonomia nella lotta, nell&#8217;antagonismo dei lavoratori di fronte al capitale. Là, l&#8217;idea di autonomia era: come formuliamo il nostro programma per poter unire i lavoratori nella lotta contro il capitale, invece di dividerli creando così le condizioni perché il capitale possa ristabilire la sua autorità su di loro sul posto di lavoro? La situazione attuale è ambigua. Molti osservano le competenze di autogestione cinese e le considerano come un modo di subordinare il lavoro al capitale, in altre parole, il capitale risparmia in costi di gestione e direzione. Dobbiamo considerare queste competenze di autogestione nel loro contesto: dove, quando e con quale scopo. Non è tanto facile classificarle in un modo o nell&#8217;altro.</span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><em>Finivi “World Income Inequalities” nel 1991 argomentando che dopo il crollo dell&#8217;URSS, l&#8217;approfondimento e la moltiplicazione dei conflitti sulle scarse risorse nel Sud – la guerra Iraq-Iran o la Guerra del Golfo si possono considerare emblematiche – obbligavano l&#8217;Occidente a creare strutture embrionarie di governo mondiale per regolarli: il G7 come comitato esecutivo della borghesia globale, l&#8217;FMI e la Banca Mondiale come suo Ministero dell&#8217;Economia, il Consiglio di Sicurezza come suo Ministero della Difesa. Queste strutture, suggerivi, potrebbero cadere in mano alle forze non conservatrici nel giro di quindici anni. In </em><span style="font-style:normal;">Adam Smith a Pechino</span><em> parli invece di una società di mercato mondiale come un futuro potenzialmente di speranza in cui nessuna potenza è più una potenza egemone. Qual è il rapporto tra questi concetti e qual è la tua opinione su entrambi?</em></span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">In primo luogo, in realtà non ho detto che le strutture del governo mondiale sarebbero emerse come conseguenza dei conflitti nel Sud. La maggior parte di queste strutture erano organizzazioni di Bretton Woods, stabilite dagli Stati Uniti dopo la Seconda Guerra Mondiale come meccanismi necessari per evitare i problemi provocati dai mercati autoregolati nell&#8217;economia globale e come strumenti di governance. Dall&#8217;inizio del periodo postbellico sono esistite strutture embrionarie di governo mondiale. Negli anni &#8217;90 ci sono state crescenti turbolenze e instabilità, di cui questi conflitti nel Sud erano un aspetto, e perciò queste istituzioni sono state riattivate per gestire l&#8217;economia mondiale in un modo diverso dal precedente. Le forze non conservatrici potrebbero appropriarsene? Il mio atteggiamento verso queste istituzioni è sempre stato ambivalente, perché per molti aspetti riflettevano l&#8217;equilibrio di potere tra gli Stati del Nord e del Sud: all&#8217;interno del Nord, tra il Nord e il Sud, ecc. Non c&#8217;era niente in teoria che escludesse la possibilità che queste istituzioni potessero realmente lavorare per regolare l&#8217;economia mondiale, per poter promuovere una ridistribuzione più equa dei redditi su scala globale. In ogni caso, quello che è successo è esattamente il contrario. Durante gli anni &#8217;80, l&#8217;FMI e la Banca Mondiale sono diventati degli strumenti della controrivoluzione neoliberale e hanno promosso, quindi, una ridistribuzione più ineguale dei redditi. Ma anche allora, come ho detto, quello che è successo alla fine non è stato tanto una ridistribuzione più ineguale tra Nord e Sud, ma una grande divaricazione all&#8217;interno dello stesso Sud, con l&#8217;Asia orientale che si comportava molto bene e l&#8217;Africa meridionale che si comportava molto male, mentre altre regioni si collocavano tra questi estremi.</span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><span style="font-style:normal;">Come si rapporta ciò con il concetto di società di mercato mondiale che discuto in </span><em>Adam Smith a Pechino</em><span style="font-style:normal;">? Adesso è ovvio che uno Stato mondiale, anche nella sua forma più embrionaria, di tipo confederale, sarebbe molto difficile da realizzare. Non rappresenta una possibilità seria in un futuro immediato. E&#8217; in gestazione una società di mercato mondiale nel senso che i paesi si relazionano tra loro attraverso meccanismi di mercato che assolutamente non si autoregolano, ma che vengono regolati, cosa che era sicuramente vera per il sistema sviluppato dagli Stati Uniti, che costituiva un processo altamente regolato attraverso il quale l&#8217;eliminazione delle tariffe, delle quote e delle restrizioni sulla mobilità del lavoro erano sempre negoziate dagli Stati, fondamentalmente dagli Stati Uniti e dall&#8217;Europa, e poi tra loro e gli altri Stati. La domanda ora è che regolazione si introdurrà per impedire un crollo del mercato simile a quello avvenuto negli anni &#8217;30. Inoltre, la relazione tra i due concetti è che l&#8217;organizzazione dell&#8217;economia mondiale si baserà fondamentalmente sul mercato, ma con una importante partecipazione degli Stati nella regolazione di questa economia.</span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><em>In </em><span style="font-style:normal;">Il lungo XX secolo</span><em> ipotizzavi tre possibili risultati del caos sistemico verso il quale si stava incamminando l&#8217;onda lunga di finanziarizzazione cominciata all&#8217;inizio degli anni &#8217;70: un impero mondiale controllato dagli Stati Uniti, una società di mercato mondiale in cui nessuno Stato avrebbe dominato gli altri o una nuova guerra mondiale che avrebbe distrutto l&#8217;umanità. Nei tre casi, il capitalismo, così come si era sviluppato storicamente, sarebbe scomparso. In </em><span style="font-style:normal;">Adam Smith a Pechino</span><em> concludi che, visto i fallimenti dell&#8217;Amministrazione Bush, il primo caso adesso può essere escluso,  e rimangono solo gli altri due. Ma non esiste, almeno logicamente e in sintonia con il tuo quadro analitico, la possibilità che la Cina emerga in un determinato momento come nuova potenza egemone che sostituirà gli Stati Uniti senza per questo alterare le strutture del capitalismo e del territorialismo così come lo hai descritto? Escludi questa possibilità?</em></span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><span style="font-style:normal;">Non escludo questa possibilità, ma cominciamo con il ricordare esattamente quello che ho detto. Il primo dei tre scenari che contemplavo in </span><em>Il lungo XX secolo</em><span style="font-style:normal;"> era un impero mondiale controllato non dagli Stati Uniti, ma dagli Stati Uniti insieme gli alleati europei. Non ho mai pensato che gli Stati Uniti fossero tanto temerari da tentare di perseguire da soli l&#8217;idea di un Nuovo Secolo Americano, dato che era un progetto troppo folle e che, naturalmente, si sarebbe ritorto contro di loro, immediatamente. Di fatto, esiste una forte corrente all&#8217;interno dell&#8217;</span><em>establishment</em><span style="font-style:normal;"> della politica estera statunitense desiderosa di ristabilire buone relazioni con l&#8217;Europa, che hanno conosciuto tensioni con l&#8217;unilateralismo dell&#8217;Amministrazione Bush. Questa è ancora una</span><span style="font-style:normal;"><strong> </strong></span><span style="font-style:normal;">possibilità, anche se meno probabile che in passato. Il secondo punto è che la società di mercato mondiale e il maggior peso della Cina nell&#8217;economia globale non sono mutualmente escludenti. Se osserviamo il modo in cui la Cina si è comportata con i suoi vicini storicamente, si è sempre avuto un rapporto basato più sul commercio e sugli scambi economici che sul potere militare; ed è ancora così. La gente spesso mal interpreta questo punto: pensa che sto descrivendo i cinesi come se fossero più teneri che l&#8217;Occidente, ma non ha niente a che vedere con questo, ma con i problemi di governance di un paese come la Cina, di cui abbiamo parlato prima. La Cina ha una tradizione di ribellioni che nessun altro territorio di grandezza e densità di popolazione simili ha mai affrontato. I suoi governanti sono anche molto coscienti della possibilità di nuovi invasori che vengono dal mare, cioè gli Stati Uniti. Come segnalo nel X capitolo di </span><em>Adam Smith a Pechino</em><span style="font-style:normal;"> esistono vari piani statunitensi su come trattare la Cina, nessuno dei quali è particolarmente tranquillizzante per Pechino. Oltre al piano Kissinger, che punta sulla cooptazione, gli altri contemplano una nuova Guerra Fredda contro la Cina o il coinvolgimento della Cina in guerre con i suoi vicini, mentre gli Stati Uniti svolgerebbero il ruolo del “terzo incomodo”. Se la Cina emerge, come penso che farà, come un nuovo centro dell&#8217;economia globale, il suo ruolo sarà radicalmente diverso da quello delle precedenti potenze egemoni. Non solo a causa dei contrasti culturali, radicati come sono in differenze storico-geografiche, ma precisamente perché la storia e la geografia diverse della regione asiatico-orientale non smetteranno di avere effetti sulle nuove strutture dell&#8217;economia globale. Se la Cina sarà una potenza egemone, lo sarà in modo molto diverso dagli altri. Prima di tutto, il potere militare sarà molto meno importante del potere culturale ed economico, soprattutto di quest&#8217;ultimo. La Cina dovrà giocare la carta economica molto più di quanto abbiano fatto gli Stati Uniti, gli inglesi o gli olandesi.</span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><em>Prevedi una maggiore unità in Asia orientale? Si parla, per esempio, della possibilità di una specie di FMI asiatico, dell&#8217;unificazione della moneta, ecc. Vedi la Cina come il centro di una potenza egemone asiatico-orientale piuttosto che come un attore solitario? E se è così, come si concilia ciò con il crescente nazionalismo della Corea del Sud, del Giappone e della Cina?</em></span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">Quello che è più interessante dell&#8217;Asia orientale è come, in fin dei conti, l&#8217;economia determini le predisposizioni e le politiche reciproche tra gli Stati, nonostante i loro nazionalismi che sono molto ben radicati, ma anche vincolati a un fatto storico spesso dimenticato dall&#8217;Occidente: la Corea, la Cina, il Giappone, la Thailandia, la Cambogia erano tutti Stati nazionali molto prima che esistesse un solo Stato-nazione in Europa, e hanno tutti storie di reazioni nazionaliste di fronte agli altri in un quadro che è preminentemente economico. Occasionalmente ci sono state guerre e l&#8217;atteggiamento dei vietnamiti rispetto alla Cina o dei coreani rispetto al Giappone è profondamente legato alla memoria di queste guerre. Nello stesso tempo, l&#8217;economia sembra predominare. E&#8217; sorprendente che il risorgimento nazionalista in Giappone, durante il mandato di Kozumi, sia stato immediatamente messo da parte quando è diventato evidente che le imprese giapponesi erano interessate a fare affari con la Cina. Anche in quest&#8217;ultima si è verificata un&#8217;enorme ondata di manifestazioni antigiapponesi, ma poi si è fermata. Il quadro generale in Asia orientale indica che esistono profondi sentimenti nazionalisti, ma che allo stesso tempo tendono a essere dominati dagli interessi economici.</span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><em>La crisi attuale del sistema finanziario mondiale sembra la conferma più spettacolare delle previsioni teoriche che sostieni da molto tempo e molto più di quanto chiunque potesse immaginare. Ci sono comunque aspetti di questa crisi che ti hanno sorpreso?</em></span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">La mia previsione era molto semplice. La tendenza ricorrente verso la finanziarizzazione era, come ha segnalato Braudel, un segno del declino di un&#8217;espansione materiale particolare che era centrata su un determinato Stato. In<em> Il lungo XX secolo</em> ho definito l&#8217;inizio della finanziarizzazione il segnale della crisi di un regime di accumulazione e ho segnalato che nel corso del tempo – abitualmente dopo mezzo secolo – si produce la crisi terminale. Per le precedenti potenze egemoni, era possibile identificare sia il segnale della crisi che la crisi terminale. Per gli Stati Uniti ho azzardato l&#8217;ipotesi che gli anni &#8217;70 rappresentassero il segnale della crisi; la crisi terminale non era ancora arrivata, ma sarebbe arrivata. Come? L&#8217;ipotesi di base è che tutte queste espansioni finanziarie erano fondamentalmente insostenibili, perché stavano canalizzando verso la speculazione più capitale di quanto potesse essere gestito o in altre parole esisteva la tendenza che queste espansioni finanziarie sviluppassero bolle di diverso tipo. Ho previsto che questa espansione finanziaria avrebbe condotto alla fine a una crisi terminale, perché le bolle sono tanto insostenibili oggi come nel passato, ma non ho previsto i dettagli delle bolle: la bolla dei titoli tecnologici o la bolla immobiliare.</span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">Inoltre, sono stato ambiguo sul momento in cui ci trovavamo all&#8217;inizio degli anni &#8217;90, quando ho scritto <em>Il lungo XX secolo</em>. Pensavo che in qualche modo la <em>belle époque</em> degli Stati Uniti fosse già finita, quando in realtà stava appena iniziando. Reagan la preparò provocando una recessione importante, che creò in seguito le condizioni per la successiva espansione finanziaria, ma fu Clinton che realmente presidiò la <em>belle époque</em> terminata con il collasso degli anni 2000, specialmente del Nasdaq. Con l&#8217;esplosione della bolla immobiliare, quello che stiamo osservando ora è, con tutta evidenza, la crisi terminale della centralità finanziaria e dell&#8217;egemonia statunitense.</span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><em>Quello che distingue il tuo lavoro da quello di quasi tutti gli altri analisti è la tua valutazione della flessibilità, dell&#8217;adattabilità e della fluidità dello sviluppo capitalista, nel quadro del sistema interstatale. In ogni caso, sulla </em>longue durée<em>, come succede nella cornice di 500, 150 e 50 anni che adotti per l&#8217;esame collettivo della posizione dell&#8217;Asia orientale nel sistema interstatale, emergono modelli di comportamento sorprendentemente chiari, nella loro determinazione e semplicità. Come caratterizzeresti le relazioni tra contingenza e necessità nel tuo pensiero? </em> </span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">Qui ci sono due questioni diverse: una riguarda la valutazione della flessibilità dello sviluppo capitalista e l&#8217;altra riguarda il ripetersi di modelli di comportamento, e l&#8217;estensione con cui questi sono determinati dalla contingenza o dalla necessità. Sulla prima, l&#8217;adattabilità del capitalismo: è parzialmente legato alla mia esperienza d&#8217;impresa quando ero giovane. Inizialmente tentai di gestire l&#8217;impresa di mio padre, che era relativamente piccola; poi scrissi una tesi sull&#8217;impresa di mio nonno, che era di dimensioni maggiori di quella di mio padre. In seguito ebbi contrasti con mio nonno e me ne andai all&#8217;Unilever, che per numero di dipendenti era all&#8217;epoca la seconda multinazionale. Ebbi, poi, la fortuna – dal punto di vista dell&#8217;analisi dell&#8217;impresa capitalista – di entrare in imprese sempre più grandi e questo mi ha aiutato a capire che non puoi parlare di imprese capitaliste in generale, perché le differenze tra l&#8217;impresa di mio padre, quella di mio nonno e l&#8217;Unilever erano incredibili. Per esempio, mio padre investiva tutto il suo tempo a visitare i suoi clienti nei distretti tessili e a studiare i problemi tecnici dei loro macchinari, per poi tornare in fabbrica e discutere i problemi con l&#8217;ingegnere e adattare i macchinari secondo le necessità dei suoi clienti. Quando tentai di gestire questa attività mi sentii completamente perso; tutto si basava sulle competenze e le conoscenze che facevano parte della pratica e dell&#8217;esperienza di mio padre. Potevo andare a visitare i clienti, ma non potevo risolvere i loro problemi, veramente non riuscivo neppure a capirli. Non c&#8217;era soluzione. Di fatto, durante la mia giovinezza, quando dicevo a mio padre: “se arrivano i comunisti avrai problemi”, lui rispondeva, “no, non avrò problemi, continuerò a fare quello che faccio, hanno bisogno di gente che faccia il mio lavoro”.</span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">Quando chiusi la fabbrica di mio padre ed entrai in quella di mio nonno, trovai un&#8217;organizzazione che era più fordista. Non si studiavano i problemi dei clienti, ma si producevano macchinari standardizzati, che piacesse o no ai clienti. I suoi ingegneri disegnavano macchinari in base a quello di cui pensavano avesse bisogno il mercato e dicevano ai clienti: questo è quello che abbiamo. Si trattava di una produzione in massa in embrione, con catene di montaggio in embrione. Quando arrivai all&#8217;Unilever, presi contatto appena con l&#8217;ambito della produzione. Esistevano molte fabbriche diverse: una faceva margarina, un&#8217;altra sapone, un&#8217;altra profumi. C&#8217;erano dozzine di prodotti diversi, ma la sede principale d&#8217;attività non era né l&#8217;organizzazione del marketing né il luogo di produzione, ma il dipartimento finanziario e il dipartimento pubblicitario. Questo mi ha insegnato che era molto difficile identificare una forma specifica come “tipicamente” capitalista. In seguito, studiando Braudel, ho osservato che questa idea della natura altamente adattabile del capitalismo era qualcosa che potevamo osservare storicamente.</span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">Uno dei maggiori problemi della sinistra, ma anche della destra, è pensare che c&#8217;è unicamente un tipo di capitalismo che si riproduce storicamente, mentre il capitalismo ha trasformato se stesso in modo sostanziale – soprattutto su scala globale &#8211; in modi inaspettati. Per vari secoli il capitalismo è stato dipendente dalla schiavitù e sembrava talmente intrecciato con questa da tutti i punti di vista che era difficile pensare che avrebbe potuto sopravvivere senza; ma la schiavitù è stata abolita e il capitalismo non solo è sopravvissuto ma ha prosperato più che mai, sviluppandosi poi con il colonialismo e l&#8217;imperialismo. In quel momento sembrava che il colonialismo e l&#8217;imperialismo fossero essenziali per il suo funzionamento, ma ancora una volta, dopo la Seconda Guerra Mondiale, il capitalismo si è staccato da entrambi ed è sopravvissuto e ha prosperato. Da un punto di vista storico-mondiale, il capitalismo ha sempre trasformato se stesso ed è una delle sue principali caratteristiche; sarebbe veramente miope tentare di definire il capitalismo senza tenere in considerazione queste trasformazioni cruciali. Ciò che rimane costante nel corso di queste trasformazioni e che definisce la sua essenza è espresso ottimamente dalla formula del capitale coniata da Marx, D-M-D&#8217;, a cui mi riferisco ripetutamente quando identifico l&#8217;alternanza di espansioni materiali e finanziarie. Se osserviamo la Cina attuale, possiamo dire che il sistema che vige là, forse è capitalismo o forse no, e io credo che si tratti di una questione ancora aperta; ma anche se pensiamo che si tratti di capitalismo, dobbiamo considerare che non è lo stesso capitalismo che è esistito in periodi precedenti, si è totalmente trasformato. Il problema è identificare le sue specificità, come differisce dai capitalismi precedenti, che lo si chiami capitalismo o in un altro modo.</span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><em>E la seconda parte della domanda, cioè l&#8217;emergere di modelli di comportamento così specifici di </em><span style="font-style:normal;">longue durée</span><em> analizzati nel tuo lavoro e le trasformazioni di scala?</em></span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">Un punto è che esiste una dimensione geografica molto chiara nei cicli ricorrenti di espansione materiale e finanziaria, ma possiamo osservare questo aspetto unicamente se non ci limitiamo a concentrarci su un solo paese, perché allora si osserva un processo totalmente differente. E&#8217; quello che ha fatto la maggior parte degli storici: si concentrano su un paese e descrivono la sua evoluzione. In Braudel, al contrario, l&#8217;idea è proprio che l&#8217;accumulazione del capitale salta; e se non salti con lei, se non la segui di luogo in luogo, non la vedi. Se restiamo concentrati sull&#8217;Inghilterra o sulla Francia perdiamo di vista l&#8217;aspetto più essenziale dello sviluppo del capitalismo storico-mondiale. Devi muoverti con lui per capire che il processo di sviluppo capitalista è essenzialmente quello che presuppone un salto da una situazione in cui ciò che tu hai chiamato “soluzione spaziale di carattere infrastrutturale” diventa troppo costrittiva e la concorrenza s&#8217;intensifica, a un&#8217;altra in cui la soluzione spaziale di maggior scala e ambito d&#8217;azione permette al sistema di sperimentare un altro periodo di espansione materiale. E poi, naturalmente, il ciclo si ripete di nuovo.</span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">Quando formulavo questa idea per la prima volta, inferendo dai modelli di Braudel e Marx, non avevo ancora apprezzato pienamente il tuo concetto di <em>fix</em> spaziale nel doppio significato della parola: fissità del capitale investito e soluzione delle contraddizioni previe dell&#8217;accumulazione capitalista. Esiste una necessità endogena in questi modelli che deriva dal processo d&#8217;accumulazione, che muove denaro e altre risorse su una scala sempre maggiore e che a sua volta crea problemi sotto forma di una concorrenza intensificata e di sovraccumulazione di diversi tipi. Il processo d&#8217;accumulazione capitalista di capitale – come processo opposto all&#8217;accumulazione non capitalista di capitale – ha questo effetto di palla di neve che intensifica la concorrenza e spinge alla caduta del saggio di profitto. Quelli che si trovano meglio posizionati per trovare un nuovo <em>fix</em> spaziale lo fanno optando per un “contenitore” sempre più grande. Dalle città-Stato, che accumularono un ingente capitale in piccoli contenitori, all&#8217;Olanda del XVII secolo, che fu più di una città-Stato ma meno di uno Stato nazionale, passando per la Gran Bretagna della fine del XVIII secolo e del XIX secolo, con il suo impero di dimensioni mondiali, per arrivare alla dimensione continentale degli Stati Uniti nel XX secolo.</span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">Adesso il processo non può continuare nella stessa forma, perché non esiste un contenitore più grande che possa superare gli Stati Uniti. Esistono grandi Stati nazionali – di fatto civiltà – come la Cina e l&#8217;India, che non sono più grandi degli Stati Uniti in termini spaziali, ma che hanno quattro o cinque volte la sua popolazione. Adesso stiamo cambiando verso un nuovo modello: invece di spostarci da un contenitore a un altro spazialmente più grande, stiamo andando da un contenitore con una bassa densità di popolazione a contenitori con densità più alte. D&#8217;altra parte, mentre nel passato si era verificato un cambio da paesi ricchi a paesi ricchi, adesso ci stiamo spostando da paesi molto ricchi a paesi ancora fondamentalmente poveri (il reddito pro capite della Cina è ancora un ventesimo di quello statunitense). In un certo senso, puoi dire, “Bene, adesso l&#8217;egemonia, se è questo che sta succedendo, sta passando dai ricchi ai poveri”. Ma nello stesso tempo, questi paesi presentano enormi differenze e disuguaglianze interne. E&#8217; tutto molto sfumato. Si tratta di tendenze contraddittorie e abbiamo bisogno di creare nuovi strumenti concettuali per capirle.</span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><em>Concludi </em><span style="font-style:normal;">Adam Smith a Pechino</span><em> con la speranza di una comunità di civiltà che vivano in termini egualitari, una con l&#8217;altra, con un rispetto condiviso per il pianeta e le sue risorse naturali. Useresti il termine “socialismo” per descrivere questa visione o lo consideri sorpassato? </em></span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">Bene, non avrei obiezioni che venga chiamato socialismo, ma purtroppo il socialismo è stato troppo identificato con il controllo dell&#8217;economia da parte dello Stato. Non ho mai pensato che fosse una buona idea. Provengo da un paese in cui lo Stato è disprezzato o non ispira nessuna fiducia. L&#8217;identificazione del socialismo con lo Stato crea grandi problemi. Così, se questo sistema-mondo si chiamerà socialista sarebbe necessario che si ridefinisse in termini di mutuo rispetto tra gli esseri umani e di rispetto collettivo per la natura. Ma questo deve essere organizzato attraverso interscambi mercantili regolati dallo Stato, in modo che aumenti in una forma smithiana il potere dei lavoratori e diminuisca quello del capitale, e non attraverso la proprietà e il controllo dei mezzi di produzione da parte di quest&#8217;ultimo. Il problema con il termine socialismo è che è stato maltrattato in così tanti modi che è ormai screditato. Se mi chiedi quale sarebbe un termine migliore, non ne ho idea, credo che dobbiamo trovarne uno. Tu sei il migliore per trovare nuove espressioni e dovresti darci qualche suggerimento.</span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><em>D&#8217;accordo cercherò di trovarne una</em>.</span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">Sì, devi lavorare per trovare un sostituto al termine “socialista” che lo spogli della sua identificazione storica con lo Stato e lo avvicini più all&#8217;idea di una maggiore uguaglianza e rispetto reciproco. Ti lascio questo compito! </span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;">
<p style="margin-bottom:0;">
<p style="margin-bottom:0;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><span style="font-style:normal;"><span style="font-weight:normal;">Fonte: New Left Re</span></span></span><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><span style="font-style:normal;"><span style="font-weight:normal;">view </span></span></span><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">en español</span><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><span style="font-style:normal;"><span style="font-weight:normal;">, n. 56, May / Jun 2009 [originariamente apparso in inglese in New Left Review, n. 56, March / April 2009].</span></span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">Trad. dal castigliano di Cinzia Garolla.</span></p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/milanointernazionale.wordpress.com/773/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/milanointernazionale.wordpress.com/773/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/milanointernazionale.wordpress.com/773/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/milanointernazionale.wordpress.com/773/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/milanointernazionale.wordpress.com/773/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/milanointernazionale.wordpress.com/773/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/milanointernazionale.wordpress.com/773/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/milanointernazionale.wordpress.com/773/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/milanointernazionale.wordpress.com/773/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/milanointernazionale.wordpress.com/773/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/milanointernazionale.wordpress.com/773/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/milanointernazionale.wordpress.com/773/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/milanointernazionale.wordpress.com/773/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/milanointernazionale.wordpress.com/773/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&amp;blog=7100082&amp;post=773&amp;subd=milanointernazionale&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>In difesa di Washington e Wall Street (seconda parte)</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Jul 2009 07:09:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milanointernazionale</dc:creator>
				<category><![CDATA[2. Crisi globale]]></category>
		<category><![CDATA[Crisi]]></category>

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		<description><![CDATA[In difesa di Washington e Wall Street (seconda parte) di Robert Fitch 4. La spiegazione del tracollo La causa immediata della crisi del 2007-2008 è stata l’implosione di quella che il prof. Robert Shiller di Yale ha definito la più grande bolla immobiliare della storia statunitense, probabilmente della storia mondiale. Tra il 1996 e il [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&amp;blog=7100082&amp;post=678&amp;subd=milanointernazionale&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>In difesa di Washington e Wall Street (seconda parte)</strong></p>
<p><strong>di </strong><strong>Robert Fitch</strong></p>
<p><span style="text-decoration:underline;">4. La spiegazione del tracollo</span></p>
<p>La causa immediata della crisi del 2007-2008 è stata l’implosione di quella che il prof. Robert Shiller di Yale ha definito la più grande bolla immobiliare della storia statunitense, probabilmente della storia mondiale. Tra il 1996 e il 2005 i prezzi delle case a livello nazionale sono aumentati di circa il 90%. Solo nei 5 anni dal 2000 al 2005 i prezzi delle case sono aumentati del 60%. Questo non avvenne neppure durante il boom immobiliare degli anni ’20: lo scoppio premonitore della bolla nel 1926 diede dei segnali fortissimi su quello che sarebbe potuto succedere, ma furono vani, e si arrivò al collasso ben maggiore del 1929. Mentre la meccanica interna delle parti individuali che componevano l’apparato autodistruttivo della bolla è notoriamente complessa &#8211; SPV, SIV, CDO, CDS e altra “materia oscura finanziaria” &#8211; la meccanica del collasso in sé è piuttosto semplice.</p>
<p><span id="more-678"></span></p>
<p>Non è necessario capire la meccanica quantistica per capire perché una mela cade a terra. La meccanica newtoniana è sufficiente. Né ci serve studiare la struttura del Dna per capire perché gli anziani cadono &#8211; fanno passi più corti e lenti. Nello stesso modo, se concentriamo la nostra attenzione sulle complicazioni della frenetica finanza di Wall Street e sui difetti dei meccanismi di controllo di Washington, si perde la prospettiva sulle cause ultime della crisi mondiale, a beneficio solo di quelle immediate.</p>
<p>La causa ultima della crisi del 2007-2008 non è stata la punzecchiatura della bolla immobiliare degli Stati uniti, ma l’implosione della più grande e più lunga espansione globale della storia del capitalismo, a partire dai tempi della prima rivoluzione industriale (1760-1830). La rapida trasformazione, soprattutto delle economie cinese e indiana, ha prodotto un super boom che ha spazzato via tutti i modelli di espansione economica. Il tasso di crescita del Pil mondiale ha toccato picchi senza precedenti &#8211; il 6% nel 2007, sei volte il tasso di incremento registrato durante la prima rivoluzione industriale.</p>
<p>E che cosa ha spinto il boom? Contrariamente all’asserzione al cuore del discorso del “centro ragionevole” (il periodo è stato caratterizzato dall’ascesa del postindustrialismo e dalla progressiva diminuizione degli operai, destinati a fare la fine dei contadini), il boom è stato caratterizzato da tassi record di crescita manifatturiera e tassi ancora maggiori di crescita nel commercio manifatturiero. L’aumento della manifattura è stato alimentato da una riconfigurazione mondiale, con una migrazione mondiale del capitale manifatturiero dai paesi più sviluppati a quelli meno sviluppati. Il capitale è stato attratto da raccapriccianti (ma quanto incantevoli!) tassi di sfruttamento del lavoro &#8211; in India, che sta emergendo come il back-office del mondo, ma soprattutto in Cina che è diventata la fabbrica del mondo, con i suoi 109 milioni di lavoratori nella manifattura (nei paesi del G7 in tutto sono 53 milioni). Negli Stati uniti il salario orario mediano nella manifattura è di 17,85 dollari. In Cina i lavoratori manifatturieri delle province costiere guadagnano 91 centesimi all’ora con tassi di produttività che stanno convergendo con quelli statunitensi (i lavoratori delle province dell’interno guadagnano 57 centesimi all’ora).</p>
<p>Il lungo boom che è iniziato nel 1983 ha visto uno stupefacente rovesciamento della struttura economica &#8211; soprattutto negli Usa dove il settore “Fire” ha superato la manifattura, e qualsiasi altra cosa, diventando il settore più importante del Pil. Nel 1983, all’inizio del boom, la manifattura era più grande di “Fire”. Dal 2007 “Fire” è diventato 1,8 volte più grande della manifattura. Ci sono stati anche altri rovesciamenti altrettanto bizzarri della fortuna economica, per cui gli Usa, una volta la prima nazione creditice del mondo, sono oggi diventati il più grande paese debitore, mentre i paesi poveri (in primo luogo la Cina) sono i più grandi suoi creditori.</p>
<p>Ma nonostante queste sorprendenti novità, questo boom è terminato con sovraproduzione e sovraconsumo nello stesso identico modo dei boom classici del passato. Consideriamo le depressioni mondiali iniziate nel 1837, nel 1873 e nel 1929. Per queste crisi (come per quella iniziata nel 2007-2008) la seguente sequenza a sette stadi può servire come modello:</p>
<p>1. Caduta del saggio di accumulazione, o almeno caduta del saggio di accelerazione; i saggi di profitto realizzati possono crescere anche fino alla vigilia del collasso; ma questi alti saggi poggiano su tassi di accumulazione in rallentamento.</p>
<p>2. Formazione di scorte di capitale eccedente. Incapace di tornare a “casa” per un reinvestimento produttivo, questo eccedente cerca di preservarsi spostandosi nei canali finanziari.</p>
<p>3. L’eccedenza di offerta di capitale forza al ribasso i tassi di interesse, aprendo la via a inflazione degli attivi ed eccessi finanziari. In primo luogo perché bassi tassi d’interesse aumentano automaticamente il valore del capitale fittizio della terra e dei titoli; in secondo luogo perché bassi tassi d’interesse abbassano i premi di rischio, promuovendo un comportamento più arrischiato dei <em>rentiers</em> alla caccia di rendimenti maggiori.</p>
<p>4. Si forma una bolla degli attivi, gli speculatori attratti da aumenti dei prezzi degli attivi apparentemente inesorabili. I prezzi aumentano ancor di più a causa della strisciante psicologia da bolla.</p>
<p>5. La catena di carta di spezza. I prezzi delle case fanno esplodere i redditi familiari, i prezzi delle azioni salgono oltre ogni storico rapporto prezzo/dividendo. I prezzi collassano. Una crisi finanziaria locale scoppia tra i debitori più vulnerabili, che non possono più rifinanziarsi, lasciando tutta l’ultima infornata di titolari di mutui ipotecari incapaci di pagare i loro debiti, e/o speculatori borsistici che non riescono a coprire le chiamate di margine addizionale dei loro brokers. I prezzi degli attivi collassano, trascinando con loro chi fornisce credito.</p>
<p>6. Il diluvio finanziario si allarga al di là del punto originario, con la deflazione degli attivi che scatena un panico globale. E alla fine, ma non ancora ovviamente per la crisi iniziata nel 2007-2008:</p>
<p>7. Stagnazione economica prolungata; ovunque tassi di disoccupazione a due cifre; salari e prezzi delle merci in caduta; crescente nazionalismo economico e tendenza verso il “capitalismo organizzato”.</p>
<p>Ci sono due maggiori differenze tra questo scenario a sette stadi e quanto solitamente si afferma. Le spiegazioni monetarie e regolazioniste vedono il problema centrato negli Usa. Naturalmente gli Stati uniti non possono essere ignorati &#8211; il tracollo è iniziato qui. Ma l’enfasi dev’essere sugli squilibri globali. E’ vero, gli Usa stanno sovra-consumando. Ma il resto del mondo sta sovra-producendo. La seconda differenza è relativa all’enfasi da porre su come gli eccessi nel settore reale &#8211; la pletora di capitali e i bassi tassi d’interesse che ne derivano &#8211; causano le follie del settore “Fire”. I modelli tradizionali rovesciano la catena causale, sarebbero gli eccessi finanziari e immobiliari a mettere in ginocchio un settore reale sostanzialmente sano.</p>
<p>Se non fosse per un Greenspan che non ne azzecca una, o per un pugno di strampalati operatori di hedge funds, per i sostenitori dei modelli tradizionali non ci sarebbe nessuna ragione per cui l’espansione non potrebbe andare avanti indefinitamente. Non vedono una espansione di 25 anni come qualcosa di simile a un vecchio cane di 25 anni. Ma la bolla è davvero scoppiata. Come? Per i Repubblicani per via esogena &#8211; dal di fuori del sistema &#8211; a causa di dubbi regolatori che hanno disturbato il naturale percorso dell’economia verso l’autocorrezione; per i Democratici la bolla è un prodotto endogeno &#8211; nel settore “Fire” &#8211; aiutato da dubbi regolatori che girano la testa quando ci sono eccessi speculativi.</p>
<p>I Democratici citano un mucchio di regolamentazioni mancate o fallite. Ci sta il problema delle regolamentazioni frammentate &#8211; la Fed regola le banche; la Sec le borse; lo Stato le assicurazioni. Puntano il dito contro le misure di deregolamentazione come l’abolizione della Glass-Steagall. E poi c’è una questione imbarazzante come la regolamentazione privata &#8211; cedere il rating dei titoli ad agenzie private di rating legate da conflitti d’interesse. Forse ancora più grave è l’assenza di nuove regolamentazioni per le nuove istituzioni &#8211; per es., il fallimento nel mettere sotto controllo il mercato dei derivati OTC; idem per l’emergere di un sistema bancario ombra che ha creato “di fatto una catena di montaggio per acquistare, combinare e vendere titoli non registrati ad alto rischio”.</p>
<p>I Repubblicani &#8211; con i loro mentori accademici: <em>supply siders</em>, Austriaci, <em>Chicago boys</em> &#8211; spesso parlano di regolamentazioni troppo strette, come il Community Reinvestment Act del 1978. L’Amministrazione democratica avrebbe consentito che gruppi comunitari come Acorn [Association of Community Organizations for Reform Now] costringessero banche gigantesche a fare prestiti di centinaia di miliardi di dollari a persone appartenenti a minoranze senza titoli per tali prestiti. Ma più che altro si concentrano sull’attivismo di Alan Greenspan sui tassi di interesse. E’ il mantra “troppo bassi, per troppo tempo” &#8211; i tassi applicati dalla Fed, sottolineano, sono rimasti sotto il 2% dal 2002-2004.</p>
<p><em> </em></p>
<p>Un problema con questa spiegazione è che la bolla non è iniziata nel 2002. Era già in corso nel 1996. Come Robert Shiller ha sottolineato è durata tre volte il periodo di rilassatezza monetaria. La crescita della bolla ha continuato ad accelerare anche nel 1999, quando la Fed frenava. Comunque i tassi sui mutui trentennali rispondevano ben poco alle mosse della Fed quando modificava le curve dei tassi d’interesse a breve.</p>
<p><em> </em></p>
<p>Ma quello che è ancora più importante, se la bolla statunitense fosse stata il risultato di una errata politica della Fed &#8211; perché allora ci sono state bolle immobiliari in giro per tutto il mondo? Bolle in Spagna, Iralanda, Gran Bretagna e forse la madre di tutte le bolle, a Shanghai, dove si sono costruiti in un anno 1 milione di nuovi appartamenti (il picco annuale è di 2 milioni negli Usa nel loro complesso). E l’appartamento medio costava 300.000 dollari in una città dove il reddito familiare mediano è di 2.000 dollari. Per fare il confronto, il reddito mediano nel Queens è di 42.000 dollari. Se si applicasse nel Queens lo stesso rapporto reddito/prezzo delle case che c’è a Shanghai, il prezzo medio di una casa dovrebbe essere 6,3 milioni di dollari.</p>
<p><em> </em></p>
<p>Ma quello che mette ancora più in dubbio la versione “Greespan, il Grinch che ci ha rubato la prosperità”, è vedere il comportamento dei regolatori della banca tedesca. Praticamente nel 2002-2004 i tassi di interesse overnight praticati dalle banche tedesche erano solo di un 1% più alti di quelli praticati dalla Fed, e sono stati mantenuti bassi per più tempo che negli Usa. Ma non c’è stata nessuna bolla immobiliare. Lo stesso può esser detto per Svizzera e Austria: tassi di interesse molto bassi, nessuna bolla immobiliare.</p>
<p>Quello che le banche tedesche hanno creato (insieme alle loro omologhe svizzere, austriache e dell’Europa occidentale) è invece una bolla nel mercato dei paesi emergenti: prestiti bancari internazionali pari a 4.700 miliardi di dollari verso l’Europa orientale, l’America latina e l’Asia emergente, durante tutto il periodo del boom creditizio globale. E’ una somma, secondo i calcoli della BIS, che supera di gran lunga la debacle dei subprime e degli Alt-A in Usa.</p>
<p>Ci sono molti modi per costruire una bolla. Paesi diversi hanno stili architettonici diversi. L’America, con la sua cultura imprenditoriale più avanzata, ha lo stile più complesso: l’industria d’ingegneria finanziaria &#8211; gli Stati uniti hanno inventato trucchi del tipo cartolarizzazioni, Special Purpose Vehicles (SPV), e le Collateralized Debt Obligations (CDO). Ma i metodi dell’Europa centrale, anche se più tradizionali, funzionano perfettamente. I banchieri austriaci hanno semplicemente prestato enormi quantità di soldi ai loro clienti favoriti, gli ungheresi. Prestar soldi a degli ungheresi che non possono saldare i loro debiti è una solida tradizione austriaca che risale al 19° secolo, quando il sistema ferroviario ungherese fallì improvvisamente subito dopo che la Creditanstalt di Rothschild aveva terminato di finanziarlo. I prestiti ungheresi furono un importante fattore anche nel collasso della Creditanstalt nel 1931, che fece crollare l’industria austriaca del 60-80% innescando la Grande depressione europea. Questa volta le banche austriache hanno prestato l’equivalente dell’85% del Pil austriaco agli ungheresi, che hanno un debito estero pari al 100% del loro Pil.</p>
<p>Una regolamentazione ideale, rigorosa, completa, incorruttibile avrebbe potuto impedire tutto questo eccesso di prestiti a persone senza titoli per averli, lasciandoli morire nei buchi dove stavano. Ma in quale mondo dei burocrati delle regolamentazioni determinano le mosse dei banchieri, come <em>corgi gallesi</em> che, abbaiando e azzannando, conducono in mandria dei bovini? Certamente non nel nostro, dove le leggi che strutturano le regolamentazioni sono adottate da corpi legislativi interessati non alla stabilità macroeconomica, ma alla forza delle varie lobbies. Nel nostro mondo, la lobby più grande è di gran lunga quella “Fire”.</p>
<p>Anche se di regolatori ce ne fossero di più, e con maggiori poteri, non si vede come potrebbero evitare il ripetersi di un caso come quello della Long Term Capital Management (LTCM). LTCM ci insegna che basta un rinnegato hedge fund per dar fuoco a una crisi, quando i campi del capitale sono sufficientemente secchi. Quale regolatore può rivaleggiare con un gruppo di vincitori di premi Nobel o penetrare nelle loro formule sul rischio o anche solo decifrare i loro complessi scambi? E se anche dei legislatori e dei regolatori, facendo appello alla volontà politica e alla sofisticazione finanziaria, riuscissero in qualche modo ad addomesticare quelle canaglie geniali che sono i prestatori, cosa potrebbe impedire ai traders che vogliono scontare i loro rischi di spostarsi semplicemente in posti meno regolamentati? Come Bernanke ha osservato all’indomani del collasso di Bear Stearn: “La sorveglianza di queste imprese deve tener conto delle caratteristiche peculiari delle banche di investimento e far in modo di non inibire l’efficienza e l’innovazione, e non indurre a una migrazione di attività risk-taking verso istituzioni meno regolamentate o al di fuori dei nostri confini”.</p>
<p>Storicamente l’influenza dei regolatori è prociclica, meno manifesta quando ce ne sarebbe più bisogno. Le regolamentazioni sono più rigide all’indomani di un collasso, più deboli durante i grandi entusiasmi.  La Glass Steagall, la legge che metteva un freno alle attività sui titoli delle grandi banche, venne varata nel 1933; fu abolita nel 1999, all’apice del boom dot.com.</p>
<p>Secondo evidenza,  il comportamento dei banchieri è regolato non dai regolatori, ma dalle condizioni del mercato monetario. Quello che le grandi depressioni del 1837, 1873 e 1929 condividono con la crisi attuale è l’enorme afflusso nei centri finanziari di capitale in eccesso, abbassando i tassi di interesse e modificando standard e norme bancarie.</p>
<p>Ci sono pochi dubbi sul fatto che questa eccedenza si sia formata prima della crisi del 2007-2008. Un grande dibattito pubblico sulla sua provenienza e sul suo significato si svolse nel 2005 tra Bernanke e i critici della politica monetaria statunitense. Tutti concordavano sul fatto che la dimostrazione dell’eccedenza era data dal deficit della bilancia estera corrente. I critici della Fed la chiamavano “eccesso di liquidità”. Le centinaia di miliardi estratti ogni anno dai paesi poveri dell’Asia e fatti fluire in America sarebbero stati azionati dall’idraulica della politica monetaria statunitense. Politiche troppo espansive avrebbero portato gli Usa a sovra-consumare e a sovra-indebitarsi. Secondo Martin Wolf, editor de <em>The Financial Times</em>, gli Stati uniti hanno assorbito il 70% dell’eccedenza di capitale mondiale, mentre i suoi consumi contribuivano al 91% dell’incremento del Pil in questo decennio.</p>
<p>Bernanke, che nel 2005 era uno dei governatori della Fed, difese l’atteggiamento e la politica statunitense. Certo, prendeva nota del bizzarro rovesciamento dei ruoli &#8211; Scrooge che prende a prestito da Tiny Tim &#8211; ma sosteneva che l’eccedenza era un “eccesso di risparmio”. E che alla sua origine c’erano i cinesi. Quella statunitense era una reazione alla decisione cinese di risparmiare una porzione così ingente del loro reddito. Nei titoli del Tesoro statunitense e nelle imprese sponsorizzate dal governo erano stati investiti ben più di 1.000 miliardi. Il risparmio in Cina (gestito dallo Stato) aveva raggiunto uno sconcertante tasso del 50%. Anche le famiglie cinesi con redditi comparativamente ristretti risparmiavano il 30%. Le famiglie statunitensi, che all’inizio del superboom risparmiavano circa il 10%, ora avevano tassi di risparmio negativi. Ma gli americani facevano del loro meglio in una situazione non determinata da loro, agendo come consumatori stakanovisti per promuovere la continuazione dell’espansione globale. L’indebitamento Usa era necessario per proteggere il mondo dall’imminente collasso.</p>
<p>Un singolare aspetto del discorso di Bernanke, come d’altronde anche del discorso dei suoi avversari (i sostenitori della tesi della liquidità), è che nessuno pensa che il commercio c’entri qualcosa con il deficit commerciale. Spiega Bernanke: “La bilancia commerciale statunitense è la coda del cane; per la maggior parte è passivamente determinata dai redditi domestici ed esteri, dai prezzi delle attività finanziarie, dai tassi di interesse e dai tassi di cambio, a loro volta prodotti da forze più fondamentali”.</p>
<p>Per gli economisti, i mercati finanziari determinano i mercati delle merci. Ogni paese può avere un gigantesco surplus della bilancia commerciale; in ultima analisi quello che conta è una scelta politica riguardo al risparmio. Stavolta il paese con il surplus gigantesco è la Cina. Ci si dimentica completamente che surplus della bilancia commerciale / eccesso di capitale non esisterebbero senza pazzeschi saggi di sfruttamento del lavoro, nello stretto senso marxiano: il rapporto tra valore aggiunto e salari. Sia per ciò che ha spinto il boom, sia per ciò che ha causato lo scoppio, il cane è il saggio di sfruttamento. Il tasso di risparmio è la coda.</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">5. Conclusioni</span></p>
<p>Marx parlava spesso della “fame da lupi” dei capitalisti per il profitto, e del loro ingordo appetito per l’accumulazione di capitale. Non è una minore ironia il fatto che i capitalisti più voraci e ingordi della storia si rivelano essere dei membri del Partito comunista cinese esperti nel riverire Marx. Ma questo non diminuisce l’utilità delle premesse marxiane relative alla dinamica capitalista. Qual è la causa della crisi? La sovra-esportazione cinese o la sovra-importazione americana? &#8220;Quanto all’importazione e all’esportazione, si deve osservare”, scriveva Marx, &#8220;che tutti i paesi vengono coinvolti l’uno dopo l’altro nella crisi, e allora si dimostra che tutti, con poche eccezioni, hanno esportato e importato troppo, dunque <em>la bilancia dei pagamenti è sfavorevole a tutti</em>&#8221; [Marx, Il Capitale, libro terzo, Torino, Utet, 1987, pag. 618-619].</p>
<p>Marx non sarebbe rimasto sorpreso dal fallimento del Troubled Asset Relief Program, con i suoi 700 miliardi di dollari. &#8220;Naturalmente, è impossibile curare l’intero sistema artificiale di poderosa espansione del processo di riproduzione con l’espediente che una banca come, per esempio, la Banca d’Inghilterra fornisca a tutti gli speculatori, nei suoi biglietti, il capitale mancante, e acquisti l’insieme delle merci deprezzate ai loro antichi valori nominali&#8221; [Marx, Il Capitale, libro terzo, cit., pag. 617-618]. Con gli espedienti non si ristabilisce la profittabilità nel settore reale.</p>
<p>La rottura globale che si è verificata negli ultimi 15 mesi fa pensare un a modello di crescita (una divisione globale del lavoro) in cui la crescita non solo diventava via via sempre più appesantita, ma probabilmente anche insostenibile. Come possono gli “squilibri” essere aggiustati senza che gli Usa tornino a produrre merci, oltre che a consumarle? Come possono gli Stati uniti diventare un produttore nel mercato mondiale con la enorme disparità esistente nei saggi di sfruttamento? Solo in un mondo postindustriale che non è mai esistito. Come possono gli Usa continuare a consumare prodotti cinesi senza credito cinese &#8211; necessario per l’insostenibile consumo americano? Certo, degli aggiustamenti possono essere fatti &#8211; sia la Cina che gli Usa potrebbero de-globalizzarsi. Ma questo strappo, questa radicale trasformazione prenderebbe tempo, probabilmente più nell’ordine di decenni che di anni.</p>
<p>Senza dubbio c’è qualcosa di confortante nel mondo del “centro ragionevole”, dove avidi banchieri, cattivi regolatori, o regolamentazioni eccessive, portano alla rovina e al disastro. Almeno rimaniamo padroni del nostro destino. Almeno le virtù contano &#8211; è solo questione di ritornare ad abbracciarle. Nel mondo capitalista come è descritto da Marx, noi pensiamo di esserne gli attori, ma in realtà non lo siamo. Il capitalismo è la forma di società che deve sviluppare spietatamente le forze produttive, ma le sviluppa in modo da trasformarne i soggetti in passive vittime del processo.</p>
<p>Il lato rassicurante del punto di vista di Marx sull’espansione e sul collasso del capitale, è l’opportunità che offre per un risveglio dello spirito di resistenza tra i lavoratori:</p>
<p>“Senza l’alternarsi delle fasi di ristagno, prosperità, espansione convulsa, crisi e recessione che l’industria moderna attraversa in cicli periodicamente ricorrenti, con gli alti e bassi dei salari che ne derivano… le classi lavoratrici… si ridurrebbero a essere una massa scoraggiata, irresoluta, logorata e sottomessa, la cui emancipazione sarebbe impossibile, non meno di quanto lo sia stata quella degli schiavi dell’antica Grecia e di Roma” [Marx, in: <em>New York Daily Tribune</em>, 14 luglio 1853; trad. it. in: Marx-Engels, Opere, vol. XII, Roma, Editori riuniti, 1978, pag. 173].</p>
<p>La lotta di classe è il miglior “pacchetto di stimoli”.</p>
<p>[fine]</p>
<p>Fonte:  New Politics, vol. XII, n. 2, winter 2009</p>
<p>Web:   http://www.wpunj.edu/~newpol/</p>
<p>Trad. dall’inglese di I. Salucci</p>
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		<title>In difesa di Washington e Wall Street (prima parte)</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Jul 2009 12:59:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milanointernazionale</dc:creator>
				<category><![CDATA[2. Crisi globale]]></category>
		<category><![CDATA[Crisi]]></category>

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		<description><![CDATA[In difesa di Washington e Wall Street (prima parte) di Robert Fitch 1. La crisi del 2007-2008 Le persone molto anziane cadono facilmente.  E a differenza dei bambini, che cadono spesso anch’essi, ogni volta che gli anziani inciampano rischiano di farsi del male in modo invalidante, o addirittura mortale. Il 9 agosto 2007, dopo un [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&amp;blog=7100082&amp;post=673&amp;subd=milanointernazionale&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>In difesa di Washington e Wall Street (prima parte)</strong></p>
<p><strong>di </strong><strong>Robert Fitch</strong></p>
<p><span style="text-decoration:underline;">1. La crisi del 2007-2008<br />
</span><br />
Le persone molto anziane cadono facilmente.  E a differenza dei bambini, che cadono spesso anch’essi, ogni volta che gli anziani inciampano rischiano di farsi del male in modo invalidante, o addirittura mortale. Il 9 agosto 2007, dopo un quarto di secolo di espansione senza confronti (nei paesi sviluppati di solito era moderata e limitata nel tempo), il capitalismo alla fine è inciampato e ha perso l’equilibrio con risultati prevedibili: banche al passo, i mercati creditizi e monetari paralizzati dal dolore.<br />
<span id="more-673"></span><br />
Dopo circa un mese, anche se i mercati non si erano ancora sbloccati, la crisi è stata dichiarata finita. Il paziente, barcollante, è stato ritenuto sufficientemente in salute per riprendere la sua normale attività &#8211; una diagnosi che appariva confermata dal fatto che due mesi dopo, il 9 ottobre, l&#8217;indice Dow Jones Industrial Average raggiungeva 14.164, un picco storico.</p>
<p>Il tracollo nel marzo 2008 di due hedge funds appartenenti a Bear Stearns suggeriva che le cose stavano diversamente. Bear, un pilastro del &#8220;sistema bancario ombra&#8221; emerso nel corso degli ultimi due decenni, è stato messo in liquidazione e venduto a JP Morgan per 256 milioni di dollari. Poco più di un anno prima si diceva che valesse 68,7 miliardi di dollari. Eppure questo stupefacente crollo ha spostato a malapena la curva di Wall Street. Il mercato ha continuato a muoversi a scatti fino al 14 settembre 2008, quando Mr. Fire (cioè: finanza, insurance [assicurazioni] e real estate [immobiliare]) è caduto di nuovo, con conseguenze terribili. Quella domenica, Lehman Brothers ha dichiarato fallimento. Più tardi, nel corso della giornata, Merrill Lynch ha annunciato la propria messa in liquidazione. Due giorni dopo, AIG, la più grande compagnia di assicurazioni del mondo, è stata presa in mano dal governo. Questa volta, Wall Street ha subito l&#8217;equivalente di una rottura del collo.</p>
<p>Nel periodo immediatamente successivo al crash del 1929 le più grandi banche di Wall Street non fallirono. Continuarono a prestare (l&#8217;ondata di fallimenti di migliaia di banche nel mondo è venuto dopo). Ma nel 2008, sono state proprio le più grandi banche che sono state il principale vettore del crollo. Nel giro di 200 giorni, le cinque banche americane di investimento &#8211; le istituzioni che dall’era di Reagan sono state al cuore dell’identità e dell’arroganza di Wall Street &#8211; sono o fallite, o costrette a trovare un partner con cui fondersi o ristrutturate come banche universali.</p>
<p>Quando il midollo spinale è spezzato a livello delle prime due vertebre, cioè al collo, il pericolo immediato più grande per la vittima è smettere di respirare. La crisi del settembre 2008 è stata caratterizzata da misure sempre più disperate per salvare dall’asfissia Mr. Fire. Le misure adottate hanno incluso l’inondazione di liquidità del sistema &#8211; prestiti e garanzie di prestito pressoché illimitati. L&#8217;amministrazione Bush è saltata fuori con un piano di 700 miliardi di dollari per abbassare la leva delle banche (cioè alzare il rapporto tra patrimonio netto e debito, arrivato a livelli pericolosamente bassi) con l&#8217;acquisto dei loro titoli-spazzatura garantiti da ipoteche. E quando questo non ha funzionato, ha varato una legislazione che comporta di fatto una seminazionalizzazione delle grandi banche rimaste &#8211; l&#8217;equivalente di una tracheotomia, fare un buco nella trachea del paziente perché possa continuare a respirare.</p>
<p>Dalla fine di ottobre Mr. Fire respirava di nuovo, anche se con il tubo della garanzia statale dei prestiti interbancari. Ma respirare non vuol dire che si possa camminare. Un sistema finanziario in cui le banche prestano solo ad altre banche, rifiutandosi di agire da intermediari verso il settore non finanziario &#8211; è ancora non funzionante.</p>
<p>In mezzo al caos, il titolo &#8220;Il capitalismo nelle convulsioni&#8221; non è apparso su <em>The Militant</em> o <em>The People&#8217;s World</em>, ma in agosto, sulle pagine rosa de <em>The Financial Times</em>. A differenza della crisi di Long Term Capital Management (LTCM) o di quella causata dallo scoppio della bolla dot.com, limitate più o meno ai paesi del G7, o della crisi asiatica, di quella messicana e di quella argentina &#8211; rimaste all&#8217;interno del Terzo Mondo &#8211; la crisi del 2007/2008 è veramente globale. Si è diffusa dall’America all’Europa, all&#8217;America Latina e all’Asia, fino alla remota Islanda, in fallimento ufficialmente dichiarato, in attesa di un salvataggio da parte del FMI. Né la crisi si è limitata al sottosistema finanziario. La produzione è in contrazione, il consumo spento. Anche il commercio estero, il principale motore dell&#8217;economia mondiale, si restringe. &#8220;C’è la reale possibilità di una vera, profonda, depressione internazionale&#8221;, ha dichiarato (sotto condizione di anonimato) uno dei maggiori responsabili monetari all’incontro del G20 a Dubai, definendo questa crisi &#8220;la peggiore degli ultimi 100 anni.&#8221;</p>
<p><span style="text-decoration:underline;"> </span></p>
<p><span style="text-decoration:underline;">2. Il significato del tracollo<br />
</span><br />
Nel 1989 la caduta del muro di Berlino è stata ampiamente interpretata come il fallimento del sistema comunista. Ma non dai sostenitori di quest’ultimo. Hanno avanzato delle interpretazioni minimaliste. Gli stalinisti liberali la leggono come una reazione ad alcuni ufficiali degli apparati di sicurezza della RDT troppo zelanti; gli stalinisti conservatori come il fallimento di quegli stessi ufficiali a contenere l’esodo illegale. Altri ancora accusano i pasticciati tentativi dell’allora premier sovietico Gorbaciov di deregolamentare il sistema sovietico, sistema che per essi era fondamentalmente valido.</p>
<p>Così anche l&#8217;attuale crisi può essere interpretata in vari modi. Non come il risultato di tendenze intrinseche, strutturali, ripetute, e irrimediabili, interne al sistema capitalista. Ma come qualcosa che è superabile, che può essere aggiustato. I democratici hanno evidenziato il fallimento del sottosistema capitalistico finanziario, cioè di Wall Street &#8211; dove l&#8217;avidità si scatena -, con Washington i cui funzionari si sono rifiutati di metter le briglie alle tendenze più sfrenate della Street. Secondo questa tesi, con l’abrogazione dell’Atto Glass-Steagall (risalente all’era della depressione) nel 1999 il Congresso ha demolito il pilastro della vecchia architettura di regolazione, dichiarando l’impossibilità di qualsiasi supervisione del nuovo, sempre più in crescita, mercato di forme opache di derivati OTC (over-the-counter).<br />
I repubblicani, pur non essendo immuni dal tropo ampiamente popolare del banchiere &#8220;avido&#8221;, tendono più che altro a rigettare la responsabilità sui regolatori del capitalismo &#8211; soprattutto il presidente della Federal Reserve Alan Greenspan, che dopo il crollo dot.com del 2001 avrebbe tenuto i tassi di interesse &#8220;troppo bassi, troppo a lungo&#8221;. Avrebbe dovuto tener giù le mani dal joystick monetario.</p>
<p>L&#8217;implosione ha interrotto quello che potrebbe essere definito &#8220;Il grande sonno della sinistra americana&#8221;: la nostra incapacità a esercitare una influenza di un qualche rilievo sulle istituzioni della classe operaia o sulla vita politica americana nel suo complesso. La durata del sonno coincide grosso modo con il quarto di secolo in cui è durato il lungo boom, iniziato nel 1983 con il superamento della crisi di stagflazione degli anni ’70. Nel corso di questi anni, mentre l&#8217;economia mondiale intraprendeva una vertiginosa ascesa senza confronti, l’economia <em>supply side</em> del 19° secolo ha avuto un revival. Non tanto la versione “assorbente igienico” predicata da Arthur Laffer, che ha sostenuto che se si vuole aumentare il gettito fiscale devono essere tagliate le aliquote fiscali, quanto una tesi superambiziosa sulla natura del capitalismo e i suoi poteri di aggiustamento.</p>
<p>Gli scrittori classici del 19° secolo &#8211; James Mill, J.-B. Say, David Ricardo &#8211; pensavano che un fallimento del mercato (la sovraproduzione) era impossibile. Un eccesso di offerta temporaneo su questo o quel mercato, scarpe, cappelli o fazzoletti, sì. Ma un eccesso di offerta generalizzato, scarpe, cappelli e fazzoletti tutti insieme, no. Così, senza ingerenze delle autorità governative, nessuna possibilità di depressioni. I mercati si autoaggiustano sempre, perché gli agenti del mercato &#8211; quelli che forniscono lavoro e quelli che forniscono capitale &#8211; si comportano razionalmente. I lavoratori, quando si accorgono che si sono prezzati in modo “fuori dal mercato”, lavoreranno più duro e ridurranno i loro salari. I titolari di capitale ridurranno i tassi di interesse, abbassando il risparmio e stimolando gli investimenti.</p>
<p>L&#8217;accettazione della semplice formula <em>supply side</em> &#8220;l’offerta crea la propria domanda&#8221; dà fiducia ai credenti. Le preoccupazioni di Keynes, che si preoccupava della &#8220;domanda effettiva&#8221;, e le idee di Marx, per cui la corsa al profitto crea delle barriere a sé stesso, possono essere respinte in quanto infondate. E come le città in rovina dell&#8217;America ritornano a nuova vita dopo gli incendi e gli abbandoni degli anni ’70, i negozi si riempiono di merci asiatiche a basso prezzo e i microchip progettati in America alimentano un boom tecnologico, con la disoccupazione che cade a livelli record, una versione debole dell’economia <em>supply side</em> tranquillamente permea la sinistra &#8211; con l’assunzione che il capitalismo “postindustriale” è più o meno inespugnabile nelle sue roccaforti del primo mondo.</p>
<p>In modo forse comprensibile, settori di sinistra hanno iniziato a perdere interesse alle lotte in corso nel mondo materiale che li circonda, ricomponendosi sulla priorità delle guerre culturali e per qualcuno anche scientifiche. E siccome il radicalismo economico non scompare, la sua critica si riduce all’idea dello scambio ineguale tra paesi del primo e del terzo mondo, che impedisce l’industrializzazione alle nazioni meno sviluppate produttrici di materie prime. L’idea della guerra di classe all’interno delle nazioni lascia il posto all’idea delle “nazioni proletarie”. Il socialismo diventa una possibilità che riguarda solo i paesi del terzo mondo. La sinistra può provare ad assistere le specifiche vittime del capitalismo del primo mondo &#8211; neri, donne, minoranze, immigrati. Ma non i lavoratori americani. Come Michael Kazin ha osservato, ben pochi esponenti della sinistra hanno fatto appello al legame tra lavoro e creazione di ricchezza, capitale e appropriazione di questa ricchezza, legame che era invece al centro del radicalismo americano dal 19° secolo fino al 1940. Pensare a come trasformare le istituzioni capitaliste del primo mondo è diventata una cosa rispettabile tanto quanto passare il tempo a piegar cucchiaini.</p>
<p>Una conseguenza dello tsunami economico del 2007-2008 è quella di spazzar via le fondamenta su cui poggia il mondo intellettuale che costituisce il “centro ragionevole”. Ma molte delle prospettive della sinistra si basano in modo tacito su queste stesse fondamenta. Come pure la sua logica segreta: che non ha nessuna vera vocazione per la politica, se non ai margini della vita americana.</p>
<p>Forse il collasso dei mercati finanziari non ha ancora prodotto un mercato di massa per le idee su come realizzare un controllo democratico dell’economia. Ma sembra che ci sia quantomeno una nicchia. I mercati sono sempre più saggi delle maggioranze? La maggioranza degli americani avrebbe votato plebiscitariamente per la deindustrializzazione? Quantomeno, ora che una amministrazione repubblicana ha ordinato una seminazionalizzazione delle banche e delle assicurazioni l’era della <em>supply side</em> è finita, e si apre una possibilità per un revival della sinistra socialista. Ma non senza mettere in discussione le interpretazioni minimaliste del grande tracollo, portate avanti dai due partiti politici tradizionali.</p>
<p><span style="text-decoration:underline;"> </span></p>
<p><span style="text-decoration:underline;">3. Tre cose che ho imparato sulle crisi da Marx<br />
</span><br />
Secondo la BBC, la profondità e la portata del tracollo hanno fatto ritornare Marx di moda, almeno in Europa. Ma acquisire le risorse intellettuali per la sfida non si riduce a scavare nei testi di Marx.</p>
<p>Se c’è una via marxiana alla comprensione delle crisi, è come un raccordo autostradale a quadrifoglio &#8211; con molte vie per entrarci e per uscirci, e con ogni uscita che porta in una direzione politica diversa. Ci sono molte scuole marxiste. E ciascuna spiega le crisi in modi differenti &#8211; come risultato del sottoconsumo; della sovraproduzione; in termini di caduta del saggio di profitto; o come conseguenza della sproporzionalità tra saggi di crescita nei settori dei beni di produzione e in quelli dei beni di consumo.<br />
Nonostante l&#8217;impossibilità di stabilire una vera interpretazione marxista della crisi, la sua analisi delle crisi (potente, suggestiva, ma ancora allo stato di abbozzo) contiene tre intuizioni controverse che forniscono una impalcatura da cui afferrare gli eventi odierni. La prima può essere definita come la tesi del “dinamismo universale”. I fautori della <em>supply side</em> la accettano, ma molti marxisti d’oggi no. Marx descriveva il capitalismo come una inesorabile macchina di accumulazione il cui dinamismo è alimentato dal comportamento di una molteplicità di capitalisti in concorrenza l’uno con l’altro, tutti costretti a consumare produttivamente più che personalmente, tutti dediti a riclicare senza posa i loro profitti nelle imprese. Tutti che cercano il modo per ridurre i costi. Questa caratteristica fa sì che il capitalismo sia un sistema unico, dinamico ed espansivo: un sistema il cui dinamismo non può essere confinato nei paesi occidentali da cui è originato. La diffusione del commercio inglese, sosteneva Marx, anche se inizialmente ristretto all’oppio, avrebbe portato i fondamenti materiali della società occidentale in Asia.<br />
Allo stesso tempo &#8211; e qui i fautori della <em>supply side</em> scendono dall’autobus, e vi salgono i neomarxisti &#8211; Marx riconosceva che lo sviluppo capitalista non ha un percorso armonioso, ascendente, senza perturbazioni. La crescita viene raggiunta solo attraverso distruttive crisi di sistema &#8211; i “business cycles”. Nel brusco movimento dalla prosperità mondiale alla depressione mondiale, decine di milioni di persone sono condannati alla disoccupazione e a viver di sussidi; lo sconvolgimento economico può mandare a pezzi le normali relazioni di mercato, bloccare l’immigrazione e promuovere il nazionalismo economico e la dinamite politica &#8211; sotto forma di polarizzazione sinistra/destra, dittatura, fascismo e guerra.</p>
<p>Infine, c&#8217;è l’idea marxiana sulle crisi meno accettata: la sua affermazione secondo la quale le crisi hanno origine nel settore “reale” dell’economia (dove vengono prodotte le merci), e non nel settore finanziario dove quasi sempre esplodono. A prima vista (dice Marx) le crisi sembrano essere solo delle crisi creditizie e monetarie. Ma guardando più da vicino si scopre che i titoli invendibili rappresentano merci invendibili. Nel nostro caso, l’eccesso d’offerta di titoli garantiti da ipoteche rappresenta l’eccesso di offerta di case, e  in ultima analisi un eccesso d’offerta del capitale in generale. In questo modo la crisi esprime in modo violento un conflitto fondamentale del capitalismo: il capitalismo sviluppa in modo imponente grandi forze produttive, i cui limiti sono dati dal requisito che la produzione sia profittevole. Per evitare che il saggio di profitto scenda, il capitale produttivo risparmia anziché investire, e trasferisce i suoi risparmi fuori dalla sfera produttiva, cercando rifugio nella sfera finanziaria dove il capitale produttivo si trasforma in capitale di credito o in capitale finanziario. Ma, scrive Marx, il credito accelera la rottura violenta della crisi. Accelerare qualcosa non vuol dire esserne la causa.</p>
<p>[continua]</p>
<p>Fonte:  New Politics, vol. XII, n. 2, winter 2009</p>
<p>Web:   http://www.wpunj.edu/~newpol/</p>
<p>Trad. dall’inglese di I. Salucci</p>
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		<title>La California è alla frutta, l&#8217;Italia si mette a tavola</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Jul 2009 16:39:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milanointernazionale</dc:creator>
				<category><![CDATA[2. Crisi globale]]></category>
		<category><![CDATA[Berlusconi]]></category>
		<category><![CDATA[California]]></category>
		<category><![CDATA[Crisi]]></category>

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		<description><![CDATA[La California è alla frutta, l&#8217;Italia si mette a tavola di Andrea Ferrario La California, ottava economia del mondo, ha decretato lo stato di emergenza fiscale in seguito all&#8217;enorme buco di bilancio. Per risparmiare, lo stato USA obbliga i dipendenti pubblici a prendere tre giorni di ferie non retribuite ogni mese e comincia a pagare [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&amp;blog=7100082&amp;post=671&amp;subd=milanointernazionale&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>La California è alla frutta, l&#8217;Italia si mette a tavola</strong></p>
<p><strong>di Andrea Ferrario</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>La California, ottava economia del mondo, ha decretato lo stato di emergenza fiscale in seguito all&#8217;enorme buco di bilancio. Per risparmiare, lo stato USA obbliga i dipendenti pubblici a prendere tre giorni di ferie non retribuite ogni mese e comincia a pagare i fornitori e i destinatari di sussidi non con denaro liquido, ma con promesse di pagamento informali. In Italia arrivano i primi segnali della crisi fiscale che attende anche il nostro paese.</strong></p>
<p><span id="more-671"></span></p>
<p>È una notizia che dovrebbe essere sulle prime pagine dei giornali, e invece sta passando inosservata su tutti gli organi di stampa italiani, ivi compresi quelli economici. Un effetto probabilmente degli inviti di Silvio Berlusconi a non riportare le notizie che dipingono il reale pessimo stato dell&#8217;economia globale e italiana. Dopo una notte di discussioni senza esito nel &#8220;parlamento&#8221; della California, il governatore Arnold Schwarzenegger ha dichiarato ieri lo &#8220;stato di emergenza fiscale&#8221; a causa del buco in bilancio di oltre 26 miliardi di dollari che non consente allo stato di fare fronte alla spesa corrente. Alcune delle misure adottate o previste bastano da sole a dare un&#8217;idea della catastroficità della situazione della California che, non dimentichiamolo, è l&#8217;ottava economia del mondo. Schwarzenegger ha ordinato ai dipendenti statali di prendere tre giorni al mese di ferie non retribuite per consentire allo stato di risparmiare 1 miliardo all&#8217;anno di stipendi. La California inoltre in questi giorni comincerà a pagare i propri fornitori, numerosi enti locali e diverse categorie di assistiti come i disabili, con IOU invece di denaro liquido. Cosa sono gli IOU? Si tratta di un riconoscimento di debito scritto su carta semplice e di carattere informale, che non ha valore giuridico come prova dell&#8217;ammontare del debito e non frutta alcun interesse. In pratica lo stato pagherà i propri fornitori, gli enti locali e i destinatari di sovvenzioni con una promessa informale di pagamento priva di effettivo valore legale! Uno strumento già utilizzato durante la crisi del &#8217;29 e che, nella disastrosa situazione di allora, era stato usato alla fine dalla popolazione immiserita per effettuare pagamenti e si era trasformato negli anni peggiori in una carta moneta di fatto, priva di copertura reale. La California prevede di emettere in questo mese di luglio IOU per l&#8217;astronomica cifra complessiva di oltre 3,3 miliardi di dollari. Ciò le dovrebbe consentire di fare fronte ai circa 11 miliardi di dollari di debito in scadenza nei confronti di detentori delle sue obbligazioni. Una manovra d&#8217;emergenza che rischia di fare peggiorare ulteriormente il rating dello stato, già declassato di recente. Ciò a sua volta farebbe aumentare gli interessi che la California dovrà pagare sulle obbligazioni di cui prevede l&#8217;emissione per raccogliere liquidità al fine di far fronte alla mancanza di fondi: una spirale che rischia di avvitarsi fino al fallimento formale, appena un gradino più in giù dell&#8217;attuale fallimento di fatto.</p>
<p>La California potrebbe sembrare uno stato lontano, i cui problemi ci toccano solo molto indirettamente. Ma a parte il fatto che un suo fallimento avrebbe devastanti effetti a catena negli Stati Uniti e da questi ultimi in tutto il mondo, il suo caso ci può dare un&#8217;idea dei rischi che incombono anche sull&#8217;Italia e sulle amministrazioni locali, come quella di Milano, per esempio. La crisi californiana è dovuta al netto calo degli introiti fiscali: la crisi ha ridotto drasticamente il valore degli immobili, e quindi l&#8217;ammontare delle relative imposte, ha causato una riduzione del gettito fiscale generato dalle dichiarazioni dei redditi, nonché di quello legato alle imposte sulle vendite ecc. Lo stato, insomma, incassa molto, molto di meno. Qui da noi, solo tre giorni fa il già menzionato Berlusconi aveva riconosciuto che secondo le previsioni nel 2009 lo stato incasserà 37 miliardi in meno di tasse in conseguenza della crisi, aggiungendo che &#8220;se non cambierà nulla, il rapporto deficit/pil sarà al 5%&#8221;. Sono passate appena 72 ore e oggi l&#8217;Istat ha comunicato che nel primo trimestre di quest&#8217;anno il rapporto deficit/pil è stato del 9,3%, con un aumento di oltre il 60% rispetto allo stesso periodo dell&#8217;anno scorso. Si profila quindi anche per l&#8217;Italia un enorme ammanco di fondi e un&#8217;esplosione del deficit. Se in California i nodi stanno venendo al pettine già ora è perché il suo anno fiscale 2010, come quello della maggior parte degli stati USA, comincia il 1° luglio, mentre quello italiano segue l&#8217;anno solare. Per il 2010 in Italia bisognerà quindi fare i conti sulla base delle entrate in fortissimo calo del 2009, così come la California li sta facendo oggi, uno dei tanti effetti a scoppio ritardato delle crisi. E anche a Milano le coordinate per un 2010 molto più pesante del 2009 ci sono tutte: stanno calando drasticamente gli introiti del Comune derivanti dagli oneri di urbanizzazione, le società controllate come Sea e altre ancora non distribuiranno quasi sicuramente dividendi e rischiano di chiudere in passivo, le entrate fiscali saranno sicuramente molto inferiori. Senza contare poi la mina vagante, per il bilancio, dei derivati sottoscritti nel 2005 dalla giunta Albertini. Ma di tutto questo non si parla.</p>
<p>A completare il quadro della situazione di crisi degli stati USA, utile per mettere a fuoco anche quello che sarà il nostro futuro, è giunto l&#8217;ultimo dettagliato rapporto del <a href="http://www.cbpp.org/" target="_blank">CBPP (Center on Budget and Policy Priorities)</a>, uno dei principali osservatori statunitensi sulla finanza pubblica. La maggior parte degli stati americani è in passivo e i buchi di bilancio complessivi a cui devono fare fronte ammontano in questo anno fiscale appena cominciato a 166 miliardi di dollari. Nei prossimi due anni e mezzo la cifra dovrebbe toccare il livello complessivo di 350-370 miliardi di dollari &#8211; gli effetti della crisi saranno quindi molto lunghi. Il governo federale ha stanziato circa 140 miliardi di dollari per aiutare i singoli stati, ma la cifra è servita a coprire solo il 40% del fabbisogno e in questo nuovo anno fiscale la situazione sarà ancora più difficile perché nell&#8217;anno fiscale 2009 gli stati hanno consumato quasi tutte le &#8220;riserve per i tempi duri&#8221; di cui disponevano. Intensificheranno di conseguenza la politica dei tagli alle spese sociali, che già nel 2009 ha portato al licenziamento di personale e a tagli di fondi nella scuola e nella sanità, a una drastica riduzione dei servizi di trasporto, nonché alla cancellazione di importanti sussidi medici e sociali &#8211; tutte misure che a loro volta, riducendo direttamente o indirettamente il reddito della popolazione, alimentano la crisi economica, ancora una volta con un effetto di spirale potenzialmente devastante. Tutto lascia intendere che anche in Italia, in Lombardia e a Milano il quadro di crisi delle amministrazioni pubbliche sarà analogo e avrà effetti comparabili.</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/milanointernazionale.wordpress.com/671/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/milanointernazionale.wordpress.com/671/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/milanointernazionale.wordpress.com/671/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/milanointernazionale.wordpress.com/671/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/milanointernazionale.wordpress.com/671/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/milanointernazionale.wordpress.com/671/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/milanointernazionale.wordpress.com/671/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/milanointernazionale.wordpress.com/671/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/milanointernazionale.wordpress.com/671/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/milanointernazionale.wordpress.com/671/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/milanointernazionale.wordpress.com/671/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/milanointernazionale.wordpress.com/671/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/milanointernazionale.wordpress.com/671/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/milanointernazionale.wordpress.com/671/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&amp;blog=7100082&amp;post=671&amp;subd=milanointernazionale&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>All&#8217;origine delle crisi: sovraproduzione o sottoconsumo?</title>
		<link>http://milanointernazionale.it/2009/06/30/allorigine-delle-crisi-sovraproduzione-o-sottoconsumo/</link>
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		<pubDate>Tue, 30 Jun 2009 11:36:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milanointernazionale</dc:creator>
				<category><![CDATA[2. Crisi globale]]></category>
		<category><![CDATA[Crisi]]></category>

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		<description><![CDATA[All&#8217;origine delle crisi: sovraproduzione o sottoconsumo? di Louis Gill, marzo 2009 Questo articolo comprende tre sezioni. La prima stabilisce che le crisi così come concepite da Marx sono crisi di sovraccumulazione di capitale e di sovraproduzione di merci e non crisi di sottoconsumo originate da una insufficienza dei salari. La seconda mostra che la crisi [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&amp;blog=7100082&amp;post=657&amp;subd=milanointernazionale&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>All&#8217;origine delle crisi: sovraproduzione o sottoconsumo?</strong></p>
<p><em><strong>di </strong></em><strong><em>Louis Gill, marzo 2009</em><br />
</strong></p>
<p>Questo articolo comprende tre sezioni. La prima stabilisce che le crisi così come concepite da Marx sono crisi di sovraccumulazione di capitale e di sovraproduzione di merci e non crisi di sottoconsumo originate da una insufficienza dei salari. La seconda mostra che la crisi attuale è una crisi di sovraproduzione, e che la sua dimensione finanziaria non è riducibile a una questione di credito alle famiglie a compensazione di salari insufficienti. La terza pone la seguente domanda: se l’origine delle crisi non si trova nel sottoconsumo, il suo riassorbimento può avvenire con la stimolazione della domanda globale, al centro degli attuali piani di rilancio dei governi? La risposta a questa domanda, che deriva dalla natura improduttiva per il capitale della spesa pubblica, permette di capire la timidezza dei piani di rilancio dell’economia reale e le esitazioni a metterli in opera, mentre il settore finanziario ha beneficiato di una colossale generosità. <a href="http://milanointernazionale.files.wordpress.com/2009/06/gill.pdf">link</a></p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/milanointernazionale.wordpress.com/657/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/milanointernazionale.wordpress.com/657/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/milanointernazionale.wordpress.com/657/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/milanointernazionale.wordpress.com/657/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/milanointernazionale.wordpress.com/657/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/milanointernazionale.wordpress.com/657/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/milanointernazionale.wordpress.com/657/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/milanointernazionale.wordpress.com/657/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/milanointernazionale.wordpress.com/657/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/milanointernazionale.wordpress.com/657/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/milanointernazionale.wordpress.com/657/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/milanointernazionale.wordpress.com/657/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/milanointernazionale.wordpress.com/657/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/milanointernazionale.wordpress.com/657/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&amp;blog=7100082&amp;post=657&amp;subd=milanointernazionale&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>I casi personali di Silvio e un paese che va a rotoli</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Jun 2009 12:57:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milanointernazionale</dc:creator>
				<category><![CDATA[2. Crisi globale]]></category>
		<category><![CDATA[Berlusconi]]></category>
		<category><![CDATA[Crisi]]></category>

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		<description><![CDATA[I casi personali di Silvio e un paese che va a rotoli di Carlo Cipiciani (ComiComix) &#8211; da Giornalettismo.com, ripubblicato da Mercato Libero Mentre impazza la storia di Berlusconi e le ragazze-escort, i primi dati 2009 dell&#8217;Istat sull&#8217;export e sull&#8217;occupazione e le stime di importanti associazioni come Confindustria e Confcommercio sul futuro disegnano uno scenario [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&amp;blog=7100082&amp;post=650&amp;subd=milanointernazionale&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>I casi personali di Silvio e un paese che va a rotoli</strong></p>
<p><strong>di Carlo Cipiciani (ComiComix)</strong> &#8211; da <a href="http://www.giornalettismo.com" target="_blank">Giornalettismo.com</a>, ripubblicato da <a href="http://mercatoliberonews.blogspot.com/" target="_blank">Mercato Libero</a><br />
<strong></strong></p>
<p><strong>Mentre impazza la storia di Berlusconi e le ragazze-escort, i primi dati 2009 dell&#8217;Istat sull&#8217;export e sull&#8217;occupazione e le stime di importanti associazioni come Confindustria e Confcommercio sul futuro disegnano uno scenario preoccupante. Quasi ignorato dai media.</strong><br />
<span id="more-650"></span><br />
[<em>Nota di Milano Internazionale: Riprendiamo questo articolo che ben si integra con i materiali da noi pubblicati </em><em> sulla crisi </em><em>(per es. <a href="http://milanointernazionale.it/2009/05/12/238-per-cento-davvero-avete-detto-238-per-cento/" target="_blank">"23,8 per cento? Davvero avete detto 23,8 per cento?"</a> e <a href="http://milanointernazionale.it/2009/05/19/il-peggio-e-passato-stagione-1-e-stagione-2/" target="_blank">"Il peggio è passato", stagione 1 e stagione 2"</a>). Segnaliamo inoltre sullo stesso argomento l'articolo <a href="http://rassegnastampa.mef.gov.it/mefnazionale/PDF/2009/2009-06-22/2009062213070593.pdf" target="_blank">"Una polveriera da 50 miliardi di debiti"</a> pubblicato l'altroieri da Repubblica Affari e Finanza, che smentisce la tesi propagandistica secondo cui le banche italiane sarebbero meno esposte alla crisi rispetto alle banche estere</em>]</p>
<p>L&#8217;ultima settimana è stata molto dura per il governo, alle corde per il caso delle ragazze-escort (o se preferite donne a pagamento) che avrebbero allietato le serate del nostro premier. Che naturalmente è molto preoccupato per gli sviluppi della vicenda. Sono passati in totale sordina alcuni importanti e attesissimi dati congiunturali, che ci danno finalmente il termometro di cosa sta accadendo all&#8217;economia italiana nel 2009. E due rapporti sull&#8217;andamento e le prospettive del nostro paese, pubblicati da importanti associazioni di categoria, che della maggioranza di governo rappresentano cospicue e fondamentali basi elettorali. Il quadro complessivo è di un paese alla deriva e con un governo in totale confusione. I Tg e i giornali &#8220;amici&#8221; si ostinano a non parlarne. Quelli &#8220;nemici&#8221; si occupano di puttane. Ma quanto può durare?</p>
<p>IL CROLLO DELL&#8217;EXPORT – Mentre eravamo tutti intenti a parlare di prostitute d&#8217;alto bordo a casa Berlusconi, l&#8217;Istat ci ha informato che nei primi 4 mesi del 2009 le esportazioni complessive hanno segnato, rispetto allo stesso periodo del 2008, una diminuzione del 24,4%, con cali via via crescenti, mese dopo mese.. Il calo è particolarmente forte sul fronte dei beni durevoli (macchine, mobili, ecc…) e nei settori della siderurgia (-29,3%) e dei mezzi di trasporto (-37%). Il dato è grave, perché l&#8217;Italia è un paese a fortissima vocazione all&#8217;export. Siamo, come dovrebbero sapere quelli che governano l&#8217;Italia, uno dei paesi con il più forte peso dell&#8217;export sul Pil (il 23-24%). Quindi per noi la crisi globale è particolarmente grave, perché dipendiamo molto dal commercio internazionale. E suonano paradossali le dichiarazioni del sottosegretario D&#8217;Urso che, per consolarci, dichiara che però è &#8220;notevolmente migliorata la bolletta energetica&#8221;. Come se non sapesse che questa è un&#8217;ulteriore spia del crollo di produzione e consumi interni. Quindi, l&#8217;export va male, e i consumi delle famiglie e la produzione vanno peggio. Però per fortuna ci si distrarre leggendo le avventure piccanti del premier.</p>
<p>OCCUPAZIONE E CASSA INTEGRAZIONE – L&#8217;Istat, evidentemente poco interessato alle vicende erotiche del presidente del Consiglio, ha pubblicato in contemporanea anche i dati dell&#8217;andamento dell&#8217;occupazione nei primi tre mesi del 2009. Dati che fanno gettare la maschera alle panzane raccontate in questi mesi da Sacconi e Berlusconi. Secondo l&#8217;Istat in un anno sono spariti 400 mila posti di lavoro, di cui 154 mila contratti a tempo determinato, 107 mila co.co.co e 163 mila lavoratori autonomi, cioè le &#8220;partite Iva involontarie&#8221;. Solo negli ultimi tre mesi si sono persi oltre 200 mila posti di lavoro.. Il peso della crisi è finito tutto sulle spalle dei giovani, del mondo del precariato. La cassa integrazione funziona solo per i lavoratori delle imprese medie e grandi, con contratto a tempo indeterminato. Se si incrociano i dati Istat sull&#8217;occupazione e quelli Inps sulla cassa integrazione a livello regionale, le migliori performance dell&#8217;occupazione sono nelle regioni dove è più alto il ricorso alla CIG. Addirittura in Piemonte ed Emilia Romagna, ai vertici degli utilizzatori di Cassa integrazione, l&#8217;occupazione aumenta. Al contrario di quello che dice Berlusconi (che evidentemente ha l&#8217;abitudine di non dire le verità non solo quando parla delle sue personali vicissitudini &#8220;private&#8221;) le norme del &#8220;Non lasceremo indietro nessuno&#8221; offrono tutele – temporanee – solo al 12,5% dei lavoratori parasubordinati, al 20% degli apprendisti, al 60% dei lavoratori a tempo determinato. E il ministro Sacconi, quello che si ostina a non voler fare la riforma degli ammortizzatori sociali commenta la situazione: &#8220;I dati Istat sull&#8217;occupazione e disoccupazione sono meno peggio del previsto&#8221;. Chissà forse pensa di stare su Scherzi a Parte.</p>
<p>CONFINDUSTRIA E CONFCOMMERCIO – Mentre c&#8217;è chi si balocca con le vicende di Patrizia, Nicoletta, Noemi, Francesca e chissà chi altre, Confindustria ha pubblicato il suo rapporto di previsione, nel quale – oltre a ricordarci che &#8220;quest&#8217;anno si chiuderà con una perdita del 4,9% del Pil&#8221; – si mette in evidenza che tra 2008 e 2010 si perderanno circa un milione di posti di lavoro. Alla luce di tutto questo, il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, avverte: &#8220;Se le cose non cambiano avremo un percorso molto faticoso e doloroso. I prossimi mesi saranno veramente fondamentali per la tenuta del nostro sistema e la coesione sociale&#8221;. E ha invocato, come ormai fanno tutti, la necessità di riforme strutturali. Ma chissà a cosa stanno pensando nel frattempo Berlusconi e i suoi. Certo non al Rapporto sul terziario presentato da Confcommercio, che sintetizza la sua analisi scrivendo che &#8220;non ci sono segnali effettivi di un&#8217;inversione del ciclo economico italiano, ma sono molteplici gli indizi che nel futuro prossimo si possa osservare realmente un miglioramento generalizzato delle condizioni economiche. Resta, però, il problema centrale della debolezza strutturale della nostra economia e, pertanto, ripresa non significherà un ritorno rapido ai livelli pre-crisi. Tutt&#8217;altro&#8221; E che ha messo in evidenza che la crisi riporta indietro l&#8217;orologio e gli italiani si ritroveranno nel 2010 più poveri di quanto non lo erano nel 2001. In pratica, avremo buttato via 10 anni. Dicono i commercianti che &#8220;nel 2010 avremo un prodotto lordo pro-capite inferiore a quello del 2001: in breve, avremo perso dieci anni di crescita economica&#8221;. Un&#8217;analisi che meriterebbe una risposta. Ma Scajola e Tremonti tacciono. Anche Brunetta, sempre pronto a fare dichiarazioni, stavolta tace.</p>
<p>UN MARASMA TOTALE –  Ed è dentro questi scenari che continua il balletto mediatico su Berlusconi e le veline, Berlusconi e Noemi, Berlusconi e Ghedini. Poche le voci &#8220;autorevoli&#8221; che dicono chiaro e tondo che il paese rischia il collasso, che siamo all&#8217;emergenza economica e non iniziamo neppure a preoccuparci di fare riforme strutturali o interventi radicali. Che gli italiani sono più poveri, che le retribuzioni sono ferme, I nostri ministri rassicurano, edulcorano, aiutati dai Tg amici che censurano (neanche fossimo davvero nella repubblica delle banane) e dai giornali &#8220;nemici&#8221; che puntano il faro sulle escort. Berlusconi, in evidente stato confusionale, dopo averci detto per mesi che nessuno al mondo ha fatto quello che sta facendo lui, ieri ha ammesso: &#8220;Il programma è tutto da realizzare&#8221;. Chissà che ha fatto fino ad ora, oltre che divertirsi con Apicella e le ragazze pon pon. Noi ce ne eravamo accorti.. Nel frattempo l&#8217;Italia, come si legge nel recente rapporto di Prometeia, non sta bene. &#8220;Fatto 100 il Pil di ciascun Paese nel 2007, nel 2010 gli Usa si collocheranno a 98,2, il Regno Unito a 95,6 e la Spagna a 98. L&#8217;Italia, con le sue banche meno esposte ai titoli tossici e il suo stato sociale e solidale che non lascia indietro nessuno, con la sua struttura produttiva ancora sbilanciata sul fare dell&#8217;industria manifatturiera, con i suoi distretti e le sue reti di piccole e medie imprese, con le sue famiglie poco indebitate si posizionerà a 94,8, cioè peggio dei Paesi responsabili della finanza creativa, dei titoli tossici e della rinuncia all&#8217;economia della manifattura e dell&#8217;agricoltura per puntare tutto sui servizi. Peggio dei Paesi dei consumi a debito, stile USA, e di quelli delle bolle immobiliari, stile Spagna&#8221;. Insomma, la prospettiva del dopo crisi è una progressiva marginalizzazione: l&#8217;Italia sta andando a puttane. Il fatto che ogni tanto potrebbe esserci andato anche il suo primo ministro, non dovrebbe essere poi così stupefacente. Il fatto che non freghi a nessuno, francamente sì.</p>
<p><a href="http://www.giornalettismo.com/archives/29635/i-casi-personali-di-silvio-e-un-paese-che-va-a-rotoli/" target="_blank">http://www.giornalettismo.com/archives/29635/i-casi-personali-di-silvio-e-un-paese-che-va-a-rotoli/</a></p>
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		<title>&#8220;Il peggio è passato&#8221;, stagione 1 e stagione 2</title>
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		<pubDate>Tue, 19 May 2009 07:41:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milanointernazionale</dc:creator>
				<category><![CDATA[2. Crisi globale]]></category>
		<category><![CDATA[Propaganda ideologica]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;Il peggio è passato&#8221;, stagione 1 e stagione 2 di Andrea Ferrario &#8220;Il peggio della crisi ormai è passato&#8221; è diventato un ritornello che da più di un mese ci viene ossessivamente propinato da stampa, politici, banchieri e confindustriali, nonostante i dati che parlano di una situazione sempre più fosca per l&#8217;economia. Si tratta di [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&amp;blog=7100082&amp;post=547&amp;subd=milanointernazionale&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Il peggio è passato&#8221;, stagione 1 e stagione 2</strong></p>
<p><strong>di Andrea Ferrario</strong></p>
<p>&#8220;Il peggio della crisi ormai è passato&#8221; è diventato un ritornello che da più di un mese ci viene ossessivamente propinato da stampa, politici, banchieri e confindustriali, nonostante i dati che parlano di una situazione sempre più fosca per l&#8217;economia. Si tratta di un copione già visto: tra la primavera e l&#8217;estate del 2008 c&#8217;era già stata un&#8217;ondata di &#8220;il peggio è passato&#8221;, che passiamo qui di seguito brevemente in rassegna per mettere nella giusta prospettiva storica l&#8217;attuale campagna propagandistica.</p>
<p><span id="more-547"></span></p>
<p>&#8220;Ma il peggio è già passato&#8221;, così si intitolava un articolo del ministro Renato Brunetta pubblicato dal Sole 24 Ore il 9 agosto del 2008. Di lì a meno di un mese sarebbe arrivata la catastrofe, con fallimenti di banche, crolli borsistici, cadute verticali della produzione, licenziamenti in massa e chi più ne ha più ne metta. L&#8217;incipit dell&#8217;articolo, letto oggi, è davvero grottesco: &#8220;Non solo negli Stati Uniti, ma anche in Europa, si va diffondendo l&#8217;idea tra i consumatori, e in una parte minoritaria degli economisti, che l&#8217;America ormai è in recessione e che l&#8217;Europa seguirà, con conseguenze disastrose anche per l&#8217;Italia. Tuttavia, i dati non confermano questo punto di vista&#8221;. Come se non bastasse, Brunetta si butta a fare l&#8217;economista. E giù una sfilza di considerazioni che alla luce odierna si rivelano del tutto balzane: il Pil degli Stati Uniti cresce, i fondamentali economici dell&#8217;area euro sono buoni, il Pil dell&#8217;Eurozona crescerà dell&#8217;1,7% nel 2008 con solo una leggera flessione nel 2009. A proposito di quest&#8217;ultimo dato Brunetta giunge a scrivere che &#8220;la crescita sarà certamente più forte se si confermerà la tendenza al ribasso del prezzo del petrolio&#8221; &#8211; il prezzo del petrolio è poi crollato, trascinando con sé però anche il Pil, in barba all&#8217;esperto Brunetta. &#8220;L&#8217;altro fattore di solidità dell&#8217;economia europea è dato dal permanere del buon livello della capacità utilizzata e della profittabilità, che dovrebbero continuare a motivare l&#8217;attività di investimento&#8221;, scrive Brunetta nel suo articolo. E puntualmente nel giro di pochi mesi le capacità utilizzate sono crollate, la profittabilità ha registrato drastici cali e l&#8217;attività di investimento è naufragata. In Italia, poi, &#8220;vi sono le basi per un&#8217;accelerazione a tempi brevi&#8221; e la solidità del sistema finanziario consentirà un &#8220;aggiustamento strutturale&#8221; &#8211; passa poco più di un semestre ed ecco che l&#8217;Italia si ritrova fanalino di coda tra i maggiori paesi europei, con un crollo della produzione da Grande Depressione e un calo del Pil a livelli d&#8217;anteguerra. A Brunetta va senz&#8217;altro la palma nella nostra rassegna, sia per la catastrofica inefficacia delle sue previsioni, sia per essersi spinto fino a pochi giorni prima del naufragio mondiale per pronunciarle.</p>
<p>Ma il ministro non è stato certo solo nei suoi sproloqui. L&#8217;8 maggio del 2008 la Repubblica titolava &#8220;Stiamo uscendo dal tunnel&#8221; e scriveva: &#8220;Il peggio è passato. Questa l&#8217;analisi del segretario al Tesoro americano, Henry Paulson [...]. &#8216;Credo che il peggio sia alle spalle&#8217;, ha dichiarato Paulson al Wall Street Journal&#8221;. Il 16 maggio 2008 il quotidiano La Stampa titolava &#8220;La crisi? Il peggio è passato&#8221;, citando nientepopodimeno che il direttore del Fondo Monetario Internazionale, Dominique Strauss-Kahn, che a dire il vero, da buon diplomatico, aveva preferito mandare il medesimo messaggio riparandosi dietro un &#8216;probabilmente&#8217;: &#8220;il peggio è probabilmente passato&#8221;, così suonava la dichiarazione da lui rilasciata il giorno precedente. Gli faceva eco nella stessa giornata Jean-Claude Trichet, presidente della Banca Centrale Europea, che parlava anche di segnali positivi, portando la Stampa a concludere che &#8220;il picco ormai è alle spalle&#8221;. Un mese dopo circa (per la precisione il 9 giugno) al coro si univa il presidente della Fed, Ben Bernanke: &#8220;Il peggio della crisi generata dai mutui subprime è passato&#8221;. Il 9 maggio da parte sua il &#8216;leader maximo&#8217; di Unicredit, Alessandro Profumo, aveva dichiarato nel clima di generale euforia prima della tempesta: &#8220;Credo che il peggio sia passato&#8221; &#8211; da allora le azioni della sua banca hanno perso, nonostante il recupero degli ultimi due mesi, circa il 65% del loro valore. Il 29 giugno il suo collega Baudouin Prot, chief executive officer di una delle maggiori banche europee, la Bnp Paribas, dichiarava: &#8220;Il peggio dovrebbe essere passato e credo che dal secondo semestre in poi la crisi possa normalizzarsi: dovrebbe cioè terminare la fase eccezionale delle turbolenze sui mercati&#8221;. Il 26 maggio invece la Repubblica parlava di &#8220;svolta ormai vicina&#8221; (a ragione, come si è poi rivelato, ma in senso opposto a quello inteso dal quotidiano) e citava Warren Buffett, specificando che si tratta del &#8220;più grande finanziere vivente, non a caso soprannominato l&#8217;oracolo di Omaha. &#8216;Il peggio della crisi dei mutui è già alle spalle &#8211; ha detto di recente Buffett &#8211; qualche persona in ritardo sulle rate avrà ancora da soffrire, ma per fortuna la Fed è riuscita a evitare il contagio&#8221;. Il 21 luglio la Repubblica intitolava &#8220;In America il peggio è passato&#8221; e nel sottostante articolo si poteva leggere la seguente dichiarazione: &#8220;Quello di metà luglio è stato il terzo ribaltone di mercato di quest&#8217;anno, ma sarà l&#8217;ultimo. La sensazione di crisi comincia a dissolversi&#8221; &#8211; chi la ha rilasciata? Uno squilibrato in preda a una crisi di astinenza etilica? No, come ci spiega il quotidiano romano si tratta di Bob Doll, vicepresidente e capo economista di BlackRock, la più grande società di gestione di risparmio del mondo con 1,4 trilioni di dollari di fondi amministrati. Pochi giorni prima la Repubblica aveva intitolato una intervista con un collega di Doll &#8220;I primi segni della svolta&#8221;. E ancora prima, il 5 aprile, aveva raccolto la seguente sconvolgente dichiarazione di Jim O&#8217;Neil, chief economist di Goldman Sachs, che vale la pena di riportare per esteso: &#8220;Tutto questo pessimismo è sbagliato: fa male all&#8217; economia e fa male al mercato. Ecco perché critico coloro che continuano a seminare paura. In realtà la situazione sta migliorando. Volete sapere quando usciremo dalla crisi? Beh, penso che nel giro di 8 mesi in Europa il peggio sarà passato. Tre settimane fa non sarei stato così ottimista. Nel frattempo, però, la Fed si è mossa tempestivamente e adesso non si registrano più grossi problemi fra le banche&#8221; &#8211; se vi aspettate che nel frattempo il tizio si sia dileguato senza lasciare traccia di sé vi sbagliate: solo un mese fa ha dato una lunga intervista al Financial Times in qualità di &#8220;esperto&#8221; insieme al guru Nouriel Roubini. Il 20 agosto, a pochi giorni dal tracollo, sul Sole 24 Ore è comparsa un&#8217;intervista all&#8217;economista e professore Giacomo Vaciago in cui tra le altre cose si afferma che &#8220;per l&#8217;economia reale USA il peggio è passato&#8221;. Ma non sono stati solo economisti, finanzieri, banchieri e politici ad alimentare la campagna de &#8220;Il peggio è passato&#8221; versione 2008. Anche un industriale come Rick Wagoner, presidente e amministratore delegato della General Motors, ha voluto dare il suo contributo. 12 agosto 2008, parola di Rick Wagoner: &#8220;Per General Motors il peggio dovrebbe essere ormai passato&#8221;, qualche settimana dopo la sua azienda prendeva la via del crollo totale, che la ha portata nel giro di 3-4 mesi al fallimento di fatto e al salvataggio miliardario da parte del governo.</p>
<p>Un mese prima, il 20 luglio, un articolo del Sole 24 ore portava il titolo &#8220;Il peggio non è passato, ma non ci sarà un altro &#8217;29&#8243; &#8211; i contenuti però non sono molto dissimili dalle posizioni che abbiamo riportato sopra. L&#8217;autore, Alberto Alesina, scrive che &#8220;la retorica catastrofista ormai così diffusa (anche in Italia) è fuorviante&#8221;, per spiegare poi, riguardo al prezzo del petrolio allora alle stelle: &#8220;E&#8217; inutile prendersela con presunti &#8216;speculatori&#8217;: il prezzo del petrolio è il risultato della domanda e offerta di oggi e di quelle previste per domani&#8221;. Chissà perché allora nel giro di una manciata di mesi il prezzo del petrolio è sceso da oltre 140 dollari al barile a circa 30 &#8211; a meno di non presumere che gli operatori dei mercati siano tutti dei sonori deficienti, l&#8217;unica spiegazione plausibile è che si sia trattato proprio di speculazione. Mario Draghi, governatore della Banca d&#8217;Italia, ha infine voluto dire la sua il 18 luglio del 2008 definendo &#8220;ipermessimistiche&#8221; le stime del Fondo Monetario Internazionale sulla crescita del Pil italiano &#8211; ricordiamolo: allora il Fmi prevedeva per il Pil del nostro paese un +0,3% nel 2008, chiusosi poi a -0,9% e seguito da un primo trimestre 2009 al -5,9% tendenziale.</p>
<p>Da aprile in Italia (ma anche, seppure in maniera meno rozza e spregiudicata, nel resto del mondo) si assiste a una replica del copione. Forse sarà il ripetersi della primavera, che porta sempre con sé un po&#8217; di ebbrezza. Il fatto è che quest&#8217;anno, ancor più dell&#8217;anno scorso, non ci vengono forniti dati concreti a sostegno, a meno che, di fronte a un crollo verticale e praticamente senza precedenti del Pil e della produzione in Italia, in Europa e in altre aree del mondo, a una contrazione enorme del commercio mondiale, all&#8217;aumento marcato della disoccupazione e dei pignoramenti per insolvenza nonché al continuo calo dei consumi negli Stati Uniti registrati nell&#8217;ultimo mese, a proiezioni unanimi di un calo dei consumi del petrolio per ridotta attività economica e a una miriade di altri dati simili documentati, non si vogliano prendere per buoni i Tremonti-dati: “lettere e pacchi: c’è stata una caduta delle lettere e della posta che sta finendo e questo è in qualche modo indicativo. Altro indicatore i pedaggi delle autostrade, che sembra abbiano terminato la loro caduta e si siano stabilizzati”. Il 5 aprile scorso l&#8217;ormai ex direttore del Corriere della Sera, Paolo Mieli, ha scelto di intitolare il suo crepuscolare editoriale di addio con il titolo &#8220;Prime luci oltre la crisi&#8221; e ha scritto: &#8220;A Milano ci sono quattrocento aziende che vorrebbero esporre al Salone del mobile di fine aprile e non riescono perché per consentire a tutti di presentare al pubblico la propria produzione ci vorrebbero altri trentamila metri quadri. In Scozia c&#8217;è una società di biotecnologie, la Angel Biotechnology, che dai primi di dicembre è salita in Borsa di oltre il 300 per cento. In America il numero di persone che chiede sussidi di disoccupazione è da qualche settimana in costante discesa&#8221;. A parte il fatto che il tutto esaurito al Salone del Mobile è da attribuirsi al fatto che, come si evince dalla stampa lombarda di quei giorni, le aziende del settore sono alla frutta e hanno tentato il tutto per tutto in occasione dell&#8217;esposizione, vale la pena di citare a proposito dell&#8217;articolo di Mieli l&#8217;efficiente commento del blog Mercato Libero (<a href="http://mercatoliberonews.blogspot.com/">http://mercatoliberonews.blogspot.com</a> ): &#8220;Paolo Mieli ritiene di intravvedere una luce in fondo al tunnel della crisi, e motiva il proprio convincimento con una serie di evidenze aneddotiche, tra le quali l&#8217;insufficiente spazio espositivo che Fiera Milano è in grado di offrire agli operatori economici in occasione del Salone del Mobile, oppure la performance di borsa di una società scozzese di biotecnologie, un dato peraltro troppo idiosincratico per essere considerato probante di alcunché (in ogni crisi, anche le più severe, vi sono aziende che prosperano). Ma soprattutto, Mieli vede buone notizie dal fronte dell&#8217;occupazione americana: &#8216;In America il numero di persone che chiede sussidi di disoccupazione è da qualche settimana in costante discesa&#8217;. Davvero? A noi risultava l&#8217;opposto: &#8216;Nella settimana terminata il 28 marzo, la stima destagionalizzata iniziale delle prime richieste di sussidio è stata di 669.000, un aumento di 12.000 unità rispetto al dato rivisto della settimana precedente. La media mobile a quattro settimane è stata di 656.750, un aumento di 65.00 sulla media della precedente settimana, pari a 650.250. [...] Anche il numero totale di sussidi, pari a 5.728.000, è al massimo storico&#8217;&#8221; (dati del dipartimento del lavoro USA: <a href="http://www.workforcesecurity.doleta.gov/press/2009/040209.asp">http://www.workforcesecurity.doleta.gov/press/2009/040209.asp</a> ). Emma Marcegaglia da parte sua parla di &#8220;impressione&#8221; di un miglioramento, Sergio Marchionne canta in coro con gli altri &#8220;il peggio è passato&#8221; senza spiegarci il perché, altri ancora parlano vagamente di &#8220;sentiment&#8221; in crescita. C&#8217;è poi chi si entusiasma per il fatto che da qualche settimana, dopo un crollo da brivido, l&#8217;economia continua a crollare, ma a un ritmo (che si suppone) leggermente più lento. Berlusconi ci chiede un assegno in bianco assicurando che dati in suo possesso certificano un miglioramento. Quando si gioca al casinò o quando si fa una puntata al lotto l&#8217;ottimismo non supportato da alcun elemento razionale è un obbligo, altrimenti non avrebbe senso giocare d&#8217;azzardo. Quando si tratta di economia la motivazione di un tale atteggiamento irrazionale va trovata altrove e cioè, nella fattispecie, nella volontà di tenere a bada i sudditi mentre si cerca di mettere al riparo baracca e burattini per qualche settimana o per qualche mese ancora.</p>
<p>(fonti: Sole 24 Ore, 10 giugno 2008; 20 luglio 2008, 9 agosto 2008; La Stampa, 16 maggio 2008; Repubblica, 9 maggio 2008, 26 maggio 2008; 29 giugno 2008, 18 luglio 2008, 21 luglio 2008, 20 agosto 2008; Corriere della Sera, 5 aprile 2009)</p>
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	</item>
		<item>
		<title>23,8 per cento? Davvero avete detto 23,8 per cento?</title>
		<link>http://milanointernazionale.it/2009/05/12/238-per-cento-davvero-avete-detto-238-per-cento/</link>
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		<pubDate>Tue, 12 May 2009 14:46:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milanointernazionale</dc:creator>
				<category><![CDATA[2. Crisi globale]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://milanointernazionale.it/?p=509</guid>
		<description><![CDATA[23,8 per cento? Davvero avete detto 23,8 per cento? di Ilario Salucci L&#8217;Istat ha comunicato ieri, lunedì 11 maggio, i dati relativi alla produzione industriale italiana di marzo. Secondo il comunicato Istat la produzione a marzo è in calo, su base annuale, del 23,8%. La cifra mi ha sconvolto: crolli di un quarto della produzione [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&amp;blog=7100082&amp;post=509&amp;subd=milanointernazionale&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:left;"><strong>23,8 per cento? Davvero avete detto <em>23,8 per cento</em>?</strong></p>
<p><em><strong>di Ilario Salucci</strong></em></p>
<p>L&#8217;Istat ha comunicato ieri, lunedì 11 maggio, i dati relativi alla produzione industriale italiana di marzo. Secondo il comunicato Istat la produzione a marzo è in calo, su base annuale, del 23,8%. La cifra mi ha sconvolto: crolli di un quarto della produzione mi hanno fatto venire in mente paesi in guerra, fabbriche distrutte dai bombardamenti.<br />
<span id="more-509"></span><br />
Il mio sconvolgimento è rimasto però solitario: il comunicato Istat era ritradotto con l&#8217;aggiunta &#8220;il peggior dato dal 1991&#8243; (quindi da 18 anni non andava così male, ma prima…); ai tg serali la notizia sulla situazione economica era relegata al quarto-ottavo posto, ed era relativa al fatto che la crisi è ormai quasi passata (dixit BCE e Ocse, con intervista aggiuntiva a Bill Gates), e non c&#8217;è più nulla di cui preoccuparsi. I dati Istat erano ricordati en passant (La7 dando anche il dato non corretto per i giorni lavorati, meno 18% anziché meno 23,8%). La mattina del 12 maggio stesso copione per i vari giornali, incluso il Sole 24 ore (se non si preoccupano loro, allora è inutile che mi preoccupi io…)</p>
<p>Il &#8220;mistero&#8221; del riferimento al 1991 (non mi ricordavo di una crisi industriale nel 1991, ma la mia memoria è pessima, quindi meglio verificare) era presto chiarito: il dato reso pubblico l&#8217;11 maggio 2009 è il peggiore dal 1991 per il semplice motivo che le serie storiche dell&#8217;Istat relative alla produzione industriale iniziano il 1 gennaio 1991. Per gli anni precedenti i dati non sono confrontabili. Per fortuna l&#8217;Ocse pubblica serie storiche un po&#8217; più ampie, a partire dal 1955: si può quindi dire, altrettanto correttamente di quanto fanno oggi i mass media riferendosi al &#8217;91, &#8220;il peggior dato a partire dal 1955&#8243; (ancora: non per una terribile crisi che allora sconvolse l&#8217;Italia, ma per la disponibilità dei dati).</p>
<p>Rimaneva il quesito: un calo del 23,8% è enorme e sconvolgente, oppure (come tutti i mass media trasmettono) non è poi così niente di particolare? Per farmi un&#8217;idea ho fatto quattro semplici operazioni sui database dell&#8217;Ocse. Quante volte e in quali paesi si sono avuti cali della produzione industriale di questa dimensione? E oggi, come sta andando la produzione industriale negli altri paesi?</p>
<p>Ho selezionato i paesi con diminuizioni della produzione industriale su base annuale di almeno il 10% e per almeno tre mesi consecutivi. Ho escluso il Lussemburgo (per ovvi motivi dimensionali), e i paesi dell&#8217;est nella loro transizione al capitalismo. Riporto i dati della media della caduta della produzione industriale e il numero di mesi in cui si è avuto questo crollo. I dati della media della caduta della produzione industriale possono essere visti come la velocità media a cui ha proceduto la crisi, una volta superata una soglia di velocità e senza scenderne al di sotto (la soglia del 10%), per un lasso di tempo minimo (il trimestre). La velocità media per il tempo in cui dura la corsa è una misura della pesantezza della crisi: ho quindi rapportato questi dati alla crisi maggiore del &#8217;900, quella statunitense del 1930-1933.</p>
<p>Paesi a capitalismo avanzato:</p>
<table border="0" cellspacing="0" cellpadding="0">
<tbody>
<tr>
<td width="86">
<p align="right">Paese</p>
</td>
<td width="86">
<p align="right">Anno</p>
</td>
<td width="86">
<p align="right">Num. Mesi</p>
</td>
<td width="86" valign="bottom">
<p align="right">Velocità massima di caduta</p>
</td>
<td width="86" valign="bottom">
<p align="right">Velocità media di caduta</p>
</td>
</tr>
<tr>
<td></td>
<td></td>
<td></td>
<td></td>
<td></td>
</tr>
<tr>
<td>Giappone</td>
<td>
<p align="right">1974-75</p>
</td>
<td>
<p align="right">9</p>
</td>
<td>
<p align="right">-18,97</p>
</td>
<td>
<p align="right">-14,95</p>
</td>
</tr>
<tr>
<td>Danimarca</td>
<td>
<p align="right">1975</p>
</td>
<td>
<p align="right">3</p>
</td>
<td>
<p align="right">-19,79</p>
</td>
<td>
<p align="right">-15,02</p>
</td>
</tr>
<tr>
<td>Italia</td>
<td>
<p align="right">1975</p>
</td>
<td>
<p align="right">5</p>
</td>
<td>
<p align="right">-14,27</p>
</td>
<td>
<p align="right">-12,51</p>
</td>
</tr>
<tr>
<td>Francia</td>
<td>
<p align="right">1975</p>
</td>
<td>
<p align="right">5</p>
</td>
<td>
<p align="right">-13,87</p>
</td>
<td>
<p align="right">-12,30</p>
</td>
</tr>
<tr>
<td>Gran Bret.</td>
<td>
<p align="right">1980-81</p>
</td>
<td>
<p align="right">3</p>
</td>
<td>
<p align="right">-11,86</p>
</td>
<td>
<p align="right">-11,44</p>
</td>
</tr>
<tr>
<td>Giappone</td>
<td>
<p align="right">2001</p>
</td>
<td>
<p align="right">3</p>
</td>
<td>
<p align="right">-12,72</p>
</td>
<td>
<p align="right">-12,14</p>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>La &#8220;massima velocità di caduta&#8221; italiana del marzo 2009 (meno 23,8%) non ha quindi paragoni in nessun paese a capitalismo avanzato in tutto il dopoguerra. Ma neanche la &#8220;velocità media&#8221; (anziché quella &#8220;massima&#8221;) italiana non ha paragoni: 16,8%, includendo marzo 2009. Avevo ragione a sentirmi sconvolto.</p>
<p>Considerando i paesi a capitalismo dipendente il quadro non cambia:</p>
<table border="0" cellspacing="0" cellpadding="0">
<tbody>
<tr>
<td width="86">Paese</td>
<td width="86">Anno</td>
<td width="86">Num. Mesi</td>
<td width="86" valign="bottom">Velocità   massima di caduta</td>
<td width="86" valign="bottom">Velocità   media di caduta</td>
</tr>
<tr>
<td></td>
<td></td>
<td></td>
<td></td>
<td></td>
</tr>
<tr>
<td>Brasile</td>
<td>
<p align="right">1981-82</p>
</td>
<td>
<p align="right">9</p>
</td>
<td>
<p align="right">-17,42</p>
</td>
<td>
<p align="right">-14,02</p>
</td>
</tr>
<tr>
<td>Messico</td>
<td>
<p align="right">1983</p>
</td>
<td>
<p align="right">8</p>
</td>
<td>
<p align="right">-13,05</p>
</td>
<td>
<p align="right">-11,80</p>
</td>
</tr>
<tr>
<td>Brasile</td>
<td>
<p align="right">1990</p>
</td>
<td>
<p align="right">4</p>
</td>
<td>
<p align="right">-28,21</p>
</td>
<td>
<p align="right">-16,63</p>
</td>
</tr>
<tr>
<td>Brasile</td>
<td>
<p align="right">1990-91</p>
</td>
<td>
<p align="right">4</p>
</td>
<td>
<p align="right">-18,59</p>
</td>
<td>
<p align="right">-15,36</p>
</td>
</tr>
<tr>
<td>Turchia</td>
<td>
<p align="right">1994</p>
</td>
<td>
<p align="right">4</p>
</td>
<td>
<p align="right">-15,55</p>
</td>
<td>
<p align="right">-13,07</p>
</td>
</tr>
<tr>
<td>Messico</td>
<td>
<p align="right">1995</p>
</td>
<td>
<p align="right">3</p>
</td>
<td>
<p align="right">-12,56</p>
</td>
<td>
<p align="right">-11,70</p>
</td>
</tr>
<tr>
<td>Corea</td>
<td>
<p align="right">1998</p>
</td>
<td>
<p align="right">5</p>
</td>
<td>
<p align="right">-13,50</p>
</td>
<td>
<p align="right">-12,21</p>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>La velocità media di caduta italiana attuale è superiore a qualsiasi crisi del &#8220;Terzo mondo&#8221;, mentre solo in un caso (Brasile, 1990) si ha una punta di accelerazione superiore a quella attuale italiana.</p>
<p>Un ulteriore raffronto possibile è quello con la situazione attuale.</p>
<table border="0" cellspacing="0" cellpadding="0">
<tbody>
<tr>
<td width="95">Paese</td>
<td width="93">Mese   d&#8217;inizio</td>
<td width="86">Num. Mesi</td>
<td width="86" valign="bottom">Velocità   massima di caduta</td>
<td width="86" valign="bottom">Velocità   media di caduta</td>
</tr>
<tr>
<td></td>
<td></td>
<td></td>
<td></td>
<td></td>
</tr>
<tr>
<td>Spagna</td>
<td>ottobre</td>
<td>
<p align="right">5</p>
</td>
<td>
<p align="right">-21,54</p>
</td>
<td>
<p align="right">-17,15</p>
</td>
</tr>
<tr>
<td>Giappone</td>
<td>novembre</td>
<td>
<p align="right">5</p>
</td>
<td>
<p align="right">-35,73</p>
</td>
<td>
<p align="right">-26,71</p>
</td>
</tr>
<tr>
<td>Corea</td>
<td>novembre</td>
<td>
<p align="right">5</p>
</td>
<td>
<p align="right">-21,16</p>
</td>
<td>
<p align="right">-16,29</p>
</td>
</tr>
<tr>
<td>Italia</td>
<td>novembre</td>
<td>
<p align="right">5</p>
</td>
<td>
<p align="right">-23,80</p>
</td>
<td>
<p align="right">-16,80</p>
</td>
</tr>
<tr>
<td>Finlandia</td>
<td>novembre</td>
<td>
<p align="right">4</p>
</td>
<td>
<p align="right">-20,81</p>
</td>
<td>
<p align="right">-17,02</p>
</td>
</tr>
<tr>
<td>Rep. Ceca</td>
<td>novembre</td>
<td>
<p align="right">4</p>
</td>
<td>
<p align="right">-21,44</p>
</td>
<td>
<p align="right">-17,73</p>
</td>
</tr>
<tr>
<td>Rep. Slovacca</td>
<td>novembre</td>
<td>
<p align="right">4</p>
</td>
<td>
<p align="right">-30,80</p>
</td>
<td>
<p align="right">-22,69</p>
</td>
</tr>
<tr>
<td>Svezia</td>
<td>novembre</td>
<td>
<p align="right">4</p>
</td>
<td>
<p align="right">-17,16</p>
</td>
<td>
<p align="right">-14,62</p>
</td>
</tr>
<tr>
<td>Turchia</td>
<td>novembre</td>
<td>
<p align="right">4</p>
</td>
<td>
<p align="right">-22,48</p>
</td>
<td>
<p align="right">-18,16</p>
</td>
</tr>
<tr>
<td>Francia</td>
<td>dicembre</td>
<td>
<p align="right">3</p>
</td>
<td>
<p align="right">-15,45</p>
</td>
<td>
<p align="right">-13,45</p>
</td>
</tr>
<tr>
<td>Germania</td>
<td>dicembre</td>
<td>
<p align="right">3</p>
</td>
<td>
<p align="right">-20,68</p>
</td>
<td>
<p align="right">-16,93</p>
</td>
</tr>
<tr>
<td>Ungheria</td>
<td>dicembre</td>
<td>
<p align="right">3</p>
</td>
<td>
<p align="right">-25,42</p>
</td>
<td>
<p align="right">-23,18</p>
</td>
</tr>
<tr>
<td>Brasile</td>
<td>dicembre</td>
<td>
<p align="right">3</p>
</td>
<td>
<p align="right">-17,39</p>
</td>
<td>
<p align="right">-15,84</p>
</td>
</tr>
<tr>
<td>Usa</td>
<td>gennaio</td>
<td>
<p align="right">3</p>
</td>
<td>
<p align="right">-12,78</p>
</td>
<td>
<p align="right">-11,75</p>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>Per tutti i paesi citati il crollo industriale è in corso, e quindi i dati vanno riaggiornati mese dopo mese. Per alcuni paesi sono disponibili i dati fino a marzo 2009, ma per la maggior parte l&#8217;ultimo mese disponibile è febbraio. In &#8220;lista d&#8217;attesa&#8221; ci sono inoltre Belgio, Canada e Gran Bretagna, che hanno fatto segnare arretramenti sull&#8217;anno precedente superiori al 10% in gennaio e febbraio 2009, senza che siano ancora stati rilasciati i dati relativi a marzo.  Invece hanno fallito l&#8217;ingresso Polonia e Portogallo, che pur avendo fatto segnare arretramenti sull&#8217;anno precedente superiori al 10% in gennaio e febbraio 2009, a marzo questo arretramento è sceso sotto il 10%, non riuscendo quindi a raggiungere la soglia trimestrale.</p>
<p>Qui il quadro cambia in modo radicale. Il dato italiano è in linea con quello degli altri paesi. E&#8217; la crisi attuale che non è comparabile con nessuna crisi avvenuta dopo la seconda guerra mondiale &#8211; lo è solo con la grande crisi degli anni &#8217;30. La crisi del 1974-75 vide una dinamica di &#8220;crollo industriale&#8221; in 4 paesi &#8211; oggi in 14 più 3 in lista d&#8217;attesa. La crisi del 1974-75 vide una dinamica di &#8220;crollo industriale&#8221; protrarsi per 3-5 mesi per Italia, Francia e Danimarca, e in nessun paese capitalista questa dinamica è durata per più di nove mesi nel periodo successivo alla seconda  guerra mondiale. Oggi già quattro paesi sono arrivati a una durata di cinque mesi, e niente indica che questa dinamica si interromperà bruscamente. La profondità della caduta industriale nel periodo successivo alla seconda  guerra mondiale non ha mai ecceduto una media del 16,6%: ad oggi già 9 paesi su 14 hanno superato questa soglia.</p>
<p>Secondo i criteri adottati, la crisi Usa del 1930 al 1933 è stata segnata da una &#8220;velocità media di caduta&#8221; del 19,13% estesa per un lasso di tempo enorme, 34 mesi continuativi. Moltiplicando &#8220;velocità media di caduta&#8221; per la durata, le crisi del dopoguerra possono essere viste in proporzione a quella statunitense degli anni &#8217;30 &#8211; secondo una &#8220;percentuale di gravità&#8221;. Questa &#8220;percentuale di gravità&#8221; è superiore al 10% solo in quattro crisi precedenti quella attuale:</p>
<table border="0" cellspacing="0" cellpadding="0">
<tbody>
<tr>
<td width="95">Paese</td>
<td width="93">Anno</td>
<td width="86">% di   gravità</td>
</tr>
<tr>
<td></td>
<td></td>
<td></td>
</tr>
<tr>
<td>Giappone</td>
<td>1974-75</td>
<td>
<p align="right">20,69</p>
</td>
</tr>
<tr>
<td>Brasile</td>
<td>1981-82</td>
<td>
<p align="right">19,40</p>
</td>
</tr>
<tr>
<td>Messico</td>
<td>1983</td>
<td>
<p align="right">14,51</p>
</td>
</tr>
<tr>
<td>Brasile</td>
<td>1990</td>
<td>
<p align="right">10,23</p>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>Per informazione la crisi italiana del 1975 ebbe una &#8220;percentuale di gravità&#8221; di 9,58. La situazione attuale &#8211; appena iniziata &#8211; è la seguente (non considero i paesi con soli tre mesi di crollo industriale):</p>
<table border="0" cellspacing="0" cellpadding="0">
<tbody>
<tr>
<td width="95">Paese</td>
<td width="93">% di   gravità</td>
</tr>
<tr>
<td></td>
<td></td>
</tr>
<tr>
<td>Giappone</td>
<td>
<p align="right">20,53</p>
</td>
</tr>
<tr>
<td>Rep. Slovacca</td>
<td>
<p align="right">13,95</p>
</td>
</tr>
<tr>
<td>Spagna</td>
<td>
<p align="right">13,18</p>
</td>
</tr>
<tr>
<td>Italia</td>
<td>
<p align="right">12,91</p>
</td>
</tr>
<tr>
<td>Corea</td>
<td>
<p align="right">12,52</p>
</td>
</tr>
<tr>
<td>Turchia</td>
<td>
<p align="right">11,17</p>
</td>
</tr>
<tr>
<td>Rep. Ceca</td>
<td>
<p align="right">10,90</p>
</td>
</tr>
<tr>
<td>Finlandia</td>
<td>
<p align="right">10,47</p>
</td>
</tr>
<tr>
<td>Svezia</td>
<td>
<p align="right">8,99</p>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>Il Giappone oggi in 5 mesi ha raggiunto lo stesso livello di gravita&#8217; che raggiunse nel 1974-75 in nove mesi &#8211; quindi in Giappone questa crisi ha una velocita&#8217; quasi doppia di quella di 35 anni fa. Tutti i dati naturalmente andranno aggiornati periodicamente.</p>
<p>Tutti ripetono che il punto di svolta è stato raggiunto, e che tutto andrà per il meglio. Non certo a marzo.  E&#8217; stato il mese peggiore. Ecco la sequenza (base dati Ocse) delle variazioni mese su mese della produzione industriale italiana:</p>
<p align="center">novembre                    -3,67</p>
<p align="center">dicembre                     -4,34</p>
<p align="center">gennaio                       -1,22</p>
<p align="center">febbraio                       -3,47</p>
<p align="center">marzo                          -4,60</p>
<p>Considerando le &#8220;variazioni percentuali tendenziali&#8221; fornite dall&#8217;Istat il quadro non muta:</p>
<p align="center">giugno 2008                  -0,8</p>
<p align="center">luglio                             -2,2</p>
<p align="center">agosto                           -4,7</p>
<p align="center">settembre                     -5,7</p>
<p align="center">ottobre                          -7,7</p>
<p align="center">novembre                      -9,7</p>
<p align="center">dicembre                     -13,8</p>
<p align="center">gennaio 2009              -17,6</p>
<p align="center">febbraio                       -21,2</p>
<p align="center">marzo                          -23,8</p>
<p>Nel nostro &#8220;paese incantato&#8221; tutto ciò non fa notizia. Ma poco conta. La realtà i lavoratori la conoscono &#8211; dietro queste cifre ci sta una guerra terribile contro di loro, fatta di licenziamenti, mobilità, cassa integrazione, divisioni nei loro ranghi, attacchi ai loro diritti e alle loro organizzazioni, e così via. E&#8217; la guerra di classe oggi in corso: e nei prossimi mesi si approfondirà. I tentativi di occultarla sono vani.</p>
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		<item>
		<title>Que reste-t-il delle classi sociali? (1991-2001)</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Apr 2009 13:13:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milanointernazionale</dc:creator>
				<category><![CDATA[2. Crisi globale]]></category>

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		<description><![CDATA[Que reste-t-il delle classi sociali? (1991-2001) di Ilario Salucci, marzo 2009 In questo lavoro tento una stima numerica delle classi sociali in Italia a partire dai dati resi disponibili dall&#8217;Istat relativi ai censimenti industriali del 1991 e del 2001. Nel fare questo tentativo utilizzo una serie di concetti (lavoro produttivo/improduttivo, proletariato come un sottoinsieme dei [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&amp;blog=7100082&amp;post=174&amp;subd=milanointernazionale&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>Que reste-t-il</em> delle classi sociali? (1991-2001)</strong></p>
<p><em><strong>di Ilario Salucci, marzo 2009</strong></em></p>
<p><span style="font-size:9pt;font-family:Verdana;">In questo lavoro tento una stima numerica delle classi sociali in Italia a partire dai dati resi disponibili dall&#8217;Istat relativi ai censimenti industriali del 1991 e del 2001. Nel fare questo tentativo utilizzo una serie di concetti (lavoro produttivo/improduttivo, proletariato come un sottoinsieme dei lavoratori salariati e classi lavoratrici, campo sociale, corpo sociale) o poco usati, o molto controversi. Per rendere intellegibili questi concetti riporto nell&#8217;introduzione dei piccoli estratti da alcuni lavori (di Geoffrey E. M. de Ste. Croix, Hal Draper, Claude Meillassoux e </span><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><span style="font-size:x-small;"><span style="font-size:9pt;font-family:Verdana;"><span style="text-decoration:none;">Sungur Savran &#8211; E. Ahmet Tonak) da cui</span></span></span> </span><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><span style="font-size:x-small;"><span style="font-size:9pt;font-family:Verdana;">ho mutuato questa terminologia, senza la pretesa di riassumere contributi molto approfonditi e articolati, che posso solo invitare a leggere nella loro integralità. Marzo 2009: <a href="http://milanointernazionale.files.wordpress.com/2009/03/classi.pdf">link</a>.</span></span></span></p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/milanointernazionale.wordpress.com/174/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/milanointernazionale.wordpress.com/174/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/milanointernazionale.wordpress.com/174/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/milanointernazionale.wordpress.com/174/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/milanointernazionale.wordpress.com/174/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/milanointernazionale.wordpress.com/174/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/milanointernazionale.wordpress.com/174/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/milanointernazionale.wordpress.com/174/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/milanointernazionale.wordpress.com/174/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/milanointernazionale.wordpress.com/174/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/milanointernazionale.wordpress.com/174/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/milanointernazionale.wordpress.com/174/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/milanointernazionale.wordpress.com/174/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/milanointernazionale.wordpress.com/174/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&amp;blog=7100082&amp;post=174&amp;subd=milanointernazionale&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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