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	<title>Milano Internazionale &#187; 5. La posta dei lettori</title>
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		<title>Milano Internazionale &#187; 5. La posta dei lettori</title>
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		<title>Un commento su &#8220;All&#8217;origine delle crisi: sovraproduzione o sottoconsumo?&#8221;</title>
		<link>http://milanointernazionale.it/2009/07/21/un-commento-su-allorigine-della-crisi-sovraproduzione-o-sottoconsumo/</link>
		<comments>http://milanointernazionale.it/2009/07/21/un-commento-su-allorigine-della-crisi-sovraproduzione-o-sottoconsumo/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 21 Jul 2009 11:04:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milanointernazionale</dc:creator>
				<category><![CDATA[5. La posta dei lettori]]></category>
		<category><![CDATA[Crisi]]></category>

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		<description><![CDATA[Riportiamo qui di seguito il commento che un nostro lettore ha scritto riguardo a &#8220;All&#8217;origine delle crisi: sovraproduzione o sottoconsumo?&#8221; di Louis Gill, pubblicato recentemente da Milano Internazionale. Vi ricordiamo che siamo sempre lieti di ricevere vostri commenti (milanointernazionale.it@gmail.com) e siamo pronti a pubblicarli, con il vostro consenso, nella nuova apposita sezione &#8220;La posta dei [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&#038;blog=7100082&#038;post=701&#038;subd=milanointernazionale&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Riportiamo qui di seguito il commento che un nostro lettore ha scritto riguardo a &#8220;<a href="http://milanointernazionale.it/2009/06/30/allorigine-delle-crisi-sovraproduzione-o-sottoconsumo/" target="_blank">All&#8217;origine delle crisi: sovraproduzione o sottoconsumo</a>?&#8221; di Louis Gill, pubblicato recentemente da Milano Internazionale. Vi ricordiamo che siamo sempre lieti di ricevere vostri commenti (<a href="mailto:milanointernazionale.it@gmail.com">milanointernazionale.it@gmail.com</a>) e siamo pronti a pubblicarli, con il vostro consenso, nella nuova apposita sezione &#8220;La posta dei lettori&#8221;.</p>
<p><span id="more-701"></span></p>
<div><span style="font-family:Arial;font-size:x-small;"></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;">Vorrei fare notare una cosa:  l’espansione monetaria, la bolla immobiliare, il deficit statale statunitensi,  il permettere una leva maggiore alle banche, ma anche fenomeni meno recenti sono  stati tutti tentativi per rendere più vitale un’economia che negli ultimi  decenni ha invece tendenzialmente languito, perché? Provo a dare una  spiegazione, sta a voi trovarle valide o meno, vi prego solo di considerare coem  il discorso sarebbe assai amplio e che nel condensarlo alcuni passaggi  potrebbero essere diventati più deboli di quanto non siano in  realtà:</span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;"> </span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;"> </span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;">Faccio un paio di premesse: da circa  20 anni<span> </span>i mercati occidentali hanno  visto arrivare merci cinesi. Questo, inevitabilmente, ha ridotto il fatturato  delle manifatture “nostrane”, ma questo, come era già capitato con l’arrivo dei  giapponesi, non era necessariamente un colpo mortale,  anzi.</span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;"> </span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;">Resta tuttavia il calo della  produzione, quindi della produttività, quindi di salari e stipendi. Per  compensare questo fenomeno e, in generale, per contrastare politiche inflative,  si è puntato, più che ad aumentare i salari, a calmierare i prezzi. Il metodo  scelto, almeno in prevalenza, è stato quello di “razionalizzre” la  distribuzione, portandola cioè da un sistema atomizzato su una miriade di  piccoli punti vendita ad un insieme meno complesso e più “razionale” ovvero la  Grande Distribuzione Organizzata (G.D.O.). Tutto questo, ribadisco, nell’ottica  di salvaguardare il potere d’acquisto di salari e stipendi tenendo basso il  prezzo di vendita dei beni. </span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;"> </span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;">Vi sono, però, alcuni problemi (per  semplificare non parlerò di settori come l’alimentare, l’assicurativo o il  farmaceutico dove le cose sono simili ma non identiche):</span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;"> </span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;"><span> </span>La GDO richiede merci che siano le più  standardizzate possibile, questo per mantenere costanti (non alti, costanti) gli  standard qualitativi e per non aver problemi di giacenze di magazzino (se le  merci non passano di moda non abbiamo obsolescenza e non serve pagare gente per  codificarne di nuove ad ogni cambio di stagione). Per questo motivo una grande  catena prediligerà un fornitore in grado di rifornirlo, in maniera costante nel  tempo, con grandi quantitativi. Tenderà, viceversa, a delistarne un altro con  maggiore qualità ma con quantità minori ed in modo più incostante.  Contemporaneamente preferirà avere un numero di referenze relativamente basso e  quindi, ridurrà il numero delle aziende fornitrici. Per finire cercherà di  favorire merci dal prezzo di vendita appetibile pur mantenendo un ricarico assai  alto</span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;"> </span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;">Ora, quale è la differenza maggiore  tra la produzione occidentale e quella dei paesi emergenti? Che questi ultimi  sono avvantaggiati nelle produzioni a bassa qualità ed ad alta quantità,  viceversa, nelle produzioni di nicchia o personalizzate pagano costi più alti di  addestramento del personale. </span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;"> </span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;">Generalizzando e banalizzando, è  come nello sport: i cinesi sono bravi nei tuffi perché nel ripetere innumerevoli  volte lo stesso movimento fino a renderlo perfetto sono imbattibili. Nelle  discipline in cui venga richiesta, invece, un certa flessibilità e capacità di  adattamento sono più bravi gli occidentali. </span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;"> </span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;">Questo ha, di fatto, creato una  barriera per le merci occidentali. </span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;"> </span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;">Senza scomodare Smith e la ricchezza  delle nazioni, è evidente come il deficit commerciale americano sia cresciuto a  dismisura e come, contemporaneamente, catene come WallMart abbiano raggiunto dei  ricavi tali da collocarsi tra il PIL di Taiwan e quello  dell’Austria.</span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;"> </span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;"> </span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;">C’è poi un secondo punto: il fatto  che uno o più passaggi della catena produttivo/distributiva si svolgano al di  fuori del paese in cui i beni vengono consumati non è di per se desiderabile, ma  neppure evitabile. In effetti passaggi come l’estrazione e la raffinazione delle  materie prime si attuano dove le materie siano reperibili. Resta il fatto che  più alta è la frazione della filiera si svolge nel territorio tanto più alta  sarà la produzione di ricchezza, e quindi di reddito, dell’area stessa. </span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;">Senza rimandi a Keines, provo a  descrivere: dietro l’acquisto, a titolo d’esempio, di un portafogli ci sono  moltissimi passaggi: la creazione della pelle, (con a monte un’ulteriore catena  produttiva) la concia, la colorazione, il taglio, la vendita al pellettiere, la  creazione dell’oggetto, il trasferimento verso il paese di vendita  (importazione) la distribuzione del grossista, la presentazione tramite agenti  al negoziante, l’acquisto di questi e poi la cessione al cliente finale. <span> </span>A valle di questo c’è poi il  pagamento delle spese del negozio (affitto e commessi) e il reddito del  commerciante che si suppone verrà consumato nella sua stessa area attivando  altre catene. </span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;">Ogni passaggio genera un aumento di  prezzo, vero, ma anche un ricavo (valore aggiunto) che andrà a costituire  un’aliquota del PIL. </span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;"> </span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;">La tendenza attuale è che la GDO sia  allo stesso tempo importatrice e venditrice finale dei diversi beni. Con  l’aggravante di avere dimensioni tali da poterne in larga misura controllare la  produzione. Per rendersi conto di cosa questo comporti basta un semplice  confronto: che differenza di impatto sull’economia di un area hanno il reddito  di un negoziante titolare di un negozio di calzature e la commessa assunta con  contratto atipico per vendere scarpe in un grande magazzino? Il costo del  personale, per la GDO pare si aggiri attorno all’11% del fatturato. Il resto va  via dal territorio: come dire che i soldi spesi in tal modo non vanno a  finanziare ulteriori attività ed a contribuire, quindi, alla crescita del  reddito del paese e, di conseguenza, della capacità di spesa dei suoi abitanti.  Semplicemente vanno altrove, magari a costruire grattaceli in  Asia.</span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;"> </span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;">L’effetto, riassumendo, è questo: da  un lato si riducono gli sbocchi alle merci occidentali, dall’altro si  contraggono le possibilità di produrre ricchezza. Da qui il calo della  produttività, da cui deriva il calo dei salari, da cui a sua volta, deriva la  sovrapproduzione. Infine, i flussi di denaro provenienti dai consumi delle  famiglie, anziché essere reinvestiti ove si siano creati, tendono ad andarsene  verso altre aree produttive concorrenti.</span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;"> </span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;">L’effetto è stato il calo dei  consumi a cui abbiamo assistito negli ultimi decenni, specie nei paesi in cui  minori sono state le politiche di supporto all’economia (penso ad Italia e  Germania). </span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;"> </span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;">Vista l’abbondanza di persone che  nel ramo finanziario ne sanno più di me mi permetto solo di accennare al fatto  che sia stata finanziata la costruzione di un numero di centri commerciali assai  più alto rispetto a quello che parrebbe essere sostenibile dal territorio. In  effetti già prima dello scoppio della crisi parevano assai sotto utilzzati. Non  è il mio campo e non me lo so spiegare, ma immagino possa aver a che vedere con  la possibilità di tali strutture di essere formidabili raccoglitori di flussi di  cassa. Ma qui mi fermo.</span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;"> </span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;">La creazione di ricchezza da parte  della finanza ha dato un temporaneo sollievo, ma ora ci tocca curare la malattia  assieme al rigetto della cura.</span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;"> </span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;">Soluzioni? Visto che ritengo la  trasformazione avvenuta in gran parte dovuta a scelte politiche, queste  andrebbero cambiate. Non v’è dubbio che se non creeremo sbocchi di mercato alle  nostre manifatture queste non torneranno a produrre. </span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;"> </span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;">Un ultimo appunto, questo relativo  in modo particolare all’Italia ed alla sua industria della moda: un nuovo  stilista difficilmente potrebbe riuscire a vendere i propri prodotti a qualche  catena, è più probabile che ne trovi qualcuna che ne copi i capi meglio riusciti  e li produca in proprio. Per affermarsi hanno invece bisogno di trovare una  serie di negozietti che, grazie alla loro esperienza professionale credessero in  lui e lo proponessero ai loro clienti. Come siamo messi? Quanti nuovi stilisti  sono emersi in Italia nell’ultimo decennio? E quanti hanno iniziato a non  produrre più limitandosi a vendere il marchio a produttori delle merci più  disparate? Viceversa c’è il fenomeno delle reti di vendita, ovvero i negozi di  aziende spesso italiane aperti in giro per il mondo. Finché vendono merce di  produzione italiana, a noi convengono. </span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;"> </span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;"><a href="mailto:mramaya@hotmail.it" target="_blank">mramaya@hotmail.it</a></span></p>
<p></span></div>
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