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	<title>Milano Internazionale &#187; A2A</title>
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		<title>Milano Internazionale &#187; A2A</title>
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		<title>La bolla che deve ancora scoppiare /1</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Oct 2009 12:39:18 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Andrea Ferrario Prima puntata: Bilancio coi buchi e finanza tossica Un viaggio in più puntate nella bolla milanese che deve ancora scoppiare: dal bilancio del Comune, ai derivati e al contesto di nuova bolla finanziaria che incombe a livello internazionale, per passare poi ai grandi progetti edilizi in crisi, agli intrecci finanza-mattone e alle [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&amp;blog=7100082&amp;post=818&amp;subd=milanointernazionale&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Andrea Ferrario</p>
<p><strong>Prima puntata: Bilancio coi buchi e finanza tossica</strong></p>
<p>Un viaggio in più puntate nella bolla milanese che deve ancora scoppiare: dal bilancio del Comune, ai derivati e al contesto di nuova bolla finanziaria che incombe a livello internazionale, per passare poi ai grandi progetti edilizi in crisi, agli intrecci finanza-mattone e alle bolle prossime e venture del cemento e degli aeroporti.</p>
<p><span id="more-818"></span></p>
<p>Milano, inverno 2010/2011: vaste aree della città, da Porta Garibaldi fino alla Fiera e alle aree periferiche, sono cantieri lasciati a metà e abbandonati al completo degrado. Il Comune, dopo la seconda ondata dello scoppio della bolla finanziaria e immobiliare, è rimasto praticamente senza fondi, ma in compenso ha debiti per centinaia di milioni di euro in seguito alla ennesima virata in negativo dei derivati di Albertini. Le banche della città, dopo decine di scambi &#8220;azioni a fronte del debito&#8221; per svariati miliardi con immobiliari fallimentari sono sprofondate in una voragine di passivi e sono quasi tutte chiuse. Dopo i nuovi tagli apportati dalla Gelmini-bis gli studenti vanno a scuola in classi di 100 alunni ciascuna per due ore al giorno nei soli mesi estivi (non ci sono fondi né per gli insegnanti né per il riscaldamento invernale). Nell&#8217;hinterland milanese non c&#8217;è ormai più una fabbrica aperta, ma politici e giornali riassicurano: anche questa volta il peggio della crisi è ormai passato. Per la città intanto si aggirano centinaia di camice verdi volontarie: la Lega le ha messe a disposizione dei propri colleghi di governo per proteggere i punti nevralgici del potere politico ed economico dalla rabbia dei cittadini diventati tutti, in base a un decreto padano, dei clandestini. Il sindaco da parte sua ribadisce che l&#8217;Expo 2015 si farà e stanzia gli ultimi 100.000 euro in contanti disponibili nelle casse comunali per un maxiconvegno intitolato: &#8220;Expo 2015: quali nuove scuse inventarci per produrre la prossima bolla?&#8221;&#8230; Fantascienza? Sì, ma non poi così irreale come potrebbe sembrare a prima vista. Gli ultimi sviluppi milanesi, e non solo quelli, vanno in una direzione che potrebbe avere esiti non poi così differenti da quelli dipinti sopra.</p>
<p>Cominciamo dal bilancio del comune e dalla bolla finanziaria che in alcuni punti è sull&#8217;orlo dello scoppio, in altri viene nuovamente gonfiata. Bilancio: da mesi alcune delle maggiori voci di entrata di Palazzo Marino, e più segnatamente gli oneri di urbanizzazione e gli introiti sulla pubblicità, stanno registrando forti cali, ai quali vanno ad aggiungersi gli effetti sulle casse del Comune della cancellazione della voce di entrata dell&#8217;Ici sulla prima casa, voluta dal governo Berlusconi. A luglio è stata messa a punto una prima manovra per tagliare circa 30 milioni dal bilancio comunale 2010. Ma in questi giorni sono arrivate notizie pesanti come macigni per il bilancio da approvare prima della fine di quest&#8217;anno. L&#8217;Ue ha comminato all&#8217;Italia una pesante multa, diventata definitiva, per le agevolazioni fiscali concesse alle ex aziende municipalizzate nei primi tre anni successivi alla loro privatizzazione. Ora le ex municipalizzate dovranno restituire le somme così accumulate in violazione delle normative europee. In particolare la A2A, società controllata dai Comuni di Milano e Brescia, dovrà restituire ben 200 milioni di euro e di conseguenza non sarà in grado di versare alle due municipalità i dividendi previsti. Il Comune di Milano dovrà pertanto tagliare dal bilancio gli 80 milioni di dividendi A2A previsti, una cifra enorme. E a ciò va aggiunto che quasi sicuramente il Comune non otterrà dividendi, a differenza degli anni passati, nemmeno dalla Sea, società di gestione aeroportuale gravemente colpita nei suoi conti dalla crisi di Malpensa. A queste cifre già da capogiro vanno poi ad aggiungersi i 18 milioni di buco della società comunale Zincar, gestita allegramente in assenza di controlli adeguati da parte di Palazzo Marino. Ma non è tutto, alcuni giorni fa è arrivata un&#8217;altra notizia pesantissima. Il governo centrale chiede al Comune di Milano di effettuare 380 milioni di tagli al bilancio nel triennio 2009-2011 per rispettare il patto di stabilità nazionale, una cifra enorme, tanto più se sommata agli altri buchi di bilancio. Il tutto si tradurrà inevitabilmente in drastici tagli ai servizi e agli investimenti: dopo anni di privatizzazioni e finanza allegra volute da loro e dai loro amici capitalisti, è un po&#8217; come se gli amministratori ci stessero cantando in coro uno slogan popolare, ma di significato opposto, degli anni &#8217;70, &#8220;pagherete caro, pagherete tutto&#8221;. E stiamo già pagando cara anche l&#8217;Expo, nonostante finora non sia stato fatto nulla di nulla, a parte le operazioni di immagine, per l&#8217;evento previsto per il 2015. L&#8217;amministratore delegato di Expo 2015 S.p.A., Lucio Stanca (circa 450.000 euro/anno tra stipendio e bonus), a fine 2009 ha annunciato che la società avrà già un passivo di 11,6 milioni di euro e ha chiesto a Comune e Podestà di rimpinguarne subito le casse con 7,2 milioni di euro. Il secondo nicchia, il primo si dimostra subito disponibile. Dall&#8217;opposizione qualcuno fa osservare che magari Stanca potrebbe anche spiegare come sono stati spesi quei milioni. Ma è una domanda retorica: è noto a tutti che le lotte intestine per accaparrarsi poltrone costano sempre care ai cittadini. Che anche questa volta pagheranno caro, pagheranno tutto.</p>
<p>Al quadro generale vanno poi aggiunti i derivati del Comune e della Regione (si vedano in merito i nostri articoli <a href="http://milanointernazionale.it/2009/05/11/derivati-e-bilancio-le-mani-della-finanza-creativa-su-milano/" target="_blank">Derivati e bilancio: le mani della finanza creativa su Milano</a> e <a href="http://milanointernazionale.it/2009/07/31/lallegra-milano-della-bolla/" target="_blank">L&#8217;allegra Milano della bolla</a>), riguardo ai quali non vi sono da registrare recenti novità, anche se le indagini della magistratura proseguono, ma che continuano a pendere su Milano e la regione come una pesantissima spada di Damocle fatta di centinaia di milioni di finanza tossica. A proposito di derivati va osservato che a livello internazionale si sta sempre più chiaramente profilando la formazione di una nuova bolla finanziaria, che va ad accavallarsi con quella precedente, ancora per la massima parte non smaltita. Milano, in quanto principale centro finanziario italiano, ne è pienamente coinvolta. All&#8217;argomento hanno dedicato una serie di articoli i quotidiani La Stampa e il Corriere della Sera. Nell&#8217;articolo pubblicato il 5 ottobre dalla Stampa, gli autori Luca Fornovo e Gianluca Paolucci rilevano che nel solo scorso mese di luglio le cartolarizzazioni a livello globale sono state di 49 miliardi di euro, contro i 54 miliardi del luglio 2008 (poco prima del crac Lehman) e i 51 miliardi del 2007 (alla vigilia della crisi dei subprime). Stanno riprendendo anche le emissioni dei tossicissimi Abs (asset backed securities, titoli garantiti da prestiti), come testimoniato dalle recenti emissioni miliardarie di Volkswagen, Tesco e Lloyds. Rincara la dose Federico Fubini sul Corriere della Sera: &#8220;già quadruplicato fra il 2003 e il 2008, il valore nominale dei derivati esistenti ha continuato a crescere dalla seconda metà del 2008 alla prima metà del 2009. I più diffusi, quelli sui tassi d&#8217;interesse, sono passati da un valore nominale di 403 mila miliardi nella seconda metà del 2008 a 414 mila miliardi alla fine di giugno del 2009. I &#8220;cds&#8221; [credit default swap] sono la sola classe di derivati in calo sul 2009, ma a un valore nominale di 31.223 miliardi di dollari (circa la metà del prodotto lordo della Terra). A metà 2009 l&#8217;ammontare totale dichiarato del nominale su derivati esistenti era a 445.312 mila miliardi di dollari, più o meno nove volte più del Pil del mondo (dopo essere sceso appena solo nella seconda metà del 2008). A copertura dai rischi sul petrolio, sui tassi o sulle valute, i derivati Otc vengono usati dal 94% delle imprese dell&#8217;indice Fortune 500, le più grandi del mondo in tutti i settori&#8221;. Gli Otc (over the counter) sono titoli &#8220;creati e venduti bilateralmente fra privati senza passare per una Borsa e i suoi strumenti di regolamento e compensazione delle transazioni&#8221;. Per questo nessuno in realtà sa quanti siano i derivati Otc in circolazione. E in fatto di cartolarizzazioni le banche italiane non rimangono indietro: nell&#8217;ultimo anno e fino a oggi hanno cartolarizzato poco meno di 100 miliardi di euro di mutui e altri crediti, con Unicredit (oltre 27 miliardi) e Intesa Sanpaolo (oltre 24 miliardi) in prima fila. Gli autori dell&#8217;articolo della Stampa così spiegano le caratteristiche che hanno oggi queste operazioni: &#8220;Prima i titoli emessi venivano venduti ad investitori istituzionali, che a loro volta li rimpacchettavano e li rivendevano in altre forme, all&#8217;infinito, con i risultati che abbiamo visto. Adesso è la banca stessa che li riacquista, per darli in garanzia alla Bce a fronte di nuova liquidità. [...] Nel momento in cui la Bce interrompesse il meccanismo, o questi titoli vanno sul mercato, agli investitori istituzionali, oppure ci sarà una nuova crisi di liquidità&#8221;. Oltretutto, &#8220;nessun può impedire che gli investitori istituzionali &#8216;reimpacchettino&#8217; all&#8217;infinito quei mutui fino a ricreare i meccanismi che hanno portato alla moltiplicazione di liquidità non sostenuta dai depositi che ha messo in ginocchio la finanza&#8221;. Qualcuno osserva che i titoli emessi ora hanno un &#8220;rating elevato&#8221;, ma va sottolineato che da una parte anche in passato era così e che nulla è stato cambiato nei meccanismi, dimostratisi inefficaci, del rating e che dall&#8217;altra, come nota Elio Lannutti, dell&#8217;associazione dei consumatori Adusbef, &#8220;con la crisi che c&#8217;è parlare di prestiti di buona qualità appare un paradosso&#8221;. Ma arrivano a dare cedole anche dell&#8217;8%: l&#8217;importante è incassare ora senza curarsi della bolla che scoppierà, la stessa filosofia che ha portato alla crisi attuale.</p>
<p>Che l&#8217;attuale apparente &#8220;ripresina&#8221; sia pericolosamente gonfiata lo testimonia anche quanto constata ancora il Corriere della Sera: &#8220;continuano a crescere le insolvenze sui prestiti immobiliari, su quelli alle imprese e ai consumatori Usa, ma Jp Morgan ha appena dichiarato un utile netto sul trimestre di 3,6 miliardi di dollari: sette volte e mezzo più di un anno fa&#8221;. L&#8217;euforia attuale per quella che erroneamente viene interpretata come un&#8217;inversione di tendenza, viene smentita, oltre che da quanto abbiamo riferito sopra, anche da altri dati inquietanti: &#8220;giovedì scorso nella trimestrale di Citi sono spuntati otto miliardi di perdite sul credito. Venerdì Bank of America ha aggiunto 11 miliardi di cuscinetto contro svalutazioni future&#8221;. E secondo il Fondo Monetario Internazionale &#8220;il processo di riconoscimento delle perdite sul credito e sui titoli cartolarizzati non è ancora neanche a metà: secondo il Fondo le svalutazioni già effettuate dagli istituti sono di 1.300 miliardi di dollari, ma quelle da portare alla luce arriverebbero a 1.500&#8243; e in due anni di crisi gli Usa hanno coperto appena il 60% del percorso, mentre l&#8217;Europa è messa addirittura molto peggio, con solo il 40%. Anche a livello italiano ci sono segnali preoccupanti. Come segnala La Stampa il 17 ottobre: &#8220;mercoledì scorso [14 ottobre] due emissioni del gruppo bancario Unicredit sono state messe &#8216;sotto osservazione&#8217; da parte di Moody&#8217;s, mentre erano già state declassate in maggio da Standard &amp; Poor&#8217;s&#8221;. Se finora le cartolarizzazioni italiane hanno tenuto, ci sono però oggi segnali di un preoccupante rapido deterioramento. Per esempio, per una emissione da 1,68 miliardi di euro dell&#8217;ex Banca di Roma su immobili principalmente di Milano e Roma il tasso di default (insolvenza) è passato dallo 0,62% del gennaio 2008 al 2,74% di fine anno, per salire al 3,20% nel primo trimestre di quest&#8217;anno e al 3,4% a luglio. A fronte di questo rapido crescere del tasso d&#8217;insolvenza c&#8217;è un&#8217;altrettanto preoccupante riduzione del fondo di garanzia, che serve a coprire i mancati pagamenti, calato a 12,2 milioni rispetto ai 37,2 del suo target. Per tornare alla bolla globale, invece, va registrato il caso della Cina, la cui ripresa artificialmente gonfiata è in larga parte alla base dei piccoli segni di miglioramento, o piuttosto di freno della caduta, registrati negli ultimissimi mesi dall&#8217;economia globale. Il Sole 24 Ore del 16 ottobre richiama l&#8217;attenzione sul fatto che nei primi nove mesi dell&#8217;anno le banche cinesi hanno messo in circolazione la cifra astronomica di 1.270 miliardi di dollari, &#8220;finiti in larga parte sui listini azionari e sul mercato immobiliare gonfiandone le quotazioni&#8221;. Il settore immobiliare assorbe ormai il 20% degli investimenti interni del paese e le vendite di case nei primi nove mesi hanno fatto registrare un balzo enorme del 73,4%, con un aumento dei prezzi dell&#8217;11% su base annua. Tutti sintomi identici a quelli che hanno portato al recente e non ancora esaurito scoppio della bolla globale.</p>
<p>C&#8217;è un altro aspetto particolarmente preoccupante, quello delle crisi di aziende insolvibili, che vengono risolte mediante complessi piani che hanno come esito quello di uno scambio dei debiti con una partecipazione azionaria da parte delle banche creditrici (lo abbiamo già visto nel caso Risanamento in <a href="http://milanointernazionale.it/2009/07/31/lallegra-milano-della-bolla/" target="_blank">L&#8217;allegra Milano della bolla</a>) o l&#8217;emissione di maxiprestiti obbligazionari per coprire i debiti in scadenza (cioè apertura di nuovi debiti per coprire vecchi debiti in presenza di una situazione di insolvenza!). In entrambi i casi si ha un ulteriore e ingente invischiamento diretto delle grandi banche in situazioni sull&#8217;orlo del crack, con il conseguente aumento del rischio complessivo per il sistema finanziario. Vale la pena di citare a tale proposito il caso di Telco, la società &#8220;cassaforte&#8221; che controlla il 24,5% di Telecom Italia e che entro tre mesi dovrà restituire 2,6 miliardi di euro di debiti. Ad aprile Telco ha chiuso i conti con 1,66 miliardi di euro di perdita (anche in conseguenza della svalutazione della partecipazione in Telecom Italia) ed è stata costretta a coprirla abbattendo il capitale nonché azzerando le riserve patrimoniali, con la conseguenza che non dispone di risorse per rimborsare i 2,6 miliardi di euro di debiti. Per risolvere la situazione le strade (alternative al fallimento) sono due: o un costoso aumento di capitale, o l&#8217;emissione di un maxibond. Secondo il Corriere della Sera si starebbe optando per la seconda soluzione. Gli azionisti di Telco coinvolti nella più che complessa situazione sono due banche, Intesa e Mediobanca, un&#8217;assicuratrice, Generali, e due grandi aziende, Benetton e la spagnola Telefonica.</p>
<p>C&#8217;è poi un altro maxibond di cui è il caso di parlare, quello da 1 miliardo di dollari fatto sequestrare dalla magistratura milanese. Era stato emesso da una società inglese costituita appena il giorno prima dell&#8217;emissione stessa e dal capitale dichiarato di 50 miliardi di sterline, di cui però solo due versate (non due miliardi, ma due [2] sterline!). Una banca vera e &#8220;primaria&#8221; come il Credit Suisse lo aveva trasmesso a un&#8217;altra banca altrettanto vera, la Banca Mediolanum, e, come scrive il Corriere della Sera: &#8220;sarebbe potuto essere usato come robusta garanzia per ottenere dalle banche ingenti finanziamenti, o come sponda per negoziare altre operazioni&#8221;. Un altro sintomo di come la finanza tossica sia ancora viva e vegeta e trovi facili canali nel circuito bancario. E un episodio inquietante che va ad aggiungersi a quello misterioso del sequestro di obbligazioni per 131 miliardi di dollari (forse false, ma la vicenda non è ancora stata chiarita ed è oggetto di svariate teorie cospirazioniste) sequestrati a giugno a Chiasso a due giapponesi e a quello altrettanto misterioso del sequestro di bond americani per 180 miliardi di dollari sequestrato in agosto a Malpensa a due filippini, cifre in grado di provocare un terremoto nella finanza globale (si veda il relativo <a href="http://www.corriere.it/cronache/09_settembre_20/bond_falsi_delfrate_661f9a3e-a5c6-11de-a2a4-00144f02aabc.shtml" target="_blank">articolo del Corriere della Sera</a>).</p>
<p><em>Nelle prossime puntate de &#8220;La bolla che deve ancora arrivare&#8221; ci occuperemo di CityLife, gruppo Ligresti, Risanamento, Pedemontana, valutazioni degli immobili, Piano generale del territorio, Piano casa, aeroporti e altro ancora</em>.</p>
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		<title>L&#8217;A2A e il Montenegro</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Oct 2009 12:53:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milanointernazionale</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Zoran Radulovic (da &#8220;Monitor&#8221;, Montenegro, 11 settembre 2009) Seguendo le tradizionali rotte del colonialismo italiano nei Balcani la A2A, società energetica controllata dal Comune di Milano e da quello di Brescia, ha chiuso in questi giorni un&#8217;operazione da centinaia di milioni di euro in Montenegro. Il settimanale indipendente montenegrino Monitor ha pubblicato un duro [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&amp;blog=7100082&amp;post=800&amp;subd=milanointernazionale&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Zoran Radulovic (da &#8220;Monitor&#8221;, Montenegro, 11 settembre 2009)</p>
<p><strong>Seguendo le tradizionali rotte del colonialismo italiano nei Balcani la A2A, società energetica controllata dal Comune di Milano e da quello di Brescia, ha chiuso in questi giorni un&#8217;operazione da centinaia di milioni di euro in Montenegro. Il settimanale indipendente montenegrino Monitor ha pubblicato un duro articolo, che riportiamo in traduzione integrale, in cui parla di mancanza di trasparenza dell&#8217;affare, dei guadagni che ne traggono il premier e suoi parenti o partner d&#8217;affari, dell&#8217;incertezza per il futuro economico del paese.</strong></p>
<p><span id="more-800"></span></p>
<p>L&#8217;italiana A2A e la società di intermediazione Monte Adria hanno annunciato giovedì l&#8217;Offerta per l&#8217;acquisto di azioni della Elektropriveda [la società elettrica statale montenegrina - N.d.T.] dagli azionisti di minoranza. Così, una settimana dopo che gli italiani hanno firmato con il governo montenegrino l&#8217;Accordo per la vendita di una quota delle azioni e per la ricapitalizzazione della Elektropriveda, l&#8217;operazione è entrata nella fase finale. Rimane solo che gli azionisti di minoranza, se lo desiderano, vendano le proprie azioni alla A2A, partner strategico del governo, che il cda della Elektropriveda deliberi la ricapitalizzazione ed emetta le azioni che spetteranno agli italiani, e che la A2A versi entro fine settembre il denaro per la transazione completa. &#8220;Siamo molto contenti del prezzo, perché nel dicembre dell&#8217;anno scorso un&#8217;azione costava 1 euro, e oggi ne vale 8,4&#8243;, ha dichiarato dopo la firma dell&#8217;accordo il vicepremier Vujica Lazovic. &#8220;Abbiamo fatto il massimo che si poteva fare&#8221;, è la sua opinione. L&#8217;opinione pubblica tuttavia continua a non ricevere risposte a una domanda da 100 milioni di euro. Perché la Commissione per i tender, il Consiglio per le privatizzazioni e il Governo stesso hanno deciso di rifiutare l&#8217;offerta del consorzio greco che per la Elektropriveda aveva offerto 11,1 euro per azione? Lazovic dice che l&#8217;offerta dei greci &#8220;era valida solo a prima vista, ma vincolata a condizioni e la sua accettazione avrebbe comportato una violazione delle regole dei tender&#8221;. Vasilije Milickovic, presidente dell&#8217;Associazione degli azionisti di minoranza della Elektroprivreda afferma che nell&#8217;offerta dei greci non vi era nulla di condizionato e di contrario alle regole del tender. Le sue richieste al governo di rendere pubblica l&#8217;offerta e di spiegare quali erano i punti controversi sono rimaste senza risposta. Invece di rispondergli Lazovic ha detto che la giustezza della decisione del governo viene confermata dal fatto che i greci, almeno ufficialmente, non hanno fatto ricorso contro la decisione che li ha eliminati dalla procedura di tender.</p>
<p>E&#8217; tuttavia molto più logica la spiegazione secondo cui il consorzio greco avrebbe deciso di rinunciare al ricorso per due motivi. In primo luogo il governo di Podgorica cercava un partner strategico, e una tale partnership non può realizzarsi sotto la pressione di una procedura giudiziaria. In secondo luogo, la Golden Energy, società privata che faceva parte del consorzio greco, non desiderava mettere un&#8217;ipoteca sui suoi ampi interessi in Montenegro con uno scontro con il governo.</p>
<p>FLUSSI DI DENARO</p>
<p>Il denaro relativo all&#8217;acquisto delle azioni possedute dallo stato (95 milioni di euro) e per la ricapitalizzazione della Elektropriveda (un importo uguale) dovrebbe presto essere versato sui conti della Prva Banka. Lo ha confermato il direttore esecutivo della Prva Banka, Predrag Drecun, il quale ha informato che secondo il contratto stipulato con la A2A il denaro relativo all&#8217;acquisto delle azioni dei piccoli azionisti passerà attraverso la stessa banca, di cui sono azionisti di maggioranza il premier Milo Djukanovic, suo fratello Aco e la stessa Elektroprivreda. Dato che attraverso conti presso la Prva Banka passeranno come minimo 185 milioni di euro, e forse addirittura tutti i 300 milioni, è evidente che la banca stessa, e cioè i suoi proprietari, trarranno ampi benefici da questa operazione.</p>
<p>Tale guadagno verrà notevolmente aumentato dal fatto che la società broker-dealer Monte Adria ha ottenuto il diritto esclusivo di intermediazione in borsa tra l&#8217;acquirente (A2A) e il venditore (gli azionisti di minoranza della Elektroprivreda) per l&#8217;imminente operazione di acquisto delle azioni. E ciò con una commissione inusualmente alta, pari all&#8217;1%, che potrebbe portare ai suoi proprietari un reddito di oltre 1 milione di euro.</p>
<p>Dato che la Prva Banka dei fratelli Djukanovic e della Elektroprivreda è proprietaria da quest&#8217;anno del 49% del capitale di Monte Adria, anche tale denaro finirà in buona parte nelle stesse tasche in cui andranno le commissioni bancarie. La rimanente parte dei soldi guadagnati andrà alle società Merkator Podgorica e Megatrend, che sono controllate da Veselin Vukotic, partner d&#8217;affari del premier Milo Djukanovic.</p>
<p>Il governo afferma che la selezione della banca sui cui conti andranno a finire i soldi, così come la scelta dell&#8217;intermediario per l&#8217;operazione in borsa, è avvenuta secondo quanto desiderato dall&#8217;acquirente, la A2A. Quindi sembra che solo per un caso fortuito il premier, la sua famiglia e i suoi partner d&#8217;affari nel mondo del business privato siano coloro che godono dei benefici di tale scelta. Allo stesso tempo, i media montenegrini non hanno ancora ottenuto dai rappresentanti ufficiali dell&#8217;A2A alcuna risposta alla domanda se il fatto che essi conducano affari con una banca della quale il premier montenegrino è azionista è in armonia con il codice etico della società e con le limitazioni relative al conflitto di interessi in esso contenute. In mezzo a tutti questi fatti non chiariti, il valore della transazione concordata è l&#8217;unico elemento sicuro di questo affare.</p>
<p>SULLA PAROLA</p>
<p>I funzionari montenegrini non rispondono nemmeno alla domanda di quanti soldi la A2A investirà nei prossimi cinque anni nella Elektroprivreda. Invece di fornire risposte, Lazovic afferma che &#8220;gli investimenti sono stati definiti nell&#8217;accordo&#8221;. E&#8217; interessante notare che anche alcuni membri della Commissione di Tender, che allo stesso tempo sono ministri nel governo di Djukanovic, hanno affermato in colloqui non ufficiali di non avere avuto l&#8217;occasione di visionare il contratto tra il governo e la A2A. Ma anche loro credono alle parole di Lazovic, il quale promette che &#8220;il partner [A2A] dovrà investire somme notevoli, e più precisamente dovrà investire nell&#8217;aumento delle capacità produttive e nella modernizzazione della Elektroprivreda, nella riduzione delle perdite lungo la rete&#8230; Insisteremo perché i piani vengano realizzati, in caso contrario rescinderemo il contratto e potremo difendere gli interessi dello stato&#8221;.</p>
<p>Sono in gioco anche i 300 milioni di euro di profitto che l&#8217;A2A dovrà realizzare nel corso dei cinque anni di gestione della Elektroprivreda. Anche questa è un promessa data, ma non sono state precisate le due più importanti condizioni per il suo adempimento &#8211; i futuri rapporti commerciali tra il Kombinat Aluminijum [una delle maggiori industrie del Montenegro - N.d.T.] e la Elektroprivreda, nonché la politica dei prezzi nei confronti degli utenti. Per realizzare l&#8217;utile indicato la Elektroprivreda, secondo gli attuali parametri, dovrà operare con un tasso di profitto annuale dal 15% al 20%. Lo consentirà l&#8217;Agenzia di supervisione dell&#8217;energia che, almeno ufficialmente, fissa il profitto annuale consentito alla Elektroprivreda? Rimane inoltre ignoto se dopo l&#8217;accordo di partnership quinquennale l&#8217;A2A diventerà l&#8217;azionista di maggioranza di Elektroprivreda, oppure se il governo rientrerà in possesso delle azioni vendute.</p>
<p>Sono questi i motivi per cui dalla gara per la Elektroprivreda si sono ritirati svariati soggetti interessanti molto importanti. Gli osservatori dubitano che gli italiani siano entrati in questo affare senza la garanzia che il denaro da loro investito porti loro a lungo termine il beneficio atteso. Secondo gli osservatori è possibile che la A2A abbia già ricevuto la garanzia di diventare l&#8217;azionista di maggioranza della Elektroprivreda in virtù di qualche allegato invisibile del contratto di compravendita. Corrono attualmente anche voci secondo cui la A2A, con o senza la Elektroprivreda, vincerà il tender per l&#8217;assegnazione della concessione per la costruzione di quattro centrali idroelettriche a Morac, che verrà indetto già nell&#8217;ottobre di quest&#8217;anno nonostante gli studi obbligatori sull&#8217;impatto ambientale di tali centrali non siano ancora stati elaborati.</p>
<p>PARTNERSHIP OD OCCUPAZIONE?</p>
<p>In tale caso, dicono voci di corridoio, la A2A tra cinque anni uscirebbe dalla proprietà della Elektroprivreda e si concentrerebbe su ciò che è al centro dei suoi interessi in Montenegro: la produzione di energia elettrica a poco prezzo delle centrali idroelettriche di Morac e la sua esportazione in Italia. Il governo montenegrino allo stesso tempo potrebbe affermare di avere mantenuto le promesse conservando la proprietà statale della Elektroprivreda.</p>
<p>&#8220;Il tender per la Elektroprivreda è di importanza capitale per la futura partnership strategica tra i due paesi&#8221;, ha detto recentemente l&#8217;ambasciatore italiano in Montenegro, Sergio Barbanti. L&#8217;affare è stato concluso, ma rimane da vedere cosa comporterà effettivamente l&#8217;annunciata partnership. A differenza dei funzionari del governo, che scoppiano di ottimismo, dall&#8217;opposizione giungono ammonimenti secondo cui l&#8217;affare potrebbe preannunciare una &#8220;occupazione economica&#8221; del Montenegro. &#8220;Quello che non sono riusciti a fare l&#8217;ammiraglio Vittorio Mollo nel 1918 e il generale Pirzio Birolli nel 1941, è riuscito a farlo con successo la società A2A, che ha acquisito il controllo del più grande potenziale di sviluppo economico del Montenegro grazie esclusivamente al premier Milo Djukanovic&#8221;, ha detto il vicepresidente del partito di opposizione PzP, Branko Radulovic. Speriamo che si sbagli.</p>
<p>(traduzione dal montenegrino di Andrea Ferrario &#8211; titolo di Milano Internazionale)</p>
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		<title>Milano Internazionale &#8211; Cronache &#8211; N. 20 del 22 aprile 2009</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Apr 2009 12:45:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milanointernazionale</dc:creator>
				<category><![CDATA[=>   Notizie e approfondimenti]]></category>
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		<description><![CDATA[SOMMARIO: 1) DE BORTOLI AL CORRIERE, ALL&#8217;INSEGNA DI COMUNITA&#8217; E IDENTITA&#8217; 2) MILANESI RICCHI, MILANESI POVERI, MILANESI EVASORI&#8230; 3) QUANDO IL MATTONE NON TIRA 4) GRANDI MANOVRE NEL CAPITALE CHE CONTA A MILANO 5) ZINCAR, I MILIONI IN FUMO DEL COMUNE DI MILANO 1) DE BORTOLI AL CORRIERE, ALL&#8217;INSEGNA DI COMUNITA&#8217; E IDENTITA&#8217; NAZIONALE Dopo [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&amp;blog=7100082&amp;post=379&amp;subd=milanointernazionale&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal"><span>SOMMARIO:</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>1) DE BORTOLI AL CORRIERE, ALL&#8217;INSEGNA DI COMUNITA&#8217; E IDENTITA&#8217;</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>2) MILANESI RICCHI, MILANESI POVERI, MILANESI EVASORI&#8230;</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>3) QUANDO IL MATTONE NON TIRA</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>4) GRANDI MANOVRE NEL CAPITALE CHE CONTA A MILANO</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>5) ZINCAR, I MILIONI IN FUMO DEL COMUNE DI MILANO</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span> <span id="more-379"></span></span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>1) DE BORTOLI AL CORRIERE, ALL&#8217;INSEGNA DI COMUNITA&#8217; E IDENTITA&#8217; NAZIONALE</span></p>
<p class="MsoNormal"><span> </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Dopo la direzione di Paolo Mieli, pessima dal punto di vista sia dei contenuti sia dei risultati economici, approda al Corriere della Sera come nuovo direttore Ferruccio De Bortoli, che abbandona la guida del Sole 24 Ore. Le sue prime dichiarazioni non fanno intravvedere nulla di buono per il quotidiano milanese, che ha una lunghissima tradizione di conformità ai dettami culturali e politici della borghesia. Se si eccettuano gli scontati e poco originali richiami generici all&#8217;indipendenza e al dovere di critica, il suo primo editoriale, così come il suo discorso alla redazione, battono pesantemente la stessa strada della retorica governativa improntata su comunità, identità nazionale e unità. Basta citare alcune frasi per dare un&#8217;idea di dove De Bortoli vada a parare. Parla di &#8220;unità di intenti del nostro Paese&#8221;, scrive che &#8220;insieme alle notizie circolano i sentimenti, le emozioni. Ci si sente tutti parte di una comunità.&#8221; Profila il suo Corriere come un giornale &#8220;dove si tenta di costruire, piuttosto che distruggere. Che sta dalla parte del Paese. Non contro&#8221;, per farsi un po&#8217; più criptico poi quando dice che &#8220;un giornale moderno è anche uno specchio dell&#8217;identità di chi lo legge&#8221;, concetto che diventa un po&#8217; più chiaro, soprattutto alla luce dell&#8217;isteria sulla sicurezza fomentata negli ultimi anni da governo e poteri mediatici, nel suo discorso alla redazione: &#8220;il giornale [deve avere la capacità di] rappresentare la comunità a cui si rivolge e di difenderla nei suoi bisogni, perfino nelle sue paure&#8221;, deve essere &#8220;un giornale simbolo di identità&#8221; e &#8220;antidoto alla solitudine della globalità&#8221; (perché &#8220;guardatevi intorno: quali sono i simboli che vi ricordano tradizione, appartenenza, storia della vostra comunità? Sono pochi, pochissimi&#8221;). A livello più politico De Bortoli dice che il Corriere rappresenta &#8220;l&#8217;Italia che ce la fa, la migliore classe dirigente, il ceto medio produttivo&#8221; e sottolinea &#8220;noi siamo dei moderati, sottolineo moderati&#8221;. Insomma, una bordata di sparate retoriche la cui interpretazione però non è difficile: il Corriere della Sera pigerà ulteriormente l&#8217;acceleratore su sentimenti, emozioni, paure, sull&#8217;unanimismo all&#8217;insegna del &#8220;senso di comunità&#8221;, dell&#8217;&#8221;identità nazionale&#8221;, sarà un giornale &#8220;costruttivo&#8221; e &#8220;non contro&#8221;, cioè riprenderà tutti i concetti alla base dell&#8217;ideologia propugnata dall&#8217;establishment di governo ed economico che ci comanda. E lo farà schierandosi dalla parte della (migliore??) classe dirigente e del ceto medio, dei moderati (tradotto in &#8220;parla come mangi&#8221;: il centrodestra e il centrosinistra che non rompe le uova nel paniere ai capitalisti), gli unici soggetti che De Bortoli ha scelto di citare in mezzo a un&#8217;Italia dove ci sono milioni di lavoratori a rischio licenziamento o riduzione salariale, milioni di precari, milioni di studenti che si vedono tagliare fondi all&#8217;istruzione, milioni di immigrati<span> </span>che lavorano per i padroni italiani e sono sottoposti a ogni sopruso&#8230; e l&#8217;elenco potrebbe essere ancora più lungo. Quando parla di un giornale che sta dalla parte del Paese, non specifica quale: quello degli speculatori edilizi e degli speculatori finanziari (entrambi presenti nell&#8217;azionariato del suo giornale), dei padroni che licenziano, degli apparati di repressione? E lo stesso vale per i termini &#8220;comunità&#8221; e &#8220;identità&#8221;, concetti che non a caso sono sempre stati al centro della retorica di quanti negli ultimi cento anni hanno dato all&#8217;Italia il peggio che poteva ricevere.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>(fonte: Corriere della Sera, 8 e 10 aprile)</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>2) MILANESI RICCHI, MILANESI POVERI, MILANESI EVASORI&#8230;</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>Il Corriere della Sera ha pubblicato un articolo di Gianni Santucci sui redditi dichiarati dai milanesi. &#8220;Poco meno di un milanese su due dichiara un reddito inferiore ai 20.000 euro all&#8217;anno&#8221;, dato che fa pensare in parte a una larga diffusione dell&#8217;evasione. &#8220;Sono 32.356 i milanesi che dichiarano oltre 100.00 euro, quasi il 4%, ma possiedono il 30% dell&#8217;intera ricchezza dichiarata al fisco della città. [...] Il reddito medio dichiarato a Milano è vicino ai 33.000 euro, quasi il doppio rispetto ai 18.834 euro della media nazionale e comunque una cifra che stacca visibilmente anche la media del Nord-Ovest (20.829 euro)&#8221;. Il 4% di ricchi con più di 100.000 euro di reddito sono &#8220;una percentuale più che quadrupla rispetto a quella dei ricchi nell&#8217;intero paese (dove sono lo 0,87 per cento di tutti i contribuenti italiani). E ancora: tra tutti i redditi sopra i 100.000 euro in Italia (354.856 persone) quasi il 10% sono milanesi&#8221;. In termini di cifre aggregate nel triennio 2004-2006 (prima cioè della crisi) &#8220;l&#8217;intero reddito imponibile Irpef di Milano nel 2004 era di 24,3 miliardi, salito a 24,8 miliardi nel 2005 e cresciuto ancora sensibilmente fino ai 26,3 miliardi del 2006&#8243;. Ma c&#8217;è ancora un dato fondamentale: &#8220;la parte più ampia dei contribuenti milanesi è infatti compresa nelle fasce di reddito tra 10.000 e 15.000 euro (123.000 persone), tra i 15.000 e i 20.000 euro (143.000 persone) e tra i 20.000 e i 26.000 euro (134.000). Sono loro, con le oltre 93.000 persone che dichiarano meno di 10.000 euro (in maggioranza pensionati) a soffrire in maniera più pesante gli effetti della recessione&#8221;.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>(fonte: Corriere della Sera, 16 aprile)</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>3) QUANDO IL MATTONE NON TIRA</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>Cominciano a profilarsi i primi effetti della crisi sugli introiti delle amministrazioni pubbliche. I dati nazionali pubblicati in questi giorni parlano di una diminuzione delle entrate fiscali dello stato per il primo bimestre 2009 pari al 7% e con trend all&#8217;aumento. A Milano il Comune nel 2008 ha incassato 8 milioni di euro in meno del previsto con gli oneri di urbanizzazione. La cifra per l&#8217;intero anno è di 58,5 milioni, a fronte di una previsione di 66,7 milioni, e ciò nonostante il rialzo delle tariffe varato nel dicembre 2007. Negli anni precedenti, grazie alla bolla immobiliare e alle parallele politiche comunali mirate a incentivare la speculazione edilizia, gli introiti generati dagli oneri di urbanizzazione avevano registrato una fortissima crescita: da 31,4 milioni nel 2005, a 44,8 milioni nel 2006 a 52,1 milioni nel 2007. Bisognerà vedere ora cosa succederà in questo 2009 di crisi, per il quale il Comune ha preventivato entrate per 70 milioni, che però difficilmente verranno raggiunte visto il drastico rallentamento della crescita cominciato già nel 2008. Per il bilancio di Palazzo Marino si prospettano quindi grossi problemi visto che, tra le altre cose, anche le società controllate, come per esempio Sea Aeroporti, ridurranno drasticamente i dividendi erogati al Comune o addirittura non ne erogheranno affatto.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span> </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Sempre sul piano della speculazione edilizia ci sono da registrare alcuni dati sugli immobili sfitti. A Milano sono circa 30.000 gli appartamenti sfitti, pari al 4% dei 677.000 appartamenti totali esistenti in città. A questi dati vanno ad aggiungersi quelli sugli spazi per ufficio sfitti. Su 1,2 milioni di metri quadri di superficie per uffici esistenti a Milano, il 6% è sfitto ma, aggiunge il Corriere della Sera, si tratta di dati ufficiali che non rispecchiano una situazione reale ancora più critica, &#8220;perché altri vecchi palazzi si stanno svuotando. E nuovi contenitori non sono mai stati riempiti. Fa testo il recente insediamento di via Forlanini, verso Linate. Sfitte le torri di via Stephenson, all&#8217;estrema periferia Nord-Ovest. Come quelle di via Senigallia, a ridosso di Cormano. E a Sud in via dei Missaglia. Metri quadrati di uffici sfitti che, uno sull&#8217;altro, fanno 30 Pirelloni, [senza contare che] la crisi potrebbe accelerare l&#8217;esodo di altri colletti bianchi da altri cubi&#8221;. I palazzi per uffici sfitti, scrive sempre il Corriere della Sera, &#8220;sono così da anni, costruiti tra gli anni &#8217;80 e &#8217;90, nella sbornia del dopo piano regolatore, che consentiva di trasformare le ex aree industriali in terziario (30%) e produttivo. Il terziario è lì, scatole vuote&#8221;. E, come spiega l&#8217;economista Giacomo Biraghi, a differenza di altre città europee in cui gli spazi per uffici si concentrano nei cosiddetti Business District, a Milano il terziario &#8220;si è sviluppato sulla città come un quadro di Mondrian, a macchia di leopardo&#8221;.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span> </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>La Repubblica segnala infine i contenuti della bozza di progetto di legge regionale che &#8220;declina alla lombarda il piano casa di Berlusconi&#8221;. Vengono introdotte novità rispetto al decreto del governo, per esempio si potranno recuperare volumetrie non utilizzate nei centri storici anche per attitività economiche. Al di fuori dei centri storici si potranno ampliare poi del 20 per cento gli edifici, anche per destinazioni non residenziali.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span> </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>(fonti: Il Giornale, 6 aprile; Repubblica, 4 aprile, 16 aprile; Corriere della Sera, 2 aprile)</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>4) GRANDI MANOVRE NEL CAPITALE CHE CONTA A MILANO</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>Pirelli Re, Impregilo, A2A, tre nomi che contano moltissimo a Milano e in Lombardia, rispettivamente nell&#8217;immobiliare, nelle costruzioni e nell&#8217;energia. Se la A2A è a controllo pubblico (Comuni di Milano e Brescia), le altre due fanno capo ad alcuni dei più noti nomi del capitalismo italiano, rispettivamente Pirelli e Tronchetti Provera la prima, e Ligresti, Benetton e Gavio la seconda. Tutte e tre in questi giorni stanno attraversando momenti cruciali. L&#8217;8 aprile Carlo Puri Negri ha abbandonato il timone di Pirelli Re e la società immobiliare è stata di fatto &#8220;commissariata&#8221; dalla casa madre Pirelli guidata da Marco Tronchetti Provera, che ha nominato due uomini di stretta fiducia alla guida della società. Puri Negri, che è figlio di una Pirelli, aveva cominciato la sua carriera nel 1989 e aveva creato e portato al successo il ramo immobiliare di Pirelli, cavalcando senza remore la bolla immobiliare. Gli investimenti di Pirelli Re in Italia e nell&#8217;Europa Orientale ammontano a circa 1,3 miliardi e hanno generato rendimenti tra il 5% e il 7%, ma l&#8217;indebitamento accumulato è di 860 milioni. Ora, dopo lo scoppio della bolla, Pirelli Re si trova con 195 milioni di perdita in bilancio e le sue azioni che sono arrivate a valere 60 euro oggi sono quotate intorno ai 4,5 euro. Tronchetti Provera ha deciso quindi di avviare una delicata operazione di ricapitalizzazione per 400 milioni il cui scopo è quello di mettere in salvo il ramo immobiliare del gruppo. Puri Negri abbandona a fronte di una lauta buonuscita, in tutto 12 milioni di euro.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span> </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Per la Impregilo, che ha vinto la gara per la realizzazione di una delle più grandi opere a cui darà il via il governo Berlusconi, il ponte sullo stretto di Messina, si profila invece una soluzione per la situazione di stallo tra gli azionisti di controllo che si protraeva da mesi. La società è controllata da un patto azionario tra Salvatore Ligresti, la famiglia Benetton e Marcellino Gavio, patto che scadrà il prossimo 12 giugno. I motivi di divergenza tra i soci non sono chiari, ma la stampa ha parlato di un conflitto strategico tra l&#8217;ala delle costruzioni (Ligresti) e quella delle concessioni autostradali (Benetton e Gavio), con una possibile fuoriuscita di Ligresti. Ora pare che le divergenze si stiano appianando con la mediazione di Mediobanca, che detiene in pegno circa il 30% delle azioni della società, cioè la quota totale in mano ai tre. Va rilevato che il presidente di Impregilo, Massimo Ponzellini (un nome che incontreremo di nuovo qui sotto quando parleremo di A2A) è candidato alla presidenza della banca Bpm e non ha alcuna intenzione, qualora venisse eletto, di abbandonare la presidenza di Impregilo, ritenendo che non vi sia alcuna incompatibilità.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>In A2A, il minicolosso energetico controllato dai Comuni di Milano e Brescia, è in corso un radicale rimescolamento delle carte, dopo i mesi di stallo vissuti dalla gestione duale da parte delle due città lombarde. Nei giorni scorsi  Renzo Capra (&#8220;l&#8217;uomo&#8221; di Brescia nell&#8217;azienda) ha dato le dimissioni dal consiglio di sorveglianza. Il Corriere Economia interpreta le dimissioni come una conseguenza della vittoria di Adriano Paroli, di Forza Italia, che ha conquistato la poltrona di sindaco dopo dieci anni di centrosinistra. Paroli, vicino a Comunione e Liberazione e a Roberto Formigoni, punterebbe alla sostituzione di Capra con un proprio fedelissimo, Graziano Tarantini, fondatore della Compagnia delle Opere bresciana. Tarantini tra l&#8217;altro è membro del consiglio di amministrazione della banca Bpm, nell&#8217;ambito della quale appoggia la candidatura a presidente di Massimo Ponzellini (il già menzionato presidente di Impregilo). In questa fitta rete di relazioni politiche e affari si inserisce, sempre secondo il Corriere Economia, anche la Lega Nord, che mira a insediare un suo uomo (si parla di Dario Fruscio, uscito a febbraio dal collegio sindacale di Expo 2015 Spa) ai vertici del consiglio di sorveglianza della società. Da parte sua, a Milano, Moratti punterebbe a ottenere una poltrona importante in A2A per Paolo Glisenti, dopo la sua estromissione dalla guida dell&#8217;Expo 2015. Va rilevato inoltre che nel consiglio di gestione di A2A siede in rappresentanza del Comune di Milano il consigliere Simone Rondelli, che è stato oggetto di un avviso di garanzia per truffa aggravata ai danni dello stesso Comune in relazione alla vicenda dei derivati. Rondelli è legato a Letizia Moratti: siede nel consiglio di supervisione di Syntek, azienda di proprietà del sindaco, ed è amministratore di Four Partners, società che si occupa di gestione patrimoniale e ha tra i suoi clienti la stessa Syntek. Il Sole 24 Ore si interroga da parte sua sul futuro dell&#8217;azienda milanese-bresciana. Una volta risolti gli assetti di governo, A2A dovrà occuparsi di strategie, in particolare per quanto riguarda la controllata Edison, gestita in tandem con i francesi di Edf, ma che finora non ha dato i risultati industriali auspicati. Secondo lo stesso quotidiano &#8220;le opzioni sono quattro: il mantenimento dello status quo, la fusione A2A-Edison, lo spezzatino di Edison o lo spezzatino di A2A&#8221;.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>(fonti: Corriere della Sera, 9 aprile, 18 aprile; Corriere Economia, 20 aprile; Repubblica Affari e Finanza, 20 aprile 2009; Repubblica, 21 aprile; Sole 24 Ore, 15 aprile 2009)</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>5) ZINCAR, I MILIONI IN FUMO DEL COMUNE DI MILANO</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>La Zincar è una società controllata dal Comune di Milano (ma con una partecipazione azionaria, tra gli altri, della A2A) il cui nome è l&#8217;acronimo di uno strampalato &#8220;Zero impatto non carbonio&#8221;. Nei mesi scorsi era stata al centro di polemiche, ai limiti dello scoppio di uno scandalo, sulle &#8220;consulenze facili&#8221; assegnate, tanto che a dicembre Letizia Moratti ne aveva deciso la liquidazione. Oggi emerge, come riferisce la Repubblica, che la Zincar ha un buco di 18 milioni di euro, una cifra da capogiro per una società che a fine 2007 aveva un giro d&#8217;affari di poco meno di 5 milioni di euro. La scarsa trasparenza delle operazioni della Zincar è testimoniata dal fatto che nel 2007 la società di revisione Ernst&amp;Young si era rifiutata di certificarne i conti. Zincar, per dare un esempio degli sperperi di cui era il canale, sta realizzando nel quartiere di Quarto Oggiaro un progetto finanziato dal Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, del costo di ben 4,3 milioni di euro, che prevede la realizzazione di un centro di informazione e formazione per i cittadini sui temi della sicurezza. Con 6 milioni di finanziamento dello stesso ministero sta completando un progetto per studiare i microrischi relativi al trasporto di merci pericolose in ambito urbano. Come conclude la Repubblica, &#8220;insomma, una marea di soldi che Zincar sembra aver in parte sperperato in consulenze e comunque ad alto impatto per il Comune&#8221;. Ora si deve decidere come ripartire le perdite tra gli azionisti e secondo il quotidiano si va verso una soluzione che coinvolga più i soci industriali (come A2A) e meno il Comune.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>(fonte: Repubblica, 18 aprile)</span></p>
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