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	<title>Milano Internazionale &#187; Aedes</title>
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		<title>Milano Internazionale &#187; Aedes</title>
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		<title>Cemento sul piede di guerra</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Sep 2009 20:38:59 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Cemento sul piede di guerra di Andrea Ferrario Dietro alla clamorosa richiesta di commissariamento del Comune di Milano avanzata da società del gruppo Ligresti ci sono un&#8217;aspra battaglia politica e, soprattutto, le difficoltà del mondo finanziario e immobiliare a seguito dello scoppio della bolla. Ne sono una testimonianza anche i casi Risanamento, Citylife e Aedes. [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&amp;blog=7100082&amp;post=792&amp;subd=milanointernazionale&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Cemento sul piede di guerra</strong></p>
<p><strong>di Andrea Ferrario</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Dietro alla clamorosa richiesta di commissariamento del Comune di Milano avanzata da società del gruppo Ligresti ci sono un&#8217;aspra battaglia politica e, soprattutto, le difficoltà del mondo finanziario e immobiliare a seguito dello scoppio della bolla. Ne sono una testimonianza anche i casi Risanamento, Citylife e Aedes. Intanto, tra Piano casa, Expo e nuovi megaprogetti la cementificazione continua.</strong></p>
<p><span id="more-792"></span></p>
<p>Può succedere anche questo nella Milano che si sta ancora risvegliando dopo il torpore estivo: uno dei più agguerriti cementificatori che la città abbia mai visto, l&#8217;assessore all&#8217;urbanistica Carlo &#8220;Attila&#8221; Masseroli, viene all&#8217;improvviso presentato dalla stampa, insieme al sindaco Moratti, come un convinto sostenitore della difesa del verde e dell&#8217;interesse pubblico nella pianificazione urbana. Lo spunto per questa sua improvvisa beatificazione, che trapela soprattutto dalle righe del quotidiano Repubblica, è venuto dalla vicenda Ligresti-Comune di Milano di cui tutti gli organi di stampa cittadini hanno ampiamente riferito. Riassumiamo brevemente i fatti. Due settimane fa è trapelata, ed è poi stata ufficialmente confermata, la notizia che l&#8217;imprenditore Salvatore Ligresti ha chiesto alla Provincia il commissariamento del Comune di Milano per sbloccare tre progetti edilizi di altrettante società a lui riconducibili, motivando la propria domanda con i ritardi dell&#8217;amministrazione pubblica nell&#8217;affrontare le relative problematiche. Le tre società sono la Imco, l&#8217;Altair e la Zero, mentre i progetti riguardano la via Natta, nei pressi dell&#8217;Ippodromo di San Siro, dove dovrebbero essere costruiti dei palazzoni alti fino a 50 metri, troppi per il contesto, un&#8217;area a Bruzzano, a nord della città, e la via Macconago, a due passi dal Parco Sud e dall&#8217;area in cui sorgerà, su terreni dello stesso Ligresti, il mega-centro europeo Cerba per la ricerca medica, uno dei maggiori progetti speculativo-cementizi milanesi. Ai sensi della legge regionale 12 approvata nel 2005, in casi simili è possibile richiedere alla Regione o alla Provincia il commissariamento del Comune. Le società di Ligresti hanno scelto la Provincia, una decisione politicamente non casuale, così come appare non casuale la tempistica della richiesta di commissariamento. La Provincia infatti ora è guidata da Guido Podestà, un fedelissimo di Berlusconi e operativo nel settore sanitario in concorrenza alla &#8220;nemica&#8221; lobby ciellina formigoniana, della quale il già citato Masseroli è uno dei principali attori.</p>
<p>TRA POLITICA E AFFARI</p>
<p>La politica</p>
<p>La mossa di Ligresti va a incunearsi nelle profonde divisioni già esistenti nella maggioranza e che trovano una delle loro più concrete espressioni proprio nell&#8217;urbanistica. Come scrive Il Foglio, a Milano ormai esiste una specie di pentapartito ambrosiano: la Lega, i fedelissimi della Moratti (ridottisi al lumicino), la lobby Formigoni-Comunione e Liberazione, i Pdl ex An e il Pdl berlusconiano/tremontiano. Divisioni che si stanno inasprendo nell&#8217;imminenza delle elezioni regionali dell&#8217;anno prossimo e di quelle comunali del 2011, con la sempre più probabile mancata ricandidatura della Moratti, che se vuole sopravvivere politicamente deve giocarsi il tutto per tutto fin da ora. E su tutti, o quasi, pende qualche spada di Damocle: per Formigoni lo scandalo Niguarda e quello dei derivati della Regione, che covano sotto la brace, per il Comune l&#8217;altro scandalo derivati e quello Zincar, sulle varie appendici della lobby finanziaria e del mattone il caso Risanamento. Ligresti, nonostante i profondi legami con la famiglia La Russa e la vicinanza a Berlusconi, si è in realtà mosso sempre molto prudentemente, avendo presente prioritariamente i propri affari. Ora sembra avere deciso di partire all&#8217;attacco per girare a proprio favore le divisioni politiche. La posizione assunta da Masseroli, le cui idee e il cui operato sono ben noti a tutti da anni, è esclusivamente una posizione di difesa politica e di lobby. Un indice del punto di tensione a cui si è arrivati è poi la misteriosa faccenda della microspia trovata negli ultimi giorni sotto un tavolo del direttore generale di Palazzo Marino, il potente Giuseppe Sala, braccio destro di Letizia Moratti nominato nel gennaio 2009 con uno stipendio annuale di 250.000 euro. Secondo i primi dati la microspia, che non è di quelle in dotazione per le inchieste della procura, è stata collocata nell&#8217;ufficio di Sala non prima di agosto, ma la bonifica con la quale è stata ritrovata sarebbe stata richiesta da un funzionario comunale nel giugno scorso, non si sa per quali motivi. Ovviamente è cominciata subito la corsa a cercare di capire quali siano potute essere le conversazioni più appetibili per gli anonimi spioni. E a tale proposito i giornali scrivono che in quelle stanze sicuramente si è parlato di derivati del Comune, di Piano di governo del territorio, di A2A (della quale Sala è consigliere di gestione) e di altre società municipali.</p>
<p>Gli affari</p>
<p>Riguardo alla tempistica, tutti hanno notato che la mossa di Ligresti è arrivata nell&#8217;imminenza del varo del Piano di governo del territorio (Pgt), che andrà a sostituire il Piano regolatore vecchio di trent&#8217;anni. Si tratta di un documento quadro che stabilirà le direttive a lungo termine per lo sviluppo urbanistico di Milano (nulla toglie che poi siano possibili ritocchi, deroghe e quant&#8217;altro). Sotto la pressione della richiesta di commissariamento, la maggioranza ha inaspettatamente dato il via libera al Pgt in questi giorni, superando temporaneamente le divisioni in merito. A ottobre dovrà essere discusso in giunta e a novembre, sempre se i tempi verranno rispettati, dovrebbe cominciare l&#8217;esame in Consiglio comunale. Secondo molti commentatori Ligresti, più che alle tre aree ora in questione, punta a mettere un&#8217;ipoteca proprio sul Pgt. C&#8217;è per esempio la questione delle aree di Ligresti nel Parco Sud, circa 280.000 mq (le tre aree oggetto della richiesta di commissariamento ammontano invece complessivamente a soli 72.000 mq) per le quali è probabile che il Pgt preveda la non edificabilità. Il progetto di Pgt prevede inoltre a tale proposito la creazione, voluta da Masseroli, di una Borsa della perequazione dove verrebbero scambiati i diritti volumetrici dei proprietari relativi alle aree dichiarate non edificabili. Le aree possedute da Ligresti nel Parco Sud, però, &#8220;fruttano&#8221; sotto questo aspetto un indice di edificazione dello 0,2, rispetto allo 0,65 del resto della città. La partita di Ligresti pertanto potrebbe giocarsi, tra le altre cose, proprio sull&#8217;innalzamento di questo indice. Ma anche più in generale sull&#8217;asserzione del proprio potere per farlo valere in futuro. Non è affatto una guerra tra &#8220;ambientalisti&#8221; e &#8220;cementificatori&#8221;, ma solo tra chi dal cemento guadagnerà di più e chi di meno. Masseroli non ha mai fatto segreto della sua contrarietà riguardo alla preservazione del Parco Sud così come è. La richiesta di commissariamento avanzata dalle società di Ligresti è poi un modo per chiudere anche ogni piccolo spazio di dibattito pubblico sul futuro urbanistico della città e gestire tutto dietro le quinte. Per ora tutto è in sospeso: Podestà ha chiesto a Ligresti e Comune di integrare la documentazione fornita entro il 4 ottobre, data a partire dalla quale il caso si riaprirà.</p>
<p>Ma dietro a tutto ci sono anche le difficoltà dell&#8217;impero finanziario e del cemento di Salvatore Ligresti. Un impero che comprende partecipazioni in Unicredit, Mediobanca, Generali, Rizzoli-Corriere della Sera, Alitalia e che tra i suoi pilastri la potentissima società edile Impregilo, ma anche la finanziaria Premafin e l&#8217;assicuratrice FonSai. A Milano poi Ligresti è massicciamente presente in tutti i maggiori progetti di speculazione edilizia, da Citylife a Garibaldi-Repubblica, dal Cerba all&#8217;Istituto europeo di oncologia. Ma è un impero che dà qualche segno di scricchiolio, tanto più preoccupante nel momento in cui un altro impero milanese del mattone come Risanamento rischia il fallimento. Riguardo alle difficoltà delle società di Ligresti basta citare alcuni dati. Il 20 aprile la sua società-cassaforte Sinergia non è riuscita a onorare nei confronti delle banche un prestito di 31 milioni di euro, poi riscadenziato, ed entro novembre dovrà trovare 108 milioni per rimborsare un altro prestito. Per Sinergia il 2008 si è chiuso con una perdita di 24 milioni di euro (nel 2007 la perdita era stata di soli 4 milioni) e un aumento dei debiti a 321 milioni di euro rispetto ai 256 del 2007. La controllata Imco è passata da un utile 2007 di 49 milioni di euro a una perdita 2008 di 13 milioni, con un indebitamento cresciuto a 305 milioni da 212 milioni. Insomma, troppi &#8220;sintomi Risanamento&#8221;. Ligresti ha quindi la necessità impellente di valorizzare in bilancio le decine di terreni comprati nell&#8217;area del Parco Sud, sul modello di quanto avverrà con la costruzione del Cerba, un progetto da 900 milioni su un&#8217;area (sua) costata poco meno di 10 milioni. Il Comune, attraverso l&#8217;Expo, gli ha già porto una mano con il progetto di commercializzare il Parco trasformando le aziende agricole in strutture alberghiere e di accoglienza, una vera e propria manna per Don Salvatore. Ma evidentemente quest&#8217;ultimo vuole di più e, come ha scritto Ettore Livini su Repubblica: &#8220;ha deciso di forzare la mano. Quasi come se ci fosse in gioco la sopravvivenza del suo impero di famiglia&#8221;.</p>
<p>RISANAMENTO, CITYLIFE ED AEDES: LA BOLLA SCOPPIA</p>
<p>A inizio settembre è stato depositato presso il Tribunale di Milano il piano delle banche creditrici per il salvataggio dal fallimento del gruppo Risanamento, ormai non più controllato da Luigi Zunino (sull&#8217;intera vicenda si veda il nostro articolo <a href="http://milanointernazionale.it/2009/07/31/lallegra-milano-della-bolla/" target="_blank">&#8220;L&#8217;allegra Milano della bolla&#8221;</a>). La complessa manovra prevede un&#8217;iniezione di capitale, prestiti convertendi, finanziamenti standby (per un totale complessivo di circa 800 milioni di euro, di cui però solo 130 come liquidità), oltre a dismissioni e alla ricerca di un partner per il progetto di Santa Giulia, il tutto lungo un periodo di cinque anni. I pm si sono opposti al piano e il giudice dovrà decidere il 15 ottobre se procedere o meno con la procedura di fallimento. In gioco ci sono i circa 3 miliardi di euro di buco di Risanamento più, indirettamente, quello stimato come pari a circa 1 miliardo della holding personale di Zunino. Secondo la procura il piano messo a punto dalle banche creditrici (Intesa, Unicredit, Banco Popolare, Bpm, Mps e Italease) non risolve lo stato di insolvenza e ha in realtà come obiettivo la liquidazione, e non la continuità e lo sviluppo aziendale. Tra i vari aspetti estremamente problematici su cui i pm hanno richiamato l&#8217;attenzione c&#8217;è in particolare il fatto che il piano si basa in parte anche sul valore futuro di beni che si intende vendere, cioè essenzialmente le aree Falck a Sesto San Giovanni e una quota minoritaria ma consistente di Santa Giulia. In realtà i valori realizzabili di tali aree non sono oggi stimabili con precisione. Per lungo tempo infatti Risanamento ha cercato di vendere le aree Falck senza successo, nonostante i ribassi di prezzo, mentre Santa Giulia allo stato delle cose è un progetto semifallimentare ben poco appettibile &#8211; come riassume il Sole 24 Ore: &#8220;si vuole sottrarre il gruppo a una situazione di crisi &#8216;certa&#8217; con un piano che vede una realizzazione definitiva tutt&#8217;altro che sicura&#8221;. A proposito di Santa Giulia va aggiunto che proprio in questi giorni le imprese che dovevano terminare i lavori obbligatori di urbanizzazione dell&#8217;area hanno abbandonato i cantieri, secondo quanto riferisce il Corriere della Sera perché la Risanamento non li paga da maggio scorso. In realtà il Comune di Milano si era garantito contro tale rischio con una fideiussione per il 50% del costo dei lavori (e chissà perché appena il 50%), solo che la fideiussione è stata stipulata con la FonSai&#8230; di Salvatore Ligresti! Ovviamente non è proprio il momento di aprire un altro fronte con Don Salvatore, visto il già teso conflitto in corso, e pertanto Masseroli diplomaticamente ha rimandato ogni decisione sul da farsi a dopo il 15 ottobre, con la scusa che solo allora si saprà quale sarà il futuro di Risanamento.</p>
<p>Dietro alla patina ottimista dei politici che amministrano l&#8217;urbanistica si nasconde quindi in realtà una Milano finanziaria e immobiliaristica che cerca di rimandare con ogni stratagemma gli effetti, potenzialmente devastanti, delle proprie politiche. Oltre alla vera e propria bomba a orologeria della Risanamento, che se dovesse scoppiare avrebbe effetti enormi sul sistema bancario e sul settore immobiliare, vale la pena di ricordare anche il caso dell&#8217;immobiliare Aedes (quella proprietaria dei terreni su cui si trova lo stabilimento Innse, si veda <a href="http://milanointernazionale.it/2009/08/04/il-caso-innse-dieci-mesi-di-lotta/" target="_blank">&#8220;Il caso Innse: dieci mesi di lotta&#8221;</a>), che si trovava in una situazione di debiti insoluti verso le banche simile a quella di Risanamento e che a fine luglio, dopo mille peripezie, è riuscita a portare a termine un piano di ricapitalizzazione, che però non è garanzia di uscita dalla situazione di crisi. E poi c&#8217;è l&#8217;enorme progetto Citylife, che ha viaggiato finora con una leva finanziaria dell&#8217;80%, ma che ora rischia grosso. Il progetto oggi non è più coperto finanziariamente perché i costi stimati sono incrementati da 1,7 a 2,15 miliardi. Servono quindi altri 700 milioni e, secondo quanto scrive Il Mondo, né le banche (Intesa, Unicredit, Mediobanca e la tedesca EuroHypo) né i soci (Generali, Ligresti, Allianz, Toti) sono disponibili a concedere altri fondi. La più avversa a questa ipotesi sarebbe la tedesca EuroHypo, che è già in difficoltà a casa sua in conseguenza della crisi finanziaria mondiale. Tra le varie ipotesi per uscire dall&#8217;impasse vi sono quella dell&#8217;erogazione di nuovi prestiti, a un costo di interessi però notevolmente maggiorato, e quella di complessi accordi di credito con garanzie incrociate per le future fasi del progetto che, secondo quanto scrive sempre Il Mondo, saranno &#8220;via via più rischiose per le banche&#8221;. Quindi da una parte abbiamo le banche sempre più esposte a debiti insoluti, a prestiti ad alto rischio e a partecipazioni azionarie (uno dei frequenti sbocchi dei piani di salvataggio) anch&#8217;esse pericolose, dall&#8217;altra un sistema immobiliare che è ben lungi dall&#8217;avere smaltito la bolla, con il risultato che potrebbero essere ridimensionati, o peggio finire arenati come Santa Giulia, altri grandi progetti milanesi. Una situazione descritta con grande efficacia dall&#8217;articolo <a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2009/07/21/credito-mattone-un-allegro-connubio-che-ora.html" target="_blank">&#8220;Credito e mattone&#8221;</a> di Andrea Greco, pubblicato da Repubblica.</p>
<p>MATTONE E CEMENTO: GLI ALTRI SVILUPPI PIÙ RECENTI</p>
<p>Con l&#8217;occasione passiamo in rassegna alcuni altri sviluppi recenti nel settore della speculazione immobiliare e del cemento. Sta per partire il <strong>Piano casa</strong> del governo lombardo, quello che prevede la possibilità di aumentare del 20% la volumetria del già costruito e di abbattere e ricostruire edifici, anche nei centri storici e nei parchi. I comuni hanno la facoltà di indicare entro il 15 ottobre zone del loro territorio nelle quali ai privati non sarà consentita l&#8217;applicazione del Piano. Il Comune di Milano lo ha già fatto, estromettendo dal Piano casa tutta l&#8217;area all&#8217;interno della cerchia dei bastioni e 11 altre zone della città. L&#8217;assessore regionale all&#8217;urbanistica Davide Boni (Lega Nord) si è già lamentato dei limiti posti da Milano (ma anche da Mantova): &#8220;Troppi paletti. I comuni stanno mettendo paletti troppo rigidi&#8221;. Parole che non fanno sperare bene, visto che se a insindacabile giudizio della Regione le limitazioni non risulteranno &#8220;adeguatamente motivate&#8221;, i privati potranno lo stesso fare i lavori. Intanto continuano le difficoltà per il <strong>mercato immobiliare</strong>. Secondo gli ultimi dati citati dal Corriere della Sera a Milano ci sarebbero circa 80.000 alloggi sfitti, più una quantità stimata di 850.000 metri cubi di spazi per uffici vuoti. Negli ultimi anni nel complesso l&#8217;offerta ha superato la domanda, spiega Colombo Clerici, presidente di Assoedilizia, secondo cui inoltre si registra una perdita di attrattività complessiva della città, che ha portato alcune multinazionali a trasferirsi a Roma. Come spiega Guido Lodigiani del centro studi della Gabetti &#8220;a Milano nell&#8217;ultimo decennio si è costruito troppo&#8221; e &#8220;lo stock di immobili arrivato sul mercato è tutto concentrato nel settore medio-alto. E ora sono molti i proprietari che non riescono a vendere e che convertono l&#8217;offerta in affitto&#8221;. Sul fronte delle <strong>case popolari</strong> da ottobre si passerà dalla gestione privata a quella pubblica. Dopo la pessima esperienza dell&#8217;affidamento alla Romeo, alla Pirelli Re e alla Gefi, l&#8217;amministrazione degli alloggi popolari di Milano tornerà all&#8217;Aler. Si naviga ancora a vista invece per quanto riguarda l&#8217;<strong>Expo 2015</strong>, riguardo al quale si continuano a registrare solo notizie grottesche, folcloristiche o relative alle più svariate &#8220;poltrone&#8221;. Dopo la presentazione del masterplan (in realtà dietro al vocabolo inglese si nasconde solo una bozza di massima, che potrà anche essere completamente modificata), si è avuto un incontro di Diana Bracco con se stessa (in qualità di presidente Expo 2015 da una parte e di presidente del Comitato ristretto di Confindustria per l&#8217;Expo 2015, dall&#8217;altra) e il voto del Comitato incompatibilità della Camera con il quale Lucio Stanca è stato autorizzato a occupare contemporaneamente la poltrona di amministratore delegato di Expo 2015 Spa e di deputato. La Lega Nord, che si era detta a gran voce contraria, come al solito dopo avere sbraitato ha messo il timbro alla &#8220;bipoltrona&#8221; astenendosi. Da registrare infine l&#8217;idea di Daniele Farina, &#8220;leader storico&#8221; del centro sociale Leoncavallo, di convocare un social forum per il 2015 a Milano, in coincidenza con l&#8217;Expo. L&#8217;idea è stata comunicata a Letizia Moratti con una lettera in cui, secondo quanto riferisce il Corriere della Sera, si parlerebbe di un&#8217;integrazione delle due iniziative &#8220;in un&#8217;ottica di dialogo più che di divisione&#8221; con la speranza di diventare &#8220;partner ufficiale&#8221; della manifestazione. Sempre per l&#8217;Expo nell&#8217;area tra <strong>Rho</strong> e Milano si prevede di costruire parcheggi per 17.000 posti auto, che una volta finita la manifestazione rimarranno con molta probabilità inutilizzati in quanto situati in aree lontane dai centri cittadini. E&#8217; prevista anche la realizzazione di una tangenzialina ad Arese nell&#8217;area ex Alfa, nonostante esista già una strada di collegamento. E allora perché farla? Come denuncia il centro sociale Sos Fornace, &#8220;perché una volta realizzata tutta la zona, attualmente agricola, diventerà edificabile&#8221;. Grandi manovre anche a <strong>Monza</strong>, dove il sindaco Marco Mariani ha annunciato una variante al Piano di gestione del territorio con la quale si prevede una valanga di cemento su ben 3 milioni di metri quadri. Le aree interessate sono quelle di San Fruttuoso, del Parco Villoresi, della Cascinazza, delle ex cave Rocca e dell&#8217;ex area industriale Pagnoni.</p>
<p>(fonti: le principali testate della stampa milanese e nazionale dal 14 al 27 settembre 2009)</p>
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		<title>Il caso Innse: dieci mesi di lotta</title>
		<link>http://milanointernazionale.it/2009/08/04/il-caso-innse-dieci-mesi-di-lotta/</link>
		<comments>http://milanointernazionale.it/2009/08/04/il-caso-innse-dieci-mesi-di-lotta/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 04 Aug 2009 13:31:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milanointernazionale</dc:creator>
				<category><![CDATA[=>   Notizie e approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[Aedes]]></category>
		<category><![CDATA[Berlusconi]]></category>
		<category><![CDATA[Innse]]></category>
		<category><![CDATA[Licenziamenti]]></category>
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		<description><![CDATA[Dalla primavera del 2008 a Milano, e più precisamente nell'area nord-est della città, a Lambrate, è in corso un'esperienza di lotta la cui rilevanza va molto oltre i confini geografici e settoriali più immediati che la caratterizzano. Si tratta del caso dello stabilimento Innse, salito più volte all'onore delle cronache negli ultimi nove mesi, in particolare per l'iniziativa di autogestione avviata dai lavoratori della fabbrica, unica nel suo genere negli anni più recenti, e per i successivi interventi delle forze dell'ordine a sostegno del padrone Silvano Genta. Al di là delle cronache è però tutta la vicenda Innse nel suo complesso che, in particolare in questo momento, è diventata emblematica della posta in gioco a Milano, tra conflitti di lavoro e speculazione edilizia. Vale pertanto la pena di ripercorrerne nei dettagli la storia.
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			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal"><strong><span lang="IT">Il caso Innse: dieci mesi di lotta<br />
</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><strong><em><span lang="IT">di Andrea Ferrario, 1 aprile 2009 (aggiornato 4 agosto 2009)<br />
</span></em></strong></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="IT"> </span></p>
<p class="MsoNormal"><strong>Polizia e carabinieri in tenuto antisommossa a sostegno di un rottamaio fallimentare, un&#8217;immobiliare altrettanto fallimentare che punta alla speculazione sull&#8217;area, prefettura e magistratura che dispongono lo smantellamento dei macchinari con la forza, Formigoni in vacanza che se ne lava le mani. E&#8217; l&#8217;annunciato tentativo di liquidare con la forza la straordinaria esperienza di lotta degli operai della Innse di Lambrate. Riproponiamo un nostro recente articolo che ripercorre nei dettagli il retroterra di questa vicenda  di importanza essenziale per Milano.</strong></p>
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<p class="MsoNormal"><span lang="IT">Dalla primavera del 2008 a Milano, e più precisamente nell&#8217;area nord-est della città, a Lambrate, è in corso un&#8217;esperienza di lotta la cui rilevanza va molto oltre i confini geografici e settoriali più immediati che la caratterizzano. Si tratta del caso dello stabilimento Innse, salito più volte all&#8217;onore delle cronache negli ultimi dieci mesi, in particolare per l&#8217;iniziativa di autogestione avviata dai lavoratori della fabbrica, unica nel suo genere negli anni più recenti, e per i successivi interventi delle forze dell&#8217;ordine a sostegno del padrone Silvano Genta. Al di là delle cronache è però tutta la vicenda Innse nel suo complesso che, in particolare in questo momento, è diventata emblematica della posta in gioco a Milano, tra conflitti di lavoro e speculazione edilizia. Vale pertanto la pena di ripercorrerne nei dettagli la storia.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span lang="IT">BREVE STORIA DELL&#8217;INNSE E DELL&#8217;INNOCENTI FINO AL 2006</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span lang="IT">L&#8217;Innse, azienda che si occupa della produzione di macchine utensili e impianti per la siderurgia, nasce nel 1971 dalla cessione del settore meccanica pesante della Innocenti al gruppo Iri e dalla contemporanea fusione con la Sant&#8217;Eustachio di Brescia. La Innocenti era stata fondata dal toscano Fernando Innocenti a Roma negli anni venti e ha basato il suo successo iniziale sulla produzione di tubi per ponteggi, grazie anche al boom che ha vissuto in quegli anni la speculazione edilizia e alle varie commesse ottenute dal Vaticano. Negli anni trenta Innocenti ha deciso di concentrare le sue attività a Milano aprendo il primo stabilimento a Lambrate. In breve tempo l&#8217;azienda ha mutato la produzione da civile in bellica e ha cominciato così a operare nell&#8217;ambito meccanico, raddoppiando il numero dei propri dipendenti e allargando le proprie partecipazioni in altre aziende, in particolare nella Dalmine. Nel corso della Seconda guerra mondiale, grazie anche alla produzione di proiettili, la Innocenti è diventata uno dei principali fornitori del Ministero della Guerra (tanto che Starace nel 1939 definì le sue strutture produttive un &#8220;modello di stabilimento fascista&#8221;). L&#8217;intensità della produzione era tale che in soli cinque anni, dal 1938 al 1943, gli operai degli stabilimenti di Milano sono passati da 800 a 7.000. Il 25 aprile 1945 gli stabilimenti Innocenti sono stati al centro di una intensa battaglia tra nazisti che li avevano occupati e partigiani che sono riusciti infine a liberarli. Durante gli anni della ricostruzione, e più precisamente nel 1947, la Innocenti ha lanciato la produzione della Lambretta, che ha aperto la strada alla successiva produzione di automobili, sempre affiancata però da attività nel campo dei macchinari industriali e dell&#8217;elettromeccanica. Dopo lo smembramento delle attività industriali incominciato nel 1966 si è arrivati alla già citata nascita dell&#8217;Innse nel 1971 sotto il controllo dell&#8217;Iri. Successivamente sono avvenuti svariati passaggi di mano: la Innse è stata venduta nel 1995 alla tedesca Demag, del gruppo Mannesmann, per poi passare nel 2000 nelle mani del gruppo Manzoni dopo un intervento del Ministero dell&#8217;industria in seguito alla dichiarazione da parte della Demag dell&#8217;intenzione di chiudere lo stabilimento. Il gruppo Manzoni, a fronte di notevoli agevolazioni da parte dello stato, si era impegnato a mantenere i 100 dipendenti che aveva allora l&#8217;Innse e a rilanciare la produzione. I nuovi padroni hanno adottato subito un atteggiamento molto conflittuale nei confronti dei lavoratori, tanto da essere condannati per attività antisindacali e da provocare in seguito anche un blocco dello stabilimento da parte degli operai. Per quasi cinque mesi questi ultimi sono stati tenuti praticamente inattivi, ma dopo una conciliazione la produzione è ripartita a pieno ritmo, grazie anche a straordinari ed esternalizzazioni. A causa delle difficoltà finanziarie del gruppo Manzoni, però, la Innse di Lambrate è stata messa in amministrazione controllata nel 2002. Sono seguiti quattro lunghi anni fino a quando, nel 2006, si è arrivati a una svolta dalla quale è nato l&#8217;ultimo e più recente capitolo della storia dell&#8217;Innse, quello ancora in atto. Nel frattempo, dall&#8217;inizio degli anni novanta e in seguito alla cessazione delle produzioni automobilistiche della Innocenti, vaste porzioni della zona di Lambrate in cui si trova la Innse si sono trasformate in una delle più grandi aree dismesse di Milano.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span lang="IT">ENTRA IN SCENA SILVANO GENTA</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span lang="IT">All&#8217;inizio del 2006, dopo un lungo lavoro di mediazione e di ricerca di una soluzione per la Innse da parte dell&#8217;Assessorato al Contrasto delle Crisi Industriali e Occupazionali della Provincia di Milano, entra in scena il torinese Silvano Genta, che a fronte dell&#8217;impegno a rilanciare l&#8217;attività produttiva e a salvaguardare l&#8217;occupazione (l&#8217;Innse ha ormai solo 53 dipendenti) acquista la Innse per soli 700.000 euro. Genta non è uno qualunque, c&#8217;è un particolare che lo lega (parola assolutamente appropriata in questo caso) ai massimi vertici della politica lombarda e nazionale: secondo quanto ha raccontato l&#8217;assessore provinciale Bruno Casati a Milano Mag, Genta è stato presentato alla Provincia come persona seria e affidabile da Roberto Castelli, boss della Lega Nord e attualmente potente sottosegretario alle infrastrutture. Per la prima volta nella sua storia la Innse passa nelle mani di una società che non si occupa affatto di produzione: l&#8217;azienda di Genta infatti tratta la vendita all&#8217;ingrosso di macchinari usati, un&#8217;attività che avrebbe dovuto già allora invitare alla prudenza e al dubbio chi ha imbastito l&#8217;operazione, visto che l&#8217;Innse ha una notevole dotazione di preziosi macchinari di precisione ad alta tecnologia. E&#8217; inoltre importante tenere presente che all&#8217;inizio del 2006 una grande area confinante con quella in cui si trova l&#8217;Innse era già stata oggetto di un vasto intervento di &#8220;sviluppo urbano&#8221; (speculazione edilizia), che secondo i piani prestabiliti doveva proseguire fino a coinvolgere l&#8217;area in cui sorge lo stabilimento. Ma su questo aspetto cruciale torneremo più avanti maggiormente nei dettagli. La gestione Genta, secondo quanto scrive la stampa, non ha effettuato alcun investimento rilevante per il rilancio dell&#8217;azienda, ma l&#8217;Innse è andata comunque avanti con risultati soddisfacenti perché, come affermano svariati attori della vicenda, i suoi macchinari e il suo know-how non hanno praticamente concorrenza in Europa e ciò garantisce sbocchi importanti alla sua produzione altamente specializzata, che viene venduta non solo in Italia, ma anche all&#8217;estero. L&#8217;accordo grazie al quale Genta aveva acquistato l&#8217;Innse a condizioni agevolate impegnava il nuovo padrone a non ricorrere a licenziamenti per un periodo di almeno due anni. Il 31 maggio 2008, una manciata di mesi dopo lo scadere di questo vincolo, i 50 dipendenti dell&#8217;Innse hanno ricevuto del tutto inaspettatamente una lettera di licenziamento collettivo e lo stesso giorno Genta ha fatto occupare lo stabilimento da vigilantes privati.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span lang="IT">DALL&#8217;AUTOGESTIONE A OGGI</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span lang="IT">I lavoratori, che hanno un&#8217;esperienza ormai ventennale di padroni che considerano lo stabilimento di Lambrate come una variabile &#8220;usa e getta&#8221;, hanno reagito immediatamente e sono rientrati in possesso della loro fabbrica. Ecco come un comunicato della stessa RSU dell&#8217;Innse del 19 giugno 2008 raccontava l&#8217;esperienza dell&#8217;autogestione: &#8220;Gli operai hanno riconquistato lo stesso giorno la fabbrica, decidendo di continuare la produzione, hanno proseguito con le lavorazioni su ruote dentate e strutture da 50 a 70 tonnellate l&#8217;una. I clienti hanno continuato a venire in fabbrica per seguire i lavori, i tecnici sono rimasti al loro posto, così come il consulente esterno dottor Pietroboni che, di fatto, anche se non formalmente, riveste la figura di direttore di stabilimento&#8221;. E ancora in un comunicato di fine luglio: &#8220;Dopo avere eluso la sorveglianza di polizia, vigilantes privati e tirapiedi del padrone [il 31 maggio] abbiamo occupato lo stabilimento e proclamato assemblea permanente. Proseguiamo le lavorazioni in corso, incontriamo i clienti autogestendo così ormai da due mesi la produzione e i servizi, autofinanziandoci persino la mensa, presidiandola giorno, notte e festivi&#8230; Questa officina è produttiva, lo è sempre stata, nonostante qualcuno ne dica il contrario, è l&#8217;unica risorsa per noi e le nostre famiglie, e siamo determinati a difenderla fino alle estreme conseguenze&#8221;. Gli operai dell&#8217;Innse raccontano che Genta ha fatto intendere loro che la decisione di chiudere era dovuta al fatto che la proprietaria del terreno sui cui sorge lo stabilimento, l&#8217;immobiliare Aedes, aveva chiesto la restituzione di quest&#8217;ultimo entro l&#8217;inizio del 2009 (la &#8220;fine&#8221; della Innse a inizio 2009 è un&#8217;opzione messa in conto da più parti fin dall&#8217;entrata in scena di Genta nel 2006, si veda più avanti). Il 25 agosto Genta chiude la procedura formalizzando i licenziamenti e la commissione regionale apre la mobilità. Tutto questo nonostante nel frattempo un&#8217;azienda bresciana del settore, la Ormis, avesse manifestato formalmente il proprio interesse per l&#8217;acquisto dell&#8217;Innse al fine di mandare avanti la produzione: Genta non attende nemmeno la riunione prevista presso il Ministero dello sviluppo economico a Roma, il 2 settembre, in cui si doveva aprire una trattativa per l&#8217;acquisto dell&#8217;Innse da parte della Ormis. Come affermano i lavoratori dell&#8217;Innse in un loro comunicato: &#8220;Anche il più scalcinato e irregolare padrone ha più potere di qualunque istituzione&#8221;. In occasione della riunione poi, comunque svoltasi, il rappresentante di Genta (che non si è presentato di persona) ha affermato che &#8220;secondo gli accordi raggiunti con Rubattino 87 s.r.l. [la società controllata dalla Aedes che si occupa della gestione del progetto immobiliare previsto sull'area, si veda più sotto], la Innse dovrà consegnare a detta società entro il 31 gennaio 2009 i locali in cui attualmente si trova&#8221; e che &#8220;è stata notificata un&#8217;intimazione di sfratto&#8221;. La Rubattino 87, anch&#8217;essa presente alla riunione, da parte sua si limita ad affermare &#8220;l&#8217;assoluta necessità di rientrare, quanto prima, in possesso dell&#8217;immobile e dell&#8217;area pertinente in cui opera Innse&#8221; e propone di spostare lo stabilimento in un&#8217;altra e più piccola area della zona, naturalmente a fronte di un affitto (sulle ipotesi di trasferimento della Innse, inaccettabili per le loro conseguenze, si veda più sotto). Nonostante l&#8217;insistenza del rappresentante del ministero, come riferisce il relativo protocollo, il rappresentante di Genta ha opposto un netto e immotivato rifiuto alla richiesta di un ritiro dei licenziamenti fino all&#8217;individuazione di una soluzione. Viene fissata un&#8217;altra riunione per il 12 settembre, che tuttavia salterà perché Genta si rifiuta di prendervi parte. Il 17 settembre, come racconta sempre un comunicato della RSU Innse, &#8220;all&#8217;alba, alle 05:30, la forza pubblica entra in fabbrica, mette alla porta gli operai che presidiavano lo stabilimento di notte, blocca l&#8217;entrata del primo turno. La fabbrica è messa sotto sequestro&#8221;. Da allora i lavoratori presidiano giorno e notte lo stabilimento dopo &#8220;avere preso possesso di tre stanze di fortuna proprio all&#8217;ingresso, adibite a salotto, mensa e cucina, riscaldate da una stufa a legna&#8221;, come racconta Cronacaqui. L&#8217;obiettivo è quello di evitare che Genta porti via i macchinari mettendo così la parola fine alla storia della Innse. L&#8217;intervento della forza pubblica, cioè di polizia e/o carabinieri, del 17 settembre non rimarrà un caso isolato e si ripeterà ben tre volte. Il 10 dicembre, sotto una forte nevicata, Genta approfitta del dissequestro del capannone per cercare di riprendere possesso dell&#8217;azienda e dei suoi macchinari, presentandosi accompagnato dai carabinieri. C&#8217;è tensione, si arriva a qualche spintone, ma la situazione non degenera e tutto quello che riesce a fare Genta è installare delle telecamere di videosorveglianza nello stabilimento. Il 14 gennaio la scena si ripete. All&#8217;alba i lavoratori del presidio vengono a sapere che Genta &#8220;stava marciando verso la fabbrica con otto camion e l&#8217;intenzione di smantellare i preziosi macchinari custoditi nel capannone&#8221;, come scrive ancora Cronacaqui. Gli operai riescono a bloccare gli accessi con le auto, formano un picchetto e, grazie a un tam tam telefonico, giungono sul posto l&#8217;assessore provinciale Barzaghi e il consigliere regionale Muhlbauer, che si incatenano ai cancelli. Arriva anche la polizia, che questa volta si limita a interporsi, e tramite l&#8217;assessore regionale Gianni Rossoni si hanno assicurazioni del prefetto che non si procederà allo sgombero: anche questa volta Genta deve tornare a casa a mani vuote. Ben più gravi invece i fatti del 10 febbraio. Genta si presenta verso le 4.30 del mattino scortato da cento-duecento tra poliziotti e carabinieri in tenuta antisommossa, questa volta si tratta di una operazione in grande stile padrone-forze dell&#8217;ordine. Una ruspa e le camionette del Reparto mobile abbattono una barricata costruita dai lavoratori, si giunge allo scontro fisico e sui lavoratori, e molte altre persone che erano arrivati ad aiutarli, piovono botte da orbi, un operaio finisce all&#8217;ospedale Fatebenefratelli. Genta entra nello stabilimento, ma tutto quello che riesce a portarsi via sono solo alcuni semilavorati. Tutti si sono chiesti chi abbia imbastito questa inutile e provocatoria operazione e a tale proposito va ricordato, se ce ne è bisogno, che ministro degli interni è Roberto Maroni, leghista come il suo collega Castelli che aveva a suo tempo aperto il capitolo Genta nella storia dell&#8217;Innse. Il giorno dopo la polizia apre un fascicolo contro due esponenti &#8220;dell&#8217;area antagonista&#8221;, come riferisce il Giornale, &#8220;per resistenza, violenza e lancio pericoloso di oggetti. La denuncia ora potrebbe finire sul tavolo del pubblico ministero Tiziana Siciliano, già titolare di un fascicolo che riguarda proprio l&#8217;occupazione abusiva della Innse&#8221;. Pochi giorni dopo Silvano Genta organizza una conferenza stampa e dichiara, come riferisce Libero: &#8220;Il caso Innse è il simbolo dell&#8217;ipocrisia pseudo-sindacale, che all&#8217;interesse politico di pochi ha sacrificato la legittima richiesta della proprietà immobiliare [cioè Aedes] di restituzione e il nostro diritto a disporre dei macchinari e dei beni che si trovano nei capannoni&#8221;. Già in precedenza Genta aveva parlato di &#8220;accordi&#8221; con Aedes, ora ne promuove pubblicamente le &#8220;legittime richieste&#8221;: dichiarazioni che nel loro insieme fanno pensare a una linea concertata tra Genta e Aedes. Genta aggiunge poi di avere già la disponibilità di quattro imprenditori ad acquistare parte dei macchinari. Ma perché Genta vuole vendere i macchinari e rifiuta ogni ipotesi di vendita dell&#8217;intera fabbrica alla Ormis? Perché l&#8217;Aedes rifiuta ogni soluzione che non sia il rientro in possesso diretto dei terreni che comporterebbe uno smantellamento della Innse? Anche in questo caso le linee dure di entrambe le parti sembrano essere in assoluta armonia. Dal 10 febbraio la situazione è rimasta in sospeso, non ci sono state più operazioni di polizia e in Regione è stato aperto un &#8220;tavolo di confronto&#8221; la cui ultima riunione è pero stata rimandata perché la Aedes ha chiesto più tempo. Finora abbiamo passato in rassegna le cronache, senza soffermarci, se non di sfuggita, sul ruolo della Aedes e del progetto Rubattino, che è invece fondamentale e si merita quindi un capitolo specifico.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span lang="IT">L&#8217;AEDES E GLI INTERESSI DI BERLUSCONI</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span lang="IT">La Aedes Immobiliare S.p.A. è una società che ha un patrimonio immobiliare gestito di 5,4 miliardi di euro, secondo quanto afferma il suo stesso sito web (ma va sottolineato che si tratta di dati precedenti ai recenti crolli dei mercati). E&#8217; stata fondata a Genova nel 1905 con l&#8217;obiettivo di realizzare opere di costruzione immobiliari di grande rilievo. Negli anni del dopoguerra e fino alla fine degli anni 1990 ha avuto tra i propri azionisti soggetti di rilievo come la Banca d&#8217;Italia e il Fondo Pensioni Cariplo. Nel 1999 il controllo è stato ceduto al gruppo immobiliare Zunino, noto negli ultimi tempi soprattutto per essere sull&#8217;orlo del crack e per il progetto immobiliare fallimentare di Santa Giulia, a Milano. Dopo una serie di altri cambiamenti della struttura azionaria (ingresso del gruppo De Benedetti e del gruppo Munich Re) nel 2000 la guida della società è stata assunta dal manager Luca Castelli, che ha avviato una nuova strategia basata su ampie acquisizioni di immobili e realizzando importanti joint venture con Pirelli RE e Banca Antonveneta. Successivamente, grazie anche a una partnership con il gruppo bancario Bipiemme, la Aedes ha concentrato le proprie attività sulla gestione di fondi immobiliari e i progetti di sviluppo urbano. Nel 2006 la società è passata sotto il controllo della famiglia del manager Luca Castelli (nulla a che fare con il già menzionato leghista Roberto Castelli) e della compagine societaria entra a fare parte come secondo azionista la Amenduni Acciaio. Tra le persone con un interesse nella Aedes c&#8217;è anche il premier Silvio Berlusconi che, tramite la Fininvest, ne controlla poco più del 2%. Il nesso tra Aedes e Berlusconi (e di conseguenza tra il caso Innse e lo stesso premier) è rafforzato da due altri particolari: da una parte nel consiglio di amministrazione della società immobiliare siede un dirigente Fininvest, Alberto Carletti, e dall&#8217;altra nel 2005 la Aedes ha costituito una joint-venture con Fininvest e la società Statuto per un progetto da 40 milioni, la realizzazione di un cinema multisala a Rozzano. Berlusconi quindi, tramite la Fininvest, detiene da una parte un interesse materiale e operativo nella Aedes, dall&#8217;altra dispone di leve decisionali attraverso il consigliere Carletti.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span lang="IT">Nel 2006 Aedes avvia un&#8217;espansione internazionale, in particolare verso Romania e Serbia (apriamo una parentesi: nella sua documentazione la società, che pure punta a internazionalizzarsi, dimostra di avere davvero poca dimestichezza con la geografia. In due punti della sua presentazione si parla di progetti in Bulgaria, ma nei dettagli si scopre che si tratta di progetti a Bucarest, che è la capitale della Romania).<span> </span>Nel 2007 però scoppia la bolla immobiliare e arriva la stretta creditizia, le società immobiliari gonfiate dai prestiti delle banche subiscono tracolli (in borsa il titolo Aedes è arrivato a perdere quasi il 90% del suo valore, nel febbraio 2007 valeva 7,09 euro, oggi si aggira sui 0,75 euro). Come spiega Milano Finanza, il problema per Aedes, così come per la Risanamento di Zunino, è &#8220;il peso dell&#8217;indebitamento e la difficoltà a vendere gli asset in portafoglio in un mercato poco ricettivo come l&#8217;attuale, [con la conseguente difficoltà nel] rifinanziamento dei prestiti&#8221;. Oggi la società ha debiti nei confronti di una ventina di gruppi bancari per un totale di 800 milioni di euro, di cui 290 milioni già scaduti a fine 2008 e non rimborsati. Le banche più esposte a Aedes e alla holding della famiglia Castelli sono Monte dei Paschi e Intesa Sanpaolo, ma tra i finanziatori della società c&#8217;è anche Unicredit. Per fare fronte a una situazione che appare sull&#8217;orlo del crack la società immobiliare sta procedendo a un complesso piano di ristrutturazione azionaria le cui coordinate dovrebbero essere definite in questi giorni. E, come Genta con l&#8217;Innse, anche Aedes sta licenziando i suoi dipendenti: in questi giorni circa il 60% del suo personale, circa 130 persone, è stato messo in mobilità. Nel comunicato emesso in occasione dei licenziamenti, la Filcams Cgil parla di una situazione di crisi dovuta, tra le altre cose, a &#8220;nulla osta da parte delle società di revisione su non limpide operazioni effettuate utilizzando anche veicoli off-shore, sciagurati investimenti, anche in ville di lusso o terreni senza futuro, a prezzi discutibili e oggi palesemente ingiustificabili, effettuati con controparti conniventi&#8221;.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span lang="IT">IL PROGETTO RUBATTINO</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span lang="IT">Nel 2005 Aedes aveva rilevato dalla Fiat Partecipazioni una quota della società Rubattino 87, assumendone così il controllo. La Rubattino 87 era stata costituita nel 1987 per &#8220;l&#8217;acquisizione e il successivo sviluppo di alcune delle più importanti aree industriali dismesse nel territorio milanese ed è proprietaria di una grande area, la ex attività produttive della Innse Innocenti Santeustachio ed ex Maserati, oggetto di Programma di Riqualificazione Urbana (PRU)&#8221;, come recita una comunicato dell&#8217;Aedes. Il progetto, messo a punto nei dettagli nella seconda metà degli anni novanta, prevede la cementificazione dell&#8217;area con circa 125.000 mq di business park, 70.0000 mq di sede universitaria e 50.000 mq di residenziale, oltre al solito parco con cui vengono vendute all&#8217;opinione pubblica simili operazioni, e avrà il contributo del noto architetto Massimiliano Fuksas, secondo quanto scrive sempre Aedes. Il valore di mercato delle aree di Rubattino 87 era nel 2005 di circa 225 milioni di euro, secondo le stime della società immobiliare, e il progetto è destinato a generare ricavi per 850 milioni di euro. Ma tutta questa valanga di cemento e milioni per realizzarsi deve superare un ostacolo, lo stabilimento Innse. Lo rileva il quotidiano il Giorno in un reportage pubblicato in tempi non sospetti, il 27 febbraio 2005, prima ancora che entrasse in scena l&#8217;Aedes: &#8220;La zona è di proprietà della Rubattino 87 srl. Giulia Missaglia, dirigente Settore Pianificazione e Progettazione Urbana del Comune di Milano sostiene che l&#8217;amministrazione punta al &#8220;recupero ambientale dell&#8217;area&#8221; [sic!], ma che purtroppo i piani di sviluppo sono soggiogati dalla presenza dell&#8217;Innse Presse. Si tratta di una società in regime di amministrazione straordinaria non ancora venduta. Sarebbe difficile procedere alla realizzazione di un piano di recupero totale dell&#8217;area &#8216;saltando&#8217; questo capannone&#8221;. E&#8217; chiaro quindi come il giorno (ci si perdoni il gioco di parole) che da lungo tempo l&#8217;Innse era nel mirino di chi promuove questo megaprogetto. Solo un anno dopo questo articolo l&#8217;entrata in scena di Genta su presentazione del leghista Castelli ha aperto la strada per trovare il modo di &#8220;saltare il capannone&#8221;: se i lavoratori dell&#8217;Innse non avessero occupato la loro fabbrica e preso l&#8217;iniziativa di autogestirla guadagnandosi l&#8217;attenzione dell&#8217;intera città, probabilmente oggi il problema non ci sarebbe più. E la Aedes probabilmente riuscirebbe con maggiore facilità a ridurre il debito generato dalle proprie speculazioni immobiliari avendo in portafoglio un&#8217;area sgombra dalla Innse (per esempio mediante la vendita del progetto Rubattino a fondi arabi, ipotesi ventilata dal Sole 24 Ore a fine maggio 2008).</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span lang="IT">Va detta qualche parola anche sulle istituzioni pubbliche coinvolte in tutta la vicenda Innse. Brilla per la sua latitanza il Comune di Milano, che è invece sempre attivissimo in campo urbanistico quando c&#8217;è da varare qualche progetto miliardario a favore dei cementificatori. Tace nei fatti da lunghissimo tempo in particolare l&#8217;assessore comunale allo sviluppo urbano Carlo Masseroli (Cielle-Forza Italia), che negli ultimi mesi si è speso a parole e nei fatti con la massima energia per progetti della stessa natura di quello di via Rubattino. A fine 2006 aveva promosso &#8220;la positività&#8221; del progetto Rubattino di fronte al Consiglio di Zona 3, di recente si è limitato a un sibillino: &#8220;Non esiste un problema di destinazione d&#8217;uso di area, ma differentemente se esiste o meno un imprenditore disposto ad investire sull&#8217;Innse. Io me lo auguro&#8221;. Tutto qui. La Regione si è attivata concretamente solo nelle ultime settimane aprendo il già menzionato tavolo di confronto tra le parti in causa. Molto più attiva la Provincia, in particolare nella persona dell&#8217;assessore al lavoro Bruno Casati (Rifondazione Comunista), ma va detto anche che proprio la Provincia è stato il canale attraveso il quale Genta è entrato in scena. Va rilevato infine anche l&#8217;interesse di Forza Italia per la vicenda nella persona del suo consigliere provinciale Max Bruschi, già membro della segreteria personale di Berlusconi ad Arcore. Il 23 febbraio 2006 (cioè in contemporanea con l&#8217;entrata in scena di Genta) Bruschi fa un intervento in aula, facendosi promotore del progetto Rubattino (l&#8217;arma retorica è la solita: se non si procede si crea una situazione di degrado per i &#8220;poveri&#8221; cittadini, non si può realizzare un parco, cioè il solito paravento dei progetti miliardari di cementificazione) e chiedendo in sostanza lo spostamento dell&#8217;Innse in altra area al fine di consentire la messa in atto del progetto, ma per il conseguimento di questo obiettivo c&#8217;è un problema: &#8220;Il problema sta nel fatto che a quanto scritto sull&#8217;accordo siglato dai sindacati e dalla Provincia, e non dal Comune di Milano [...] quello stabilimento dell&#8217;Innse Presse dovrebbe stare nel luogo dove è attualmente. Permanere nel luogo dove è attualmente crea dei forti problemi [...]. In commissione abbiamo avuto delle rassicurazioni da parte dei tecnici, ci hanno detto che l&#8217;accordo sindacale così come è stato sottoscritto doveva essere sottoscritto così, ma in realtà c&#8217;è tutta l&#8217;intenzione da parte della proprietà dell&#8217;Innse Presse, da parte della società PRU Rubattino, da parte della Provincia e anche del Comune di Milano, di spostare lo stabilimento in una zona che non vada a ledere la seconda parte del PRU Rubattino&#8221;. A chiusura del suo intervento Bruschi afferma che &#8220;una soluzione che tuteli i posti di lavoro e che fra tre anni sposti lo stabilimento produttivo sia un atto assolutamente a favore della città e del milanese&#8221;: fra tre anni, cioè a inizio 2009, che strana coincidenza con la tempistica che ha poi avuto tutta la vicenda! Si tratta di un&#8217;ulteriore traccia del fatto che i tempi della &#8220;chiusura&#8221; del problema Innse erano stati messi in conto già da anni. L&#8217;11 maggio l&#8217;assessore Casati risponde a un&#8217;interrogazione di Bruschi, allora particolarmente attivo riguardo alla Innse. Casati tra le altre cose dichiara che la Provincia non è a conoscenza dell&#8217;accordo in via di definizione tra Genta e l&#8217;Aedes (quindi, facciamo notare ancora una volta, già dal 2006 era in via di definizione un accordo tra i due soggetti) e afferma la propria disponibilità a un trasloco della Innse, anche se con delle importanti precisazioni: &#8220;Io in ogni caso non mi sento di escludere il trasloco dell&#8217;officina in altra porzione di area, qualora il Comune lo richiedesse. L&#8217;operazione, lo so, è difficile tecnicamente, per il tipo di macchine, ma non è impossibile. Potrebbe essere possibile, e io l&#8217;andrei a sostenere, lo ribadisco qui, e lo ribadirei anche per iscritto, qualora: 1. il Comune tornasse a richiederlo; 2. se il buon andamento del mercato e il buon accordo con Rubattino 87 contribuissero a dissolvere le preoccupazioni che su questo caso si erano accumulate. Allora il trasloco non sarebbe inteso quale operazione surrettizia alla vendita delle macchine e allo smantellamento di uno stabilimento tutto sommato interessante&#8221;, si noti che già allora quello della vendita delle macchine da parte di Genta era un rischio di cui si teneva conto. Il consigliere di Forza Italia ringrazia e, dopo avere menzionato i rischi di insediamento nell&#8217;area di rom e punkabbestia, specifica: &#8220;L&#8217;Innse Presse è in mezzo ad un&#8217;area dove ci sono altri capannoni dismessi [sic! La Innse in realtà non è mai stata un "capannone dismesso"], la sopravvivenza dell&#8217;Innse Presse [...] rischia di creare dei problemi per la successiva urbanizzazione di quella zona, per la creazione del parco, per l&#8217;insediamento dell&#8217;università e quant&#8217;altro&#8221;.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span lang="IT">LA POSTA IN GIOCO</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span lang="IT">Dopo avere esposto i fatti salienti è il caso di riassumere le coordinate fondamentali della vicenda. Innanzitutto la Innse non è un&#8217;azienda fallimentare, bensì un&#8217;impresa in attivo, in possesso di preziosi macchinari e di un know-how molto specifico, la cui produzione ha concreti canali di sbocco in Italia e all&#8217;estero. Il problema della Innse è semplicemente ed esclusivamente quello di trovarsi al centro di un&#8217;area presa di mira dalle società immobiliari, con l&#8217;avallo del Comune di Milano, per fini puramente speculativi. Da questo punta di vista la Innse rientra nel contesto molto più ampio di una città, e del relativo patrimonio, oggetto anche fisicamente di una sistematica opera di rapina a vantaggio del capitale finanziario. La Aedes è un esempio da manuale di cosa sia stata la bolla immobiliare (che non riguarda solo gli Stati Uniti, come i politici italiani vogliono farci credere) e delle sue conseguenze. Dietro alla Aedes non ci sono solo la famiglia Castelli, o i suoi azionisti come la Amenduni e la Finivest, ma anche le banche che la hanno alimentata con centinaia di milioni di euro e che hanno un nome: Monte dei Paschi, Intesa Sanpaolo, Unicredit e molte altre. E dietro alla Aedes ci sono anche le istituzioni pubbliche che gestiscono il nostro territorio come uno strumento finanziario per rimpinguare i bilanci di società private. Per continuare sulla loro strada, crisi o non crisi, queste ultime non hanno altra possibilità che creare nuove bolle e ridurre i lavoratori e il territorio a varianti manipolabili a piacere. La Milano dell&#8217;Expo, di Citylife e delle decine di altri progetti, la Milano delle banche e delle cartolarizzazioni, è la stessa Milano che ristruttura le aziende, licenzia e ricorre al lavoro precario: è cioè la stessa Milano che ha preso di mira la Innse. Il problema di quest&#8217;ultima e dei suoi lavoratori è semplicemente quello di essersi ritrovati al centro di questo nodo indissolubile tra speculazione edilizia, finanza e sfruttamento del lavoro. Più nello specifico, impressiona il fatto che cronologicamente molti elementi parevano già messi in conto anni prima: dall&#8217;articolo del 2005 del Giorno che parla dell&#8217;Innse come un problema da eliminare, fino alle dichiarazioni del 2006 del consigliere provinciale Bruschi, che parla di una &#8220;liberazione&#8221; dell&#8217;area nel 2009 e agli accordi, mai resi pubblici ma più volte citati fin dal 2006, tra Genta e Aedes per &#8220;liberare&#8221; l&#8217;area entro fine gennaio 2009. In tutta la faccenda, e visto il contesto, il silenzio del Comune di Milano va considerato a pieno titolo come una dichiarazione di parte fatta a gran voce. Sul lato della Provincia di Milano gli utili sforzi messi in atto dall&#8217;assessore provinciale Bruno Casati negli ultimi mesi non possono però nascondere altri lati oscuri. Non si tratta solo dell&#8217;entrata in scena di Genta su segnalazione di Castelli alla Provincia stessa, ma anche della disponibilità a spostare la Innse per dare spazio al progetto di speculazione edilizia. Come hanno ricordato gli stessi lavoratori dell&#8217;Innse citati dal Manifesto, spostare la fabbrica significa farla fallire, perché richiederebbe anni sia per la costruzione della nuova struttura, sia per l&#8217;installazione e la messa a punto dei delicati macchinari di precisione, lasciando così inoperativo lo stabilimento per lunghissimo tempo, con la conseguente perdita di clienti. La soluzione dell&#8217;acquisto da parte della Ormis è sempre stata a portata di mano, ma non è l&#8217;unica possibile. Parlare oggi di intervento pubblico diretto nell&#8217;economia, quando non si tratta di salvare i banchieri, è una bestemmia, lo sappiamo, ma ci chiediamo perché, a solo titolo di esempio, la Provincia non può intervenire materialmente e con autorità a sostegno dell&#8217;Innse rilevandola e affidandone la gestione agli stessi lavoratori? Palazzo Isimbardi ha partecipazioni miliardarie in società del settore del cemento e dei trasporti, perché ha abbandonato la Innse a Genta quando sarebbe bastato un minimo sforzo per evitarlo, tanto più che gli operai hanno dimostrato di sapersi autogestire rimanendo in attivo? E infine, un&#8217;ultimo inquietante particolare. Ancora oggi non è stato chiaro chi ha deciso di inviare le forze dell&#8217;ordine in tenuta antisommossa a fianco di Genta il 10 febbraio, un&#8217;azione di cui nessuno si è preso la responsabilità, anche se la catena di comando rinvia al Ministero degli interni e a Roberto Maroni. Come è possibile che un tale dispiegamento di forze venga messo a disposizione di un imprenditore fallimentare per portare via la fabbrica a dei lavoratori? Alla luce della crisi in atto sorge la spontanea domanda di quale messaggio più ampio abbia voluto inviare il governo con questa azione.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span lang="IT">L&#8217;INNSE NON È SOLA</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span lang="IT">Nonostante l&#8217;ampio blocco che cerca di soffocarlo, l&#8217;esempio della Innse è diventato inevitabilmente un prezioso patrimonio anche per i moltissimi altri lavoratori che, nell&#8217;attuale situazione di crisi economica, sono impegnati a lottare non solo per il proprio posto di lavoro, ma anche per la propria dignità. Ne è un esempio il caso della Terex-Comedil di Cusano Milanino, alle porte della capitale lombarda, i cui lavoratori sono stati più di una volta fisicamente a fianco dei colleghi della Innse. Il 15 dicembre i 45 operai della Terex-Comedil, che produce gru per l&#8217;edilizia (il loro blog: <a title="http://terexusaegetta.blogspot.com/" href="http://terexusaegetta.blogspot.com/" target="_blank">http://terexusaegetta.blogspot.com/</a>), hanno ricevuto un avviso di licenziamento collettivo per &#8220;macrocrisi e affitto troppo alto&#8221;. Non si sono arresi e hanno denunciato la proprietà per comportamento antisindacale, vincendo la causa e ottenendo il prolungamento della cassa integrazione fino a fine aprile, ma la proprietà ha ribadito la propria intenzione di smantellare lo stabilimento. Dal 16 dicembre presidiano la loro fabbrica giorno e notte come gli operai della Innse. In questi giorni i lavoratori della Terex-Comedil, insieme a quelli della Innse, della Marcegaglia, della Metalli Preziosi, della Siemens Bicocca e della ex Ansaldo Camozzi hanno lanciato l&#8217;iniziativa, che partirà nella data simbolo del 25 aprile, di una Cassa di Resistenza a sostegno delle lotte che si stanno sviluppando nell&#8217;area produttiva milanese, con un programma molto chiaro: &#8220;Pensiamo che la ricorrenza della RESISTENZA deve essere un’occasione per riflettere sulla condizione degli operai di tutti i settori produttivi, dai metalmeccanici, chimici, call center, cooperative di appalti ai precari di varia natura ecc. per rilanciare ovunque quella capacita` conflittuale di riappropriazione di salario e diritti che, in questo periodo di tracollo totale del sistema capitalista, basato sullo sfruttamento di tutti e sul profitto di pochi, ci sta riducendo fino alle chiusure di interi stabilimenti e la caduta in totale miseria di interi gruppi di operai. I padroni vogliono far pagare a noi i danni fatti dall’instabilita` e contraddittorieta` del loro sistema e non possiamo piu` accettarlo. [...] Soltanto incontrandosi e condividendo le esperienze di lotte nelle fabbriche si puo` creare la consapevolezza che la Lotta paga&#8221;. A Milano c&#8217;è stato poi recentemente un altro caso che per certi versi ricorda la Innse, quello dei 32 dipendenti (per la maggior parte donne) del negozio Sisley di via Vercelli (gruppo Benetton), licenziati in tronco nel febbraio scorso, senza nemmeno potere fare conto su ammortizzatori sociali. Il negozio era gestito in franchising dalla società Tov, che il 17 febbraio ha annunciato il licenziamento collettivo a partire dalla sera di sabato 28 febbraio. Ma la sera di quel sabato le lavoratrici e i lavoratori hanno deciso di non tornare a casa e di occupare il negozio insediandovi un presidio di protesta giorno e notte. Per alcuni giorni nelle vetrine del negozio nella centralissima via dello shopping milanese sono stati esposti cartelli con scritte come &#8220;Il posto di lavoro non si tocca, noi non siamo merce in saldo&#8221; e i media hanno riportato ampiamente la vicenda. In questo caso, per fortuna, la soluzione è stata rapida e la Benetton ha deciso nel giro di qualche giorno di riassumere le lavoratrici e i lavoratori prendendosi carico direttamente della gestione del negozio: il patrimonio più prezioso di Benetton sono i suoi marchi e l&#8217;azienda trevigiana non può certo permettersi di vederli citati dai media in una situazione così imbarazzante. Ma anche in questo caso il particolare più importante è che la lotta ha avuto effetto: se il negozio non fosse stato occupato le dipendenti e i dipendenti oggi sarebbero senza lavoro.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span lang="IT">I lavoratori della Innse non sono quindi soli in una lotta che li vede confrontarsi con un fronte fatto di padroni, speculatori e politici che li fiancheggiano. Un fronte che dall&#8217;ambito locale arriva fino ai vertici nazionali, dove siedono il leghista Roberto Maroni, responsabile del ministero che ha inviato contro di loro polizia e carabinieri, e il premier Silvio Berlusconi, che ha un interesse economico nella vicenda. Nell&#8217;agenda di questo fronte, che riunisce il peggio che Milano ha dato di sé negli ultimi anni, c&#8217;era una rapida chiusura del caso Innse dopo i licenziamenti di Genta del 31 maggio scorso, una soluzione che probabilmente si dava per scontata già da anni. Grazie alla loro rapida decisione di occupare la fabbrica e autogestirla i lavoratori da dieci mesi sono riusciti a fermare l&#8217;ingranaggio e a raccogliere un&#8217;ampia solidarietà. Sono insomma l&#8217;esempio del fatto che la lotta paga, e in questo momento per i padroni e gli speculatori si tratta di un esempio molto pericoloso. Per questo l&#8217;articolo non si può che chiudere con le parole degli stessi operai: &#8220;Questa battaglia non riguarda solo noi, ma tutti quelli che credono che questa forma di resistenza operaia possa essere un possibile punto di partenza per lottare contro i licenziamenti, in una crisi che ne produce migliaia al giorno. Una battaglia che riguarda tutti quelli credono che la citta` di Milano non possa finire in mano a speculatori di ogni tipo, immobiliaristi sull’orlo del fallimento, speculatori finanziari bancarottieri di ogni ordine e grado che chiudono le fabbriche senza nessuna opposizione sociale&#8221;.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span lang="IT">Il blog dei lavoratori Innse: <a href="http://www.myspace.com/presidioinnse">http://www.myspace.com/presidioinnse</a></span></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="IT">Per inviare sottoscrizioni: Bollettino postale c/c n. 22264204 intestato a: Ass.Cult.ROBOTNIKONLUS Bonifico Bancario: IBAN IT 51 O 0760101600000022264204. Dall&#8217;estero, se la banca dovesse richiederlo, questo e` il codice BIC o anche detto SWIFT: BPPI ITRRXXX. Mettere sempre e in ogni caso la causale: Lotta operai INNSE. Per una solidarieta` “ fisica “ il nostro presidio e` in via RUBATTINO 81. La nostra mail e` PRESIDIOINNSE@GMAIL.COM Per chi volesse firmare la nostra petizione andate sul sito <a href="http://www.petitiononline.com/INNSE/">www.petitiononline.com/INNSE/</a></span></p>
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<p class="MsoNormal"><span lang="IT">(Fonti: oltre alle cronache milanesi e nazionali delle principali testate a partire dal 1 giugno scorso, e i blog dei lavoratori Innse e Terex-Comedil, le fonti di questo articolo sono: Comunicati e brochure della Aedes, <a href="http://www.aedes-immobiliare.com/">http://www.aedes-immobiliare.com</a>; Andrea Gallazzi, &#8220;Storia della Innocenti&#8221;, <a href="http://www.inno-mini-world.com/Innocenti/story/storiainnocenti/1.htm">http://www.inno-mini-world.com/Innocenti/story/storiainnocenti/1.htm</a>; Blog di Max Bruschi, consigliere della Provincia di Milano: <a href="http://blog.maxbruschi.it/">http://blog.maxbruschi.it/</a>; Verbale della riunione tenutasi presso il Ministero dello Sviluppo Economico il 2 settembre 2008: <a href="http://www.sviluppoeconomico.gov.it/pdf_upload/vertenze/phpBf6zmq.pdf">http://www.sviluppoeconomico.gov.it/pdf_upload/vertenze/phpBf6zmq.pdf</a>; Sito della Provincia di Milano: <a href="http://www.provincia.milano.it/">http://www.provincia.milano.it</a>; Milano Finanza, 5 luglio 2008; Il Giorno, 27 febbraio 2005; Sole 24 Ore, 31 maggio 2008)</span></p>
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