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	<title>Milano Internazionale &#187; Cinema</title>
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		<title>Milano Internazionale &#187; Cinema</title>
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		<title>Cinema a Milano /3 – “I Cannibali”</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Oct 2009 13:47:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milanointernazionale</dc:creator>
				<category><![CDATA[=>   Storia, cultura, luoghi]]></category>
		<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Liliana Cavani]]></category>
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		<description><![CDATA[Recensione del film I cannibali (1969, Liliana Cavani, 87 minuti) (a cura di Alberto Busi) Questo film della Cavani si presenta come un racconto originale e surreale (ricalcando in chiave postmoderna la tragedia di Antigone) sulle possibili degenerazioni e derive dell’esercizio del potere che ha il pregio, nonostante sia stato girato 40 anni fa, di [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&#038;blog=7100082&#038;post=816&#038;subd=milanointernazionale&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family:Times New Roman;font-size:small;">Recensione del film <em><strong>I cannibali</strong></em> (1969, Liliana Cavani, 87 minuti)</span></p>
<p><span style="font-family:Times New Roman;font-size:small;">(a cura di Alberto Busi)</span></p>
<p><span id="more-816"></span></p>
<p>Questo film della Cavani si presenta come un racconto originale e surreale (ricalcando in chiave postmoderna la tragedia di Antigone) sulle possibili degenerazioni e derive dell’esercizio del potere che ha il pregio, nonostante sia stato girato 40 anni fa, di apparire ai nostri occhi, e a quello che ahimè di questi tempi si sono abituati a subire, come particolarmente esemplare. Una Milano preda di una dittatura che sembra richiamare quella descritta da Orwell in “1984”, è tappezzata di cadaveri di ribelli che il regime vieta di toccare, un tema che, seppure non esplicitamente, si riallaccia alle pagine durissime di &#8220;Uomini e no&#8221; in cui Elio Vittorini descrive la Milano del 1945 disseminata di cadaveri di partigiani. Il divieto in più lingue occupa i muri di tutta la città. I cadaveri devono rimanere dove sono. Devono essere d’esempio a chi pensa di sfidare il regime. Antigone, una giovane donna milanese, progetta di spostare il cadavere del fratello (ribelle) ucciso e di dargli degna sepoltura. Ci riesce con l’aiuto di Tiresia, un giovane che parla una lingua misteriosa e incomprensibile e disegna pesci sui muri. Dopo essere riusciti a spostare, infrangendo il divieto del regime, e a seppellire diversi cadaveri di ribelli i due vengono incarcerati e sottoposti a feroci torture. Tiresia, dopo essere stato confinato in una sorta di carcere psichiatrico, riesce finalmente a uscire. Non si consola. Il suo scopo principale diventa quello di trovare Antigone. Così ferma tutti i passanti e chiede loro, mostrandone una foto, se hanno visto o incontrato la giovane donna.  La trova solo nel momento in cui la polizia sta eseguendo la sua sentenza di morte. Il finale non può che essere tragico: i due muoiono uccisi entrambi sotto i colpi della milizia.   Magistrale, verso la fine del film, il dialogo in cui i “gerarchi” della dittatura, davanti a un’Antigone muta e distrutta psicologicamente e fisicamente dalla detenzione e dalle torture, filosofeggiano sulla natura del potere. Da sottolineare Gianni Amelio nel ruolo di aiuto regista, Tomas Milian nei panni del fidanzato di Antigone e le splendide musiche di Morricone.</p>
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		<title>Cinema a Milano /2 &#8211; &#8220;Teorema&#8221;</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Oct 2009 16:01:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milanointernazionale</dc:creator>
				<category><![CDATA[=>   Storia, cultura, luoghi]]></category>
		<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[Pier Paolo Pasolini]]></category>

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		<description><![CDATA[Recensione del film Teorema (1968, Pier Paolo Pasolini, 98 minuti) (a cura di Andrea Ferrario) Oltre a essere uno dei film simbolo del 1968, &#8220;Teorema&#8221; di Pasolini è anche una dissacrante parabola sulla borghesia e un film lucidamente milanese. Il film prende avvio dalla situazione paradossale di un padrone che regala la sua megafabbrica agli [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&#038;blog=7100082&#038;post=804&#038;subd=milanointernazionale&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Recensione del film <strong><em>Teorema</em></strong> (1968, Pier Paolo Pasolini, 98 minuti)</p>
<p>(a cura di Andrea Ferrario)</p>
<p><span id="more-804"></span></p>
<p>Oltre a essere uno dei film simbolo del 1968, &#8220;Teorema&#8221; di Pasolini è anche una dissacrante parabola sulla borghesia e un film lucidamente milanese. Il film prende avvio dalla situazione paradossale di un padrone che regala la sua megafabbrica agli operai e si svolge poi con un lungo flash back con cui si ripercorrono gli eventi che lo hanno portato a questa decisione. Nella lussuosa villa del padrone Paolo (Massimo Girotti) giunge un ospite bello e taciturno (Terence Stamp), che i protagonisti del film evidentemente conoscono, ma di cui lo spettatore non saprà nulla dall&#8217;inizio alla fine del film. La sua irruzione nella famiglia tipicamente borghese del padrone porta allo sconvolgimento dei singoli membri. Il misterioso ospite fa l&#8217;amore prima con la domestica Emilia, poi con il figlio Pietro, la moglie Lucia (Silvana Mangano), la figlia Odetta e, infine, con lo stesso Paolo. La gabbia borghese che racchiudeva la famiglia si infrange: Emilia diventa una santa che levita nell&#8217;aria, Pietro si dà alla pittura d&#8217;avanguardia, Odetta diventa pazza, Lucia si dà al sesso con giovani ragazzi e Paolo si incammina nudo verso l&#8217;ignoto con un grido di terrore.</p>
<p>La Milano che compare nella prima parte del film è quella canonicamente borghese: dal Liceo Parini di via Goito, ai dintorni di via XX Settembre e ai giardini della Guastalla, fino alla lussuosa villa di San Siro, recintata e chiusa da un imponente cancello. Quest&#8217;ultima è il luogo principale dell&#8217;azione di &#8220;Teorema&#8221; e Pasolini la descrive molto efficacemente con alcune semplici inquadrature: il giardino con un verde e un silenzio che a Milano solo i grandi borghesi si possono comprare, gli interni padronali lussuosi ma rigidamente sobri, la cucina enorme e gelidamente azzurrina in cui è confinata la domestica Emilia, la deserta strada antistante. Con l&#8217;arrivo del misterioso ospite nel film irrompe però un&#8217;altra Milano. Prima la campagna piatta a sud della città, con i suoi canali, i suoi filari di pioppi e i campi coltivati. Poi la cascina tipicamente lombarda in cui torna Emilia già in odore di santità, e di seguito l&#8217;attico da artisti in una casa di ringhiera in cui si rifugia Pietro, i borghi popolari e i caseggiati anonimi delle peregrinazioni ninfomani di Lucia (significativo in particolare lo sguardo esterrefatto e incredulo di Silvana Mangano all&#8217;uscita dalla casa di un suo amante su alcuni scorci di una Milano popolare e informe che probabilmente non aveva mai visto prima). L&#8217;ultima scena milanese è quella notissima di Paolo che nei grandi spazi interni della Stazione Centrale (il grande nodo del sistema di trasporti da cui transitano l&#8217;uno accanto all&#8217;altro tutti, dai borghesi ai proletari immigrati) si spoglia completamente nudo per dirigersi verso il proprio urlo disperato che chiuderà il film. La metropoli lombarda è quindi a tutti gli effetti una protagonista di &#8220;Teorema&#8221;, alla pari del misterioso ospite e dei membri della rigida famiglia borghese.</p>
<p>Un&#8217;ultima annotazione, che è d&#8217;obbligo in era di barbarie culturale leghista: Pasolini, che oltre a scrittore e regista, di professione era anche immigrato, prima in Friuli e poi a Roma, e che di quella che i leghisti chiamano volgarmente &#8220;Roma ladrona&#8221; è stato uno dei più profondi conoscitori e più partecipi abitanti, è riuscito a dipingere come nessun altro alcuni dei lati più intimi di Milano. &#8220;Teorema&#8221; dimostra quindi tra le altre cose che la milanesità autentica è un patrimonio aperto a tutti, e che vive anche del contributo di chi viene da fuori.</p>
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		<title>Non mi sento italiano&#8230;</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Sep 2009 19:08:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milanointernazionale</dc:creator>
				<category><![CDATA[=>   Notizie e approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[Cinema]]></category>
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		<category><![CDATA[Propaganda ideologica]]></category>
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		<description><![CDATA[Il caso orwelliano del Liceo Manzoni di Milano, dove un professore che volontariamente organizza un interessante cineforum per gli studenti è entrato nel mirino di una parlamentare Pdl perché ha intitolato la rassegna con il nome di un monologo di Giorgio Gaber: &#8220;Non mi sento italiano&#8221;. Il tutto in seguito a un articolo di Repubblica [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&#038;blog=7100082&#038;post=795&#038;subd=milanointernazionale&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Il caso orwelliano del Liceo Manzoni di Milano, dove un professore che volontariamente organizza un interessante cineforum per gli studenti è entrato nel mirino di una parlamentare Pdl perché ha intitolato la rassegna con il nome di un monologo di Giorgio Gaber: &#8220;Non mi sento italiano&#8221;. Il tutto in seguito a un articolo di Repubblica la cui strana tempistica lascia allibiti.</strong></p>
<p><span id="more-795"></span></p>
<p>È passata solo una manciata di giorni dall&#8217;inizio delle lezioni, e anche la scuola precipita nell&#8217;atmosfera orwelliana della volgare propaganda ideologica che sta sempre più colpendo Milano e l&#8217;Italia. Lo scandalo scoppiato nei giorni scorsi a Liceo Classico Manzoni di Milano ha a tale proposito letteralmente dell&#8217;incredibile: ne riassumiamo gli elementi principali qui di seguito, accompagnandoli con alcuni commenti. Da alcuni anni un professore del liceo organizza di propria iniziativa, presso la scuola stessa, dei cicli pomeridiani di film a tema, facendoli seguire da un commento e da un dibattito. Un&#8217;iniziativa solo e unicamente encomiabile, perché è uno stimolo alla riflessione dei ragazzi e li avvicina a un&#8217;arte cinematografica altrimenti totalmente assente dall&#8217;insegnamento, mettendola tra l&#8217;altro in collegamento con altre materie. E la validità dell&#8217;iniziativa dell&#8217;insegnante è confermata dall&#8217;assidua presenza degli studenti alle proiezioni pomeridiane, nonostante la loro frequenza sia del tutto libera e facoltativa. Quest&#8217;anno per il ciclo a tema il professore ha scelto il titolo &#8220;Non mi sento italiano (ma per fortuna o purtroppo lo sono)&#8221;, il nome di un monologo del milanese Giorgio Gaber, individuato come ideale per una rassegna mirata a &#8220;favorire la riflessione su alcuni atteggiamenti tanto diffusi e radicati nella nostra penisola da diventare parte integrante dell&#8217; identità nazionale&#8221;. Nell&#8217;ambito del cineforum verranno proiettati classici del cinema italiano come &#8220;Il sorpasso&#8221; di Dino Risi, &#8220;La grande guerra&#8221; di Mario Monicelli e &#8220;Gomorra&#8221; di Matteo Garrone. Ma il 19 settembre la pagina milanese di Repubblica è uscita con <a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2009/09/19/non-mi-sento-italiano-bufera-sul-cineforum.html" target="_blank">un inatteso articolo, scritto da Franco Vanni,</a> in cui si dice che il titolo &#8220;Non mi sento italiano&#8221; [l'autore però omette di citare il sottotitolo "(ma per fortuna o purtroppo lo sono)"] è &#8220;una provocazione che ha diviso gli studenti&#8221; e si riferisce che ora se ne occuperà il ministro Gelmini, &#8220;a cui la deputata del Pdl Paola Frassinetti annuncia che presenterà un&#8217;interrogazione&#8221;. L&#8217;interessamento della parlamentare del Pdl, scrive Vanni, &#8220;arriva dopo le proteste di alcuni ragazzi [in realtà Vanni ne cita solo uno - N.d.R.] che considerano «offensivo per l&#8217; Italia» il nome della rassegna&#8221;. Ecco la allucinante dichiarazione rilasciata a Repubblica da Frassinetti: &#8220;È una provocazione diseducativa, il fatto è grave e presenterò un&#8217; interrogazione al ministro. Se si vuole diffondere il senso civico, la cosa peggiore che si possa fare è svilire il valore dell&#8217;amore per la patria&#8221;. Cosa c&#8217;entra l&#8217;&#8221;amor di patria&#8221;? E di quale senso civico si farnetica? E&#8217; un preludio alla messa all&#8217;indice di Risi, Monicelli, Garrone perché poco &#8220;patriotici&#8221;? Agli studenti verrà vietato di ascoltare Gaber? Ma non è tutto. L&#8217;autore dell&#8217;articolo insiste nel dare l&#8217;immagine di una &#8220;scuola divisa&#8221; e scrive che, &#8220;dopo avere letto il titolo shock sul sito Internet della scuola, Marco, iscritto al secondo anno «decisamente di sinistra», sbotta: «Sono appena morti i nostri soldati in Afghanistan e lo hanno fatto per l&#8217; Italia. La citazione di Gaber non la capisce nessuno, fossi il preside io quel titolo lo avrei cambiato al volo»&#8221;. Nell&#8217;articolo si cita poi il parere di segno contrario di una studentessa dello stesso liceo. Il nome Marco probabilmente è di fantasia perché, e questo è il primo particolare sconcertante della faccenda, al Manzoni prima dell&#8217;articolo di Franco Vanni nessuno aveva avuto da ridire pubblicamente sul titolo della rassegna cinematografica. Non è affatto vero che la scuola era divisa, semplicemente perché la polemica è iniziata solo ed esclusivamente dopo la pubblicazione dell&#8217;articolo di Vanni. E che la scuola ancora oggi non sia affatto divisa lo conferma il fatto che, a seguito del polverone artificiosamente sollevato dall&#8217;articolo della Repubblica, alcuni studenti hanno organizzato una raccolta di firme a favore della regolare tenuta del cineforum con il titolo originale &#8220;Non mi sento italiano&#8221;, ottenendo il sostegno attivo della schiacciante maggioranza di circa 600 studenti sugli 850 che frequentano la scuola (i rimanenti, va sottolineato, non si sono pronunciati contro, ma si sono solo astenuti dal firmare, o magari non sono nemmeno stati raggiunti dalla richiesta di firma): il quotidiano milanese nei giorni successivi non ha riportato questa notizia. Si pongono poi alcune fondamentali domande. Come mai, pur non essendo in atto nella scuola alcuna polemica, il deputato Pdl Frassinetti era a conoscenza del titolo della rassegna e già pronta a dichiarare alla Repubblica l&#8217;intenzione di fare un&#8217;interrogazione al ministro Gelmini? Queste circostanze fanno sorgere il dubbio che le cose siano andate ben diversamente, per esempio che il fantomatico &#8220;Marco&#8221; abbia semplicemente riferito del titolo della rassegna a un parente o conoscente adulto attivo nel mondo del giornalismo o della politica, il quale ha deciso di utilizzare l&#8217;informazione per un&#8217;indegna montatura politica. Tra l&#8217;altro le parole e i concetti di &#8220;Marco&#8221; citati da Repubblica appaiono ben poco consoni a un ragazzino di 15 anni, indipendentemente dalle sue idee politiche, e suonano più come quelle di un adulto uso agli effetti giornalistici o alle manovre politiche (il nesso con i soldati italiani uccisi in Afghanistan, l&#8217;invito indiretto al preside a cambiare il titolo della rassegna). L&#8217;impressione è quindi quella che si tratti di una polemica montata ad arte esclusivamente per bassi fini politici. C&#8217;è da chiedersi poi perché lo studente, se esiste veramente, non si sia fatto avanti pubblicamente, visto che il Liceo Manzoni è noto in città per la sua atmosfera di civile dibattito e visto anche che le sue idee trovano, come è stato dimostrato poi dalla posizione del deputato Pdl, ampio sostegno ai massimi vertici del potere. In realtà uno dei particolari più diseducativi della vicenda è proprio che incoraggia chi invece di scegliere il dibattito pubblico opta per la boutade di fronte ai giornalisti, o ancora peggio per la denuncia anonima (ancora oggi gli studenti del Manzoni non hanno la minima idea di chi possa essere questo presunto loro collega Marco). Probabilmente da oggi al Manzoni ci saranno alcuni studenti che &#8220;non si sentono italiani&#8221;, non nel senso ironicamente provocatorio ma positivo del titolo del cineforum, ma in quello deprimente e oppressivo di chi italiano è a tutti gli effetti, ma è preso di mira nel proprio civile convivere da connazionali potenti e dalla voce pesante. Ma non si tratta solo di un grave caso di maleducazione da parte degli adulti nei confronti dei giovani, bensì anche di un preoccupante caso di sfruttamento degli studenti per una campagna ideologica di bassa lega e a chiarissimi fini politici, di un tentativo di dividerli tra di loro e di creare divisioni tra gli studenti stessi, i loro professori e il dirigente scolastico. Ed è anche una chiara intimidazione: ogni volta che farete un&#8217;iniziativa autonoma, state attenti che potrete essere sempre colpiti, anche senza alcuna motivazione fondata. L&#8217;articolo di Repubblica lascia poi allibiti: sembra scritto da un reporter che si è recato al Manzoni in seguito a una polemica scoppiata nella scuola, ma non è così, non c&#8217;era nessuna polemica in atto e quindi non si capisce cosa abbia spinto Vanni a scrivere l&#8217;articolo, né tantomeno si capisce come mai il deputato Pdl avesse già la dichiarazione pronta. Ma aspettarsi una spiegazione evidentemente è troppo: il caso è stato creato, che se la sbrighino insegnanti, studenti e preside.</p>
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		<title>Cinema a Milano /1 &#8211; &#8220;Milano nera&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Sep 2009 15:40:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milanointernazionale</dc:creator>
				<category><![CDATA[=>   Storia, cultura, luoghi]]></category>
		<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[Pier Paolo Pasolini]]></category>

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		<description><![CDATA[Recensione del film Milano nera (1961, Gian Rocco e Pietro Serpi, 84 minuti) da una sceneggiatura di Pier Paolo Pasolini (a cura di Alberto Busi). Fine anni Cinquanta. Una banda di cinque teddy boys (scapestrati piccolo borghesi come diceva la vulgata dell’epoca), la notte di Capodanno scorrazzando, con motociclette e auto rubate, per una Milano [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&#038;blog=7100082&#038;post=756&#038;subd=milanointernazionale&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Recensione del film <em><strong>Milano nera</strong></em> (1961, Gian Rocco e Pietro Serpi, 84 minuti)<br />
da una sceneggiatura di Pier Paolo Pasolini (a cura di Alberto Busi).</p>
<p><span id="more-756"></span>Fine anni Cinquanta. Una banda di cinque <em>teddy boys </em>(scapestrati piccolo borghesi come diceva la vulgata dell’epoca<em>),</em> la notte di Capodanno scorrazzando, con motociclette e auto rubate, per una Milano in via di ricostruzione (le macerie infatti sono una costante nel film) costellata da grattacieli, fabbriche, grandi insegne luminose, al ritmo della musica di Fidenco e Celentano, salutano l’anno nuovo in modo del tutto particolare.<br />
Molestano una coppietta sorpresa in macchina a far l&#8217;amore. Rubano i gioielli che addobbano la statua di una madonna in una chiesa fuori porta, per poi regalarli a una passante. Umiliano e deridono un amico che fa il maggiordomo in una villa di signori, colpevole solamente di averli rimpinzati di polenta. Rapiscono tre ragazze perbene che costringono, ubriacandole, a partecipare a un&#8217;orgia improvvisata lì per lì. Spogliano e riempono di botte un omosessuale di passaggio. Infine, il fratellino del loro capo, credendo di aver ucciso a pistolettate uno di loro e di dover quindi finire in galera, scappa e correndo come un pazzo intorno allo stadio di San Siro in un’alba nebbiosa che solo Milano sa regalare, muore travolto da un’auto sportiva.</p>
<p>Il film, nonostante la celebre collaborazione alla sceneggiatura, è rimasto quasi misconosciuto. Uscì nelle sale nel 1964 e dopo qualche giorno come una meteora venne subito ritirato scontrandosi con l’incomprensione del pubblico e della critica.</p>
<p>Emozionante la poetica delle periferie milanesi dell’epoca, tratto indelebile di chiara marca pasoliniana, che domina lungo tutto il film.</p>
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