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	<title>Milano Internazionale &#187; Aeroporti</title>
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		<title>Milano Internazionale &#187; Aeroporti</title>
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		<title>La bolla che deve ancora scoppiare /3</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Oct 2009 10:55:06 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Andrea Ferrario Terza e ultima puntata: La &#8220;pace ligrestiana&#8221;, il Pgt e il Parco Sud; Il diktat di Formigoni, gli altri progetti faraonici; Aeroporti impazziti; Contro Milano; La bufala del social housing Un viaggio in più puntate nella bolla milanese che deve ancora scoppiare: dal bilancio del Comune, ai derivati e al contesto di [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&amp;blog=7100082&amp;post=831&amp;subd=milanointernazionale&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Andrea Ferrario</p>
<p><strong>Terza e ultima puntata: La &#8220;pace ligrestiana&#8221;, il Pgt e il Parco Sud; Il diktat di Formigoni, gli altri progetti faraonici; Aeroporti impazziti; Contro Milano; La bufala del social housing</strong></p>
<p>Un viaggio in più puntate nella bolla milanese che deve ancora scoppiare: dal bilancio del Comune, ai derivati e al contesto di nuova bolla finanziaria che incombe a livello internazionale, per passare poi ai grandi progetti edilizi in crisi, agli intrecci finanza-mattone e alle bolle prossime e venture del cemento e degli aeroporti. (scarica il <a href="http://milanointernazionale.files.wordpress.com/2009/10/la-bolla-che-deve-ancora-scoppiare.pdf" target="_blank">file pdf stampabile con il testo completo delle 3 puntate</a>)</p>
<p><span id="more-831"></span></p>
<p>LA &#8220;PACE LIGRESTIANA&#8221;, IL PGT E IL PARCO SUD</p>
<p>Nelle prime due puntate del nostro speciale sulla &#8220;bolla che deve ancora scoppiare&#8221; abbiamo passato in rassegna i casi più clamorosi della crisi finanziaria e immobiliare che incombe su Milano, e non solo. In quest&#8217;ultima puntata passiamo invece in rassegna una serie di sviluppi meno eclatanti, ma altrettanto indicatori della tesa frenesia che continua a contraddistinguere l&#8217;urbanistica milanese e lombarda. Lo facciamo cominciando dall&#8217;intreccio <strong>Ligresti-Piano di governo del territorio (Pgt)-Parco Sud</strong>. La notizia più recente è quella della raggiunta &#8220;pace&#8221; tra Salvatore Ligresti e Palazzo Marino, con il ritiro da parte del primo della richiesta alla Provincia di commissariare il Comune di Milano (si veda &#8220;<a href="http://milanointernazionale.it/2009/09/28/cemento-sul-piede-di-guerra/" target="_blank">Il cemento sul piede di guerra</a>&#8220;). L&#8217;accordo è arrivato nella più totale mancanza di trasparenza dopo una serie di riunioni private, anche presso l&#8217;abitazione del sindaco, che hanno coinvolto tra gli altri, oltre alle società del gruppo Ligresti, la Moratti, l&#8217;assessore Masseroli e perfino Manfredi Catella del gruppo Hines (non si capisce cosa c&#8217;entri quest&#8217;ultimo nella storia della richiesta di commissariamento: sta sì realizzando insieme a Ligresti il megaprogetto Garibaldi-Repubblica, ma non è assolutamente coinvolto nella questione che avrebbe dovuto essere oggetto dei colloqui, evidentemente si è negoziato anche su altro). L&#8217;opinione più diffusa nei media è che si sia raggiunto qualche accordo riguardo alla vera posta in gioco, i diritti edificatori delle vaste aree del Parco Sud di proprietà di Ligresti e il ruolo della Provincia nell&#8217;urbanistica milanese.</p>
<p>Come scriveva il Corriere della Sera del 6 ottobre, Podestà &#8220;ha osservato che il Pgt non tiene conto dei Piani di Cintura, cioè dello strumento urbanistico che dipende interamente dalla Provincia e che riguarda i criteri e le regole sulla possibilità di edificazione nella zona del Parco Sud&#8221; e ha chiesto che i Piani di cintura vengano integrati nel Pgt, sollevando inoltre questioni riguardo alla filosofia generale del Piano e in particolare sulla perequazione (cioè la possibilità di utilizzare altrove i diritti edificatori di cui non si può godere sui terreni di propria proprietà, in base a specifici indici di edificabilità). L&#8217;assessore provinciale all&#8217;urbanistica, Fabio Altitonante, ha detto che il lavoro sui Piani di cintura comincerà subito, ma richiederà almeno 16 mesi, specificando che si tratta di un territorio che riguarda il 40-50% delle volumetrie del piano regolatore (circa 18 milioni di metri cubi). Il Pgt invece, secondo i piani del Comune, dovrebbe essere approvato al massimo a gennaio. I Piani di cintura urbani riguardano nello specifico aree al confine tra la metropoli e otto comuni dell&#8217;hinterland comprese nel Parco Sud o in altri polmoni verdi come il Bosco in Città, il Parco delle Abbazie, i Navigli, il Parco Est Idroscalo, Lambro-Monluè, per una superficie di 4.800 ettari, più del 10% del totale del Parco Sud. Secondo la Repubblica del 6 ottobre, a Podestà &#8220;non piacerebbe un&#8217;impostazione del Pgt che accentrerebbe a Milano le nuove costruzioni &#8211; e le relative volumetrie &#8211; trascurando le possibilità di espansione dell&#8217;hinterland&#8221;. A quanto abbiamo riferito sopra si aggiungono altri due recenti sviluppi. Il 6 ottobre il consiglio comunale di Milano ha approvato la variante urbanistica per la costruzione del megacentro di cura e ricerca <strong>Cerba</strong> all&#8217;interno del Parco Sud, su un&#8217;area di proprietà di Ligresti, mentre qualche giorno dopo ha deciso che non si costruirà nella zona dell&#8217;ippodromo di <strong>San Siro</strong>, dove era previsto un megaprogetto di edilizia di lusso. Roberto Losito, immobiliarista e finanziere consulente della Snai, che ha un diritto di opzione sull&#8217;acquisto delle aree, si dice non stupito dalla decisione e formula un velenoso commento: &#8220;Immagino che se fosse uscita sul mercato, l&#8217;offerta qualitativa di San Siro avrebbe creato grossi problemi alla concorrenza&#8221;, cioè, si intuisce, ad altri grandi progetti come CityLife o Garibaldi-Repubblica che vedono Ligresti in prima fila, per esempio.</p>
<p>CHE LA GUERRA COMINCI</p>
<p>Un quadro complessivo di grandi manovre e grandi tensioni, e addirittura grandi veleni, dovuti al fatto che si stanno adottando (con un&#8217;assoluta mancanza di trasparenza) decisioni che orienteranno l&#8217;urbanistica milanese, e quindi il business del mattone, per svariati anni. La posta in gioco del <strong>Piano di governo del territorio</strong> è molto alta, soprattutto in questo momento di crisi: 14 miliardi di euro. Lo scrive sul Sole 24 Ore del 16 ottobre Marco Alfieri. Il Pgt infatti definisce &#8220;15 grandi progetti di interesse pubblico e 31 ambiti di trasformazione&#8221; che vanno da Cascina Merlata, Stephenson ed Expo, a Bovisa/Farini, all&#8217;area Porta Genova/San Cristoforo e molto altro ancora, per &#8220;ben 42 milioni di metri quadrati interessati su un tessuto urbano consolidato attuale di 134. [...] La rivoluzione costerà la bellezza di 14,3 miliardi. E&#8217; questa la vera incognita. Non basta infatti estendere il meccanismo della perequazione negoziale che, in teoria, consentirà a palazzo Marino di acquisire a costi nulli 2,6 milioni di metri quadrati di suoli strumentali alle dotazioni della città pubblica riconoscendo ai privati proprietari diritti edificatori sfruttabili altrove in città. Non basta il gettito derivante dai mega oneri di urbanizzazione che, sull&#8217;intero Pgt, dovrebbero aggirarsi sui 3 miliardi di euro [...]. Il disavanzo resta comunque superiore agli 8 miliardi&#8221; e quindi andranno trovate altre formule. Come &#8220;il project financing, i trasferimenti pubblici a fondo perduto, le cartolarizzazioni, il ricorso ai Boc, alla Cassa depositi e prestiti o alla Bei (Banca Europea per gli Investimenti). Altrimenti sarà difficile resistere alle pressioni dei grandi costruttori (e ai soldi delle banche). Anche perché le volumetrie più appetibili del Pgt riguardano soprattutto aree come gli scali ferroviari dismessi e le caserme. Terreni di demanio pubblico non &#8216;catturabili&#8217; con la perequazione&#8221;. C&#8217;è in più l&#8217;incognita politica, &#8220;perché è evidente &#8211; abbozza una fonte &#8211; che se s&#8217;incentiva a costruire in città vietando al contempo di edificare nel Parco Sud, che peraltro è intercomunale, chi governa l&#8217;urbanistica dell&#8217;hinterland si vedrà giocoforza svuotato di competenze e cantieri&#8230;&#8221;. Insomma, è stata fatta la pace, ora può cominciare la guerra. E c&#8217;è subito chi tenta di avviare la guerra con idee apparentemente balzane, ma dalle finalità ben chiare. L&#8217;architetto Paolo Caputo (ha lavorato per la realizzazione del villaggio Expo a Cascina Merlata, del Pirellone bis e per Santa Giulia&#8230;) ha lanciato la proposta di cementificare il Parco Sud creando intorno alle cascine &#8220;nuclei per 500-600 abitanti&#8221;. Oltre al fatto che difficilmente si troverà chi vuole andare a vivere in posti isolati a fianco di maleodoranti allevamenti di vacche e maiali, è chiaro che un tale progetto richiederebbe in breve tempo la costruzione di strade, infrastrutture&#8230; cioè sarebbe una testa di ponte verso una totale cementificazione del Parco Sud.</p>
<p>IL DIKTAT DI FORMIGONI, GLI ALTRI PROGETTI FARAONICI</p>
<p>Su quella che sembrava a essere destinata a diventare la &#8220;madre di tutte le bolle&#8221;, e cioè l&#8217;<strong>Expo 2015</strong>, non si registra ancora alcuna novità concreta, a un anno e mezzo dell&#8217;assegnazione dell&#8217;evento a Milano e a sei mesi dalla nomina del berlusconiano di ferro Lucio Stanca che, secondo quanto promesso, avrebbe dovuto dare il via immediato all&#8217;organizzazione pratica dell&#8217;evento. Intanto però è stata messa in atto l&#8217;ennesima mossa per porre un&#8217;ipoteca politica sulla sua gestione. Con un colpo di mano il governatore lombardo Roberto Formigoni e la Lega Nord, nella persona dell&#8217;assessore regionale all&#8217;urbanistica Davide Boni, hanno assegnato alla giunta regionale il potere di decidere in totale autonomia la necessità o meno di effettuare una valutazione dell&#8217;impatto ambientale per le opere essenziali per l&#8217;Expo 2015. In pratica, come spiega il verde Carlo Monguzzi, &#8220;Formigoni potrà decidere in autonomia se un&#8217;autostrada, una centrale o un insediamento industriale saranno compatibili con l&#8217;ambiente e la salute dei cittadini&#8221;, aggirando le regole urbanistiche e per la salvaguardia dell&#8217;ambiente. E&#8217; prevista addirittura l&#8217;autocertificazione da parte dei costruttori. E, lo si noti bene, questi poteri vengono assegnati alla giunta e non al consiglio regionale. Quindi le decisioni non saranno nemmeno oggetto di una discussione pubblica e verranno prese senza la minima trasparenza: è questo evidentemente il concetto di democrazia che hanno Comunione e Liberazione e i suoi alleati leghisti. La finalità, oltre alla concentrazione del potere decisionale nelle loro mani, è quella di consentire ai loro amici capitalisti e speculatori di agire rapidamente e senza regole.</p>
<p>Formigoni e la Lega Nord sono in prima fila nel promuovere altri due progetti faraonici che possono giovare unicamente agli speculatori e ai costruttori. Il primo è quello dell&#8217;<strong>Autostrada dell&#8217;acqua</strong>, di cui riferisce Repubblica del 6 ottobre. Si tratterebbe di rendere navigabile il Po fino all&#8217;Adriatico, un&#8217;idea che all&#8217;apparenza sembrerebbe allettante, perché suscita immagini di acque naturali, di verde e di trasporti &#8220;puliti&#8221;. La realtà è esattamente opposta. Innanzitutto il costo di realizzazione sarebbe astronomico, 2,4 miliardi di euro (che come è regola aumenterebbero di molto in corso d&#8217;opera) destinati a finire in mano ai cementificatori e ai baroni dell&#8217;energia. Eh sì, perché per dare vita all&#8217;Autostrada dell&#8217;acqua bisognerebbe creare lungo il corso del Po cinque dighe di altezza compresa tra i 2 e i 5 metri, e questo già non suona molto ecologico. Poi il costo dell&#8217;opera verrebbe ripagato in parte dalla creazione di quattro centrali idroelettriche lungo il corso del fiume (l&#8217;altro vero motivo del progetto). Infine i materiali da costruzione verrebbero prelevati da cave lungo il Po, con il conseguente abbassamento del livello del fiume. Citiamo ancora Carlo Monguzzi: &#8220;Il Po era già navigabile prima che rubassero l&#8217;acqua ai campi per le centrali elettriche. Questo piano è peggio del ponte sullo Stretto di Messina&#8221;. L&#8217;altro progetto faraonico, che non a caso ha un costo preventivato identico, di 2,4 miliardi di euro, è fortemente voluto dall&#8217;assessore ciellino all&#8217;urbanistica milanese Carlo Masseroli. Si tratta del <strong>maxitunnel</strong> sotterraneo che dovrebbe collegare Linate con l&#8217;autostrada dei laghi. Il Comune ha dato il via libera, entro tre mesi ci dovrebbe essere la gara d&#8217;appalto per la prima tratta e nel 2010 quella per la seconda e ultima tratta. I lavori verranno realizzati dalla società Torno (già in difficoltà finanziarie e responsabile in larga parte degli enormi ritardi nella realizzazione dell&#8217;ultima tratta della linea 3 della metropolitana) con il probabile finanziamento di Intesa Sanpaolo e Unicredit. Per percorrere l&#8217;intero tunnel bisognerà pagare oltre 10 euro, un costo che evidentemente non spingerà a utilizzarlo da un capo all&#8217;altro della città disintasando così le tangenziali, ma ne farà un tunnel per il business di fascia medio-alta destinato a riversare in centro altro traffico automobilistico.</p>
<p>C&#8217;è infine il capitolo dei <strong>parcheggi</strong> voluti a suo tempo dalla giunta di Gabriele Albertini, che da anni hanno ridotto Milano a un gruviera, ma in compenso hanno rimpinzato le tasche dei costruttori. Dopo 5 anni dal varo del progetto, e innumerevoli proteste e polemiche, il Comune ha fatto marcia indietro sul parcheggio della Darsena, uno dei capitoli più folli dell&#8217;impresa parcheggi. L&#8217;area, ridotta da lungo tempo a una discarica a cielo aperto a causa dei lavori per il parcheggio, sarà oggetto di interventi di ripristino. Il progetto non è stato definitivamente annullato (potrebbe essere ripreso dopo il 2015), ma intanto è stato cancellato il contratto con la ditta che aveva vinto la gara d&#8217;appalto e aveva realizzato parte dei lavori, la Darsena SpA. Ora probabilmente partirà una guerra dei ricorsi che potrebbe costare cara al Comune (la Darsena SpA afferma di avere già investito 14 milioni di euro, oltre a lamentare di essere costretta a licenziare 40 operai) e che in più potrebbe bloccare per lungo tempo i lavori di ripristino. Albertini, invece di pagare i danni arrecati alla città con questo e altri progetti, nonché per i fallimentari derivati, ha addirittura il coraggio di non escludere una sua ricandidatura a sindaco. Nel frattempo sono stati cancellati i progetti relativi ad altri due parcheggi, ma in compenso è stato confermato quello di piazza S. Ambrogio e ne sono stati approvati di nuovi, come quello che andrà a deturpare una delle zone più storiche e verdi del centro storico di Milano, in via Marina, e quello di via Canaletto a Città Studi. Ed è stato approvato il progetto della criticatissima &#8220;Gronda Nord&#8221; (ora si chiamerà Zara-Expo), una specie di autostrada urbana da 105 milioni di euro contro la quale si erano pronunciati praticamente tutti, dai comitati locali agli urbanisti, fatta eccezione per il Comune. L&#8217;unica novità è che si farà la valutazione di impatto ambientale.</p>
<p>AEROPORTI IMPAZZITI</p>
<p>Accanto alla bolla immobiliare sempre più incombente e ai vari megaprogetti miliardari c&#8217;è da registrare l&#8217;ulteriore peggioramento del caos nel <strong>sistema aeroportuale lombardo e italiano</strong>, che ha già causato danni enormi alla Lombardia (si veda in merito  &#8220;<a href="http://milanointernazionale.it/2009/06/05/sulle-ali-del-caos/" target="_blank">Sulle ali del caos</a>&#8220;). E&#8217; tornato alla ribalta l&#8217;aeroporto bresciano di Montichiari (il D&#8217;Annunzio), che rischia di aggiungere una nuova tessera al caos generato dalla concorrenza reciproca tra Malpensa, Linate e Orio al Serio. Attualmente Montichiari è nelle mani della società che gestisce l&#8217;aeroporto Catullo di Verona (a sua volta controllata dalla Provincia di Trento&#8230;) e nella primavera scorsa a Brescia si è costituita una cordata costituita da Comune, Provincia, Camera di Commercio e Associazione Industriali locali per rilevarne il controllo, con un&#8217;operazione dal costo complessivo di circa 80 milioni di euro (lo scalo bresciano, va notato, è in passivo di 4-5 milioni di euro all&#8217;anno), il tutto all&#8217;insegna dello slogan &#8220;fare di Montichiari il volano dello sviluppo territoriale&#8221;. All&#8217;inizio di ottobre l&#8217;accordo, voluto tra l&#8217;altro fortemente da Umberto Bossi, sembrava ormai imminente. Poi sono arrivati i primi intoppi. A Verona si è cominciato a parlare del fatto che la cessione di quote ai bresciani sarebbe stata una svendita, nonché del rischio che si formasse un polo lombardo (Orio, Malpensa e Linate) a svantaggio della città veneta e via dicendo, sulle ali delle eterne lotte intestine tra le lobby di destra. Il 24 ottobre si arriva alla rottura delle trattative, in mezzo a penosi scambi di accuse non solo tra le due opposte fazioni, quella bresciana e quella veronese, ma addirittura al loro interno. Salta subito all&#8217;occhio che l&#8217;idea di &#8220;brescianizzare&#8221; Montichiari non è il frutto di una strategia di largo respiro per mettere ordine nel caotico sistema aeroportuale del Nord Italia, ma solo una misera guerra di campanile da combattersi subito, senza idee per il futuro.</p>
<p>Che la situazione del sistema dei trasporti aerei sia in Italia del tutto fuori controllo lo testimonia la nuova Alitalia, su cui pesano debiti per circa 450 milioni di euro, che ha registrato una calo delle attività pari al 30% e ha ridotto di oltre 7.000 unità i propri dipendenti. Negli ultimi anni in Italia, grazie anche alle situazioni di monopolio, sono stati investiti 2,5 euro a passeggero a fronte di una media europea di 12 euro, e il sistema sta collassando. La Adr dei Benetton che gestisce lo scalo romano di Fiumicino ha 1,6 miliardi di debiti, la Sea risente dei problemi enormi di Malpensa. Dei 47 aeroporti italiani, per fare solo un esempio della mancanza di programmazione, appena 5 sono raggiungibili con il treno. Tutto questo non impedisce di programmare altro caos. Nella sola Sicilia, Enna ha in previsione un mega-aeroporto internazionale, ambizioni analoghe hanno anche Agrigento, Messina e Comiso. In Campania è guerra aperta tra Caserta e Salerno per il ruolo di secondo aeroporto campano nel momento in cui lo scalo napoletano di Capodichino è saturo. Nel Lazio la lotta a tutto campo è tra Viterbo e Frosinone, che puntano entrambe a conquistarsi i voli della Ryanair che dovrà traslocare da Ciampino. In Toscana è in corso da anni un conflitto aperto tra gli aeroporti di Firenze e Pisa. In Lombardia, come se non bastasse la caotica situazione che coinvolge Malpensa, Orio, Linate, Montichiari e la contigua Verona, si aggiungono le ambizioni di Mantova, che vuole riattivare la pista di cui è dotata.</p>
<p>Intanto la romana Adr e la lombarda Sea aumenteranno le tariffe aeroportuali applicate ai passeggeri per rimpinguare le proprie casse sempre più vuote. A fronte dell&#8217;aumento dei prezzi hanno promesso al premier Silvio Berlusconi di effettuare investimenti di 5 miliardi entro il 2011 e di altri 10 entro il 2040 (cioè più di trenta anni!). Ma si tratta solo di promesse, come spiega il Corriere della Sera: &#8220;a giugno di due anni fa il Cipe aveva fatto discendere l&#8217;eventuale aumento tariffario dalla stipula di contratti tra i gestori e l&#8217;Enac (Ente aviazione civile): insomma, prima gli impegni scritti dei gestori, dopo i rincari&#8221;. Ma siccome la stipula dei contratti &#8220;sta procedendo a rilento&#8221;, si è passati a un altro principio: prima gli aumenti poi eventualmente si penserà ai contratti. Il decreto con cui sono stati approvati gli aumenti tariffari è tra l&#8217;altro in contraddizione con la direttiva europea che impone la mediazione di un&#8217;Agenzia imparziale per gli adeguamenti tariffari concertati tra i gestori e i vettori. Vale a dire che, esattamente come nel caso della milanese A2A citato nella prima puntata di questo nostro speciale, le società aeroportuali ora incassano, ma con il forte rischio che tra anni l&#8217;Italia sia costretta da Bruxelles a pagare multe enormi il cui peso ricadrà sui contribuenti. A Malpensa intanto si pianificano 2 miliardi di nuovi investimenti entro il 2020, in assenza di strategie valide coordinate a livello lombardo che evitino il caos attuale. Entro il 2010 dovrebbe essere realizzato un nuovo terminal uno, insieme agli alberghi di fronte all&#8217;aeroporto; entro il 2015 dovrebbe essere pronto un nuovo terminal low-cost, la cargo-city e la terza pista, mentre entro il 2010 dovrebbero essere realizzati un nuovo terminal e un nuovo polo logistico. Con ogni probabilità, visto quanto esposto sopra, si tratterà delle ennesime cattedrali nel deserto. E infine un&#8217;amenità targata Formigoni. Su decisione della Regione, gli aeroporti milanesi verranno dotati di detector speciali che riveleranno la temperatura dei passeggeri al fine di contrastare la diffusione del virus H1N1, per un costo totale di 100.000 euro. Briciole rispetto alle cifre citate sopra, ma &#8220;briciole&#8221; davvero buttate al vento. Installare tali apparecchi avrebbe forse avuto senso nella primavera scorsa, quando in Italia il virus non era ancora molto diffuso. Ora è diffuso tanto in Italia quanto nel resto del mondo e la misura (che tra l&#8217;altro non si sa con precisione quando verrà realizzata) non ha alcuna razionalità. Senza poi contare il fatto che non viene detto cosa ne sarà dei poveri passeggeri con la febbre. Una buffonata che la dice lunga sull&#8217;inettitudine di chi ci governa.</p>
<p>CONTRO MILANO</p>
<p>Il <strong>Comune di Milano</strong> ha varato il suo secondo <strong>fondo immobiliare</strong>, proprio come ha fatto Ligresti con alcune sue proprietà. Nel fondo confluiranno 67 immobili comunali per un valore stimato (ma per le stime degli immobili dei fondi immobiliari si veda la Puntata 2 di questo speciale sulla bolla) di 100 milioni e Palazzo Marino dice che potrebbe ricavarne 15-20 milioni di euro di plusvalenza con i quali conta di coprire in parte la mancata corresponsione dei dividendi da parte dell&#8217;A2A. Si tratta di (ipotetici) introiti che in realtà l&#8217;attuale normativa vieta ai comuni di utilizzare per investimenti ma, spiegano i funzionari, Tremonti starebbe rivedendo tali norme. Un&#8217;operazione fatta nel momento peggiore, quando le quotazioni degli immobili sono al ribasso, e che in più costituisce l&#8217;ennesimo travaso dal pubblico al privato. C&#8217;è però un altro particolare. Tra gli immobili che verranno inseriti nel fondo per essere &#8220;valorizzati&#8221; ci sono luoghi storici della Milano democratica come il Circolo Arci Bellezza nei pressi della Bocconi, il centro anarchico Ponte della Ghisolfa in viale Monza, il centro sociale Torchiera in piazzale Cimitero Maggiore e il centro sociale Cox di via Conchetta, dove tra l&#8217;altro è conservato il preziosissimo archivio di Primo Moroni, la sede della Cgil di via Giambellino e il palazzo di Via Bagutta 12 che ospita alcune associazioni. Un vero e proprio attacco alla tradizione alternativa e democratica di Milano (descritta tra l&#8217;altro con minuzia dallo stesso Moroni, si veda il nostro &#8220;<a href="http://milanointernazionale.it/2009/04/04/dalle-bande-di-quartiere-ai-centri-sociali/" target="_blank">Dalle bande di quartiere ai centri sociali</a>&#8220;) all&#8217;insegna della politica bancarottiera del Comune di Milano e della speculazione immobiliare. Intanto stanno per partire le aste del primo fondo immobiliare del Comune, creato nel 2007 per un &#8220;valore stimato&#8221; di 255 milioni e sempre gestito da Bnp Paribas. Verranno venduti immobili ex popolari come quello di via Cesariano 11 e la Casa di via Morigi, occupata da decenni e che ospita numerose associazioni nonché attività culturali.</p>
<p>LA BUFALA DEL SOCIAL HOUSING</p>
<p>Se da un lato si buttano via miliardi di euro nella speculazione finanziaria e immobiliare, dall&#8217;altro a Milano tutto ciò che veramente serve a chi studia o vive del proprio lavoro non funziona. Ne sono una dimostrazione gli ultimi urgenti appelli per mettere in sicurezza le scuole, sempre più a rischio crolli, o il recente ennesimo incidente tramviario verificatosi a Milano, questa volta con quattro feriti, dovuto al problema ormai cronico dell&#8217;errato funzionamento di scambi vetusti. E sono solo due degli innumerevoli esempi che si potrebbero fare. Di fronte a questa situazione di sfascio Palazzo Marino si fa bello lanciando qua e là qualche iniziativa di &#8220;social housing&#8221; venduta al pubblico come prova della sensibilità dell&#8217;amministrazione, degli speculatori e delle banche per gli aspetti sociali. In realtà si tratta di un&#8217;operazione che punta a regalare agli speculatori anche il mercato delle abitazioni per i ceti medi (a tutto svantaggio dell&#8217;edilizia popolare ed effettivamente sociale), diventato molto appetibile in questo periodo di crisi dopo anni di &#8220;sovrapproduzione edilizia&#8221; nel settore lusso ed extralusso. Un&#8217;operazione che prevede scandalose sovvenzioni pubbliche per gli speculatori, come illustriamo più sotto. Ma prima vediamo l&#8217;ultimo caso, quello della Social Main Street (!), cioè una torre di 14 piani interamente in legno che offrirà posti letto e bilocali in affitto nel quartiere periferico e scarsamente appetibile della Bicocca. I prezzi? 250 euro/mese per uno scarno posto letto, 480 euro per il bilocale in condivisione, cifre ben lontante dall&#8217;essere popolari. Si tratta di un bel business per le cooperative legate a Comunione e Liberazione (ma anche per quelle della Legacoop, con la quale c&#8217;è una sempre maggiore sintonia). L&#8217;iniziativa infatti parte dalla Compagnia dell&#8217;Abitare, che fa parte della ciellina Compagnia delle Opere ed è presieduta da un personaggio ormai storico della galassia Cl, Antonio Intiglietta. Al progetto ha collaborato lo studio di ingegneria Urbam (sempre galassia Cl) e la torre sarà amministrata dalle cooperative La Ringhiera (Compagnia delle Opere) e Auprema (Legacoop). Il progetto è stato presentato con una conferenza stampa alla quale hanno preso parte, oltre a esponenti dei summenzionati soggetti, anche Roberto Formigoni (Cl) e l&#8217;assessore milanese all&#8217;urbanistica Carlo Masseroli (Cl). Ma per capire meglio il lucrativo business che c&#8217;è dietro queste operazioni bisogna spiegare cosa è il social housing. Lo facciamo riprendendo un pezzo da noi scritto nel novembre 2008, quando Milano Internazionale non era ancora su web:</p>
<p>&#8220;Quando in politica si comincia a parlare in inglese c’è sempre di mezzo un inganno. Lo conferma il caso del social housing (i più temerari provano a italianizzarlo a metà parlando di “housing sociale”), un termine che negli ultimi mesi politici, imprenditori e stampa stanno riversando a fiumi nel mare della propaganda che ci assale quotidianamente. Grazie a un’ingegnosa ingegneria politico-imprenditoriale, ci viene raccontato, verranno messe sul mercato migliaia di abitazioni a prezzo “agevolato”, “calmierato”, “convenzionato”. L’idea può apparire appetibile al comune cittadino, che si trova a dovere affrontare costi esorbitanti e insostenibili per soddisfare il bisogno primario di avere un’abitazione. Ma conoscendo chi propone o sostiene questo progetto (per esempio, il summenzionato assessore Masseroli, oppure le banche) è naturale essere diffidenti. Perché mai chi ha fatto del profitto e della speculazione un motivo di vita dovrebbe all’improvviso gettarsi a capofitto in un’attività a prezzi inferiori a quelli “di mercato” (ma sarebbe meglio dire: a quelli gonfiati dalla bolla immobiliare)? I motivi in realtà sono semplici: perché permette un ennesimo travaso di valori dal pubblico al privato, perché è un utile strumento propagandistico per nascondere altre enormi operazioni di carattere puramente speculativo e perché comunque è di per se stessa un ottimo affare. Riguardo all’ultimo motivo, è chiaro che in questo momento di crisi mondiale del settore immobiliare e di aumento dell’incertezza i progetti di social housing sono una vera manna per gli immobiliaristi. Le loro società perdono utili, valore e capitali a tutto spiano (i 22 fondi immobiliari italiani quotati hanno perso il 18% da fine dicembre 2007 a fine agosto 2008, cioè ancora prima dell’inasprirsi della crisi) e il social housing offre rendimenti del 3% più inflazione (di questi giorni un tasso appetibilissimo), con la possibilità di eliminare ogni elemento di rischio grazie a finanziamenti agevolati e garanzie pubbliche sulla solvenza degli affittuari. Inoltre, pressoché tutti i progetti di social housing prevedono in realtà solo una quota molto piccola di affitti calmierati, la grande maggior parte del costruito è affittabile, o vendibile, a prezzi di mercato. In molti casi si tratta poi solo di uno specchietto per allodole di stampo prettamente populista: si sbandiera il “progetto sociale”, ma in realtà grazie alla perequazione (cioè, nelle politiche attualmente applicate, la licenza di costruire, o di costruire di più, laddove non era possibile, in cambio della realizzazione di opere di utilità pubblica o sociale) si realizzano enormi affari a danno dei cittadini. In pratica, per spiegare il concetto: l’immobiliarista/banca/fondo costruisce con finanziamenti e regali dei contribuenti 1 in social housing, comunque più che profittevole, e riceve in cambio 4, 5 o addirittura 10 in licenze di costruzione, direttamente tramutabili in profitto mediante attività edilizie o che comunque consentono una rivalutazione astronomica di terreni già posseduti. Basta prendere a esempio il “piano Milano”, citato dal Corriere Economia. Il Comune ha messo a disposizione (gratis!) otto aree per costruire 3.300 alloggi. Chi vi costruirà, potrà vendere a prezzi di mercato fino al 75% delle case realizzate, appena un quarto invece dovrà essere a prezzo calmierato, cioè in “social housing”. Ma non è tutto. Il Comune mette inoltre a disposizione 20 milioni per abbassare i tassi di finanziamento bancario, mentre la Regione ce ne mette altri 30 per “ridurre il rischio insolvenza affitti”. Insomma, terreni regalati dagli enti pubblici, soldi pubblici per costruire, soldi pubblici per eliminare ogni rischio di mancato incasso degli affitti e gli “investitori” possono vendere fino al 75% a prezzi di mercato – altroché social housing, questa è una vera e propria cassa di assistenza pubblica per i signori del mattone! E le cifre in gioco sono da capogiro: secondo le stime di Sergio Urbani, della Fondazione Housing Sociale di Cariplo, il social housing in salsa pubblico-privata vale 3 miliardi all’anno di sviluppo del mercato. Cariplo (la fondazione azionista di Banca Intesa San Paolo) è per l’appunto uno dei principali attori di queste operazioni, insieme ad altre delle numerose e potenti fondazioni bancarie. Non mancano naturalmente gli immobiliaristi, come per esempio la Pirelli Re guidata da Puri Negri, nonché le cooperative rosse e cielline – anzi, la torta è così appetibile che Legacoop e i ciellini della Compagnia delle Opere hanno superato i vecchi steccati ideologici unendo le forze per dare insieme vita alla Fondazione Abitare (che conta tra le sue fila l’avvocato Guido Bardelli, vicino a Cielle, citato a suo tempo dal Corriere della Sera come una delle possibili scelte di Moratti ad assessore per l’urbanistica). Oltre agli enti locali, tra i finanziatori vi sarà anche lo stato tramite la Cassa Depositi e Prestiti (Cdp), sempre più coinvolta nel ruolo di crocerossina per i capitalisti a corto di fondi, la quale avrà un ruolo non proprio in armonia con il principio dell’inammissibilità del conflitto di interessi: la Cdp è infatti partecipata al 30% dalle fondazioni bancarie e si ritroverà, attraverso il veicolo di un’appositamente costituita Società di gestione del risparmio, a promuovere progetti di social housing tramite finanziamenti di cui godranno in molti casi… le fondazioni bancarie. Dietro a tutto questo, naturalmente, l’assenza di ogni politica per la casa che vada a favore di chi lavora, e non di chi arraffa&#8221;.</p>
<p><em>Fine</em></p>
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		<title>Sulle ali del caos</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Jun 2009 09:10:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milanointernazionale</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Aeroporti]]></category>
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		<description><![CDATA[Sulle ali del caos di Andrea Ferrario La guerra tra gli scali del sistema aeroportuale milanese, in atto sotto la regia dell&#8217;oligarchia politica e della nuova Alitalia, continua a provocare disastri. Le iniziative più recenti non fanno che aumentare il caos generalizzato. E intanto in una Malpensa sempre più cattedrale nel deserto si continua a [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&amp;blog=7100082&amp;post=585&amp;subd=milanointernazionale&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Sulle ali del caos</strong></p>
<p><strong>di Andrea Ferrario</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>La guerra tra gli scali del sistema aeroportuale milanese, in atto sotto la regia dell&#8217;oligarchia politica e della nuova Alitalia, continua a provocare disastri. Le iniziative più recenti non fanno che aumentare il caos generalizzato. E intanto in una Malpensa sempre più cattedrale nel deserto si continua a spendere milioni per costruire nuove infrastrutture.</strong></p>
<p><span id="more-585"></span></p>
<p>Alla fine Roberto Colaninno lo ha detto a chiare lettere in un&#8217;intervista dei primi di maggio: &#8220;Malpensa non sarà mai un hub. E&#8217; mal collegata. Serve a malapena Milano e pochi paesi vicini. Non certo, per dire, il Nord-Est. Noi la nostra scelta strategica l&#8217;abbiamo fatta. E ci siamo riposizionati su Linate&#8221;. In realtà la scelta della nuova Alitalia era chiara da tempo, ma finora non era stata formulata a lettere così chiare, lasciando invece sempre aperta, evidentemente per motivi prettamente politici, l&#8217;ipotesi di un futuro ritorno della compagnia aerea a Malpensa. Si chiude così il capitolo Nuova Alitalia-Malpensa, apertosi un anno fa con Berlusconi, Lega Nord, Formigoni e Moratti tutti entusiasti sostenitori dell&#8217;operazione Cai-Alitalia e &#8220;garanti&#8221; del rilancio di Malpensa che l&#8217;operazione avrebbe secondo loro consentito. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Ancora una volta il sistema aeroportuale, e in primo luogo i lavoratori del settore, ma anche i cittadini che sostengono gli enormi costi sostenuti per le infrastrutture, sono vittime del rifiuto di ogni pianificazione coerente del sistema aereo e dell&#8217;adesione a una ideologia delle liberalizzazioni dietro alla quale ci sono in realtà solo gli interessi di una ristretta oligarchia imprenditoriale. L&#8217;idea della grande Malpensa, lo ricordiamo, era stata lanciata nel 1985 dall&#8217;allora presidente del consiglio Bettino Craxi, ma si era poi impantanata nell&#8217;era Tangentopoli. Nel 1995 era stata rilanciata dal Comune di Milano che aveva chiesto finanziamenti all&#8217;Unione europea per la sua realizzazione, ottenendone lo stanziamento. Nel 1998 l&#8217;allora premier Prodi aveva presentato il progetto che prevedeva la privatizzazione delle due società aeroportuali Sea (milanese, controlla Malpensa, Linate e in parte Orio al Serio) e Adr (romana, gestisce Fiumicino ed è controllata da Benetton). Le due società, secondo il progetto Prodi, dovevano essere rilevate da una cordata di imprenditori (qualcosa di simile alla Cai capitanata da Colaninno) realizzando due hub al posto di uno, proposta che era stata rifiutata dall&#8217;allora sindaco di Milano, Gabriele Albertini. Alla vigilia del nuovo millennio la nuova Grande Malpensa è stata infine inaugurata, senza però che venisse mai sanato il conflitto di interessi con Linate, al quale poi si è aggiunto il boom del low-cost a Orio al Serio. Dopo il ritorno di Berlusconi al governo si è giunti nel 2008 al &#8220;capolavoro&#8221; della cordata Cai, tradottosi in una valanga di tagli ai posti di lavoro, in un enorme scarico di costi sui contribuenti italiani e, infine, in un caos ancora maggiore nella concorrenza tra i diversi aeroporti italiani, con il conseguente drastico declino di Malpensa. Per cercare di salvare la faccia la destra lombarda, e in primo luogo la Lega Nord, ha lanciato quest&#8217;inverno la campagna della liberalizzazione degli slot come strumento per salvare lo scalo varesino-milanese. Come abbiamo già spiegato in Milano Internazionale, si tratta solo di propaganda perché gli slot sono già liberalizzati a livello di Unione europea e l&#8217;unica mossa possibile è rinegoziare i trattati bilaterali con i paesi extra-Ue, un processo lento, che non garantisce alcun successo e che è a sua volta fortemente limitato dalla normativa Ue. Da inizio anno, per esempio, le decine e decine di lettere inviate in tutto il mondo per rinegoziare i trattati bilaterali hanno dato qualche limitato esito solo con Cina, Corea e Israele, tuttavia senza alcun rilevante effetto concreto. Nel frattempo, con l&#8217;obiettivo di evitare che la crisi economica impatti sugli equilibri del settore, l&#8217;Unione europea ha congelato la liberalizzazione degli slot che era in atto sul suo territorio già da ben prima della creazione della nuova Alitalia, complicando ulteriormente le cose.</p>
<p>In questi giorni si è aperto un nuovo capitolo che rende ancora più caotica la situazione, quello degli slot orari (gli slot, lo ricordiamo, sono le &#8220;finestre&#8221; di decollo e atterraggio assegnate alle varie compagnie in un aeroporto in determinati orari). Nel 2000, proprio per consentire il decollo della Grande Malpensa, erano stati stabiliti dei limiti per il numero di slot che si potevano avere in ogni ora presso i tre maggiori scali del sistema aeroportuale milanese. Per Malpensa il limite era di 70, per Orio al Serio di 32 e per Linate di soli 18. Il 18 maggio scorso si è tenuta una riunione tra Roberto Colaninno, presidente Alitalia, Giuseppe Bonomi (in quota Lega Nord), presidente Sea, Mario Valducci, presidente della commissione Trasporti della Camera (Pdl), e Raffaele Cattaneo (Pdl), assessore lombardo alla mobilità. Nel corso della riunione Cattaneo ha proposto un innalzamento del limite degli slot orari per Linate. Passano due soli giorni e Antonio Catricalà, nel corso di un&#8217;audizione alla Camera, dice che per favorire la concorrenza a Linate si dovrebbe aumentare da 18 a 32 il numero degli slot orari a Linate. Plaudono subito tra gli altri anche Pd e Lega Nord. Dall&#8217;Assoclearance, l&#8217;organismo che ha il compito di assegnare gli slot ai singoli vettori, fanno però subito sapere: &#8220;Ora tutte le compagnie da Malpensa correranno a Linate&#8221;. In realtà la misura non favorirebbe più di tanto nemmeno la concorrenza, perché le normative europee stabiliscono che il 50% degli eventuali nuovi slot dovrebbe essere assegnato a chi già opera sullo scalo in questione, e quindi in massima parte ad Alitalia, che già occupa una posizione predominante a Linate con il monopolio su alcune delle rotte più lucrose come la Milano-Roma. Da parte sua il Certet, il centro studi dell&#8217;università Bocconi che si occupa di economia regionale e trasporti, propone di incastonare su questa già barocca piramide di normative un altro intervento correttivo: &#8220;Per non creare problemi a Malpensa basterebbe nello stesso tempo ridurre il numero di destinazioni dalle trenta attuali a una decina&#8221;. A nessuno viene in mente di provvedere a una regia unica e pubblica per regolare il sistema dei trasporti aerei in base alle effettive necessità degli utenti, alla salvaguardia dei posti di lavoro e alla razionalizzazione dei costi. Ancora una volta dietro all&#8217;ideologia delle &#8220;liberalizzazioni&#8221; c&#8217;è invece una lotta per spartire tra pochi intimi le risorse disponibili, senza criteri razionali e producendo inefficienze ed enormi sprechi. E&#8217; un indice di quanto anche il campanilismo svolga un ruolo importante nel sistema aeroportuale il fatto che il Giornale di Bergamo abbia ricordato immediatamente che la partita degli slot orari riguarda anche Orio al Serio.</p>
<p>Come se non bastasse, a Malpensa si continua a lavorare per la realizzazione di costose infrastrutture quando il futuro dello scalo non è ancora assolutamente chiaro. Per la maggior parte si tratta di progetti decisi prima del varo della nuova Alitalia e che ora vengono realizzati per inerzia burocratica. Scrive Claudio Del Frate sul Corriere della Sera: &#8220;Nell&#8217;aeroporto a cui Alitalia ha voltato le spalle, dove sono stati tagliati i voli, congelati gli slot e dove fioccano i licenziamenti è tutto un fiorire di gru e ponteggi. Cantieri all&#8217;esterno del Terminal 1, cantieri a bordo pista, cantieri nelle zone adiacenti. Delle due l&#8217;una: o c&#8217;è qualcuno che sta buttando dalla finestra un mare di quattrini, oppure c&#8217;è ancora chi scommette sulla possibilità di Malpensa di risollevarsi&#8221;. Visto il quadro generale propendiamo senz&#8217;altro per la prima ipotesi. Per la cronaca, comunque, davanti al Terminal 1 si sta costruendo un megahotel Sheraton completo di centro congressi, nell&#8217;aeroporto vero e proprio si sta realizzando il nuovo molo di attracco dei velivoli &#8220;che darà la possibilità a Malpensa di sveltire il traffico nelle ore di punta&#8221;, ore di punta che però a quanto sembra a Malpensa sono solo un ricordo del passato. Sulle piste si stanno costruendo raccordi, mentre presto dovrebbe essere avviato l&#8217;interramento della linea ferroviaria Malpensa-Milano. Poco più in là si sta costruendo un altro hotel, il tutto mentre &#8220;i posti di lavoro già perduti sono ormai 3.000, gli accordi su cassa integrazione e contratti di solidarietà continuano (l&#8217;ultimo, di pochi giorni fa, riguarda la compagnia aerea Livingstone)&#8221;. Ormai evidentemente Malpensa è diventato un caso non solo politico ed economico, ma anche da reparto psichiatrico.</p>
<p>(fonti: Repubblica, 8 maggio; Corriere della Sera, 15 maggio, 18 maggio, 19 maggio, 21 maggio; Il Giorno, 19 maggio; Giornale di Bergamo, 21 maggio)</p>
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		<title>Milano Internazionale &#8211; Cronache &#8211; N. 17 del 5 aprile 2009</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Apr 2009 16:25:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milanointernazionale</dc:creator>
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		<description><![CDATA[SOMMARIO: 1) UN PO&#8217; DI DATI SUGLI IMMIGRATI IN LOMBARDIA 2) LOMBARDIA, LA SPECULAZIONE EDILIZIA NON SI FERMA 3) SCUOLE AL COLLASSO 4) AGGIORNAMENTI SU EXPO 2015 5) &#8220;CATTEDRALI NEL DESERTO&#8221;: DOPO MALPENSA ARRIVA MONTICHIARI 6) LA LEGA NON PARLA IL DIALETTO, MA CI COSTA 280.000 EURO 1) UN PO&#8217; DI DATI SUGLI IMMIGRATI IN [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&amp;blog=7100082&amp;post=321&amp;subd=milanointernazionale&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal"><span>SOMMARIO:</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>1) UN PO&#8217; DI DATI SUGLI IMMIGRATI IN LOMBARDIA</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>2) LOMBARDIA, LA SPECULAZIONE EDILIZIA NON SI FERMA</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>3) SCUOLE AL COLLASSO</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>4) AGGIORNAMENTI SU EXPO 2015</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>5) &#8220;CATTEDRALI NEL DESERTO&#8221;: DOPO MALPENSA ARRIVA MONTICHIARI</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>6) LA LEGA NON PARLA IL DIALETTO, MA CI COSTA 280.000 EURO</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span><br />
</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>1) UN PO&#8217; DI DATI SUGLI IMMIGRATI IN LOMBARDIA</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>In totale in Lombardia, secondo un Rapporto della Fondazione Ismu e della Regione aggiornato all&#8217;anno 2008, vivono 1 milione e 60.000 stranieri, vale a dire circa il 10% della popolazione complessiva. Di questi, secondo le stime, 148.000 sono immigrati irregolari. Circa 338.000 degli immigrati che vivono in Lombardia provengono dall&#8217;Europa Orientale (+88.000 rispetto al 2007), 228.000 dall&#8217;Asia (+14.000), 218.000 dal Nord Africa (+17.000) e 139.000 dall&#8217;America Latina. Per la prima volta il ruolo di Milano come polo di attrazione degli immigrati risulta in calo. Sette anni fa un terzo degli stranieri della regione si stabiliva nella capitale lombarda, oggi sono solo un quinto, cioè 215.000. E sempre per la prima volta, scrive Oriana Liso di Repubblica, &#8220;la somma delle presenze negli altri comuni della provincia (232.000) sorpassa le presenze a Milano, cresciute di pochissimo rispetto al 2007: un 1,6% ben lontano dai dati di Bergamo (+9,2% in un anno) o Varese (+16,3%)&#8221; &#8211; si tratta di sviluppi che ricalcano l&#8217;evoluzione dell&#8217;ondata migratoria a Milano dal resto del Nord Italia o dal Sud tra gli anni cinquanta e sessanta. A Milano e nell&#8217;hinterland continuano a concentrarsi gli irregolari: secondo le stime nel capoluogo lombardo sono 38.000. Nel complesso, secondo il rapporto, i romeni sono gli immigrati più integrati: il 31% di loro è proprietario di una casa, l&#8217;82% ha un lavoro regolare. &#8220;Per il secondo anno consecutivo, poi&#8221;, continua Oriana Liso, &#8220;il volume complessivo dei soldi inviati dagli immigrati nei loro paesi di origine (tranne che in Romania) è in calo: un altro segno del fatto che per molti di loro la vera casa inizia a essere l&#8217;Italia. Tanto che vorrebbero anche partecipare alle decisioni politiche e amministrative: [...] il 76,2% di chi è in Italia da più di dieci anni vorrebbe votare, contro il 46,9% di chi è arrivato meno di due anni fa&#8221;, percentuale comunque molto alta. Secondo i dati del rapporto il 55% degli stranieri voterebbe a sinistra, percentuale che si ribalta a favore della destra nel caso degli immigrati dall&#8217;Europa Orientale, i diplomati e i laureati. Inoltre, &#8220;per chi è arrivato da poco in Lombardia il lavoro più diffuso resta l&#8217;assistenza domiciliare (il 15,9% delle donne), mentre per gli uomini è nell&#8217;edilizia&#8221;. Il reddito medio mensile degli stranieri immigrati in Lombardia è di 869 euro e non solo è molto basso, ma è anche in calo rispetto al 2007, quando era di 923 euro. Una mappa pubblicata sempre da Repubblica mostra poi le concentrazioni di immigrati irregolari in Italia. Le aree più fortemente interessate dal fenomeno sono, oltre alle province di Nuoro e Sassari, essenzialmente due: un&#8217;ampia zona che comprende la Lombardia Orientale, il Veneto e la regione di Bologna, da una parte (approssimativamente, il &#8220;regno&#8221; della piccola e media impresa ad alto sfruttamento di manodopera, spesso al nero), e una lunga area che va da Napoli alla Sicilia Orientale, passando per la Calabria (cioè le aree a maggiore controllo diretto da parte delle organizzazioni mafiose e a intensa attività agricola che sfrutta manodopera non qualificata). In un altro articolo, pubblicato da Repubblica Metropoli, si cita il parere dell&#8217;urbanista Paolo Somma, secondo il quale &#8220;le caratteristiche dei quartieri abitati dagli stranieri sono la minore dotazione di servizi, la carenza di manutenzione degli immobili, il degrado degli spazi pubblici. A decidere le zone dove vivono gli stranieri sono i prezzi degli affitti. Si dovrebbe parlare non tanto della nazionalità degli abitanti, ma del loro ceto sociale: gli immigrati oggi occupano le zone dove una volta vivevano le fasce più povere della popolazione&#8221;. Concetti confermati da un altro articolo pubblicato da Repubblica sul tema, e scritto ancora una volta da Oriana Liso, sul numero di studenti stranieri a Milano. Le scuole milanesi dove più della metà degli iscritti sono figli di immigrati stranieri sono concentrate nelle zone 2, 9, 4 e 8, &#8220;una presenza più forte, diffusa a macchie, che segue di fatto il prezzo degli affitti, concentrandosi dove case e negozi costano meno&#8221;. In totale nelle scuole di Milano ci sono 26.000 bambini e ragazzi stranieri, che rappresentano il 14,5% del totale degli iscritti. Stanno crescendo in particolare gli studenti stranieri nelle scuole superiori &#8220;a riprova di un processo di scolarizzazione dei minori stranieri che ha assunto caratteri stabili&#8221;, scrive il Piano di Zona 2009-2011 dal quale sono tratti i dati. In 20 scuole elementari (sulle 142 cittadine) i minori stranieri sono più del 40% degli studenti. Secondo il quotidiano, infine, oltre la metà dei ripetenti sono stranieri.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>(fonti: Repubblica, 23 marzo, 1 aprile, 5 aprile)</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>2) LOMBARDIA, LA SPECULAZIONE EDILIZIA NON SI FERMA</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>Nonostante la stretta creditizia e la crisi economica le cronache lombarde parlano di nuovi grandi progetti di speculazione edilizia con cadenza ormai quasi settimanale. Non sempre però tutto fila liscio e secondo i piani, come illustra il caso delle <strong>aree dismesse Falck a Sesto San Giovanni</strong>, un milione e mezzo di metri quadri da cementificare e la più grande area dismessa d&#8217;Europa. Il fondo Limitless del Dubai ha disdetto l&#8217;accordo preliminare stipulato a fine dicembre con la Risanamento di Luigi Zunino (sempre sull&#8217;orlo del crack per l&#8217;indebitamento con le banche) che prevedeva un acquisto dell&#8217;area da parte degli arabi a 475 milioni di euro per realizzarvi il grande progetto di &#8220;urbanizzazione&#8221; firmato da Renzo Piano. Sebbene alcune voci non confermate dicano che il no della Limitless non è del tutto definitivo e che trattative non ufficiali sarebbero ancora in corso, il problema di individuare soluzioni alternative si è fatto pressante. Il sindaco di Sesto, Giorgio Oldrini (centrosinistra), si è detto disponibile &#8220;a esaudire le richieste, giunte anche dall&#8217;imprenditoria locale, di una regia pubblica e condivisa per la riqualificazione Falck&#8221;. Oldrini sarebbe cioè pronto, secondo il Giorno, a lanciarsi nell&#8217;avventura della creazione di un fondo immobiliare con la partecipazione di Intesa Sanpaolo e la regia del Comune, con l&#8217;obiettivo di realizzare lo stesso progetto di Renzo Piano che avrebbero dovuto mettere in atto prima Zunino e poi Limitless. Milano Finanza invece scrive che si starebbe andando, sempre con il ruolo decisivo di Intesa Sanpaolo, verso un&#8217;ipotesi &#8220;spezzatino&#8221;, cioè la vendita frazionata dell&#8217;area a diversi soggetti, che secondo il quotidiano permetterebbe di ottenere maggiori introiti. I principali fattori in gioco sono tre: 1) Zunino ha debiti insoluti principalmente nei confronti di Intesa Sanpaolo (quasi 500 milioni di euro), che rimane quindi un attore fondamentale; 2) la Risanamento di Zunino non può fallire, altrimenti tutta l&#8217;area rimarrebbe invischiata in una lunga procedura di liquidazione; 3) il valore attualmente quotato per le aree (475 milioni), almeno secondo quanto scrive il Giorno, sarebbe eccessivo: tre anni fa erano state vendute a Zunino per 240 milioni e bisognerebbe tornare verso tale cifra.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>Un altro progetto faraonico riguarderà invece <strong>Segrate</strong>, la città dell&#8217;hinterland di Milano dalla quale era cominciata la scalata al potere di Berlusconi con la realizzazione di Milano 2. Il progetto riguarda un&#8217;area di 1,2 milioni di metri quadri, di cui oltre 400.000 edificabili, e avrà un valore di oltre 1 miliardo di euro. Lo realizzerà il bergamasco Antonio Percassi, ex giocatore dell&#8217;Atalanta e ora boss del mattone. Le aree coinvolte saranno Linate, l&#8217;Idroscalo e la zona dell&#8217;ex dogana, e il piano ha avuto l&#8217;avallo, tra gli altri, del presidente della Provincia, Filippo Penati (Pd), dell&#8217;assessore regionale all&#8217;urbanistica Davide Boni (Lega Nord), dell&#8217;assessore regionale alle infrastrutture Raffaele Cattaneo (Forza Italia). Cosa offrirà il progetto? Department store con brand di lusso, golf club, cinema multisala, uffici, appartamenti, un museo di arte contemporanea, hotel a 5 stelle e una grande iniziativa di intrattenimento per ora ancora top secret. La stampa riferisce poi di altri progetti di cementificazione che colpiranno l&#8217;area del milanese: a <strong>Vimercate</strong> si costruirà sull&#8217;area del vecchio ospedale, a <strong>Melzo</strong> ci sarà il &#8220;recupero&#8221; dell&#8217;area ex Galbani, altre iniziative riguarderanno invece <strong>Cologno</strong>, <strong>Arcore</strong> e <strong>Cassano</strong>.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>La Provincia di Milano ha presentato un Atlante sul <strong>consumo del territorio</strong> che riporta dati eloquenti. &#8220;Entro breve tempo a Milano il 42% del territorio disponibile sarà occupato da costruzioni: un dato medio, perché in alcune aree si supera già attualmente il 60%. Mediamente la quota di suolo consumato in provincia di Milano è pari al 35,2%. In un futuro neanche troppo lontano la provincia di Monza e Brianza raggiungerà il 60% di urbanizzazione&#8221;, scrive il Cittadino, che prosegue scrivendo che se si somma la superficie urbanizzabile, &#8220;l&#8217;impatto, scorporando il dato medio e considerando le diverse aree è ancora più drammatico: Milano arriverà al 69,9% di superficie occupata, la zona Sud Milano al 41,4% e il legnanese al 54,2%&#8221;.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>La Regione Lombardia ha varato un altro megaprogetto per Milano fortemente voluto da Roberto Formigoni, quello della <strong>Cittadella della Salute</strong>, che riguarderà una superficie di 220.000 metri quadri e ha un costo stimato di 520 milioni di euro. La struttura sorgerà nell&#8217;area dell&#8217;attuale Ospedale Sacco (zona nord-ovest di Milano) e riunirà intorno a quest&#8217;ultimo l&#8217;Irccs Besta e l&#8217;Istituto Tumori di Milano, il tutto entro il fatidico anno dell&#8217;Expo, il 2015. I costi saranno coperti per 228 milioni di euro dalla Regione Lombardia, per 40 milioni dallo Stato e il rimanente sarà a carico del concessionario o verrà messo a disposizione da fondazioni. A presiedere la Cittadella della Salute e il relativo progetto è stato nominato un ciellino d&#8217;eccellenza, Luigi Roth, presidente uscente di Fondazione Fiera Milano.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>Si stanno infine gonfiando i costi dell&#8217;autostrada <strong>Pedemontana</strong>, prima ancora che i lavori siano iniziati. Le ultime stime parlano di un costo superiore del 15% rispetto a quanto originalmente previsto, cioè circa 600 milioni di euro in più. Costo destinato probabilmente ad aumentare ulteriormente perché, come scrive Italia Oggi, &#8220;l&#8217;opera è molto complessa, per due terzi l&#8217;autostrada scorre sotto il livello del terreno e probabilmente di varianti che ne saranno altre ancora&#8221;. Il finanziamento di Pedemontana prevede un contributo pubblico di 1,25 miliardi, 514 milioni verranno dai soci privati, i restanti quasi 3 miliardi verranno raccolti mediante indebitamento. Il rendimento per gli investitori privati non sarà inferiore al 7%.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>(fonti: Il Giorno, 22 marzo, 25 marzo, 26 marzo; La Repubblica, 25 marzo; Milano Finanza, 25 marzo, 28 marzo; L&#8217;Eco di Bergamo, 21 marzo; Avvenire, 29 marzo; Il Cittadino Nord Brianza, 21 marzo; E Polis, 28 marzo; Corriere della Sera, 28 marzo; Italia Oggi, 4 aprile)</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>3) SCUOLE AL COLLASSO</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>&#8220;Alla scuola lombarda mancano 80 milioni di euro [...] secondo una stima della Cisl: soldi che il ministero dovrebbe passare direttamente ai presidi per pagare supplenze, visite fiscali e gli extra per arruolare gli insegnanti nelle commissioni degli esami di maturità. Ma anche per la carta per le fotocopie e quella igienica nei bagni, i corsi di recupero e i computer. Insomma: tutto, tranne gli stipendi dei docenti assunti. Per tappare la voragine le 1305 scuole lombarde da mesi danno fondo alle proprie casse spendendo il poco che rimane dagli anni scorsi&#8221;, scrive sulla Repubblica Franco Vanni. Che prosegue: &#8220;Al liceo Koiné di Monza il debito è tale che la dirigente scolastica ha annunciato ai supplenti che non saranno più pagati: se vogliono possono lavorare gratis. E se l&#8217;istituto Palo Sarpi di Settimo Milanese non ha rinnovato i contratti in scadenza a quattro docenti precari, alla scuola Tolstoj di Desio (materna, elementare e media) se un prof è assente capita che la classe venga smistata in altre aule&#8221;. E&#8217; dal 2006 che i pagamenti hanno cominciato ad arrivare a singhiozzo, ma la situazione è drasticamente peggiorata dal novembre scorso, quando il ministero ha emesso una circolare con cui si azzeravano i fondi di funzionamento (circa il 10% del bilancio delle scuole). &#8220;Ed è di questi giorni la doccia fredda: non solo il debito non sarà saldato, ma è destinato ad aumentare. Le scuole lombarde, infatti, riceveranno per l&#8217;anno solare 2009 circa 70 milioni per coprire spese che ammontano al doppio&#8221;. La Repubblica cita altri casi esemplificativi della situazione a Milano: &#8220;Alla scuola elementare e media Pizzigoni per mancanza di fondi si risparmia sulla sicurezza: all&#8217;ingegnere che faceva i controlli sulla struttura non è stato rinnovato il contratto&#8221;, un fatto grave in una scuola che risale agli anni venti. Alla scuola di via Vespri Siciliani, zona Lorenteggio, è in atto &#8220;un programma di risparmio da tempi di guerra: si stampano le circolari sul retro di fogli usati, si razionano i collegamenti Internet e si chiede ai genitori di contribuire alle spese. Un primo balzello di 20 euro è stato chiesto alle 800 famiglie di elementari e materne a febbraio&#8221;. E ci sono ancora scuole che vanno a pezzi, letteralmente. All&#8217;asilo &#8220;Aldo Moro&#8221; di Abbiategrasso è crollato metà del controsoffitto di un&#8217;aula e calcinacci di cartone pressato sono crollati su insegnati e bambini, due dei quali sono stati portati al pronto soccorso, per fortuna solo con escoriazioni. Il motivo? &#8220;Il personale aveva aperto lievemente le finestre per arieggiare i locali&#8221;, come scrive il Corriere della Sera, e il vento ha creato pressione sul vuoto del controsoffitto. Si è ancora una volta sfiorata la tragedia, perché insieme al cartone pressato sono cadute anche le lampade, che fortunatamente non hanno colpito nessuno. E&#8217; la terza volta in soli cinque anni che si verifica un crollo nelle scuole di Abbiategrasso.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>(fonti: Repubblica, 16 marzo; Corriere della Sera, 25 marzo)</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>4) AGGIORNAMENTI SULL&#8217;EXPO</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>In attesa della nomina del pidiellino Lucio Stanca, fedelissimo di Berlusconi, ad amministratore delegato e, forse, presidente di Expo 2015 Spa, ci sono da segnalare alcuni nuovi sviluppi relativi all&#8217;evento che incombe su Milano. &#8220;L&#8217;Espresso&#8221; del 26 marzo ripercorre la storia del progetto del maxitunnel che dovrebbe attraversare la città e che è stato inserito in questi giorni nel dossier Expo 2015. Lo ricordiamo: si tratta di un&#8217;opera da 2 miliardi di euro stimati e lunga 14,5 chilometri (dalla sede dell&#8217;Expo a Rho-Pero fino a Linate), proposta dall&#8217;impresa privata Torno (che nel 2007 aveva 54 milioni di passivo, sottolinea l&#8217;Espresso). L&#8217;idea originaria è della giunta del sindaco Gabriele Albertini, che nel 2006, poco prima di lasciare la poltrona, ha dichiarato di pubblico interesse il progetto che in prima istanza era incentrato sulla costruzione di un tunnel dall&#8217;autostrada da Torino fino alla stazione Garibaldi, lungo più o meno la metà di quello previsto oggi. Secondo il settimanale &#8220;il vero sostenitore del progetto è Roberto Formigoni. A rilanciarlo è uno degli assessori comunali [a lui] più vicini, Carlo Masseroli. L&#8217;estate scorsa i suoi uffici diffondono uno studio che cambia radicalmente le carte in tavola. L&#8217;analisi è elaborata da Infrastrutture Lombarde, longa manus di Formigoni per le grandi opere. [...] Del vecchio obbligo di un garante privato, così scomodo per la Torno, non si parla più. Lo studio ribalta infatti l&#8217;idea di un&#8217;opera che si realizza da sola e, al contrario, ipotizza la necessità di un intervento pubblico: 800 milioni di euro (Iva esclusa) nell&#8217;ipotesi più onerosa fra quelle messe nero su bianco, che peraltro non tiene conto dell&#8217;ineluttabile incremento dei costi che sembra accompagnare ogni opera pubblico. Altro aspetto delicato: il nuovo piano concede alla Torno la gestione del tunnel per un periodo lunghissimo: 40 anni nei documenti di Masseroli; 60 anni a dar retta al progetto riportato dalla società stessa sul suo sito&#8221;. Ma chi c&#8217;è dietro alla Torno? Recentemente è entrato a fare parte della società il finanziere Alberto Rigotti che, sempre secondo l&#8217;Espresso, &#8220;ha saputo ritagliarsi una serie di relazioni eccellenti, intessendo rapporti d&#8217;affari con l&#8217;ex presidente dell&#8217;Unipol, Giovanni Consorte, con Stefania Craxi e, soprattutto, con Marcello Dell&#8217;Utri, uno dei collaboratori chiave di Silvio Berlusconi, che l&#8217;ha accompagnato al debutto nell&#8217;editoria quando, nel 2007, il finanziere ha acquistato il quotidiano E Polis&#8221;. Da qualche anno poi Rigotti è entrato nel lucroso mondo delle concessioni pubbliche autostradali. Dietro al progetto del maxitunnel ci sono poi come al solito anche le due grandi banche milanesi, Unicredit e Intesa Sanpaolo: &#8220;Il piano finanziario è al momento oggetto di revisione&#8221;, ha dichiarato Rigotti citato dall&#8217;Espresso. &#8220;Ci stanno lavorando i nostri partner Unicredit e Banca Intesa&#8221;, un intervento evidentemente necessario anche perché, come scrive la Repubblica, &#8220;è del tutto evidente che la cordata Torno non è in grado di sostenere l&#8217;intero peso finanziario dell&#8217;opera&#8221; che riverserà sulla città fino a 150.000 automobili al giorno.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>Intanto la Expo SpA comincia dai licenziamenti. Come scrive Corrado Dragotto sul Giorno, &#8220;andranno tutti a casa i precari di Expo Spa. A causa delle mancata entrata in attività della società di gestione dell&#8217;evento, i 15 lavoratori a tempo determinato alle dipendenze del Comitato di pianificazione &#8216;festeggeranno&#8217; con il mancato rinnovo del loro contratto il &#8216;compleanno&#8217; della vittoria di Milano su Smirne&#8221;. Il Giorno scrive anche di &#8220;voci sempre più insistenti circa una selezione di personale dal forte sentore di spoils system avviata a Roma e volta a riempire 200 caselle vuote&#8221;. Da parte sua Repubblica, in un articolo di Giuseppina Piano, ricorda che entro il 20 aprile 2010 il progetto di Expo dovrà essere &#8220;registrato&#8221; al Bie, il Bureau internazionale che assegna le Esposizioni universali. &#8220;Nel &#8216;master program&#8217; si contava di metterci un anno e mezzo a preparare il dossier di registrazione. Il tempo, a questo punto, andrà quasi dimezzato. [...] Come? Con un &#8216;master program&#8217; che nel frattempo è stato riaggiornato, impietosamente compresso accorciando tutte le fasi. [...] I tabù oggi si chiamano &#8216;Accordo di programma&#8217;, &#8216;Valutazione di impatto ambientale&#8217; e &#8216;Concorsi internazionali di progettazione&#8217;. [...] Bisognerà dimostrare al Bie entro l&#8217;aprile 2010 che Rho-Pero è formalmente nelle disponibilità della società speciale Expo Spa, ma per farlo bisogna chiudere l&#8217;Accordo di programma per le aree, in pratica formalizzare cosa farci prima ma soprattutto dopo il 2015. La procedura richiede 346 giorni, si arriverà dunque più che pericolosamente a ridosso del time out del 30 aprile 2010. La trattativa doveva partire il 15 ottobre ma finora non si è andati oltre l&#8217;atto formale di apertura&#8221;. Giuseppina Piano ricorda poi che &#8220;l&#8217;Expo non è solo un grande business per chi oggi ha aree agricole e domani le riceverà indietro costruibili e infrastrutturate (il loro valore potrebbe salire di qualcosa come 600 milioni di euro, dice una stima non ufficiale), bisognerà inventarsi e far accettare ai privati che dopo il 2015 resti anche una funzione pubblica&#8221;. Intanto si è costituito un &#8220;Forum civico sull&#8217;Expo&#8221; chiesto da una parte dell&#8217;opposizione nel consiglio comunale di Milano. Letizia Moratti invece di restarne contraddetta, ne gioisce, e a ragione: ogni iniziativa civica a sostegno dell&#8217;Expo sarà un utile paravento per gli sperperi e il saccheggio del territorio che un evento insensato e controproducente come l&#8217;Expo inevitabilmente genera, con o senza Forum civici.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>(fonti: L&#8217;Espresso, 26 marzo 2009; Il Giorno, 28 marzo; Repubblica, 29 marzo; Corriere della Sera, 27 marzo)</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>5) &#8220;CATTEDRALI NEL DESERTO&#8221;: DOPO MALPENSA ARRIVA MONTICHIARI</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>Non bastavano i grattacapi di Malpensa e Linate prima e dopo la privatizzazione di Alitalia, ora si apre anche il capitolo del D&#8217;Annunzio di Montichiari, il miniaeroporto di Brescia che si vuole portare in concorrenza con i due aeroporti milanesi e con quello di Orio al Serio. Lo scalo bresciano è di proprietà dell&#8217;aeroporto Valerio Catullo di Verona e a Brescia si è aperta la battaglia per &#8220;conquistarlo&#8221;. La cordata formata da Provincia, Comune e Camera di Commercio di Brescia ha messo sul piatto 40 milioni di euro per acquistarlo, ma i veronesi nicchiano e il presidente della Provincia scaligera, Elio Mosele, ha definito l&#8217;operazione dei bresciani addirittura &#8220;una dichiarazione di guerra&#8221;. I soldi però non puzzano mai e quindi, guerra o non guerra, le due parti comunque si siederanno al tavolo per cominciare a parlare di un piano di sviluppo congiunto da 230 milioni di euro. E intanto si stanno per inaugurare nuovi voli da Brescia per Alghero, Roma, Napoli e Catania. Si aggiunge così un tassello al mosaico della concorrenza priva di regole tra gli aeroporti lombardi, e tra questi e Trenitalia, che finora ha causato solo e unicamente disastri in regione e in Italia.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>(fonti: Corriere della Sera, 21 marzo e 24 marzo)</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>6) LA LEGA NON PARLA IL DIALETTO, MA CI COSTA 280.000 EURO</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>Era stato inaugurato nel 2003 in grande pompa da Umberto Bossi in persona, grazie a un finanziamento di 280.000 euro messo a disposizione dallo stato e con locali forniti gratuitamente dal comune di Busto Arsizio. Sei anni dopo il Centro di documentazione dei dialetti è null&#8217;altro che un fantasma, come racconta il Corriere della Sera. I locali in una dependance del municipio di Busto, che ospita tra gli altri anche il distaccamento locale dell&#8217;Università dell&#8217;Insubria, sono vuoti, la biblioteca del centro è sprangata (chissà se contiene effettivamente dei volumi?) e vuoti sono gli uffici della segreteria e del presidente del centro, l&#8217;ex sindaco leghista Gianfranco Tosi. Confermano le impiegate che lavorano nel municipio: &#8220;Qui non vediamo mai nessuno. Gli orari di apertura? Non siamo in grado di dare questo tipo di informazioni, non le sappiamo nemmeno noi&#8221;. Eppure il centro, come scrive il Corriere, &#8220;era nato con ben altre ambizioni: presidente onorario Umberto Bossi e distacco di tre impiegate comunali che aveva fatto sobbalzare l&#8217;opposizione. [...] Nel 2005 lo Stato aveva finanziato il centro bustese con una elargizione di 280.000 euro&#8221;. Insomma, i soldi dei contribuenti sono stati buttati via per una pura operazione di propaganda leghista.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>(fonte: Corriere della Sera, 25 marzo)</span></p>
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