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	<title>Milano Internazionale &#187; 3. Altre città, altri mondi</title>
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		<title>L&#8217;Aquila: cemento e deportati dietro alle &#8220;new town&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Sep 2009 17:27:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milanointernazionale</dc:creator>
				<category><![CDATA[3. Altre città, altri mondi]]></category>
		<category><![CDATA[L'Aquila]]></category>
		<category><![CDATA[Speculazione immobiliare]]></category>
		<category><![CDATA[Urbanistica]]></category>

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		<description><![CDATA[Proponiamo ai lettori di Milano Internazionale due belli articoli di Vittorio Emiliani pubblicati da L&#8217;Unità su cosa c&#8217;è dietro il progetto delle &#8220;new town&#8221; per L&#8217;Aquila: enormi sprechi, deportazioni di fatto, cementificazione e speculazione immobiliare. Sugli stessi temi vi consigliamo vivamente di leggere l&#8217;ottimo e dettagliato dossier &#8220;L&#8217;Aquila. Non si uccide così anche una città&#8221; [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&blog=7100082&post=788&subd=milanointernazionale&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Proponiamo ai lettori di Milano Internazionale due belli articoli di Vittorio Emiliani pubblicati da L&#8217;Unità su cosa c&#8217;è dietro il progetto delle &#8220;new town&#8221; per L&#8217;Aquila: enormi sprechi, deportazioni di fatto, cementificazione e speculazione immobiliare. Sugli stessi temi vi consigliamo vivamente di leggere l&#8217;ottimo e dettagliato dossier<a href="http://www.eddyburg.it/filemanager/download/1719/dossierL%27AQUILA.pdf" target="_blank"> &#8220;L&#8217;Aquila. Non si uccide così anche una città&#8221;</a> a cura del Comitatus Aquilanus (pubblicato online da <a href="http://www.eddyburg.it" target="_blank">Eddyburg</a>), un bell&#8217;esempio di studio urbanistico e di denuncia delle politiche berlusconiane per la città colpita dal terremoto.</p>
<p><span id="more-788"></span></p>
<p>Cemento e «deportati»: il modello immobiliarista che condanna L’Aquila</p>
<p>da L&#8217;Unità del 24 settembre 2009</p>
<p>Autore: Emiliani, Vittorio</p>
<p>Lo ricordo bene: dopo i terremoti del Friuli, dell’Umbria e delle Marche &#8211; i meglio risolti fra i tanti &#8211; il dibattito sulla ricostruzione di centri storici e monumenti fu subito intenso, acceso, coinvolse, appassiono` intere comunita`, produsse soluzioni alla fine valide. In Friuli lo slogan della ricostruzione fu «prima le fabbriche, poi le case e le chiese». In Umbria venne corretto in «prima le chiese (“Sono le nostre fabbriche”, fece notare un vescovo saggio, attento al turismo religioso di massa), poi le case e le fabbriche». Lo fa notare il solo studio complessivo – anche socio-culturale, anche economico &#8211; sin qui prodotto sul terremoto abruzzese: «L’Aquila. Non si uccide cosi` anche una citta`?». Una brochure fitta di analisi, argomentazioni, piantine, tabelle di costi, che va sotto la sigla storica di Comitatus Aquilanus.</p>
<p>Vi hanno lavorato intensamente soprattutto l’urbanista Vezio De Lucia, con vaste esperienze di amministratore, l’ex direttore del Servizio Sismico nazionale, Roberto De Marco, l’architetto Georg Josef Frisch, coordinatore della ricerca che pubblichiamo in anteprima.</p>
<p>Prima notazione: nulla delle esperienze positive antecedenti gia` citate e` stato tenuto in conto. E` prevalsa su tutto la visione «edilizia», immobiliaristica del presidente Berlusconi, attuata «militarmente» dalla Protezione Civile. Difatti, qui in Abruzzo, all’Aquila, la parola «ricostruzione » non viene pronunciata, c’e` uno spettrale silenzio attorno ad essa. Anche da parte degli intellettuali (tutti ipnotizzati?), dei giornali, di quasi tutte le tv. Dove un’altra parola risulta bandita: «pianificazione ». Tutto sul territorio aquilano avviene nella piu` totale assenza di un disegno urbanistico complessivo, con mille episodi sconnessi e con un consumo di suoli agricoli alla fine disastroso. Il solo slogan e` quello efficientistico «dalle tende alle case», o meglio «alle casette» (magari donate dai trentini).</p>
<p>Ma ci sono poi case o casette per tutti? Neanche per idea. Ci sono prima che arrivi novembre e magari la prima neve? Soltanto in parte. Sere fa ha fatto sensazione a Ballaro` l’intervento del direttore generale del Comune de L’Aquila, Massimiliano Cordeschi, accusato dal ministro Tremonti di «esortare alla rivoluzione» soltanto per aver detto che, in conclusione, a sei mesi dal sisma, su 40.000 senzatetto, ce ne sono 26.000 fuori da ogni prospettiva di residenza che non siano gli alberghi della costa, case di parenti, o la diaspora.</p>
<p>Lo studio di De Lucia-De Marco-Frisch ci dice subito che la Protezione Civile ha censito gli edifici inagibili o danneggiati. Non gli alloggi. Dato fondamentale invece per stimare la gravita` del danno e quindi la «domanda di ricostruzione». Loro tre calcolano che a L’Aquila siano 15.746 gli alloggi resi inagibili, per una superficie lorda di 1 milione e mezzo di metri quadrati. Una parte rilevante dei quali nel bellissimo ed ora spettrale centro storico, nella «zona rossa »: il 63%. Sono residenze di aquilani e case per studenti fuori sede. Lo slogan della ricostruzione (se di ricostruzione qualcuno parlasse nel primo grande centro storico atterrato dopo Messina) dovrebbe infatti mettere al primo posto, fra le «fabbriche », l’Universita`, vero «motore» di tanta vita economica e sociale aquilana, col Conservatorio, con l’Accademia di Belle Arti e altri Istituti. Pertanto, se migliaia di studenti sceglieranno altre sedi, tutta L’Aquila ne ricevera` un colpo mortale. Ma se la ricostruzione non solo non parte (rimuovendo le macerie, puntellando, progettando, ecc.), ma neppure viene nominata, quali speranze si possono dare a questi giovani affluiti qui da altre regioni? Cosa puo` trattenerli dal fare altre scelte? In Umbria e Marche, dopo aver sistemato, con fatica certo, i terremotati in container attrezzati e in casette prefabbricate, vennero formati dalla Regione e dagli enti locali i consorzi obbligatori fra i proprietari privati onde far partire progetti integrati e pianificati di ricostruzione «in sicurezza ». Qui siamo sotto lo zero. E anche giornali, tv, opinionisti, gli stessi partiti di opposizione non ne parlano. Paiono come annichiliti e senza voce. Peggio, senza idee.</p>
<p>La sensazioneche gli autori di questa ricerca hanno avuto e` che il sindaco de L’Aquila Massimo Cialente sia stato lasciato piuttosto solo dallo stesso Pd anch’esso come catturato dalla logica tutta «edilizia» del duo Berlusconi-Bertolaso. Da qui l’ordinanza di giugno che lasciava liberta` di costruire casette provvisorie dove si poteva. Da qui il Progetto dei Complessi Antisismici Sostenibili ed Ecocompatibili (C.A.S.E.) che il premier un po’ chiama newn town e un po’ no, anzi si offende.?«In buona sostanza », si legge nel rapporto, sono «lottizzazioni residenziali su 20 aree individuate dalla Protezione Civile (…), 164 edifici per un totale di circa 4.000-4.500 appartamenti che saranno adatti ad ospitare circa 15.000 persone», cioe` un terzo soltanto dell’effettivo fabbisogno espresso dai cittadini del capoluogo. Adesso anche la Protezione Civile si e` accorta che sono poche e allora si affanna a mandare altrove il popolo degli attendati, prima che il gelo li attanagli. Di nuovo negli alberghi della riviera adriatica. A costi notevolmente elevati. Senza che i senzatetto abbiano potuto esprimere una preferenza, senza che si sia lasciato uno spiraglio alla autodeterminazione democratica, senza che si sia potuto opporre qualcosa alla scelta centrifuga delle 20 micro-newtown e di tante altre casette sparse, a spray, sui terreni agricoli, a macchia d’olio. Il tutto a costi molto alti. Come sempre allorche&#8217; non si pianifica praticamente nulla. Ne parleremo nella successiva puntata. Fermiamoci ad un costo sociale: «Una volta sgomberate le macerie e rese accessibili le case non danneggiate gravemente, solo uno su tre dei vecchi abitanti potra` tornare a casa». Piu` il tempo passa senza che inizi la ricostruzione e peggio e`. Qui e nei centri storici minori. Sul piano oggettivo, psicologico, morale. «Non si uccide cosi` anche una citta`?».</p>
<p>(1-continua)</p>
<p>Dai centri storici alle “new towns” Cinque domande al premier</p>
<p>Nella conferenza-stampa di martedi` Silvio Berlusconi ha detto che rispondera` soltanto a domande serie, per esempio sulla consegna di case prevista il 29 in Abruzzo. L’inchiesta qui a fianco ne contiene tante di domande. Proviamo ad estrarne qualcuna:</p>
<p>1) Perche&#8217; non si sono tenuti in alcun conto i risultati positivi della ricostruzione post-terremoto in Friuli e in Umbria-Marche?</p>
<p>2) Perche&#8217; la Protezione Civile ha censito gli edifici e non invece gli alloggi colpiti per avere una stima piu` esatta dei bisogni?</p>
<p>3) Come mai le casette prefabbricate possono ospitare soltanto un terzo dei circa 40.000 senzatetto? E gli altri, dove finiranno?</p>
<p>4) E` vero che nelle sue amate «new town» gli alloggi stanno fra i 40 e i 70mq e che ci si orienta sempre piu` verso i 40 mq?</p>
<p>5) Perche&#8217; nemmeno si parla, per ora, di piani e progetti di ricostruzione dei centri storici, dell’Aquila in primo luogo? Cosa si vuol fare?</p>
<p>Tante sono le domande che urgono. Magari domani ne faremo altre.</p>
<p>V.E.</p>
<p>Quelle nuove (e costose) periferie chiamate “New Town” Data di pubblicazione: 26.09.2009</p>
<p>da L&#8217;Unità del 26 settembre 2009</p>
<p>Autore: Emiliani, Vittorio</p>
<p>Uno studio degli urbanisti Vezio De Lucia e Georg Josef Frisch svela il doppio danno delle nuove costruzioni: l’abbandono del centro storico (dove vivrebbe il 6% degli aquilani) e il prezzo eccessivo degli immobili.</p>
<p>Tutti ricordano il terremoto,fra ottobre e novembre 2002, di San Giuliano di Puglia (Campobasso), che semino` la morte nella scuola del paese: 27 bambini e un’insegnante schiacciati. Il resto dell’abitato non aveva subito danni gravi.Ma Silvio Berlusconi subito parlo` di una«San Giuliano di Puglia 2», avendo fissa in testa la «sua» Milano 2. Poi la cosa non ando` avanti. Stavolta,col solito tecnico privato di fiducia,l’ingegner Michele Calvi (sempre Milano 2), ci ha riprovato straparlando di new town aquilane, in realta` una congerie scollegata di banali lottizzazioni. V’e` di piu`. «Si sono rifatti i conti e le new town sono diventate inaspettatamente (per la Protezione Civile) insufficienti. E la gente riparte per il mare». Uno show illusorio dunque.</p>
<p>Lo scrivono gli urbanisti Vezio De Lucia e Georg Josef Frisch, e il sismologo Roberto De Marco nel rapporto ancora inedito di cui diamo conto in anteprima «L’Aquila. Non si uccide cosi` anche una citta`?». Essi affrontano, oltre all’insufficienza quantitativa delle abitazioni previste per i terremotati aquilani (senza servizi, oltretutto), il nodo dei costi della soluzione prescelta.Per ricostruire la casa com’era e dov’era (ma sicura) ai circa 7.000cittadini della zona rossa del centro storico, occorrerebbero 380 milioni di euro. Inoltre, quei cittadini dovrebbero essere sistemati provvisoriamente per il tempo necessario con Moduli Abitativi Permanenti(MAP). A quali costi? «La Protezione Civile», rispondono i tre esperti,«sta spendendo, chiavi in mano,1.000 euro per mq, mediamente50.000 euro ad alloggio MAP». Per i2.820 alloggi necessari, farebbero140 milioni di euro. Sommati ai 380 milioni precedenti, si salirebbe a circa5 20 milioni.</p>
<p>Il Progetto C.A.S.E. in corso di realizzazione, cioe` le 20 micro-newtown, o lottizzazioni, prevede invece un costo di 2.800 euro al metro quadrato per un importo complessivo di 710 milioni di euro. Badate, si tratta di mini-alloggi: da 40 a 70 mq contro i 90 mq della media Istat. Fra l’altro li stanno rimpicciolendo per stiparne di piu` nei 20 lotti essendosi accorti che sono di molto inferiori ai bisogni. Quindi, per i 7.000 aquilani della zona rossa «avere una casa nelle new town costera` 440 milioni dieuro». Non e` finita. C’e` da calcolare il costo del temporaneo, non breve soggiorno negli alberghi della costa. Circa 8,4 milioni al mese. In sei mesi (e non so se bastino), un costo aggiuntivo di 50 milioni, da sommare ai 440 milioni di poco sopra. In totale, circa 490 milioni di euro.</p>
<p>Non e` tutto, perche&#8217; nella versione finale del decreto sul terremoto (28aprile 2009) il governo ha dovuto riconoscere ai residenti del centro storico con abitazione in E (cioe` gravemente danneggiata) la totale copertura delle spese di ricostruzione e aip roprietari di seconde case in E «un ristoro di 80.000 euro». A questo punto dobbiamo sommare i 380 milionidi euro calcolati per ricostruzione e recupero della zona rossa delcentro storico ai 490 milioni per le cosiddette new town e fanno 870 milioni di euro.</p>
<p>Una obiezione e` scontata: «Le new town sono un patrimonio edilizio a futura diversa destinazione». Gia`, pero` si tratta di alloggi definiti dalla Protezione Civile soltanto «durevoli», decisamente piccoli, piu` piccoli di un terzo delle abitazioni andate distrutte. E per ora non ci sono fondi per i servizi. Insomma,concludono gli autori dello studio, «non si puo` pero` essere sicuri che costruire case al costo di un appartamento di lusso sia stato un buon investimento». La ricostruzione aquilana, con tutte le declamate pretese di efficienza,costera` di piu` di una «ricostruzione tradizionalmente intesa».</p>
<p>E qui torna il discorso fatto nella prima puntata: la fretta presuntuosa con cui si e` voluto agire senza tenere in alcun conto le esperienze friulane e umbro-marchigiane sara` nemica di una «buona ricostruzione». Della cui elaborazione progettuale, del resto, nemmeno si discute. Nasce allora un sospetto di fondo: questa urbanistica «di emergenza» non diventera`«permanente»? Della bella Aquila oggi in macerie che ne sara`? Prima del sisma nelle case e nei nuclei sparsi risiedeva il 34 per cento della popolazione del Comune; con le new town vi risiedera` il 56 per cento. Nel centro storico abitava il 15 per cento che si ridurra` ad un misero 6per cento. Come diminuira` (dal 51 al 38 percento), a vantaggio dei nuclei e case sparse, la quota di quanti avevano casa nelle zone urbane. Prima del terremoto, «ben due terzi della popolazione del Comune abitava nel capoluogo (centro storico e zone adiacenti), mentre solo un terzo era residente nelle frazioni e nei nuclei periferici». Con la centrifugazione prodotta dal Progetto new towns, o C.A.S.E., il capoluogo perde «un terzo degli abitanti, mentre il centro storico subisce un vero e proprio tracollo». L’Aquila sara` cosi` trasformata in «una citta` piu` piccola contornata da venti periferie?».</p>
<p>Se ricordate, nella prima versione del decreto legge, si insisteva sul ruolo di Fintecna incaricata di subentrare agli aquilani con casa danneggiata che non ce la facevano a ricostruire. A tutt’oggi non c’e` nessuna ombra – a differenza del modello umbro-marchigiano – di comparti omogenei perimetrati, di programmi integrati,ne&#8217; di consorzi obbligatori fra i proprietari per il recupero degli edifici distrutti o lesionati. Campo libero dunque, per selezione «naturale»,ai singoli, ovviamente ricchi o agiati, che vorranno qua e la` recuperare mettendo in sicurezza. «Per dar vita ad una L’Aquila-land per turisti e fruitori di shopping, richiamati dalla possibilita` di ammirare come era una citta` preziosa prima del terremoto». Una vuota scena. Una bella occasione speculativa.</p>
<p>In tanta inerzia, difficilmente l’Ateneo aquilano riavra` i suoi 27.000 iscritti, con parecchi fuorisede. Faticheranno Conservatorio, Accademia e altri istituti. Languiranno gli 800 esercizi commerciali dei quartieri storici. Il Tribunale e` sbriciolato, l’Ospedale lesionato. Le imprese si saranno riposizionate sul territorio. Si paghera` un altissimo prezzo: la disgregazione di una comunita`.  Possibile che di cio` che tocca il cuore, gli elementi vitali del primo grande centro storico terremotato dopo Messina (1908) la classe dirigente,intellettuale italiana non senta il bisogno di discutere in senso positivo, progettuale? Non senta l’urgenza di sostenere quanti nelle istituzioni (il sindaco Massimo Cialente, la combattiva presidente della Provincia Stefania Pezzopane) non si rassegnano? Possibile che questo nostro Paese sia, in tutto, cosi` sfibrato, disanimato, incapace di reagire, persino al «tutto va ben» strombazzato da Berlusconi e dai suoi contro ogni cifra, contro ogni realta`? Ma dove sono urbanisti, pianificatori, sindacati,partiti dalla parte dei cittadini?</p>
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		<title>Le città, la guerra, l&#8217;Iraq</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Jun 2009 09:47:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milanointernazionale</dc:creator>
				<category><![CDATA[3. Altre città, altri mondi]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Iraq]]></category>
		<category><![CDATA[Neoliberismo]]></category>
		<category><![CDATA[Urbanistica]]></category>

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		<description><![CDATA[Le città, la guerra, l&#8217;Iraq Tra le città e la guerra c&#8217;è un nesso secolare che oggi passa attraverso il neoliberismo e l&#8217;accumulazione per espropriazione, come risulta evidente analizzando tra gli altri il caso dell&#8217;Iraq. Alcune riflessioni sul tema seguendo il filo di quattro saggi pubblicati dalla rivista di urbanistica City (a cura di Andrea [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&blog=7100082&post=655&subd=milanointernazionale&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Le città, la guerra, l&#8217;Iraq</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Tra le città e la guerra c&#8217;è un nesso secolare che oggi passa attraverso il neoliberismo e l&#8217;accumulazione per espropriazione, come risulta evidente analizzando tra gli altri il caso dell&#8217;Iraq. Alcune riflessioni sul tema seguendo il filo di quattro saggi pubblicati dalla rivista di urbanistica City (a cura di Andrea Ferrario). L&#8217;articolo può essere scaricato anche in <a href="http://milanointernazionale.files.wordpress.com/2009/06/recensione-citta-guerra-iraq.pdf" target="_blank">formato pdf stampabile</a>.</strong></p>
<p><span id="more-655"></span></p>
<p>- Eduardo Mendieta, &#8220;Imperial geographies and topographies of nihilism &#8211; Theatres of war and dead cities&#8221;, City, Vol. 8, No. 1, Aprile 2004</p>
<p>- Stephen Graham, &#8220;Postmortem city &#8211; Toward an urban gepolitics&#8221;, City, Vol. 8, No. 2, July 2004</p>
<p>- Michael Schwartz, &#8220;Neo-liberalism on crack &#8211; Cities under siege in Iraq&#8221;, City, Vol. 11, No. 1, Aprile 2007</p>
<p>- Roy Scranton, &#8220;Walls and shadows &#8211; The occupation of Baghdad&#8221;, City, Vol. 11, No. 3, Dicembre 2007</p>
<p>Fortificazioni, mura, piazze d&#8217;armi, caserme. Nella maggior parte dei paesi il binomio città e guerra è concretamente riscontrabile facendosi una semplice passeggiata in un centro urbano. La guerra è sempre stata una distruttrice di luoghi e nel periodo premoderno le città sono state allo stesso tempo i principali obiettivi e le principali iniziatrici delle guerre. Con la nascita dello stato nazione le cose sono in parte cambiate, ma le élite militari, politiche ed economiche hanno continuato ad avere nelle città, ormai diventate metropoli, la loro base imperiale dalla quale gestivano il ricorso alla violenza, il controllo economico e l&#8217;acquisizione coloniale di nuovi territori. Allo stesso tempo, come scrive Stephen Graham, &#8220;le città costituivano molto di più dello <em>sfondo</em> o del <em>contesto</em> della guerra e del terrore. I loro edifici, i loro beni, le loro istituzioni, le loro industrie, le loro infrastrutture, le loro diversità culturali e i loro significati simbolici sono stati <em>di per se stessi</em> l&#8217;obiettivo esplicito di un&#8217;ampia gamma di attacchi deliberati e orchestrati&#8221;. La guerra si è fatta nel tempo sempre più <em>pianificata</em>, trasformandosi in uno sforzo di violenza rivolto in misura sempre maggiore contro i civili e gli ambienti da loro abitati. Lo testimoniano non solo le cifre sulle vittime e le distruzioni durante le due guerre mondiali, e in particolare durante la Seconda guerra mondiale, ma anche quelle degli anni più recenti. Tra il 1989 e il 1998 nel mondo circa 4 milioni di persone sono state uccise in conflitti armati e il 90% di esse erano civili. Le guerre tra stati sono diventate più rare e la macchina bellica ha cominciato ad assumere una forma sempre più &#8220;informale&#8221; e &#8220;asimmetrica&#8221;, focalizzandosi su conflitti localizzati, il più delle volte in o attorno a centri urbani. I motivi di questa evoluzione sono diversi e vanno dal crollo di molti stati nazionali o governi locali, alla crescente urbanizzazione del territorio e della popolazione (nei soli anni &#8217;90 la quota della popolazione urbana è aumentata a livello mondiale del 36%) e alla crescente polarizzazione sociale. A tutto questo va aggiunto l&#8217;impatto devastante della ristrutturazione neoliberale e dei programmi di aggiustamento strutturale, che hanno eroso la sicurezza sociale ed economica e immiserito vaste porzioni delle popolazioni urbane. I poteri che sostengono la guerra, cioè politici e imprese, si muovono oggi secondo linee che, per usare un&#8217;efficace analogia di Keller Easterling, ricordano molto da vicino quelle dei pirati: &#8220;scivolano agilmente tra diverse giurisdizioni, sfruttano a proprio vantaggio le differenze nel costo della manodopera e tra le diverse valute, brandiscono in un primo tempo l&#8217;identità nazionale come un&#8217;arma per poi subito dopo negarla, ricorrendo a bugie e sotterfugi per neutralizzare le differenze culturali o politiche&#8221;. Nelle &#8220;nuove&#8221; guerre urbane i macroeventi e i macroprocessi che si svolgono a livello globale alimentano micropolitiche a livello di strada e di vicinato. &#8220;Città come Belfast, Sarajevo, Mogadiscio, ma anche Johannesburg e Los Angeles, sono diventate zone urbane di guerra sulla spinta di forze <em>implosive</em> che scaricano a livello di vicinato le ripercussioni maggiormente violente e problematiche di più ampi processi regionali, nazionali e globali&#8221;, come ha scritto Arjun Appadurai. Si generà così uno scenario di terrore urbano.</p>
<p>Negli anni del dopo Guerra fredda e del dopo 11 settembre, come scrive Stephen Graham nel suo saggio, la guerra e il terrore hanno preso di mira in maniera sistematica e pianificata le città e le aree urbane, e continuano a farlo ancora oggi. Graham fornisce una lunga serie di interessanti esempi a sostegno della sua tesi. Dalla Seconda guerra mondiale si è registrato un ricorso sempre più sistematico agli esperti di economia, di demografia e di pianificazione ai fini della guerra e del terrore contro le città. Ne sono un esempio l&#8217;accurata &#8220;pianificazione urbana&#8221; dei bombardamenti a tappeto degli alleati sulle città tedesche e su quelle giapponesi, l&#8217;organizzazione della demolizione casa per casa di Varsavia nel 1945, il &#8220;gigantesco processo urbano-regionale dell&#8217;Olocausto&#8221;, per usare le parole dello stesso Graham, la pianificazione della riduzione alla fame di intere città e regioni dell&#8217;Europa Orientale negli anni quaranta e l&#8217;organizzazione spaziale del regime dell&#8217;apartheid in Sudafrica. O ancora il massiccio coinvolgimento di demografi, statistici, geografi, architetti e urbanisti negli sforzi di Israele per rafforzare il proprio controllo sugli spazi dei Territori occupati, con la conseguente erezione di muri, la creazione di &#8216;zone cuscinetto&#8217;, la distruzione in massa di case mediante l&#8217;uso di bulldozer, la pulizia etnica di aree selezionate e l&#8217;attenta pianificazione degli insediamenti di coloni. La pianificazione urbana usata ai fini del terrore e del controllo ha comunque una lunga tradizione. Il primo manuale di guerra urbana è stato realizzato nel 1847 dai francesi per insegnare ai propri soldati come reprimere senza pietà le insurrezioni nella città di Algeri. Ne era autore il generale francese Thomas Robert Bugeaud, che per combattere la resistenza algerina aveva semplicemente raso al suolo interi isolati nella casbah della città, aprendo grandi viali che permettevano un migliore controllo militare. Le sue dottrine hanno fortemente influenzato il barone Haussmann, che negli anni settanta del XIX secolo ha sventrato Parigi aprendo grandi boulevard e facendo costruire archi che consentivano ai militari un più facile controllo della volatile capitale. Negli anni &#8217;30 del secolo scorso i britannici hanno fatto ricorso in Palestina a strumenti analoghi nella sostanza, per esempio distruggendo un intero quartiere di Jenin e sventrando la città di Jaffa.</p>
<p>Nel suo articolo Graham rileva una stretta connessione anche tra guerra aerea, bombardamenti e urbanistica. La tendenza verso una concentrazione verticale degli edifici da una parte (offrono una superficie minima ai bombardieri) e la dispersione dello sviluppo urbano che lascia grandi spazi aperti (sprawl), dall&#8217;altra, sono una conseguenza tra le altre cose della guerra aerea ed erano state teorizzate nel 1941 da Le Corbusier. Una tendenza, la seconda, che si è intensificata negli USA con il diffondersi della minaccia nucleare. I modernisti consideravano poi paradossalmente la guerra come una grande occasione: i bombardamenti a tappeto e le distruzioni da essi provocate offrivano l&#8217;opportunità di ripianificare secondo criteri moderni nuove città. In realtà nel secondo dopoguerra il principale agente della ripianificazione urbana è stato il capitale e, soprattutto negli Stati Uniti, il complesso militare industriale che ha riconfigurato gli spazi strategici delle città. Può essere per esempio paragonata a un atto di guerra la deportazione di circa 50.000 persone dal Bronx, a New York, per tracciare una superstrada lungo il quartiere. Come scrive Graham, &#8220;il Bronx deve essere visto nella stessa luce delle guerre o guerriglie a tutto campo di Berlino, Belfast o Beirut&#8221;. Da parte sua, Marshall Berman ha osservato che: &#8220;gran parte dei cambiamenti urbani &#8216;pianificati&#8217; implicano <em>di per se stessi</em>, anche in tempi di &#8216;pace&#8217;, livelli di violenza, destabilizzazione, devastazione, espulsione forzata e annientamento di luoghi che sono analoghi a quelli di una guerra&#8221;. Concetti ripresi da David Harvey, secondo il quale &#8220;i processi di distruzione creativa tramite l&#8217;abbandono e la ricostruzione, guidati da fattori economici, politici e sociali, sono spesso altrettanto distruttivi degli atti arbitrari di guerra. La maggior parte della Baltimora di oggi, con le sue 40.000 case abbandonate, ha l&#8217;aspetto di una zona di guerra che potrebbe rivaleggiare con Sarajevo&#8221;. Concetti che ritroviamo anche nell&#8217;articolo scritto da Eduardo Mendieta per City. Le &#8220;città morte&#8221; di oggi, scrive Mendieta, sono &#8220;il risultato diretto dell&#8217;adozione da parte nostra di una prospettiva militare che ha interiorizzato e assimilato la prospettiva della vittima. Prima di avere ucciso le nostre città, abbiamo distrutto quelle dei nostri nemici, e imparando come distruggerle, abbiamo appreso come essiccare, svuotare, sventrare e smantellare le nostre stesse città. Lo abbiamo fatto applicando la logica della guerra al centro stesso. E così, quando visitiamo gli slum urbani di Newark, New York, Boston, Chicago e li paragoniamo alle rovine di città bombardate, l&#8217;analogia non è un&#8217;iperbole. Abbiamo ucciso le nostre città sottomettendole alle stesse topografie totalitarie di una guerra totale&#8221;. Molto opportunamente Mendieta cita anche il campo di concentramento come l&#8217;incarnazione di questi spazi totalitari. Mentre però il campo di concentramento, pur all&#8217;interno di un vasto sistema organizzato, rimaneva circoscritto e localizzato, l&#8217;attuale logica della sovranità che si espande al di là dei confini territoriali dello stato nazione ha come obiettivo quello di fare del campo di concentramento non l&#8217;eccezione, ma la norma. &#8220;La trasformazione del terreno e della geografia in un territorio mobile che è continuamente in produzione viene conseguita rendendoli continuamente oggetto di distruzione. In tale modo il paesaggio passa continuamente dall&#8217;essere un campo di battaglia a un&#8217;area industriale dismessa. Ancora una volta, il campo di concentramento è la precisa incarnazione di questo movimento duale&#8221;. E&#8217; la topografia del nichilismo, come la definisce Mendieta.</p>
<p>Le città di oggi sono rese più vulnerabili agli atti di violenza dagli effetti potenzialmente catastrofici a causa della sempre maggiore sofisticazione e complessità dei loro sistemi interni (metropolitane, reti computerizzate, sistemi idrici, reti elettriche ecc.), ma anche della loro crescente dipendenza da sistemi e reti transnazionali e basati su flussi. Si genera così il terrore della demodernizzazione e le città vengono ripianificate come spazi segnati da confini netti, fortemente controllati e in cui le relazioni con l&#8217;esterno sono sottoposte ad attenti filtri (&#8220;Oggi le guerre vengono combattute non in trincee e in campi aperti, ma nei soggiorni, nelle scuole e nei supermarket&#8221;, ha scritto Sultan Barakat). L&#8217;altro lato di questa guerra interna è la &#8220;lotta globale contro il terrorismo&#8221;, che non è altro che un&#8217;applicazione bellica delle strategie imperialistiche &#8211; come ha scritto Dyer-Witheford, &#8220;nella sua essenza la globalizzazione capitalista significa guerra&#8221;. Tutto ciò è esemplificato dal caso dell&#8217;Iraq, una guerra in cui la strategia USA non riguarda necessariamente il controllo diretto del petrolio, &#8220;bensì il garantire che chiunque ne detenga il controllo, lo acquisti e lo venda lo faccia in dollari USA attraverso il mercato delle materie prime di New York, che si trova a poche centinaia di metri da &#8216;ground zero&#8217;&#8221;, come hanno scritto Joseph Halevi e Yanis Varoufakis.</p>
<p>E proprio sul caso dell&#8217;Iraq si concentra il lungo saggio di Michael Schwartz pubblicato da City (e aggiornato alla situazione a fine 2006). Secondo Schwartz l&#8217;Iraq del dopo 2003 è un classico esempio della &#8220;accumulazione per esproprio&#8221; descritta da David Harvey. Ma mentre in altri paesi la degradazione neoliberale ha richiesto di norma un decennio o più per realizzarsi completamente, l&#8217;occupazione USA dell&#8217;Iraq ha raggiunto l&#8217;obiettivo in soli tre anni. La politica di &#8220;ricostruzione&#8221; messa in atto dagli Stati Uniti mediante l&#8217;imposizione un sistema di mercato ispirato a una versione estrema della terapia dello shock ha reso permanenti le distruzioni della guerra, che avrebbero potuto invece essere solo temporanee. Ciò è stato possibile grazie all&#8217;applicazione di una &#8220;visione militare allargata&#8221; in cui la politica di totale apertura alle multinazionali, di soffocamento dei sindacati, di importazione di manodopera sottoretribuita e non sindacalizzata è stata un elemento integrante dello sforzo bellico che ha portato alla riduzione delle città irachene a uno &#8220;slum totale&#8221;, rendendole al contempo completamente dipendenti dal capitale estero. Tra i pilastri di questa strategia di demodernizzazione vi sono stati la smobilitazione delle imprese statali a favore delle multinazionali estere e la eliminazione di ogni limite agli investimenti esteri e alle importazioni. Le conseguenze immediate sono state il rapidissimo degrado delle infrastrutture che solo il know-how delle imprese statali locali era in grado di riparare e mantenere sulla base di costi razionali, e il colpo mortale arrecato alle piccole imprese e ai piccoli negozi che erano un elemento fondamentale dell&#8217;economia urbana. A risentirne più di tutte è stata Baghdad, dove era concentrata la maggior parte dell&#8217;amministrazione governativa e delle imprese statali. Ma la devastazione ha colpito duramente anche le città sunnite in altri punti del paese, senza tra l&#8217;altro risparmiare quelle a maggioranza sciita.</p>
<p>Schwartz analizza a titolo di esempio quanto è avvenuto in tre città: Falluja, Ramadi e Baiji. La prima è la più tristemente nota perché rasa in larga parte al suolo dalle forze USA durante la cosiddetta &#8220;seconda battaglia di Falluja&#8221; terminata nel dicembre 2004, che ha provocato migliaia di vittime e un numero stimato di circa 200.000 profughi. Il paesaggio urbano ne è rimasto devastato, la città un tempo funzionale è stata ridotta a un concentrato di senzatetto, privo di infrastrutture e di centri di assistenza medica. Ben presto è emerso che gli Stati Uniti non avrebbero stanziato nemmeno i modesti fondi per la ricostruzione promessi in un primo tempo dopo la distruzione della città. Secondo il vicesegretario di stato USA Robert B. Zoellick, il compito di riportare in vita la città doveva essere realizzato, in base ai principi neoliberali, dagli stessi abitanti di Falluja, mentre l&#8217;amministrazione statunitense si sarebbe limitata a stimolare gli investimenti privati. In pratica, la ripresa dell&#8217;economia della città doveva attendere, come la bella addormentata nel bosco, il bacio liberatore del principe azzurro multinazionale. Nel frattempo ogni possibile tentativo autonomo di ripresa economica veniva soffocato sul nascere dai minuziosi ed estenuanti posti di blocco dei militari USA, che hanno di fatto isolato per mesi la città dal mondo esterno, trasformandola in un campo di prigionia. Dopo la Seconda guerra mondiale città interamente distrutte come Amburgo, Francoforte e perfino Hiroshima e Nagasaki hanno cominciato a essere ricostruite non appena la popolazione ha potuto cominciare a tornare. Anche in Vietnam la capacità di recupero della popolazione era riuscita a invertire il degrado dell&#8217;economia non appena la guerra era finita. In Iraq invece il progetto neoliberale aveva bisogno che Falluja fosse resa disponibile per la accumulazione per esproprio. Per realizzare questo intento era necessario che alla città non venisse consentita una ricostruzione sulla base delle proprie precedenti fondamenta economiche, scrive Schwartz. Una strategia nell&#8217;ambito della quale rientra anche l&#8217;impedimento di fatto al ritorno dei profughi che ha privato la città di un prezioso capitale umano e sociale. Oggi Falluja corrisponde perfettamente allo stampo neoliberale con la quale la si è voluto dare una nuova forma: una città ridotta a un enorme slum, posta alla periferia estrema della società globale, in attesa di un&#8217;improbabile ripresa economica tramite investimenti privati. Lo stesso è accaduto a Ramadi, una città altrettanto decostruita e destrutturata dall&#8217;azione congiunta della forza militare e delle politiche neoliberali. A Baiji invece le dinamiche sono state diverse e la città non ha subito durante la guerra danni paragonabili a quelli riportati da Falluja e Ramadi. Baiji ha la particolarità di essere il maggiore centro di raffinazione del petrolio dell&#8217;Iraq e di avere una popolazione relativamente limitata, circa 70.000 abitanti. Il programma di privatizzazioni di Paul Bremer ha smobilitato la maggior parte delle imprese statali, facendo aumentare enormemente la disoccupazione e causando malcontento e proteste tra la popolazione. La guerriglia formatasi in breve tempo è riuscita nei fatti a impedire agli statunitensi di fare funzionare le raffinerie, tra le altre cose prelevando abbondamente petrolio dagli oleodotti di approvvigionamento. Ne è seguita una furiosa battaglia tra guerriglia e forze USA, che nel frattempo avevano chiuso la raffineria. Gli statunitensi sono riusciti a riprendere il controllo di Baiji, hanno posto fine ai prelievi &#8220;autogestiti&#8221; dagli oleodotti (l&#8217;unica fonte di sostentamento per la popolazione locale dopo la smobilitazione delle aziende statali) e hanno stretto la città in un assedio di fatto tramite una rete capillare di posti di blocco. Questo strangolamento ha ridotto Baiji in condizioni analoghe a quelle di Falluja e Ramadi: città senza nemmeno una briciola di potenziali concorrenti alle multinazionali, con una forza lavoro immiserita e quindi ancora meno costosa. Schwartz descrive nei dettagli anche un&#8217;altra strategia degli statunitensi, quella di impedire la ricostruzione delle infrastrutture danneggiate dalla guerra da parte dei tecnici e delle imprese locali, gli unici in possesso delle capacità per farlo. Gli USA hanno invece preferito lasciarle decadere fino a renderle inutilizzabili per poi affidare la costruzione di nuove infrastrutture a multinazionali che non utilizzavano personale tecnico locale, aumentando così tra l&#8217;altro la dipendenza, anche futura, del paese dalle apparecchiature e dalle competenze tecniche estere.</p>
<p>Roy Scranton, autore dell&#8217;ultimo dei saggi pubblicati da City, ha servito come soldato nelle forze di occupazione USA tra il 2003 e il 2004, svolgendo principalmente operazioni di pattugliamento a Baghdad. Grazie alla sua esperienza diretta, e alla sua evidente preparazione culturale, fornisce un&#8217;immagine molto interessante della capitale irachena immediatamente dopo la guerra. &#8220;Baghdad offre l&#8217;archeologia di un futuro che si sta già formando, un futuro fatto di muri e armato, un futuro allo stesso tempo globalizzato e frammentato, cablato e medievale&#8221;, scrive Scranton. Il tema che segue il suo articolo è quello della &#8220;natura segregata e duale di Baghdad: il modo in cui una città sotto occupazione si è trasformata in due città&#8221;. Il primo obiettivo dei militari USA, una volta terminati i bombardamenti, è stato quello di costruire delle basi sicure, dotate di muri invalicabili e il più possibile separate dal quartiere circostante. I militari disponevano di mappe inaffidabili e di alta tecnologia inutilizzabile nelle condizioni locali, erano totalmente ignoranti riguardo alle comunità che vivevano a Baghdad ed eranno afflitti da una costante carenza di traduttori. I lunghi viali sui quali si muovevano i convogli militari USA, insieme alle basi ubicate in diversi luoghi di Baghdad, formavano una rete che diventava una seconda città a parte, una città sovrapposta a quella vissuta dagli iracheni. Una dualità rafforzata dalla insormontabile barriera linguistica, culturale e disciplinare tra gli occupanti e la popolazione locale. Per citare lo stesso Scranton: &#8220;I muri che ci dividevano da loro [gli iracheni] sono diventati qualcosa di più di semplici muri di sicurezza, o di muri destinati a tenere alla larga l&#8217;illegalità: sono diventati muri che separavano i ricchi dai poveri, tenendoci a distanza, con la nostra abbondanza materiale, dalla povertà brutale delle masse irachene&#8221;. Nel corso delle missioni di pattugliamento, racconta l&#8217;autore, quando si abbandonavano le vie principali e si entrava in quelle secondarie ci si trovava in un ambiente completamente ostile, come se fosse la stessa Baghdad a essere pronta a uccidere gli occupanti. Il risultato è che la maggior parte dei soldati di pattuglia si considerava più un obiettivo in movimento che un occupante. Una città divisa, segregata, gerarchizzata, ma in preda al caos completo. Una città che, fino a quando rimarrà occupata, rimarrà divisa e sotto assedio.</p>
<p>Il panorama che ci offrono i quattro saggi pubblicati da City può in alcun punti apparire tale da annichilire. La guerra è presente quotidianamente nelle città che viviamo e le nostre città esportano guerra in altre città del mondo. La guerra viene oggi interiorizzata fino al punto di essere onnipresente nel contesto urbano quotidiano. Il sistema neoliberale e l&#8217;accumulazione per esproprio non sono né strumenti della guerra, né finalizzati alla guerra: formano semplicemente un tutt&#8217;uno con quest&#8217;ultima. Ma è possibile sfuggire a questo incubo &#8211; un&#8217;indicazione della via da intraprendere per cancellarlo ce la suggerisce Mendieta: &#8220;dobbiamo immaginare e costruire città che non possono essere mappate dai cartografi dell&#8217;impero. E allo stesso tempo dobbiamo cominciare a immaginare le città invisibili del futuro in modo tale che esse non possano essere né veicoli di guerra né puntini rossi sulle ciber-mappe delle guerrre ciber-aereo-informative. O forse, prima di potere imparare a immaginare queste città potrebbe essere necessario imparare a guardare non alle città romane, greche o dei grandi imperi della ragione e dell&#8217;essere, ma alle città invisibili dei poveri del nostro mondo, le megalopoli del 21° secolo: Città del Messico, Mumbai, Rio de Janeiro, New Delhi, Giakarta, tutte città post-coloniali e post-imperiali&#8221;.</p>
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		<title>È uscito il decimo Rapporto su Torino</title>
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		<pubDate>Tue, 26 May 2009 18:38:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milanointernazionale</dc:creator>
				<category><![CDATA[3. Altre città, altri mondi]]></category>
		<category><![CDATA[Torino]]></category>

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		<description><![CDATA[Segnaliamo ai lettori di Milano Internazionale che il Comitato Rota ha pubblicato il decimo Rapporto su Torino, di cui riportiamo qui di seguito una recensione. Il rapporto, completo di un ampio database di tabelle, può essere consultato direttamente dal sito del Comitato (http://www.comitatorota.it) Per dieci anni, il Rapporto su Torino ha cercato di accompagnare e [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&blog=7100082&post=554&subd=milanointernazionale&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Segnaliamo ai lettori di Milano Internazionale che il Comitato Rota ha pubblicato il decimo Rapporto su Torino, di cui riportiamo qui di seguito una recensione. Il rapporto, completo di un ampio database di tabelle, può essere consultato direttamente dal sito del Comitato (<a href="http://www.comitatorota.it" target="_blank">http://www.comitatorota.it</a>)</p>
<p><span id="more-554"></span></p>
<p>Per dieci anni, il Rapporto su Torino ha cercato di accompagnare e analizzare le evoluzioni in atto nell&#8217;area metropolitana, con una disamina sia dei trend sia dei progetti (da avviare e in fase di realizzazione), e ha prodotto una bancadati on line con 246 tabelle scaricabili (<a href="http://www.comitatorota.it" target="_blank">http://www.comitatorota.it</a>) e circa 35.000 dati statistici socioeconomici (su Torino e, per confronto, le altre metropoli italiane).</p>
<p>Quest&#8217;anno il Rapporto fa il punto su quanto la città sia cambiata nel decennio trascorso. Dal punto di vista economico, permangono segnali di declino, non più &#8211; come in passato &#8211; a causa dell&#8217;industria, che anzi negli ultimi dieci anni si è consolidata e internazionalizzata, è aumentata la presenza di grandi società di capitale, l&#8217;indotto si è autonomizzato dalla Fiat, la quale pare aver posto le basi per strategie rinnovate e competitive.</p>
<p>E&#8217; il terziario che rimane invece debole, poco produttivo: l&#8217;ICT fatica a diventare competitivo a livello sovra locale, l&#8217;accoglienza turistica è migliorata ma senza un vero boom di presenze, cultura ed eventi sono in chiaroscuro: grande crescita dei musei e di alcune manifestazioni di spicco, ma declino complessivo di fiere, congressi, sport business (specie a causa dei deboli investimenti dei privati).</p>
<p>Sul fronte della sostenibilità sociale la città è oggi più anziana e decisamente più multietnica rispetto alle attese: la reale integrazione dei cittadini nati all&#8217;estero &#8211; e, ancor più, dei loro figli &#8211; risulta oggi una delle sfide più impegnative per i prossimi anni. Il sistema della salute risulta oggi più efficiente della media, ma scarsamente sostenibile, anche per relativamente scarsa attrazione di pazienti da altre regioni, per la debole presenza di soggetti privati competitivi e per la moltiplicazione di tanti poli di ricerca, nessuno di primissimo piano.</p>
<p>Il sistema dell&#8217;istruzione si conferma nell&#8217;ultimo decennio rimane tra i migliori d&#8217;Italia, grazie all&#8217;eccezionale investimento di enti pubblici (e fondazioni bancarie). La scolarizzazione è cresciuta ben oltre le più rosee previsioni, senza tuttavia riuscire a colmare lo storico gap con le metropoli più istruite del Paese. Gli atenei torinesi, pur diventando più attrattivi e tra i più efficienti per rapporto investimenti-qualità, soffrono sul fronte della sostenibilità economica, specie per la proliferazione di strutture didattiche e di ricerca.</p>
<p>Dal punto di vista urbanistico, il Piano regolatore del 1995 ha complessivamente funzionato, modificando il volto di aree dismesse e quartieri degradati, dinamizzando il mercato locale, dando un orizzonte unificante (del tutto assente in altre città) a vari progetti. Ha oggi però quasi esaurito la sua spinta propulsiva. Anche il Piano strategico Torino internazionale (del 2000) è stato un importante &#8220;luogo&#8221; in cui sono confluite tante progettualità: quasi un terzo delle azioni strategiche è stato completato, solo un quinto non è mai stato realizzato.</p>
<p>Il sistema dei trasporti emerge come una delle maggiori criticità cittadine: per accessibilità esterna, il capoluogo piemontese rimane marginale, soprattutto a causa delle irrisolte questioni della linea TAV per la Francia e del sistema ferroviario metropolitano e di un aeroporto indebolito. A livello di mobilità urbana, l&#8217;evento eccezionale del decennio rimane l&#8217;avvio della prima linea cittadina della metropolitana, che però da sola non basta certo a invertire la tendenza al declino del trasporto</p>
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		<title>Sofia, la città fluida</title>
		<link>http://milanointernazionale.it/2009/02/10/sofia-la-citta-fluida/</link>
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		<pubDate>Tue, 10 Feb 2009 14:59:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milanointernazionale</dc:creator>
				<category><![CDATA[3. Altre città, altri mondi]]></category>
		<category><![CDATA[Bulgaria]]></category>
		<category><![CDATA[Sofia]]></category>
		<category><![CDATA[Urbanistica]]></category>

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		<description><![CDATA[Sofia, la città fluida di Ivaylo Ditchev, da Eurozine (http://www.eurozine.com), maggio 2007 Gli abitanti di Sofia hanno storicamente sempre goduto di un alto status in Bulgaria. Tuttavia nello spazio della città stanno prendendo forma le nuove diseguaglianze sociali introdotte dalla transizione a un&#8217;economia di mercato libero. La proprietà di una casa, una tradizionale caratteristica della [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&blog=7100082&post=360&subd=milanointernazionale&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal"><strong>Sofia, la città fluida</strong></p>
<p class="MsoNormal"><em><strong>di Ivaylo Ditchev, da Eurozine (<a href="http://www.eurozine.com" target="_blank">http://www.eurozine.com</a>), maggio 2007</strong></em></p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal"><strong>Gli abitanti di Sofia hanno storicamente sempre goduto di un alto status in Bulgaria. Tuttavia nello spazio della città stanno prendendo forma le nuove diseguaglianze sociali introdotte dalla transizione a un&#8217;economia di mercato libero. La proprietà di una casa, una tradizionale caratteristica della vita urbana a Sofia, è diventata un filo di paglia al quale gli abitanti impoveriti cercano di aggrapparsi. In uno spazio cittadino privatizzato ciò significa che i livelli di ricchezza sono fin troppo facilmente leggibili nel tessuto urbano. Ma se le appropriazioni di spazio a livello di quartiere si limitano a essere irritanti, le appropriazioni di entità più grande provocano vera e propria rabbia. Ed è proprio questa resistenza la qualità che può rappresentare la salvezza di Sofia.</strong></p>
<p class="MsoNormal"><span id="more-360"></span></p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">Ogni definizione di città si basa sulla distinzione tra abitanti locali e abitanti che vengono da fuori. La cosa che colpisce di Sofia è che questi ruoli si confondono. La popolazione della città è cresciuta di circa 200 volte negli ultimi 130 anni e ciò significa che un terzo dei sofioti oggi sono migranti di prima generazione e un altro terzo sono migranti di seconda generazione. Circa la metà dei 20.000 abitanti che la città aveva alla fine del periodo ottomano erano turchi che sono fuggiti di fronte all&#8217;avanzata dell&#8217;esercito russo nel 1877. Oggi nessuno sa con certezza quante persone vivano a Sofia: ufficialmente sono 1,2 milioni, ma secondo alcune stime almeno un altro mezzo milione vi risiede illegalmente.</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">Come avviene per la maggior parte delle città bulgare, le autorità sono largamente inesatte nelle loro valutazioni del numero reale di cittadini residente. Nelle altre città tuttavia le cifre ufficiali sono di norma superiori alla realtà. Da una parte un numero ignoto di persone lavora all&#8217;estero per anni senza annullare ufficialmente la propria registrazione, mentre dall&#8217;altra le municipalità hanno tutto l&#8217;interesse di mantenere cifre più alte al fine di ottenere i finanziamenti messi a disposizione da progetti nazionali ed europei. Sofia ha il problema opposto: essendo di gran lunga la più grande città del paese (Plovdiv è seconda con meno di 400.000 abitanti), non ha bisogno di promuovere la propria dimensione. Al contrario: più i numeri sono grandi e più si fa evidente la mancanza di politiche urbane nell&#8217;amministrazione della città, la cui parte centrale non è in grado di accogliere più di 250.000 abitanti. Come può il consiglio comunale spiegare il fatto che durante l&#8217;ultimo decennio in centro non sia stato costruito un singolo sottopasso, nonostante la popolazione e il numero di autovetture private siano cresciutei in maniera così drammatica?</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">La crescita di Sofia è dovuta principalmente alla migrazione. La sua rapidità è impressionante. Tre anni dopo la pulizia etnica del 1876[1], la popolazione è raddoppiata fino a 20.000 abitanti. Nel censimento del 1892 risultava nuovamente raddoppiata e Sofia ha superato centri urbani che svolgevano tradizionalmente un importante ruolo nell&#8217;impero, come Plovdiv e Ruse. Un&#8217;altra grande corsa alla città si è verificata negli anni cinquanta e sessanta, in seguito all&#8217;industrializzazione forzata messa in atto allo scopo di creare una classe lavoratrice per il capitale socialista. La motivazione ideologica dello sviluppo ne evidenzia l&#8217;assurdità economica: si può citare come esempio tra tutti la scelta di costruire il grande complesso per la produzione di acciaio di Kremikovci &#8211; il più grande della Bulgaria &#8211; nella piana di Sofia invece che in prossimità di un porto in cui poteva essere sbarcato il minerale ferroso. Infine, negli anni novanta il crollo dell&#8217;agricoltura e dell&#8217;industria hanno portato nella città migliaia di persone in cerca di un sostentamento nell&#8217;ambito di un settore dei servizi in continua crescita.</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">La conseguenza è che lo status degli abitanti locali è stato sempre ambivalente. La nuova capitale, che era stata scelta per motivi geopolitici dalle forze di liberazione russe dopo la Guerra russo-turca del 1877-1878[2], è stata invasa da esponenti delle elite nazionali provenienti da luoghi più prestigiosi del paese (in cui si era svolta la rivoluzione nazionale e in cui i suoi eroi erano nati). La conseguenza è che la popolazione bulgara autoctona, denominata <em>sopi</em>, è diventata sinonimo di rozzezza e arretratezza. Una situazione che si è ripetuta alla fine degli anni quaranta e degli anni cinquanta, quando l&#8217;ideologia comunista ha marginalizzato le elite borghesi e ha sistematicamente promosso persone di origini povere e contadine, che si supponeva sarebbero state fedeli alla causa. Sofia è stata invasa da nomadi ideologici, alcuni dei quali provenienti, armati, direttamente dalle foreste &#8211; che hanno scacciato i ricchi dai loro appartamenti o li hanno confinati in una singola stanza, sistemando se stessi e i loro parenti nelle altre. Per molti anni è stato preferibile non esibire le proprie origini sofiote e si è diffusa così la &#8220;tattica dei due nonni&#8221;, in virtù della quale ogni bulgaro ha sempre almeno un nonno dalla parte giusta a seconda degli eventi.</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">Chi può essere considerato un abitante originario di Sofia? E&#8217; necessario che lui o i suoi avi abbiano vissuto nella città prima della liberazione dal dominio ottomano? Oppure è sufficiente che vi si siano stabiliti durante l&#8217;afflusso massiccio di profughi durante e dopo le Guerre balcaniche (1912-1913)? Possono essere definiti come veri sofioti solo i cittadini che si sono stabiliti nella città prima del regime comunista, oppure vanno inclusi anche i pionieri dell&#8217;urbanizzazione ideologica?</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">Vi è una riposta a queste domande che soddisfa l&#8217;intero paese: un sofiota è una persona privilegiata. Considerare l&#8217;urbanità come uno status è qualcosa che risale ancora all&#8217;era ottomana, quando le città, le cittadine e i villaggi godevano di diritti particolari e pagavano imposte diverse. Ma nemmeno l&#8217;insediamento di uno stato post-comunista, liberale e democratico, è riuscito ad abolire interamente la differenziazione spaziale, come è dimostrato dalla crescita esplosiva di Sofia. Nell&#8217;ultimo decennio e mezzo le istituzioni nazionali che offrono posti di lavoro ben pagati, nonché la quota di gran lunga maggiore degli investimenti pubblici, sono andati tutti alla capitale. Per citare l&#8217;autore Konstantin Galabov: &#8220;Abbiamo costruito a Sofia un teatro nazionale quando Plovdiv non aveva ancora una rete fognaria adeguata&#8221;[3].</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">Durante il comunismo questo sistema di privilegi urbani è stato reso ufficiale e perfezionato. L&#8217;introduzione dei permessi di residenza (equivalenti dei <em>propiski</em> sovietici o degli <em>hukou</em> cinesi) ha creato quella che definirei una &#8220;mobilità condizionale&#8221;, nell&#8217;ambito della quale le autorità decidevano se a una persona era consentito trasferirsi da un villaggio alla città. Sofia era la città in cui era più difficile insediarsi, in cui non solo c&#8217;erano molte più opportunità di impiego e di divertimento, ma anche in cui il livello degli approvvigionamenti di merci era notevolmente più alto. In realtà, il dispositivo territoriale della Bulgaria comunista assomigliava a ciò che il capitalismo ha creato su scala mondiale, con i migranti dal Terzo mondo che sono soggetti alle medesime restrizioni all&#8217;accesso nell&#8217;Occidente ricco. Il parallelo con l&#8217;Occidente post-coloniale non si ferma qui. Creato originariamente per consentire l&#8217;accesso solo alla forza lavoro di cui la capitale aveva bisogno, il sistema è ben presto stato dominato dal nepotismo e circa la metà dei permessi di residenza veniva acquisita per motivi di famiglia e di matrimonio (spesso di convenienza). Così, come nel caso di un matrimonio tra un tedesco e una filippina, essere di Sofia rendeva il potenziale partner più desiderabile. Non meraviglia, pertanto, che i sofioti siano odiati dai loro connazionali: &#8220;Ci sono due paesi&#8221;, si sente spesso dire. &#8220;Sofia e il resto della Bulgaria&#8221;. Può sembrare paradossale che una città con un senso così basso di identità locale abbia mantenuto un grado di privilegio così alto. Ma forse si tratta invece di una cosa del tutto logica, perché il privilegio costituisce una compensazione della mancanza di coesione culturale e di ethos civico.</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal"><strong>La proprietà di una casa e l&#8217;immobilità</strong></p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">Come nel resto del paese, a Sofia novanta persone su cento sono proprietarie della casa in cui vivono (a differenza della ex DDR, per esempio, in Bulgaria la proprietà della casa durante il comunismo era allo stesso livello di oggi). Una percentuale analoga ritiene scontato conservare lo stesso appartamento per tutta la vita e prevede che i propri figli lo erediteranno; vendere un immobile viene considerato in una certa misura un fatto immorale. Il mercato degli immobili, abolito sotto il regime comunista nel 1948, ha ripreso a funzionare solo lentamente. La gente trovava scuse per non vendere: ha aspettato che i prezzi aumentassero prima con l&#8217;adesione alla Nato (2004), e poi con l&#8217;adesione all&#8217;UE (2007). I prezzi sono effettivamente aumentati, ma non vi è stato alcun boom delle proprietà immobiliari. Di norma le persone anziane vivono in estrema povertà, spegnendo il riscaldamento in tutte le stanze esclusa quella da letto, e si rifiutano ostinatamente di vendere il loro appartamento di grandi dimensioni per acquistarne uno più piccolo. Ciò significa che anche dopo 15 anni di &#8220;transizione&#8221; l&#8217;espressione spaziale delle nuove diseguaglianze sociali ha preso forma solo lentamente. Nello stesso edificio di appartamenti si può assistere a un numero sempre maggiore di differenze di reddito, cultura e aspettativa; raramente è possibile convincere tutti i proprietari a pagare per il restauro della facciata (e la conseguenza è che la maggior parte della città ha l&#8217;aspetto di essere stata sottoposta a raid aerei). Dall&#8217;esterno è possibile distinguere il proprietario ricco che ha restaurato il suo piano con una striscia di stucco nuovo di zecca; vi è chi sostiene che i topi d&#8217;appartamento identifichino i loro obiettivi basandosi sul prezzo stimabile dei telai delle finestre.</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">Per molte persone la proprietà della casa è l&#8217;ultima salvezza contro il degrado provocato dagli sconvolgimenti sociali degli anni novanta, ha concluso nel 2001 una ricerca dell&#8217;Istituto Socialdemocratico. Anche quando non si è in grado, da un punto di vista finanziario, di coprire i costi di manutenzione, il fatto di possedere un alloggio mantiene l&#8217;illusione che gli effetti della &#8220;transizione&#8221; possano ancora essere invertiti recuperando il proprio status. Inoltre la legislazione tiene conto di questo aspetto identitario della proprietà immobiliare, rendendo estremamente economico possedere immobili fatiscenti, terreni abbandonati e non custoditi o automobili arrugginite.</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">Si potrebbe quindi affermare che l&#8217;urbanità in quanto status, insieme agli immobili che conferiscono uno status, creano le identità instabili e fluide degli abitanti di Sofia. Perfino l&#8217;intellighenzia nazionale non è riuscita a creare proprie norme e proprie gerarchie, ed è sempre dipesa dalla legittimazione dall&#8217;estero. L&#8217;aristocrazia è stata eliminata fisicamente nel quindicesimo secolo, mentre la borghesia, distrutta dai comunisti, è stata ricreata negli anni novanta dai processi contraddittori di restituzione [<em>delle proprietà nazionalizzate dal regime comunista dopo il 1944 - N.d.T.</em>] e di privatizzazione. Se la posizione sociale è instabile rimane solo una cosa: la posizione spaziale. E&#8217; come se gli spazi, e non le persone, avessero diritti, una cultura, perfino una volontà politica.</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">Anche le relazioni familiari sono responsabili di questo strano mix di mobilità demografica e di ideale patriarcale di sedentarietà. Ci si attende che i figli vivano vicino ai propri genitori. Nelle zone rurali, il figlio di norma costruisce un nuovo piano sopra la casa dei propri genitori o un&#8217;estensione laterale della stessa. A Sofia non è così facile: le famiglie spesso cercano di trovare appartamenti nello stesso edificio o almeno nello stesso quartiere. Lo scopo è quello di potere vedere i genitori alcune volte alla settimana, lasciare loro i figli, portare pentole con cibo caldo e conserve per l&#8217;inverno, restituire bottiglie vuote &#8211; in breve, mantenere uno scambio intensivo. L&#8217;energia necessaria per infrangere questo tipo di relazioni è notevole. I genitori difficilmente comprenderanno perché i figli vogliono andare ad abitare nella parte opposta della città. Per emanciparsi, le nuove generazioni devono fare qualcosa di più, devono abbandonare del tutto il paese. Emigrare in Canada può sembrare più facile che spostarsi in un altro appartamento.</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">Si può esaminare la fissazione per la proprietà immobiliare dal punto di vista di un&#8217;urbanizzazione di frontiera. Quando i turchi sono stati espulsi, le loro case sono state distrutte per impedirgli di tornare e i loro terreni sono stati occupati da bulgari. Le relazioni di proprietà immobiliare sembravano sul punto di essere normalizzate all&#8217;inizio del ventesimo secolo, ma l&#8217;afflusso di profughi dalla Tracia e dalla Macedonia ha creato nuovamente un contesto di insediamento da pionieri. All&#8217;inizio degli anni venti un intero distretto (Koniovica) è stato occupato da coloni. Si racconta che si siano divisi i terreni con il lancio di una monetina e che abbiano perfino tracciato strade e piazze per conto proprio, tenendo lontano la polizia con barricate. La legge stabiliva che nessuna casa che avesse un tetto poteva essere distrutta, e così i coloni lavoravano tutta la notte, cominciando dall&#8217;alto, e la mattina successiva mettevano le autorità di fronte a un fatto compiuto.</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">La nazionalizzazione delle grandi proprietà urbane da parte dei comunisti condotta alla fine degli anni quaranta nascondeva, sotto l&#8217;apparenza del fervore rivoluzionario, il desiderio della nuova classe mobile in ascesa di aprirsi un varco nella scena urbana. Nel corso di quei quattro decenni, la principale preoccupazione era conservare quello che si aveva e, se possibile, di acquistarne di più, non per se stessi, ma per i propri figli: la legge prevedeva che una famiglia non potesse avere più di un appartamento di un massimo di 120 metri quadri (il ceto medio comunista metteva i propri figli in lista di attesa nel momento in cui nascevano). Vendere una proprietà immobiliare sembrava del tutto irrazionale, perché il denaro aveva una funzione limitata e non c&#8217;erano garanzie di potere reinvestire in immobili. Nei fatti vendere veniva considerata una pura perdita e le uniche transazioni che venivano effettuate volentieri erano i baratti.</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal"><strong>I mercati immobiliari nel &#8220;lumpencapitalismo&#8221;</strong></p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">Dopo il 1989 nuove passioni immobiliari hanno scosso Sofia. La restituzione ha funzionato come una lotteria in cui lontani parenti diventavano ricchissimi nel giro di una notte, mentre altri si impegnavano in guerre puniche per recuperare le proprietà dei propri avi e all&#8217;esterno di malconci edifici erano parcheggiate jeep nuove di zecca. La procedura era intenzionalmente complicata e consentiva agli avvocati di addebitare fino al 20 per cento del prezzo della proprietà recuperata; liti tra gli eredi che duravano anni lasciavano cadere a pezzi preziosi immobili in pieno centro. Gli eredi non erano necessariamente né persone attive né persone portate per gli affari; nella maggior parte dei casi si trattava di persone anziane, marginalizzate dal regime per le loro origini borghesi, con una scarsa esperienza nella vita pubblica. La conseguenza è che negli anni novanta Sofia era piena di negozi di fioristi, boutique e gallerie d&#8217;arte che si supponeva avrebbero adempiuto la promessa di un capitalismo umano, di vicinato. Le attività di riciclaggio del denaro sporco avevano l&#8217;esigenza, da parte loro, di creare segni visibili di attività economica: il che voleva dire che in tutta la città sbocciavano altri negozi di fioristi, boutique e gallerie d&#8217;arte. Uno degli esiti immediati del cambiamento è stato l&#8217;adattamento spontaneo dello spazio pianificato socialista alla giungla emergente del &#8220;lumpencapitalismo&#8221;. Si può prendere come esempio quello dei garage trasformati in negozi. Per motivi di spazio non avevano magazzino e quindi offrivano una selezione di articoli estremamente limitata. Il venditore spesso vi chiedeva di aspettare per andare dall&#8217;altra parte della strada a prendere quello che cercavate. E&#8217; diventato un vero e proprio stile; ancora oggi è impossibile trovare un negozio a Sofia che abbia tutto il proprio assortimento in misure diverse &#8211; di solito si compra quello che è esposto nella vetrina, che svolge la funzione di magazzino.</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">Ovunque si vedono segni di &#8220;folklore architettonico&#8221;, qualcuno che trasforma un piano terra in un ufficio o in un caffé, aprendo porte e finestre nelle pareti degli edifici, ridisegnando la facciata, aggiungendo una scala esterna, circondandola di un piccolo giardino privato separato dalle parti comuni. E come se non bastasse c&#8217;è la privatizzazione spontanea dei marciapiedi da parte dei ristoranti mediante l&#8217;uso di fioriere, o la creazione di zone di parcheggio utilizzando catene. Compaiono mercati spontanei che vengono tollerati per alcuni anni, e poi alla fine vengono regolati imponendo un&#8217;imposta e dei controlli ai venditori. Alcuni di loro rimangono, i più avventurosi si spostano di un po&#8217;, spingendo ancora più oltre le frontiere del mercato.</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">Si può vedere un simile mercato radicale sulle sponde del torrente Perlovec (che in realtà è un canale fognario) dove al di fuori del normale territorio della città vengono vendute merci rubate, marchi contraffatti e dischi copiati &#8211; il letto di cemento del Perlovec è stato progettato in modo tale da essere sotto il livello dell&#8217;acqua in caso di inondazione. Gli esercizi commerciali più esotici sono i cosiddetti &#8220;negozi acquattati&#8221;, che sfruttano i lucernari dei seminterrati per condurre un&#8217;attività commerciale (di solito vendita di sigarette, alcolici e alimentari): per interagire con il venditore bisogna acquattarsi. Un visitatore americano è rimasto affascinato dal modo in cui l&#8217;acquirente si inchina di fronte al venditore. E&#8217; un residuo del socialismo reale, in cui il cliente era alla mercé del venditore?</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">L&#8217;ideologia del laissez-faire che sta dietro a tutte queste attività è connessa al bisogno di legittimare l&#8217;accumulazione primitiva di capitale, che si suppone abbia bisogno di meno regolamentazione (anche se, curiosamente, la regolamentazione si è dimostrata decisamente longeva). Naturalmente questo processo viene percepito come un segno della corruzione: il municipio di Sofia è noto come il posto più corrotto del paese. E se le appropriazioni di spazio nel vicinato creano irritazione, sono le appropriazioni di maggiori dimensioni che fanno infuriare l&#8217;opinione pubblica. Alti e brutti edifici commerciali vengono eretti su luoghi che fanno parte del patrimonio storico; lo scandalo più grande è stato suscitato dal cosiddetto Millenium Centre, al quale la biblioteca comunale ha dovuto lasciare il posto. Pompe di benzina sono state costruite dappertutto, perfino nei parchi, facendo degli autisti di Sofia i meglio riforniti del paese. Una pratica comune della nuova attività edilizia è quella della &#8220;architettura da sottotetto&#8221;, che consiste nel costruire alcuni piani aggiuntivi nascondendoli dietro il tetto per evadere le norme edilizie. Con l&#8217;avvicinarsi dell&#8217;adesione all&#8217;UE [<em>avvenuta poi l'1 gennaio 2007, dopo che il presente testo è stato scritto - N.d.T.</em>], l&#8217;intera città ha cominciato a trasformarsi in un cantiere, in seguito al boom edilizio causato da un&#8217;enorme bolla immobiliare. I cantieri permanenti erano uno dei segni distintivi del comunismo: mucchi di sabbia sul selciato, il rumore monotono delle betoniere e muratori seduti tutt&#8217;intorno a bere birra erano immagini che accompagnavano costantemente la vita urbana. Ora i cantieri sono nascosti dietro pannelli e i muratori bevono la loro birra quando tornano a casa, ma continua a essere difficile trovare una strada in cui non ci sia qualcosa in costruzione.</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal"><strong>L&#8217;opposizione alla pianificazione</strong></p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">Sono stati fatti vari tentativi di imporre un piano regolatore per Sofia. Il più ambizioso tra tutti, messo a punto dall&#8217;architetto tedesco Adolf Mussman nel 1938, è stato reso obsoleto dalla guerra e successivamente dichiarato fascista. I piani dell&#8217;era comunista vengono spesso ricordati negativamente: per fortuna non hanno costruito il monumentale Palazzo dei Soviet di fronte alla sede del Partito; per fortuna non hanno ampliato la piazza centrale e distrutto il Palazzo&#8230; Nel corso della transizione i piani sono stati regolarmente bloccati da gruppi d&#8217;interesse; quando il consiglio comunale finalmente ne ha adottato uno, si trattava di un piano molto vago, e comunque le scelte più importanti erano già state fatte.</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">La città resiste alla pianificazione così come altre città balcaniche, per esempio Atene o Istanbul. Il viaggiatore se ne rende immediatamente conto quando si trova di fronte alla massa urbana, alle automobili sui marciapiedi, alle pubblicità che coprono ogni possibile centimetro di spazio, all&#8217;architettura &#8220;fai da te&#8221;. L&#8217;elemento ornamentale, epurato dal comunismo, si sta lentamente facendo strada nei ristoranti, nella musica e nei corpi seducenti; gli zingari, scacciati da un luogo, riemergono in un altro, e perfino i carretti trainati da un cavallo che erano un ricordo della mia infanzia tornano a farsi nuovamente vedere sulle strade.</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">Ma sarebbe sbagliato pensare che si sia rinunciato completamente a modellare la realtà. Lo stato naturale di Sofia non è la quiete, ma il cambiamento permanente, sia quando aspira all&#8217;ordine pianificato sia quando reagisce contro di esso. L&#8217;aspetto psicologicamente gratificante di tale stato di transizione continua è che non si accetta mai il proprio destino, rimuovendo così il bisogno di diventare adulti. Smettere di costruire appartamenti per se stessi e per i propri figli, smettere di trasformare una stanza in un bagno e un balcone in una cucina, smettere di nazionalizzare per poi privatizzare, significa dovere affrontare il problema del proprio posto nel mondo e cominciare a vivere.</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">Non esiste memoria e tutti i segni del passato immediato vengono cancellati con cura &#8211; i democratici hanno abbattuto con la dinamite il mausoleo di Georgi Dimitrov, così come le autorità avevano fatto con l&#8217;ultima delle moschee dopo la liberazione nel 1877; le guide turistiche sostituiscono i riferimenti al passato comunista con quelli alle rovine romane. Perché mai la memoria dovrebbe bloccare la libertà presente di muoversi, reinventarsi? I nostri amici esteri spesso ci dicono che il fascino di questa città è il suo disordine, il suo sporco, il suo caos, la libertà di potere dipingere l&#8217;esterno della propria casa o di non dipingerlo, di piantare in cortile rose oppure pomodori. L&#8217;ethos della modernizzazione è probabilmente il motivo per cui noi abitanti locali resistiamo a una tale visione e rifiutiamo di accettare che ciò che ci circonda possa essere reale.</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">Sofia sta crescendo, e magari in breve tempo raggiungerà i tre milioni di abitanti, chi lo può sapere? Si sta ampliando in maniera elusiva verso sud-est e sui fianchi della montagna, dando vita ad amene dimore turrite ed edifici per uffici in stile postmoderno, trascurando invece la brutta e misera parte settentrionale fatta di edifici a un solo piano, abbandonando perfino i propri cimiteri. La città sta fluendo, e fugge da se stessa. I suoi abitanti sono diventati fluidi, lavorano per una parte del proprio tempo in Spagna o in Grecia e per un&#8217;altra parte nel loro paese. E dato che si trovano a metà strada tra il villaggio e la città, tra il capitalismo e il socialismo di stato, cos&#8217;altro ci si potrebbe mai aspettare se non una città fluida?</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">NOTE</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">[1] Nel 1876 le truppe ottomane hanno ucciso circa 30.000 abitanti cristiani della città di Batak. La memoria di questo evento è stata all&#8217;origine di una grande controversia in Bulgaria. Si veda Ivaylo Ditchev, in <em>taz</em> del 30.04.2007 (in tedesco): <a href="http://www.taz.de/dx/2007/04/30/a0173.1/text" target="_blank">www.taz.de/dx/2007/04/30/a0173.1/text</a></p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">[2] Situata a sud della catena montuosa dei Balcani, Sofia faceva geograficamente parte della Bulgaria meridionale, restituita per la maggior parte agli ottomani al Congresso di Berlino del 1878. La scelta dei russi di fare di Sofia la capitale, lungi dall&#8217;avere motivazioni storiche o culturali, era un segno che le aree meridionali e la Macedonia sarebbero un giorno diventate parte del nuovo stato slavo.</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">[3] Konstantin Galabov, &#8220;Psicologia dei bulgari&#8221;, in: Rumen Daskalov, Ivan Elenkov (a cura di), &#8220;Zasto sme takiva&#8221;, Sofia 1994, 218.</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">(traduzione dall&#8217;inglese di Andrea Ferrario)</p>
<p class="MsoNormal">
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