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	<title>Milano Internazionale &#187; Crisi</title>
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		<title>Milano Internazionale &#187; Crisi</title>
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		<title>Il Duomo in faccia</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Dec 2009 09:47:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milanointernazionale</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;aggressione milanese contro Berlusconi si è verificata in un momento in cui è evidentemente in profonda crisi tutto il sistema di cui il premier non è altro che la faccia, un sistema che in Italia ha come centro economico, finanziario e politico proprio Milano. Non si può fare a meno di constatarlo: bisogna proprio fare [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&amp;blog=7100082&amp;post=886&amp;subd=milanointernazionale&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>L&#8217;aggressione milanese contro Berlusconi si è verificata in un momento in cui è evidentemente in profonda crisi tutto il sistema di cui il premier non è altro che la faccia, un sistema che in Italia ha come centro economico, finanziario e politico proprio Milano.</strong></p>
<p><span id="more-886"></span></p>
<p>Non si può fare a meno di constatarlo: bisogna proprio fare un enorme sforzo per ritenere una pura coincidenza il fatto che la faccia di Silvio Berlusconi sia stata sfregiata proprio da una statuetta del Duomo di Milano, per giunta nella stessa piazza della cattedrale meneghina e, come se non bastasse, a quarant&#8217;anni esatti dai quattro giorni che hanno segnato per sempre la città, quelli che vanno dalla strage di Piazza Fontana (anche lei a due passi dal luogo del lancio del Duomo) all&#8217;uccisione di Giuseppe Pinelli. L&#8217;aggressione contro Berlusconi, con tutte le sue conseguenze politiche, non solo è giunta al culmine delle divisioni interne alla maggioranza e delle tensioni conseguenti alle strategie ad personam del premier, come hanno rilevato tutti, ma si è verificata anche in un momento in cui è evidentemente in profonda crisi tutto il sistema di cui Berlusconi non è altro che la faccia, un sistema che in Italia ha come centro economico, finanziario e politico proprio Milano. Anche quaranta anni fa il sistema milanese e italiano era in profonda crisi, e oggi va rilevato che la strategia della tensione inaugurata con la strage di Piazza Fontana ha aperto la strada per giungere là dove ora ci troviamo, cioè nel trionfo politico della borghesia e del capitale milanese o nordico, che ha come contropartita un mare di miseria non solo ideologica e politica, ma anche economica e sociale. La presa fattasi ormai quasi assoluta sul potere politico, ottenuta grazie anche a un&#8217;opposizione non solo connivente, ma pressoché identicamente schierata sulla linea del capitale e della borghesia, è tuttavia assai meno sicura in questo momento sul piano economico e su quello sociale. Se la ripuliamo dallo strato di rassicurante polvere ideologica che la ricopre, la crisi economica in atto mostra tutto il suo carattere sistemico. I vertici del potere lo sanno, da qui in avanti non si potrà più continuare come in passato, da una crisi epocale come questa si può uscire solo con nuove soluzioni e nuovi modelli, che però nessuno riesce ancora a intravedere. In realtà la borghesia italiana, che è poi essenzialmente milanese o settentrionale, non è capace nemmeno lontanamente di immaginarsi un sistema che non sia basato sui tre pilastri fondamentali che la hanno sostenuta finora: rapina della ricchezza pubblica, bolla finanziaria e immobiliare, repressione sociale. Il grande timore è che, avendo i primi due ormai toccato i limiti oltre ai quali si va al collasso del sistema, si decida di puntare tutto sul terzo. In realtà in questo momento il potere economico e politico sta ancora cercando di puntare sul secondo pilastro, quello della bolla finanziaria e immobiliare, come abbiamo ampiamente documentato in Milano Internazionale. Ma si tratta di una mossa disperata e probabilmente se ne rendono conto molti degli stessi protagonisti. E&#8217; pertanto particolarmente preoccupante constatare che sono purtroppo molti, troppi, i segnali che parlano di una grande voglia di spingere nettamente l&#8217;acceleratore sulla repressione, come tra l&#8217;altro è stato confermato dal dopo-aggressione a Berlusconi.</p>
<p>Di ondata repressiva abbiamo già parlato nel nostro articolo <a href="http://milanointernazionale.it/2009/11/22/a-scuola-di-manganello/" target="_blank">A scuola di manganello</a>, riferendo di arresti e manganellate contro studenti e giovani attivisti milanesi. Il giorno dell&#8217;anniversario di Piazza Fontana è stato un nuovo capitolo, con la decisione apertamente provocatoria di impedire l&#8217;accesso alla piazza e la giustificata reazione delle migliaia di persone che volevano manifestarvi: una valanga di fischi e urla contro chi, come Roberto Formigoni e Letizia Moratti, non avrebbe dovuto essere su quel palco per semplici motivi di buon gusto. Per l&#8217;occasione il Corriere della Sera, come già in occasione dei violenti interventi della polizia contro gli studenti, è passato all&#8217;attacco con un vocabolario di estrema pesantezza. In un commento, Giangiacomo Schiavi parla di una &#8220;contestazione incivile che [...] offre nuovi alibi a chi non accetta un percorso di pacificazione&#8221; (si noti l&#8217;uso sintomatico del verbo &#8220;accettare&#8221;, che suona molto intimidatorio in questo contesto). &#8220;Contestare è un diritto, ma così può diventare una barbarie. E di barbarie bisogna parlare&#8221;, continua Schiavi, per cui i fischi sono barbarie, mentre la decisione di impedire l&#8217;accesso alla piazza e di schierare in modo massiccio la polizia è solo un involontario &#8220;disguido organizzativo&#8221;. E poi ancora: &#8220;slogan bellicosi&#8221;, &#8220;rigurgito sessantottino&#8221; e &#8220;chi cerca nello scontro una qualche forma di legittimizzazione&#8221;, mentre alla fine del pezzo Schiavi è assolutamente certo che Calabresi è stato &#8220;assassinato da un commando di Lotta Continua&#8221; mentre per Pinelli parla vagamente di &#8220;morte in questura&#8221;. Ma quello che più colpisce dell&#8217;articolo è il continuo richiamo alla pacificazione, all&#8217;unità, alla condivisione, del tutto fuori luogo nel caso di una strage come quella di Piazza Fontana e della ancora oggi impunita strategia della tensione (va detto che c&#8217;è stato, anche se del tutto isolato, chi ha espresso sulle pagine del Corriere posizioni radicalmente diverse, come Luigi Ferrarella il 12 dicembre). E&#8217; un ritornello che il Corriere della Sera va ripetendo da lunghi mesi, attraverso la massiccia e ossessiva pubblicazione di editoriali che vede in prima fila i mandarini più quotati come Panebianco, Galli della Loggia, Romano. E&#8217; la linea annunciata da Ferruccio De Bortoli già nel suo editoriale di inaugurazione, una linea che vuole la pace sociale a ogni costo, la &#8220;eguale responsabilità di tutti&#8221; per i problemi del paese: di fronte a quanto sta succedendo, equivale a uno schieramento netto e inequivocabile a favore delle politiche devastanti messe in atto dalla borghesia milanese negli ultimi decenni. E vale la pena di ricordare che anche i fascisti hanno cominciato la loro ascesa al potere promettendo la pace sociale nei confronti degli &#8220;incivili&#8221; che non &#8220;accettavano la pacificazione&#8221;, e lo hanno fatto partendo proprio da Milano. Certo, oggi c&#8217;è in più una vena di grottesco, perché a differenza di allora al momento non vi sono certo forze di massa o rivoluzionarie che minacciano il regime.</p>
<p>Di cosa ha paura allora il potere? Ma di se stesso, naturalmente! Ha paura della propria mancanza di prospettive e della propria incapacità costitutiva di risolvere la crisi in atto. La faccia sanguinante e spaventata di Berlusconi è la faccia di questo regime, e la sua esibizione subito dopo l&#8217;aggressione non è un atto di coraggio, ma piuttosto il porci davanti agli occhi l&#8217;agghiacciante specchio di ciò che si può attendere chi la crisi la sta pagando o è destinato a pagarla in futuro, o chi dovesse decidere di lottare per difendere il proprio lavoro, i propri diritti e la propria libertà. In realtà per capire quello che sta succedendo bisogna andare oltre la faccia di Berlusconi per vedere cosa c&#8217;è dietro: un sistema capitalista che in questo momento si sta arenando nel fango, con le banche e il sistema del credito in panne, un&#8217;industria che si sta fermando, un settore immobiliare che deve ancora smaltire miliardi di euro &#8220;falsi&#8221;, un sistema sociale sempre più inefficace e corrotto, e la repressione come unico antidoto efficace. Dietro la faccia di Berlusconi, insomma, c&#8217;è la Milano di oggi.</p>
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		<title>Diario della crisi in Lombardia, 17 novembre</title>
		<link>http://milanointernazionale.it/2009/11/17/diario-della-crisi-in-lombardia-17-novembre/</link>
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		<pubDate>Tue, 17 Nov 2009 08:55:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milanointernazionale</dc:creator>
				<category><![CDATA[=>   Notizie e approfondimenti]]></category>
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		<description><![CDATA[I trend del periodo: Aziende sempre più a fondo, lavoratori sempre più arrabbiati &#8211; La situazione provincia per provincia, dai dati generali alle singole crisi aziendali (periodo coperto: dal 12 settembre al 1 novembre) SOMMARIO I trend del periodo: Aziende sempre più a fondo, lavoratori sempre più arrabbiati - LOMBARDIA IN GENERALE - MILANO - [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&amp;blog=7100082&amp;post=855&amp;subd=milanointernazionale&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>I trend del periodo: Aziende sempre più a fondo, lavoratori sempre più arrabbiati</strong><strong> &#8211; </strong><strong>La situazione provincia per provincia, dai dati generali alle singole crisi aziendali</strong><strong> (periodo coperto: dal 12 settembre al 1 novembre)</strong></p>
<p><strong><span id="more-855"></span></strong></p>
<p>SOMMARIO</p>
<p><a href="#sezione1">I trend del periodo: Aziende sempre più a fondo, lavoratori sempre più arrabbiati<br />
</a></p>
<p><a href="#sezione2">- LOMBARDIA IN GENERALE</a></p>
<p><a href="#sezione3">- MILANO</a></p>
<p><a href="#sezione4">- MONZA-BRIANZA</a></p>
<p><a href="#sezione5">- VARESE</a></p>
<p><a href="#sezione6">- COMO</a></p>
<p><a href="#sezione7">- LECCO-SONDRIO</a></p>
<p><a href="#sezione8">- BERGAMO</a></p>
<p><a href="#sezione9">- BRESCIA</a></p>
<p><a href="#sezione10">- PAVIA</a></p>
<p><a href="#sezione11">- LODI</a></p>
<p><a href="#sezione12">- CREMONA</a></p>
<p><a href="#sezione13">- MANTOVA</a></p>
<p><a name="sezione1">I trend del periodo: Aziende sempre più a fondo, lavoratori sempre più arrabbiati </a><br />
&#8220;L&#8217;importante è non uscire da questa storia morti. Se ne usciamo feriti, anche gravemente, è già un buon risultato&#8221;: sono le parole di uno dei 25 lavoratori della Ercole Marelli di Sesto San Giovanni occupata da agosto e riassumono perfettamente la situazione della crisi lombarda nel periodo coperto da questo numero del nostro Diario (12 settembre-1 novembre). Finita l&#8217;estate è arrivata, come si temeva, una grande ondata di licenziamenti, fallimenti e cassa integrazione straordinaria per crisi strutturale, tanto che ormai, a differenza dei mesi precedenti, i giornali locali lombardi non segnalano quasi più i casi, comunque numerosi, di avvio della cassa integrazione ordinaria. E&#8217; significativo che nel periodo in esame abbiano chiuso o siano entrati in profonda crisi alcuni nomi e marchi di portata storica o con diverse centinaia di dipendenti che operano in regione: si va dalla Tenaris Dalmine nella bergamasca, all&#8217;Alfa Romeo, alla Marelli e all&#8217;Agile-Eutelia (ex Olivetti) nel milanese, alla Ibici, alla Malerba e alla Whirlpool nel varesotto, alla Ideal Standard a Brescia, per citarne solo alcuni. Governo e stampa nazionale danno ormai per scontata, o addirittura già iniziata, l&#8217;uscita dalla crisi, citando qualche dato isolato dal contesto o magari di carattere solo previsionale, e sorvolando sul fatto che i timidi e limitati miglioramenti di alcuni indici sono con ogni probabilità frutto di una bolla forse ancora peggiore di quella che ci ha fatto fin qui precipitare. Ma uno sguardo sul territorio fa capire a chiare lettere non solo che la crisi perdura, ma che oltretutto sta pesantemente peggiorando. Lo ha confermato tra l&#8217;altro nei giorni scorsi il dato sul pesante ulteriore calo della produzione in settembre a livello nazionale (-5,3% su agosto, -4% sul secondo trimestre 2009, -15,7% su base annua) e lo confermano molti altri dati che citiamo più sotto. Dalla seconda metà di settembre e fino a oggi è chiaramente in atto una dinamica di peggioramento della crisi, ma attenzione ai prossimi dati anno su anno che verranno sicuramente citati dall&#8217;establishment a conferma di una &#8220;ulteriore ripresa&#8221;: non bisogna dimenticare che un anno fa eravamo già in profonda crisi e quindi da settembre in poi un raffronto anno su anno che dia come esito percentuali di calo, ferme o solo in leggerio miglioramento non starà affatto a indicare una dinamica di miglioramento nei valori assoluti (per es. il -15,7% su base annua registrato a settembre dalla produzione non rappresenta un miglioramento apprezzabile in termini assoluti rispetto alle percentuali di circa -20% anno su anno della primavera scorsa). Tra gli altri sviluppi particolarmente preoccupanti c&#8217;è quello dell&#8217;aumento dei casi in cui ai dipendenti di aziende in crisi o in cassa non vengono corrisposti gli stipendi, segnale di un aggravarsi del problema della mancanza di luquidità, e ci sono stati addirittura alcuni casi in cui sono stati gli stessi lavoratori a richiedere il fallimento della propria azienda per ottenere almeno gli ammortizzatori sociali. In una situazione simile non meraviglia che si registri un ulteriore inasprimento delle lotte a difesa del posto di lavoro, che ha visto una moltiplicazione delle occupazioni, spesso con eclatanti proteste sui tetti delle fabbriche, dei presidi giorno e notte, dei blocchi stradali e ferroviari, anche se ancora limitate ai singoli casi specifici e senza una coordinazione territoriale. Su questo pesa tra le altre cose la divisione a livello sindacale, conseguente alla decisione di Cisl e Uil di procedere alla firma separata dei contratti. Per riassumere, il panorama degli sviluppi dell&#8217;ultimo mese e mezzo che riportiamo qui di seguito invia un messaggio univoco: ci attende un inverno molto duro e lungo, senza la prospettiva di un&#8217;uscita primaverile dalla crisi.</p>
<p><a name="sezione2">LOMBARDIA IN GENERALE</a><br />
Con l&#8217;arrivo dell&#8217;autunno sono stati pubblicati numerosi indicatori dello stato dell&#8217;economia lombarda al termine del terzo trimestre 2009. La loro pubblicazione è coincisa con un momento in cui, anche grazie alla pressante opera di propaganda istituzionale, a livello psicologico è diffusa la convizione che siamo all&#8217;inizio della ripresa economica. I dati però dipingono un&#8217;immagine ben diversa, nonostante la nuova bolla in atto a livello globale. A settembre nella regione i lavoratori in cassa integrazione in deroga erano 55.000, per un totale di ben 7.700 aziende coinvolte, mentre erano in fase di istruttoria altre 2.900 domande di cassa per 25.000 lavoratori. Anche la cassa integrazione ordinaria e straordinaria ha ripreso a salire: secondo dati della Cgil a fine agosto il ricorso all&#8217;ammortizzatore sociale risultava aumentato del 465% rispetto allo stesso periodo dell&#8217;anno precedente. In alcuni settori le cifre sono da capogiro. Nel metallurgico per esempio la cassa è aumentata del 2.083%, nella meccanica del 951%. Le provincia messa peggio in termini di aumento percentuale è Lecco, con una crescita complessiva del 1.460%. Da gennaio ad agosto di quest&#8217;anno in Lombardia sono stati licenziati 38.270 lavoratori, con un aumento del 67% rispetto allo stesso periodo 2008. Il sindacato stima che in regione sono a rischio circa 300.000 posti di lavoro da qui a fine 2010 e sottolinea che la crisi &#8220;fa vittime visibili (cassa integrazione, mobilità, crisi aziendali), ma anche invisibili (precari, contratti a termine, dipendenti delle piccole e piccolissime imprese)&#8221;. E a tale proposito l&#8217;Assolavoro lamenta un calo del 24% nel lavoro in somministrazione nel corso del primo semestre 2009. Uno dei settori che più soffrono è quello dell&#8217;artigianato. Casartigiani Lombardia riferisce che molte aziende sono sull&#8217;orlo della chiusura, dopo che nel primo semestre è stata registrata una diminuzione del lavoro del 30-40% e il suo presidente Mario Bettini così illustra la situazione: &#8220;Le piccole aziende che lavorano conto terzi sono stremate. Il loro fatturato si è dimezzato. Non si vede un futuro. Spesso sono le nostre grandi aziende che, lavorando meno, trattengono dentro la fabbrica tutto il lavoro. Così facendo riescono a sopravvivere, ma nei fatti questo sta decretando una morte lenta di tutto l&#8217;indotto, che è fatto di manodopera altamente specializzata&#8221;. L&#8217;Eco di Bergamo dipinge un quadro simile in una serie di interviste a imprenditori lombardi: &#8220;la situazione è particolarmente critica. Si vede qualche miglioramento, ma con livelli di attività estremamente più bassi. Nelle macchine movimento terra, ad esempio, non sono stati fatti ordini per mesi. Adesso ci sono, ma al 40%&#8221;. Gli ordinativi si sono pressoché dimezzati rispetto a un anno fa, con perdite più nette nei prodotti per l&#8217;industria (-60%) e uno degli imprenditori intervistati dal quotidiano così dipinge la situazione a fine settembre: &#8220;Tra fine luglio e agosto si era visto qualche miglioramento, ma adesso siamo di nuovo in una situazione stazionaria e difficile e via via sempre più disomogenea. Costi fissi e capacità produttiva rimangono adeguati e superiori&#8221;. E infatti gli ultimi dati parlano di un tasso di utilizzo degli impianti sceso in Lombardia al di sotto del 65%. Ci sono tuttavia alcuni segnali di arresto della caduta. Per esempio sul versante degli ordinativi acquisiti nel terzo trimestre ci sono dati tendenziali ancora negativi per gli ordini interni ed esteri, ma si registra un aumento minimo (dello 0,9%) sul trimestre precedente. Nelle indagini previsionali si registra anche una leggera flessione del pessimismo tra gli imprenditori, che rimane comunque nettamente prevalente, per le prospettive del quarto trimestre. Ma va anche ricordato che a partire dal terzo trimestre, e la cosa varrà ancora di più dal quarto trimestre in avanti, i dati tendenziali anno su anno andranno calcolati su un 2008 già in pesante flessione. Lo spiega un altro imprenditore intervistato dall&#8217;Eco di Bergamo riferendosi alla situazione dei mercati: &#8220;se a gennaio si era a -60% adesso siamo a -50%, ma non c&#8217;è un miglioramento: è solo che nel 2008 settembre era già più negativo rispetto a gennaio&#8221;. Il presidente di Confindustria Bergamo, Carlo Mazzoleni, così riassume infine la situazione: &#8220;Le aziende sono ancora alle prese con un calo dei fatturati dell&#8217;ordine del 30-50%. I dati sono da brividi, tanto che parlare di ripresa appare illusorio, trattandosi più che altro di stabilizzazione. La caduta è forse finita, ma il rimbalzo è stato nel frattempo già assorbito. Dovremo rassegnarci ad un andamento da montagne russe nel 2010 con un&#8217;alternanza di fiammate e di raffreddamenti produttivi.Un previsto incremento del Pil nazionale dell&#8217;1% non può farci dimenticare il pesante meno 5% da cui siamo reduci [e le preoccupazioni sono particolarmente forti] per la dinamica occupazionale: il peggio, da questo punto di vista, deve ancora venire&#8221;. Tra i più colpiti ci sono già i lavoratori immigrati, che secondo dati Inail sono circa 589.000, pari al 15,7% di tutti gli occupati della Lombardia. Le assunzioni di lavoratori immigrati sono passate dalle 40.000 dl 2007 alle 30.000 del 2008, con un calo di oltre il 31%, ben superiore alla media del calo nazionale e regionale delle assunzioni di lavoratori (-27%). Le proiezioni per il 2009 parlano di un ulteriore drastico calo che porterebbe i nuovi assunti immigrati a soli 20.000. Vi è infine da registrare un dato che testimonia l&#8217;ancora forte discriminazione nei confronti delle donne. In regione la percentuale di contratti part-time, un indicatore della flessibilità occupazionale, è del 29,7% tra le donne mentre è di appena il 3% tra gli uomini.</p>
<p><a name="sezione3">MILANO</a><br />
<span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span>: Nella provincia di Milano prosegue la situazione di crisi economica, sempre più contrassegnata però da forme di lotta più radicali a difesa del posto di lavoro. Per fare un paio di esempi tra i tanti possibili, nella sola giornata del 21 settembre in città ci sono stati la manifestazione dei lavoratori dell&#8217;Hilton di via Galvani, il presidio dei lavoratori della Nokia Siemens di fronte all&#8217;Assolombarda, quello degli operai della Nortel Italia in piazza Cordusio e, a Cormano, il blocco delle merci alla Bitron per impedire la delocalizzazione a est; nella stessa giornata risultavano occupate o presidiate dai lavoratori la Metalli Preziosi e la Lares di Paderno, la Ercole Marelli di Sesto, la Kunzle &amp; Tasin di Cinisello e la Aluminium di Pieve Emanuele. Si sono inoltre moltiplicati i casi di blocchi stradali e ferroviari per protesta. Nel corso del periodo in esame non sono stati pubblicati dati sulla situazione complessiva in provincia, ma alcuni dati diffusi a livello settoriale o distrettuale sono particolarmente eloquenti. L&#8217;Unione Artigiani provinciale rileva che le imprese artigianali sono ormai scese sotto le 70.000 unità, dalle 71.500 del 2008 alle 68.200 di fine agosto 2009. A soffrire di più sono i settori costruzioni, trasporto e manifatture. Tra gli artigiani si registra anche una netta diminuzione dell&#8217;avviamento al lavoro (-25% anno su anno) e l&#8217;assunzione a tempo determinato rimane la formula di contratto prevalente (43% del totale). Massimo Accornero, segretario dell&#8217;Unione, ha affermato che &#8220;si ribadisce lo scenario di crisi e si conferma che la fine del tunnel è ancora lontana&#8221;. L&#8217;Osservatorio Provinciale del Lavoro ha registrato un netto saldo negativo degli avviamenti al lavoro da gennaio ad agosto 2009 (473.000) rispetto allo stesso periodo del 2008 (602.000). Gli unici avviamenti in crescita sono quelli parasubordinati (+1,5%) o attraverso il lavoro a chiamata (+126%). C&#8217;è poi un altro dato che esemplifica la situazione drammatica in provincia: il Centro dell&#8217;impiego del Sud Milano a fine settembre registrava 1.300 richieste di sussidi di disoccupazione contro le 257 del 2008, un aumento di oltre il 500%. Infine, la Diocesi di Milano ha pubblicato il suo rapporto annuale sulle poverà, in cui si rileva che &#8220;chi stava già male ha visto peggiorare la propria condizione, famiglie di ceto medio basso che prima ci stavano comunque dentro adesso non riescono più a sostenere i costi della vita quotidiana&#8221; e che sono quindi in aumento i &#8220;poveri per la prima volta, quelli che un lavoro ce l&#8217;avevano e che, pur con qualche fatica, fino a un anno fa tiravano comunque avanti. Ma che adesso non ce la fanno più&#8221;.</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: A Milano e in provincia hanno trovato un esito, definitivo o provvisorio, alcune delle crisi contrassegnate da forme di lotta clamorose da parte dei lavoratori. Si è chiusa (quasi) definitivamente la vicenda dell&#8217;<strong>Innse</strong> di Lambrate, che ha ripreso parzialmente le attività a inizio ottobre. E&#8217; stato siglato un compromesso anche con l&#8217;immobiliare Aedes proprietaria del terreno su cui sorge lo stabilimento, che dovrà trovare sbocco in un accordo definitivo Aedes-Comune entro la fine del 2010. A metà settembre è terminata la protesta dei lavoratori della <strong>Esab</strong> di Mesero, che erano saliti sul tetto della loro fabbrica per difendere il proprio posto di lavoro. L&#8217;azienda purtroppo ha chiuso definitivamente e la proprietà ha rifiutato di assumersi qualsiasi impegno per la reindustrializzazione dell&#8217;area &#8211; l&#8217;unico successo degli 85 lavoratori, che andranno in mobilità e in cassa integrazione, è stato l&#8217;ottenimento di migliori condizioni di uscita. Anche i lavoratori della <strong>Metalli Preziosi</strong> e della <strong>Lares</strong> di Paderno Dugnano hanno infine deciso di scendere dal tetto delle loro fabbriche, proseguendo però il presidio davanti ai cancelli e nella mensa. La situazione non è stata ancora risolta, le due aziende sono in fallimento, ma per la Metalli Preziosi ci potrebbe essere un acquirente in vista. Alla <strong>Ercole Marelli</strong> di Sesto San Giovanni, presidiata dai lavoratori dall&#8217;agosto scorso, è stata prima avviata la procedura di licenziamento collettivo a inizio ottobre e a fine mese il tribunale ha decretato il fallimento dell&#8217;azienda, senza che siano in vista acquirenti seriamente interessati. I 25 lavoratori, che tra l&#8217;altro non hanno ricevuto lo stipendio di settembre, puntano all&#8217;ottenimento della cassa integrazione straordinaria. Una delle crisi maggiori apertasi in provincia, e in regione, è quella dell&#8217;<strong>Agile (ex Eutelia)</strong> di Pregnana, che si occupa di consulenze per reti informatiche e i cui circa 300 dipendenti sono da luglio senza stipendio. Il 16 settembre i lavoratori hanno bloccato la stazione di Pregnana, sulla Milano-Novara, e dopo alcune tese settimane è arrivata la doccia fredda: l&#8217;Agile (ex Eutelia) ha aperto la procedura di mobilità collettiva per 1.192 tecnici su 1.880 in tutta Italia, di cui 243 su 500 riguardano l&#8217;unità di Pregnana. Nel momento in cui scriviamo quest&#8217;ultima è occupata dai lavoratori. A fine ottobre la Fiat ha deciso la chiusura definitiva dell&#8217;<strong>Alfa Romeo</strong> di Arese, con la parallela decisione di trasferire a Torino i 229 lavoratori rimasti a partire dal 1° gennaio prossimo: si tratta di fatto di un licenziamento, vista l&#8217;impossibilità per la maggior parte di loro di trasferirsi nella città piemontese. Un esito che era già nell&#8217;aria da tempo, in particolare da giugno quando tutti i lavoratori erano stati messi in cassa integrazione ordinaria. Per l&#8217;area dell&#8217;Alfa è allo studio un enorme progetto di speculazione immobiliare. A fine ottobre è stata inoltre decisa la cassa integrazione ordinaria per 13 settimane anche per i 150 lavoratori della <strong>Powertrain</strong>, società collegata all&#8217;Alfa, per la quale si teme un&#8217;analoga chiusura delle attività in primavera. L&#8217;altra grande crisi apertasi nella provincia di Milano è quella della <strong>Rapisarda</strong> di Cernusco sul Naviglio (settore gomma e plastica) un&#8217;azienda che esiste da quasi un secolo, ma che cinque anni fa è stata acquistata dall&#8217;americana Caterpillar. A marzo era cominciata la cassa integrazione ordinaria, ma a inizio ottobre la crisi è sfociata nella decisione della proprietà di chiudere lo stabilimento e di licenziare i 128 lavoratori. E&#8217; scattato immediatamente il presidio e i dipendenti Rapisarda hanno manifestato il 14 ottobre di fronte al consolato americano, per poi bloccare il giorno successivo la strada provinciale a Cernusco. Il 28 ottobre, dopo un incontro senza successo con la proprietà, la rabbia dei lavoratori è esplosa, 37 di essi sono saliti sul tetto dello stabilimento, dove ancora si trovano nel momento in cui scriviamo, e ci sono stati momenti di tensione quando è stato accerchiato il responsabile del personale della Caterpillar. Rabbia anche tra i 43 lavoratori del pastificio <strong>Monder</strong> di Peschiera Borromeo, che da quattro mesi non percepiscono lo stipendio. Dalla fine di settembre e per l&#8217;intero mese di ottobre c&#8217;è stato un susseguirsi di promesse non rispettate di versamento delle paghe e di acconti parziali corrisposti solo ad alcuni dipendenti che hanno portato i lavoratori a fine ottobre a indire uno sciopero ad oltranza. La ditta è una delle principali esportatrici italiane di ravioli e tortellini, con una storia di oltre 50 anni. A metà settembre la <strong>Nortel</strong>, società anglo-canadese di new technology amministrata da <strong>Ernst&amp;Young</strong>, ha deciso il taglio del 50% degli 80 dipendenti al fine di spezzettare l&#8217;attività e di venderla più facilmente: non si tratta di un effetto della crisi, dato che l&#8217;azienda ha un attivo di centinaia di milioni di euro. Situazione drammatica alla <strong>Invitea</strong> di Corsico (produzione viti), da cinque anni in cassa integrazione e già abbandonata dal 40% della forza lavoro. Ora circola insistentemente la voce che l&#8217;azienda voglia ulteriormente ridurre l&#8217;organico da 85 a 40 diplendenti. Sempre a Corsico c&#8217;è da registrare la chiusura del punto di vendita della <strong>Saint Gobain</strong>, con il licenziamento collettivo dei 70 dipendenti. A Inveruno la raffineria <strong>Carapelli</strong> ha disposto il licenziamento di 32 dipendenti e i sindacati temono che si vada non solo verso un ridimensionamento dell&#8217;attività, ma addirittura a una sua chiusura. I 30 lavoratori della <strong>Eurolacca</strong> di Cinisello Balsamo (produzione vernici) sono senza stipendio da oltre tre mesi e la loro azienda è chiusa. Per uscire dall&#8217;impasse i dipendenti sono giunti a chiederne il fallimento, al fine di potere almeno contare sugli ammortizzatori sociali. Nella stessa Cinisello sono già in mobilità dieci dei 25 operai della <strong>Intermec</strong> e i 130 dipendenti della <strong>Parker Hannifin</strong> sono in cassa integrazione straordinaria per crisi, mentre il gruppo <strong>Stola</strong> ha ufficializzato la chiusura dello stabilimento locale con lo spostamento di tutti i 54 dipendenti a Vignola, in provincia di Modena, una decisione che equivale a un licenziamento vista la lontananza della nuova sede. Lo stesso è avvenuto ad Assago, dove è stata chiusa la sede della <strong>Munters</strong> con la richiesta ai 32 lavoratori di trasferirsi a Teramo, a 700 chilometri di distanza: anche in questo caso si tratta di licenziamenti di fatto. A Bollate per il mese di novembre era previsto il licenziamento dei 40 dipendenti della <strong>Syntess</strong>, già in mobilità da luglio scorso: i lavoratori sono riusciti però a strappare un accordo per sei mesi di cassa integrazione in deroga. Estremamente difficile la situazione a San Giuliano Milanese: alla <strong>Ocim</strong> (impianti per la saldatura) da settembre sono in cassa 28 lavoratori su 30, alla <strong>Osla</strong> (lavorazioni in acciaio) ci sono 14 dipendenti in cassa, alla <strong>Bulnava</strong> la cassa riguarda 24 operai su 38 e sono in cigo, anche se con un numero di lavoratori minore, la <strong>Prisma</strong>, l&#8217;officina meccanica <strong>Quadrifoglio</strong>, la <strong>Skermicavi</strong> e la <strong>Spm</strong> lavorazioni metalliche. Alla <strong>Baruffaldi</strong> di Tribiano e Settala non sono stati rinnovati i contratti a termine ed è stata prolungata la cassa ordinaria per i 220 dipendenti, dopo un breve periodo estivo di aumento delle attività a causa dell&#8217;esaurimento delle scorte. A Buscate è praticamente ferma la produzione alla <strong>Giovanni Crespi</strong>, dove 150 dei 206 dipendenti sono in cassa integrazione e dove si teme una doccia fredda quando ad aprile terminerà il periodo dell&#8217;ammortizzatore. La società registra cali della produzione dell&#8217;ordine del 40%. A Paderno Dugnano, uno dei punti caldi della crisi milanese, ha annunciato la chiusura anche la legatoria <strong>Albani</strong>, lasciando sulla strada 28 lavoratori dopo la cassa integrazione cominciata a inizio 2009. Ha cessato le attività anche la ditta vicina, la <strong>Mid</strong>. La <strong>Mivar</strong> di Abbiategrasso ha ormai utilizzato tutti gli ammortizzatori sociali disponibili con gli ultimi 9 mesi di cassa decretati: da agosto 2010 scatteranno i licenziamenti per circa 230 lavoratori. Continua intanto il calvario dei 190 lavoratori della <strong>Framag</strong> di Canegrate, 150 dei quali sono in cassa integrazione, di cui 90 dichiarati in esubero: da marzo a oggi gli stipendi continuano ad arrivare in ritardo e con il contagocce. Situazione analoga anche alla <strong>Omag</strong> di Cassinetta di Lugagnano, già da tempo in crisi a livello sia produttivo sia finanziario, dove gli stipendi dei 39 dipendenti sono in arretrato di mesi, nonostante le continue promesse di pagamento. A Pero dopo sei mesi di cassa integrazione la <strong>Cesana</strong> (materiali per fonderie, 130 anni di storia) ha annunciato a fine ottobre la chiusura facendo partire le prime due lettere di licenziamento su un totale di 28 dipendenti. Esito negativo anche per la <strong>Cell Therapeutics</strong> di Bresso (56 dipendenti), dove si è giunti definitivamente alla chiusura, annunciata già da tempo . Non è molto migliore la situazione alla <strong>Nerviano Medical Sciences </strong>(100 dipendenti, più altri 100 di indotto), dove il nuovo amministratore delegato ha scelto subito la linea dura licenziando in tronco 3 lavoratori: si profila all&#8217;orizzonte un lungo braccio di ferro tra l&#8217;azienda e i sindacati. A Legnano la <strong>Giovanni Crespi</strong> ha aumentato il ricorso alla cassa straordinaria (cigs): agli 89 lavoratori già in cigs se ne aggiungerà un&#8217;altra cinquantina, per un totale di 140 dipendenti su 206. Nella stessa città saranno in cassa integrazione fino al 31 marzo i 114 lavoratori della <strong>Pulisystem</strong>. A inizio ottobre c&#8217;è stato lo sciopero a livello nazionale del gruppo <strong>Carrefour</strong> (che è proprietario anche dei marchi <strong>Gs</strong> e <strong>DìperDì</strong> e ha in Italia 27.000 dipendenti) dopo il colpo di spugna unilaterale che ha cancellato il premio aziendale, l&#8217;integrazione di malattia e le pause retribuite causando ai lavoratori, secondo dati del sindacato, una perdita di circa 2.000 euro all&#8217;anno. Lo sciopero ha raccolto un&#8217;alta adesione, tra il 70% e il 90%. La protesta ha avuto come proprio fulcro la Lombardia, con i supermercati di Carugate, San Giuliano e Paderno Dugnano e il deposito di Milano, dove l&#8217;adesione è stata al 100%. Da registrare infine un&#8217;altra situazione emblematica nel settore servizi, quella dei lavoratori della <strong>Gorla</strong>, che ha in appalto la fornitura delle pulizie all&#8217;<strong>Ospedale Sacco</strong>, dove da tempo i dipendenti ricevono gli stipendi con ritardi anche di un mese. Alcuni di loro lamentano inoltre decurtazioni della busta paga e mancati versamenti dei contributi.</p>
<p><a name="sezione4">MONZA-BRIANZA</a><br />
<span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span>: Nel quadrimestre da giugno a settembre si è registrato un aumento dei dipendenti in cassa straordinaria (da 3.196 a 5.109) e di quelli in mobilità (da 929 a 1.048). Le aziende che hanno chiuso sono almeno 68, con un conseguente taglio di 5.000 lavoratori, saliti così da 25.000 a circa 30.000. Tra le uniche note (apparentemente) positive annunciate vi è quella di un aumento nel secondo quadrimestre delle richieste di credito da parte delle aziende effettivamente accettate dalle banche, pari al 52% del totale rispetto al 38% del primo quadrimestre (i dati sono stati comunicati dall&#8217;Unione Artigiani). Rimane però ancora lontano il livello del 64% dello stesso periodo del 2008 e ci sono alcuni &#8220;ma&#8221; fondamentali. Se nel 2008 il 46% dei crediti richiesti era destinato agli investimenti (e quindi non solo per resistere alle difficoltà, bensì per scommettere sul futuro) nel 2009 la quota è scesa al 35%. Ciò vuole dire che sono aumentate le richieste di credito per esigenze di liquidità, per rientrare da debiti o per fare fronte a crediti non riscossi. Oltre a una crescita esplosiva della cassa integrazione, secondo i dati dell&#8217;Unione Artigiani c&#8217;è stata una riduzione del 25% delle nuove assunzioni e in particolare un calo del 34% di quelle a tempo indeterminato. Nel settore delle attività manifatturiere le nuove assunzioni sono calate in maniera pesantissima, di oltre il 40%. I Centri per l&#8217;impiego brianzoli constatano poi nel loro bollettino trimestrale che &#8220;il precariato resta l&#8217;offerta principale. Anche nel secondo trimestre 2009 le forme contrattuali maggiormente proposte, il 66,6% del totale, continuano a rientrare nelle categorie a tempo determinato (45%),mentre oltre il 20% delle nuove collaborazioni si distribuisce nell&#8217;arcipelago sempre più vasto dei contrattini: parasubordinati, intermittenti, atipici, di appredistato o inserimento. Il contratto a tempo indeterminato invece copre il 33,4% dell&#8217;offerta e premia soprattutto gli uomini&#8221;. Tra i vari settori di attività è in piena crisi anche il tessile. In provincia sono 91 le aziende del settore che stanno facendo uso degli ammortizzatori sociali, riferisce la Femca Cisl: i dipendenti del settore sono in totale 4.335, di cui 3.200 interessati dagli ammortizzatori e tra questi circa 900 tra lavoratori in mobilità e fuoriusciti dal mondo del lavoro non rientreranno in azienda&#8221;. Secondo il sindacato &#8220;a metà del 2010 ci sarà un peggioramento per le cessazioni, quando scadranno le richieste per la cassa integrazione straordinaria&#8221;.</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: A Monza la <strong>Cartostrong</strong>, controllata dalla multinazionale americana Anglo-American, ha annunciato a metà settembre la chiusura del reparto cartiera. La proprietà ha annunciato 62 esuberi su un numero totale di 186 dipendenti. Come molti altri loro colleghi lombardi, i lavoratori della cartiera hanno organizzato un presidio giorno e notte davanti alla loro fabbrica. A Lentate sul Seveso la <strong>Ltm</strong> (logistica) ha annunciato la liquidazione della società dopo l&#8217;incendio del 14 aprile scorso. I 12 dipendenti e gli 8 lavoratori di una cooperativa che lavora in appalto, osservano che l&#8217;azienda in realtà non aveva mai smesso di lavorare e ipotizzano che dietro alla decisione ci siano anche motivi speculativi, visto che la proprietà vuole vendere i terreni su cui sorge lo stabilimento. Riprendendo l&#8217;esperienza della Innse di Lambrate, i lavoratori hanno autogestito per 40 giorni lo stabilimento lavorando a oltranza durante lo stato di agitazione. A fine ottobre però hanno dovuto cedere, ottenendo in cambio la cassa integrazione straordinaria per un anno e la parziale ricollocazione in aziende del territorio, accompagnata da una buona uscita. Chiude anche la <strong>Pikappa</strong> di Masate, azienda in attività da oltre trent&#8217;anni nel settore della grafica. Per i 30 dipendenti sono in arrivo i licenziamenti, preceduti dalla cassa straordinaria. I lavoratori sono perplessi riguardo ai motivi della chiusura: fino all&#8217;estate gli è stato chiesto di fare straordinari e si è ricorsi a personale esterno per fare fronte alle commesse. Nel frattempo la crisi della <strong>ex Celestica</strong> (<strong>Bames</strong> e <strong>Sem</strong>), una delle più gravi in provincia, va peggiorando. Dopo l&#8217;esaurimento dei normali ammortizzatori si è passati alla cassa in deroga per la maggioranza del personale (390 dipendenti in cassa su 660, rispetto ai 210 in cassa fino a fine ottobre), senza che la proprietà abbia fornito un piano di sviluppo convincente. Il rischio è che si vada alla chiusura, in una situazione di rapporti sindacali tra l&#8217;altro tesa, che ha spinto il Giorno a scrivere che &#8220;l&#8217;ex Celestica è una polveriera, pronti ad azioni eclatanti sia i sindacati che i lavoratori&#8221;. Un altro brutto colpo per l&#8217;economia brianzola lo si registra con la chiusura del reparto di produzione di Gerno della <strong>Yamaha</strong> di Lesmo, da cui esce il notissimo modello Teneré. Si parla di un anno di mobilità per i 66 dipendenti, seguito dal licenziamento definitivo. Le cifre sono drammatiche: nel 2009 gli ordini sono calati del 70%, in passato dallo stabilimento uscivano 9.000 moto all&#8217;anno, adesso ce ne sono 2.700 ferme in magazzino e per novembre e dicembre non c&#8217;è nemmeno una moto da fare. Nel settore automative della provincia vanno registrati altri due stati di crisi, quello della <strong>Morsetec</strong> di Arcore, dove è stato licenziato 1 lavoratore su 4, e quello della <strong>Knorr Bremse</strong> che, sempre nella berlusconiana Arcore, ha &#8220;svecchiato&#8221; il personale mettendo in prepensionamento 30 addetti. Difficoltà anche nel tessile a Giussano, dove la <strong>Tfe</strong> (tintoria) ha messo in cassa straordinaria per un anno 20 operai, avviando al contempo una procedura di liquidazione volontaria. L&#8217;azienda ha pertanto cessato le attività il 5 ottobre. Identica sorte per la gemella <strong>Tieffe</strong>: chiusura e 20 dipendenti prima in cassa straordinaria e poi in mobilità. A Brugherio la <strong>Oerlikon Balzers</strong> (rivestimenti in metallo) ha dichiarato il licenziamento di due persone nell&#8217;ambito di un piano di ristrutturazione nazionale che riguaderà 30 lavoratori. In forte crisi anche la <strong>Sira</strong> di Caponago (antenne), che da settimane tiene a riposto più del 50% del personale (80 dipendenti su 150). Alla <strong>Marzorati</strong> di Brugherio (metalmeccanica) si prevedeva il prolungamento della cassa ordinaria, in atto da febbraio, fino al 31 dicembre, ma di fronte alla forte crisi la proprietà ha paventato il fallimento o la vendita dell&#8217;attività, con il conseguente rischio di perdita del posto di lavoro per i 31 dipendenti. Alla <strong>McBride</strong> di Solaro (produzione detergenti) i 130 dipendenti temono la chiusura dello stabilimento in seguito al continuo trasferimento di produzioni, accessori e macchinari in altri siti del gruppo. In provincia vanno poi registrate ben quattro situazioni drammatiche in termini di stipendi non corrisposti. Il primo è quello della società di autotrasporti <strong>Its</strong> di Trezzo sull&#8217;Adda, che hanno organizzato un presidio dopo essere rimasti per 3 mesi senza stipendio e che ora rischiano la mobilità. Il secondo è quello della <strong>H3</strong> di Cavenago, società che come la ex Celestica fa parte del Gruppo Bartolini, dove i 40 dipendenti da un anno incassano lo stipendio in ritardo. Il terzo è quello delle <strong>Officine Monzesi</strong>: i circa 70 dipendenti, a casa già da febbraio per la crisi, hanno ottenuto la cassa straordinaria, ma non ricevono lo stipendio da luglio perché l&#8217;azienda è senza liquidità, tanto che l&#8217;Enel le ha staccato la corrente. Il quarto è quello della <strong>Phonomedia</strong> di Monza, che gestisce call center: da un anno i 200 lavoratori ricevono lo stipendio in ritardo. Anche la <strong>Star</strong>, colosso alimentare di Agrate, comincia a risentire della crisi, in conseguenza in particolare di una flessione nei mercati esteri, e manda in cassa integrazione ordinaria  30 operai su 330 per 13 settimane. Cassa integrazione ordinaria per 13 settimane anche in un&#8217;azienda dalla storia antica, la <strong>Pozzi Leopoldo</strong> di Carate (macchinari per il tessile), in attività dal 1885. L&#8217;ammortizzatore riguarderà 39 dei 50 dipendenti. Cigo rinnovata invece alla <strong>Beta</strong> di Sovico, che ha 274 dipendenti, in seguito al calo degli ordinativi. Peggiora la situazione già drammatica della <strong>Carrier</strong> di Villasanta (condizionatori) dopo l&#8217;incontro tra sindacati e vertici aziendali di metà ottobre, durante il quale questi ultimi hanno comunicato che gli ordini sono in calo del 42% e il bilancio è tutto in negativo. A maggio i 200 tagli previsti su i 560 dipendenti totali erano stati ridotti a 100 grazie a un accordo sulla cassa integrazione straordinaria, ma ora c&#8217;è in vista una nuova ondata di riduzioni, anche perché il ricorso agli ammortizzatori sociali si è praticamente esaurito.</p>
<p><a name="sezione5">VARESE</a><br />
<span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span>: A settembre il varesotto ha conquistato il poco invidiabile primato di territorio con il maggior numero di ore di cassa integrazione, con un aumento del 326% rispetto all&#8217;anno precedente, secondo dati della Cgil. I lavoratori coinvolti sono ormai 3.433 e il sindacato ha così commentato la situazione: &#8220;la ripresa delle attività dopo le ferie estive ha visto l&#8217;uscita dal mercato di molte imprese, l&#8217;aumento dei licenziamenti e della disoccupazione e le conseguenze della crisi continueranno a farsi sentire, purtroppo, per un periodo non breve&#8221;. Rimane sempre molto critica anche la situazione del saronnese, dove a settembre una trentina di aziende hanno richiesto più o meno contemporaneamente la cassa per un numero totale di 300-400 dipendenti, tanto che il quotidiano La Prealpina commenta: &#8220;non si nota alcun particolare segno di ripresa&#8221;. Da una ricerca delle Acli e della fondazione La Sorgente risulta inoltre che i lavoratori inseriti nelle liste di mobilità dei Centri per l&#8217;impiego sono raddoppiati rispetto all&#8217;anno scorso. Soffrono anche gli artigiani varesini, per i quali, come scrive il quotidiano la Provincia, &#8220;è difficile immaginare un periodo più cupo&#8221;. Dall&#8217;ultima indagine della Cna di Varese condotta tra fine settembre e inizio ottobre risulta che un&#8217;impresa su tre rileva un ulteriore peggioramento dei volumi di lavoro rispetto a prima delle ferie, mentre solo una su cinque ha registrato dei miglioramenti. La Provincia riferisce poi che &#8220;il dato peggiora in modo drastico, inoltre, se il confronto lo si effettua avendo a riferimento lo stesso periodo dell&#8217;anno precedente, perché in questo raffronto oltre due imprese su tre lamentano una diminuzione della loro attività, che una su quattro ritiene sia crollata. Solo il 10% segnala degli incrementi&#8221;. Che per gli artigiani varesini il fondo non sia stato ancora toccato lo dimostrano gli ultimi dati dell&#8217;Associazione Artigiani locale: nel terzo trimestre 2009 la loro produzione è diminuita non solo rispetto allo stesso periodo dell&#8217;anno scorso (-9,87), ma anche rispetto al secondo trimestre 2009 (-3,58%). Intanto sono arrivati dall&#8217;Unione Industriali i primi dati sulle esportazioni del made in Varese nel primo semestre di quest&#8217;anno. Le cifre parlano di un crollo del 16,6% rispetto al primo semestre 2008, ma anche di una caduta verticale delle importazioni (-21,7%), che costituisce un altro preoccupante indicatore del livello di crisi nella provincia. Tra i settori più in crisi c&#8217;è quello dell&#8217;edilizia, nel quale, secondo i dati dell&#8217;Ance di Varese, a fine anno si conteranno 2.500 posti di lavoro in meno rispetto al 2008, ai quali andranno aggiunti quelli dell&#8217;indotto in forte crisi, come testimoniato dal fatto che le due princilpali imprese di cemento della provincia abbiano richiesto recentemente la cassa integrazione. Nell&#8217;edilizia è particolarmente difficile la situazione dei lavoratori immigrati, in maggioranza collocati in una categoria professionale bassa nonostante siano in realtà operai specializzati, e che per questo faranno più fatica a ricollocarsi. Perdendo il lavoro, inoltre, i lavoratori immigrati perdono anche il permesso di soggiorno.</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: Va verso la chiusura un marchio storico del settore moda italiano, quello dell&#8217;<strong>Ibici</strong> di Busto Arsizio. I 58 dipendenti in cassa integrazione hanno presidiato giorno e notte la fabbrica per due mesi per ottenere gli stipendi che non venivano corrisposti da luglio e a fine settembre hanno avuto successo, un successo però dal sapore particolarmente amaro perché l&#8217;Ibc cesserà definitivamente le proprie attività. Rimangono senza lavoro, senza stipendi e perfino senza cassa integrazione anche le 10 lavoratrici di un altro marchio storico del settore moda, la <strong>Malerba</strong> di Galliate Lombardo, che era nata nel lontano 1926. A fine giugno avevano ricevuto la lettera di licenziamento collettivo, ma gli stipendi non arrivavano già da marzo e continuano a non arrivare, e ora lo stabilimento sembra destinato alla chiusura definitiva. Un&#8217;altra grave crisi nel settore tessile varesino è quella della <strong>Luigi Tosi</strong> di Busto Arsizio, una società con 84 anni di storia in difficoltà finanziarie da mesi e i cui 50 dipendenti hanno occupato lo stabilimento per chiedere il fallimento dell&#8217;azienda e ottenere così almeno gli ammortizzatori sociali. Il 16 ottobre sono riusciti a ottenere almeno questo obiettivo, ma anche la Luigi Tosi va ad aggiungersi alle aziende destinate a chiudere definitivamente. Un&#8217;altra grande situazione di crisi in provincia è quella della <strong>Whirlpool</strong> (elettrodomestici), dove rispetto all&#8217;anno scorso si producono 1 milione di pezzi in meno, 1,8 per la precisione, che scenderanno a 1,7 nel 2010. Per i dipendenti c&#8217;è stato prima l&#8217;annuncio di 330 esuberi, poi a fine ottobre un piano di razionalizzazione dei costi con ritorno alla settimana corta e maggiori turnazioni. Nel settore dell&#8217;edilizia c&#8217;è da registrare la clamorosa protesta di dieci operai (quasi tutti pachistani e romeni) che lavoravano per dite subappaltatrici della <strong>Rocca</strong> srl in un cantiere di Gallarate e che a metà ottobre si sono incatenati per un paio di giorni all&#8217;interno del cantiere per rivendicare gli stipendi che non venivano loro corrisposti da quattro mesi. A Malpensa situazione ad alto rischio di perdita del posto di lavoro per 80 dipendenti della <strong>Eurofly</strong>, vettore gestito da <strong>Meridiana</strong>, che ha deciso di trasferire tutte le attività di manutenzione tecnica a Olbia. Sempre a Malpensa, la <strong>Sea</strong>, società controllata dal Comune di Milano che gestisce lo scalo, ha richiesto di prorogare la cassa integrazione oltre il marzo 2010, nonostante abbia recentemente comunicato un aumento dei voli dal e per l&#8217;aeroporto. Rimane gravissima anche la situazione dell&#8217;indotto dello scalo aeroportuale: la <strong>Lg Sky</strong> ha 150 dipendenti in cassa, la <strong>National Cleannes</strong> ne ha 90, la <strong>Consorzio Lepanto </strong>80 e la <strong>Corsica Coop</strong> 115. Sempre a Busto Arsizio, la <strong>Hupac</strong> ha chiesto la cassa in deroga per 100 dipendenti. A Saronno la ditta <strong>Solarese</strong> (smaltimenti) ha deciso il licenziamento di 9 dipendenti, cioè la metà delle maestranze. A Lonate Ceppino si registra un&#8217;altra situazione drammatica in termini di mancato pagamento di stipendi. Si tratta della <strong>Rutil</strong>, industria meccanica che da febbraio ha messo in cassa integrazione straordinaria i 102 dipendenti e, dopo la dichiarazione di fallimento, è passata a una nuova società, la Raimbo. Dopo avere ricevuto solo a luglio le mensilità di febbraio, marzo e aprile, i lavoratori non hanno più visto un soldo di quanto era loro dovuto per i mesi successivi. A metà ottobre è precipitata la situazione della <strong>Fratelli Salviato</strong> di Castronno (l&#8217;azienda che produce la scopa Pippo), quando all&#8217;asta per l&#8217;acquisto di ramo d&#8217;azienda non è stata presentata alcuna offerta. L&#8217;azienda sembra quindi destinata al fallimento e i suoi 134 dipendenti rischiano di perdere tutti il posto di lavoro. Alla <strong>Husqvarna</strong> di Biandronno si è giunti a fine ottobre a un accordo definitivo che ha visto la partecipazione anche della Fiom Cgil, contrariamente alle precedenti intese. Rispetto alle precedenti previsioni, i dipendenti che verranno messi in mobilità su base volontaria passano da 50 a 39 e l&#8217;azienda si è impegnata a non esternalizzare nessuna fase della produzione fino a settembre 2010. Tra le altre situazioni di crisi in regione va segnalata quella della <strong>Preca Brummel</strong> di Carnago (moda per bambini) che ha messo 60 lavoratori in cassa in deroga.</p>
<p><a name="sezione6">COMO</a><br />
<span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span>: Nei primi nove mesi di quest&#8217;anno sono 2.384 i comaschi che hanno perso il posto di lavoro, con un aumento che, se il trend verrà confermato, sarà del 100% rispetto al 2008. Le prospettive per il 2010 non sembrano affatto migliori: &#8220;La previsione è di un raddoppio dei numeri della mobilità il prossimo anno&#8221;, ha detto Alberto Zappa, segretario della Fim Cisl Como. A essere colpiti sono soprattutto gli operai non specializzati, i lavoratori stranieri e le donne. A loro vanno ad aggiungersi anche i numerosi lavoratori frontalieri, a causa della crisi che sta colpendo anche la Svizzera. Registra un aumento anche il ricorso alla cassa integrazione. Secondo dati della Cisl regionale in provincia di Como nel terzo trimestre c&#8217;è stato un uso dell&#8217;ammortizzatore quasi pari a quello dei due trimestri precedenti messi insieme e una esplosione dell&#8217;utilizzo della cassa straordinaria, aumentata rispetto al primo trimestre, in termini di ore richieste, addirittura del 1.000%. L&#8217;unico settore in controtendenza è quello della moda, nel quale si è registrata una diminuzione del monte ore di cassa. In vertiginoso aumento anche le domande di disoccupazione ordinaria, passate dalle 7.725 di tutto l&#8217;anno 2007, alle 10.716 del 2008 e alle 14.210 dei soli primi nove mesi del 2009. La Cna di Como, unica in Lombardia, registrava invece svariati segnali di miglioramento nell&#8217;ambito di una indagine condotta a inizio settembre tra gli artigiani della provincia. I piccoli imprenditori comaschi che hanno registrato ricavi in crescita sono passati dall&#8217;8% al 32%. A livello di fatturato rimane preponderante la percentuale delle aziende artigiane (56%) che hanno riscontrato una diminuzione, un dato comunque inferiore a quello di gennaio (64%). E&#8217; invece in calo il numero delle aziende con capitale invariato, segno che la crisi non ha risparmiato nessuno, anzi presenta una variazione negativa del 20%. Si è infine allargata la forbice tra ottimisti e pessimisti, gli ottimisti sono passati dal 12% al 30%, mentre i pessimisti, pur restando in minoranza, sono quasi raddoppiati, passando dal 12% al 23%. In discesa però, con una variazione di -29%, la percentuale di quanti si professano &#8220;realisti e fiduciosi perchè la crisi passerà&#8221;. Al quadro complessivo vanno aggiunti i dati diffusi dalla Cisl sul precariato nel comasco. Su 190.000 occupati, 30.000 hanno un contratto a tempo determinato (vi sono poi 60.000 lavoratori autonomi). Dall&#8217;inizio della crisi tre assunti su quattro in provincia hanno un contratto a tempo determinato.</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: I dati riportati qui sopra indicano che la crisi sta travolgendo la provincia di Como così come il resto della Lombardia. Se il numero di crisi aziendali che segnaliamo qui di seguito risulta tuttavia inferiore a quello delle altre province, è solo perché la stampa locale (cioè essenzialmente il quotidiano La Provincia) riserva ben poca attenzione a questo aspetto. Vi è innanzitutto da segnalare che non sono poche le grandi imprese in situazione di crisi, come testimoniano i casi della <strong>Invensys</strong> di Lomazzo, della <strong>Gasfire</strong> di Erba, della <strong>Home Connexion</strong> di Figino Serenza e di altre ancora. A Turate si registrano contemporaneamente le crisi della <strong>Guzzetti</strong> (fabbricazione nastri) che ha prorogato fino a dicembre la cassa integrazione a rotazione su una ventina di dipendenti dei 55 totali, e quella della <strong>Tecnicol</strong>, una controllata della stessa Guzzetti, che è ormai in liquidazione e i cui 31 dipendenti sono in cassa straordinaria. Alla <strong>Cigo</strong> di Inverigo, attiva dal 1947, i lavoratori erano stati messi in cassa integrazione prima dell&#8217;estate e a fine luglio la ditta è stata messa in liquidazione. Quest&#8217;ultima ha poi riaperto a settembre, ma riassumendo solo 36 dei 94 dipendenti, lasciando così sulla strada ben 58 lavoratori. Problemi analoghi alla <strong>Edem</strong>, dove dopo una ristrutturazione nel 2008, che aveva portato al licenziamento di 24 dipendenti su 48, è subentrata una nuova proprietà che ha apportato un ulteriore taglio di 12 dipendenti e ha aperto procedure di cassa integrazione straordinaria e di mobilità. Per i lavoratori che rimarranno si prospetta un affitto di ramo d&#8217;azienda con chiamata mensile e rinuncia volontaria alla cassa straordinaria. Crisi profonda anche alla <strong>Dhl Supply Chain Italy</strong> di Vertemate dove in seguito alla diminuzione del 30-40% del fatturato del committente Intai (gruppo Armani) si pensava in un primo tempo a un taglio di circa 18 dipendenti seguito dalla chiusura del sito. Dopo un presidio però i lavoratori sono riusciti a ottenere la cassa integrazione a partire dal 2010 per un massimo di tre mesi nell&#8217;arco dell&#8217;anno, con la chiusura del sito di Vertemate e lo spostamento dei dipendenti in quello di Rovellasca. Alla <strong>Kilian</strong> di Luisago (vernici e inchiostri) sono stati annunciati 20 licenziamenti su un totale di 130 addetti, ignorando le richieste di cassa integrazione straordinaria avanzate dai dipendenti. Sommati ai 4 contratti a termine non rinnovati e ai 6 lavoratori che sono già usciti da inizio anno senza essere sostituiti, i licenziamenti portano a una riduzione del 33% della forza lavoro.</p>
<p><a name="sezione7">LECCO-SONDRIO</a><br />
<span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span>: Come scrive il quotidiano La Provincia di Lecco, i dati sul ricorso agli ammortizzatori sociali che provengono dal territorio dicono esattamente il contrario dei discorsi secondo cui si starebbe ormai superando la crisi. Secondo le cifre diffuse dalla Cgil, a inizio ottobre in <strong>provincia di Lecco</strong> le imprese che utilizzavano la cassa integrazione erano 254, in netto aumento rispetto alle 200 di luglio. I lavoratori coinvolti erano 8.033 su 15.688 complessivi, con un aumento di 2.000 unità rispetto a luglio. Nel settore tessile la situazione rimane stabile, ma ciò è dovuto al fatto che già in precedenza erano in cassa integrazione pressoché tutti i lavoratori del comparto (sono solo una quarantina in tutta la provincia quelli che non sono coinvolti). In peggioramento invece il commercio, nel quale 50 imprese sono in crisi, con 599 lavoratori coinvolti su un totale di 750 dipendenti &#8211; a luglio i dati erano di 6 imprese per 385 dipendenti. Tra gli altri dati estremamente preoccupanti da citare c&#8217;è il fortissimo aumento registrato in particolare dalla cassa integrazione straordinaria, che ad agosto risultata cresciuta del 535% rispetto all&#8217;anno precedente e di circa il 40% rispetto al solo mese precedente. E si tratta di dati che riguardano solo le imprese di dimensioni superiori ai quindici dipendenti. Come riassume Alberto Anghileri, segretario della Camera del Lavoro di Lecco: &#8220;continuiamo ad assistere a un peggioramento della situazione&#8221;. E da un altro fronte gli fa eco Rossella Sirtori, della Camera di Commercio: &#8220;si parla tanto di ripresa, ma nessuno la vede per ora. [In un tale contesto] l&#8217;Italia uscirà dalla crisi a fine 2010 massacrata nel suo sistema industriale e il tessuto imrpenditoriale della provincia di Lecco ne risulterà fortemente ridimensionato&#8221;. La Gazzetta di Lecco ha pubblicato a fine settembre un&#8217;inchiesta su un settore pressoché non coperto dalle indagini statistiche, quello delle cosiddete &#8220;libere professioni&#8221;. Dalle interviste condotte con esponenti della associazioni di settore o con importanti professionisti emerge una situazione di estrema crisi. In seguito a cali dei flussi di lavoro che arrivano anche al 40%, gli studi di architetti di Lecco hanno dimezzato il proprio personale, e i collaboratori rimasti spesso non lavorano nemmeno a tempo pieno. La crisi ha inoltre un riflesso sui giovani laureati che aspirano alla professione: per loro riuscire a cominciare a lavorare nel settore è attualmente quasi impossibile. Anche gli avvocati lamentano un forte calo del lavoro, in particolare per gli studi che lavorano a stretto contatto con le imprese, con i conseguenti tagli di personale e collaboratori. A questi aspetti va ad aggiungersi quello della crescita dei mancati pagamenti da parte dei clienti. In <strong>provincia di Sondrio</strong> le aziende colpite dalla crisi, tra cassa integrazione e mobilità, erano a metà ottobre 65, per un totale di 2.800 lavoratori, una situazione in peggioramento rispetto al periodo estivo. Il segretario provinciale della Cgil, Giorgio Serri, spiega che &#8220;le aziende hanno un calo produttivo medio del 25-30%, ma in molti casi si arriva al 40-50%. Anche la grande distribuzione fa segnare dati negativi: nessun comparto sembra fuori, neanche il turismo. Sono già stati espulsi dal mercato del lavoro mille diplendenti, soprattutto precari&#8221;.</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: Prosegue la crisi della <strong>Moto Guzzi </strong>di Mandello, che nella seconda metà di settembre ha avviato altre tre settimane di cassa integrazione ordinaria (nei mesi precedenti aveva già utilizzato sette settimane di ordinaria). Alla fine dello stesso mese la proprietà (cioè la Piaggio di Roberto Colaninno) ha annunciato un numero di 50 esuberi su 150 dipendenti, una riduzione del personale che equivale a una produzione di 7.000 moto rispetto alle 10.000 per le quali è stato pensato lo stabilimento. I sindacati hanno espresso il timore che questi tagli siano il preludio a un progressivo smantellamento del sito di Mandello, timore rafforzato quando a inizio ottobre, in occasione di un incontro in Regione (nel quale Colaninno ha &#8220;sfilato in passerella&#8221; osannato da svariati politici come il leghista Roberto Castelli e il ciellino Maurizio Lupi) la proprietà Piaggio ha annunciato che gli esuberi sarebbero stati 54 e non 50. A fine ottobre infine la proprietà ha annunciato per lo stabilimento di Mandello un piano di investimenti di alcuni milioni di euro, che i sindacati hanno apprezzato esprimendo tuttavia dubbi poiché recentemente la Piaggio ha annunciato più volte piani che poi non sono stati realizzati. A Mandello prosegue anche la crisi della <strong>Gilardoni Cilindri</strong>, dove a fine 2008 erano già stati tagliati 120 posti su 470. L&#8217;azienda ha richiesto ora altre 13 settimane di cassa ordinaria e i 350 dipendenti rimasti sono sempre più preoccupati per il continuo ricorso all&#8217;ammortizzatore sociale. A Lecco l&#8217;incontro tra proprietà e sindacati della <strong>Leuci</strong> (produzione lampadine) svoltosi a fine settembre per trattare sulla proroga della cassa straordinaria in deroga si è trasformato in una doccia fredda. Sono stati annunciati ben 100 esuberi su 130 dipendenti, senza che sia esclusa la possibilità di un fallimento, e i lavoratori hanno occupato la fabbrica organizzando anche un blocco del traffico. L&#8217;8 ottobre è invece terminato dopo più di un mese il presidio delle 35 lavoratrici della <strong>Stylepack</strong> (scatole metalliche) in cassa integrazione e che da sette mesi non ricevevano lo stipendio: la proprietà della ditta di Olginate ha messo a punto un piano di rientro economico che fornisce garanzie precise almeno per il pagamento degli arretrati, anche se verrà poi messo a punto un piano industriale che con ogni probabilità prevederà esuberi. A fine settembre è stato decretato il fallimento della <strong>Perego Strade</strong> di Cassago, dopo cambiamenti di proprietà della azienda già in crisi che hanno portato a un intricato domino societario difficile da sbrogliare. Per 115 dipendenti su 125 c&#8217;è ora la prospettiva della perdita definitiva del posto di lavoro, oltre alla beffa di non ricevere gli stipendi da giugno: anche in questo caso i lavoratori hanno organizzato un presidio permanente di fronte alla loro fabbrica, che è stato tolto dopo una settimana quando hanno ottenuto almeno la garanzia del pagamento degli arretrati. Picchetto per rivendicare gli stipendi non versati da aprile anche da parte dei 17 lavoratori della <strong>Cablo</strong> di Lecco. E nella stessa città la <strong>Fravit</strong>, a causa della caduta della domanda, ha avviato per i propri 27 dipendenti la cassa integrazione straordinaria, annunciando allo stesso tempo una riorganizzazione produttiva che potrebbe sfociare in licenziamenti. Gli effetti devastanti della crisi in atto sono esemplificati dal caso di Osnago, paese di circa 4.000 abitanti, di cui attualmente 300 sono in cassa integrazione. Nel paese utilizzano l&#8217;ammortizzatore la <strong>Baragetti</strong>, la <strong>Bel Garden</strong>, la <strong>Be-mar</strong>, la <strong>Gierre Ricambi</strong>, la <strong>Legatoria Vega</strong>, la <strong>Reco</strong>, la <strong>Trans-Steel</strong>, la <strong>Im-co Progetti</strong>, la <strong>Larga</strong>, la <strong>Lario Impianti</strong>, la <strong>Fomas</strong>, la <strong>Lamperti</strong> e la <strong>Top Glass</strong>. A Sirone la <strong>Texmec</strong> (settore meccano-tessile) ha decretato 20 esuberi per crisi economica dovuta al calo di fatturato, con l&#8217;avvio della cassa straordinaria di un anno che sfocerà in mobilità. A Calolziocorte la Bonaiti (lavorazione acciaio) ha terminato le ore di cassa integrazione ordinaria a disposizione ed è passata alla cassa straordinaria per 12 lavoratori e al contratto di solidarietà per altri 66, su un totale di 104 dipendenti: si teme quindi per il futuro di questa azienda storica, le cui radici risalgono addirittura al 1830. Difficoltà anche per la <strong>Husqvarna</strong> di Valmadrera, dove è in previsione il licenziamento di 60 lavoratori su 280 (attualmente tutti in cassa integrazione straordinaria per un anno). Il piano di lancio di nuovi prodotti per una ripresa della produzione si sta rivelando irrealizzabile. Anche in provincia di Sondrio la crisi colpisce duramente. Alla <strong>Mc</strong> di Cosio su 577 lavoratori 352 sono in cassa integrazione, 11 in mobilità e 83 fermi per la fine dell&#8217;attività: si sperava in una ripresa dopo le ferie estive, ma non si sono osservati segnali confortanti. Timori anche per la <strong>NewCocot</strong> di Sondrio, che ha già fatto abbondantemente ricorso agli ammortizzatori sociali, e per una grande azienda come la <strong>Cranchi</strong> (settore nautico) che a causa del calo del mercato dovrà probabilmente ricorrere alla cassa integrazione per i suoi 220 dipendenti.</p>
<p><a name="sezione8">BERGAMO</a></p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Dati generali:</span> Nei primi nove mesi dell&#8217;anno in provincia di Bergamo sono state licenziate con procedure collettive 4.685 persone: c&#8217;è stato un lieve caldo di licenziamenti nelle aziende che hanno diritto di accedere agli ammortizzatori sociali e un raddoppio in quelle che non hanno diritto ad accedervi perché con meno di 15 dipendenti (o meno di 50 nel turismo e nel commercio). L&#8217;ultima indagine congiunturale disponibile indica che i livelli di produzione a fine giugno erano decisamente inferiori a quelli del 2000, con un salto indietro di dieci anni dell&#8217;economia bergamasca. I livelli di utilizzo degli impianti sono scesi addirittura sotto il 60%. Nei primo otto mesi dell&#8217;anno le ore di cassa integrazione autorizzate in provincia sono triplicate, e nel mese di settembre c&#8217;è stato un altro grande balzo in avanti di ben oltre 2 milioni di ore, che ha portato il monte ore totale a 15,4 milioni rispetto ai 3,4 dei primi tre trimestri 2008. Preoccupa in particolare l&#8217;impennata della cassa integrazione straordinaria (indicativa di situazioni di crisi più strutturali), che nei mesi precedenti era cresciuta in misura minore rispetto a quella ordinaria, e che invece a fine settembre è risultata in aumento del 910% rispetto a un anno prima. Secondo i sindacati, inoltre, nel quarto trimestre saranno circa 1.800 i lavoratori per i quali scade il periodo di cassa integrazione straordinaria o in deroga. Nel periodo gennaio-agosto 2009 risultano in netta crescita anche i fallimenti, aumentati del 49%. Tra i settori più colpiti dalla crisi vi è quello metalmeccanico, dove a fine settembre c&#8217;erano 500 aziende e 22.368 lavoratori interessati dalla cassa integrazione. Nel settore artigianale durante il terzo trimestre si sono notati segni di &#8220;adagiamento sul fondo&#8221;, cioè di un arresto della caduta su livelli però bassissimi. E&#8217; leggermente diminuito, secondo i dati di un&#8217;inchiesta di Regione e Unioncamere Lombardia, il numero di aziende che registra cali produttivi di oltre il 5% e sono tornate a comparire imprese che dichiarano incrementi superiori al 5% (sono però solo il 2,1%). Un altro dato apparentemente incoraggiante è che il calo del fatturato risultava a fine settembre pari a -19,4% su base annua, rispetto al -23,4% del secondo trimestre. Dato che diventa meno incoraggiante se si tiene conto di un aspetto tanto elementare quando fondamentale, come osserva l&#8217;Eco di Bergamo: &#8220;ormai il confronto viene fatto su un periodo come il terzo trimestre 2008 che già iniziava a dare segni di cedimento della congiuntura. In prospettiva non ci sono grandi prospettive per un recupero della produzione, dato che viene denunciato un carico di ordini in flessione, sia sul mercato interno sia su quello estero&#8221;.</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi Aziendali:</span> &#8220;Il lunedì nero del lavoro bergamasco&#8221;, così titolava l&#8217;Eco di Bergamo il 29 settembre dopo l&#8217;annuncio contemporaneo, in una sola giornata, di 836 esuberi negli stabilimenti bergamaschi della Tenaris-Dalmine, di 73 esuberi al Maglificio Dalmine e di 50 esuberi alla System Plast di Telgate, per un totale di quasi 1.000. Il caso dagli effetti socialmente più devastanti è quello della <strong>Tenaris Dalmine</strong>, che nell&#8217;ambito di un piano di riorganizzazione a livello internazionale ha annunciato per la provincia di Bergamo il taglio del 32% dei dipendenti negli stabilimenti di Dalmine e Sabbio e addirittura del 48% a Costa Volpino, per un totale per l&#8217;appunto di 836 tagli (in totale, a livello nazionale, si parla di 1.024 esuberi). Da sempre uno dei perni dell&#8217;economia bergamasca, la Dalmine è passata dai 14.000 dipendenti del 1975, ai 10.000 del 1986 e ai 5.000 degli anni novanta. Nel momento in cui chiudiamo il presente Diario è in programma un vertice tra ministero per lo sviluppo economico, sindacati e vertici dell&#8217;azienda per affrontare la crisi. E&#8217; stato inoltre annunciato che presto si riuniranno a Dalmine i rappresentanti sindacali dei vari stabilimenti che il gruppo Tenaris possiede in Canada, Argentina, Brasile, Colombia e Romania, per discutere tra le altre cose l&#8217;eventuale organizzare un&#8217;azione di protesta comune a livello internazionale. La <strong>System Plast</strong> di Telgate, che alla fine dell&#8217;anno scorso è stata acquistata dalla multinazionale americana Emerson, ha annunciato ai sindacati l&#8217;intenzione di spostare parte dell&#8217;attività produttiva in Germania, con la prospettiva di un taglio di una cinquantina di posti di lavoro su 120 complessivi. Il piano industriale verrà specificato maggiormente nei dettagli nei prossimi giorni. La System Plast è il secondo gruppo al mondo nella produzione di componentistica per l&#8217;industria alimentare. Crisi anche al <strong>Maglificio Dalmine</strong>, che ha annunciato una riorganizzazione operativa con una notevole riduzione del personale: 73 posti di lavoro in meno per un&#8217;occupazione che scenderà da 138 a 65 persone (l&#8217;organico è composto al 90% da donne, quasi tutte giovani). Il tutto dopo che a luglio era stata aperta la procedura di cassa straordinaria fino a fine dicembre ma, come specifica l&#8217;amministratore delegato della società, l&#8217;azienda sta affrontando una crisi che non è più congiunturale ed è ormai diventata strutturale. Acque agitate anche alla <strong>Frattini</strong> di Seriate, in concordato preventivo. I lavoratori hanno protestato per le modalità affrettate e poco trasparenti con cui è stata condotta la prima gara per l&#8217;acquisto di un ramo aziendale, quello dei metal container, vinta da una società del gruppo tedesco Polytype-Mall Herlan che si è impegnata ad assorbire solo 37 dei 66 lavoratori. Rimangono ancora da definire le sorti dell&#8217;altro ramo d&#8217;azienda, dove lavora la maggior parte dei 191 dipendenti della Frattini e per il quale le prospettive non sono buone, visto che sembra non sia stata presentata alcuna offerta. La <strong>Lilly Italia</strong> di Pedrengo (biancheria intima), dove sta per terminare la cassa straordinaria per crisi aziendale aperta lo scorso febbraio, ha deciso la mobilità per 30 dipendenti su 62 (in maggioranza donne): i lavoratori temono per una prossima dismissione delle attività produttive a favore di una trasformazione in realtà logistica-commerciale. Un&#8217;altra crisi di grandi dimensioni in territorio bergamasco è quella della <strong>Same</strong> di Treviglio (produzione trattori), che a fine ottobre ha annunciato 150 nuovi esuberi, dopo che a fine agosto il gruppo aveva già registrato a livello nazionale 362 uscite. Il settore risente della crisi nell&#8217;agricoltura e, dopo il calo del mercato del 24% nel primo semestre, seguito da un forte peggioramento a luglio e agosto, prevede un&#8217;ulteriore flessione del 14% nel 2010. A fronte di un calo del fatturato del 45%, la <strong>Moog</strong> di Almenno ha annunciato 14 licenziamenti dopo avere utilizzato 26 settimane di cassa ordinaria fino a fine settembre. Anche per la <strong>A Electric</strong> di Villa d&#8217;Adda la lunga cassa ordinaria è sfociata nella crisi più nera, cioè nel fallimento. Già in difficoltà finanziarie, la società è stata messa in ginocchio dal fallimento di altre aziende presso cui vantava crediti, con un preoccupante effetto a catena. Per i circa 40 dipendenti, che tra l&#8217;altro dall&#8217;estate non ricevono più lo stipendio, si apre la prospettiva della perdita del posto di lavoro. Situazione simile anche alla <strong>Hidroberg</strong> di Grassobbio, dove dopo 13 settimane di cassa ordinaria si è giunti alla cassa straordinaria per cessata attività per tutti i 18 lavoratori (nei tempi d&#8217;oro l&#8217;azienda era arrivata ad avere un centinaio di dipendenti). Al bottonificio <strong>Limar</strong> di Grumello del Monte si è giunti a ottobre a una svolta nell&#8217;assurda situazione che colpiva i 25 dipedenti, da febbraio senza stipendio perché la fabbrica era ferma ma ufficialmente ancora in attività. Sono stati gli stessi lavoratori a chiederne il fallimento, in modo da potere ottenere almeno la cassa integrazione straordinaria, e il 13 ottobre la loro richiesta è stata infine accolta. Alla <strong>Toora</strong> di San Paolo d&#8217;Argon in amministrazione straordinaria è stata disposta la cassa straordinaria per 90 lavoratori, che vanno così ad aggiungersi ai circa 180 che erano già in cassa in altri due siti dell&#8217;azienda. La <strong>Cantieri Riva</strong> di Sarnico (213 dipendenti) ha richiesto altre due settimane di cassa integrazione da utilizzare a ottobre dopo averne già utilizzate due a settembre. A Treviglio si è chiusa la vertenza della <strong>Eurogravure</strong> (stampa rotocalco), che risente pesantamente della crisi dell&#8217;editoria. L&#8217;organico si assesterà sui 146 dipendenti, mediante la messa in cassa straordinaria di un anno di 60 dipendenti e il prepensionamento di un massimo di 40. Soluzione dolorosa anche per la cooperativa <strong>Igb</strong> di Zingonia, delle cui 79 socie-dipendenti 40 saranno assorbite dal cliente Mgl di Bergamo, mentre le rimanenti 39 andranno in mobilità. Citiamo infine un lungo elenco dell&#8217;Eco di Bergamo che dà un&#8217;idea della pesante situazione in tutta la provincia: &#8221; Il <strong>Cotonificio Honegger</strong> di Albino è una delle ultime vicende: su 430 lavoratori, per 25 dovrebbe scattare la Cassa integrazione a zero ore, dopo l’annuncio di una riorganizzazione destinata a portare a 240 esuberi. Al <strong>Linificio e Canapificio Nazionale</strong> di Villa d’Almè è stata prorogata la Cassa straordinaria per 112 dipendenti su 200. Poi la <strong>Manifattura Valle Brembana</strong> di Zogno: 416 addetti e 241 esuberi dichiarati, in contratto di solidarietà fino al 9 gennaio; la <strong>Miti</strong> di Zogno: 78 persone coinvolte in una Cassa speciale per cessazione d’attività; la <strong>Valbrem</strong> di Lenna: Cassa speciale a rotazione per un anno per 162 dipendenti. Anche un colosso come la <strong>Sanpellegrino</strong> la primavera scorsa ha annunciato 282 lavoratori in eccedenza a livello nazionale, scesi poi a 115 (da 60 a 40 per lo stabilimento di Ruspino). La <strong>Rono</strong> di Almenno San Bartolomeo ha previsto la Cassa integrazione per un anno a rotazione per tutti i 158 dipendenti. Cigs anche alle <strong>Fonderie Mazzucconi</strong> di Ponte San Pietro per 130. La <strong>Pigna</strong> di Alzano Lombardo: l’azienda ha dapprima aperto la procedura di mobilità trovando poi l’accordo con i sindacati per la Cassa integrazione straordinaria per i 133 dipendenti del reparto cartiera. La <strong>Siac</strong> di Pontirolo Nuovo e Osio Sotto: Cassa integrazione straordinaria per due anni dal febbraio 2009 al febbraio 2011. La <strong>Comital</strong> di Nembro: 97 lavoratori sono in Cassa speciale dal maggio scorso per cessata attività. La <strong>Società del Gres</strong> di Sorisole: Cassa integrazione straordinaria per due anni per i 147 lavoratori (40 dei quali accedono direttamente alla pensione tramite la mobilità). La <strong>Tessival</strong> di Fiorano al Serio: su 210 addetti, sono in Cassa straordinaria circa 80 lavoratori. Fino a dicembre Cassa integrazione straordinaria per ristrutturazione per 410 lavoratori su 630 alla <strong>Promatech</strong> negli stabilimenti di Casnigo, Colzate e Vilminore di Scalve. Alla <strong>Texter</strong> (ex Legler) di Ponte San Pietro è stata prorogata fino a maggio 2010 la Cassa integrazione straordinaria per 335 lavoratori. Cassa straordinaria anche alle <strong>Fonderie Pilenga</strong> di Comun Nuovo (per 13 settimane) per i 230 lavoratori in organico. In corso la Cassa speciale anche alla <strong>Radici Pietro Industries &amp; Brands</strong> (l’<strong>ex Tappetificio</strong>) di Cazzano Sant’Andrea fino a un massimo di 120 dei 240 lavoratori&#8221;. E, dallo stesso quotidiano, un altro impressionante elenco, quelle delle aziende entrate in cassa integrazione da settembre: &#8220;da settembre sono entrate in Cassa integrazione ordinaria, tra le altre, la <strong>I.M.C. Italiana</strong> macchine caffè di Bergamo (62 lavoratori, fino al 27 novembre 2009), <strong>Tullio Giusi</strong> Spa di Grumello del Monte (53 lavoratori per 13 settimane dal 21), <strong>Az F.I.U.S.</strong> Spa di Terno d’Isola (51 lavoratori dal 21 settembre al 19 dicembre 2009), <strong>Officine Meccaniche Rozzoni</strong> di Brignano Gera d’Adda (48 lavoratori, dal 14 settembre all’11 dicembre 2009). Stanno per iniziarla anche l’<strong>Imet</strong> Spa di Cisano Bergamasco (55 lavoratori, dal 5 ottobre al 24 dicembre 2009), <strong>Locatelli</strong> Spa di Mapello (45 lavoratori, dal 1° ottobre al 18 dicembre 2009), <strong>Italgru</strong> srl di Ambivere (41 dipendenti, dal 5 ottobre al 19 dicembre 2009). C’è poi la cassa in deroga dal 1° di settembre al 30 giugno 2010 per i 50 lavoratori dell’<strong>Mcs Officina meccanica</strong> Spa di Urgnano; la cassa in deroga per 6 mesi della <strong>Tecno Progress</strong> di Madone (25 lavoratori); e la cassa in deroga per 13 settimane (dal 14 settembre), che coinvolge 10 impiegati della <strong>G.M.V. Macchine utensili</strong> Spa di Stezzano. È, invece, straordinaria da settembre la cassa integrazione per la <strong>Cortis Lentini</strong> di Gorle (41 lavoratori) e per le officine <strong>Turra</strong> srl di Grumello del Monte (24 lavoratori). In mobilità, infine, la <strong>M&amp;M International</strong> di Orio al Serio (per 25 lavoratori), la <strong>Faeber Lighting System</strong> Spa di Orio al Serio (per 22 lavoratori) &#8220;.</p>
<p><a name="sezione9">BRESCIA</a></p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span><strong>:</strong> A fine settembre la situazione in provincia di Brescia cominciava già a precipitare. Diversi gli annunci di chiusura di diversi colossi del settore manifatturiero locale (oltre all’Ideal Standard naturalmente). Dalla Mac alla Borromini, dalla Aluminium Trevisan Cometal alla Federal Mogul di Desenzano, dal Pastificio Pagani di Rovato alla Europress di Sarezzo e alla Gnutti Sebastiano di Villa Carcina. Secondo i dati diffusi a inizio ottobre dall’Inps nel mese di settembre le aziende bresciane hanno chiesto 5,8 milioni di ore di cassa integrazione (4,6 milioni di cigo e 1,2 milioni di cigs) facendo registrare così una netta crescita (nello stesso mese del 2008 erano 864mila). Anche in settembre sono state soprattutto le imprese meccaniche a chiedere la cassa seguite dalle metallurgiche, tessili e dalle chimiche. Le ore autorizzate per il periodo gennaio – settembre 2009 hanno raggiunto quindi quota 31.924.027. La crescita rispetto al 2008 è stata dunque del 694%. Altro dato sconfortante è quello inerente i fallimenti nei primi nove mesi del 2009: 172 contro i 129 del 2008. L’analisi congiunturale relativa al terzo trimestre 2009, presentata a metà ottobre da Apindustria, evidenzia l’incedere di una crisi drammatica in provincia. Dalle 1500 imprese che costituiscono il campione è emerso un quadro sconsolante. Quattro imprese bresciane su 5 hanno registrato nel terzo trimestre un calo medio del fatturato del 30%. In ogni caso tutti gli indicatori appaiono negativi: produzione, occupazione, ordini e prezzi di listino. Secondo il rapporto Excelsior (Sistema informativo di Unioncamere) nel 2009 in provincia di Brescia si prevedono 15780 assunzioni a fronte di 21110 uscite (-5340 posti di lavoro pari al -1,7% del totale).</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: Il 22 settembre scorso i 130 dipendenti della <strong>Ideal Standard</strong>, ditta specializzata nella produzione di sanitari, a seguito dell’annuncio di spegnimento del forno in funzione da circa 60 anni, e dopo tre mesi di presidio, hanno occupato il sito produttivo. Diverse le istituzioni coinvolte per cercare una soluzione alternativa alla chiusura: dal Comune al Prefetto, dalle autorità regionali al Ministero delle attività produttive. Il 6 ottobre, a seguito dell’annuncio della proprietà di non voler spegnere il forno, i lavoratori hanno deciso di chiudere l’occupazione dello stabilimento e di proseguire con un presidio permanente. Nel frattempo per trovare possibili soluzioni alla crisi della nota azienda le rappresentanze dei lavoratori e la proprietà hanno incontrato il 13 ottobre a Roma, presso il Ministero allo Sviluppo Economico, il sottosegretario Stefano Saglia, il quale ha proposto all’azienda di valutare la realizzazione della piattaforma logistica nel centro intermodale piccola velocità di Brescia. Dopo qualche giorno l’azienda ha proposto alle rappresentanze sindacali una riduzione degli esuberi, attraverso un sistema che avrebbe portato al dimezzamento variabile a livello aziendale per ogni stabilimento. I sindacati non hanno accettato la piattaforma proposta. Nel frattempo in provincia sono diverse le agitazioni dei lavoratori. Alla <strong>Rothe Erde</strong>, i lavoratori hanno deciso a metà ottobre di indire uno sciopero (un’ora per turno) per contrastare la scelta aziendale di licenziare 55 lavoratori. Alla <strong>Federal Mogul</strong> i dipendenti hanno scelto il presidio permanente e un’ora di sciopero per turno per impedire il trasferimento della produzione in Polonia e la chiusura dello stabilimento di Desenzano.  La <strong>Brandt Italia</strong>, ex Ocean, di Verolanuova, ha ufficializzato l’apertura della mobilità per 200 lavoratori su 495 dopo aver chiesto invano una proroga della cassa in deroga. Centocinquanta lavoratori della <strong>Ab Plast</strong> di Montichiari, azienda controllata dal gruppo francese Hager, hanno dato vita a un presidio permanente davanti ai cancelli della fabbrica, a seguito dell’annuncio della proprietà di voler chiudere il sito produttivo a giugno 2010.</p>
<p><a name="sezione10">PAVIA</a><br />
<span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span>: I dati sullo stato dell’occupazione in provincia di Pavia (inerenti il primo trimestre 2009), resi noti poco dopo la metà del mese di settembre, evidenziando un saldo occupazionale positivo (+800 occupati circa) sembrerebbero presagire una prima timida ripresa. In realtà la gran parte dei nuovi posti di lavoro è di tipo precario (i contratti a tempo determinato infatti sono il 47% del totale). Secondo le compagini sindacali locali uno dei settori più colpiti risulta essere quello calzaturiero. Il 90% delle imprese di tale settore hanno attivato la cassa integrazione ordinaria e hanno registrato un calo medio del 40% di fatturato e ordini. In particolare a pagare di più la crisi sembrano essere i contoterzisti della calzatura (fornitori abituali ad es. di Prada, Gucci e Ferragamo). La flessione su base annuale è impressionante: da 200 a 40 paia al giorno; da fatturati medi che si attestavano sui 600mila euro agli attuali 200mila. Anche il settore dell’edilizia pavese sembra essere stritolato dalla crisi. Si è passati da 11mln di ore lavorate del 2008 ai circa 9 milioni attuali ; le ore di cassa integrazione ordinaria sono passate da 341mila a 818 mila.</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: Alla <strong>Sigma</strong>, azienda meccanica di <strong>Vigevano</strong>, a seguito dell’attivazione della cassa straordinaria, cinquanta dipendenti hanno dato vita a un presidio davanti ai cancelli dell’azienda al fine di avere risposte sul loro futuro. Al momento la ricerca di un nuovo acquirente non ha prodotto alcun frutto. L’assessorato provinciale alle Politiche sociali si è attivato per tentare il reinserimento lavorativo dei cassintegrati. A seguito del fallimento di due aziende edili di <strong>Vigevano</strong> (la <strong>Arcadia</strong> e la <strong>Area Costruzioni</strong>) sono 60 i dipendenti rimasti senza lavoro nella zona. La situazione è disperata anche per i circa 80 artigiani che fungevano da subfornitori delle due ditte. I lavoratori dell’<strong>Arsenale</strong> di <strong>Pavia </strong>per far sentire la loro voce, a seguito della probabile chiusura del gruppo, hanno bloccato pacificamente il ministro della Difesa Ignazio La Russa che transitava in auto davanti al loro presidio. Nei giorni successivi è stata ventilata la possibilità di un reimpiego di almeno 100 dipendenti (su 235) nel locale Provveditorato agli Studi. Dal mese di agosto, secondo quanto dichiarato dal segretario della Cgil trasporti di Voghera, 15 dipendenti della <strong>Csi</strong>, cooperativa che ha in subappalto la pulizia dei treni, spazi delle stazioni e anche la minuta manutenzione, non ricevono lo stipendio. Le organizzazioni sindacali hanno minacciato la proprietà di indire uno sciopero immediato.</p>
<p><a name="sezione11">LODI</a></p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span><strong>:</strong> Secondo i dati diffusi a fine settembre dall’ufficio regionale CGIL, in provincia di Lodi il ricorso alla cassa integrazione è cresciuto dell’851% nel giro di un anno. Il settore che appare più coinvolto è quello industriale, seguono quello metallurgico e quello del legno. Da sottolineare l’aumento del ricorso alla cassa integrazione in deroga concessa alle realtà imprenditoriali medio piccole. Anche i dati Cisl di fine settembre confermano uno scenario fortemente negativo: 3000 lavoratori in cassa e 1300 in mobilità.Secondo un’indagine diffusa dalla locale Camera di Commercio a metà ottobre l’ultima ondata di crisi che ha travolto il territorio lodigiano ha lasciato a casa circa 10.000 lavoratori. I dati resi noti a fine ottobre non sono certo più rosei. Le ore di cassa integrazione concesse nel lodigiano da gennaio a settembre sono 2.061.189 (nello stesso periodo del 2008 erano 202.933. Lodi registra quindi un aumento del 915% attestandosi quindi al terzo posto in Lombardia dopo Lecco (+1187%) e Cremona (+1.006%). In ginocchio il polo chimico lodigiano. A parte i colossi (la Lever di Casale e la Akzo Nobel di Fombio) è tutto il settore a soffrire. Hanno avviato la cassa integrazione o stanno per farlo la Flexor di Massalengo, la Mgf di Pieve Fissiraga, la Pregis di Ossago, la 3R di Saleranno, la Poligolf di Pieve Fissiraga e la Gr Belts di Borghetto Lodigiano.</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: Il 17 settembre scorso, alla <strong>Akzo Nobel</strong> di Fombio, azienda leader nel campo della produzione di vernici, i dipendenti casualmente hanno trovato dei documenti della proprietà sulla intranet aziendale (confermati successivamente dai vertici dell’impresa in un incontro con i sindacati) che annunciavano la chiusura dello stabilimento entro fine anno. I 185 dipendenti a fronte dell’annuncio hanno deciso l’immediato blocco della produzione e un presidio permanente di protesta davanti ai cancelli del sito produttivo. Qualche giorno l’azienda ha reso noto che la data di chiusura sarà fine giugno 2010. A seguito delle proteste dei dipendenti la Akzo ha concesso un incentivo mensile ai dipendenti che rimarranno fino alla chiusura e ha assicurato che farà di tutto per ricollocare almeno una parte dei dipendenti in altri siti produttivi del gruppo. Dopo svariati confronti con la proprietà chiusi negativamente le compagini sindacali hanno scelto l’atto estremo di protesta dello sciopero della fame. A seguito l’impresa ha accettato di riaprire il tavolo sindacale per discutere di riduzione degli esuberi e ricollocazione dei dipendenti. Nonostante esistesse un formale pre-accordo tra la proprietà della <strong>Lever </strong>di Casalpusterlengo e il Comune nessuno dei cassintegrati del colosso chimico è stato assunto dal nuovo centro commerciale IperFamila appena aperto nella zona. Un ex top manager dell’azienda il senatore Michele Bucci in un’intervista a metà ottobre ha dichiarato che il colosso chimico è a rischio di chiusura totale. Subito le compagini sindacali hanno cercato di approfondire con i vertici aziendali che non hanno dato risposte soddisfacenti. La <strong>Nilfisk Advance</strong>, multinazionale danese leader mondiale delle macchine professionali per la pulizia, ha deciso che sposterà alcune linee produttive di Guardamiglio in Ungheria. I vertici aziendali hanno chiesto la cassa straordinaria per 90 dipendenti su un totale di 171. I sindacati hanno subito indetto uno sciopero di protesta.</p>
<p><a name="sezione12">CREMONA</a></p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span><strong>: </strong>Secondo i dati resi noti dalla Provincia nella seconda metà del mese di settembre, in provincia di Cremona, calano drasticamente le assunzioni (-20%) e crescono i contratti a tempo determinato. Il calo principale riguarda il settore manifatturiero; sostanzialmente stabile la situazione in agricoltura, costruzioni, sanità e servizi di informazione. Le aree più colpite dalla crisi occupazionale sono Crema, Casalmaggiore e Soresina. L’indagine congiunturale resa nota dalla locale Camera di Commercio alla fine del mese di settembre pur confermando la grave situazione sul fronte occupazionale evidenziava timidi segnali di ripresa economica da imputarsi principalmente a un leggero aumento dei consumi. L’indagine ha poi sottolineato il perdurare di una grave crisi nel settore metalmeccanico concentrato principalmente nell’area di Castelleone  e nel settore cosmetico. Segnali di ripresa più marcati arrivano invece dal settore chimico, dall’edilizia, dal commercio e dalla siderurgia. Da rilevare poi un incremento nel primo semestre 2009 di 43 unità del numero delle imprese attive nel cremasco. Per quello che riguarda il settore metalmeccanico cremonese un’indagine della locale Fim Cisl a fine settembre sottolineava che dalla fine di luglio del 2009 la crisi ha riguardato 163 imprese per un totale di 2704 lavoratori. Secondo i dati di Cgil Lombardia (diffusi a fine ottobre) nei primi otto mesi dell’anno, il ricorso alla cassa integrazione a Cremona è aumentato del 1079% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (facendo attestare la provincia al secondo posto regionale); con un valore che supera del 594% la media regionale. Da gennaio a settembre (rispetto allo stesso periodo del 2008) le ore di cassa sono passate da 500.000 a 5,5 milioni.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi Aziendali</span><strong>: </strong>La <strong>Cierreci</strong>, ditta di confezioni di Malagnino, ha chiuso i battenti, a seguito di un pignoramento, lasciando sulla strada 27 operai. A seguito dell’intervento dei sindacati e delle istituzioni 25 lavoratori hanno potuto accedere alla cassa integrazione speciale per cessata attività e un altro dipendente alla cassa integrazione in deroga (per l’ultimo dei 27 dipendenti non si è potuto fare nulla in quanto non risultava ancora regolarmente registrato). Dopo aver minacciato la chiusura la <strong>Rdb</strong> di Ponticelli ha attivato la cassa integrazione ordinaria fino al 5 dicembre per 60 dei 106 dipendenti. A seguito l’impresa rianalizzerà la situazione. Alla <strong>Nuova Sala</strong> di Sabbioneta è partita la procedura di mobilità volontaria di 13 dipendenti su 39. Per i restanti 26 la situazione è fortemente incerta. La <strong>Faital</strong> di Chieve, a seguito di un incontro in Regione, ha chiesto l’attivazione della cassa integrazione straordinaria per tutti i 118 dipendenti per i prossimi 12 mesi. Alla <strong>Oem-Ali </strong>di Bozzolo, azienda specializzata in forni per pizza e impastatrici, i sindacati hanno indetto 8 ore di sciopero  contro i 17 licenziamenti annunciati dalla proprietà dopo sole 14 settimane di cigo. La <strong>Comandulli</strong> di Castelleone, operante nella produzione di macchine lucida-marmo, in un’assemblea con i lavoratori a fine ottobre ha dichiarato 35 esuberi (su un totale di 94 dipendenti compresa la sede genovese). La <strong>Falegnameria Minuti</strong> di Gussola, specializzata nella produzione di serramenti, pur non avendo mai richiesto l’attivazione degli ammortizzatori sociali, da giugno non paga i dipendenti. I sindacati si son detti pronti ad adire le vie legali.</p>
<p><a name="sezione13">MANTOVA</a></p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span><strong>: </strong>La crisi nell’area mantovana non sembra assolutamente frenare. Secondo i dati resi noti dalla Provincia a inizio ottobre se da una parte evidenziano una certa stabilità del dato occupazionale (nei primi nove mesi dell’anno sono 1261 le persone licenziate contro le 1561 dello stesso periodo dell’anno scorso) dall’altra sottolineano la situazione drammatica sul fronte degli ammortizzatori sociali. Il settore industriale mantovano è passato da 222.814 ore autorizzate di cassa ordinaria nei primi mesi del 2008, a 1.792.997 ore nel periodo gennaio-agosto 2009. Esemplare è poi il dato riguardante l’ausilio della cassa straordinaria da parte di aziende con meno di quindici dipendenti: nel luglio 2009 sono state autorizzate 1.474.668 ore (nel luglio 2008 erano 48.753!). In particolare il settore dell’artigianato nel mantovano sembra vivere una crisi drammatica. Secondo dati diffusi dalla Cgil locale le aziende artigiane che hanno chiesto di poter utilizzare la cassa in deroga sono già 723. I lavoratori che sperano di poter accedere alla cassa (e quindi non essere licenziati) sono più di 4000 (su un totale di 5200 addetti). Più di mille di loro sono già alla seconda richiesta di sostegno al reddito. Una delle aree provinciali che sembra più colpita dalla crisi è quella di Viadana. Secondo il locale assessore alle attività economiche sono 34 le imprese della zona in forte difficoltà (su un totale di 581 addetti, 397 sono in cassa integrazione). A fine ottobre la pubblicazione dell’indagine sulla congiuntura economica locale della Camera di Commercio di Mantova segnala i timidi segni di ripresa. Se da una parte si registra un calo occupazionale del 3% e un calo produttivo (-1,5% su base trimestrale e -7% su base annuale) dall’altra emerge un timido aumento degli ordini esteri (+0,7%) e del fatturato delle imprese manifatturiere (+3%).</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span><strong>: </strong>Situazione drammatica alla <strong>Biztiles</strong> di <strong>Bondeno di Gonzaga</strong>, azienda di punta del polo ceramicolo locale: dismissione in corso dell’azienda ,cassa integrazione di luglio e agosto non ancora accreditata ai singoli operai e tfr non riconosciuto (sarebbero stati offerti solo 100 euro ad operaio a titolo compensativo!). La questione è stata sottoposta all’assessorato al Lavoro della Regione Lombardia. E’in corso un tentativo in extremis di reimpiego della forza lavoro dell’azienda.  Alla <strong>Pompea</strong> (noto calzificio) i lavoratori hanno indetto lo scorso 9 ottobre uno sciopero di 8 ore e presidio nei due stabilimenti di <strong>Asola</strong> e <strong>Medole</strong> a seguito dell’annuncio della proprietà di altri 50 esuberi.  Alla <strong>Ca.me.t.</strong>, azienda specializzata nella carpenteria metallica tecnica, di <strong>Suzzara</strong> alcuni dipendenti a fine settembre hanno ricevuto una raccomandata che annunciava loro il licenziamento a causa dell’attuale congiuntura economica. Gli operai si sono immediatamente rivolti alle compagini sindacali per ottenere il sostegno legale. Alla <strong>Lavorwash</strong> di <strong>Pegognaga</strong>, a fronte di una richiesta di cassa integrazione per 90 operai e dieci impiegati, di fatto solo 20 operai (sempre gli stessi) sono in cassa a zero ore da cinque mesi.</p>
<p>(fonti: la stampa locale lombarda dal 12 settembre all&#8217;1 novembre 2009)</p>
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		<title>Giovanni Arrighi, I sinuosi sentieri del capitale</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Sep 2009 09:20:18 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[2. Crisi globale]]></category>
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		<description><![CDATA[Il giugno scorso è morto Giovanni Arrighi, nato a Milano nel 1937 e uno dei maggiori studiosi di economia, in particolare delle dinamiche del capitalismo mondiale. Lo ricordiamo con una lunga intervista concessa poco prima della morte e che va dai suoi anni giovanili milanesi, fino agli anni &#8217;60 e alle lotte studentesche a Trento [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&amp;blog=7100082&amp;post=773&amp;subd=milanointernazionale&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --><strong><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">Il giugno scorso è morto Giovanni Arrighi, nato a Milano nel 1937 e uno dei maggiori studiosi di economia, in particolare delle dinamiche del capitalismo mondiale. Lo ricordiamo con una lunga intervista concessa poco prima della morte e che va dai suoi anni giovanili milanesi, fino agli anni &#8217;60 e alle lotte studentesche a Trento e Torino e, soprattutto, a una ricapitolazione delle sue fondamentali opere. Anche l&#8217;intervistatore è d&#8217;eccezione: David Harvey, geografo ed economista marxista.</span></strong></p>
<p style="margin-bottom:0;" align="left"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><a href="http://milanointernazionale.files.wordpress.com/2009/09/intervista-ad-arrighi1.pdf">Scarica &#8220;I sinuosi sentieri del capitale&#8221; in formato pdf.</a><strong><br />
</strong></span></p>
<p style="margin-bottom:0;"><span id="more-773"></span></p>
<p style="margin-bottom:0;">
<p style="margin-bottom:0;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><em>Puoi raccontarci delle tue origini familiari e della tua educazione?</em></span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">Sono nato a Milano nel 1937. La famiglia di mia madre era di origine borghese. Mio nonno, figlio di immigrati svizzeri stabilitisi in Italia, era asceso dalle fila dell&#8217;aristocrazia operaia giungendo a impiantare all&#8217;inizio del XX secolo una fabbrica di macchine tessili, per poi passare a fabbricare sistemi di riscaldamento e di aria condizionata. Mio padre, nato in Toscana, era figlio di un ferroviere. Arrivò a Milano e trovò lavoro nella fabbrica di mio nonno materno e finì per sposare la figlia del padrone. Vi furono tensioni, che alla fine fecero sì che mio padre aprisse un&#8217;attività in concorrenza con suo suocero. Entrambi, comunque, condividevano sentimenti antifascisti e ciò influenzò molto i miei primi anni d&#8217;infanzia, dominati dalla guerra, l&#8217;occupazione nazista del nord Italia dopo la resa di Roma del 1943, la Resistenza e l&#8217;arrivo della truppe alleate.</span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">Mio padre morì improvvisamente in un incidente d&#8217;auto quando avevo diciott&#8217;anni. Decisi di mantenere la sua attività, contro il consiglio di mio nonno, ed entrai alla Bocconi per studiare economia, con la speranza che mi aiutasse a gestire l&#8217;impresa. Il Dipartimento di Teoria Economica era un baluardo del pensiero neoclassico senza alcuna relazione con il keynesismo, e di nessun aiuto per gestire la fabbrica di mio padre. Alla fine mi convinsi che dovevo chiuderla. Successivamente investii due anni lavorando in una delle imprese di mio nonno raccogliendo dati sull&#8217;organizzazione del processo di produzione. Lo studio mi convinse che gli eleganti modelli dell&#8217;economia neoclassica erano irrilevanti per capire la produzione e la distribuzione <span style="font-weight:normal;">dei redditi</span><strong> </strong>e ciò divenne il punto centrale della mia tesi. In seguito fui nominato <em>assistente volontario,</em>cioè assistente non pagato del mio professore, all&#8217;epoca era il primo gradino nell&#8217;organigramma delle università italiane. Per guadagnarmi la vita trovai un lavoro alla Unilever, come aspirante manager.</span></p>
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<p style="margin-bottom:0;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><em>Come successe che andasti in Africa nel 1963 a lavorare per l&#8217;University College della Rhodesia e Nyasaland?</em></span></p>
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<p style="margin-bottom:0;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">Fu molto semplice. Venni a sapere che le università inglesi pagavano gente per insegnare e fare ricerca, a differenza dell&#8217;Italia dove dovevi fare quattro o cinque anni come assistente volontario prima di avere qualche speranza di ottenere un lavoro retribuito. All&#8217;inizio degli anni &#8217;60, gli inglesi stavano aprendo università in tutto il loro vecchio impero coloniale, come <em>college </em><span style="font-style:normal;">delle università inglesi. La UCRN era un college dell&#8217;Università di Londra. Mi presentai in due posti, uno in Rhodesia e un altro a Singapore. Mi chiamarono per un colloquio a Londra e poiché la UCRN si mostrò interessata, mi offrirono un lavoro come docente di economia. E così me ne andai là.</span></span></p>
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<p style="margin-bottom:0;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><span style="font-style:normal;">Fu una vera rinascita intellettuale. La tradizione neoclassica modellata matematicamente su cui mi ero formato non aveva niente a che vedere con i processi che stavo osservando in Rhodesia o con la realtà della vita africana. Nell&#8217;UCRN lavorai insieme ad antropologi, in particolare con Clyde Mitchell, che già lavorava sull&#8217;analisi delle reti, e con Jaap van Velsen, che stava introducendo l&#8217;analisi situazionale, successivamente concettualizzata come analisi generalizzata di </span><em>case-study</em><span style="font-style:normal;">. Partecipai ai loro seminari regolarmente ed entrambi mi influenzarono enormemente. Poco a poco abbandonai i modelli astratti a favore di una teoria dell&#8217;antropologia sociale empirica e storicamente fondata. Cominciai il mio lungo cammino dalla teoria economica neoclassica alla sociologia storico-comparativa.</span></span></p>
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<p style="margin-bottom:0;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><em>Questo fu il contesto nel quale hai scritto il tuo saggio “Struttura di classe e sovrastrutture in Rhodesia” [in italiano nel volume </em><span style="font-style:normal;">Sviluppo economico e sovrastrutture in Africa</span><em>, Einaudi, 1969], che analizzava le forme di sviluppo della classe capitalista in questo paese e le sue contraddizioni specifiche, e spiegava contemporaneamente le dinamiche che avevano portato alla vittoria nel 1962 del Rhodesian Front Party, animato da coloni, e alla Dichiarazione Unilaterale di Indipendenza del 1965 da parte di Smith. Qual è stato lo stimolo iniziale all&#8217;origine del saggio e qual è per te retrospettivamente la sua importanza? </em></span></p>
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<p style="margin-bottom:0;">“<span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><span style="font-style:normal;">Struttura di classe e sovrastrutture in Rhodesia</span>” fu scritto su insistenza di Van Velsen, che criticava continuamente il mio uso dei modelli matematici. Avevo scritto una recensione del libro di Colin Leys <em>European Politics in Southern Rhodesia</em><span style="font-style:normal;"> e Van Velsen mi suggerì di trasformarlo in un articolo lungo. Qui e in “L&#8217;offerta di lavoro in una prospettiva storica” [in italiano nel volume </span><em>Sviluppo economico e sovrastrutture in Africa</em><span style="font-style:normal;">, Einaudi, 1969]</span><em> </em><span style="font-style:normal;">analizzai i modi attraverso i quali la completa proletarizzazione dei contadini della Rhodesia creava contraddizioni per l&#8217;accumulazione del capitale, producendo di fatto alla fine più problemi che vantaggi per il settore capitalista. Finché la proletarizzazione era parziale consentiva ai contadini di sostentare l&#8217;accumulazione del capitale poiché producevano parte della loro sussistenza; ma quanto più si proletarizzavano più questi meccanismi si deterioravano. Il lavoro totalmente proletarizzato poteva essere sfruttato solo se veniva pagato un salario al contadino che gli permettesse di riprodurre la sua vita. Così, invece di facilitare lo sfruttamento del lavoro, la proletarizzazione lo rendeva più difficile, esigendo un regime che doveva farsi sempre più repressivo. Martin Legassick e Harold Wolpe, per esempio, ritenevano che l&#8217;apartheid sudafricana rispondesse fondamentalmente al fatto che il regime doveva optare per una maggior repressione della forza lavoro africana perché questa era completamente proletarizzata e non poteva sostentare ancora l&#8217;accumulazione di capitale come aveva fatto in passato.</span></span></p>
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<p style="margin-bottom:0;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><span style="font-style:normal;">L&#8217;insieme della regione meridionale dell&#8217;Africa – che va dal Sudafrica e il Botswana, passando dall&#8217;antica Rhodesia, Mozambico e Malawi, che allora si chiamava Nyasaland, fino ad arrivare al Kenya come limite nordorientale – si caratterizzava per la sua ricchezza minerale, la sua agricoltura di coloni e un&#8217;estrema spoliazione dei contadini. E&#8217; molto diversa dal resto dell&#8217;Africa, compreso il nord. Le economie dell&#8217;Africa occidentale si basavano fondamentalmente sui contadini, ma la regione meridionale – quella che Samir Amin chiama “l&#8217;Africa delle riserve di lavoro” &#8211; era per molti aspetti un modello di estrema </span><span style="font-style:normal;"><span style="font-weight:normal;">spoliazione</span></span><span style="font-style:normal;"> contadina e quindi di proletarizzazione. Molti tra noi stavano segnalando che questo processo di estrema espropriazione era contraddittorio, poiché pur avendo creato inizialmente le condizioni affinché i contadini sostentassero l&#8217;agricoltura, l&#8217;industria mineraria e l&#8217;attività manifatturiera capitaliste, ciò cominciava a provocare più difficoltà nel momento in cui si sfruttava, muoveva e controllava il proletariato che stava creando. Il lavoro che facemmo allora – il mio “L&#8217;offerta di lavoro in una prospettiva storica” e i lavori connessi di Legassick e Wolpe – stabilì quello che poi fu conosciuto come il </span><em>Southern African Paradigm </em><span style="font-style:normal;">sui limiti della proletarizzazione e dell&#8217;espropriazione.</span></span></p>
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<p style="margin-bottom:0;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><span style="font-style:normal;">Contrariamente a quanto affermano coloro che ancora identificano sviluppo capitalista con proletarizzazione </span><em>tout court</em><span style="font-style:normal;"> – Robert Brenner, per esempio – l&#8217;esperienza dell&#8217;Africa meridionale ha dimostrato che la proletarizzazione, per se stessa, non favorisce lo sviluppo capitalista, quando non esistono certe altre circostanze. Rispetto alla Rhodesia, ho identificato tre stadi di proletarizzazione, ed uno solo di questi è favorevole all&#8217;accumulazione capitalista. Nel primo stadio, i contadini rispondevano allo sviluppo rurale capitalista offrendo prodotti agricoli e fornendo lavoro unicamente in cambio di salari elevati, in un&#8217;area caratterizzata complessivamente per la sua scarsità, perché nel momento in cui cominciava a funzionare uno sfruttamento agricolo o minerario capitalista si creava una domanda di prodotti locali che i contadini africani erano ben disposti a fornire, partecipando così all&#8217;economia monetaria attraverso la vendita dei loro prodotti piuttosto che attraverso la vendita</span><em> </em><span style="font-style:normal;">della propria forza lavoro. Un obiettivo del sostegno statale all&#8217;agricoltura dei coloni era di indurre la concorrenza tra i contadini africani, in modo che si vedessero costretti a vendere forza lavoro invece che prodotti agricoli. Ciò condusse a un lunghissimo processo che portò dalla proletarizzazione parziale a quella totale anche se, come abbiamo già detto, questo processo fu contraddittorio. Il problema con il modello semplice di “proletarizzazione uguale sviluppo capitalista” è che ignora non solo le realtà del capitalismo di coloni dell&#8217;Africa meridionale, ma anche molti altri casi, come per esempio quello degli Stati Uniti, che è caratterizzato da un modello completamente diverso: una combinazione di schiavitù, genocidio della popolazione nativa e immigrazione di lavoro eccedente proveniente dall&#8217;Europa.</span></span></p>
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<p style="margin-bottom:0;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><em>Sei stato uno dei nove docenti arrestati nella URCN per attività politiche durante la repressione scatenata dal governo di Smith nel luglio del 1966, non è così? </em></span></p>
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<p style="margin-bottom:0;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">Sì, siamo stati incarcerati per una settimana e poi espulsi.</span></p>
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<p style="margin-bottom:0;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><em>Te ne andasti a Dar es Salam, che sembrava allora, per molte ragioni, una specie di paradiso di interazioni intellettuali. Puoi parlarci di questo periodo e del lavoro che hai realizzato lì con John Saul?</em></span></p>
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<p style="margin-bottom:0;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">Fu un periodo molto eccitante, sia intellettualmente che politicamente. Quando arrivai a Dar es Salm nel 1966, la Tanzania era un paese indipendente solo da pochi anni. Nyerere difendeva quello che considerava una forma di socialismo africano. Riuscì a mantenersi equidistante durante la rottura tra Cina e Urss ed ebbe buone relazioni con gli scandinavi. Dar es Salam divenne il centro di tutti i movimenti di liberazione nazionale esiliati dell&#8217;Africa meridionale: delle colonie portoghesi, della Rhodesia, del Sudafrica. Rimasi lì tre anni nell&#8217;Università e incontrai ogni tipo di persona: da attivisti del movimento Black Power statunitense ad accademici e intellettuali come Immanuel Wallerstein, David Apter, Walter Rodney, Roger Murray, Sol Picciotto, Catherine Hoskins, Jim Mellon che sarebbe poi diventato uno dei fondatori degli Weathermen, Luisa Passerini che stava facendo uno studio sul FRELIMO e molti altri tra i quali naturalmente John Saul.</span></p>
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<p style="margin-bottom:0;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">A Dar es Salam, lavorando con John, cambiai l&#8217;oggetto delle mie ricerche, passando dai processi di offerta di forza lavoro al problema dei movimenti di liberazione nazionale e dei nuovi regimi che stavano emergendo dalla decolonizzazione. Entrambi eravamo scettici sulla capacità di questi regimi di emanciparsi da soli da quello che si cominciava a definire neocolonialismo e di mantenere le loro promesse di sviluppo economico. Ma c&#8217;era anche una differenza tra noi, che credo si sia mantenuta fino ad oggi, consistente nel fatto che io ero molto meno colpito emotivamente da questi movimenti rispetto a John. Per me, erano movimenti di liberazione nazionale; non erano assolutamente movimenti socialisti anche quando abbracciavano la retorica del socialismo. Erano regimi populisti e, quindi, non mi aspettavo molto più della liberazione nazionale, che entrambi consideravamo importante in sé. Ma se ci fosse la possibilità di sviluppi politici in grado di superare questo quadro è qualcosa che John ed io ancora discutiamo, affabilmente, quando ci incontriamo. I saggi che abbiamo scritto insieme, comunque, furono la critica su cui eravamo d&#8217;accordo.</span></p>
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<p style="margin-bottom:0;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><em>Quando sei tornato in Europa, hai trovato un mondo molto diverso da quello che avevi lasciato sei anni prima? </em> </span></p>
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<p style="margin-bottom:0;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">Sì. Ritorno in Italia nel 1969 e mi vedo immerso immediatamente in due situazioni peculiari. Una nell&#8217;Università di Trento dove mi avevano offerto un posto come docente. Trento era il principale centro di militanza studentesca e l&#8217;unica università in Italia che all&#8217;epoca offriva dottorati in sociologia. La mia nomina fu appoggiata dal comitato direttivo dell&#8217;università composto dal democristiano Nino Andreatta, dal socialista liberale Norberto Bobbio e da Francesco Alberoni; la decisione cercava di calmare il movimento studentesco assumendo un radicale. Nel primo seminario che feci c&#8217;erano solo quattro o cinque studenti; ma nel primo quadrimestre, dopo la pubblicazione del mio libro sull&#8217;Africa nell&#8217;estate del 1969, ebbi quasi 1.000 studenti che volevano entrare in aula. Il mio corso diventò un grande avvenimento a Trento e arrivò addirittura a creare un conflitto in Lotta Continua: il gruppo di Boato voleva che gli studenti venissero in aula per ascoltare una critica radicale delle teorie dello sviluppo, mentre il gruppo di Rostagno cercava di interrompere le lezioni tirando pietre dal cortile.</span></p>
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<p style="margin-bottom:0;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">La seconda situazione in cui mi trovo immerso si verifica a Torino con la partecipazione di Luisa Passerini, che era un&#8217;eminente propagatrice degli scritti situazionisti e che aveva quindi una grande influenza sui quadri di Lotta Continua che civettavano con il situazionismo. Stavo arrivando da Trento a Torino passando per Milano, ed era come andare dal centro del movimento studentesco al centro del movimento operaio. Mi sentivo attratto e allo stesso tempo infastidito da certi aspetti di questo movimento, in particolare dal suo rifiuto della “politica”. In alcune assemblee, lavoratori realmente militanti si alzavano e dicevano “Basta politica! La politica ci sta portando nella direzione sbagliata: abbiamo bisogno di unità”. Per me, arrivando dall&#8217;Africa, fu uno shock scoprire che i sindacati comunisti erano considerati reazionari e repressivi dai lavoratori in lotta &#8211; nonostante ci fosse una buona parte di verità in ciò. La reazione contro i sindacati del PCI divenne una reazione contro i sindacati in generale. Gruppi come Potere Operaio e Lotta Continua si proposero come alternativi, sia ai sindacati sia ai partiti di massa. Con Romano Madera, che allora era uno studente, ma anche un quadro politico e un gramsciano – una rarità nella sinistra extraparlamentare – cominciammo a sviluppare l&#8217;idea di cercare una strategia gramsciana che servisse al movimento.</span></p>
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<p style="margin-bottom:0;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">Da lì emerse per la prima volta l&#8217;idea di <em>autonomia</em><span style="font-style:normal;">,</span> l&#8217;idea di autonomia intellettuale della classe operaia. La creazione di questo concetto si attribuisce adesso abitualmente ad Antonio Negri, ma di fatto nacque nell&#8217;interpretazione di Gramsci che noi sviluppammo all&#8217;inizio degli anni &#8217;70 nel Gruppo Gramsci, fondato da Madera, Passerini ed io. Ritenevamo che il nostro principale contributo al movimento non consistesse nell&#8217;offrire un sostituto ai sindacati o ai partiti, ma nell&#8217;aiutare come studenti ed intellettuali le avanguardie operaie a sviluppare la propria autonomia – <em>autonomia operaia</em><span style="font-style:normal;">- attraverso una comprensione dei processi generali, sia nazionali che globali, nei quali le loro lotte si svolgevano. In termini gramsciani, lo pensammo come formazione di intellettuali organici della classe operaia in lotta, e per questo creammo i Collettivi Politici Operai, che vennero conosciuti come l&#8217;Area dell&#8217;Autonomia. Quando questi collettivi avessero sviluppato la loro pratica autonoma, il Gruppo Gramsci non avrebbe più avuto motivo di esistere e si sarebbe sciolto. Quando davvero si sciolse, nell&#8217;autunno 1973, Negri entrò in scena e portò i Collettivi Politici Operai e l&#8217;Area dell&#8217;Autonomia in una direzione rischiosa che era molto lontana dal progetto iniziale.</span></span></p>
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<p style="margin-bottom:0;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><em>Hai tratto lezioni comuni dalle lotte di liberazione nazionale africane e dalle lotte operaie che si stavano verificando in Italia? </em></span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">Le due esperienze avevano in comune il fatto che in entrambe avevo ottimi rapporti con i movimenti ampi. Volevano sapere su quali basi partecipavo alla loro lotta. La mia posizione era: “Io non vi dirò che cosa fare perché voi conoscete la situazione molto meglio di quanto io potrò mai conoscerla. Ma io sono meglio posizionato per capire il contesto generale in cui si sviluppano le lotte, e quindi il nostro scambio deve basarsi sul fatto che voi mi raccontiate qual è la vostra situazione e io vi dico come si rapporta con il contesto più ampio che voi non potete vedere o che vedete solo parzialmente dal punto in cui agite”. Questa è sempre stata la base di eccellenti rapporti, sia con i movimenti di liberazione in Africa meridionale che con i lavoratori italiani.</span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">L&#8217;articolo sulle crisi capitaliste nacque da uno scambio di questo tipo nel 1972. Ai lavoratori si diceva: “Adesso c&#8217;è una crisi economica, dobbiamo mantenere al calma. Se lottiamo, la fabbrica se ne andrà da un&#8217;altra parte”. Così i lavoratori ci chiedevano: “Siamo in crisi? E se è così quali sono le implicazioni? Dobbiamo starcene calmi per questo?”. Gli articoli che fanno parte di “Verso una teoria delle crisi capitaliste” [<em>Rassegna comunista</em>, n. 2, 3, 4 e 7, 1972-73] furono scritti su questa particolare problematica, definita dagli stessi lavoratori, che ci dicevano: “Informateci sul mondo esterno e su quello che ci aspetta”. Il punto di partenza degli articoli era “ Guardate, le crisi succedono indipendentemente che lottiate o no; non sono un prodotto della militanza dei lavoratori o degli “errori” della gestione economica, ma sono elementi fondamentali del funzionamento della stessa accumulazione del capitale”. Questo fu l&#8217;orientamento iniziale. L&#8217;articolo fu scritto all&#8217;inizio della crisi, prima che questa venisse ampiamente riconosciuta; fu importante come punto di riferimento, un punto di riferimento che ho utilizzato per anni per verificare quanto stava succedendo, ed ha funzionato veramente bene.</span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><em>Torneremo alla teoria delle crisi capitaliste, ma primo volevo chiederti del tuo lavoro in Calabria. Nel 1973, proprio quando il movimento cominciava a rifluire, accettasti l&#8217;offerta di insegnare a Cosenza.</em> </span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">Uno dei motivi di interesse per andare in Calabria, fu quello di continuare in un nuovo posto la mia ricerca sui processi di offerta di forza lavoro. Già avevo visto in Rhodesia come la proletarizzazione totale degli africani &#8211; più esattamente, quando questi arrivavano alla conclusione che lo erano totalmente – conduceva a lotte che reclamavano un salario che consentisse loro di riprodursi nelle aree urbane. In altre parole, la finzione “siamo maschi celibi, le nostre famiglie continuano a vivere in comunità contadine nelle zone rurali” non si può mantenere quando vivono nelle città. Lo avevo segnalato in “L&#8217;offerta di lavoro in una prospettiva storica”, e si profilò più nitidamente in Italia perché qui mi trovai di fronte ad un enigma: gli immigrati del sud venivano portati nelle regioni industriali del nord come crumiri negli anni &#8217;50 e all&#8217;inizio degli anni &#8217;60, ma in questo decennio e soprattutto alla fine si trasformarono nelle avanguardie della lotta di classe e ciò costituisce un&#8217;esperienza tipica degli immigrati. Quando formai un gruppo di ricerca in Calabria, proposi la lettura degli antropologi sociali sull&#8217;Africa, in particolare sull&#8217;immigrazione, e in seguito facemmo un&#8217;analisi dei processi di offerta di forza lavoro proveniente dalla Calabria. Le questioni poste erano: che cosa stava creando le condizioni per questa emigrazione? Quali erano i suoi limiti, dato che a un certo punto invece di creare una forza lavoro docile che poteva essere utilizzata per scalzare il potere negoziale della classe operaia settentrionale, gli stessi immigrati diventavano l&#8217;avanguardia militante?</span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">Dalla ricerca emersero due cose. In primo luogo, lo sviluppo capitalista non si basa necessariamente sulla proletarizzazione totale. Da un lato, l&#8217;emigrazione operaia su lunga distanza partiva da luoghi in cui non c&#8217;era nessuna espropriazione, dove c&#8217;era anche la possibilità per gli immigrati di comprare le terre dai latifondisti, cosa che era legata al sistema locale di primogenitura in base al quale il primogenito ereditava la terra. Tradizionalmente, i figli minori finivano per diventare sacerdoti o per entrare nell&#8217;esercito, finché l&#8217;emigrazione su lunga distanza e su grande scala non offrì un&#8217;alternativa sempre più importante di guadagnare il denaro necessario per comprare della terra e tornare a casa <span style="font-weight:normal;">con una propria impresa agricola. Dall&#8217;altro lato, nelle aree veramente povere, in cui il lavoro era totalmente proletarizzato, questi figli minori non potevano assolutamente permettersi il lusso di emigrare. L&#8217;unico modo in cui poterono farlo fu, per esempio, quando i brasiliani abolirono la schiavitù nel 1888 ed ebbero bisogno di una forza lavoro in sostituzione a buon mercato e per questo reclutarono lavoratori di queste aree profondamente impoverite del sud Italia, pagando il loro viaggio e facendoli stabilire in Brasile a rimpiazzare gli schiavi emancipati. Si tratta di modelli migratori molto diversi, ma generalmente non è il più povero a emigrare poiché è necessario avere risorse e relazioni per farlo.</span></span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">La seconda conclusione della ricerca calabrese presentava somiglianze con i risultati della ricerca sull&#8217;Africa. Anche qui la disponibilità degli immigrati a partecipare alle lotte operaie nei luoghi in cui si spostavano, dipendeva se consideravano permanenti le condizioni in cui si trovavano a vivere. Non è sufficiente dire che la situazione delle aree di provenienza dei flussi migratori determina quali saranno i salari e le condizioni in cui gli immigrati lavoreranno. Bisogna indicare in quale momento gli immigrati percepiscono che stanno ottenendo il grosso dei loro mezzi di sussistenza dal lavoro salariato: si può riconoscere questo punto di svolta e verificarne l&#8217;evoluzione. Ma il punto essenziale che scoprimmo fu un tipo di critica diversa dall&#8217;idea della proletarizzazione come il processo tipico dello sviluppo capitalista.</span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><em>La prima versione scritta di questa ricerca fu rubata da un auto a Roma, così la versione definitiva venne scritta negli Stati Uniti molti anni dopo il trasferimento a Binghamton nel 1979, dove si stava sviluppando l&#8217;analisi dei sistemi-mondo. E&#8217; stata la prima volta in cui prendesti posizione esplicitamente sul rapporto tra proletarizzazione e sviluppo capitalista contro le opinioni di Wallerstein e Brenner? </em></span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><span style="font-style:normal;"><span style="font-weight:normal;">Sì, anche se non fui sufficientemente esplicito al riguardo, citando sia Wallerstein che Brenner di sfuggita, nonostante l&#8217;insieme del lavoro fosse una critica di entrambi. Wallerstein ha la teoria che i rapporti di produzione sono determinati dalla loro posizione nella struttura centro-periferia dell&#8217;economia-mondo capitalista. Secondo la sua opinione, nella periferia tendiamo ad incontrare rapporti di produzione che sono coercitivi; non troviamo una proletarizzazione totale, che è la situazione che abbiamo nel centro. Brenner sostiene, per alcuni aspetti, l&#8217;opinione opposta, ma per altri versi è molto simile: i rapporti di produzione determinano la posizione nella struttura centro-periferia. In entrambi i casi, troviamo una relazione particolare tra la posizione nei rapporti centro-periferia e i rapporti di produzione. La ricerca calabrese mostrò che non era questo il caso. Lì, all&#8217;interno della stessa ubicazione periferica, trovammo tre</span></span><span style="font-style:normal;"><strong> </strong></span><span style="font-style:normal;"><span style="font-weight:normal;">vie diverse che si sviluppavano e si rafforzavano simultaneamente e reciprocamente. Inoltre, le tre vie assomigliavano potentemente all&#8217;evoluzione che aveva caratterizzato, storicamente, ubicazioni diverse del centro dell&#8217;economia-mondo capitalista. Una è molto simile alla via prussiana dello </span></span><em><span style="font-weight:normal;">junker </span></em><span style="font-style:normal;"><span style="font-weight:normal;">di cui parlava Lenin: latifondo con totale proletarizzazione; un&#8217;altra assomigliava alla via “statunitense” di Lenin, di piccoli e medi sfruttamenti, inseriti nel mercato. Lenin non presenta la terza, che noi chiamiamo via svizzera: migrazioni di lunga distanza e poi investimento e acquisto della proprietà quando si torna a casa. In Svizzera, non esiste espropriazione dei contadini, ma al contrario una tradizione di migrazione di lunga distanza che conduce al consolidamento della piccola proprietà agricola. La cosa interessante della Calabria è che queste tre vie, che in altri luoghi sono associati a una posizione nel centro, qui si trovano in periferia, e ciò rappresenta una critica sia del processo uniforme di proletarizzazione postulato da Brenner, sia del rimando dei rapporti di produzione alla posizione nella struttura centro-periferia sostenuto da Wallerstein.</span></span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><em><span style="font-weight:normal;">Il tuo libro </span></em><span style="font-style:normal;"><span style="font-weight:normal;">La geometria dell&#8217;imperialismo</span></span><em><span style="font-weight:normal;"> [ed. it.: Feltrinelli, 1978] apparve nel 1978, prima che te ne andassi negli Stati Uniti. Rileggendolo, mi ha sorpreso la metafora matematica &#8211; la geometria – che utilizzi per capire la teoria dell&#8217;imperialismo di Hobson, e che svolge un ruolo molto utile. Ma al suo interno, si pone un&#8217;interessante questione geografica: quando poni in relazione Hobson con il capitalismo, la nozione di egemonia emerge immediatamente sotto la forma di un cambiamento che va dalla geometria alla geografia e che nasce dalle tesi che esponi nel libro. Qual è stato l&#8217;impulso iniziale che ti ha portato a scrivere </span></em><span style="font-style:normal;"><span style="font-weight:normal;">La geometria dell&#8217;imperialismo</span></span><em><span style="font-weight:normal;"> e qual è la sua importanza per te? </span></em></span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><span style="font-weight:normal;">Mi lasciavano perplesso, in quel momento, le confusioni terminologiche che giravano intorno al termine “imperialismo”. Il mio obiettivo era di dissipare parte di questa confusione creando uno spazio topologico in cui i diversi concetti, che frequentemente venivano definiti tutti insieme confusamente come “imperialismo” si distinguessero tra loro. Ma oltre che come esercizio sul termine imperialismo, funzionava anche come una transizione al concetto di egemonia. Mi dilungai su questo aspetto esplicitamente nella postfazione alla seconda edizione [1983] di </span><em><span style="font-weight:normal;">La geometria dell&#8217;imperialismo</span></em><span style="font-weight:normal;">, in cui sostenevo che il concetto gramsciano di egemonia poteva essere più utile di quello di “imperialismo” per analizzare le dinamiche del sistema interstatale contemporaneo. Da questo punto di vista, quello che io – e altri – facevamo era semplicemente applicare la nozione di egemonia gramsciana alle relazioni interstatali, mentre era stato applicato originalmente prima di Gramsci all&#8217;analisi dei rapporti di classe all&#8217;interno di una giurisdizione politica nazionale. Facendolo, naturalmente, Gramsci arricchiva il concetto in innumerevoli modi che non erano stati precedentemente colti. La nostra riesportazione dello stesso concetto alla sfera internazionale beneficiò enormemente di questo arricchimento.</span></span></p>
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<p style="margin-bottom:0;"><em><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><span style="font-weight:normal;">Un&#8217;influenza centrale in </span></span></em><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><span style="font-style:normal;"><span style="font-weight:normal;">Il lungo XX secolo </span></span></span><em><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><span style="font-weight:normal;">[ed. it.: Il Saggiatore, 1996], pubblicato nel 1994, è Braudel. Oltre ad aver assorbito i suoi insegnamenti, hai qualche critica importante da fargli?</span></span></em></p>
<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><span style="font-weight:normal;">La critica è veramente facile. Braudel è una fonte incredibilmente ricca di informazioni sui mercati e sul capitalismo, ma manca di un quadro teoretico. O più precisamente, come ha segnalato Charles Tilly, Braudel è così eclettico che ha innumerevoli teorie parziali, la cui somma non è una teoria. Semplicemente non puoi appoggiarti a Braudel; devi avvicinarti a lui con una idea chiara di quello che stai cercando e di quello che vuoi trarre da lui. Un aspetto su cui mi sono concentrato, che differenzia Braudel da Wallerstein e dal resto degli analisti dei sistemi-mondo – per non parlare di storici dell&#8217;economia più tradizionali, marxisti o no – è l&#8217;idea che il sistema di Stati nazionali, così come emerse nei secoli XVI e XVII, fu preceduto da un sistema di città-Stato; e che le origini del capitalismo devono essere individuate lì, nelle città-Stato. Questa è una caratteristica specifica dell&#8217;Occidente, o dell&#8217;Europa, in comparazione ad altre parti del mondo. Ma è facile perdersi se ci si limita semplicemente a seguire Braudel, perché lui ti porta in innumerevoli direzioni diverse. Per esempio, io ho dovuto estrarre questo punto e combinarlo con ciò che stavo apprendendo dal libro di William McNeill </span><em><span style="font-weight:normal;">Caccia al potere </span></em><span style="font-weight:normal;">[ed. it.: Feltrinelli, 1982], che pure argomenta, da una prospettiva diversa, che un sistema di città-Stato precedette e preparò l&#8217;emergere del sistema di Stati territoriali.</span></span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><em><span style="font-weight:normal;">Un&#8217;altra idea a cui attribuisci una profondità teorica molto maggiore, ma che comunque viene da Braudel, è quella che l&#8217;espansione finanziaria annuncia il declino di un particolare sistema egemone e precede il passaggio a una nuova potenza egemone. Questa sarebbe una delle intuizioni fondamentali de </span></em><span style="font-weight:normal;">Il lungo XX secolo</span><em><span style="font-weight:normal;">?</span></em></span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">Sì. L&#8217;idea è che le organizzazioni capitaliste più importanti di un&#8217;epoca particolare siano anche leader dell&#8217;espansione finanziaria che si produce sempre quando l&#8217;espansione materiale delle forze produttive raggiunge i suoi limiti. La logica di questo processo – per quanto di nuovo Braudel non lo dica – è che quando la concorrenza s&#8217;intensifica, l&#8217;investimento nell&#8217;economia materiale diventa sempre più rischioso e, conseguentemente, la preferenza per la liquidità si accentua, cosa che crea le condizioni di offerta dell&#8217;espansione finanziaria. La questione che si pone in seguito è, naturalmente, in che modo si creano le condizioni di domanda perché si producano espansioni finanziarie A questo riguardo, sono ricorso all&#8217;idea di Weber che la concorrenza tra stati per il capitale in cerca d&#8217;investimento costituisce la specificità storico-mondiale dell&#8217;era moderna. Questa concorrenza crea, secondo me, le condizioni di domanda per l&#8217;espansione finanziaria. L&#8217;idea di Braudel dell&#8217;”autunno” come fase conclusiva del processo di leadership nell&#8217;accumulazione, che passa da materiale a finanziaria, e che porta alla fine all&#8217;emergere di un altro leader, è cruciale. Ma lo è anche l&#8217;idea di Marx che l&#8217;autunno di uno Stato particolare, che sperimenta un&#8217;espansione finanziaria, è anche la primavera per un&#8217;altra ubicazione: gli eccedenti che si accumulano a Venezia vanno in Olanda; quelli che si accumulano in Olanda vanno poi in Inghilterra; e quelli che si accumulano in Inghilterra vanno negli Stati Uniti. Marx ci consente, quindi, di completare quello che abbiamo trovato in Braudel: l&#8217;autunno diventa primavera da un&#8217;altra parte, producendo una serie di sviluppi intrecciati.</span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><span style="font-weight:normal;">Il lungo XX secolo </span><em><span style="font-weight:normal;">descrive questi cicli successivi di espansione capitalista e di potere egemonico dal Rinascimento fino ad oggi. Nella tua narrazione, le fasi di espansione materiale del capitale collassano sotto la pressione dell&#8217;iperconcorrenza, determinando fasi di espansione finanziaria il cui esaurimento trascina con sé un periodo di caos interstatale che si risolve con l&#8217;emergere di una nuova potenza egemone capace di restaurare l&#8217;ordine globale e di iniziare di nuovo un ciclo di espansione materiale sostenuto da un nuovo blocco sociale. Queste potenze egemoni sono state successivamente Genova, i Paesi Bassi, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti. In che misura consideri il loro sorgere puntuale, un momento in cui ognuna conclude un periodo precedente di disordine e conflitti, come un insieme di contingenze?</span></em></span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><span style="font-weight:normal;">Buona e difficile domanda! C&#8217;è sempre un elemento di contingenza, ma allo stesso tempo la ragione per cui queste transizioni durano tanto e attraversano periodi di turbolenza e caos è che le stesse </span><em><span style="font-weight:normal;">agencies</span></em><span style="font-weight:normal;">, come emergono successivamente per organizzare il sistema, sperimentano un processo di apprendimento. Questo risulta ovvio se analizziamo il caso più recente, quello degli Stati Uniti, che già alla fine del secolo XIX presentavano determinate caratteristiche che li avrebbero trasformati nei possibili successori della Gran Bretagna come leader egemone, ma che ebbero bisogno di più di mezzo secolo, due guerre mondiali e una depressione catastrofica prima di sviluppare sia le strutture che le idee per diventare, dopo la Seconda Guerra Mondiale, una potenza veramente egemone. Lo sviluppo degli Stati Uniti come potere egemone potenziale nel secolo XIX è stato strettamente una contingenza o c&#8217;è qualcosa di più? Non lo so. Chiaramente, ci fu un elemento geografico contingente, dato che il Nord America aveva una configurazione spaziale diversa dall&#8217;Europa, che gli ha permesso di formare uno Stato che non si sarebbe potuto creare in Europa, ad eccezione del suo fianco orientale, in cui la Russia si stava espandendo territorialmente; ma ci fu anche un elemento sistemico: la Gran Bretagna creò un sistema di credito internazionale che, dopo un certo momento, favorì la formazione degli Stati Uniti con modalità specifiche.</span></span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">Certo, se gli Stati Uniti non fossero esistiti con la loro particolare configurazione geografica alla fine del XIX secolo, la storia sarebbe stata molto diversa. Quale sarebbe stata la potenza egemone? Possiamo fare solo congetture. Ma gli Stati Uniti esistevano e stavano crescendo in molteplici aspetti partendo dalla tradizione dell&#8217;Olanda e della Gran Bretagna. Genova era un po&#8217; diversa: non dico in nessun momento che fosse egemone; era più vicina al tipo di organizzazione finanziaria transnazionale che si verifica nelle diaspore, compresa la diaspora cinese contemporanea, ma non fu mai egemone nel senso gramsciano in cui lo furono l&#8217;Olanda, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti. La geografia conta moltissimo; ma anche se queste sono tre potenze egemoni spazialmente molto differenti, ognuna crebbe a partire da caratteristiche organizzative apprese dalla precedente. La Gran Bretagna prese a prestito un gran numero di elementi dall&#8217;Olanda e gli Stati Uniti fecero lo stesso dalla potenza britannica; si tratta di un insieme interconnesso di Stati e nella loro successione si produce un effetto palla di neve. Quindi, sì, c&#8217;è contingenza, ma anche vincoli sistemici.</span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><span style="font-weight:normal;">Il lungo XX secolo </span><em><span style="font-weight:normal;">non si occupa delle vicissitudini del movimento operaio. Lo hai fatto perché lo consideravi allora di minore importanza o perché l&#8217;architettura del libro – il suo sottotitolo è </span></em><span style="font-weight:normal;">Denaro e potere alle origini della nostra epoca</span><em><span style="font-weight:normal;"> – era già tanto ampia e complessa che hai pensato che includere il movimento l&#8217;avrebbe sovraccaricata troppo? </span></em></span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><span style="font-weight:normal;">Per la seconda ragione. </span><em><span style="font-weight:normal;">Il lungo XX secolo </span></em><span style="font-weight:normal;">originariamente doveva essere scritto insieme a Beverly Silver – che incontrai a Binghamton – e doveva avere tre parti. Una trattava delle egemonie, e costituisce il primo capitolo del libro. La seconda doveva affrontare il capitale: l&#8217;organizzazione del capitale, l&#8217;impresa; sostanzialmente la concorrenza. La terza parte andava ad analizzare la questione del lavoro: rapporto capitale &#8211; lavoro e i movimenti operai. Ma la scoperta della finanziarizzazione come una regola ricorrente del capitalismo storico mandò all&#8217;aria tutto il progetto e mi costrinse a retrocedere nel tempo, cosa che non avrei mai voluto fare, perché il libro doveva trattare del “lungo XX secolo”, intendendo il periodo compreso dalla Grande Depressione del 1870 fino al presente. Quando scoprii il paradigma della finanziarizzazione rimasi completamente fuori combattimento e </span><em><span style="font-weight:normal;">Il lungo XX secolo</span></em><span style="font-weight:normal;"> diventò sostanzialmente un libro sul ruolo del capitale finanziario nello sviluppo storico del capitalismo dal XIV secolo. Così Beverly si fece carico dell&#8217;analisi sul lavoro nel suo libro </span><em><span style="font-weight:normal;">Le forze del lavoro </span></em><span style="font-weight:normal;">[ed. it.: Bruno Mondadori, 2008], che venne pubblicato nel 2003. </span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;"><a name="DDE_LINK"></a><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><em><span style="font-weight:normal;">Scritto da entrambi nel 1999, </span></em><span style="font-style:normal;"><span style="font-weight:normal;">Caos e governo del mondo</span></span><em><span style="font-weight:normal;"> [ed. it.: Bruno Mondadori, 2003] sembra rispettare il tipo di struttura che ti eri prefisso inizialmente per </span></em><span style="font-style:normal;"><span style="font-weight:normal;">Il lungo XX secolo.</span></span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><span style="font-style:normal;"><span style="font-weight:normal;">Sì. </span></span><em><span style="font-weight:normal;">Caos e governo del mondo</span></em><span style="font-style:normal;"><span style="font-weight:normal;"> include capitoli sulla geopolitica, sull&#8217;impresa, sul conflitto sociale, ecc. e dimostra che il progetto originale non è stato mai abbandonato. Ma certo non venne aggiunto a </span></span><em><span style="font-weight:normal;">Il lungo XX secolo </span></em><span style="font-style:normal;"><span style="font-weight:normal;">perché non potevo concentrarmi sulla ricorrenza ciclica delle espansioni finanziarie e materiali e allo stesso tempo occuparmi del lavoro. Quando cambi l&#8217;oggetto di analisi nel momento di definire il capitalismo e opti per studiarlo a partire da una successione di espansioni materiali e finanziarie, diventa molto difficile tornare a reintrodurre il lavoro. Non si tratta solo di un tema enorme da affrontare, ma si produce anche una variazione considerevole nel tempo e nello spazio nel rapporto tra capitale e lavoro. In primo luogo , come segnaliamo in </span></span><em><span style="font-weight:normal;">Caos e governo del mondo</span></em><span style="font-style:normal;"><span style="font-weight:normal;">, si verifica un&#8217;accelerazione della storia sociale. Quando si paragonano le transizioni da un regime di accumulazione a un altro, ci si rende conto che nella transizione dall&#8217;egemonia olandese a quella britannica nel XVIII secolo, il conflitto sociale giunge tardi rispetto alle espansioni finanziarie e alle guerre. Nella transizione dall&#8217;egemonia britannica a quella statunitense all&#8217;inizio del XX secolo, l&#8217;esplosione del conflitto sociale è più o meno simultanea al decollo dell&#8217;espansione finanziaria e delle guerre. Nella transizione attuale – verso un destino sconosciuto – l&#8217;esplosione del conflitto sociale alla fine degli anni &#8217;60 e al principio degli anni &#8217;70 ha preceduto l&#8217;espansione finanziaria e si è verificato senza guerre tra le potenze più importanti.</span></span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><span style="font-style:normal;"><span style="font-weight:normal;">In altri termini, se analizziamo la prima metà del XX secolo, le più grandi lotte dei lavoratori si sono prodotte alla vigilia delle guerre mondiali e dopo le stesse. Questo era il fondamento della teoria di Lenin: che le rivalità intercapitalistiche trasformate in guerre avrebbero creato le condizioni favorevoli per la rivoluzione, cosa che si può osservare empiricamente fino alla Seconda Guerra Mondiale. In un certo senso, si può sostenere che nella transizione attuale l&#8217;accelerazione del conflitto sociale ha impedito che gli Stati capitalisti si facessero guerra. Così per tornare alla tua domanda, in </span></span><em><span style="font-weight:normal;">Il lungo XX secolo</span></em><span style="font-style:normal;"><span style="font-weight:normal;"> ho scelto di concentrarmi nell&#8217;analisi esaustiva delle espansioni finanziarie, dei cicli sistemici di accumulazione del capotale e delle egemonie mondiali, mentre in </span></span><em><span style="font-weight:normal;">Caos e governo del mondo</span></em><span style="font-style:normal;"><span style="font-weight:normal;"> siamo tornati al problema delle interrelazioni tra il conflitto sociale, le espansioni finanziarie e le transizioni egemoni.</span></span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><em><span style="font-weight:normal;">Nella sua discussione sull&#8217;accumulazione primitiva Marx scrive del debito nazionale, del sistema creditizio e della bancocrazia – in un certo senso, l&#8217;integrazione tra finanze e Stato si è verificata durante l&#8217;accumulazione primitiva – come di qualcosa di assolutamente cruciale per il modo in cui evolve il sistema capitalista. Ma l&#8217;analisi di Il Capitale non tratta del sistema creditizio fino al volume III, perché Marx non vuole occuparsi dell&#8217;interesse, per quanto il sistema creditizio sia fondamentale per la centralizzazione del capitale, per l&#8217;organizzazione del capitale fisso, ecc. Ciò pone la questione di come funziona realmente la lotta di classe intorno al nesso finanze-Stato, che svolge il ruolo vitale che stai dicendo. Sembra che esista un vuoto nell&#8217;analisi di Marx: da un lato, dice che la dinamica importante è quella esistente tra il capitale e il lavoro; dall&#8217;altro, il lavoro non sembra sia cruciale per i processi di cui stai parlando, trasferimento d&#8217;egemonia, salto di scale. E&#8217; comprensibile che fosse veramente difficile integrare nella narrazione de </span></em><span style="font-style:normal;"><span style="font-weight:normal;">Il lungo XX secolo</span></span><em><span style="font-weight:normal;"> il lavoro, perché in un certo senso il rapporto capitale-lavoro non è centrale per questo aspetto della dinamica capitalista. Sei d&#8217;accordo? </span></em></span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">Sì, sono d&#8217;accordo, ma con una precisazione: il fenomeno che ho menzionato dell&#8217;accelerazione della storia sociale. Le lotte operaie degli anni &#8217;60 e dell&#8217;inizio degli anni &#8217;70, per esempio, sono state un fattore essenziale nella finanziarizzazione della fine di quest&#8217;ultimo decennio e dell&#8217;inizio degli anni &#8217;80 e delle forme in cui si è evoluta. Il rapporto tra lotte dei lavoratori, gruppi subalterni e la finanziarizzazione cambia nel corso del tempo e recentemente ha mostrato caratteristiche che prima non aveva. Ma se si tenta di spiegare la ricorrenza delle espansioni finanziarie non ci si può concentrare troppo sul lavoro, perché allora si parlerà unicamente dell&#8217;ultimo ciclo, si farà l&#8217;errore di prendere il lavoro come la causa delle espansioni finanziarie, quando invece le precedenti decollarono senza l&#8217;intervento delle lotte dei lavoratori o dei gruppi subalterni.</span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><em>Tuttavia, sulla questione del lavoro potremmo risalire al tuo saggio del 1990 sul rimodellamento del movimento operaio mondiale, “Marxist Century, American Century”. Lì sostieni che l&#8217;analisi di Marx della classe operaia contenuta nel Manifesto è profondamente contraddittoria, poiché sottolinea simultaneamente il crescente potere collettivo del lavoro, nella misura in cui avanza lo sviluppo capitalista, e la sua crescente pauperizzazione come conseguenza dell&#8217;esistenza di un esercito industriale attivo e di un esercito industriale di riserva. Marx, segnali, pensava che entrambe le tendenze si sarebbero unite in una stessa massa umana, ma tu sostieni che all&#8217;inizio del XX secolo entrambe sono arrivate ad essere spazialmente polarizzate. In Scandinavia e nel mondo anglosassone ha prevalso la prima, in Russia e più ad est la seconda (Berstein comprese la prima, Lenin la seconda), e ciò portò alla scissione tra l&#8217;ala riformista e quella rivoluzionaria del movimento operaio. In Europa centrale – Germania, Austria, Italia -, d&#8217;altro lato, sostieni, esisteva un equilibrio più fluttuante tra la forza lavoro attiva e quella di riserva, e ciò condusse agli errori di Kautsky, incapace di scegliere tra riforma o rivoluzione, che contribuirono alla vittoria del fascismo. Alla fine del saggio, suggerisci che poteva prodursi una ricomposizione del movimento, con il ritorno della miseria in Occidente, data da una disoccupazione di massa, e con il ritornodi un potere collettivo ad Est, con il sorgere di Solidarnosc in Polonia &#8211; riunendo forse quello che lo spazio e la storia avevano diviso. Qual è la tua opinione su questa prospettiva oggi?</em></span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><span style="font-style:normal;"><span style="font-weight:normal;">Bene, la prima cosa da dire è che oltre a</span></span><em><span style="font-weight:normal;"> </span></em><span style="font-style:normal;"><span style="font-weight:normal;">questo scenario ottimista dal punto di vista della connessione delle condizioni della classe operaia analizzata globalmente si profilava una considerazione più pessimista nel saggio, che faceva riferimento a qualcosa che ho sempre considerato un serio difetto nel Manifesto di Marx ed Engels. C&#8217;è un salto logico che davvero non è sostenibile né intellettualmente né storicamente e che è l&#8217;idea che per il capitale ciò che oggi chiameremmo genere, etnia, nazionalità, non hanno importanza, che l&#8217;unica cosa che conta è la possibilità di sfruttamento e che, di conseguenza, verrà utilizzato il gruppo più sfruttabile presente nella classe operaia senza nessuna discriminazione di razza, genere, etnia. Ciò è sicuramente vero, ma non vuol dire che i diversi gruppi presenti nella classe operaia lo accetteranno. Infatti è proprio nel momento in cui la proletarizzazione si generalizza e i lavoratori sono soggetti a questa tendenza del capitale che utilizzano ogni differenza di status che possano identificare o costruire per ottenere un trattamento privilegiato da parte dei capitalisti. I lavoratori si mobiliteranno secondo linee di genere, nazionali, etniche o di qualsiasi altro tipo per ottenere un trattamento privilegiato dal capitale.</span></span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;">“<span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><span style="font-style:normal;"><span style="font-weight:normal;">Marxist Century, American Century” non è così ottimista come potrebbe sembrare, perché segnala questa tendenza interna alla classe lavoratrice ad accentuare le differenze di status per proteggersi dalla tendenza del capitale a trattare il lavoro come una massa indifferenziata che viene impiegata unicamente nella misura in cui gli permette di ottenere benefici. Così, l&#8217;articolo finisce con una nota ottimista – esiste una tendenza verso il livellamento</span></span><span style="font-style:normal;"><strong> –</strong></span><span style="font-style:normal;"><span style="font-weight:normal;"> ma nello stesso tempo c&#8217;è da aspettarsi che i lavoratori lottino per proteggere se stessi attraverso la formazione o il consolidamento di gruppi di status contro questa stessa tendenza.</span></span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><em>Questo significa che la differenziazione tra esercito industriale attivo ed esercito industriale di riserva tende anche a trovarsi diviso dallo status, razzializzato se preferisci?</em></span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">Dipende. Se osserviamo il processo globalmente – nel cui caso l&#8217;esercito industriale di riserva non è costituito unicamente dai disoccupati, ma anche da coloro non ufficialmente disoccupati e dagli esclusi – allora esiste una divisione di status tra i due. La nazionalità è stata utilizzata da segmenti della classe operaia appartenenti all&#8217;esercito industriale attivo per differenziarsi dall&#8217;esercito di riserva globale. Su scala nazionale, ciò è meno chiaro. Se pensiamo agli Stati Uniti o all&#8217;Europa, è molto meno evidente che esista realmente una differenza di status tra la forza lavoro attiva e quella di riserva, ma se includiamo gli immigrati che attualmente stanno arrivando da paesi che sono molto più poveri, abbiamo la prova che i sentimenti antiimmigrati, che sono una manifestazione di questa tendenza a creare distinzioni di status tra i lavoratori, sono cresciuti. Ne risulta un quadro molto complesso, in particolare se osserviamo i flussi migratori, transnazionali e dobbiamo fare attenzione al fatto che l&#8217;esercito industriale di riserva è fondamentalmente concentrato nel Sud globale e non nel Nord.</span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><em>Nel tuo articolo del 1991 “World Income Inequalities and the Future of Socialism” mostravi la straordinaria stabilità della gerarchia della ricchezza regionale durante il XX secolo, cioè il grado in cui la differenza tra il reddito pro capite tra il Nord/Occidente situato al centro dell&#8217;economia-mondo capitalista e il Sud/Est situato nella semiperiferia e la periferia è rimasto immutato, o in realtà si è intensificato, dopo mezzo secolo di politiche dello sviluppo. Il comunismo, notavi, non era riuscito a colmare questa differenza tra Russia, Europa orientale o Cina, anche se non aveva fatto peggio in questo senso del capitalismo in America Latina, in Asia sudorientale o in Africa, e in altri aspetti – una distribuzione più egualitaria del reddito nella società e una maggior indipendenza dello stato dal centro Nord/Occidentale &#8211; aveva fatto significativamente meglio. Due decenni dopo, la Cina ha rotto ovviamente la regola che tu descrivevi allora. In che misura ti ha sorpreso o no questo?</em></span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">Prima di tutto, non si deve esagerare sul grado in cui la Cina ha rotto la regola. Il livello di reddito pro capite in Cina era così basso – ed è ancora basso paragonato ai paesi ricchi – che i progressi importanti devono essere precisati. La Cina ha raddoppiato la sua posizione relativa rispetto al mondo ricco, ma tuttavia questo significa passare solo dal 2% della media del reddito pro capite dei paesi ricchi al 4%. E&#8217; vero che la Cina è stata decisiva nel ridurre le diseguaglianze del reddito mondiale <em>tra paesi</em>. Se prescindiamo dalla Cina, la posizione del Sud è peggiorata dagli anni &#8217;80; se la consideriamo, allora il Sud è migliorato un po&#8217;, quasi esclusivamente per il progresso di questo paese. Ma, naturalmente, si è verificato un enorme aumento della disuguaglianza all&#8217;interno della Cina, così da aver contribuito anch&#8217;essa alla crescita delle disuguaglianze <em>all&#8217;interno dei paesi </em>negli ultimi decenni. Prendendo questi due elementi insieme – disuguaglianza tra e all&#8217;interno dei paesi &#8211; statisticamente la Cina ha determinato una riduzione nella disuguaglianza globale complessiva. Non dovremmo esagerare questo dato, poiché il modello mondiale presenta un profilo con enormi differenze che si stanno un po&#8217; riducendo. Comunque, è importante perché cambia i rapporti di potere tra paesi. Se continua, può cambiare anche la distribuzione globale del reddito, che è ancora molto polarizzato, in una distribuzione più normale di tipo paretiano.</span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">Mi ha sorpreso? In un certo senso sì. E&#8217; per questo che ho cambiato il mio oggetto di interesse negli ultimi quindici anni per studiare l&#8217;Asia orientale, perché mi sono reso conto che, per quanto questa regione – eccetto il Giappone ovviamente – facesse parte del Sud, aveva alcune peculiarità che le permettevano un tipo di sviluppo che non si conciliava assolutamente con il modello di disuguaglianza stabile tra regioni. Allo stesso tempo nessuno ha affermato – e io da allora no – che la stabilità nella distribuzione globale del reddito significava anche immobilità di paesi o regioni particolari. Una struttura completamente stabile di disuguaglianze può persistere salendo in alcuni paesi e discendendo in altri ed è, in un certo senso quello che è successo. Durante gli anni &#8217;80 e &#8217;90, in particolare, lo sviluppo più importante è stato la divaricazione tra un&#8217;Asia orientale grandemente dinamica che si è mossa verso l&#8217;alto e un&#8217;Africa in stagnazione che ha seguito un&#8217;onda discendente, soprattutto l&#8217;Africa meridionale, “l&#8217;Africa delle riserve di lavoro” di nuovo. Questa divaricazione è la cosa che più mi interessa in questo momento: perché l&#8217;Africa meridionale e l&#8217;Asia orientale si sono mosse in direzioni così opposte? E&#8217; un fenomeno molto importante che dobbiamo cercare di capire, perché farlo modificherebbe anche la nostra comprensione sui fondamenti di uno sviluppo capitalista vincente e il grado su cui poggia o no sull&#8217;espropriazione: la completa proletarizzazione dei contadini come è successo in Africa meridionale o una proletarizzazione molto più parziale che ha avuto luogo in Asia orientale. Di conseguenza, la divergenza tra queste due regioni suscita una grande questione teorica, che sfida di nuovo l&#8217;identificazione di Brenner dello sviluppo capitalista con la totale proletarizzazione della forza lavoro.</span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><span style="font-style:normal;">Caos e governo del mondo </span><em>sosteneva nel 1999 che l&#8217;egemonia statunitense sarebbe declinata principalmente con l&#8217;ascesa dell&#8217;Asia orientale e soprattutto della Cina. Allo stesso tempo prospettava che quest&#8217;ultima sarebbe stata la regione in cui il lavoro nel futuro avrebbe posto la sfida più drastica al capitale su scala mondiale. In qualche occasione si è suggerito che esiste una tensione tra queste prospettive: l&#8217;ascesa della Cina come centro di potere rivale degli Stati Uniti e la crescita della rivolta delle classi lavoratrici cinesi. Come consideri la relazione tra entrambi i processi? </em><span style="font-style:normal;"> </span></span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">La relazione è molto stretta perché prima di tutto, contrariamente a quanto pensa molta gente, i contadini e i lavoratori cinesi hanno una tradizione millenaria di rivolte che non ha paragoni in nessuna altra parte. Infatti, molte delle transizioni dinastiche furono favorite da ribellioni, scioperi e manifestazioni non solo di lavoratori e contadini, ma anche di piccoli commercianti. Si tratta di una tradizione che è continuata senza interruzioni fino ad oggi. Quando Hu Jintao disse a Bush qualche anno fa: “Non si preoccupi per il tentativo della Cina di sfidare il predominio statunitense, abbiamo troppe preoccupazioni in casa”, stava segnalando una delle principali caratteristiche della storia cinese: come affrontare la combinazione di ribellioni interne condotte dalle classi subordinate e di invasioni esterne da parte dei cosiddetti barbari, provenienti dalle steppe, fino al XIX secolo, e poi, dalle Guerre dell&#8217;Oppio, dal mare. Queste sono sempre state pesanti preoccupazioni dei governi cinesi e hanno imposto stretti limiti al ruolo della Cina nelle relazioni internazionali. Lo Stato cinese imperiale della fine del XVIII e del XIX secolo era essenzialmente un tipo di welfare State premoderno. Queste caratteristiche si sono riprodotte nel corso della sua successiva evoluzione. Durante gli anni &#8217;90, Jiang Zemin ha permesso al genio capitalista di uscire dalla lampada. Gli attuali tentativi di farlo rientrare devono essere considerati nel contesto di questa tradizione molto più dilatata. Se le ribellioni delle classi subordinate cinesi si materializzeranno in una nuova forma di welfare State, allora ciò influirà sul modello delle relazioni internazionali per i prossimi venti o trent&#8217;anni. Ma il rapporto di forza tra le classi in Cina è ancora una questione aperta.</span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">C&#8217;è contraddizione tra l&#8217;essere un centro fondamentale di rivolta sociale ed anche una potenza in ascesa? Non necessariamente. Gli Stati Uniti negli anni &#8217;30 furono all&#8217;avanguardia delle lotte operaie e nello stesso tempo emersero come potenza egemone. Il fatto che queste lotte fossero vincenti nel mezzo della Grande Depressione fu un fattore significativo e il fatto che gli Stati Uniti fossero socialmente egemoni fu un fattore significativo anche per le classi lavoratrici. Questo fu certamente anche il caso in Italia dove l&#8217;esperienza statunitense diventò il modello per alcuni sindacati cattolici.</span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
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<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><em>Dichiarazioni recenti dalla Cina suggeriscono che esiste una grande preoccupazione sui livelli di disoccupazione che la recessione globale determinerà, e sono state disposte una serie di misure per affrontarla. Ma ciò implica anche la continuazione del modello di sviluppo con modalità che possono, in fin dei conti, sfidare il resto del capitalismo globale? </em></span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">La questione è se i mezzi che i dirigenti cinesi adotteranno in risposta alle lotte dei gruppi subordinati potranno funzionare in altri luoghi in cui non esistono le stesse condizioni. La questione se la Cina possa diventare un modello per altri Stati – in particolare per altri grandi Stati del Sud, come l&#8217;India &#8211; dipende da innumerevoli specificità storiche e geografiche che possono non essere riproducibili da altre parti. I cinesi lo sanno bene e non si pongono come un modello da imitare. Certo, quello che succederà in Cina sarà cruciale per le sue relazioni con il resto del mondo, ma non nei termini di un modello prestabilito che gli altri dovrebbero seguire. Esiste, comunque, una compenetrazione delle lotte in Cina – delle lotte operaie e contadine contro lo sfruttamento, ma anche delle lotte per i problemi ambientali e la distruzione ecologica – che non si trova con questa estensione in nessun altro luogo. Queste lotte stanno crescendo in questo momento e sarà importante vedere come i leader cinesi risponderanno. Credo che il passaggio di leadership da Hu Jintao a Wen Jaiabao ha a che vedere con il nervosismo, per dirlo eufemisticamente, legato all&#8217;abbandono di una lunga tradizione di politiche di welfare. Dovremo seguire l&#8217;evoluzione della situazione e osservare i suoi possibili risultati.</span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><em>Torniamo alla questione delle crisi capitaliste. Il tuo saggio del 1972 “Verso una teoria delle crisi capitaliste” stabilisce un paragone tra il lungo declino dal 1873-1896 e la previsione, che si è dimostrata esatta, di un&#8217;altra crisi che storicamente è cominciata nel 1973. Sei tornato su questo parallelismo diverse volte da allora, segnalando le somiglianze, ma anche le importanti differenze tra entrambe, in ogni caso hai scritto meno sulla crisi del 1929 e sulla sua evoluzione. Continui a pensare che la Grande Depressione ha una minore rilevanza? </em></span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">No, non minore rilevanza, perché di fatto è la crisi più seria che ha vissuto il capitalismo storico e sicuramente ha costituito un punto di svolta. Ma ha anche educato le potenze realmente importanti su quello che dovevano fare per non ripetere questa esperienza. Esiste una varietà di strumenti conosciuti e meno conosciuti per impedire che si produca di nuovo questo crollo. Anche adesso, nonostante il collasso delle borse continui ad essere paragonato a quello degli anni &#8217;30, credo, e posso sbagliarmi, che sia le autorità monetarie che i governi degli Stati che veramente contano faranno tutto quello che è in loro potere per evitare che il collasso dei mercati finanziari abbia effetti sociali simili a quelli degli anni &#8217;30. Non possono permetterselo politicamente e quindi andranno avanti facendo tutto quello che devono fare. Anche Bush – e prima di lui Reagan – nonostante tutta la sua ideologia del libero mercato, è ricorso a un tipo estremo di finanziamento della spesa di matrice keynesiana. La sua ideologia è una cosa, ciò che realmente fa è un&#8217;altra, perché sta rispondendo a situazioni politiche che non possono tollerare di deteriorarsi troppo. Gli aspetti finanziari possono essere simili a quelli degli anni &#8217;30, ma esiste una maggiore coscienza e alcune restrizioni più severe sulle autorità politiche che non permetteranno che questi processi colpiscano la cosiddetta economia reale come negli anni &#8217;30. Non sto dicendo che la Grande Depressione sia meno rilevante, ma non sono convinto che si ripeterà nel prossimo futuro. La situazione dell&#8217;economia mondiale è radicalmente diversa. Negli anni &#8217;30 era enormemente segmentata e questo può essere stato il fattore che ha prodotto le condizioni per una catena di crolli. Adesso è molto più integrata.</span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><em>In “Verso una teoria delle crisi capitaliste” descrivi un profondo conflitto strutturale nel capitalismo, in cui differenzi tra crisi causate da un tasso troppo alto di sfruttamento che porta a crisi di realizzazione per una domanda effettiva insufficiente, e quelle dovute a un tasso troppo basso di sfruttamento che riduce la domanda di mezzi di produzione. Attualmente sostieni ancora questa distinzione generale e se è così diresti che siamo immersi in una crisi di realizzazione, mascherata da un indebitamento personale e da una finanziarizzazione crescenti dovute alla stretta salariale caratteristica del capitalismo degli ultimi trent&#8217;anni? </em> </span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">Sì. Credo che negli ultimi trent&#8217;anni ci sia stato un cambiamento nella natura della crisi. Fino all&#8217;inizio degli anni &#8217;80, la crisi è stata una tipica crisi di caduta del saggio di profitto determinato dall&#8217;intensificazione della concorrenza tra le agenzie capitaliste e in quelle circostanze i lavoratori erano molto meglio attrezzati per difendersi rispetto alle depressioni precedenti, sia alla fine del XIX secolo sia degli anni &#8217;30. Questa è stata la situazione negli anni &#8217;70. La controrivoluzione monetaria di Reagan-Thatcher si è realmente orientata a sconfiggere questo potere, questa capacità delle classi lavoratrici di proteggersi, e per quanto questo non sia stato il suo unico obiettivo, ne è stato uno dei principali. Credo che tu stia citando qualche collaboratore della Thatcher che dice che quello che facevano&#8230;</span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><em>&#8230;era creare un esercito industriale di riserva, esattamente&#8230;</em></span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">&#8230;quello che Marx dice che dovevano fare! Ciò ha cambiato la natura della crisi. Negli anni &#8217;80 e &#8217;90 e adesso negli anni 2000, ci troviamo di fronte in realtà a una crisi di sovrapproduzione, con tutte le sue tipiche caratteristiche. Il reddito è stato ridistribuito a favore dei gruppi e delle classi che dispongono di grande liquidità e predisposizioni speculative, e quindi non si reintegra nella circolazione in forma di domanda effettiva, ma si indirizza verso la speculazione, creando bolle che scoppiano regolarmente. Di conseguenza, sì, la crisi si è trasformata da una caratterizzata dalla caduta del saggio di profitto, dovuta all&#8217;intensificazione della concorrenza tra capitali, in una di sovrapproduzione determinata dalla scarsità sistemica di domanda effettiva creata dalle tendenze dello sviluppo capitalista. </span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><em>Una recente relazione del National Intelligence Council prevedeva la fine del dominio globale degli Stati Uniti nel 2025 e l&#8217;emergere di un mondo più frammentato, più multipolare e potenzialmente più conflittuale. Pensi che il capitalismo come sistema-mondo richieda, come possibile condizione, un&#8217;unica potenza egemone? L&#8217;assenza di una di queste è necessariamente equivalente a un caos sistemico instabile, è impossibile un equilibrio di potere tra grandi Stati approssimativamente paragonabili?</em> </span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">No, non direi che è impossibile. In gran parte dipende se la potenza egemone in quel momento accetta l&#8217;accordo o no. Il caos degli ultimi sei o sette anni è dovuto alla risposta dell&#8217;Amministrazione Bush all&#8217;11 settembre, che è stato per alcuni aspetti un caso di suicidio di una grande potenza. Quello che le potenze declinanti fanno è molto importante, perché hanno la capacità di creare caos. L&#8217;insieme del “Project for a New American Century” era il rifiuto di accettare questo declino, ed è stato una catastrofe. C&#8217;è stata una debacle militare in Iraq e  un corrispondente deterioramento finanziario della posizione statunitense nell&#8217;economia mondiale, che ha trasformato gli Stati Uniti da una nazione creditrice alla maggiore nazione debitrice della storia mondiale. Come sconfitta, quella irachena è peggiore di quella in Vietnam, perché in Indocina c&#8217;era una lunga tradizione di guerra di guerriglia. I vietnamiti avevano un leader del calibro di Ho Chi Min, avevano sconfitto già i francesi. La tragedia degli americani in Iraq è che, anche nelle migliori circostanze possibili, gli sta costando molto vincere la guerra e adesso stanno tentando di abbandonarla salvando in qualche modo la faccia. La loro resistenza a un accordo ha portato, primo, a un&#8217;accelerazione del loro declino e, secondo, a un&#8217;incredibile sofferenza e caos in Iraq. L&#8217;Iraq è un disastro. La quantità della popolazione sfollata è molto maggiore che in Darfur.</span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">Non è chiaro cosa vuol realmente fare Obama. Se pensa di poter contrastare il declino, avrà delle spiacevoli sorprese. Quello che può fare è gestirlo in modo intelligente, in altre parole, cambiare la solita politica di “Noi non accomodanti. Noi vogliamo un altro secolo” con una politica di gestione di fatto del declino, ideando politiche che si accordino al cambiamento avvenuto nei rapporti di potere. Non so se Obama farà questo, perché è molto ambiguo, veramente non lo so. Ma il cambiamento da Bush a Obama apre la possibilità di gestire il declino degli Stati Uniti in un modo non catastrofico. Bush ha avuto l&#8217;effetto opposto: la credibilità dell&#8217;esercito statunitense è ancora più diminuita, la posizione finanziaria è ancora più disastrosa. Il compito che aspetta Obama, credo, è gestire il declino intelligentemente; questo è ciò che può fare, anche se la sua idea di aumentare le truppe in Afghanistan è a dir poco preoccupante.</span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><em>Nel corso degli anni, per quanto tu abbia sempre basato il tuo lavoro sul concetto di Marx dell&#8217;accumulazione del capitale, non hai mai esitato nell&#8217;esprimere critiche importanti al suo pensiero: tra le altre la sua sottovalutazione delle lotte di potere tra gli Stati, la sua indifferenza rispetto allo spazio, le contraddizioni nella sua analisi della classe operaia. Per molto tempo ti ha affascinato Adam Smith, che ha un ruolo centrale nel tuo ultimo lavoro </em><span style="font-style:normal;">Adam Smith a Pechino</span><em> [ed. it.: Feltrinelli, 2008]. Quali sarebbero le riserve che gli avanzeresti?</em></span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">Le riserve su Smith sono le stesse che Marx aveva su di lui. Marx prese molte cose da Smith: la tendenza del saggio di profitto a cadere sotto l&#8217;impatto della concorrenza intercapitalista, per esempio, è un&#8217;idea di Smith. <em>Il Capitale </em>è una critica dell&#8217;economia politica: Marx criticava Smith per non aver tenuto conto di quello che succedeva nei luoghi occulti della produzione, per dirlo con le sue parole: la concorrenza intercapitalista poteva spingere alla caduta del saggio di profitto, ma era contrarrestata dalla tendenza e dalla capacità dei capitalisti di alterare a loro favore i rapporti di forza con la classe lavoratrice. Da questo punto di vista, la critica di Marx dell&#8217;economia politica di Smith costituiva un apporto cruciale. Comunque, dobbiamo anche attenerci all&#8217;evidenza storica, perché quella di Marx era una costruzione teorica dotata di premesse che possono non corrispondere alla realtà storica di periodi o luoghi particolari. Non possiamo inferire realtà empiriche da costruzioni teoriche. La validità della sua critica a Smith deve essere valutata in funzione dei fatti storici; questo si applica a Smith come a Marx o a qualsiasi altro.</span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><em>Una delle conclusioni di Marx in </em><span style="font-style:normal;">Il Capitale</span><em>, precisamente nel volume I, è che l&#8217;adozione di un sistema di libero mercato smithiano provocherà l&#8217;incremento della disuguaglianza di classe. In che misura l&#8217;introduzione di un regime smithiano a Pechino, porta con sé il rischio di maggiori disuguaglianze in Cina?</em></span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">Il mio ragionamento nel capitolo teorico su Smith, in <em>Adam Smith a Pechino</em>, è che non esiste nozione alcuna nel suo lavoro di mercati autoregolati, come succede nel credo neoliberale. La mano invisibile è quella dello Stato, che deve governare in modo decentralizzato con un minimo di interferenza burocratica. Sostanzialmente, l&#8217;azione del governo in Smith è filo-lavoro, non filo-capitale. Smith è molto esplicito quando afferma che non è favorevole alla competizione tra lavoratori per ridurre i salari, piuttosto lo facciano i capitalisti per ridurre i loro profitti a una ricompensa minima accettabile per i loro rischi. Le concezioni attuali affermano il contrario di quello che dice lui. Non è chiaro, comunque, verso dove si dirige la Cina oggi. Nell&#8217;era di Jiang Zemin, durante gli anni &#8217;90, s&#8217;incamminava certamente nello spingere alla concorrenza tra lavoratori a favore del capitale e del profitto; non c&#8217;è il minimo dubbio. Adesso si è verificata un&#8217;inversione, che come ho detto tiene conto non solo della tradizione della Rivoluzione e del periodo maoista, ma anche di quella delle politiche di welfare della tarda Cina imperiale durante la dinastia Qing alla fine del XVIII secolo e all&#8217;inizio del XIX. Non scommetto su un risultato particolare in Cina, ma dobbiamo stare attenti nell&#8217;analizzare dove sta andando.</span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><em>In </em><span style="font-style:normal;">Adam Smith a Pechino</span><em> utilizzi anche il lavoro di Sugihara Kaoru, che contrappone una “rivoluzione industriosa” basata sul lavoro intensivo e la cura rispettosa della natura che agli inizi del periodo moderno si verifica in Asia orientale, e una “rivoluzione industriale” basata sulla meccanizzazione e la spoliazione delle risorse naturali, e esprimi la speranza che si possa produrre una convergenza delle due a beneficio dell&#8217;umanità nel futuro. Come giudicheresti l&#8217;equilibrio tra entrambe nell&#8217;attuale Asia orientale? </em></span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">Molto precario. Non sono così ottimista come Sugihara che pensa, forse, che la tradizione dell&#8217;Asia orientale di “rivoluzione industriosa” sia tanto profondamente radicata che può se non arrivare ad essere nuovamente dominante, almeno giocare un ruolo importante in qualsiasi formazione ibrida emergente. Questi concetti sono più importanti per seguire ciò che sta succedendo che per affermare che l&#8217;Asia orientale va su questa strada o gli Stati Uniti su un&#8217;altra. Esistono prove che le autorità asiatiche sono preoccupate per l&#8217;ambiente e per lo scontento sociale, ma poi fanno cose che sono assolutamente stupide. L&#8217;idea di copiare gli Stati Uniti, da questo punto di vista, già è stata assurda in Europa ed è ovviamente ancora più assurda in Cina. Ho sempre detto ai cinesi che durante il decennio dal &#8217;90 al 2000 hanno guardato alla città sbagliata. Se volevano pensare a essere ricchi senza essere ecologicamente distruttivi dovevano guardare ad Amsterdam piuttosto che a Los Angeles. Ad Amsterdam tutti si muovono in bicicletta; ci sono migliaia di biciclette custodite in stazione durante la notte, perché la gente arriva in treno, prende la sua bicicletta la mattina e la lascia poi di nuovo la sera. Sebbene non ci fossero auto in Cina la prima volta che arrivai lì nel 1970 – soltanto pochi autobus in un mare di biciclette -, adesso, sempre di più, le biciclette sono state espulse. Da questo punto di vista ci troviamo in un panorama chiaroscuro, molto preoccupante e contraddittorio. L&#8217;ideologia della modernizzazione è screditata dappertutto, ma finora non si è ancora esaurita in Cina.</span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><em>Ma per ciò che implica </em>Adam Smith a Pechino<em> sembra che potremmo aver bisogno di qualcosa di questa rivoluzione industriosa in Occidente, e quindi questa è una categoria che non è specificamente cinese, ma che può essere in realtà molto più ampia. </em> </span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">Sì, ma il punto fondamentale di Sugihara è che il tipico sviluppo della rivoluzione industriale, la sostituzione del lavoro con macchine e energia, non solo ha limiti ecologici, come sappiamo, ma ha anche limiti economici. Di fatto i marxisti spesso dimenticano che l&#8217;idea di Marx della crescente composizione organica del capitale, che spinge alla caduta del saggio di profitto, ha a che vedere fondamentalmente con il fatto che l&#8217;uso di più macchine ed energia intensifica la concorrenza tra i capitalisti in modo tale da renderla meno profittevole, oltre ad essere ecologicamente distruttiva. Il punto di Sugihara è che la separazione di direzione e gestione imprenditoriale, da un lato, e lavoro, dall&#8217;altro, il crescente dominio dei direttivi e manager sul lavoro e il fatto che quest&#8217;ultimo si trovi privato delle sue competenze, incluse quelle dell&#8217;autogestione, che è tipico della rivoluzione industriale, ha dei limiti. Nella rivoluzione industriosa si ha una mobilitazione di tutte le risorse delle famiglie che sviluppa, o almeno preserva, competenze di gestione e direzione tra i lavoratori. Alla fine, i vantaggi di queste competenze di autogestione sono più importanti dei vantaggi derivati dalla separazione di concezione ed esecuzione che è stata tipica della rivoluzione industriale. Credo che abbia ragione, nel senso che è realmente cruciale per comprendere l&#8217;attuale ascesa della Cina; che nell&#8217;aver preservato queste competenze di autogestione attraverso l&#8217;imposizione di serie limitazioni ai processi di proletarizzazione in un senso sostanziale, la Cina può ora avere un&#8217;organizzazione del lavoro che si appoggia sulle competenze di autogestione del lavoro più che in altri luoghi. Questa probabilmente è una delle fonti principali di vantaggio competitivo della Cina nelle nuove circostanze.</span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><em>Cosa che ci riporta alla politica del Gruppo Gramsci per quanto riguarda il processo di lavoro e di </em>autonomia.</span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">Sì e no. Si tratta di due forme diverse di autonomia. Adesso stiamo parlando di autonomia di gestione e direzione, mentre allora ci si riferiva all&#8217;autonomia nella lotta, nell&#8217;antagonismo dei lavoratori di fronte al capitale. Là, l&#8217;idea di autonomia era: come formuliamo il nostro programma per poter unire i lavoratori nella lotta contro il capitale, invece di dividerli creando così le condizioni perché il capitale possa ristabilire la sua autorità su di loro sul posto di lavoro? La situazione attuale è ambigua. Molti osservano le competenze di autogestione cinese e le considerano come un modo di subordinare il lavoro al capitale, in altre parole, il capitale risparmia in costi di gestione e direzione. Dobbiamo considerare queste competenze di autogestione nel loro contesto: dove, quando e con quale scopo. Non è tanto facile classificarle in un modo o nell&#8217;altro.</span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><em>Finivi “World Income Inequalities” nel 1991 argomentando che dopo il crollo dell&#8217;URSS, l&#8217;approfondimento e la moltiplicazione dei conflitti sulle scarse risorse nel Sud – la guerra Iraq-Iran o la Guerra del Golfo si possono considerare emblematiche – obbligavano l&#8217;Occidente a creare strutture embrionarie di governo mondiale per regolarli: il G7 come comitato esecutivo della borghesia globale, l&#8217;FMI e la Banca Mondiale come suo Ministero dell&#8217;Economia, il Consiglio di Sicurezza come suo Ministero della Difesa. Queste strutture, suggerivi, potrebbero cadere in mano alle forze non conservatrici nel giro di quindici anni. In </em><span style="font-style:normal;">Adam Smith a Pechino</span><em> parli invece di una società di mercato mondiale come un futuro potenzialmente di speranza in cui nessuna potenza è più una potenza egemone. Qual è il rapporto tra questi concetti e qual è la tua opinione su entrambi?</em></span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">In primo luogo, in realtà non ho detto che le strutture del governo mondiale sarebbero emerse come conseguenza dei conflitti nel Sud. La maggior parte di queste strutture erano organizzazioni di Bretton Woods, stabilite dagli Stati Uniti dopo la Seconda Guerra Mondiale come meccanismi necessari per evitare i problemi provocati dai mercati autoregolati nell&#8217;economia globale e come strumenti di governance. Dall&#8217;inizio del periodo postbellico sono esistite strutture embrionarie di governo mondiale. Negli anni &#8217;90 ci sono state crescenti turbolenze e instabilità, di cui questi conflitti nel Sud erano un aspetto, e perciò queste istituzioni sono state riattivate per gestire l&#8217;economia mondiale in un modo diverso dal precedente. Le forze non conservatrici potrebbero appropriarsene? Il mio atteggiamento verso queste istituzioni è sempre stato ambivalente, perché per molti aspetti riflettevano l&#8217;equilibrio di potere tra gli Stati del Nord e del Sud: all&#8217;interno del Nord, tra il Nord e il Sud, ecc. Non c&#8217;era niente in teoria che escludesse la possibilità che queste istituzioni potessero realmente lavorare per regolare l&#8217;economia mondiale, per poter promuovere una ridistribuzione più equa dei redditi su scala globale. In ogni caso, quello che è successo è esattamente il contrario. Durante gli anni &#8217;80, l&#8217;FMI e la Banca Mondiale sono diventati degli strumenti della controrivoluzione neoliberale e hanno promosso, quindi, una ridistribuzione più ineguale dei redditi. Ma anche allora, come ho detto, quello che è successo alla fine non è stato tanto una ridistribuzione più ineguale tra Nord e Sud, ma una grande divaricazione all&#8217;interno dello stesso Sud, con l&#8217;Asia orientale che si comportava molto bene e l&#8217;Africa meridionale che si comportava molto male, mentre altre regioni si collocavano tra questi estremi.</span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><span style="font-style:normal;">Come si rapporta ciò con il concetto di società di mercato mondiale che discuto in </span><em>Adam Smith a Pechino</em><span style="font-style:normal;">? Adesso è ovvio che uno Stato mondiale, anche nella sua forma più embrionaria, di tipo confederale, sarebbe molto difficile da realizzare. Non rappresenta una possibilità seria in un futuro immediato. E&#8217; in gestazione una società di mercato mondiale nel senso che i paesi si relazionano tra loro attraverso meccanismi di mercato che assolutamente non si autoregolano, ma che vengono regolati, cosa che era sicuramente vera per il sistema sviluppato dagli Stati Uniti, che costituiva un processo altamente regolato attraverso il quale l&#8217;eliminazione delle tariffe, delle quote e delle restrizioni sulla mobilità del lavoro erano sempre negoziate dagli Stati, fondamentalmente dagli Stati Uniti e dall&#8217;Europa, e poi tra loro e gli altri Stati. La domanda ora è che regolazione si introdurrà per impedire un crollo del mercato simile a quello avvenuto negli anni &#8217;30. Inoltre, la relazione tra i due concetti è che l&#8217;organizzazione dell&#8217;economia mondiale si baserà fondamentalmente sul mercato, ma con una importante partecipazione degli Stati nella regolazione di questa economia.</span></span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><em>In </em><span style="font-style:normal;">Il lungo XX secolo</span><em> ipotizzavi tre possibili risultati del caos sistemico verso il quale si stava incamminando l&#8217;onda lunga di finanziarizzazione cominciata all&#8217;inizio degli anni &#8217;70: un impero mondiale controllato dagli Stati Uniti, una società di mercato mondiale in cui nessuno Stato avrebbe dominato gli altri o una nuova guerra mondiale che avrebbe distrutto l&#8217;umanità. Nei tre casi, il capitalismo, così come si era sviluppato storicamente, sarebbe scomparso. In </em><span style="font-style:normal;">Adam Smith a Pechino</span><em> concludi che, visto i fallimenti dell&#8217;Amministrazione Bush, il primo caso adesso può essere escluso,  e rimangono solo gli altri due. Ma non esiste, almeno logicamente e in sintonia con il tuo quadro analitico, la possibilità che la Cina emerga in un determinato momento come nuova potenza egemone che sostituirà gli Stati Uniti senza per questo alterare le strutture del capitalismo e del territorialismo così come lo hai descritto? Escludi questa possibilità?</em></span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><span style="font-style:normal;">Non escludo questa possibilità, ma cominciamo con il ricordare esattamente quello che ho detto. Il primo dei tre scenari che contemplavo in </span><em>Il lungo XX secolo</em><span style="font-style:normal;"> era un impero mondiale controllato non dagli Stati Uniti, ma dagli Stati Uniti insieme gli alleati europei. Non ho mai pensato che gli Stati Uniti fossero tanto temerari da tentare di perseguire da soli l&#8217;idea di un Nuovo Secolo Americano, dato che era un progetto troppo folle e che, naturalmente, si sarebbe ritorto contro di loro, immediatamente. Di fatto, esiste una forte corrente all&#8217;interno dell&#8217;</span><em>establishment</em><span style="font-style:normal;"> della politica estera statunitense desiderosa di ristabilire buone relazioni con l&#8217;Europa, che hanno conosciuto tensioni con l&#8217;unilateralismo dell&#8217;Amministrazione Bush. Questa è ancora una</span><span style="font-style:normal;"><strong> </strong></span><span style="font-style:normal;">possibilità, anche se meno probabile che in passato. Il secondo punto è che la società di mercato mondiale e il maggior peso della Cina nell&#8217;economia globale non sono mutualmente escludenti. Se osserviamo il modo in cui la Cina si è comportata con i suoi vicini storicamente, si è sempre avuto un rapporto basato più sul commercio e sugli scambi economici che sul potere militare; ed è ancora così. La gente spesso mal interpreta questo punto: pensa che sto descrivendo i cinesi come se fossero più teneri che l&#8217;Occidente, ma non ha niente a che vedere con questo, ma con i problemi di governance di un paese come la Cina, di cui abbiamo parlato prima. La Cina ha una tradizione di ribellioni che nessun altro territorio di grandezza e densità di popolazione simili ha mai affrontato. I suoi governanti sono anche molto coscienti della possibilità di nuovi invasori che vengono dal mare, cioè gli Stati Uniti. Come segnalo nel X capitolo di </span><em>Adam Smith a Pechino</em><span style="font-style:normal;"> esistono vari piani statunitensi su come trattare la Cina, nessuno dei quali è particolarmente tranquillizzante per Pechino. Oltre al piano Kissinger, che punta sulla cooptazione, gli altri contemplano una nuova Guerra Fredda contro la Cina o il coinvolgimento della Cina in guerre con i suoi vicini, mentre gli Stati Uniti svolgerebbero il ruolo del “terzo incomodo”. Se la Cina emerge, come penso che farà, come un nuovo centro dell&#8217;economia globale, il suo ruolo sarà radicalmente diverso da quello delle precedenti potenze egemoni. Non solo a causa dei contrasti culturali, radicati come sono in differenze storico-geografiche, ma precisamente perché la storia e la geografia diverse della regione asiatico-orientale non smetteranno di avere effetti sulle nuove strutture dell&#8217;economia globale. Se la Cina sarà una potenza egemone, lo sarà in modo molto diverso dagli altri. Prima di tutto, il potere militare sarà molto meno importante del potere culturale ed economico, soprattutto di quest&#8217;ultimo. La Cina dovrà giocare la carta economica molto più di quanto abbiano fatto gli Stati Uniti, gli inglesi o gli olandesi.</span></span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><em>Prevedi una maggiore unità in Asia orientale? Si parla, per esempio, della possibilità di una specie di FMI asiatico, dell&#8217;unificazione della moneta, ecc. Vedi la Cina come il centro di una potenza egemone asiatico-orientale piuttosto che come un attore solitario? E se è così, come si concilia ciò con il crescente nazionalismo della Corea del Sud, del Giappone e della Cina?</em></span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">Quello che è più interessante dell&#8217;Asia orientale è come, in fin dei conti, l&#8217;economia determini le predisposizioni e le politiche reciproche tra gli Stati, nonostante i loro nazionalismi che sono molto ben radicati, ma anche vincolati a un fatto storico spesso dimenticato dall&#8217;Occidente: la Corea, la Cina, il Giappone, la Thailandia, la Cambogia erano tutti Stati nazionali molto prima che esistesse un solo Stato-nazione in Europa, e hanno tutti storie di reazioni nazionaliste di fronte agli altri in un quadro che è preminentemente economico. Occasionalmente ci sono state guerre e l&#8217;atteggiamento dei vietnamiti rispetto alla Cina o dei coreani rispetto al Giappone è profondamente legato alla memoria di queste guerre. Nello stesso tempo, l&#8217;economia sembra predominare. E&#8217; sorprendente che il risorgimento nazionalista in Giappone, durante il mandato di Kozumi, sia stato immediatamente messo da parte quando è diventato evidente che le imprese giapponesi erano interessate a fare affari con la Cina. Anche in quest&#8217;ultima si è verificata un&#8217;enorme ondata di manifestazioni antigiapponesi, ma poi si è fermata. Il quadro generale in Asia orientale indica che esistono profondi sentimenti nazionalisti, ma che allo stesso tempo tendono a essere dominati dagli interessi economici.</span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><em>La crisi attuale del sistema finanziario mondiale sembra la conferma più spettacolare delle previsioni teoriche che sostieni da molto tempo e molto più di quanto chiunque potesse immaginare. Ci sono comunque aspetti di questa crisi che ti hanno sorpreso?</em></span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">La mia previsione era molto semplice. La tendenza ricorrente verso la finanziarizzazione era, come ha segnalato Braudel, un segno del declino di un&#8217;espansione materiale particolare che era centrata su un determinato Stato. In<em> Il lungo XX secolo</em> ho definito l&#8217;inizio della finanziarizzazione il segnale della crisi di un regime di accumulazione e ho segnalato che nel corso del tempo – abitualmente dopo mezzo secolo – si produce la crisi terminale. Per le precedenti potenze egemoni, era possibile identificare sia il segnale della crisi che la crisi terminale. Per gli Stati Uniti ho azzardato l&#8217;ipotesi che gli anni &#8217;70 rappresentassero il segnale della crisi; la crisi terminale non era ancora arrivata, ma sarebbe arrivata. Come? L&#8217;ipotesi di base è che tutte queste espansioni finanziarie erano fondamentalmente insostenibili, perché stavano canalizzando verso la speculazione più capitale di quanto potesse essere gestito o in altre parole esisteva la tendenza che queste espansioni finanziarie sviluppassero bolle di diverso tipo. Ho previsto che questa espansione finanziaria avrebbe condotto alla fine a una crisi terminale, perché le bolle sono tanto insostenibili oggi come nel passato, ma non ho previsto i dettagli delle bolle: la bolla dei titoli tecnologici o la bolla immobiliare.</span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">Inoltre, sono stato ambiguo sul momento in cui ci trovavamo all&#8217;inizio degli anni &#8217;90, quando ho scritto <em>Il lungo XX secolo</em>. Pensavo che in qualche modo la <em>belle époque</em> degli Stati Uniti fosse già finita, quando in realtà stava appena iniziando. Reagan la preparò provocando una recessione importante, che creò in seguito le condizioni per la successiva espansione finanziaria, ma fu Clinton che realmente presidiò la <em>belle époque</em> terminata con il collasso degli anni 2000, specialmente del Nasdaq. Con l&#8217;esplosione della bolla immobiliare, quello che stiamo osservando ora è, con tutta evidenza, la crisi terminale della centralità finanziaria e dell&#8217;egemonia statunitense.</span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><em>Quello che distingue il tuo lavoro da quello di quasi tutti gli altri analisti è la tua valutazione della flessibilità, dell&#8217;adattabilità e della fluidità dello sviluppo capitalista, nel quadro del sistema interstatale. In ogni caso, sulla </em>longue durée<em>, come succede nella cornice di 500, 150 e 50 anni che adotti per l&#8217;esame collettivo della posizione dell&#8217;Asia orientale nel sistema interstatale, emergono modelli di comportamento sorprendentemente chiari, nella loro determinazione e semplicità. Come caratterizzeresti le relazioni tra contingenza e necessità nel tuo pensiero? </em> </span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">Qui ci sono due questioni diverse: una riguarda la valutazione della flessibilità dello sviluppo capitalista e l&#8217;altra riguarda il ripetersi di modelli di comportamento, e l&#8217;estensione con cui questi sono determinati dalla contingenza o dalla necessità. Sulla prima, l&#8217;adattabilità del capitalismo: è parzialmente legato alla mia esperienza d&#8217;impresa quando ero giovane. Inizialmente tentai di gestire l&#8217;impresa di mio padre, che era relativamente piccola; poi scrissi una tesi sull&#8217;impresa di mio nonno, che era di dimensioni maggiori di quella di mio padre. In seguito ebbi contrasti con mio nonno e me ne andai all&#8217;Unilever, che per numero di dipendenti era all&#8217;epoca la seconda multinazionale. Ebbi, poi, la fortuna – dal punto di vista dell&#8217;analisi dell&#8217;impresa capitalista – di entrare in imprese sempre più grandi e questo mi ha aiutato a capire che non puoi parlare di imprese capitaliste in generale, perché le differenze tra l&#8217;impresa di mio padre, quella di mio nonno e l&#8217;Unilever erano incredibili. Per esempio, mio padre investiva tutto il suo tempo a visitare i suoi clienti nei distretti tessili e a studiare i problemi tecnici dei loro macchinari, per poi tornare in fabbrica e discutere i problemi con l&#8217;ingegnere e adattare i macchinari secondo le necessità dei suoi clienti. Quando tentai di gestire questa attività mi sentii completamente perso; tutto si basava sulle competenze e le conoscenze che facevano parte della pratica e dell&#8217;esperienza di mio padre. Potevo andare a visitare i clienti, ma non potevo risolvere i loro problemi, veramente non riuscivo neppure a capirli. Non c&#8217;era soluzione. Di fatto, durante la mia giovinezza, quando dicevo a mio padre: “se arrivano i comunisti avrai problemi”, lui rispondeva, “no, non avrò problemi, continuerò a fare quello che faccio, hanno bisogno di gente che faccia il mio lavoro”.</span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">Quando chiusi la fabbrica di mio padre ed entrai in quella di mio nonno, trovai un&#8217;organizzazione che era più fordista. Non si studiavano i problemi dei clienti, ma si producevano macchinari standardizzati, che piacesse o no ai clienti. I suoi ingegneri disegnavano macchinari in base a quello di cui pensavano avesse bisogno il mercato e dicevano ai clienti: questo è quello che abbiamo. Si trattava di una produzione in massa in embrione, con catene di montaggio in embrione. Quando arrivai all&#8217;Unilever, presi contatto appena con l&#8217;ambito della produzione. Esistevano molte fabbriche diverse: una faceva margarina, un&#8217;altra sapone, un&#8217;altra profumi. C&#8217;erano dozzine di prodotti diversi, ma la sede principale d&#8217;attività non era né l&#8217;organizzazione del marketing né il luogo di produzione, ma il dipartimento finanziario e il dipartimento pubblicitario. Questo mi ha insegnato che era molto difficile identificare una forma specifica come “tipicamente” capitalista. In seguito, studiando Braudel, ho osservato che questa idea della natura altamente adattabile del capitalismo era qualcosa che potevamo osservare storicamente.</span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">Uno dei maggiori problemi della sinistra, ma anche della destra, è pensare che c&#8217;è unicamente un tipo di capitalismo che si riproduce storicamente, mentre il capitalismo ha trasformato se stesso in modo sostanziale – soprattutto su scala globale &#8211; in modi inaspettati. Per vari secoli il capitalismo è stato dipendente dalla schiavitù e sembrava talmente intrecciato con questa da tutti i punti di vista che era difficile pensare che avrebbe potuto sopravvivere senza; ma la schiavitù è stata abolita e il capitalismo non solo è sopravvissuto ma ha prosperato più che mai, sviluppandosi poi con il colonialismo e l&#8217;imperialismo. In quel momento sembrava che il colonialismo e l&#8217;imperialismo fossero essenziali per il suo funzionamento, ma ancora una volta, dopo la Seconda Guerra Mondiale, il capitalismo si è staccato da entrambi ed è sopravvissuto e ha prosperato. Da un punto di vista storico-mondiale, il capitalismo ha sempre trasformato se stesso ed è una delle sue principali caratteristiche; sarebbe veramente miope tentare di definire il capitalismo senza tenere in considerazione queste trasformazioni cruciali. Ciò che rimane costante nel corso di queste trasformazioni e che definisce la sua essenza è espresso ottimamente dalla formula del capitale coniata da Marx, D-M-D&#8217;, a cui mi riferisco ripetutamente quando identifico l&#8217;alternanza di espansioni materiali e finanziarie. Se osserviamo la Cina attuale, possiamo dire che il sistema che vige là, forse è capitalismo o forse no, e io credo che si tratti di una questione ancora aperta; ma anche se pensiamo che si tratti di capitalismo, dobbiamo considerare che non è lo stesso capitalismo che è esistito in periodi precedenti, si è totalmente trasformato. Il problema è identificare le sue specificità, come differisce dai capitalismi precedenti, che lo si chiami capitalismo o in un altro modo.</span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><em>E la seconda parte della domanda, cioè l&#8217;emergere di modelli di comportamento così specifici di </em><span style="font-style:normal;">longue durée</span><em> analizzati nel tuo lavoro e le trasformazioni di scala?</em></span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">Un punto è che esiste una dimensione geografica molto chiara nei cicli ricorrenti di espansione materiale e finanziaria, ma possiamo osservare questo aspetto unicamente se non ci limitiamo a concentrarci su un solo paese, perché allora si osserva un processo totalmente differente. E&#8217; quello che ha fatto la maggior parte degli storici: si concentrano su un paese e descrivono la sua evoluzione. In Braudel, al contrario, l&#8217;idea è proprio che l&#8217;accumulazione del capitale salta; e se non salti con lei, se non la segui di luogo in luogo, non la vedi. Se restiamo concentrati sull&#8217;Inghilterra o sulla Francia perdiamo di vista l&#8217;aspetto più essenziale dello sviluppo del capitalismo storico-mondiale. Devi muoverti con lui per capire che il processo di sviluppo capitalista è essenzialmente quello che presuppone un salto da una situazione in cui ciò che tu hai chiamato “soluzione spaziale di carattere infrastrutturale” diventa troppo costrittiva e la concorrenza s&#8217;intensifica, a un&#8217;altra in cui la soluzione spaziale di maggior scala e ambito d&#8217;azione permette al sistema di sperimentare un altro periodo di espansione materiale. E poi, naturalmente, il ciclo si ripete di nuovo.</span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">Quando formulavo questa idea per la prima volta, inferendo dai modelli di Braudel e Marx, non avevo ancora apprezzato pienamente il tuo concetto di <em>fix</em> spaziale nel doppio significato della parola: fissità del capitale investito e soluzione delle contraddizioni previe dell&#8217;accumulazione capitalista. Esiste una necessità endogena in questi modelli che deriva dal processo d&#8217;accumulazione, che muove denaro e altre risorse su una scala sempre maggiore e che a sua volta crea problemi sotto forma di una concorrenza intensificata e di sovraccumulazione di diversi tipi. Il processo d&#8217;accumulazione capitalista di capitale – come processo opposto all&#8217;accumulazione non capitalista di capitale – ha questo effetto di palla di neve che intensifica la concorrenza e spinge alla caduta del saggio di profitto. Quelli che si trovano meglio posizionati per trovare un nuovo <em>fix</em> spaziale lo fanno optando per un “contenitore” sempre più grande. Dalle città-Stato, che accumularono un ingente capitale in piccoli contenitori, all&#8217;Olanda del XVII secolo, che fu più di una città-Stato ma meno di uno Stato nazionale, passando per la Gran Bretagna della fine del XVIII secolo e del XIX secolo, con il suo impero di dimensioni mondiali, per arrivare alla dimensione continentale degli Stati Uniti nel XX secolo.</span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">Adesso il processo non può continuare nella stessa forma, perché non esiste un contenitore più grande che possa superare gli Stati Uniti. Esistono grandi Stati nazionali – di fatto civiltà – come la Cina e l&#8217;India, che non sono più grandi degli Stati Uniti in termini spaziali, ma che hanno quattro o cinque volte la sua popolazione. Adesso stiamo cambiando verso un nuovo modello: invece di spostarci da un contenitore a un altro spazialmente più grande, stiamo andando da un contenitore con una bassa densità di popolazione a contenitori con densità più alte. D&#8217;altra parte, mentre nel passato si era verificato un cambio da paesi ricchi a paesi ricchi, adesso ci stiamo spostando da paesi molto ricchi a paesi ancora fondamentalmente poveri (il reddito pro capite della Cina è ancora un ventesimo di quello statunitense). In un certo senso, puoi dire, “Bene, adesso l&#8217;egemonia, se è questo che sta succedendo, sta passando dai ricchi ai poveri”. Ma nello stesso tempo, questi paesi presentano enormi differenze e disuguaglianze interne. E&#8217; tutto molto sfumato. Si tratta di tendenze contraddittorie e abbiamo bisogno di creare nuovi strumenti concettuali per capirle.</span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><em>Concludi </em><span style="font-style:normal;">Adam Smith a Pechino</span><em> con la speranza di una comunità di civiltà che vivano in termini egualitari, una con l&#8217;altra, con un rispetto condiviso per il pianeta e le sue risorse naturali. Useresti il termine “socialismo” per descrivere questa visione o lo consideri sorpassato? </em></span></p>
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<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">Bene, non avrei obiezioni che venga chiamato socialismo, ma purtroppo il socialismo è stato troppo identificato con il controllo dell&#8217;economia da parte dello Stato. Non ho mai pensato che fosse una buona idea. Provengo da un paese in cui lo Stato è disprezzato o non ispira nessuna fiducia. L&#8217;identificazione del socialismo con lo Stato crea grandi problemi. Così, se questo sistema-mondo si chiamerà socialista sarebbe necessario che si ridefinisse in termini di mutuo rispetto tra gli esseri umani e di rispetto collettivo per la natura. Ma questo deve essere organizzato attraverso interscambi mercantili regolati dallo Stato, in modo che aumenti in una forma smithiana il potere dei lavoratori e diminuisca quello del capitale, e non attraverso la proprietà e il controllo dei mezzi di produzione da parte di quest&#8217;ultimo. Il problema con il termine socialismo è che è stato maltrattato in così tanti modi che è ormai screditato. Se mi chiedi quale sarebbe un termine migliore, non ne ho idea, credo che dobbiamo trovarne uno. Tu sei il migliore per trovare nuove espressioni e dovresti darci qualche suggerimento.</span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><em>D&#8217;accordo cercherò di trovarne una</em>.</span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">Sì, devi lavorare per trovare un sostituto al termine “socialista” che lo spogli della sua identificazione storica con lo Stato e lo avvicini più all&#8217;idea di una maggiore uguaglianza e rispetto reciproco. Ti lascio questo compito! </span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">
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<p style="margin-bottom:0;">
<p style="margin-bottom:0;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><span style="font-style:normal;"><span style="font-weight:normal;">Fonte: New Left Re</span></span></span><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><span style="font-style:normal;"><span style="font-weight:normal;">view </span></span></span><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">en español</span><span style="font-family:Verdana,sans-serif;"><span style="font-style:normal;"><span style="font-weight:normal;">, n. 56, May / Jun 2009 [originariamente apparso in inglese in New Left Review, n. 56, March / April 2009].</span></span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span style="font-family:Verdana,sans-serif;">Trad. dal castigliano di Cinzia Garolla.</span></p>
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		<title>Diario della crisi in Lombardia, 21 settembre 2009</title>
		<link>http://milanointernazionale.it/2009/09/20/diario-della-crisi-in-lombardia-4-settembre-2009/</link>
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		<pubDate>Sun, 20 Sep 2009 21:14:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milanointernazionale</dc:creator>
				<category><![CDATA[=>   Notizie e approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[Cassa integrazione]]></category>
		<category><![CDATA[Crisi]]></category>
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		<description><![CDATA[I trend del periodo: Conflittualità in aumento, giovani in crisi, liquidità agli sgoccioli – La situazione provincia per provincia, dai dati generali alle singole crisi aziendali SOMMARIO I trend del periodo: Conflittualità in aumento, giovani in crisi, liquidità agli sgoccioli - LOMBARDIA IN GENERALE - MILANO - MONZA-BRIANZA - VARESE - COMO - LECCO-SONDRIO - [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&amp;blog=7100082&amp;post=761&amp;subd=milanointernazionale&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>I trend del periodo: Conflittualità in aumento, giovani in crisi, liquidità agli sgoccioli – La situazione provincia per provincia, dai dati generali alle singole crisi aziendali</strong></p>
<p><span id="more-761"></span>SOMMARIO</p>
<p><a href="#sezione1">I trend del periodo: Conflittualità in aumento, giovani in crisi, liquidità agli sgoccioli</a></p>
<p><a href="#sezione2">- LOMBARDIA IN GENERALE</a></p>
<p><a href="#sezione3">- MILANO</a></p>
<p><a href="#sezione4">- MONZA-BRIANZA</a></p>
<p><a href="#sezione5">- VARESE</a></p>
<p><a href="#sezione6">- COMO</a></p>
<p><a href="#sezione7">- LECCO-SONDRIO</a></p>
<p><a href="#sezione8">- BERGAMO</a></p>
<p><a href="#sezione9">- BRESCIA</a></p>
<p><a href="#sezione10">- PAVIA</a></p>
<p><a href="#sezione11">- LODI</a></p>
<p><a href="#sezione12">- CREMONA</a></p>
<p><a href="#sezione13">- MANTOVA</a></p>
<p><a name="sezione1">I trend del periodo: Conflittualità in aumento, giovani in crisi, liquidità agli sgoccioli </a><br />
Nell&#8217;ultimo numero del Diario della crisi in Lombardia avevamo chiuso la nostra introduzione constatando il basso livello di conflittualità che fino a quel momento (fine luglio) aveva contrassegnato la crisi. Ad agosto il caso della Innse di Lambrate sembra invece avere segnato un primo punto di svolta e la grande eco che ha trovato a livello nazionale, con svariati emuli, è un indice del fatto che il terreno è fertile per un rialzo della conflittualità a difesa del posto di lavoro. Si tratta di un particolare fondamentale, visto che a partire da quest&#8217;autunno si prevede per molte aziende la cessazione del ricorso agli ammortizzatori sociali con i conseguenti licenziamenti. Le ultimissime preoccupanti notizie che stanno arrivando sul caso Innse (vedi più sotto, nella sezione Milano) gettano però un&#8217;ombra sulle possibili strategie di contrasto delle controparti di fronte alle proteste eclatanti: in molti casi tali strategie potrebbero essere apparentemente arrendevoli per cercare poi di invertire la vittoria in una sconfitta una volta spentasi l&#8217;attenzione dei media. Solo una più ampia mobilitazione politica può prevenire esiti simili. D&#8217;altronde le forme che assumeranno le proteste dovranno essere necessariamente diverse da quella tradizionale dello sciopero, che in un periodo di crisi e di crollo generale della produttività perde di incisività. Non è un caso che a livello nazionale le statistiche parlino di un netto calo delle ore di sciopero nel primo semestre 2009. Parallelamente alla crisi nell&#8217;industria e a quella che si sta diffondendo sempre più anche nei servizi, c&#8217;è la &#8220;crisi&#8221; della scuola, addebitabile in toto alla riforma Gelmini. In Lombardia verranno cancellati quasi 5.000 posti di lavoro nelle scuole, e in più c&#8217;è la chiusura di prospettive per le migliaia di precari, che hanno anche loro effettuato proteste clamorose sul modello Innse. E, come le scuole, anche le università dovranno affrontare a breve i drastici tagli previsti dalla riforma Gelmini. Ci sarà un netto calo della qualità dell&#8217;insegnamento, già a bassi livelli (non certo per colpa del corpo docente) e questo, sul lungo termine, avrà effetti anche sulle capacità economiche della regione. Se a ciò si aggiunge un dato di cui pochi parlano, ma che è altrettanto preoccupante delle cifre sulla cassa integrazione e sui licenziamenti, e cioè quello del crollo delle assunzioni, calate nelle varie province del 30-50% e che colpiscono in modo particolare i giovani, si hanno tutte le coordinate per un forte inasprirsi della &#8220;questione giovanile&#8221;: lasciati sempre più a loro stessi negli studi, senza la prospettiva di un lavoro che non sia ultraprecario e con famiglie in forti difficoltà economiche, anche gli strati più giovani saranno sempre più vittime della crisi e delle politiche della destra. Un risveglio delle loro lotte in parallelo a quelle dei lavoratori potrebbe costituire un contributo fondamentale per ottenere risultati incisivi. Al panorama generale va aggiunta la sempre più preoccupante mancanza di liquidità da parte delle aziende, dovuta da una parte ai cali di fatturato e ordinativi, dall&#8217;altra alla stretta creditizia, e che si traduce sempre più spesso in licenziamenti diretti, oppure in licenziamenti di fatto mediante la cassa straordinaria. Samo ancora a inizio settembre e dopo le ferie estive tutti attendono con preoccupazione i prossimi difficili mesi. A tale proposito va rilevato che, tra sindacati e organizzazioni padronali che operano sul terreno, nessuno osa neanche lontanamente parlare di &#8220;ripresa in vista&#8221; o di &#8220;peggio che è ormai alle spalle&#8221;. NOTA: Questo numero del Diario della crisi in Lombardia copre gli sviluppi dal 18 luglio all&#8217;11 settembre 2009.</p>
<p><a name="sezione2">LOMBARDIA IN GENERALE</a><br />
E&#8217; cominciato il mese di settembre e piovono da una parte gli ultimi dati che fanno il punto della situazione, dall&#8217;altra le previsioni per il prossimo autunno-inverno. A fine luglio la Cgil ha diffuso una serie di dati che fotografano la situazione nella regione prima delle ferie: circa il 45% delle imprese sono indebitate e ben un quarto ha i bilanci in perdita, 200.0000 persone su 3.000.000 occupati (partite IVA escluse) hanno perso un lavoro e ne stanno cercando un altro. Nel primo semestre i licenziamenti hanno toccato quota 31.161, con un aumento del 74% rispetto allo stesso semestre del 2008, mentre il ricorso alla cassa integrazione è cresciuto del 415%; nei primi sette mesi di quest&#8217;anno, inoltre, le indennità di disoccupazione hanno registrato un balzo del 128% rispetto allo stesso periodo dell&#8217;anno scorso. Un&#8217;indagine dell&#8217;Api rileva che nella regione il 60% delle medie imprese e il 40% delle piccole hanno riscontrato cali nell&#8217;occupazione. Il reddito degli abitanti della Lombardia è cresciuto solo dello 0,2%, rispetto a una media nazionale dello 0,5%. Dai dati di un&#8217;indagine condotta da Confindustria, Unioncamere e Regione, risulta che nel secondo trimestre 2009 il calo della produzione industriale è stato del 3% rispetto al trimestre precedente (rispetto al -4% del primo trimestre 2009 sull&#8217;ultimo 2008) e dell&#8217;11% anno su anno. Le medie imprese (da 50 a 199 addetti) registrano il dato tendenziale peggiore (-12,4%), un po&#8217; meno peggio sono messe le grandi aziende (-9,9%). Nell&#8217;artigianato invece sono le microimprese a essere messe peggio (-12,8%). Il fatturato a prezzi correnti cala sia su base annua (-18,4%) sia rispetto al trimestre precedente (-5,4%). Bassissimo il tasso di utilizzo degli impianti: per l&#8217;industria cala al 63,5%, mentre per l&#8217;artigianato scende addirittura sotto il 60%. Messi male anche gli ordinativi, che rispetto allo stesso trimestre dell&#8217;anno scorso risultano in calo del 14% sul versante interno e dell&#8217;8,3% su quello estero, con una piccola svolta congiunturale sull&#8217;estero (+1,6%). E&#8217; in aumento il numero di aziende che fanno ricorso alla Cassa integrazione (sono ormai il 39,6%), mentre la quota della Cig sul monte ore trimestrale è cresciuta fino a toccare il 7,7%. A livello settoriale, i servizi registrano nel loro complesso un calo del volume d&#8217;affari del 6,5% rispetto al secondo trimestre 2008, in peggioramento rispetto al dato tendenziale del primo trimestre, che era di -6,3%. Particolarmente negativa e in peggioramento è la situazione nelle costruzioni, nel commercio all&#8217;ingrosso, nel turismo e nei trasporti, mentre è contrastata nei servizi alle imprese e alle persone e in lievissimo miglioramento nelle telecomunicazioni. Nei commenti che accompagnano l&#8217;indagine si scrive che la situazione congiunturale è ancora di segno negativo, e che siamo ancora lontani dall&#8217;inizio di una ripresa, visto che l&#8217;unica variabile con un valore congiunturale positivo è quella degli ordini dall&#8217;estero, che rappresenterebbe comunque un buon segnale. Tuttavia due terzi delle imprese lombarde dichiarano di non cogliere nella propria attività segnali di superamento della crisi e solo per il 27% il peggio oramai è alle spalle. Inoltre, secondo dati citati dal Corriere della Sera, a luglio sono state presentate in media 50 nuove domande di cassa integrazione ogni giorno, ad agosto, periodo di ferie, la media è scesa a 10, per risalire subito a 50 da lunedì 31 agosto. In piena crisi anche il settore tessile: secondo dati Cisl ci sono 749 aziende in crisi e 45.825 lavoratori che utilizzano gli ammortizzatori, rispetto a 504 aziende e 31.376 lavoratori nel 2008. Le prospettive per l&#8217;autunno-inverno rimangono fosche: secondo stime della Uil riportate dal quotidiano Cronacaqui da settembre fino a fine anno la crisi potrebbe portare in Lombardia alla perdita di 120.000 posti di lavoro. Ci sono poi anche i dati sulla situazione dei nuclei familiari. Da una ricerca svolta dalla Camera di Commercio di Monza e Brianza risulta che solo il 54% dei lombardi ha chiuso il bilancio familiare in pareggio, contro il 62% della media nazionale. La maggioranza dei lombardi stima per l&#8217;anno prossimo di non potere mettere da parte alcun risparmio. Si registra infine un ampliarsi della forbice sociale: la metà dei nuclei familiari a basso reddito percepisce un peggioramento della propria condizione economica, contro solo un quarto di quelle ad alto reddito. Nel complesso, una famiglia su quattro deve attingere ai propri risparmi per arrivare a fine mese. Dalla stessa ricerca emerge che nelle città lombarde i genitori devono &#8220;sganciare&#8221; in media ogni mese cifre comprese tra 127 euro e 267 euro (il primo dato si riferisce alla provincia di Monza-Brianza, il secondo a quella di Milano) per integrare i redditi dei figli. A Milano in particolare gli under 30, con un reddito medio mensile di poco superiore ai 1.000 euro al mese, devono spendere tra vitto e alloggio (monolocale di 35 mq) 1.300 euro, di cui 700 solo per l&#8217;affitto. Insomma, una pesante tassa di cui nessuno parla e che nessun politico intende &#8220;tagliare&#8221; affrontando il problema della casa e quello dei redditi. A questa situazione va ad aggiungersi il drastico calo delle assunzioni, che colpisce in modo particolare i giovani che accedono al mercato del lavoro. Ma a essere ancora più colpiti sono i lavoratori immigrati. Secondo dati di Unioncamere nei prossimi mesi, a livello nazionale, le assunzioni stabili (ovvero non stagionali) previste per gli immigrati caleranno a fine 2009 del 46% e toccheranno quota 93.000, il livello più basso degli ultimi nove anni. Il livello massimo era stato toccato nel 2003, quando la domanda di lavoratori immigrati stabili aveva raggiungo 227.000 unità, pari al 33% delle assunzioni totali &#8211; quest&#8217;anno la percentuale si fermerà invece al 17%, mentre continuano ad aumentare le richieste di lavori stagionali (+7,9%). Tra le professioni rimangono al primo posto gli addetti alle pulizie, mentre salgono le richieste di infermieri e badanti e diminuiscono quelle di camerieri e commessi. In Lombardia gli iscritti stranieri alle liste di disoccupazione sono il 23%, un dato più che doppio rispetto a quello della percentuale della popolazione immigrata su quella totale (circa il 10%, irregolari compresi), ma va precisato che esso non tiene conto dei lavoratori a tempo determinato o irregolari, tra i quali la percentuale degli stranieri e sicuramente più alta. Infine, secondo un&#8217;indagine della Cgia di Mestre, la Lombardia ha in Italia il tasso più basso di lavoro nero (7,8% rispetto a una media nazionale del 12,8%), ma in cifre assolute è al secondo posto dopo la Campania con circa 340.000 lavoratori al nero.</p>
<p><a name="sezione3">MILANO</a><br />
<span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span>: Antonio Lareno, della segreteria della Camera del Lavoro ha formulato una pesante stima, riportata dalla Repubblica: &#8220;Cinquantamila nuovi disoccupati a Milano e provincia al ritorno dalle ferie&#8221;, un rischio aggravato, secondo Maurizio Zipponi dell&#8217;Italia dei Valori, dal fatto che manca un nuovo comparto produttivo in grado di sostituire quelli in crisi, come è avvenuto in passato con l&#8217;information technology al posto della siderurgia. Le cifre rimangono estremamente preoccupanti: a Milano nel primo semestre 2009 sono stati autorizzati oltre 19 milioni di ore di cassa integrazione contro i 3,8 milioni del primo semestre 2008. Le aziende coinvolte da inizio anno fino a fine luglio sono 400, e solo nel mese di luglio sono state ben 70 le aziende che hanno richiesto l&#8217;ammortizzatore. Una situazione che si riflette anche nei singoli distretti della provincia. Secondo l&#8217;osservatorio di Confindustria dell&#8217;Alto Milanese il secondo trimestre 2009 ha confermato l&#8217;andamento negativo del primo trimestre e &#8220;la ripresa appare lontana, mentre l&#8217;attività industriale permane su bassi livelli&#8221;. L&#8217;attività industriale infatti è diminuita per il quarto trimestre consecutivo, gli ordinativi sono in calo e il fatturato registra un andamento stabile. Solo il 30% delle aziende locali prevede un incremento di fatturato nei prossimi sei mesi, il 15% si attende una contrazione e il 55% si aspetta un andamento sui bassi livelli attuali. Nel legnanese a fine luglio erano 293 le aziende colpite dalla crisi, con 9.149 lavoratori coinvolti &#8211; di questi quasi 1.670 sono in cassa straordinaria o in mobilità.</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: La lotta degli operai dell&#8217;<strong>Innse</strong> di Lambrate ha catturato l&#8217;attenzione dei media nazionali per tutta la prima metà del mese di agosto e si è conclusa, almeno sulla carta, con una netta vittoria dei lavoratori. Con l&#8217;inizio di settembre però cominciano a evidenziarsi alcuni preoccupanti segni di una possibile &#8220;fregatura&#8221;: le due aziende che avevano acquistato macchinari dal padrone Genta, la <strong>Mpc</strong> e la <strong>Nuova Lombarmet</strong>, e si erano impegnate con l&#8217;accordo di agosto a rinunciarvi a fronte della restituzione del prezzo pagato, chiedono ora in più i danni subiti, soldi che la Camozzi, candidata acquirente dello stabilimento, si rifiuta naturalmente di corrispondere. Il nodo deve essere sciolto entro il 15 settembre, altrimenti tutto salta. In più c&#8217;è la questione dell&#8217;approvazione entro fine mese da parte del Comune della revisione del piano urbanistico per l&#8217;area che, sempre secondo gli accordi, dovrebbe consentire alla proprietaria Aedes di fare riquadrare i conti dopo la cessione di alcune aree alla Innse &#8211; e a proposito le parole del ciellino assessore all&#8217;urbanistica Carlo Masseroli suonano preoccupanti: &#8220;non si paga con volumetrie (aggiuntive, per la Aedes &#8211; Ndr) la sostenibilità industriale di un business&#8221;, e se Aedes ha l’esigenza di far tornare i conti, la necessità di palazzo Marino è &#8220;garantire agli abitanti del quartiere i servizi promessi&#8221;, frasi in parte sibilline, ma che sembrano alludere a possibili ostacoli da parte del comune di Milano. Come se non bastasse, 8 operai che avevano manifestato in solidarietà ai colleghi della Innse sono stati multati per cifre che vanno dai 2.500 ai 10.000 euro per il blocco della tangenziale del 2 agosto scorso. Il caso Innse comunque comincia ad avere alcuni analoghi a Milano e provincia, sebbene in contesti differenti. A ricordare più da vicino quanto è accaduto allo stabilimento di Lambrate è il caso della <strong>Esab</strong> di Mesero, dove la proprietà, il fondo inglese Charter International, dopo due mobilità ha avviato una cassa integrazione straordinaria per i restanti 85 dipendenti con l&#8217;obiettivo di trasferire la produzione nell&#8217;Europa dell&#8217;Est e in Cina. Anche qui, come nel caso della Innse, l&#8217;azienda non è in crisi e, oltre a delocalizzare, punterebbe a rendere libera l&#8217;area su cui sorge lo stabilimento, il cui valore è triplicato negli ultimi anni. Dal 2 settembre gli operai protestano rimanendo non-stop sul tetto dell&#8217;azienda &#8211; nel momento in cui scriviamo la situazione rimane molto tesa e non sembra essere all&#8217;orizzonte uno sbocco positivo. A Sesto San Giovanni è occupato da fine luglio lo stabilimento della <strong>Ercole Marelli</strong>, dove 30 lavoratori lottano per difendere il loro posto. L&#8217;azienda ha ordinativi, ma è soffocata dai debiti e da una richiesta di sfratto da parte della Alstom, proprietaria dei terreni. Le trattative avviate ad agosto con un potenziale acquirente non sono andate a buon fine. Prosegue anche il presidio dei 260 operai delle due aziende gemelle <strong>Lares</strong> e <strong>Metalli Preziosi</strong> di Paderno Dugnano, per le quali è stata aperta la procedura di fallimento e che sono in cassa straordinaria. A inizio settembre il presidio è stato rafforzato per il timore che si tenti di procedere a un trasferimento dei macchinari dagli stabilimenti, e gli operai si sono detti pronti alle barricate. Tra le crisi maggiori in provincia c&#8217;è quella della <strong>Franco Tosi</strong> di Legnano, che ha quasi 600 dipendenti e dove è stata richiesta una nuova cassa integrazione ordinaria per 53 dipendenti: la proprietà (l&#8217;indiana Gammon) ha adottato il provvedimento senza la sottoscrizione di un accordo sindacale, scegliendo lo scontro. Il 5 agosto la proprietà della <strong>Nokia Siemens</strong> di Cinisello Balsamo ha annunciato ufficialmente la temuta chiusura dell&#8217;area di produzione Radio Access: a luglio tra cassa e licenziamenti erano stati messi a casa 120 consulenti. Ora saranno a rischio altri 300 ricercatori su un totale di 450, con il timore che la Nokia punti a tenere a Cinisello solo un piccolo centro che passi know-how ai suoi stabilimenti in Cina prima di una chiusura definitiva. Sempre a Cinisello, inizia l&#8217;ultimo ciclo di cassa ordinaria per l&#8217;<strong>Attrezzeria Paganelli</strong>, 150 dipendenti (non ha nuovi ordinativi da un anno) e per il gruppo <strong>Spola</strong>, 54 dipendenti, che nel frattempo ha annunciato la chiusura totale del sito di Cinisello, mentre alla <strong>Kunzle &amp; Tasin</strong> sull&#8217;orlo del fallimento i 40 lavoratori hanno avviato un presidio permanente in un contesto drammatico fatto di stipendi e contributi non pagati, debiti verso le banche e capitale sociale ridotto al lumicino. A Paderno Dugnano, già fortemente colpita dalla crisi, chiude la <strong>Cme</strong>, che produce componenti elettrici. Dei 28 dipendenti venti sono a casa senza stipendio già dal mese di febbraio, e altri otto sono stati appaltati a un&#8217;altra ditta. L&#8217;azienda aveva utilizzato la cassa da gennaio sperando in un miglioramento che non c&#8217;è stato. Nella stessa città termina in questi giorni la cassa integrazione ordinaria alla <strong>Amisco</strong> (130 dipendenti, produzione di elettrovalvole), che ha registrato in pochi mesi un calo del 50% delle commesse: si procederà con ogni probabilità all&#8217;ultimo ciclo di cassa disponibile. E sempre a Paderno sono stati licenziati i primi 13 dei 16 dipendenti della <strong>Imu</strong>, che ha annunciato la cessazione delle attività. A Palazzolo la <strong>Bomec</strong> (lamiere) ha avviato il secondo giro di cassa ordinaria, ma la proprietà, dopo un tracollo finanziario che ha causato problemi di liquidità, non ha potuto anticipare la cassa integrazione: i 26 lavoratori sono senza stipendio da 2 mesi. Secondo i sindacati nell&#8217;area Nord Milano sono 13.000 i lavoratori in cassa integrazione in scadenza che con ogni probabilità rimarranno a casa senza stipendio, né ammortizzatori. Ha annunciato la chiusura dopo avere utilizzato la cassa anche la <strong>Pressleghe</strong> di Abbiategrasso, dove i 29 lavoratori hanno occupato per alcune ore lo stabilimento. Nella stessa città fallimento per la <strong>Milven Tricot</strong>, azienda tessile con in portafoglio uno dei nomi più noti della moda italiana, Missoni. Per le sue 83 dipendenti si apre ora un futuro pieno di incognite. E sempre ad Abbiategrasso la <strong>Beretta</strong> ha avviato una procedura di concordato preventivo con un anno di cassa integrazione straordinaria per cessata attività per i 47 dipendenti, mentre alla <strong>Omag</strong> sono entrati in agitazione i 39 dipendenti che attendono ancora il pagamento di 4 mensilità, e all&#8217;<strong>Imago</strong>, 25 dipendenti, dopo l&#8217;esaurimento del ciclo completo di cassa ordinaria senza una ripresa degli ordini, è stata avviata la cassa straordinaria per un anno, anche perché l&#8217;azienda non ha la liquidità per anticipare gli stipendi previsti dalla cassa ordinaria. Alla <strong>Et Medical Devices</strong> di Vignate è stato annunciato un nuovo giro di cassa integrazione e si prevede una futura riduzione del personale. A Turbigo vanno in cassa integrazione i 27 dipendenti dell&#8217;officina meccanica <strong>Atoviti</strong>, a causa del crollo degli ordini. Nella stessa Turbigo sono già in cassa la <strong>Caccia</strong> e la <strong>Bianchini</strong>. A Parabiago a luglio sono stati fermati gli impianti delle <strong>Fonderie Riva</strong>, che hanno 55 dipendenti, mentre a Legnano il 22 settembre scadrà l&#8217;anno di cassa straordinaria della <strong>Ntl</strong>: su 98 dipendenti solo una trentina ha trovato un altro lavoro. Sempre a Legnano il 7 agosto è cominciata la cassa in deroga per i 150 dipendenti della <strong>Manifattura</strong>, mentre ha chiuso lo stabilimento la <strong>Giovanni Crespi</strong>, che ha 207 dipendenti. A Canegrate si è riusciti a salvare buona parte de posti di lavoro nella <strong>Framag</strong> in crisi: 50 lavoratori lavoreranno alle dipendenza della Sitelm che ha firmato un contratto di affitto del ramo d&#8217;azienda pressofusioni, mentre altri 40 rimarranno in Framag dove si occuperanno di un nuovo business, quello della produzione di energia eolica &#8211; rimangono da gestire circa 60 esuberi. A Marcallo con Casone sono in rivolta i lavoratori delle cooperative <strong>Abm</strong> e <strong>Lc2</strong> (packaging), che da quattro mesi ricevono gli stipendi a rate e non hanno ricevuto ancora per intero quello di luglio. La crisi colpisce pesantemente anche il settore commerciale a Milano. Ha chiesto la cassa integrazione in deroga per uno dei sette dipendenti un negozio simbolo della città come <strong>Buscemi Dischi</strong>, che in pochi mesi ha registrato cali delle vendite del 15-20%. Secondo il Corriere della Sera, dopo le ferie nel solo quartiere Isola otto bar e quattro ristoranti non hanno riaperto. Uno dei problemi principali è quello dei debiti con A2A e del conseguente taglio delle forniture elettriche. L&#8217;azienda elettrica riferisce che il problema riguarderebbe ormai il 10% delle utenze. Secondo la Uil inoltre a Milano dall&#8217;inizio dell&#8217;anno avrebbero chiuso circa 50 edicole. Nella città e intorno a essa è poi critica la situazione del settore chimico farmaceutico e in particolare degli informatori medico-scientifici: 240 in cassa integrazione straordinaria e 300 già in mobilità alla <strong>Marvecs</strong>, 350 alla <strong>Xfarma</strong> che è in procedura fallimentare, 130 alla <strong>Kerios</strong> di Gessate, che ha già chiuso, altri 272 all&#8217;<strong>AstraZeneca</strong> di Basiglio, 288 in mobilità alla <strong>Sanofi-Aventis</strong>, 100 alla <strong>Shering-Plaugh</strong> di Segrate, oltre ai 600 della <strong>Cell Therapeutics</strong> di Nerviano per i quali la partita è ancora aperta. Tornano invece le preoccupazioni al <strong>Nerviano Medical Sciences</strong>, dopo il salvataggio in extremis a luglio in seguito all&#8217;intervento di Regione, banche e diocesi milanese. Dopo la ricapitalizzazione con 30 milioni di euro non è stato mosso alcun passo e i lavoratori temono un radicale ridimensionamento delle attività, a partire dai 34 contratti a tempo determinato che scadono a fine anno. Alla situazione di crisi dell&#8217;industria e dei servizi va ad aggiungersi quella dei <strong>precari</strong> della scuola che presidiano incatenati 24 ore su 24 dal 1° settembre il provveditorato in via Ripamonti, ispirati anch&#8217;essi dall&#8217;Innse di Lambrate. Fra Milano e provincia sono 2.500 i supplenti in cattedra fino allo scorso giugno che ora rischiano di perdere il posto, e quasi altrettanti sono i bidelli e gli impiegati di segreteria. Situazione d&#8217;emergenza anche negli <strong>asili nido</strong>, dopo che il Comune di Milano a luglio ha pubblicato un bando improvviso per l&#8217;appalto a strutture private degli asili comunali con un ribasso del 30% rispetto ai servizi offerti finora. Il Comune vuole che per la stessa cifra dell&#8217;anno scorso le cooperative gestiscano anche la ristorazione e la manutenzione, che finora venivano gestite da ditte esterne. Questo taglio di fatto si tradurrà per i lavoratori in stipendi dimezzati o licenziamenti.</p>
<p><a name="sezione4">MONZA-BRIANZA</a><br />
<span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span>: In provincia la crisi non molla. Secondo i dati comunicati dalla Fim-Cisl, a fine luglio le aziende del settore metalmeccanico che stavano facendo ricorso agli ammortizzatori sociali erano 417, con 16.573 addetti coinvolti su un totale di 56.000 occupati nel settore. A fine dicembre erano coinvolti nel settore 4.127 addetti, la cifra è pertanto quadruplicata in sette mesi. La zona che risente maggiormente della crisi rimane quella di Vimercate, seguita da Desio. Nel comparto chimico i lavoratori in cassa integrazione erano, secondo gli ultimi dati disponibili, circa 2.000 sui poco più di 2.900 dell&#8217;intera provincia. La Camera di Commercio di Monza e Brianza ha diffuso dati secondo cui rispetto all&#8217;anno precedente, nel 2009 le nuove assunzioni si sono ridotte di circa il 45%. Il saldo tra entrate (assunzioni) e uscite (pensionamenti e licenziamenti), che nel 2008 era ampiamente positivo, è diventato negativo: -1,7%. I cali sono peggiori nell&#8217;industria e nelle piccole imprese, in positivo invece le aziende che si occupano di servizi avanzati alle imprese. Il profilo professionale più richiesto è quello di addetto alle vendite al minuto, uno dei meno qualificati. Da rilevare infine che nell&#8217;unico settore della provincia che sembra non essere toccato dalla crisi, quello dell&#8217;alimentare, si è tenuto l&#8217;11 settembre uno sciopero di 8 ore perché non si riesce a chiudere la vertenza per il rinnovo del contratto di lavoro. Le aziende alimentari della Brianza occupano 2.000 persone e tra di esse vi sono quattro colossi come la <strong>Star</strong> di Agrate, la <strong>Rovagnati</strong> di Biassono, la <strong>Lat-Bri</strong> di Usmate Velate e la <strong>Beretta</strong> di Trezzo.</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: Alla <strong>Candy</strong> di Monza, subito dopo i festeggiamenti per la 100milionesima lavatrice, è scattata una nuova cassa integrazione per 280 dipendenti: per la prima volta nella storia dell&#8217;azienda il ricorso all&#8217;ammortizzatore riguarda i lavoratori dell&#8217;amministrazione. Per i 580 operai è stato invece richiesto un prolungamento della cassa fino a novembre. L&#8217;azienda lamenta un calo degli ordinativi del 25%. Cassa ordinaria anche per gli 80 dipendenti di <strong>Gias</strong>, l&#8217;azienda di Candy che si occupa di ricambi e assistenza tecnica. Alla <strong>Selettra</strong> di Barlassina, dopo un crollo delle commesse pari a circa il 50%, e dopo la cassa integrazione per i 30 dipendenti, ci si avvia verso la chiusura dopo che per l&#8217;azienda è stato nominato un liquidatore. Sempre a Barlassina è stata annunciata la chiusura della <strong>Interfila</strong> e per i circa 50 dipendenti scatterà la cassa straordinaria per un anno, mentre non è stato rinnovato nessuno dei contratti interinali. Ora temono per il loro destino anche i 250 dipendenti di Limbiate, in provincia di Milano. A fine luglio è precipitata la situazione alla <strong>Polifibra</strong> di Caponago, dove è stata decisa la mobilità per 48 dipendenti su 90, poi rientrata e sostituita con un accordo per due anni di cassa integrazione straordinaria, che però deve essere ancora definito. Alla <strong>Omniapiega</strong> di Carate, dopo la cassa integrazione ordinaria avviata a inizio anno, si è passati alla mobilità per 19 lavoratori su 40, mentre i restanti andranno in cassa integrazione straordinaria. La proprietà della <strong>Kontek Comatec</strong> di Mezzago ha inviato inaspettatamente a fine luglio una lettera di licenziamento a tutti i 33 dipendenti, senza avere fatto alcun ricorso alla cassa integrazione. Soffre anche il settore del mobile: la <strong>Cassina</strong> di Meda, una delle aziende leader mondiali del comparto, dopo un periodo di cassa per 300 dipendenti ha annunciato un piano di riorganizzazione aziendale che prevede 55 licenziamenti. Situazione analoga alla <strong>Cartostrong</strong> di Monza (180 dipendenti), dove dopo la cassa integrazione avviata nello scorso febbraio, sospesa nei mesi estivi e di nuovo applicata ad agosto, verrà presentato in questi giorni un piano industriale che, secondo le indiscrezioni, prevederebbe 60 licenziamenti. La riorganizzazione dei call center <strong>Telecom</strong> coinvolge anche Monza, dove verrà chiuso il 187 di via Ferrari, con il trasferimento dei 50 lavoratori a Milano. Secondo i sindacati si tratta di un licenziamento camuffato, perché la maggior parte dei lavoratori non potrà trasferirsi: il 50% di essi lavora part-time e il 25% è disabile.</p>
<p><a name="sezione5">VARESE</a><br />
<span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span>: Nel varesotto un lavoratore su tre è in cassa integrazione: secondo dati della Cgil a fine agosto 30.000 lavoratori erano in cassa ordinaria (prima dell&#8217;estate erano 25.000), 5.000 in cassa straordinaria e 1.000 in mobilità. La crisi coinvolge 1.450 aziende della provincia, 800 delle quali nell&#8217;area di Busto Arsizio e Gallarate. Nel solo mese di luglio le ore di cassa autorizzate sono aumentate del 10% rispetto a giugno. Nel primo semestre 2009 la cassa integrazione ordinaria in provincia è aumentata del 2.600% rispetto allo stesso periodo del 2008, mentre quella straordinaria di circa il 100%. Secondo uno studio dell&#8217;Associazione Artigiani le prospettive delle piccole e medie imprese del varesotto per il terzo trimestre rimangono buie. La produzione dovrebbe diminuire (-27,2%), mentre dovrebbero essere sempre in calo la domanda interna (-26,6%) e quella estera (-16,7%), nonché il fronte occupazionale (-21%). Rispetto alle precedenti previsioni diminuiscono gli imprenditori che prevedono decrementi (43%) e incrementi (15,8%) della produzione, mentre crescono coloro che intravedono una situazione stabile (41,2%). Le difficoltà coinvolgono maggiormente le microaziende (3-5 addetti), mentre quelle delle fasce a 6-9 addetti e 10-49 addetti registrano qualche segnale di miglioramento. Preoccupanti infine le prospettive per i mesi di settembre e ottobre, che vedono a rischio 2.000 aziende che potrebbero chiudere i battenti.</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: E&#8217; in piena crisi la <strong>Meccanica Finnord</strong> di Jerago con Orago (meccanica per il settore automobilistico), dove a settembre terminerà il primo anno di cassa ordinaria: i 360 dipendenti temono possibili esuberi. Entrano invece per la prima volta in cassa integrazione 50 dei 217 dipendenti della <strong>Lu-Ve Group</strong> di Uboldo, che ha registrato una flessione degli ordinativi intorno al 30%. Ad Angera in agosto è stata messa in liquidazione la <strong>C.E.I.</strong>, che ha attivato la cassa integrazione per i 43 dipendenti, mentre per i 16 lavoratori della <strong>MMG</strong> di Gavirate, fallita l&#8217;anno scorso, è scattata la mobilità terminato il periodo di cassa. La <strong>A.T. &amp; Components </strong>di Bardello ha dichiarato 28 esuberi su 58 lavoratori e alla <strong>Atos </strong>di Sesto Calende da luglio è in vigore per quasi tutti i 250 dipendenti un contratto di solidarietà alternativo ai licenziamenti. A Caronno Pertusella i 18 dipendenti della <strong>Jaeggle</strong> (<strong>ex Htp</strong>) sono da sette mesi in cassa integrazione straordinaria senza ricevere gli stipendi, poiché la proprietà è rimasta senza liquidità. Per la <strong>Ibici</strong> di Busto Arsizio, in debito con l&#8217;Enel e per questo rimasta senza elettricità, si prospetta il fallimento e i 58 dipendenti in cassa integrazione da fine luglio, per i quali sono state avviate anche le procedure di mobilità, hanno organizzato un presidio 24 ore su 24 per impedire che gli ordini giacenti in magazzino vengano portati via, un patrimonio che vogliono salvare come garanzia per i loro stipendi in arretrato. Alla <strong>Siac</strong> di Cavaria si è aperto uno scontro tra proprietà e sindacati che accusano la prima di avere violato gli accordi che prevedevano la cassa integrazione ordinaria a rotazione, che riguarda 300 dipendenti dal dicembre scorso, applicando l&#8217;ammortizzatore a zero ore con modalità punitive ad alcuni dipendenti. Nello stabilimento inoltre si attuerebbero straordinari nello stesso momento in cui è in atto la cigo.</p>
<p><a name="sezione6">COMO</a><br />
<span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span>: Nel primo semestre 2009 il ricorso alla cassa integrazione ha registrato un aumento del 416% rispetto al secondo semestre del 2008, dato che pone la provincia di Como al secondo posto in Lombardia per l&#8217;uso dell&#8217;ammortizzatore. L&#8217;aumento percentuale più alto (+802%) è stato registrato dal settore trasporti e comunicazioni, seguito da quello metalmeccanico (+765%), ma in termini assoluti è il settore moda-tessile a essere responsabile del maggior numero di ore di cassa. Inoltre nei primi cinque mesi di quest&#8217;anno il numero di persone che sono attivamente in cerca di un lavoro è aumentato di circa il 67% (7.549, rispetto alle 4.501 dello stesso periodo dell&#8217;anno scorso). Le statistiche dicono inoltre che calano gli infortuni sul lavoro ma, come scrive il Corriere di Como, è una &#8220;parziale beffa&#8221;, perché il dato è dovuto in buona parte al fatto che si lavora di meno. Un&#8217;indagine dell&#8217;Api rileva poi che per il 90% delle piccole e medie aziende della provincia il fatturato ha registrato crolli compresi tra il 30% e il 70%, mentre la produzione è diminuita addirittura nel 93% di tali aziende. Su 350 aziende iscritte alla associazione, con un totale di 12.000 occupati, ben 217 utilizzano la cassa, e il direttore dell&#8217;Api, Gabriele Meroni, commentava a fine luglio: &#8220;il vero problema sarà gestire l&#8217;occupazione dopo le ferie, alla riapertura degli impianti. E non sappiamo quante delle 217 pratiche di cassa integrazione si trasformeranno in operazioni di riduzione del personale&#8221;. La Cgil da parte sua richiama l&#8217;attenzione sul fenomeno della mancata corresponsione degli stipendi. Secondo Ettore Onano, della Fiom, &#8220;sono oltre una cinquantina le aziende del metalmeccanico del Canturino e del Marianese che hanno fatto ricorso alla cassa integrazione, ma almeno una decina di esse non pagano gli stipendi&#8221;. Oltre allo stallo del mercato e alla contrazione degli ordini, per le imprese c&#8217;è il problema dell&#8217;insolvenza dei clienti, che a sua volte comporta la chiusura dei rubinetti da parte delle banche. Molti lavoratori accettano di continuare a lavorare gratis per la semplice paura di perdere il posto di lavoro. Secondo la Confartigianato, infine, all&#8217;inizio dell&#8217;autunno circa 2.000 imprese artigiane della provincia con un numero di dipendenti compreso tra 3 e 15 rischiano di chiudere i battenti, in larga parte per problemi di liquidità.</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: Dopo quasi quarant&#8217;anni di storia la <strong>Giardina</strong> officine aeromeccaniche di Figino Serenza ha dovuto chiudere a fine luglio con una dichiarazione di fallimento. I 200 dipendenti hanno perso il loro posto di lavoro e per loro l&#8217;unica speranza è che si riesca a vendere l&#8217;azienda o almeno parte di essa. A Guanzate peggiora la situazione della <strong>Ratti</strong> (tessile) che nel primo semestre ha registrato un fatturato inferiore del 28% rispetto allo stesso periodo dell&#8217;anno scorso, mentre sono stati definiti gli accordi con il Gruppo Marzotto per un&#8217;assunzione di controllo da parte di quest&#8217;ultimo entro la fine di novembre. A Novedrate si è chiusa la vertenza <strong>Ycami</strong> (arredi in alluminio), con l&#8217;apertura della mobilità per tutti i 42 dipendenti, mentre a Tavernerio è stata annunciata la chiusura a dicembre della <strong>Phoenix</strong>, impresa metalmeccanica. Il quotidiano la Provincia richiama l&#8217;attenzione sulla situazione della Valassina, dove hanno chiuso tutte le grandi fabbriche. Sono scomparse la <strong>Omp</strong> di Proserpio, la <strong>Turati</strong> di Sormano e la <strong>Gajum</strong> di Canzo, responsabile in gran parte la delocalizzazione. I capannoni industriali rimasti non trovano acquirenti, le zone produttive rischiano di diventare residenziali e il territorio si è fortemente impoverito. Nell&#8217;Alto Erbese l&#8217;unica azienda di una certa importanza rimasta è l&#8217;<strong>Oltolina</strong> di Asso, dove però oggi si parla di cassa integrazione e di riduzione del personale.</p>
<p><a name="sezione7">LECCO-SONDRIO</a><br />
<span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span>: La Confindustria di <strong>Lecco</strong> ha presentato a fine luglio i dati sull&#8217;andamento dell&#8217;economia in provincia nel secondo trimestre. Durante il periodo le cifre sono risultate in crollo verticale rispetto allo stesso trimestre dell&#8217;anno scorso: ordinativi -23,4%, produzione -24,8% e fatturato -20,3%. Rispetto al trimestre precedente si registra invece una situazione di sostanziale stallo: ordinativi -0,5%, produzione +0,4% e fatturato +0,8%, ma le previsioni per il terzo trimestre 2009 sono fortemente negative: ordinativi &#8211; 7,2%, produzione -8,8% e fatturato -10,5%. Nel primo semestre di quest&#8217;anno gli occupati coinvolti nella cassa integrazione sono aumentati del 185%, le aziende che hanno fatto ricorso all&#8217;ammortizzatore sono incrementate del 215%. Per quanto riguarda l&#8217;occupazione, l&#8217;81% delle aziende segnala una stabilità dei propri livelli, il 17% ha necessità di ridurre il personale e solo il 2% prevede dinamiche di crescita. In provincia sono inoltre 538 le aziende e 2.500 il lavoratori in cassa in deroga (nel 2008 erano rispettivamente 135 e 435) e sono oltre un centinaio le aziende che hanno esaurito la cassa a fine luglio e l&#8217;hanno richiesta nuovamente. In molti casi le imprese stanno esaurendo i dodici mesi di cassa massimi che possono essere concessi nel periodo compreso tra il primo gennaio 2009 e il 31 dicembre 2010. Il segretario della Fim Cisl, Mario Todeschini, ha descritto così la situazione a inizio settembre: &#8220;Non ci sono segnali di ripresa, ma per fortuna nemmeno indicazioni di un peggioramento della situazione. Le aziende più grosse che sono in cassa integrazione o che utilizzano altri strumenti non hanno dato alcuna indicazione di possibilità di riprendere la regolare attività produttiva&#8221;. Entra maggiormente nei dettagli Alberto Anghileri, segretario della Cgil Lecco: &#8220;Nei primi mesi del 2009 la crisi aveva provocato un calo del fatturato di circa il 60% rispetto al trend del 2008, la situazione si è successivamente stabilizzata, posizionandosi su volumi produttivi in calo del 40% rispetto allo scorso anno. Secondo le stime di molte aziende ci vorranno cinque anni per tornare a una produzione paragonabile a quella degli scorsi anni&#8221;. In particolare difficoltà il settore edile, nel quale le imprese in crisi a fine luglio erano 653, per un totale di 1.800 lavoratori, ma il comparto messo peggio è anche in provincia di Lecco, come altrove, quello metalmeccanico, nel quale il ricorso agli ammortizzatori coinvolgeva alla stessa data 200 aziende, per un totale di 6.826 lavoratori. Ma tra i settori che hanno fatto ricorso alla cassa c&#8217;è anche il commercio, che vede fortemente in difficoltà, per esempio, le piccole e medie imprese di distribuzione di materiali per conto delle imprese industriali e, come spiega la Confcommercio, si tratta di un segnale particolarmente preoccupante perché &#8220;a Lecco non era mai successo che imprese del commercio chiedessero cassa integrazione&#8221;. Inoltre le piccole imprese del settore utilizzano sempre più la scorciatoia dei contratti precari, a chiamata o a termine, quelli che in tempi di crisi basta non rinnovare quando giungono a scadenza. Anche gli alberghi e i ristoranti risentono fortemente della crisi: nel pieno della stagione estiva hanno registrato una flessione di circa il 30%. In provincia di <strong>Sondrio</strong> il ricorso alla cassa integrazione ha registrato un aumento del 317% nel primo semestre 2009. Nel settore del legno la cassa straordinaria è schizzata addirittura del +10.974%. Nella valle sono 2.500 i dipendenti coinvolti nella cig e 1.000 lavoratori hanno perso il loro posto.</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: Si è giunti a una soluzione definitiva per la <strong>Honeywell</strong>, in seguito alla decisione della proprietà di delocalizzare nella Repubblica Ceca la produzione. La struttura produttiva verrà rilevata dalla Vegstore e, rispetto alla ipotesi iniziale di licenziamento di 92 persone nello stabilimento di Morbegno e di 10 in quello di Oggiono, verranno licenziati solo i dipendenti del secondo. Per l&#8217;azienda tessile <strong>Mambretti</strong>, con l&#8217;avvicinarsi dello scadere il 22 settembre della cassa ordinaria chiesta dopo il tracollo industriale e la crisi di liquidità (i 74 lavoratori non hanno ancora ricevuto alcune mensilità), si andrà probabilmente alla richiesta di fallimento e alla proroga della cassa. Drammatica la situazione alla <strong>Stylepack</strong> di Olginate (scatole metalliche litografate): l&#8217;azienda, già in difficoltà dal 2007, ha avviato la cassa ordinaria nel febbraio scorso, ma da allora non versa più gli stipendi ai 40 lavoratori e in questi giorni si è passati dalla cigo a un anno di cigs. Alla <strong>Bettini</strong> di Monte Marenzo (macchine tessili), la proprietà ha deciso di cominciare a pagare a rate il premio di risultato. L&#8217;azienda sta già sfruttando la cassa straordinaria, che terminerà in autunno, e per i 120 dipendenti si profila lo spettro della mobilità. Il <strong>Catenificio Regina</strong> di Cernusco Lombardone aveva previsto di terminare l&#8217;utilizzo della cassa integrazione a fine luglio, per poi riprendere la piena attività a settembre, ma il perdurare della crisi ha portato a un rinnovo della cassa ordinaria a zero ore per tutti i 360 lavoratori a partire dal 31 agosto. Situazione simile alla <strong>Gilardoni</strong> di Mandello, che dopo le 26 settimane di cassa già consumate da inizio maggio ha chiesto un altro prolungamento di 13 settimane per i 357 dipendenti, mentre sempre a Mandello la <strong>Moto Guzzi</strong> ha richiesto altre tre settimane di cassa integrazione ordinaria a partire dal 14 settembre, lasciando intendere che le prospettive della sua già difficilissima situazione non siano affatto buone. Alla <strong>Bessel Candy</strong> di Santa Maria Hoè i 220 operai osserveranno un fermo obbligatorio di sette giorni ogni mese per controbilanciare il calo di ordinativi. Per la <strong>Husqvarna</strong> di Valmadrera, oltre ai 59 esuberi dichiarati, si parla di un rinnovo per un altro anno della cassa straordinaria, dopo la decisione della proprietà di delocalizzare quasi tutta la propria produzione nella Repubblica Ceca. La <strong>Riello</strong> di Lecco ha deciso, in seguito al calo della produzione nel primo semestre, di avviare la cassa integrazione per i 189 dipendenti. A Cassa Brianza, dove la crisi aveva già messo in ginocchio la <strong>Perego Strade</strong>, la <strong>Crippa e Sormani</strong> e la tessitura <strong>Corti</strong>, si apre ora il capitolo della <strong>Groeneveld</strong> (meccanica), che ha dichiarato 30 esuberi sugli 80 dipendenti totali. La <strong>Costa </strong>di Sirone, che ha 63 dipendenti e si occupa dello stampaggio di materie plastiche, ha avviato trattative con i sindacati dopo avere dichiarato l&#8217;intenzione di tagliare 18 posti di lavoro. Alla <strong>Johnson Control</strong> di Lomagna non è stato raggiunto un accordo e verranno licenziati 30 ingegneri. Nel sito di Lomagna rimangono 35 addetti alle vendite e al marketing, ma secondo il sindacato anche il futuro di questi lavoratori è a rischio. L&#8217;azienda potrebbe trasferirsi nell&#8217;Alto Milanese vendendo o affittando il capannone di Lomagna per contenere le spese. Sempre a Lomagna ha destato particolare scalpore l&#8217;avvio della cassa integrazione ordinaria per 40 dei 50 dipendenti della <strong>Iml Motor, </strong>di proprietà di Franco Keller, presidente di Confindustria Lecco: la decisione è arrivata a seguito del grave calo delle commesse. Proseguono i conflitti di lavoro alla <strong>Vismara</strong>, dove c&#8217;è stato uno sciopero e un blocco degli straordinari in seguito alla rottura delle trattative per il rinnovo del contratto. Il quotidiano Provincia di Lecco fa infine un impressionante lungo elenco di aziende in crisi, e in particolare di rinnovi della cassa integrazione: &#8220;La trafileria <strong>Derna</strong> ha avviato la quarta cassa integrazione per i suoi 150 dipendenti, il catenificio <strong>Rigamonti</strong> ha da poco richiesto un&#8217;altra proroga per la cassa integrazione. La <strong>Rieke Italia</strong> ha aperto la cassa integrazione per tutte le maestranze. 93 i lavoratori in cassa integrazione alla <strong>Lucchini</strong>, che sta sfruttando la quarta proroga della cassa ordinaria. In cassa integrazione anche i 128 dipendenti della <strong>Fiocchi Prym</strong>, che realizza bottoni. Criticità anche alla <strong>Rodacciai</strong>, alla <strong>Ferrari Cerniere</strong>, alla <strong>Stelvio</strong>, alla <strong>Elettroadda</strong>. 150 persone in cassa anche alla <strong>Fomas</strong>, 250 persone in cassa integrazione alla <strong>Carcano</strong>. Nel chimico e nel tessile l&#8217;ammortizzatore sociale è stato richiesto alla <strong>Limonta</strong>, alla <strong>Redaelli Velluti</strong>, così come alla <strong>Vigano</strong>, alla <strong>Sirtori</strong> di Costa Masnaga, al nastrificio <strong>Gavazzi</strong> di Calolziocorte. In grave difficoltà la <strong>Tenax</strong> di Vigano, che ha aperto una procedura di cassa integrazione per tutti i 211 dipendenti&#8221;. Non vanno meglio le cose nel tiranese, in crisi nera come riferisce Il Giorno: &#8220;meno 84 posti di lavoro alla <strong>Cartiera</strong>, meno 24 posti alla <strong>R.P.R.</strong> di Villa, 60 cassintegrati alla <strong>Boselli</strong> di Tresenda, cassa integrazione a rotazione alla <strong>Riri</strong>, alla <strong>Si lin tsi</strong>, alla <strong>Selva</strong>. E mentre chiudiamo questo numero alle altre va ad aggiungersi la situazione di crisi della <strong>Autocar</strong> di Dubino, che rischia il fallimento a causa del calo degli ordinativi: i 25 posti di lavoro sono ora a rischio, dopo che a giugno nella sede milanese erano già state avviate procedure di mobilità.</p>
<p><a name="sezione8">BERGAMO</a></p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Dati generali: </span>I dati resi noti a fine luglio dalla Camera di Commercio di Bergamo a seguito di un indagine congiunturale curata da Unioncamere (basata su interviste a 222 aziende) evidenziano che la crisi in provincia sembra rallentare anche se, a dire il vero, non si vedono spiragli di ripresa. La produzione provinciale nel secondo trimestre 2009 fa registrare -12% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, superiore alla media lombarda (-11%). L’indice della produzione industriale bergamasca scende a 92 (lontano dal 107 del 2007). Il tasso di utilizzo degli impianti scende sotto il 60%. L’occupazione scende dello 0,7%. Il settore più colpito sul fronte della produzione è indubbiamente quello dell’artigianato (-13,7% su base annua). Nel frattempo, come mostra il consueto monitoraggio dell’utilizzo degli ammortizzatori sociali in provincia curato dalla FIOM CGIL, sono 23.000 i lavoratori del comparto metalmeccanico coinvolti dalla crisi nel mese di luglio. Nel solo mese di luglio in provincia di Bergamo l’INPS ha autorizzato 3.046.000 ore di Cassa integrazione (1mln e 900mila di cassa ordinaria). I più colpiti il settore meccanico (quasi un milione di ore) e quello chimico (315.500 ore). Nel corso del mese di agosto invece sono state autorizzate 1,95 milioni di ore (1 milione 260 mila ore di cigo). Naturalmente la riduzione è probabilmente da imputarsi alle ferie estive.<br />
A fine agosto il monte complessivo delle ore di cassa integrazione autorizzate nella Bergamasca ha raggiunto quota 12,67 milioni. In tutto il 2008 furono 5,22 milioni di ore.</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi Aziendali:</span> La <strong>FAB</strong> (Filatura Artigiana Bergamasca) di Casnigo, operante nel settore dei filati cardati e termofissati destinati alla produzione di tappeti e moquette, ha deciso la messa in liquidazione volontaria e la cessazione dell’attività. I 66 dipendenti, che vengono già da un anno di cassa straordinaria, hanno ottenuto un ulteriore proroga della cassa per altri otto mesi e la possibilità di usufruire di interventi di sostegno al reddito. Alla <strong>Tenaris</strong> Dalmine è stato raggiunto un accordo tra la proprietà e le rappresentanze sindacali per l’attivazione della cassa ordinaria per un massimo di 1400 operai e 720 tra impiegati e quadri per un periodo di 13 settimane. A causa di un drastico ridimensionamento degli ordinativi alla <strong>Jabil </strong>di Mapello (70 dipendenti), operante nel settore dei circuiti elettrici, la cassa straordinaria è stata prorogata per un ulteriore anno. A seguito dell’annuncio di chiusura della produzione da parte della proprietà, alla <strong>Società del Gres</strong> di Petosino, azienda storica (fondata nel 1887), operante nel settore dei tubi e dei raccordi in gres ceramico, i 150 lavoratori dell’azienda hanno indetto uno sciopero di otto ore e un presidio sotto le finestre della locale Confindustria. Dopo svariati incontri tra le parti e il coinvolgimento delle amministrazioni locali si è giunti ad un accordo che prevede la cigs per due anni per i lavoratori in esubero, la costituzione di una nuova società commerciale che assorbirà almeno 19 dipendenti e il ricollocamento di altri 10 dipendenti in aziende della Italcementi. Al <strong>Cotonificio Honegger</strong> di Albino cento dipendenti hanno dato vita a una protesta contro la decisione della proprietà di collocare in cassa integrazione a zero ore, senza preavviso, 49 operai. Dopo la protesta l’azienda si è detta disponibile a valutare la reintroduzione della cassa a rotazione. La <strong>Franco Chiesa spa</strong>, azienda specializzata in vendita e installazione di idrosanitari e sistemi di riscaldamento, dopo aver aperto e ritirato una procedura di mobilità, e aver ottenuto dal locale tribunale la procedura di concordato con cessione dei beni, ha accolto favorevolmente la proposta sindacale di mobilità volontaria del personale affiancata alla cigs per ulteriori 12 mesi. I 191 lavoratori della <strong>Frattini Spa</strong> di Seriate, azienda in concordato preventivo e vicina alla chiusura definitiva, potrebbero essere ricollocati in due aziende tedesche (la Mall Herlan e la Hinterkopf) interessate a continuare l’attività dell’azienda bergamasca.</p>
<p><a name="sezione9">BRESCIA</a></p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span><strong>:</strong> La crisi in provincia di Brescia non si arresta. Lo confermano i dati sulla cig prodotti dall’Inps provinciale. A fronte delle 62.186 ore autorizzate nell’agosto del 2008, quest’anno ne sono state concesse 1.584.307 evidenziando un aumento del 2448%. La gran parte ha riguardato imprese operanti nei settori dell’industria e dell’artigianato. Le più colpite sono le aziende metallurgiche e meccaniche. Nei primi otto mesi dell’anno (quindi fino al 31 agosto 2009) il totale delle ore di cassa integrazione autorizzate nell’area bresciana è di 26.049.262, con un incremento del 725% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. La cassa ordinaria raggiunge quota 21 milioni di ore; il resto è da imputarsi alla cassa straordinaria. Una delle aree più colpite della crisi appare attualmente l’ovest bresciano e in particolare l’area di Chiari. Tra aziende che chiudono definitivamente, che mettono il personale in cassa o che ricorrono ad altre tipologie di ammortizzatori sociali, trovare un lavoro (o mantenerlo) in questa zona sembra essere diventato impossibile. A parte i tre casi più eclatanti (la Trafilerie Carlo Gnutti, la Bialetti e la NK) è tutto il settore manifatturiero ad essere in condizioni disastrose.</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: Dopo l’annuncio della proprietà di voler avviare, a partire dal 1° settembre 2009, la Cassa integrazione straordinaria per la totalità del personale (oltre 1500 addetti) e di voler procedere alla chiusura dello stabilimento bresciano (trasferendo i macchinari in Bulgaria) alla <strong>Ideal Standard</strong> di Brescia, 130 lavoratori hanno deciso di presidiare l’azienda per tutto il mese di agosto a difesa del posto di lavoro e per generare le condizioni di riavvio della produzione.  Secondo i sindacati lo stabilimento è ancora fortemente produttivo e non vi è alcuna ragione per chiuderlo. Sul caso si è attivata (oltre al Ministero dello Sviluppo Economico che ospiterà nei prossimi giorni le trattative in corso) anche la VII° Commissione (Istruzione e Lavoro) del Consiglio regionale lombardo. La <strong>Italian Gasket</strong> di Paratico (una delle realtà produttive più importanti del distretto bresciano delle guarnizioni) ha avviato, di comune accordo con le rappresentanze sindacali, un piano di mobilità volontaria (con incentivi all’esodo) per un massimo di 25 dipendenti su un totale di 144. Navigano ancora nell’incertezza i lavoratori della <strong>Caffaro</strong> di Brescia. Il dubbio principale riguarda la permanenza di un’unità produttiva nell’area bresciana. Inoltre sembra imminente un ulteriore ricorso alla procedura di mobilità. Notizie positive provengono invece dalla Valtrompia. Due aziende in liquidazione (la <strong>Gnutti Sebastiano</strong> di Villa Carcina e l’<strong>Europress</strong> di Sarezzo) sono state acquistate da importanti gruppi dei rispettivi settori. Gli accordi siglati garantiranno il mantenimento di 150 posti di lavoro.</p>
<p><a name="sezione10">PAVIA</a><br />
<span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span>: Secondo i dati dell’analisi congiunturale diffusi l’11 agosto scorso dall’Unione Industriali e dalla Camera di Commercio di Pavia in provincia si registra ancora un forte calo della produzione. Qualche spiraglio proviene solo dagli ordinativi esteri. La produzione infatti fa segnare -9%  rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente(a marzo il dato era – 8,75% rispetto al primo trimestre 2008). Gli ordinativi esteri su base trimestrale segnano invece + 2,4%. Grave ancora la situazione occupazionale. Infatti se fino a luglio (dall’inizio dell’anno) mediamente erano 130 le persone disoccupate a presentarsi ogni mese al centro per l’impiego, nel solo mese di luglio se sono presentate 250.</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: A Torremenapace la <strong>Cartiera</strong> ha avviato la procedura di licenziamento per i 36 dipendenti dopo che la proprietà ha dichiarato di voler chiudere l’unità produttiva. Per salvare il sito produttivo, Bruno Zago il patron dell’azienda, ha chiesto (sembra informalmente senza ancora presentare un piano progettuale concreto) la possibilità di dar vita nella zona a un inceneritore per autoprodursi l’energia, liberarsi degli scarti di lavorazione e risparmiare 5 milioni di euro su un bilancio aziendale annuale pari a 25 milioni. La proposta ha generato forte scetticismo nelle rappresentanze sindacali e nelle istituzioni coinvolte. Il presidente di <strong>Eckart Italia</strong>, Christoph Schluenken, lo scorso 9 settembre ha annunciato la volontà della propria azienda di concentrare la produzione di paste d’alluminio in Germania e riconvertire in sede commerciale l’impianto di Rivanazzano. Per i 70 dipendenti si prospetta lo spettro, sempre più probabile del licenziamento. Il punto vendita di Cava Manara di <strong>Casamercato</strong> ha chiuso. Sono 75 i lavoratori rimasti a casa.</p>
<p><a name="sezione11">LODI</a></p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span><strong>:</strong> Secondo un’indagine resa nota a fine luglio dalla Camera di Commercio di Lodi le imprese del lodigiano avranno 440 assunti in meno rispetto al 2008. Va detto che l’area negli ultimi cinque anni aveva invece mostrato una netta tendenza espansiva nell’ambito del mercato del lavoro. Sul fronte degli ammortizzatori sociali i dati sulla provincia non sembrano più confortanti: nel giro di un anno (confrontando il primo semestre del 2008 e quello del 2009) le ore di cassa integrazione (ordinaria e straordinaria) sono aumentate del 392,19%. A registrare il dato peggiore è il settore chimico: la cassa è aumentata del 1567,89%. Il comparto meccanico ha registrato +278,11%, mentre l’edilizia +54,84%. Secondo il rapporto semestrale realizzato dall’Osservatorio regionale della crisi e dell’occupazione in provincia di Lodi nel primo semestre 2009 si contano 2000 lavoratori in cassa ordinaria, 95 in cassa straordinaria, 87 in cassa in deroga, 20, infine si trovano in mobilità. Le aziende locali colpite più gravemente dalla crisi sono 82.</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: L’istituto sanitario <strong>Fatebenefratelli</strong> di San Colombano al Lambro, a metà agosto, ha ritirato la procedura di mobilità aperta il 12 giugno scorso per l’esubero di 62 dipendenti e ne ha aperta una nuova e identica a seguito della richiesta di Confsal (sigla sindacale non firmataria del contratto di sanità privata) di poter sedere al tavolo della trattativa. Di fatto questo fa si che l’azienda e i lavoratori hanno 75 giorni in più per raggiungere un’intesa. Segnali positivi dalla <strong>Lever </strong>di Casalpusterlengo. Gli esuberi dichiarati si sarebbero ridotti da 170 a 154. Secondo le rappresentanze sindacali la ripresa sarebbe da imputarsi alla nuova strategia dell’azienda che si sta concentrando sul settore dei detersivi liquidi, oggi graditi dal mercato. Ancora grigia invece la situazione del settore metalmeccanico lodigiano. La <strong>Giannoni</strong> di Vidardo, specializzata nella produzione di scambiatori di calore per caldaie, è in procinto di chiedere l’attivazione di 13 settimane di cigo per un massimo di 190 lavoratori. La <strong>Sama</strong> di San Colombano al Lambro ha chiesto la cigo per un massimo di 50 lavoratori. Richieste di ricorso alla cassa anche per la <strong>Comind</strong> di Cotogno, la <strong>Scomes</strong> di Castiglione d’Adda (un anno di cigs) e la <strong>Oxidal</strong> di Vidardo.</p>
<p><a name="sezione12">CREMONA</a></p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span><strong>: </strong>La crisi nell’area di Cremona sembra colpire più duro soprattutto il settore dell’artigianato. Lo conferma in un’intervista alla “Provincia<strong>” </strong>il Presidente di Confartigianato Cremona Giuseppe Ferrari che afferma che la gran parte delle aziende artigiane sta mettendo mano al proprio patrimonio personale per evitare la chiusura. I settori più colpiti risultano il manifatturiero, il metalmeccanico, l’edilizia e il settore dei trasporti legati alla manifattura. Sembra tenere solo il settore alimentare. La situazione critica è stata registrata anche dall’indagine congiunturale relativa al primo semestre 2009 (interpellate 122 imprese) condotta dall’Api (Associazione piccole imprese) di Cremona. Il 70,49% delle imprese interpellate registra un calo di produzione; il 75,41% segnala un calo di ordinativi; il 65% evidenzia un calo di fatturato; il 35% un deciso calo occupazionale.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi Aziendali</span><strong>: </strong>L’<strong>Aisa</strong> di Ticengo, azienda specializzata nella produzione di robot e sistemi per l’automazione industriale, ha avviato, alla fine dello scorso mese di luglio, la procedura di messa in liquidazione. Le rappresentanze sindacali hanno chiesto la cassa straordinaria per 12 mesi per tutelare almeno parzialmente i 40 dipendenti. Alla <strong>Fir Elettromeccanica Spa</strong> di Casalmaggiore dopo mesi d’incertezza si è arrivati a un accordo tra le rappresentanze sindacali e la proprietà che prevede una cassa integrazione straordinaria per 12 mesi per 80 lavoratori (da utilizzare solo in caso di necessità e a rotazione) e incentivi per chi sceglie di lasciare l’azienda. Alla <strong>Saco</strong> di Castelleone dopo un mese di scioperi, incontri e proteste dei lavoratori per le strade di Crema e Cremona, è stato siglato un accordo tra i sindacati e i delegati della multinazionale tedesca che prevede due anni di cassa integrazione straordinaria per tutti i dipendenti e per venticinque di loro la possibilità (su base volontaria) di essere assorbiti dalla filiale Gildemeister di Brembate in provincia di Bergamo.  Alla <strong>Faip</strong> di Vaiano, operante nel settore delle idropulitrici, dopo un mese di pausa estiva, è stata riconfermata la cassa integrazione ordinaria per 110 dipendenti fino a fine ottobre. A seguito della mancata ripresa degli ordinativi la <strong>Faital</strong> di Chieve, azienda specializzata nella produzione di altoparlanti per i sistemi audio del settore auto, ha deciso per il prolungamento di 12 mesi della cassa integrazione straordinaria in corso. Quaranta al momento gli esuberi dichiarati.</p>
<p><a name="sezione13">MANTOVA</a></p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span><strong>: </strong>Secondo i risultati dell’indagine Excelsior sulle previsioni occupazionali delle imprese della provincia di Mantova, resi noti dalla locale Camera di Commercio, entro l’anno in provincia vi sarà una perdita di 1550 posti di lavoro (totalizzando quindi una flessione del -1,6% su base annua). A soffrire di più è il comparto industriale che in un anno vedrà dimezzarsi gli ingressi. La flessione più incisiva verrà registrata dal settore tessile (-3,9%) dal comparto delle macchine elettriche (-2,8%) e da quello delle industrie chimiche (-2,7%). L’effetto crisi in provincia di Mantova nel frattempo continua a farsi più pesante. Lo confermano i dati diffusi dalla locale CGIL. Dall’inizio del 2009 ad oggi i lavoratori coinvolti dalla crisi sono quasi 20mila mentre le imprese più di 900. Nel periodo gennaio-luglio 2008 le ore di cassa integrazione autorizzate erano state 505 mila, mentre nello stesso periodo del 2009 il dato è salito a più di 4 milioni (registrando un aumento del 713%). L’industria risulta il settore più colpito (+775%), ma anche l’edilizia (+318%) e il commercio(+146%) non sembrano vedersela meglio.</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span><strong>: </strong>Perdura l’emergenza crisi alla <strong>Iveco</strong> di Suzzara. Prima è stata paventata la possibilità di attivare la procedura di mobilità per circa 40 piazzalisti e addetti al facchinaggio poi nel corso del mese di agosto è venuto il mancato rinnovo di circa 400 lavoratori interinali a tempo determinato. La sede di Mantova di <strong>Telecom</strong> va verso la chiusura. Per i trenta dipendenti del 187 la soluzione prospettata è l’incentivazione alla mobilità territoriale volontaria verso Verona. Al rientro dalle ferie 40 dipendenti(pari a metà dell’organico) delle <strong>smalterie Marocchi</strong> di Roverbella sono stati messi in cassa integrazione ordinaria. L’azienda ha inoltre accennato a un imminente trasferimento dell’intera produzione a Mirandola.</p>
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		<title>Diario della crisi in Lombardia, 25 luglio</title>
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		<pubDate>Sat, 25 Jul 2009 13:37:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milanointernazionale</dc:creator>
				<category><![CDATA[=>   Notizie e approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[Cassa integrazione]]></category>
		<category><![CDATA[Crisi]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoratori immigrati]]></category>
		<category><![CDATA[Licenziamenti]]></category>
		<category><![CDATA[Mobilità]]></category>

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		<description><![CDATA[I trend del periodo: Luglio, agosto, settembre (nero) &#8211; La situazione provincia per provincia, dai dati generali alle singole crisi aziendali &#8211; Lavoratori immigrati: sottopagati, vittime di incidenti e a rischio espulsioni *** SOMMARIO I trend del periodo: Luglio, agosto, settembre (nero) La situazione provincia per provincia, dai dati generali alle singole crisi aziendali: - [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&amp;blog=7100082&amp;post=718&amp;subd=milanointernazionale&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>I trend del periodo: Luglio, agosto, settembre (nero) &#8211; La situazione provincia per provincia, dai dati generali alle singole crisi aziendali &#8211; Lavoratori immigrati: sottopagati, vittime di incidenti e a rischio espulsioni</strong><br />
<span id="more-718"></span></p>
<p style="text-align:center;">***</p>
<h4>SOMMARIO</h4>
<p><a href="#sezione1">I trend del periodo: Luglio, agosto, settembre (nero)</a></p>
<p><a href="#sezione1.1">La situazione provincia per provincia, dai dati generali alle singole crisi aziendali:</a></p>
<p><a href="#sezione2">- LOMBARDIA IN GENERALE</a></p>
<p><a href="#sezione3">- MILANO</a></p>
<p><a href="#sezione4">- MONZA-BRIANZA</a></p>
<p><a href="#sezione5">- VARESE</a></p>
<p><a href="#sezione6">- COMO</a></p>
<p><a href="#sezione7">- LECCO-SONDRIO</a></p>
<p><a href="#sezione8">- BERGAMO</a></p>
<p><a href="#sezione9">- BRESCIA</a></p>
<p><a href="#sezione10">- PAVIA</a></p>
<p><a href="#sezione11">- LODI</a></p>
<p><a href="#sezione12">- CREMONA</a></p>
<p><a href="#sezione13">- MANTOVA</a></p>
<p><a href="#sezione14">- Lavoratori immigrati: sottopagati, vittime di incidenti e a rischio espulsioni</a></p>
<p style="text-align:center;">***</p>
<h4><a style="width:12px;height:24px;" name="sezione1"><strong>I trend del periodo: Luglio, agosto, settembre (nero)</strong></a></h4>
<p>Il 6 luglio scorso il ministro dell&#8217;Economia, Giulio Tremonti, ha detto che in Italia non c&#8217;è un allarme occupazione e che il paese non ha un problema su questo fronte. Basta leggere qui di seguito le notizie sulla situazione in Lombardia, motore dell&#8217;economia italiana, per rendersi conto di quanto le sue dichiarazioni siano irresponsabili. Nei primi cinque mesi di quest&#8217;anno, per esempio, i lavoratori che si sono iscritti ai centri per l&#8217;impiego dopo essere rimasti disoccupati sono aumentati, rispetto allo stesso periodo dell&#8217;anno scorso, del 66% in provincia di Como, del 63% in provincia di Milano e del 50% in provincia di Varese, mentre a Brescia le richieste di indennità di disoccupazione presentate all&#8217;Inps sono aumentate addirittura del 152%. Dietro a queste percentuali c&#8217;è il numero sicuramente enorme di precari ai quali non viene rinnovato il contratto e di collaboratori con partite iva, di fatto dipendenti, che si sono visti ridurre drasticamente i compensi, ma su di loro non esistono statistiche precise. Nonostante questo i media continuano a bombardarci di notizie inconsistenti sul fatto che il peggio sarebbe ormai passato, accompagnandole con dati incompleti, avulsi dal contesto più ampio, o relativi a periodi troppo limitati per stabilire un trend. A inizio luglio molti giornali hanno parlato, per esempio, di &#8220;diminuzione&#8221; della cassa integrazione. Non è così, purtroppo: sono solo rallentati i ritmi della crescita in termini percentuali, un fenomeno spiegabile da una parte con il fatto che ormai circa il 30% delle aziende lombarde che ne hanno diritto è già in cassa integrazione e dall&#8217;altra che la cassa integrazione sta in molti casi lasciando il posto ai ben più gravi licenziamenti. Quindi è inevitabile una flessione dei ritmi di incremento, ma la cassa in termini assoluti continua ad aumentare, e in parallelo aumentano anche i licenziamenti. Il quadro concreto dipinto dagli sviluppi sul territorio è nel complesso sempre più cupo. Mentre nel primo trimestre si parlava soprattutto di cassa integrazione e ad aprile c&#8217;è stato un boom dei rinnovi di quest&#8217;ultima, da maggio in poi è evidente una forte tendenza al passaggio ai licenziamenti, alle chiusure e ai fallimenti. Dal punto di vista dell&#8217;occupazione non vanno poi dimenticati i dati che parlano di crolli delle assunzioni che nelle varie province sono compresi in media tra il 20% e il 30%. Tra gli altri sviluppi preoccupanti vi sono i sempre maggiori problemi di liquidità delle aziende (sono per esempio molte quelle che sono talmente a corto di soldi da non riuscire a versare gli anticipi degli ammortizzatori sociali) e i segnali di un incattivirsi delle posizioni tra gli imprenditori (per es. aumentano i casi di quelli che si rendono semplicemente irreperibili da un giorno all&#8217;altro lasciando i lavoratori di fronte ai cancelli chiusi delle loro aziende). Continua inoltre a essere forte la tendenza ad avviare ristrutturazioni che comportano delocalizzazioni e quella delle chiusure di aziende per consentire speculazioni sui terreni in grado di generare liquidità. Le indagini delle associazioni degli imprenditori lombardi parlano di crolli abissali del fatturato e degli ordini compresi tra il 40% e il 70% e di un&#8217;ipoteca pesantissima sul futuro sviluppo economico dovuta al fatto che le aziende stanno tagliando drasticamente gli investimenti. Molte crisi in atto, così come d&#8217;altronde alcune dichiarazioni sul lato degli imprenditori, lasciano intendere che anche se ci dovesse essere una ripresa (che nessuno al momento ipotizza nemmeno lontanamente in termini concreti) si resterà con una forza lavoro fortemente ridotta. Ma quello che più preoccupa in questo momento è la totale unanimità delle previsioni di sindacati e datori di lavoro, secondo cui alla fine dell&#8217;estate ci sarà un &#8220;settembre nero&#8221; seguito da un autunno con un&#8217;impennata di licenziamenti e chiusure di imprese. Va infine notato che a svariati mesi ormai dall&#8217;inasprirsi della crisi il livello di conflittualità rimane bassissimo: fatta eccezione per qualche blocco stradale e presidio, o sciopero sporadico, non si registrano mobilitazioni di maggiore intensità. Completiamo la nostra rassegna con un focus su alcuni temi che riguardano i lavoratori immigrati, sempre più sfruttati ed esposti all&#8217;emarginazione, nonché a pericoli per la loro incolumità fisica (incidenti sul lavoro). NOTA: Questo numero del Diario della crisi in Lombardia copre gli sviluppi dall&#8217;8 giugno al 17 luglio 2009.</p>
<p style="text-align:center;"><strong> </strong>***</p>
<h4><a style="width:12px;height:24px;" name="sezione1.1">La situazione provincia per provincia, dai dati generali alle singole crisi aziendali</a></h4>
<p><strong> </strong><a name="sezione2">LOMBARDIA IN GENERALE</a></p>
<p style="text-align:left;">A metà giugno i sindacati hanno lanciato l&#8217;allarme per il prossimo esaurimento dei 70 milioni di euro che lo stato ha erogato alla Regione Lombardia per coprire la cassa in deroga. A fine maggio circa 15.000 lavoratori già titolari del sussidio attendevano l&#8217;assegno da tre mesi. A ciò va però aggiunto che a metà giugno erano ancora in corso di disbrigo migliaia di domande presentate nel mese di maggio. Finora sono stati consumati 65 dei 70 milioni di euro erogati alla Regione e le domande che stanno arrivando, oltre a dover aspettare la decretazione, sono sprovviste in pratica di qualsiasi copertura finanziaria. Il Pirellone ha richiesto allo stato altri 100 milioni di euro, ma nel momento in cui scriviamo (24 luglio) non sono ancora stati erogati nuovi fondi. E la situazione generale continua a farsi sempre più preoccupante. Secondo dati della Cgil, nei primi cinque mesi del 2009 i licenziamenti in Lombardia sono stati complessivamente 23.000, con un aumento del 63% rispetto allo stesso periodo del 2008 e un incremento di 4.622 unità da aprile a maggio di quest&#8217;anno. Le imprese che hanno chiesto la cassa integrazione erano il 29,3% &#8211; si può quindi stimare che attualmente quasi un&#8217;impresa lombarda su tre stia utilizzando la cassa. Il lieve calo dei ritmi di aumento del monte ore di cassa autorizzato dall&#8217;Inps ha avuto come contrappeso un aumento delle procedure di licenziamento collettivo. Nel complesso durante i primi cinque mesi del 2009 la cassa integrazione ha registrato un aumento del 381% rispetto allo stesso periodo 2008 e secondo le stime del sindacato c&#8217;è in più il rischio che nei prossimi mesi in regione vengano persi &#8220;oltre 300.000 posti di lavoro&#8221;. La Cgil sottolinea come questi sviluppi vadano visti sullo sfondo della più bassa crescita della Lombardia rispetto all&#8217;Europa accumulata negli anni 1996-2008 e pari a 14 punti percentuali di Pil. Un quadro a cui non è estraneo il fatto che la regione spende nel suo complesso l&#8217;1,1% del Pil in ricerca e sviluppo, contro una media dell&#8217;1,8% delle aree europee di riferimento. Inoltre, l&#8217;apparato produttivo lombardo è &#8220;colpito pesantemente dalla crisi e dalle politiche di delocalizzazione delle grandi imprese, con una specializzazione produttiva che fatica a reggere dinanzi alla riduzione della domanda interna e alla &#8216;spietata&#8217; concorrenza di qualità del mercato europeo e internazionale. Il tunnel della recessione nella nostra regione, una delle più esposte alla crisi, si annuncia lungo&#8221;. Un&#8217;indagine della Banca d&#8217;Italia ci fornisce un quadro di come le aziende industriali lombarde stanno reagendo alla crisi. Il 72,4% di esse ha cercato di fronteggiare la congiuntura tagliando i costi (in 3 casi su 4 riducendo i costi legati al personale e in quasi 1 caso su 2 tagliando gli investimenti), mentre solo in misura minore, ma comunque altissima (il 45,3%), si sono rassegnate a una robusta limatura dei margini di profitto. Il 68,8% delle imprese lamenta una contrazione della domanda dei loro prodotti e per il 52% delle aziende questa situazione è accompagnata da difficoltà di pagamento da parte dei clienti. Cifre che se sommate a un altro pesante dato, quello secondo cui circa una impresa su quattro ha chiuso il 2008 con un bilancio passivo, danno un&#8217;idea della estrema gravità della situazione. La Lombardia è inoltre prima in classifica in Italia per quanto riguarda il ricorso ai contratti di solidarietà, in base ai quali i dipendenti lavorano meno a fronte di una diminuzione dello stipendio che in media è del 10%, mentre i padroni beneficiano di una riduzione contributiva compresa tra il 25% e il 40%. La provincia lombarda nella quale è maggiore l&#8217;opzione per questa soluzione è quella di Brescia. Un&#8217;indagine dell&#8217;Ires segnala che oltre alla cassa integrazione e alla disoccupazione c&#8217;è una situazione generalizzata di &#8220;instabilità lavorativa&#8221; che riguarda circa il 20% della forza lavoro nazionale. Si tratta di persone che non sono disoccupate in senso stretto, ma soffrono di una &#8220;discontinuità lavorativa fisiologica&#8221;. Si tratta soprattutto degli interinali, chiamati a lavorare a intervalli sempre più distanti (per es. poche giornate ogni due mesi) e, in misura sempre maggiore negli ultimi mesi, anche i professionisti con partita Iva: formatori, consulenti aziendali, ma anche per esempio architetti in studi di architettura, che sono di fatto presenti come dipendenti ma, contrattualmente, sono collaboratori e che si vedono ridotti in modo significativo i compensi. La Cgil segnala poi un altro fenomeno che, anche se non generalizzato, rischia di estendersi in presenza della forte crisi. Ci sono aziende che richiedono la cassa integrazione e poi fanno lavorare il personale nei giorni in cui sarebbe in vigore la cassa, un modo per recuperare dei costi da giocare poi sul prodotto ed essere più competitivi in termini di prezzi. E se in generale tutte le fonti (sindacati, imprenditori e media) sono unanimi nel prevedere un &#8220;settembre nero&#8221;, al ruolo cruciale che svolgerà questo mese per comprendere gli sviluppi futuri va ad aggiungersi la crisi della scuola in seguito ai tagli voluti dal governo e dal ministro Gelmini. Secondo quanto scrive la Repubblica, i tagli che verranno operati a settembre in Lombardia sul personale docente ammontano nel complesso alla cifra astronomica di 5.000: &#8220;ai 3.375 posti di docente già cancellati, se ne aggiungono ora altri 876 che sarebbero dovuti essere occupati da maestri e professori precari. Sommando anche i 623 docenti di lingua &#8216;risparmiati&#8217;, il bilancio si fa pesante: da settembre nelle scuole lombarde ci saranno quasi 5.000 insegnanti in meno&#8221;. L&#8217;organico totale della scuola lombarda è pari attualmente a circa 100.000 unità, scrive il quotidiano che riporta anche altri due dati aggiornati: nella regione ci sono oltre 5.200 scuole (dalle materne alle superiore) con un totale di 1.100.000 alunni.</p>
<p><a name="sezione3">MILANO</a></p>
<p style="text-align:left;"><span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span>: Comincia a soffrire pesantemente della crisi anche la città dei servizi, il capoluogo lombardo. Come scrive il Corriere della Sera, &#8220;rallentano le attività di supporto alle imprese. Dalla consulenza, alla formazione, passando per studi professionali, pulizie e commercio. Il fenomeno è segnalato dall&#8217;ultima tornata di cassa in deroga&#8221;. Finora il settore servizi si era tenuto in qualche modo in piedi con la stagione delle grandi fiere, dalla moda al design. Le prime a essere colpite nei mesi scorsi sono state le imprese artigiane, che continuano sempre più a sprofondare nella crisi. &#8220;In aprile sono raddoppiate le richieste di cassa integrazione rispetto a marzo. Nello stesso tempo sono diminuite del 33% le iscrizioni all&#8217;albo. L&#8217;uscita dal tunnel della crisi è ancora lontana&#8221;. Più specificamente, le richieste di cassa in deroga tra gli artigiani sono state 6 in tutto il 2008, 4 a gennaio 2009, 34 a febbraio, 122 a marzo, 232 ad aprile e 306 a maggio. Il fenomeno però ora si sta allargando anche al commercio, come testimoniato dal dato secondo cui sui 65 milioni assegnati finora in regione per la cassa in deroga, 18 sono andati a tale settore. In totale, secondo la Cgil, a metà giugno i lavoratori lombardi in cassa in deroga ammontavano a poco meno di 30.000. Inoltre nel primo semestre di quest&#8217;anno, secondo stime della Camera di Commercio, il volume d&#8217;affari del sistema commerciale milanese è sceso nel complesso del 5,6%, con punte del -8,1% per il settore non alimentare e dell&#8217;8,8% per i piccoli negozi. Il dato va a sommarsi al calo del 4,4% già registrato a Milano nel 2008. Una diminuzione di attività che si riflette indirettamente su un&#8217;altra categoria, quella dei taxisti. Secondo i dati della categoria taxi dell&#8217;Unione Artigiani la riduzione delle corse a Milano si è attestata nei mesi di aprile e maggio sul 22-23%. La Cisl ha invece pubblicato le proprie stime riguardo alle chiusure di aziende a Milano: nei primi quattro mesi del 2009 sono state oltre 100. &#8220;Si tratta soprattutto di società che si occupano di somministrazione lavoro e gruppi bancari stranieri che lasciano l&#8217;Italia&#8221;, spiega il sindacato. &#8220;Il peggio rischia di arrivare a settembre, presto finiranno i fondi destinati dalla Regione alla cassa integrazione in deroga e a quel punto centinaia di aziende e migliaia di lavoratori rischieranno di rimanere per strada&#8221;. La crisi ha un suo risvolto anche a livello di reati economici. La Guardia di Finanza di Milano ha registrato un&#8217;impennata nei fenomeni di elusione ed evasione fiscale, nell&#8217;impiego del lavoro nero, nella diffusione della contraffazione e nel ricorso all&#8217;usura.</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: Come già accennato qui sopra, prosegue la fuga delle banche d&#8217;affari estere da Milano. L&#8217;ultima a chiudere è stata la <strong>Berenberg</strong>, che nel giro di due ore ha licenziato in tronco, senza preavviso né una congrua buonuscita, nove dipendenti, di cui due donne in maternità. Negli ultimi tempi hanno chiuso i battenti a Milano anche gli uffici della banca olandese <strong>Ing</strong> e della tedesca <strong>Dresdner Bank</strong>, mentre il colosso americano <strong>Citigroup</strong> ha operato ampi tagli e l&#8217;italiana <strong>AbaxBank</strong> ha mandato a casa un centinaio di dipendenti. In piena crisi, sempre nel settore servizi, anche il mondo dei call center, che secondo il quotidiano DNews stanno sempre più di frequente abbandonando Milano per delocalizzare nel Sud Italia e all&#8217;Est. Esemplare della crisi nel settore è il caso della <strong>Omnia Network</strong>, presso la quale lavorano circa 1.000 persone alle quali lo stipendio viene pagato da mesi con forti ritardi: l&#8217;ingresso di un nuovo socio non ha migliorato la situazione e solo a luglio i lavoratori si sono visti corrispondere lo stipendio di aprile. La cattiva gestione della <strong>Zincar</strong>, società controllata dal Comune di Milano e sul cui buco di 18 milioni sono in corso indagini, ha portato al licenziamento di 10 dei 12 dipendenti. A Paderno Dugnano peggiorano le prospettive per la <strong>Lares</strong> e la <strong>Metalli Preziosi</strong>, due aziende che occupano nel complesso 262 lavoratori, senza stipendio ormai da oltre sei mesi. A inizio luglio è stato dichiarato il fallimento di entrambe le aziende ed è stata avviata la cassa integrazione straordinaria per 12 mesi. &#8220;Paderno è stata cementificata e adesso sta perdendo altre due fondamentali aziende&#8221;, ha dichiarato amaramente Giuseppe Mansolillo della Fim. Pochi giorni prima della dichiarazione di fallimento i lavoratori delle due aziende avevano ipotizzato la creazione di una cooperativa per l&#8217;autogestione delle due fabbriche. Come se non bastasse, per loro oltre al danno del fallimento e della mancata corresponsione degli stipendi è arrivata anche la beffa di una denuncia per diffamazione da parte dell&#8217;ex proprietario, ritenutosi ingiuriato da alcuni contenuti del gruppo &#8220;Quelli che aspettano i soldi da Astolfi&#8221; aperto dai lavoratori in Facebook. Situazione sempre più tesa anche alla <strong>ex Alfa</strong> di Arese, dove è stata decisa a metà giugno un&#8217;altra cassa integrazione ordinaria per 7 settimane, seguita da altre 3 settimane di ferie. Secondo Ernesto Ierardi, delegato Rsu della Fiom, &#8220;la cassa ordinaria ha un limite di 52 settimane in due anni e la Fiat vuole raggiungerlo entro aprile 2010, dichiarando poi l&#8217;esubero dei lavoratori&#8221;, rimasti in poco meno di 1.000 dopo il licenziamento degli ultimi 68 nel marzo del 2008. Alla loro ultima assemblea è stata registrata l&#8217;assenza generale delle istituzioni, ivi compreso il governatore della regione Roberto Formigoni, che si è limitato a inviare un messaggio in cui esprimeva &#8220;vicinanza e solidarietà ai lavoratori che sono toccati da questo momento di difficoltà&#8221;. Dura la risposta dei lavoratori: &#8220;Qui non si sta parlando di un &#8216;momento di difficoltà&#8217;, ma della scientifica e insopportabile arroganza con cui Fiat pretende di decidere del destino di migliaia di lavoratori e della vita o della morte degli stabilimenti&#8221;. L&#8217;area ex Alfa (che coinvolge anche il comune di Rho) è oggetto delle mire della speculazione immobiliare. E&#8217; in corso di discussione una variante urbanistica complessiva per i 2 milioni di metri quadri dell&#8217;ex Biscione, con al vaglio varie ipotesi, dai centri commerciali fino ai parcheggi per l&#8217;Expo 2015. Secondo quanto scrive la Prealpina, &#8220;a quanto pare Formigoni vuole chiudere il caso al massimo entro febbraio 2010 [data che coincide più o meno con  l'ipotesi di chiusura ventilata da Ierardi - N.d.R.] e, comunque, entro la fine della legislatura&#8221;. Il sindaco di Rho, Roberto Zucchetti, anch&#8217;egli di Comunione e Liberazione come Formigoni, se la prende con i lavoratori che si oppongono ai progetti di speculazione sull&#8217;area: &#8220;Assistiamo alla prevaricazione di gruppi [i sindacati - N.d.R.] che vogliono imporre il loro punto di vista su questioni che non li riguardano: che lì sorgano residenze, centri commerciali o parchi a loro non deve interessare&#8221;. Il 16 luglio i lavoratori dell&#8217;ex Alfa hanno portato la loro protesta anche agli stati generali dell&#8217;Expo voluti dal già menzionato Formigoni. I lavoratori della <strong>Novaceta</strong> di Magenta, che recentemente ha messo in mobilità 220 persone e chiuso alcuni reparti produttivi, si sono rivolti alla Procura con un esposto. La crisi dell&#8217;azienda, che ha portato dal 2003 al licenziamento di 420 persone, è stata secondo i lavoratori pianificata da almeno 3 o 4 anni in vista di interessi immobiliari sull&#8217;area vastissima dello stabilimento, un caso che sembra avere molti punti in comune con quello dell&#8217;ex Alfa e dell&#8217;<strong>Innse</strong> di Lambrate, sulla quale continuano a pesare le nubi di un possibile intervento estivo della polizia contro il presidio dei lavoratori per il sequestro dei macchinari venduti dal padrone Genta ad alcune ditte. Entra in crisi anche la <strong>Parker Hannifin</strong>, che si occupa di tecnologie per la movimentazione e il controllo. Il gruppo statunitense ha tre stabilimenti nel milanese: a Cinisello Balsamo, a Corsico e a Cesano Boscone. A Cinisello è cominciata la cassa straordinaria per i 118 lavoratori, mentre l&#8217;azienda ha già manifestato la volontà di procedere a licenziamenti negli stabilimenti di Corsico e Cesano. La corporation statunitense parla di un calo del fatturato del 44% e di una diminuzione degli ordini del 55%. A Cormano sono entrati in sciopero per alcune settimane i 22 dipendenti della <strong>Legatoria Vergani</strong>, che protestavano per il licenziamento in tronco di due dei tre delegati sindacali, ufficialmente per mancanza di lavoro. Colpita dalla crisi della <strong>Agrati</strong> (di cui abbiamo già riferito negli scorsi numeri) una delle società del suo indotto, la <strong>Invitea</strong>, nella quale ci sono stati una riduzione del personale e un aumento della cassa integrazione. A San Donato Milanese la dismissione di tre rami d&#8217;azienda da parte della <strong>Eni Exploration &amp; Production</strong> stanno mettendo a rischio 177 posti di lavoro. Come scrive il Giorno, &#8220;il timore è che la politica di progressive dismissioni si ripercuota anche sul quartier generale Eni di San Donato, dove lavorano oltre 1.000 persone&#8221;. Prosegue la crisi della <strong>Nokia Siemens</strong> di Cinisello Balsamo dove, scrive sempre il Giorno, &#8220;a fine giugno le unità &#8216;incentivate all&#8217;esodo&#8217; erano già salite a 70 a cui si aggiungono i 37 consulenti esterni di cui è stato annunciato il taglio questo mese. Esterni ma in realtà &#8216;di fatto&#8217; interni all&#8217;azienda (in quanto impegnati esclusivamente su Nokia Siemens). [...] In un comunicato firmato da Fim, Fiom e Uilm si stigmatizza il comportamento della multinazionale &#8216;consistente nel lasciare senza lavoro lavoratori e lavoratrici come forma di pressione per ottenerne le dimissioni&#8217; come la &#8216;scelta di chiudere gradualmente la Ricerca e Sviluppo del Radio Access in Italia senza sostituirlo con nuovi progetti&#8217;&#8221;. La crisi ferma anche svariati <strong>cantieri pubblici</strong>: a solo titolo di esempio, a Vimodrone è bloccata la costruzione del nuovo municipio perché l&#8217;azienda incaricata ha messo in cassa integrazione gli operai, a Milano prosegue la saga della centrale piazza XXV Aprile, dove i lavori per la costruzione di un megaposteggio sono in enorme ritardo, con devastanti effetti urbanistici, per i guai economici di una delle due aziende incaricate.</p>
<p><a name="sezione4">MONZA-BRIANZA</a></p>
<p style="text-align:left;"><span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span>: &#8220;Raddoppia la cassa, crollano investimenti e assunzioni&#8221;, così titola efficacemente il Giorno il suo articolo sugli ultimi dati pubblicati dall&#8217;Unione Artigiani di Monza e Brianza. Nel primo quadrimestre 2009 ci sono state 121 richieste di cassa integrazione straordinaria (cigs), contro le sole 2 di tutto il 2008. Inoltre ad aprile le richieste di cigs sono pressoché raddoppiate e cresce il coinvolgimento del personale femminile. Si registra poi un vero e proprio crollo delle assunzioni, calate del 32,5% nel primo quadrimestre 2009 rispetto allo stesso periodo dell&#8217;anno precedente. Un altro dato estremamente preoccupante è quello del numero delle &#8220;posizioni revocate dalle banche&#8221; (cioè i casi in cui l&#8217;istituto di credito impone al cliente di restituire immediatamente quanto ricevuto, che è poi l&#8217;anticamera per la sospensione del finanziamento), aumentato del 91%. Secondo la Cgil in provincia in questo momento ci sono 20.000 cassintegrati e 640 imprese coinvolte nella crisi. Il sindacato afferma che la fase acuta non è alle spalle e le difficoltà, presumibilmente, aumenteranno ulteriormente in tutti i settori dopo l&#8217;estate. &#8220;Con l&#8217;arrivo dell&#8217;autunno &#8211; ha detto Ermes Riva, segretario Cgil Monza-Brianza &#8211; le aziende in difficoltà chiederanno la cassa integrazione straordinaria e poi la mobilità, perché ormai la cassa integrazione ordinaria è stata esaurita. Le avvisaglie già si stanno vedendo in queste settimane: ci sono aziende che non sono più in grado di anticipare la cassa integrazione&#8221;.</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: La <strong>Candy</strong> ha chiesto altre cinque settimane di cassa integrazione per il suo stabilimento di Brugherio (880 dipendenti) e sei per la sua controllata <strong>Bessel</strong> di Santa Maria Hoè (280 dipendenti). Alla <strong>Stm </strong>di Agrate (produzione chip) 1.700 lavoratori su 5.000 sono a riposo forzato. A Vimercate prosegue il calvario di <strong>Bames</strong> e <strong>Sem</strong> (del Gruppo Bartolini): la proprietà ha chiesto la cassa integrazione per altri 180 tecnici, che si aggiungono ai 210 colleghi a riposo forzato da tre mesi, per un totale di 390 in cassa contro 270 al lavoro. In seguito al peggioramento della situazione si teme che sul comparto stia per abbattersi una nuova ondata taglia-produzione. Sempre nel distretto dell&#8217;hi-tech di Vimercate il colosso israeliano <strong>Telit</strong> ha annunciato il taglio del progetto di automazione delle linee in seguito a un calo degli ordini addirittura del 60%: secondo i sindacati tira aria di smantellamento. Nella stessa città si è giunti a un accordo per i 70 lavoratori della <strong>Borghi</strong> sull&#8217;orlo del licenziamento, con un prolungamento di un anno della cigs scaduta da pochi giorni. I lavoratori sono senza stipendio da quattro mesi e hanno dovuto subire la beffa della &#8220;dimenticanza&#8221; da parte dell&#8217;azienda di trasmettere i dati all&#8217;Inps per l&#8217;anticipo dell&#8217;indennità. A Monza i lavoratori hanno bocciato l&#8217;accordo di cessione del ramo d&#8217;azienda del trasporto pubblico locale <strong>Tpm</strong> alla milanese Atm. Ora la Tpm rischia il fallimento, mentre nel frattempo è stato comunicato il mancato rinnovo dei contratti a 14 lavoratori precari. Alla <strong>Beton Villa</strong> di Merate (300 dipendenti), gigante del settore dell&#8217;edilizia e delle infrastrutture, gli stipendi sono in arretrato perché la crisi ha prosciugato le casse della nota impresa lasciandola senza liquidità. Situazione analoga alla <strong>Perego Strade</strong> di Cassago (circa 100 dipendenti), di recente passata sotto il controllo di una finanziaria elvetica, dove però nessuno si è preso la briga di informare i sindacati. La <strong>Trocellen</strong>, marchio giapponese della gomma-plastica, ha annunciato il licenziamento di 26 operai dei due stabilimenti di Caponago, pari al 30% del personale. I lavoratori hanno subito scioperato chiedendo almeno la cassa integrazione straordinaria, ma la proprietà non ne vuole nemmeno sentire parlare. Secondo le maestranze &#8220;il binomio crisi-esuberi ha il sapore di un escamotage per uscirne più leggeri&#8221;. A Mezzago ha chiuso i battenti la <strong>Kontek Comatel</strong> che da 25 anni produce connettori elettrici per il settore auto. I 33 dipendenti sono stati messi in mobilità, dopo che l&#8217;azienda avrebbe tentato di ottenere liquidità cedendo un capannone, operazione che si è rivelata insufficiente. Alla <strong>Uquifa</strong> di Agrate (settore farmaceutico) a metà luglio è stata avviata una procedura di mobilità per 12 dipendenti, dopo che a giugno erano già fuoriuscite 34 unità &#8211; si prevede la mobilità per altri 10 lavoratori entro fine anno. Difficoltà anche all&#8217;<strong>Eurocash</strong> di Varedo (commercio) dove è prevista la mobilità per parte dei dipendenti del punto di vendita. La crisi sta colpendo addirittura anche le cooperative che danno lavoro a disabili e a persone a rischio di emarginazione. E&#8217; il caso della <strong>Rosa Blu</strong> di Ronco Briantino, che dà lavoro a 250 persone e lamenta una forte carenza di commesse, in particolare dalle grandi aziende, e della cooperativa sociale <strong>Piramide</strong> di Arcore, che impiega 10 persone e da gennaio ha registrato un calo delle commesse del 60%, tanto da temere la chiusura a fine anno.</p>
<p><a name="sezione5">VARESE</a></p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span>: La provincia di Varese continua a essere in Lombardia la maggiore vittima della crisi. A maggio si è registrato un aumento vertiginoso della cassa integrazione rispetto ad aprile: + 87,7% rispetto al mese precedente (e +697% rispetto allo stesso mese del 2008). I dati usciti a metà luglio sul primo semestre del 2009 confermano il quadro: nei primi sei mesi di quest&#8217;anno la cassa integrazione è aumentata del 306% rispetto al semestre precedente. Secondo le stime della Cgil a inizio giugno circa 23.000 persone erano in cassa integrazione, 1.200 erano in mobilità e svariate migliaia di lavoratori non hanno avuto il rinnovo del contratto a termine. I disoccupati iscritti alle liste dei centri per l&#8217;impiego della provincia nel primo quadrimestre di quest&#8217;anno erano 14.590, rispetto ai 9.613 del medesimo periodo dell&#8217;anno scorso (con un aumento quindi di circa il 50%). La quantità di richieste di cassa e mobilità è tale che l&#8217;Inps ha dovuto rallentare i tempi delle autorizzazioni anche di diversi mesi. Nel solo territorio di Busto Arsizio e Gallarate i cassintegrati sono circa 15.000. Nell&#8217;area Legnano-Magenta è in cassa o in mobilità il 52% dei lavoratori del settore metalmeccanico. E&#8217; boom anche per la cassa in deroga. Dal 20 febbraio sono oltre 400 le aziende della provincia di Varese che ne hanno fatto richiesta per i prossimi sei mesi, per un totale di quasi 2.500 lavoratori &#8211; si tratta perlopiù di piccole o piccolissime aziende dell&#8217;artigianato, del commercio e dell&#8217;autotrasporto, spesso contoterziste. Carmela Tasconeri della Cisl ha dichiarato: &#8220;Temiamo che ad ottobre aumenti la richiesta di ammortizzatori sociali perché la produzione delle aziende, per oltre il 90% piccole e medie, è ferma&#8221;. Conferma il quadro l&#8217;associazione degli artigiani e dei piccoli imprenditori varesini, secondo cui il peggio non è ancora passato. Secondo le sue stime sono 2.000 le aziende della provincia che potrebbero chiudere i battenti, con un totale di 5.000 posti a rischio. Rispetto al 2008 la produzione e gli ordini delle piccole aziende sono calati del 70%, il fatturato del 40-50%. Quasi il 60% di tali aziende ha rinunciato a effettuare investimenti. Preoccupate le dichiarazioni di Franco Colombo, presidente dell&#8217;Api: &#8220;Se dopo le ferie non ci saranno concreti segnali di miglioramenti, il 30% dei nostri associati prenderà in considerazione l&#8217;idea di interrompere l&#8217;attività con l&#8217;inizio del 2010&#8243;. Secondo il vicepresidente della stessa associazione, Vittorio Ballerio, &#8220;non ci sono segnali di un aumento degli ordini a partire dall&#8217;autunno&#8221;. Il settore della gomma-plastica della provincia è l&#8217;unico caso in controtendenza in Italia, tanto da meritarsi un lungo articolo del Sole 24 Ore. Nel primo trimestre del 2009 ha registrato un +4,9% (ma va tenuto conto che nel 2008 aveva chiuso con un -6,3%), rispetto a un -20% a livello nazionale. Dal gruppo gomma-plastica di Univa fanno però sapere: &#8220;Solo a ottobre-novembre avremo dati indicativi o meno della ripresa. I dati del primo trimestre 2009 potrebbero infatti nascondere dei &#8216;residui&#8217; di ordini dell&#8217;ultima parte del 2008&#8243;.</p>
<p style="text-align:left;"><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: In provincia sono già arrivati a 2.000 su 17.000 i <strong>frontalieri</strong> licenziati che lavoravano nel Canton Ticino (in tutto nel cantone i lavoratori italiani rappresentano il 22% del totale). L&#8217;aspetto peggiore è che, secondo le stime della Cisl, la situazione peggiorerà ulteriormente. &#8220;Ci aspettiamo un&#8217;estate calda sotto tutti i punti di vista. In molte aziende termina il periodo di cassa integrazione o l&#8217;orario di lavoro ridotto che permettevano di ridurre gli stipendi, ma di mantenere i posti. Visto che la situazione non è migliorata gli imprenditori a questo punto ricorrono al licenziamento, e i primi a perdere il posto sono gli italiani&#8221;. Secondo il Segretariato di Stato il picco massimo della crisi lo si avrà a marzo 2010. A Mesero è stata annunciata la chiusura dello storico stabilimento della <strong>Esab</strong> (saldature) con la messa in mobilità degli 85 dipendenti occupati nei reparti produttivi e della logistica. Si salva solo un manipolo di persone negli uffici commerciali e amministrativi. L&#8217;azienda lamenta una situazione di sovrapproduzione dovuta alla crisi, ma secondo i lavoratori ci sono altre motivazioni, di tipo speculativo. Lo stabilimento infatti sorge su un&#8217;area il cui valore è triplicato negli ultimi tempi con le modifiche alla viabilità e il fondo inglese che controlla la Esab potrebbe realizzare una forte plusvalenza con la sua chiusura. Situazione estremamente pesante alla <strong>Usag</strong> di Gemonio (oggi <strong>SWK Untesilerie</strong>). Metà circa dei 350 lavoratori è attualmente in cassa integrazione, ma corrono voci di smobilitazione di intere linee produttive. Il forte calo degli ordini e il fermo del mercato hanno già fatto saltare quasi tutti i contratti di lavoro a termine e abbinare alla massiccia richiesta di cassa integrazione il ricorso obbligatorio alle ferie arretrate. A Busto Arsizio la <strong>Ibici</strong> ha deciso di concentrare l&#8217;attività nella sede di Ravenna, lasciando a casa 60 lavoratori. A Gallarate chiude i battenti la <strong>Fulgor</strong>, storica azienda che realizza componenti per cucine e per la quale è stato chiesto il fallimento. I lavoratori che rischiano di perdere il posto sono 124. Alla <strong>Ahlstrom</strong>, che ha stabilimenti a Gallarate, Cressa e Mozzate, si è chiusa la vertenza apertasi a febbraio con la dichiarazione da parte dell&#8217;azienda dell&#8217;intenzione di licenziare 65 dipendenti. Si è giunti a un accordo in base al quale 53 dipendenti andranno in mobilità volontaria con incentivo, mentre altri verranno trasferiti dallo stabilimento di Gallarate agli altri due dell&#8217;azienda. Alla <strong>Galileo Avionica</strong> di Nerviano (elettronica per la difesa) si è aperta una vertenza con sciopero che coinvolge in totale 863 dipendenti in Lombardia riguardo a questioni legate a salari (drastica riduzione del premio di risultato) e orari. A Canegrate la <strong>Framag</strong>, che produce lamiere, sta passando uno dei peggiori periodi della propria storia e ha messo in cassa integrazione circa 115 lavoratori (di cui 90 in esubero) su 197. La <strong>Ciba Specialty Chemicals</strong> di Origgio, settore farmaceutico, ha annunciato la chiusura a partire dal marzo 2010 per concentrare le attività nella sede di Cesano Maderno e ridurre così drasticamente i costi: su 76 dipendenti sono previsti 40 licenziamenti. Si fa sempre più tesa la situazione all&#8217;azienda meccanica <strong>Finnord</strong> di Jerago con Orago. Dal settembre scorso i 365 dipendenti sono in cassa integrazione a rotazione, ma ora, secondo quanto riferiscono i sindacati, si parla di esuberi anche se la proprietà non ha specificato il loro numero. Dal 18 luglio nell&#8217;azienda sono partite le ultime 13 settimane di cassa ordinaria disponibili. Alla <strong>Tintoria Tosi</strong> di Busto Arsizio si è aperto uno scontro tra proprietà e sindacati dopo un comunicato dell&#8217;azienda che annunciava la disdetta degli accordi sindacali e si prospettava una riduzione dei salari. Di <strong>Malpensa</strong> ormai non parla più quasi nessuno dopo che sono passate anche le elezioni europee e amministrative, ma noi la ricordiamo ancora una volta: si tratta della più grande crisi in atto nella provincia, con circa 3.000 lavoratori dell&#8217;aeroporto o del suo indotto che sono a casa. L&#8217;ultimo capitolo è l&#8217;accordo di cassa integrazione per i 25 dipendenti della <strong>Sasco</strong> che opera nel settore cargo dello scalo.</p>
<p><a name="sezione6">COMO</a></p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span>: Secondo Graziano Brenna, dell&#8217;Unione Industriali, &#8220;la crisi sta entrando nella sua fase più dura. Alcune aziende rischiano di attraversare ora una crisi irreversibile e si prospettano diverse chiusure, con le conseguenze facilmente immaginabili per i lavoratori&#8221;. I dati parlano di una situazione già molto pesante. In provincia nei primi cinque mesi dell&#8217;anno i comaschi che si sono rivolti ai centri per l&#8217;impiego dopo essere rimasti disoccupati sono stati oltre 7.500, rispetto ai 4.500 registrati nello stesso periodo dell&#8217;anno scorso, con un aumento del 66%. Nei primi cinque mesi di quest&#8217;anno, inoltre, le richieste di cassa sono aumentate dell&#8217;856% rispetto ai primi cinque mesi 2008 (oltre il doppio della media lombarda, che è di +381%), un dato che piazza la provincia dopo Varese, Brescia e Milano. Poco rassicuranti le parole di Alessandro Tarpini, segretario generale della Camera del Lavoro di Como: &#8220;I dati confermano che l&#8217;uscita dalla recessione è lontana, per la nostra provincia lo scenario è disastroso&#8221;. Tra gli altri dati vanno citati la diminuzione delle assunzioni che si aggira sul 20% (ma è una percentuale che si riferisce ancora al primo trimestre) e gli oltre 25.000 lavoratori coinvolti in situazioni di crisi, con più di 1.000 aziende in difficoltà. A rischio anche il posto di 3.000 frontalieri che lavorano in Svizzera.</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: A essere maggiormente travolto dalla crisi è uno dei settori più ampi in provincia, quello del tessile. Alla <strong>Saati</strong> di Appiano Gentile si è giunti a un accordo in base al quale 250 dipendenti finiranno in cassa integrazione e 80 saranno in esubero. L&#8217;azienda è in crisi per un calo del volume d&#8217;affari del 30%. Si registrano inoltre le crisi dell&#8217;<strong>Oltolina</strong>, che nell&#8217;ambito della riorganizzazione interna ha dichiarato 25 esuberi, e quella della <strong>Pedraglio</strong>, dove c&#8217;è stato un rinnovo della cassa integrazione per tutti i 90 lavoratori. La <strong>Tessitura Bosetti</strong>, che impiega 64 dipendenti e aveva in corso una cassa integrazione ordinaria per tutto il personale, ha annunciato in maniera inattesa la messa in liquidazione. Nel precedente incontro con i sindacati si era parlato di un calo degli ordini del 40%, a fine giugno la diminuzione era arrivata addirittura a -55%. Vanno verso la chiusura anche la <strong>Sisco</strong> di Luisago, con 39 dipendenti, la <strong>Git</strong> di Grandate, con 59, la <strong>Tessitura Magitex</strong> di Fino Mornasco, con 26, e la <strong>Stamperia Romano Botta</strong> di Villa Guardia con 28. La <strong>Olmetto</strong> di Maslianico, che produce cravatte ed era stata finora praticamente l&#8217;unica nel settore a non ricorrere alla cassa, ha dovuto cedere a metà luglio chiedendo la cigo a rotazione per i suoi 110 dipendenti. Alla <strong>Paytec</strong> di Rovellasca, che produce apparecchiature elettroniche, sono stati messi in mobilità 30 degli 86 dipendenti: erano previsti due mesi e mezzo di cassa integrazione e invece all&#8217;improvviso l&#8217;azienda ha annunciato i trenta licenziamenti. Sono state cancellate le illusioni dei 210 lavoratori della <strong>Giardina Officine Aeromeccaniche</strong> di Figino Serenza su un futuro diverso dalla chiusura: per l&#8217;azienda è stato chiesto il fallimento. La <strong>Vitaresidence</strong>, che si occupa di strutture socio-sanitarie, aveva annunciato alla fine di aprile 62 esuberi, mentre ora gli accordi definitivi raggiunti hanno limitato i danni portando gli esuberi a 39. Si torna invece al lavoro alle <strong>Ferriere</strong> di Dongo, ma è un ritorno che riguarda solo 31 degli oltre 200 lavoratori e ha carattere unicamente temporaneo, in attesa della decisione del Tribunale di Como riguardo all&#8217;istanza di fallimento.</p>
<p><a name="sezione7">LECCO-SONDRIO</a></p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span>: In provincia di Lecco nel primo semestre del 2009 le ore di cassa integrazione sono aumentate di uno stratosferico 1.033% rispetto allo stesso periodo dell&#8217;anno precedente. Il numero di lavoratori coinvolti è in questo semestre di 2.500 unità, rispetto alle 1.000 del 2008, con un aumento del 1.500%. Si registra in particolare un aumento della cassa integrazione straordinaria (cigs), dovuto al fatto che molte aziende stanno terminando le 54 settimane massime previste per la cassa integrazione ordinaria (cigo). La Cgil segnala anche un&#8217;impennata dell&#8217;avvio di azioni legali per vertenze sindacali che riguardano il mancato pagamento di retribuzioni o Tfr in seguito a licenziamento, segnale evidente ed estremo della crisi delle imprese. La Camera di Commercio di Lecco segnala un&#8217;altra tendenza negativa: nel primo trimestre 2009 le aziende che hanno cessato l&#8217;attività sono state il 9,5% in più dell&#8217;anno precedente, mentre l&#8217;apertura di nuove imprese è diminuita del 5% rispetto allo stesso trimestre del 2008. I settori più in difficoltà sono il metalmeccanico e il commercio, ma va decisamente male anche il settore ristoranti e alberghi. In provincia di Sondrio il saldo negativo rispetto all&#8217;anno precedente è dell&#8217;1,2% ed è dovuto per i 2/3 a ditte individuali. Il vicedirettore di Api Lecco (l&#8217;associazione locale delle piccole imprese) non ha peli sulla lingua riguardo alla situazione: &#8220;Dai piani alti della politica ci viene detto in continuazione che la crisi è soprattutto psicologica. Se fossi un imprenditore mi sentirei offeso&#8221;. E ha ragione. Infatti secondo i dati raccolti dall&#8217;Api la produttività delle imprese lecchesi è diminuita del 93% nel primo trimestre 2009 rispetto allo stesso trimestre 2008. Quasi la metà delle piccole e medie imprese spiega di avere un portafoglio ordini inferiore a un mese, il 5,6% addirittura inferiore a sette giorni. In genere le imprese lamentano una diminuzione degli ordinativi che va dal 30% al 70%, mentre il fatturato in complesso è diminuito per il 90% delle imprese interpellate dall&#8217;associazione. Il presidente Api, Riccardo Bonaiti, mette in guardia: &#8220;Fissatevi la data del 20 settembre, da lì potrebbero manifestarsi i segnali più evidenti dell&#8217;asfissia delle imprese, perché al momento non c&#8217;è alcuna prospettiva di ripresa. Molte imprese andranno incontro a un ridimensionamento. Ci saranno tante aziende che non sopravvivranno a questa crisi, specialmente tra le imprese di piccole e piccolissime dimensioni&#8221;. Il sondaggio di Confindustria Lecco segnala una situazione all&#8217;apparenza un po&#8217; meno nera, tanto che la Provincia di Lecco titola: &#8220;Forse la crisi più nera è alle spalle&#8221;. Il 47% degli intervistati segnalava a fine giugno in un sondaggio di avere subito un&#8217;ulteriore diminuzione della domanda (contro il 53% di maggio), il 34% non comunica variazioni dell&#8217;indicatore (a maggio erano il 30,3%) e il 18,8% rileva un aumento degli ordini (15,7% a maggio). Il quadro dipinto in realtà parla ancora di un sostanziale peggioramento rispetto al mese precedente (lo afferma quasi la metà &#8211; il 47% &#8211; contro solo un 18% che parla di miglioramento). Basta poi esaminare le previsioni per i prossimi mesi rilevate dallo stesso sondaggio per diventare molto meno ottimisti: quasi il 33% degli intervistati attende una nuova diminuzione di ordini e produzione (maggio 22%), mentre il 54% prevede una sostanziale stabilità, solo il 16% prevede un miglioramento (maggio 18%).</p>
<p style="text-align:left;"><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>:</p>
<p>La multinazionale svedese <strong>Husqvarna</strong> ha annunciato il 10 giugno 70 licenziamenti nello stabilimento di Valmadrera (185 dipendenti in totale) per delocalizzare la produzione in Repubblica Ceca e in Cina. L&#8217;azienda prevede di lasciare in loco solo la produzione di tagliaerba, che però ha carattere solo stagionale e non garantirebbe posti di lavoro stabili. Giacomo Arrigoni, della Uilm, punta il dito contro le multinazionali: &#8220;Hanno depredato il valore aggiunto acquisito nei territori nazionali, e in particolare a Valmadrera, per poi delocalizzare&#8221;. A luglio è cominciata la cassa integrazione straordinaria per un anno, ma la reazione dei lavoratori è stata dura. Hanno organizzato un blocco della statale 36 e organizzato scioperi a singhiozzo. Un&#8217;altra multinazionale, la <strong>Honeywell</strong>, che produce apparecchiature per componenti per riscaldamento, ha deciso di tagliare 10 posti nello stabilimento di Oggiono, dove lo scorso anno ne erano stati tagliati altri 41 &#8211; ora ad Oggiono le maestranze sono ridotte a 30. Per lo stabilimento di Morbegno (92 dipendenti) si prevede invece la chiusura con delocalizzazione in Repubblica Ceca e l&#8217;unica ipotesi di salvezza è la vendita del sito produttivo a un&#8217;altra azienda con l&#8217;assorbimento della manodopera. A Missaglia è stato dato il via libera al concordato preventivo per una delle più note case vinicole del Nord Italia, la <strong>Caldirola</strong>. Se il procedimento terminerà con successo si riuscirà a salvare il posto dei 128 dipendenti. Alla <strong>Erc</strong> di Calolziocorte in liquidazione a fine giugno 44 persone stavano ancora utilizzando la cassa integrazione, mentre degli altri 236 lavoratori 144 sono stati trasferiti alla High Light Erc, nata dalle ceneri della società in liquidazione, e un&#8217;altra parte ha trovato una nuova occupazione. Alla <strong>Moto Guzzi</strong> di Mandello è stata richiesta un&#8217;altra settimana di cassa integrazione per tutti 151 dipendenti. L&#8217;azienda continua ad avere poco mercato e a marzo Colaninno, presidente della Piaggio che controlla la Guzzi, aveva minacciato la delocalizzazione della Guzzi se questa fosse stata ancora in perdita a metà anno. I sindacati lamentano la mancanza di trasparenza da parte della proprietà riguardo ai piani per il futuro e non hanno firmato l&#8217;accordo per la cassa quando i dirigenti aziendali si sono rifiutati di presentare loro i dati di bilancio. La <strong>Cartiera di Tirano</strong> sta ormai andando verso la chiusura e ha ottenuto altri sei mesi di cassa straordinaria per i dipendenti. A inizio luglio al mobilificio <strong>Grattarola</strong>, in Valsassina, è stato annunciato un piano industriale che prevedeva 30 licenziamenti su 150 dipendenti. Dopo la reazione dei lavoratori l&#8217;azienda è tornata sui suoi passi e ha deciso di sfruttare a partire dal 13 luglio la cassa integrazione residua dopo i periodi già utilizzati l&#8217;anno scorso. Alla <strong>Rodacciai</strong> di Bosisio Parini e Sirone il 31 luglio scade il secondo periodo di cassa integrazione ordinaria che coinvolge 150 dipendenti su 500. La <strong>Mambretti</strong> di Rogeno (tessile) si trova a un passo dal fallimento. Per i 74 dipendenti dell&#8217;azienda a giugno era stata avviata la cassa integrazione straordinaria, ma i lavoratori non ricevono gli stipendi da maggio e i soldi dell&#8217;ammortizzatore sociale arriveranno solo a novembre. I sindacati descrivono la situazione assurda dell&#8217;azienda, che replica altri casi da noi segnalati negli ultimi mesi: &#8220;I titolari dell&#8217;azienda non sono raggiungibili in alcun modo, i cancelli dell&#8217;azienda sono chiusi e sappiamo che nemmeno Confindustria riesce a mettersi in contatto con la famiglia Mambretti, che deve pagare due mesi di stipendio arretrati ai lavoratori&#8221;. Come nel resto della Lombardia, anche in provincia di Lecco agli effetti della crisi economica sull&#8217;occupazione vanno aggiungersi quelli della riforma della <strong>scuola</strong>. Con l&#8217;inizio dell&#8217;anno scolastico verranno cancellati 108 posti di lavoro e rimarranno solo 654 docenti, una soluzione che porterà a carenze nella gestione dell&#8217;integrazione degli alunni portatori di handicap, dell&#8217;accoglienza degli alunni stranieri, degli insegnamenti obbligatori come quello della lingua straniera nella scuola primaria. Alla scuola media &#8220;La Nostra Famiglia&#8221; di Bosisio Parini, per esempio, ci saranno solo 5 docenti concessi a fronte di una reale esigenza di 25 cattedre.</p>
<p><a name="sezione8">BERGAMO</a></p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span>: Con ulteriore aumento a giugno (2,39 milioni di ore autorizzate contro gli 1,37 del mese precedente) la cassa integrazione in provincia di Bergamo chiude un semestre disastroso che ha visto un incremento delle ore autorizzate dall’INPS del 280% raggiungendo quota 7,5 milioni (già più di due milioni di ore rispetto a quelle concesse in tutto il 2008). Il principale imputato è l’enorme aumento della cigo legata a crisi congiunturali di mercato (soprattutto nel settore metalmeccanico). Infatti la meccanica da sola determina più della metà del totale delle ore di Cig autorizzate a giugno nell’industria (2,2 milione di ore registrando un +1.077% sull’anno scorso), nell’edilizia le ore sono invece 173 mila (+437%) e il commercio oltre 10.000 ore (+165%). Da segnalare inoltre che nel settore dell’autotrasporto, che non aveva mai conosciuto il fenomeno cassa integrazione, in provincia di Bergamo sono già 500 dall’inizio dell’anno i lavoratori in cassa. Ciò è da attribuirsi principalmente alla pesante crisi che ha investito questo settore che dal febbraio 2009 ha fatto registrare un calo del 45% dei camion in circolazione. Crisi sempre più pesante anche nel settore del terziario, distribuzione e servizi dove si registrano un crollo dei consumi, il mancato rinnovo dei contratti e una disoccupazione crescente. Secondo i dati presentati a metà luglio dalla Fisascat Cisl di Bergamo, i lavoratori coinvolti da procedure di CIGS, in deroga e mobilità sono circa 900. Inoltre da sottolineare l’autorizzazione regionale a 268 aziende della bergamasca per l’utilizzo degli ammortizzatori sociali in deroga. In questo ambito degno di nota l’allarme lanciato dal segretario provinciale della Cisl, Ferdinando Piccinini, secondo cui “il Governo deve sbloccare le risorse per il sostegno al reddito dei lavoratori che stanno utilizzando gli ammortizzatori sociali in deroga”. Nella sola area di Bergamo sarebbero già 2500 i lavoratori ad attendere da mesi le risorse economiche promesse.</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: All’inizio dello scorso mese di giugno la <strong>Frattini Spa</strong> di Seriate (194 dipendenti) ha presentato al locale tribunale domanda di concordato preventivo, con richiesta di esercizio provvisorio fino al 31 agosto. L’azienda aveva già attivato da qualche mese la procedura di cigo a rotazione per circa 120 addetti. Immediata la reazione dei lavoratori che hanno dato vita a diversi presidi, assemblee e scioperi. Le rappresentanze sindacali hanno chiesto al commissario giudiziale di essere convocate per definire i percorsi necessari per assicurare ai lavoratori le tutele economiche e individuare opportunità di natura industriale che possano consentire la continuità produttiva. Il commissario giudiziale lo scorso 10 luglio ha avviato le procedure per la richiesta di cigs di un anno per tutti i lavoratori. La <strong>Miti, </strong>storica azienda tessile<strong> </strong>di Zogno a fine maggio ha comunicato ai sindacati l’intenzione di procedere verso la chiusura entro settembre degli stabilimenti produttivi e il loro trasferimento in Ungheria. I 72 lavoratori, non rassegnati a perdere il lavoro, hanno dichiarato lo sciopero e lo stato d’agitazione permanente. La proprietà ha annunciato che un potenziale acquirente, già individuato, potrebbe riassorbire solo 20 addetti. I sindacati hanno chiesto e ottenuto dall’azienda l’attivazione di misure a sostegno del reddito dei lavoratori (cigs di 1 anno prorogabile e un piano scalare di incentivi all’esodo). La <strong>M.L.B.</strong> di Sedrina, operante nella produzione di arredi in legno per navi e camper, ha inviato, al rientro da 5 mesi di cigo, a tutti i 35 dipendenti (in gran parte donne) la lettera di licenziamento collettivo. L’azienda da febbraio tra l’altro non pagava più gli stipendi ai dipendenti. I sindacati inoltre chiedendo l’avvio della mobilità hanno scoperto un’insufficiente copertura previdenziale (in pratica l’azienda non ha versato i contributi INPS dovuti). Alla <strong>Bodycote</strong> di Madone, specializzata nei trattamenti termici e chimici dei metalli, è stato siglato il primo contratto di solidarietà nel settore metalmeccanico della provincia di Bergamo. L’accordo prevede che la ‘solidarietà’ duri 2 anni e riguardi 99 dipendenti. La riduzione media dell’orario di lavoro pattuita è intorno al 50%.<span style="text-decoration:underline;"> </span>Due richieste di mobilità, nel settore metalmeccanico, senza aver quasi mai utilizzato nel corso dell’anno ammortizzatori sociali: è successo alla <strong>M&amp;M International srl</strong> di Orio al Serio (25 esuberi su 82 persone) e alla <strong>Sti srl</strong> di Gorle (9 esuberi su 71 dipendenti). Da otto mesi senza stipendio. Sta succedendo ai 70 lavoratori della <strong>Twist International</strong>, azienda tessile con stabilimenti a Osio Sopra e Osio Sotto. L’azienda al momento è in concordato preventivo e ha richiesto la cassa straordinaria per 12 mesi. Nel settore automotive versano in cattive acque la <strong>Novem Car Interior Spa</strong> di Bagnatica (12 mesi di cassa straordinaria e poi mobilità per i 93 dipendenti) e la <strong>Valbrem Spa </strong>di Lenna (165 dipendenti in cassa straordinaria per 12 mesi). La <strong>Toora Spa</strong>, gigante bergamasco del settore alluminio, ha ottenuto (solo a sei mesi dalla richiesta!) la cassa straordinaria per 12 mesi per i 176 dipendenti degli stabilimenti di Carobbio e Costa di Mezzate. Anche nello stabilimento di San Paolo d’Argon, che ha recentemente subito una condanna per condotta antisindacale, è stata attivata la cassa straordinaria per 12 mesi per gli 89 addetti. In quest’ultimo caso da quattro mesi gli operai sono rimasti senza risorse perchè non stanno ricevendo l’anticipo del sussidio come concordato.</p>
<p><a name="sezione9">BRESCIA</a></p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span>: Secondo un rapporto presentato all’Assemblea dei delegati della Cgil di Brescia, tenutasi lo scorso 29 giugno, sono oltre 22 mila i lavoratori della provincia di Brescia che nei primi cinque mesi del 2009 hanno subito la cassa integrazione per un totale di 17 milioni di ore (otto volte in più rispetto allo stesso periodo del 2008). Sono 2844 le aziende che ne hanno fatto richiesta (800 quelle artigiane che hanno chiesto la cassa in deroga). Quasi 11.000 le domande d’indennità di disoccupazione pervenute all’Inps di Brescia da gennaio a fine maggio del 2009 (+ 152% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso). A fronte di questa situazione il segretario generale della Camera del Lavoro di Brescia, in occasione della suddetta assemblea, ha chiesto alle istituzioni di dare risposte concrete per sostenere le fasce più deboli (come ad esempio raddoppiare il tempo di valenza della cigo, togliere i massimali che riducono l’assegno mensile percepito dai cassintegrati e aumentare la dotazione finanziaria degli ammortizzatori in deroga) e alle compagini sindacali di farsi sentire, se necessario, con nuove mobilitazioni. Per chiudere il quadro provinciale è necessario sottolineare un netto aumento dei fallimenti. Secondo dati forniti dall’INPS e dal Tribunale i fallimenti in provincia nel primo semestre dell’anno sarebbero 114 contro i 97 dello stesso periodo dell’anno scorso.</p>
<p style="text-align:justify;"><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: I settori più colpiti in provincia di Brescia sembrano essere il metalmeccanico, l’automotive (loro il 75% delle ore di cig) e il tessile. Nel primo ambito da segnalare la <strong>Iveco</strong>, che ha dichiarato svariati esuberi ed utilizza a singhiozzo la cassa integrazione; la <strong>GKN </strong>di Carpendolo e la <strong>Fonpresmetal</strong> di Bione in cui prevalgono cassa e mobilità su base volontaria; esuberi dichiarati alla <strong>Eural Gnutti</strong> di Rovato e alla ex <strong>Ocean</strong> di Verolanuova. Moltissime le altre aziende a rischio nel settore. Nel settore tessile è grave la situazione di <strong>Henriette</strong> di Castenedolo, di <strong>Citman</strong> di Pontevico, di <strong>NK</strong> di Chiari e Breno.La <strong>Franzoni Filati</strong> di Esine, nata nel 1962 come Cotonificio Franzoni, leader nella produzione di filati di qualità, a settembre chiuderà i battenti. Di 167 dipendenti forse si riuscirà a salvarne una cinquantina in quanto l’azienda manterrà in zona alcuni reparti mentre il resto sarà trasferito in Bosnia. La <strong>O.M.B</strong>. di Brescia, dopo mesi di agitazione dei dipendenti, è stata ceduta a <strong>O.M.B</strong> <strong>International</strong> una controllata di <strong>Brescia Mobilità</strong> (di proprietà del <strong>Comune di Brescia</strong>) per 11,3 milioni di euro. Una parte dei 92 dipendenti ha già ripreso a lavorare; per altri si farà ricorso alla Cigs.</p>
<p><a name="sezione10">PAVIA</a></p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span>: Secondo dati Inps la cassa integrazione ordinaria coinvolgeva a giugno in provincia di Pavia 5.700 lavoratori e 96 aziende. Altre 400 aziende artigiane, secondo i dati della Camera del Lavoro, sono in situazione di crisi. La crisi colpisce in misura particolare l&#8217;Oltrepo, dove le persone in cassa integrazione sono 1.200.</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: A Casteggio la proprietà della <strong>Cielle</strong>, società che produce prefabbricati industriali, ha deciso il licenziamento di 30 dipendenti su 70 dopo sette mesi di cassa integrazione. Alla <strong>Massoni</strong> di Stradella, azienda ormai in liquidazione e dove i circa 40 dipendenti rischiano di perdere il posto, l&#8217;atmosfera è degenerata nel rapporto tra proprietari e sindacati, tanto che durante un&#8217;assemblea, secondo quanto riferisce la Provincia Pavese, è stato spaccato il cellulare a un sindacalista mentre cercava di chiamare i carabinieri. Anche all&#8217;<strong>Arsenale</strong> di Pavia la situazione si fa sempre più tesa e le Rsu minacciano di andare dal presidio all&#8217;occupazione, oltre allo sciopero a oltranza. Chiedono al Ministero della Difesa una giusta collocazione sul territorio per i 216 dipendenti e sono contrari al loro trasferimento a Milano o a Piacenza. A Casei Gerola la Finbieticola di Mario Resca ha messo sulla carta e depositato il progetto di centrale elettrica a biomasse che dovrebbe subentrare alle attività dell&#8217;<strong>ex Zuccherificio</strong>. I lavoratori di quest&#8217;ultimo ancora in cassa integrazione sono 43, ma il nuovo progetto prevede per la centrale solo 20-23 addetti.</p>
<p><a name="sezione11">LODI</a></p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span>: L’andamento della crisi in provincia di Lodi sembra avere un andamento statico. Questo trend è innanzitutto confermato dai dati sull’occupazione diffusi dall’Osservatorio provinciale. Se nell’ultimo trimestre del 2008 i nuovi assunti sono stati 3579, nel primo trimestre 2009 sono stati 4000. Dati confermati anche da Vittorio Boselli, segretario generale di Confartigianato, che in un’intervista al Giorno infatti sostiene che se nel primo trimestre 2008, i dipendenti delle settecento aziende socie rappresentate dalla sua associazione, erano 2900, oggi a fine del primo trimestre 2009 sono 2930. In realtà, a parte questa timida tenuta degli occupati, nel lodigiano si sta verificando una vera e propria emergenza crisi nel settore della subfornitura meccanica e del settore meccanico più in generale in cui si registra una riduzione del 50% del fatturato rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Anche il settore chimico in provincia vive una fase di profonda crisi. Sono molte le aziende ad avere fatto ricorso negli ultimi mesi alla cassa integrazione. Più di mille nel comparto gli addetti in cassa ordinaria e circa duecento quelli in cassa straordinaria. Il vero pericolo, che temono i lavoratori e le rappresentanze sindacali, è che i mesi di cassa si trasformino in veri e propri tagli al personale. Anche il settore farmaceutico e il comparto profumi appaiono in forte difficoltà. Le imprese di questi ultimi settori, dopo aver liquidato i lavoratori precari, non stanno facendo ricorso alla cassa integrazione ma propendono, visto che gli ordinativi non danno segnali di ripresa, per recuperi ferie e qualsiasi altro stratagemma ritenuto utile.</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: Come ricordato nell’introdurre i dati generali sulla crisi in territorio lodigiano, il settore decisamente più colpito è quello metalmeccanico. L’ultima ondata di casse integrazioni ordinarie coinvolge circa 500 lavoratori del settore. Il caso più evidente è quello della <strong>Mta</strong> di Codogno, una delle aziende metalmeccaniche più grandi del territorio lodigiano (450 dipendenti), che sarebbe in procinto di fare ricorso alla cigo per circa 300 addetti. Nel comparto fioccano poi le richieste di rinnovo di casse avviate nei mesi scorsi e in molti casi si sta per sforare il tetto delle 52 settimane di cigo concesse in un biennio. All’<strong>Alusteel</strong> di Somaglia (48 dipendenti), specializzata in verniciatura industriale, ad esempio, la cassa ordinaria è agli sgoccioli ed è stata presentata la richiesta per un anno di cigs e un piano ‘draconiano’ di ridimensionamento del personale (dai 15 ai 30 tagli). Nel frattempo sono in corso trattative per la cessione dell’azienda. Alle <strong>Officine Curioni</strong> di Galgagnano (150 dipendenti), dove è già in corso la cigs (in scadenza ad ottobre) per un centinaio di addetti, visto il perdurare della crisi nell’intero comparto, si prevede un prolungamento della cassa straordinaria fino a giugno 2010. L’<strong>Omega Impianti </strong>di Somaglia, teatro lo scorso maggio di un duro sciopero di tutti i dipendenti, fallita la trattativa sindacale, ha definitivamente chiuso i battenti. Secondo la Cisl la proprietà non ha mai avuto la volontà di arrivare ad un accordo con le rappresentanze sindacali. Nel settore chimico la <strong>Trelleborg</strong> (multinazionale del settore gomma) di Lodi Vecchio, in cui sono già in cigo 250 operai, ha annunciato di voler mandare in mobilità venti impiegati. I sindacati hanno proposto il ricorso a misure alternative quali: utilizzo massimo di cassa integrazione ordinaria, contratti di solidarietà, part time e demansionamento (utilizzo di impiegati in mansioni operaie). Il 16 luglio si è tenuto un presidio-assemblea di protesta contro i tagli di circa 100 dipendenti davanti ai cancelli dell’azienda. Per ora sembra che tutte le ipotesi sul fronte della trattativa rimangano aperte. La RSU della <strong>Lever</strong> di Casapusterlengo (140 lavoratori già in cassa integrazione) in un’assemblea sindacale tenutasi nella sala consiliare del Comune, ha proposto agli enti locali interventi di sostegno a favore dei cassaintegrati che vanno dalla riduzione o l’annullamento delle tasse comunali, alla riduzione dei ticket sanitari e a sconti consistenti su un paniere di prodotti di prima necessità. La <strong>Somma</strong>, azienda edile di Somaglia, a seguito della profonda crisi che sta vivendo il comparto, è in procinto di chiedere la messa in liquidazione con la conseguente apertura della procedura di mobilità per gli 80 addetti. I sindacati puntano invece ad un anno di cassa integrazione straordinaria. L’<strong>Auchan</strong>, il noto centro commerciale di S.Rocco al Porto, che ha fatto registrare una contrazione del 50% circa del fatturato a seguito del crollo del ponte sul Po della Via Emilia il 30 aprile scorso, dopo aver comunicato l’intenzione di voler avviare la procedura di mobilità per 100 dipendenti (circa un terzo del totale), ha accettato la proposta delle rappresentanze sindacali di fare ricorso, per 260 lavoratori su 307, al contratto di solidarietà con una riduzione dell’orario di lavoro pari al 36,88%. Il 15 giugno scorso otto ex operai della <strong>Digital Print</strong> di Lodi hanno dato vita a un sit-in di protesta davanti all’azienda accusata di non pagare gli stipendi da parecchi mesi. Gli ex dipendenti, visti i ritardi nel pagamento degli stipendi, hanno dovuto procedere a licenziarsi per giusta causa. L’azienda, secondo i dipendenti, non aveva intenzione, nonostante le continue proposte, di sopperire alle difficoltà avviando le procedure di cassa integrazione. Nonostante la manifestazione di protesta e il presidio-assemblea dello scorso 11 giugno a cui hanno partecipato 120 dei 403 dipendenti, il <strong>Fatebenefratelli</strong> di San Colombano al Lambro, gloriosa casa di salute che ospita circa 400 malati psichici, a metà giugno ha avviato la procedura di mobilità per 62 dipendenti. Ai primi di settembre, in assenza di un accordo tra le parti, l’azienda sarà libera di procedere con il licenziamento. Immediata la risposta sindacale che ha indetto il blocco degli straordinari e uno sciopero di 24 ore lo scorso 2 luglio.</p>
<p><a name="sezione12">CREMONA</a></p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span>: Anche la provincia di Cremona, secondo i dati resi noti all’inizio del mese di luglio, sembra accusare pesantemente l’onda lunga della crisi economico-finanziaria. Nel primo trimestre 2009 (i dati disponibili riguardano solo questo periodo) i principali indicatori presentano tutti segno negativo rispetto allo stesso periodo precedente: produzione (-2%); ordini interni (-3,6%); fatturato estero (- 1%). Sul fronte del mercato del lavoro da evidenziare una forte flessione dell’occupazione e un aumento netto dei ricorsi alla cassa integrazione delle aziende colpite dalla crisi. Nella zona del Cremasco, secondo i dati diffusi, si concentra la gran parte delle 300 aziende e dei 4.000 cassaintegrati dell’intera provincia. Questo spiega perché proprio a Crema il 26 giugno scorso si sia tenuto lo sciopero generale territoriale dei metalmeccanici cremonesi (oltre trecento i lavoratori presenti). Nell’area di Castelleone, da sempre principale polo produttivo (metalmeccanico) dell’area, si contano ormai circa 600 cassaintegrati. Sono in aumento le aziende che annunciano la chiusura o il drastico ridimensionamento e la disoccupazione sta crescendo a ritmo frenetico. I settori colpiti più duramente dalla crisi risultano essere il metalmeccanico, il settore edile e quello del legno. Come succede anche in altri comprensori la stretta risulta molto dura soprattutto nel settore delle piccole e medie imprese. Per dare un’idea basti dire che Confartigianato Cremona nei primi sei mesi dell’anno ha stipulato e prestato assistenza per 71 accordi di cassa integrazione straordinaria in deroga, che hanno interessato circa 350 dipendenti. Le piccole aziende (nella fascia da 1 a 12 dipendenti) che solo nell’area di Castelleone hanno utilizzato la cassa sono 50 (coinvolgendo 250 addetti circa).</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: La <strong>Saco</strong> di Castelleone, una delle tre filiali italiane del colosso metalmeccanico tedesco la Gildemeister, ha annunciato la dismissione del sito produttivo e la messa in mobilità di 91 dipendenti (su un totale di 100). Secondo la proprietà la Saco da mesi sta producendo un decimo del suo fatturato ordinario e sembra abbia accumulato perdite per circa 3 milioni di euro. I sindacati hanno chiesto alla proprietà tedesca di fare ricorso a tutti gli strumenti atti a garantire il mantenimento dell’occupazione. Lo scorso 16 giugno 91 dipendenti hanno scioperato contro l’imminente chiusura dell’azienda. Svariati gli esponenti politici che si sono distinti nel tentativo istituzionale di salvare il sito produttivo. Tra questi la senatrice Pd Cinzia Fontana, l’ex presidente della Provincia Giuseppe Torchio, l’onorevole Torazzi della Lega Nord e Fortunato Pedrazzi  consigliere regionale Pd. In un summit tenutosi presso la sede della Provincia di Cremona lo scorso 3 luglio l’azienda ha annunciato di voler bloccare le lettere di mobilità, e di pensare al ricorso alla cigs per uno o due anni, pur confermando la volontà di trasferire una parte della produzione negli altri siti produttivi italiani. La <strong>Marsili</strong> di Castelleone (170 dipendenti) ha dichiarato a fine giugno di voler ridimensionare la propria forza-lavoro di 60 unità. Lo strumento proposto è stata la mobilità volontaria incentivata  (in pratica i dipendenti che decidono di dimettersi hanno diritto a un compenso extra).<strong> </strong>La <strong>Fir Elettromeccanica Spa</strong> di Casalmaggiore avrebbe deciso di chiudere lo stabilimento di Via Vanoni (25 addetti) e dichiarare complessivamente 27 esuberi. Immediata la risposta dei sindacati che hanno organizzato il 26 giugno un presidio e un corteo anti-esuberi a cui hanno partecipato un centinaio di lavoratori. Solo nei prossimi giorni e mesi forse si chiarirà la situazione della nota azienda. La <strong>Chromavis</strong> (200 dipendenti), azienda operante nel settore cosmesi, che ha stabilimenti a Vaiano Cremasco, Crema e Chieve ha ipotizzato un ridimensionamento della forza lavoro di 30 unità. Sempre nel settore chimico versano nella stessa situazione la <strong>Coim</strong> di Offanengo (mobilità per 15 lavoratori) e la <strong>Lumson</strong> di Copergnanica (tutti i 150 dipendenti in cassa).</p>
<p><a name="sezione13">MANTOVA</a></p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span>: Per mesi la forte incidenza della componente agroalimentare sull’economia provinciale ha rallentato la percezione dell’effetto crisi sulla realtà mantovana. Ma in quest’ultimo periodo vi è stato, secondo il presidente della Provincia Maurizio Fontanili, uno shock delle attività produttive di base tra cui il settore chimico, il cui indotto impiega circa 3000 addetti. Secondo Menini, segretario provinciale della Cisl “su un totale di 150 mila lavoratori attivi ogni giorno restano ‘sospesi’ per cassa e ammortizzatori 2300 addetti”. Secondo i dati messi a disposizione dalla CGIL in provincia aumentano i disoccupati (arrivati a 998 nei primi cinque mesi dell’anno), le ore di CIG autorizzate (dalle 480.000 di aprile alle 630.000 di fine maggio), e i lavoratori in mobilità (205 a maggio).</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: La <strong>Sidel</strong> di Valdaro, in via unilaterale senza l’accordo preventivo con le parti sociali, ha avviato la procedura di mobilità per 53 dei 172 addetti in organico. Le organizzazioni sindacali e le istituzioni locali hanno tentato, invano finora, di far rientrare il progetto di drastico ridimensionamento dell’azienda. All’<strong>Iveco</strong> di Suzzara, stabilimento in cui si produce il Daily (prodotto che sta conoscendo una forte contrazione nelle vendite) continua il periodo di cassa che coinvolge a turnazione 1762 operai e 195 impiegati. A seguito della strage ferroviaria di Viareggio e del conseguente annullamento da parte di Trenitalia del contratto di manutenzione la <strong>Cima</strong> di Bozzolo annuncia di dover mettere in cassa integrazione altri dipendenti (oltre ai 40 già in cassa a turno dallo scorso febbraio).</p>
<p style="text-align:center;">***</p>
<p><a name="sezione14">Lavoratori immigrati: sottopagati, vittime di incidenti e a rischio espulsioni</a></p>
<p>Da un&#8217;indagine condotta dalla Cgil nella provincia di Milano, e in cui si confronta la situazione dei lavoratori stranieri e quella degli italiani, risulta che i lavoratori immigrati guadagnano in media il 20% in meno degli italiani (1.048 euro contro 1.320), sebbene abbiano titoli di studio più alti. Inoltre molti stranieri non prendono gli straordinari perché il loro rapporto di lavoro non è regolare. Come se non bastasse, il 60% dei lavoratori stranieri viene chiamato con un nomignolo, il 53% ha subito appellativi razzisti (27% nel caso degli italiani), il 60% non riesce a fare rispettare le proprie prerogative contrattuali (46% per gli italiani), il 48% dichiara di essere stato vittima di mobbing (31% per gli italiani). Inoltre il 61% dei lavoratori stranieri non si sente appagato rispetto all&#8217;ambiente fisico e alla sicurezza, il 55% rispetto a orari e ritmi e il 53% rispetto alla conseguente possibilità di conciliare il lavoro con la propria vita privata. Una percentuale altissima, l&#8217;88%, ha dichiarato di non essere soddisfatto del grado di coinvolgimento nelle decisioni aziendali, e una percentuale quasi altrettanto alta, 75%, non è soddisfatta della possibilità di fare carriera. Tra i lavoratori italiani, il 30% teme che la società multietnica crei disoccupazione e abbassi i salari e il 40% ritiene che la clandestinità favorisca lo sfruttamento e quindi una concorrenza tra gli italiani garantiti e protetti dai contratti e gli irregolari, ricattabili e sottopagati. Dal rapporto della Banca d&#8217;Italia sull&#8217;economia lombarda emerge un&#8217;altra notevole differenza, questa volta anagrafica: quasi l&#8217;80% dei lavoratori immigrati nella regione ha meno di 45 anni, contro il 63% per gli italiani. L&#8217;Eco di Bergamo da parte sua ha posto alcune domande sul tema a Laura Sabbadini, dirigente Istat per il settore qualità della vita. Alla domanda, tra le altre, se i lavoratori stranieri non rubino il posto agli italiani Sabbadini ribatte: &#8220;La risposta è no, non sembra proprio che stia succedendo. Gli stranieri crescono nelle professioni non qualificate, gli italiani diminuiscono nelle professioni tecniche, intellettuali, dirigenziali, tra gli operai e i piccoli imprenditori. Le professioni degli stranieri sono diverse: badanti, braccianti, agricoltori, collaboratori domestici e via dicendo. I nostri studi dicono che gli stranieri continuano a svolgere queste professioni&#8221;. In tema di lavoratori immigrati va registrato inoltre il panico che hanno generato anche in Lombardia le nuove normative contro gli immigrati contenute nel ddl sicurezza. La diminuzione delle badanti costrette a lavorare al nero o degli immigrati che lavorano senza contratto per gli artigiani apporterebbe un duro colpo all&#8217;attuale sistema sociale lombardo. Secondo le stime della Cgil sono circa 50.000 le badanti che lavorano nella provincia di Milano e di queste un numero quantificabile approssimativamente in 20.000 (o anche di più) è al nero. Quelle senza permesso di soggiorno non possono essere regolarizzate in alcun modo e ora rischiano l&#8217;espulsione. Le badanti, ricorda il sindacato, non lavorano solo presso le famiglie, ma anche nelle case di riposo (oggi si chiamano Rsa) dove spesso i familiari degli assistiti sono tenuti, dati i tagli finanziari, a mettere a disposizione le badanti nelle ore dei pasti e per la pulizia personale dell&#8217;anziano. Nel settore delle badanti (per la maggior parte ucraine o romene) intanto si registra una flessione dell&#8217;offerta di lavoro dovuta alla crisi, mentre il ddl sicurezza peggiora anche la loro condizione di vita generale: chi non è in regola con il permesso non si recherà presso le strutture ospedaliere in caso di necessità di cure e, inoltre, se una donna partorisce non potrà dichiarare il nascituro all&#8217;anagrafe. Il bisogno di lavoratori immigrati da sfruttare è tale che l&#8217;Unione Artigiani di Milano ha lanciato un allarme che Libero, quotidiano con pochi peli sulla lingua quando si parla di stranieri, riporta titolando: &#8220;Allarme artigiani: senza clandestini chiudiamo&#8221;. Secondo l&#8217;Unione Artigiani, citata da Libero, nel settore dell&#8217;artigianato sono circa 10.000 i lavoratori clandestini a rischio di espulsione. &#8220;Si tratta di addetti impiegati in attività artigiane che attendono di essere inseriti regolarmente nelle aziende dove già operano e che sono assolutamente indispensabili per fare funzionare migliaia di aziende nella sola provincia di Milano&#8221;, spiega Marco Accornero, segretario generale dell&#8217;associazione. Le categorie in cui sono più presenti sono quelle dell&#8217;edilizia, della produzione meccanica e dei servizi di pulizia. Le dichiarazioni riprese dal quotidiano lasciano allibiti, perché dietro ai giri di parole l&#8217;Unione Artigiani sembra ammettere che i propri associati sono massicciamente impegnati in rapporti di lavoro illegali. E intanto gli stranieri sono sempre più vittime di incidenti sul lavoro. Scrive l&#8217;Eco di Bergamo: &#8220;Mentre in Italia, complessivamente, gli infortuni sul lavoro e le morti bianche diminuiscono, crescono gli incidenti tra gli stranieri operativi sul nostro territorio&#8221;. Nel 2008 gli incidenti in Italia sono calati del 4,1% rispetto all&#8217;anno precedente, e i casi mortali del 7,2%. Gli infortuni di lavoratori stranieri, però, sono passati da 140.785 a 143.651 e oggi rappresentano il 16,4% del totale. I casi mortali di occupati stranieri sono leggermente diminuiti (da 178 a 176), ma rappresentano il 15,7% del totale, contro il 14,7% dell&#8217;anno precedente e il 12,5% del 2006. A Brescia gli infortuni di stranieri sono stati addirittura pari al 25,4% del totale e le morti bianche al 26,5%. A titolo di esempio, solamente nella giornata del 14 luglio sono rimasti vittima di incidenti mortali o gravissimi sul lavoro in Lombardia ben tre lavoratori stranieri: a Peschiera Borromeo è morto schiacciato da un pilone il muratore albanese Shpetim Hoxha, di 45 anni, nell&#8217;Oltrepo pavese un operaio tunisino, anche lui di 41 anni, è stato ricoverato in gravi condizioni in rianimazione dopo una caduta in cantiere, mentre a Piancamuno, in Valcamonica, è morto travolto da un manufatto di cemento un operaio peruviano di appena 21 anni.</p>
<p>(questo Diario della crisi in Lombardia è stato redatto sulla base di un sistematico sfoglio della stampa locale lombarda dall&#8217;8 giugno al 17 luglio 2009)</p>
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		<item>
		<title>Un commento su &#8220;All&#8217;origine delle crisi: sovraproduzione o sottoconsumo?&#8221;</title>
		<link>http://milanointernazionale.it/2009/07/21/un-commento-su-allorigine-della-crisi-sovraproduzione-o-sottoconsumo/</link>
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		<pubDate>Tue, 21 Jul 2009 11:04:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milanointernazionale</dc:creator>
				<category><![CDATA[5. La posta dei lettori]]></category>
		<category><![CDATA[Crisi]]></category>

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		<description><![CDATA[Riportiamo qui di seguito il commento che un nostro lettore ha scritto riguardo a &#8220;All&#8217;origine delle crisi: sovraproduzione o sottoconsumo?&#8221; di Louis Gill, pubblicato recentemente da Milano Internazionale. Vi ricordiamo che siamo sempre lieti di ricevere vostri commenti (milanointernazionale.it@gmail.com) e siamo pronti a pubblicarli, con il vostro consenso, nella nuova apposita sezione &#8220;La posta dei [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&amp;blog=7100082&amp;post=701&amp;subd=milanointernazionale&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Riportiamo qui di seguito il commento che un nostro lettore ha scritto riguardo a &#8220;<a href="http://milanointernazionale.it/2009/06/30/allorigine-delle-crisi-sovraproduzione-o-sottoconsumo/" target="_blank">All&#8217;origine delle crisi: sovraproduzione o sottoconsumo</a>?&#8221; di Louis Gill, pubblicato recentemente da Milano Internazionale. Vi ricordiamo che siamo sempre lieti di ricevere vostri commenti (<a href="mailto:milanointernazionale.it@gmail.com">milanointernazionale.it@gmail.com</a>) e siamo pronti a pubblicarli, con il vostro consenso, nella nuova apposita sezione &#8220;La posta dei lettori&#8221;.</p>
<p><span id="more-701"></span></p>
<div><span style="font-family:Arial;font-size:x-small;"></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;">Vorrei fare notare una cosa:  l’espansione monetaria, la bolla immobiliare, il deficit statale statunitensi,  il permettere una leva maggiore alle banche, ma anche fenomeni meno recenti sono  stati tutti tentativi per rendere più vitale un’economia che negli ultimi  decenni ha invece tendenzialmente languito, perché? Provo a dare una  spiegazione, sta a voi trovarle valide o meno, vi prego solo di considerare coem  il discorso sarebbe assai amplio e che nel condensarlo alcuni passaggi  potrebbero essere diventati più deboli di quanto non siano in  realtà:</span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;"> </span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;"> </span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;">Faccio un paio di premesse: da circa  20 anni<span> </span>i mercati occidentali hanno  visto arrivare merci cinesi. Questo, inevitabilmente, ha ridotto il fatturato  delle manifatture “nostrane”, ma questo, come era già capitato con l’arrivo dei  giapponesi, non era necessariamente un colpo mortale,  anzi.</span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;"> </span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;">Resta tuttavia il calo della  produzione, quindi della produttività, quindi di salari e stipendi. Per  compensare questo fenomeno e, in generale, per contrastare politiche inflative,  si è puntato, più che ad aumentare i salari, a calmierare i prezzi. Il metodo  scelto, almeno in prevalenza, è stato quello di “razionalizzre” la  distribuzione, portandola cioè da un sistema atomizzato su una miriade di  piccoli punti vendita ad un insieme meno complesso e più “razionale” ovvero la  Grande Distribuzione Organizzata (G.D.O.). Tutto questo, ribadisco, nell’ottica  di salvaguardare il potere d’acquisto di salari e stipendi tenendo basso il  prezzo di vendita dei beni. </span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;"> </span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;">Vi sono, però, alcuni problemi (per  semplificare non parlerò di settori come l’alimentare, l’assicurativo o il  farmaceutico dove le cose sono simili ma non identiche):</span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;"> </span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;"><span> </span>La GDO richiede merci che siano le più  standardizzate possibile, questo per mantenere costanti (non alti, costanti) gli  standard qualitativi e per non aver problemi di giacenze di magazzino (se le  merci non passano di moda non abbiamo obsolescenza e non serve pagare gente per  codificarne di nuove ad ogni cambio di stagione). Per questo motivo una grande  catena prediligerà un fornitore in grado di rifornirlo, in maniera costante nel  tempo, con grandi quantitativi. Tenderà, viceversa, a delistarne un altro con  maggiore qualità ma con quantità minori ed in modo più incostante.  Contemporaneamente preferirà avere un numero di referenze relativamente basso e  quindi, ridurrà il numero delle aziende fornitrici. Per finire cercherà di  favorire merci dal prezzo di vendita appetibile pur mantenendo un ricarico assai  alto</span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;"> </span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;">Ora, quale è la differenza maggiore  tra la produzione occidentale e quella dei paesi emergenti? Che questi ultimi  sono avvantaggiati nelle produzioni a bassa qualità ed ad alta quantità,  viceversa, nelle produzioni di nicchia o personalizzate pagano costi più alti di  addestramento del personale. </span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;"> </span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;">Generalizzando e banalizzando, è  come nello sport: i cinesi sono bravi nei tuffi perché nel ripetere innumerevoli  volte lo stesso movimento fino a renderlo perfetto sono imbattibili. Nelle  discipline in cui venga richiesta, invece, un certa flessibilità e capacità di  adattamento sono più bravi gli occidentali. </span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;"> </span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;">Questo ha, di fatto, creato una  barriera per le merci occidentali. </span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;"> </span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;">Senza scomodare Smith e la ricchezza  delle nazioni, è evidente come il deficit commerciale americano sia cresciuto a  dismisura e come, contemporaneamente, catene come WallMart abbiano raggiunto dei  ricavi tali da collocarsi tra il PIL di Taiwan e quello  dell’Austria.</span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;"> </span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;"> </span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;">C’è poi un secondo punto: il fatto  che uno o più passaggi della catena produttivo/distributiva si svolgano al di  fuori del paese in cui i beni vengono consumati non è di per se desiderabile, ma  neppure evitabile. In effetti passaggi come l’estrazione e la raffinazione delle  materie prime si attuano dove le materie siano reperibili. Resta il fatto che  più alta è la frazione della filiera si svolge nel territorio tanto più alta  sarà la produzione di ricchezza, e quindi di reddito, dell’area stessa. </span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;">Senza rimandi a Keines, provo a  descrivere: dietro l’acquisto, a titolo d’esempio, di un portafogli ci sono  moltissimi passaggi: la creazione della pelle, (con a monte un’ulteriore catena  produttiva) la concia, la colorazione, il taglio, la vendita al pellettiere, la  creazione dell’oggetto, il trasferimento verso il paese di vendita  (importazione) la distribuzione del grossista, la presentazione tramite agenti  al negoziante, l’acquisto di questi e poi la cessione al cliente finale. <span> </span>A valle di questo c’è poi il  pagamento delle spese del negozio (affitto e commessi) e il reddito del  commerciante che si suppone verrà consumato nella sua stessa area attivando  altre catene. </span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;">Ogni passaggio genera un aumento di  prezzo, vero, ma anche un ricavo (valore aggiunto) che andrà a costituire  un’aliquota del PIL. </span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;"> </span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;">La tendenza attuale è che la GDO sia  allo stesso tempo importatrice e venditrice finale dei diversi beni. Con  l’aggravante di avere dimensioni tali da poterne in larga misura controllare la  produzione. Per rendersi conto di cosa questo comporti basta un semplice  confronto: che differenza di impatto sull’economia di un area hanno il reddito  di un negoziante titolare di un negozio di calzature e la commessa assunta con  contratto atipico per vendere scarpe in un grande magazzino? Il costo del  personale, per la GDO pare si aggiri attorno all’11% del fatturato. Il resto va  via dal territorio: come dire che i soldi spesi in tal modo non vanno a  finanziare ulteriori attività ed a contribuire, quindi, alla crescita del  reddito del paese e, di conseguenza, della capacità di spesa dei suoi abitanti.  Semplicemente vanno altrove, magari a costruire grattaceli in  Asia.</span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;"> </span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;">L’effetto, riassumendo, è questo: da  un lato si riducono gli sbocchi alle merci occidentali, dall’altro si  contraggono le possibilità di produrre ricchezza. Da qui il calo della  produttività, da cui deriva il calo dei salari, da cui a sua volta, deriva la  sovrapproduzione. Infine, i flussi di denaro provenienti dai consumi delle  famiglie, anziché essere reinvestiti ove si siano creati, tendono ad andarsene  verso altre aree produttive concorrenti.</span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;"> </span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;">L’effetto è stato il calo dei  consumi a cui abbiamo assistito negli ultimi decenni, specie nei paesi in cui  minori sono state le politiche di supporto all’economia (penso ad Italia e  Germania). </span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;"> </span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;">Vista l’abbondanza di persone che  nel ramo finanziario ne sanno più di me mi permetto solo di accennare al fatto  che sia stata finanziata la costruzione di un numero di centri commerciali assai  più alto rispetto a quello che parrebbe essere sostenibile dal territorio. In  effetti già prima dello scoppio della crisi parevano assai sotto utilzzati. Non  è il mio campo e non me lo so spiegare, ma immagino possa aver a che vedere con  la possibilità di tali strutture di essere formidabili raccoglitori di flussi di  cassa. Ma qui mi fermo.</span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;"> </span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;">La creazione di ricchezza da parte  della finanza ha dato un temporaneo sollievo, ma ora ci tocca curare la malattia  assieme al rigetto della cura.</span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;"> </span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;">Soluzioni? Visto che ritengo la  trasformazione avvenuta in gran parte dovuta a scelte politiche, queste  andrebbero cambiate. Non v’è dubbio che se non creeremo sbocchi di mercato alle  nostre manifatture queste non torneranno a produrre. </span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;"> </span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;">Un ultimo appunto, questo relativo  in modo particolare all’Italia ed alla sua industria della moda: un nuovo  stilista difficilmente potrebbe riuscire a vendere i propri prodotti a qualche  catena, è più probabile che ne trovi qualcuna che ne copi i capi meglio riusciti  e li produca in proprio. Per affermarsi hanno invece bisogno di trovare una  serie di negozietti che, grazie alla loro esperienza professionale credessero in  lui e lo proponessero ai loro clienti. Come siamo messi? Quanti nuovi stilisti  sono emersi in Italia nell’ultimo decennio? E quanti hanno iniziato a non  produrre più limitandosi a vendere il marchio a produttori delle merci più  disparate? Viceversa c’è il fenomeno delle reti di vendita, ovvero i negozi di  aziende spesso italiane aperti in giro per il mondo. Finché vendono merce di  produzione italiana, a noi convengono. </span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;"> </span></p>
<p style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;"><a href="mailto:mramaya@hotmail.it" target="_blank">mramaya@hotmail.it</a></span></p>
<p></span></div>
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		<title>In difesa di Washington e Wall Street (seconda parte)</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Jul 2009 07:09:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milanointernazionale</dc:creator>
				<category><![CDATA[2. Crisi globale]]></category>
		<category><![CDATA[Crisi]]></category>

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		<description><![CDATA[In difesa di Washington e Wall Street (seconda parte) di Robert Fitch 4. La spiegazione del tracollo La causa immediata della crisi del 2007-2008 è stata l’implosione di quella che il prof. Robert Shiller di Yale ha definito la più grande bolla immobiliare della storia statunitense, probabilmente della storia mondiale. Tra il 1996 e il [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&amp;blog=7100082&amp;post=678&amp;subd=milanointernazionale&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>In difesa di Washington e Wall Street (seconda parte)</strong></p>
<p><strong>di </strong><strong>Robert Fitch</strong></p>
<p><span style="text-decoration:underline;">4. La spiegazione del tracollo</span></p>
<p>La causa immediata della crisi del 2007-2008 è stata l’implosione di quella che il prof. Robert Shiller di Yale ha definito la più grande bolla immobiliare della storia statunitense, probabilmente della storia mondiale. Tra il 1996 e il 2005 i prezzi delle case a livello nazionale sono aumentati di circa il 90%. Solo nei 5 anni dal 2000 al 2005 i prezzi delle case sono aumentati del 60%. Questo non avvenne neppure durante il boom immobiliare degli anni ’20: lo scoppio premonitore della bolla nel 1926 diede dei segnali fortissimi su quello che sarebbe potuto succedere, ma furono vani, e si arrivò al collasso ben maggiore del 1929. Mentre la meccanica interna delle parti individuali che componevano l’apparato autodistruttivo della bolla è notoriamente complessa &#8211; SPV, SIV, CDO, CDS e altra “materia oscura finanziaria” &#8211; la meccanica del collasso in sé è piuttosto semplice.</p>
<p><span id="more-678"></span></p>
<p>Non è necessario capire la meccanica quantistica per capire perché una mela cade a terra. La meccanica newtoniana è sufficiente. Né ci serve studiare la struttura del Dna per capire perché gli anziani cadono &#8211; fanno passi più corti e lenti. Nello stesso modo, se concentriamo la nostra attenzione sulle complicazioni della frenetica finanza di Wall Street e sui difetti dei meccanismi di controllo di Washington, si perde la prospettiva sulle cause ultime della crisi mondiale, a beneficio solo di quelle immediate.</p>
<p>La causa ultima della crisi del 2007-2008 non è stata la punzecchiatura della bolla immobiliare degli Stati uniti, ma l’implosione della più grande e più lunga espansione globale della storia del capitalismo, a partire dai tempi della prima rivoluzione industriale (1760-1830). La rapida trasformazione, soprattutto delle economie cinese e indiana, ha prodotto un super boom che ha spazzato via tutti i modelli di espansione economica. Il tasso di crescita del Pil mondiale ha toccato picchi senza precedenti &#8211; il 6% nel 2007, sei volte il tasso di incremento registrato durante la prima rivoluzione industriale.</p>
<p>E che cosa ha spinto il boom? Contrariamente all’asserzione al cuore del discorso del “centro ragionevole” (il periodo è stato caratterizzato dall’ascesa del postindustrialismo e dalla progressiva diminuizione degli operai, destinati a fare la fine dei contadini), il boom è stato caratterizzato da tassi record di crescita manifatturiera e tassi ancora maggiori di crescita nel commercio manifatturiero. L’aumento della manifattura è stato alimentato da una riconfigurazione mondiale, con una migrazione mondiale del capitale manifatturiero dai paesi più sviluppati a quelli meno sviluppati. Il capitale è stato attratto da raccapriccianti (ma quanto incantevoli!) tassi di sfruttamento del lavoro &#8211; in India, che sta emergendo come il back-office del mondo, ma soprattutto in Cina che è diventata la fabbrica del mondo, con i suoi 109 milioni di lavoratori nella manifattura (nei paesi del G7 in tutto sono 53 milioni). Negli Stati uniti il salario orario mediano nella manifattura è di 17,85 dollari. In Cina i lavoratori manifatturieri delle province costiere guadagnano 91 centesimi all’ora con tassi di produttività che stanno convergendo con quelli statunitensi (i lavoratori delle province dell’interno guadagnano 57 centesimi all’ora).</p>
<p>Il lungo boom che è iniziato nel 1983 ha visto uno stupefacente rovesciamento della struttura economica &#8211; soprattutto negli Usa dove il settore “Fire” ha superato la manifattura, e qualsiasi altra cosa, diventando il settore più importante del Pil. Nel 1983, all’inizio del boom, la manifattura era più grande di “Fire”. Dal 2007 “Fire” è diventato 1,8 volte più grande della manifattura. Ci sono stati anche altri rovesciamenti altrettanto bizzarri della fortuna economica, per cui gli Usa, una volta la prima nazione creditice del mondo, sono oggi diventati il più grande paese debitore, mentre i paesi poveri (in primo luogo la Cina) sono i più grandi suoi creditori.</p>
<p>Ma nonostante queste sorprendenti novità, questo boom è terminato con sovraproduzione e sovraconsumo nello stesso identico modo dei boom classici del passato. Consideriamo le depressioni mondiali iniziate nel 1837, nel 1873 e nel 1929. Per queste crisi (come per quella iniziata nel 2007-2008) la seguente sequenza a sette stadi può servire come modello:</p>
<p>1. Caduta del saggio di accumulazione, o almeno caduta del saggio di accelerazione; i saggi di profitto realizzati possono crescere anche fino alla vigilia del collasso; ma questi alti saggi poggiano su tassi di accumulazione in rallentamento.</p>
<p>2. Formazione di scorte di capitale eccedente. Incapace di tornare a “casa” per un reinvestimento produttivo, questo eccedente cerca di preservarsi spostandosi nei canali finanziari.</p>
<p>3. L’eccedenza di offerta di capitale forza al ribasso i tassi di interesse, aprendo la via a inflazione degli attivi ed eccessi finanziari. In primo luogo perché bassi tassi d’interesse aumentano automaticamente il valore del capitale fittizio della terra e dei titoli; in secondo luogo perché bassi tassi d’interesse abbassano i premi di rischio, promuovendo un comportamento più arrischiato dei <em>rentiers</em> alla caccia di rendimenti maggiori.</p>
<p>4. Si forma una bolla degli attivi, gli speculatori attratti da aumenti dei prezzi degli attivi apparentemente inesorabili. I prezzi aumentano ancor di più a causa della strisciante psicologia da bolla.</p>
<p>5. La catena di carta di spezza. I prezzi delle case fanno esplodere i redditi familiari, i prezzi delle azioni salgono oltre ogni storico rapporto prezzo/dividendo. I prezzi collassano. Una crisi finanziaria locale scoppia tra i debitori più vulnerabili, che non possono più rifinanziarsi, lasciando tutta l’ultima infornata di titolari di mutui ipotecari incapaci di pagare i loro debiti, e/o speculatori borsistici che non riescono a coprire le chiamate di margine addizionale dei loro brokers. I prezzi degli attivi collassano, trascinando con loro chi fornisce credito.</p>
<p>6. Il diluvio finanziario si allarga al di là del punto originario, con la deflazione degli attivi che scatena un panico globale. E alla fine, ma non ancora ovviamente per la crisi iniziata nel 2007-2008:</p>
<p>7. Stagnazione economica prolungata; ovunque tassi di disoccupazione a due cifre; salari e prezzi delle merci in caduta; crescente nazionalismo economico e tendenza verso il “capitalismo organizzato”.</p>
<p>Ci sono due maggiori differenze tra questo scenario a sette stadi e quanto solitamente si afferma. Le spiegazioni monetarie e regolazioniste vedono il problema centrato negli Usa. Naturalmente gli Stati uniti non possono essere ignorati &#8211; il tracollo è iniziato qui. Ma l’enfasi dev’essere sugli squilibri globali. E’ vero, gli Usa stanno sovra-consumando. Ma il resto del mondo sta sovra-producendo. La seconda differenza è relativa all’enfasi da porre su come gli eccessi nel settore reale &#8211; la pletora di capitali e i bassi tassi d’interesse che ne derivano &#8211; causano le follie del settore “Fire”. I modelli tradizionali rovesciano la catena causale, sarebbero gli eccessi finanziari e immobiliari a mettere in ginocchio un settore reale sostanzialmente sano.</p>
<p>Se non fosse per un Greenspan che non ne azzecca una, o per un pugno di strampalati operatori di hedge funds, per i sostenitori dei modelli tradizionali non ci sarebbe nessuna ragione per cui l’espansione non potrebbe andare avanti indefinitamente. Non vedono una espansione di 25 anni come qualcosa di simile a un vecchio cane di 25 anni. Ma la bolla è davvero scoppiata. Come? Per i Repubblicani per via esogena &#8211; dal di fuori del sistema &#8211; a causa di dubbi regolatori che hanno disturbato il naturale percorso dell’economia verso l’autocorrezione; per i Democratici la bolla è un prodotto endogeno &#8211; nel settore “Fire” &#8211; aiutato da dubbi regolatori che girano la testa quando ci sono eccessi speculativi.</p>
<p>I Democratici citano un mucchio di regolamentazioni mancate o fallite. Ci sta il problema delle regolamentazioni frammentate &#8211; la Fed regola le banche; la Sec le borse; lo Stato le assicurazioni. Puntano il dito contro le misure di deregolamentazione come l’abolizione della Glass-Steagall. E poi c’è una questione imbarazzante come la regolamentazione privata &#8211; cedere il rating dei titoli ad agenzie private di rating legate da conflitti d’interesse. Forse ancora più grave è l’assenza di nuove regolamentazioni per le nuove istituzioni &#8211; per es., il fallimento nel mettere sotto controllo il mercato dei derivati OTC; idem per l’emergere di un sistema bancario ombra che ha creato “di fatto una catena di montaggio per acquistare, combinare e vendere titoli non registrati ad alto rischio”.</p>
<p>I Repubblicani &#8211; con i loro mentori accademici: <em>supply siders</em>, Austriaci, <em>Chicago boys</em> &#8211; spesso parlano di regolamentazioni troppo strette, come il Community Reinvestment Act del 1978. L’Amministrazione democratica avrebbe consentito che gruppi comunitari come Acorn [Association of Community Organizations for Reform Now] costringessero banche gigantesche a fare prestiti di centinaia di miliardi di dollari a persone appartenenti a minoranze senza titoli per tali prestiti. Ma più che altro si concentrano sull’attivismo di Alan Greenspan sui tassi di interesse. E’ il mantra “troppo bassi, per troppo tempo” &#8211; i tassi applicati dalla Fed, sottolineano, sono rimasti sotto il 2% dal 2002-2004.</p>
<p><em> </em></p>
<p>Un problema con questa spiegazione è che la bolla non è iniziata nel 2002. Era già in corso nel 1996. Come Robert Shiller ha sottolineato è durata tre volte il periodo di rilassatezza monetaria. La crescita della bolla ha continuato ad accelerare anche nel 1999, quando la Fed frenava. Comunque i tassi sui mutui trentennali rispondevano ben poco alle mosse della Fed quando modificava le curve dei tassi d’interesse a breve.</p>
<p><em> </em></p>
<p>Ma quello che è ancora più importante, se la bolla statunitense fosse stata il risultato di una errata politica della Fed &#8211; perché allora ci sono state bolle immobiliari in giro per tutto il mondo? Bolle in Spagna, Iralanda, Gran Bretagna e forse la madre di tutte le bolle, a Shanghai, dove si sono costruiti in un anno 1 milione di nuovi appartamenti (il picco annuale è di 2 milioni negli Usa nel loro complesso). E l’appartamento medio costava 300.000 dollari in una città dove il reddito familiare mediano è di 2.000 dollari. Per fare il confronto, il reddito mediano nel Queens è di 42.000 dollari. Se si applicasse nel Queens lo stesso rapporto reddito/prezzo delle case che c’è a Shanghai, il prezzo medio di una casa dovrebbe essere 6,3 milioni di dollari.</p>
<p><em> </em></p>
<p>Ma quello che mette ancora più in dubbio la versione “Greespan, il Grinch che ci ha rubato la prosperità”, è vedere il comportamento dei regolatori della banca tedesca. Praticamente nel 2002-2004 i tassi di interesse overnight praticati dalle banche tedesche erano solo di un 1% più alti di quelli praticati dalla Fed, e sono stati mantenuti bassi per più tempo che negli Usa. Ma non c’è stata nessuna bolla immobiliare. Lo stesso può esser detto per Svizzera e Austria: tassi di interesse molto bassi, nessuna bolla immobiliare.</p>
<p>Quello che le banche tedesche hanno creato (insieme alle loro omologhe svizzere, austriache e dell’Europa occidentale) è invece una bolla nel mercato dei paesi emergenti: prestiti bancari internazionali pari a 4.700 miliardi di dollari verso l’Europa orientale, l’America latina e l’Asia emergente, durante tutto il periodo del boom creditizio globale. E’ una somma, secondo i calcoli della BIS, che supera di gran lunga la debacle dei subprime e degli Alt-A in Usa.</p>
<p>Ci sono molti modi per costruire una bolla. Paesi diversi hanno stili architettonici diversi. L’America, con la sua cultura imprenditoriale più avanzata, ha lo stile più complesso: l’industria d’ingegneria finanziaria &#8211; gli Stati uniti hanno inventato trucchi del tipo cartolarizzazioni, Special Purpose Vehicles (SPV), e le Collateralized Debt Obligations (CDO). Ma i metodi dell’Europa centrale, anche se più tradizionali, funzionano perfettamente. I banchieri austriaci hanno semplicemente prestato enormi quantità di soldi ai loro clienti favoriti, gli ungheresi. Prestar soldi a degli ungheresi che non possono saldare i loro debiti è una solida tradizione austriaca che risale al 19° secolo, quando il sistema ferroviario ungherese fallì improvvisamente subito dopo che la Creditanstalt di Rothschild aveva terminato di finanziarlo. I prestiti ungheresi furono un importante fattore anche nel collasso della Creditanstalt nel 1931, che fece crollare l’industria austriaca del 60-80% innescando la Grande depressione europea. Questa volta le banche austriache hanno prestato l’equivalente dell’85% del Pil austriaco agli ungheresi, che hanno un debito estero pari al 100% del loro Pil.</p>
<p>Una regolamentazione ideale, rigorosa, completa, incorruttibile avrebbe potuto impedire tutto questo eccesso di prestiti a persone senza titoli per averli, lasciandoli morire nei buchi dove stavano. Ma in quale mondo dei burocrati delle regolamentazioni determinano le mosse dei banchieri, come <em>corgi gallesi</em> che, abbaiando e azzannando, conducono in mandria dei bovini? Certamente non nel nostro, dove le leggi che strutturano le regolamentazioni sono adottate da corpi legislativi interessati non alla stabilità macroeconomica, ma alla forza delle varie lobbies. Nel nostro mondo, la lobby più grande è di gran lunga quella “Fire”.</p>
<p>Anche se di regolatori ce ne fossero di più, e con maggiori poteri, non si vede come potrebbero evitare il ripetersi di un caso come quello della Long Term Capital Management (LTCM). LTCM ci insegna che basta un rinnegato hedge fund per dar fuoco a una crisi, quando i campi del capitale sono sufficientemente secchi. Quale regolatore può rivaleggiare con un gruppo di vincitori di premi Nobel o penetrare nelle loro formule sul rischio o anche solo decifrare i loro complessi scambi? E se anche dei legislatori e dei regolatori, facendo appello alla volontà politica e alla sofisticazione finanziaria, riuscissero in qualche modo ad addomesticare quelle canaglie geniali che sono i prestatori, cosa potrebbe impedire ai traders che vogliono scontare i loro rischi di spostarsi semplicemente in posti meno regolamentati? Come Bernanke ha osservato all’indomani del collasso di Bear Stearn: “La sorveglianza di queste imprese deve tener conto delle caratteristiche peculiari delle banche di investimento e far in modo di non inibire l’efficienza e l’innovazione, e non indurre a una migrazione di attività risk-taking verso istituzioni meno regolamentate o al di fuori dei nostri confini”.</p>
<p>Storicamente l’influenza dei regolatori è prociclica, meno manifesta quando ce ne sarebbe più bisogno. Le regolamentazioni sono più rigide all’indomani di un collasso, più deboli durante i grandi entusiasmi.  La Glass Steagall, la legge che metteva un freno alle attività sui titoli delle grandi banche, venne varata nel 1933; fu abolita nel 1999, all’apice del boom dot.com.</p>
<p>Secondo evidenza,  il comportamento dei banchieri è regolato non dai regolatori, ma dalle condizioni del mercato monetario. Quello che le grandi depressioni del 1837, 1873 e 1929 condividono con la crisi attuale è l’enorme afflusso nei centri finanziari di capitale in eccesso, abbassando i tassi di interesse e modificando standard e norme bancarie.</p>
<p>Ci sono pochi dubbi sul fatto che questa eccedenza si sia formata prima della crisi del 2007-2008. Un grande dibattito pubblico sulla sua provenienza e sul suo significato si svolse nel 2005 tra Bernanke e i critici della politica monetaria statunitense. Tutti concordavano sul fatto che la dimostrazione dell’eccedenza era data dal deficit della bilancia estera corrente. I critici della Fed la chiamavano “eccesso di liquidità”. Le centinaia di miliardi estratti ogni anno dai paesi poveri dell’Asia e fatti fluire in America sarebbero stati azionati dall’idraulica della politica monetaria statunitense. Politiche troppo espansive avrebbero portato gli Usa a sovra-consumare e a sovra-indebitarsi. Secondo Martin Wolf, editor de <em>The Financial Times</em>, gli Stati uniti hanno assorbito il 70% dell’eccedenza di capitale mondiale, mentre i suoi consumi contribuivano al 91% dell’incremento del Pil in questo decennio.</p>
<p>Bernanke, che nel 2005 era uno dei governatori della Fed, difese l’atteggiamento e la politica statunitense. Certo, prendeva nota del bizzarro rovesciamento dei ruoli &#8211; Scrooge che prende a prestito da Tiny Tim &#8211; ma sosteneva che l’eccedenza era un “eccesso di risparmio”. E che alla sua origine c’erano i cinesi. Quella statunitense era una reazione alla decisione cinese di risparmiare una porzione così ingente del loro reddito. Nei titoli del Tesoro statunitense e nelle imprese sponsorizzate dal governo erano stati investiti ben più di 1.000 miliardi. Il risparmio in Cina (gestito dallo Stato) aveva raggiunto uno sconcertante tasso del 50%. Anche le famiglie cinesi con redditi comparativamente ristretti risparmiavano il 30%. Le famiglie statunitensi, che all’inizio del superboom risparmiavano circa il 10%, ora avevano tassi di risparmio negativi. Ma gli americani facevano del loro meglio in una situazione non determinata da loro, agendo come consumatori stakanovisti per promuovere la continuazione dell’espansione globale. L’indebitamento Usa era necessario per proteggere il mondo dall’imminente collasso.</p>
<p>Un singolare aspetto del discorso di Bernanke, come d’altronde anche del discorso dei suoi avversari (i sostenitori della tesi della liquidità), è che nessuno pensa che il commercio c’entri qualcosa con il deficit commerciale. Spiega Bernanke: “La bilancia commerciale statunitense è la coda del cane; per la maggior parte è passivamente determinata dai redditi domestici ed esteri, dai prezzi delle attività finanziarie, dai tassi di interesse e dai tassi di cambio, a loro volta prodotti da forze più fondamentali”.</p>
<p>Per gli economisti, i mercati finanziari determinano i mercati delle merci. Ogni paese può avere un gigantesco surplus della bilancia commerciale; in ultima analisi quello che conta è una scelta politica riguardo al risparmio. Stavolta il paese con il surplus gigantesco è la Cina. Ci si dimentica completamente che surplus della bilancia commerciale / eccesso di capitale non esisterebbero senza pazzeschi saggi di sfruttamento del lavoro, nello stretto senso marxiano: il rapporto tra valore aggiunto e salari. Sia per ciò che ha spinto il boom, sia per ciò che ha causato lo scoppio, il cane è il saggio di sfruttamento. Il tasso di risparmio è la coda.</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">5. Conclusioni</span></p>
<p>Marx parlava spesso della “fame da lupi” dei capitalisti per il profitto, e del loro ingordo appetito per l’accumulazione di capitale. Non è una minore ironia il fatto che i capitalisti più voraci e ingordi della storia si rivelano essere dei membri del Partito comunista cinese esperti nel riverire Marx. Ma questo non diminuisce l’utilità delle premesse marxiane relative alla dinamica capitalista. Qual è la causa della crisi? La sovra-esportazione cinese o la sovra-importazione americana? &#8220;Quanto all’importazione e all’esportazione, si deve osservare”, scriveva Marx, &#8220;che tutti i paesi vengono coinvolti l’uno dopo l’altro nella crisi, e allora si dimostra che tutti, con poche eccezioni, hanno esportato e importato troppo, dunque <em>la bilancia dei pagamenti è sfavorevole a tutti</em>&#8221; [Marx, Il Capitale, libro terzo, Torino, Utet, 1987, pag. 618-619].</p>
<p>Marx non sarebbe rimasto sorpreso dal fallimento del Troubled Asset Relief Program, con i suoi 700 miliardi di dollari. &#8220;Naturalmente, è impossibile curare l’intero sistema artificiale di poderosa espansione del processo di riproduzione con l’espediente che una banca come, per esempio, la Banca d’Inghilterra fornisca a tutti gli speculatori, nei suoi biglietti, il capitale mancante, e acquisti l’insieme delle merci deprezzate ai loro antichi valori nominali&#8221; [Marx, Il Capitale, libro terzo, cit., pag. 617-618]. Con gli espedienti non si ristabilisce la profittabilità nel settore reale.</p>
<p>La rottura globale che si è verificata negli ultimi 15 mesi fa pensare un a modello di crescita (una divisione globale del lavoro) in cui la crescita non solo diventava via via sempre più appesantita, ma probabilmente anche insostenibile. Come possono gli “squilibri” essere aggiustati senza che gli Usa tornino a produrre merci, oltre che a consumarle? Come possono gli Stati uniti diventare un produttore nel mercato mondiale con la enorme disparità esistente nei saggi di sfruttamento? Solo in un mondo postindustriale che non è mai esistito. Come possono gli Usa continuare a consumare prodotti cinesi senza credito cinese &#8211; necessario per l’insostenibile consumo americano? Certo, degli aggiustamenti possono essere fatti &#8211; sia la Cina che gli Usa potrebbero de-globalizzarsi. Ma questo strappo, questa radicale trasformazione prenderebbe tempo, probabilmente più nell’ordine di decenni che di anni.</p>
<p>Senza dubbio c’è qualcosa di confortante nel mondo del “centro ragionevole”, dove avidi banchieri, cattivi regolatori, o regolamentazioni eccessive, portano alla rovina e al disastro. Almeno rimaniamo padroni del nostro destino. Almeno le virtù contano &#8211; è solo questione di ritornare ad abbracciarle. Nel mondo capitalista come è descritto da Marx, noi pensiamo di esserne gli attori, ma in realtà non lo siamo. Il capitalismo è la forma di società che deve sviluppare spietatamente le forze produttive, ma le sviluppa in modo da trasformarne i soggetti in passive vittime del processo.</p>
<p>Il lato rassicurante del punto di vista di Marx sull’espansione e sul collasso del capitale, è l’opportunità che offre per un risveglio dello spirito di resistenza tra i lavoratori:</p>
<p>“Senza l’alternarsi delle fasi di ristagno, prosperità, espansione convulsa, crisi e recessione che l’industria moderna attraversa in cicli periodicamente ricorrenti, con gli alti e bassi dei salari che ne derivano… le classi lavoratrici… si ridurrebbero a essere una massa scoraggiata, irresoluta, logorata e sottomessa, la cui emancipazione sarebbe impossibile, non meno di quanto lo sia stata quella degli schiavi dell’antica Grecia e di Roma” [Marx, in: <em>New York Daily Tribune</em>, 14 luglio 1853; trad. it. in: Marx-Engels, Opere, vol. XII, Roma, Editori riuniti, 1978, pag. 173].</p>
<p>La lotta di classe è il miglior “pacchetto di stimoli”.</p>
<p>[fine]</p>
<p>Fonte:  New Politics, vol. XII, n. 2, winter 2009</p>
<p>Web:   http://www.wpunj.edu/~newpol/</p>
<p>Trad. dall’inglese di I. Salucci</p>
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		<title>In difesa di Washington e Wall Street (prima parte)</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Jul 2009 12:59:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milanointernazionale</dc:creator>
				<category><![CDATA[2. Crisi globale]]></category>
		<category><![CDATA[Crisi]]></category>

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		<description><![CDATA[In difesa di Washington e Wall Street (prima parte) di Robert Fitch 1. La crisi del 2007-2008 Le persone molto anziane cadono facilmente.  E a differenza dei bambini, che cadono spesso anch’essi, ogni volta che gli anziani inciampano rischiano di farsi del male in modo invalidante, o addirittura mortale. Il 9 agosto 2007, dopo un [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&amp;blog=7100082&amp;post=673&amp;subd=milanointernazionale&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>In difesa di Washington e Wall Street (prima parte)</strong></p>
<p><strong>di </strong><strong>Robert Fitch</strong></p>
<p><span style="text-decoration:underline;">1. La crisi del 2007-2008<br />
</span><br />
Le persone molto anziane cadono facilmente.  E a differenza dei bambini, che cadono spesso anch’essi, ogni volta che gli anziani inciampano rischiano di farsi del male in modo invalidante, o addirittura mortale. Il 9 agosto 2007, dopo un quarto di secolo di espansione senza confronti (nei paesi sviluppati di solito era moderata e limitata nel tempo), il capitalismo alla fine è inciampato e ha perso l’equilibrio con risultati prevedibili: banche al passo, i mercati creditizi e monetari paralizzati dal dolore.<br />
<span id="more-673"></span><br />
Dopo circa un mese, anche se i mercati non si erano ancora sbloccati, la crisi è stata dichiarata finita. Il paziente, barcollante, è stato ritenuto sufficientemente in salute per riprendere la sua normale attività &#8211; una diagnosi che appariva confermata dal fatto che due mesi dopo, il 9 ottobre, l&#8217;indice Dow Jones Industrial Average raggiungeva 14.164, un picco storico.</p>
<p>Il tracollo nel marzo 2008 di due hedge funds appartenenti a Bear Stearns suggeriva che le cose stavano diversamente. Bear, un pilastro del &#8220;sistema bancario ombra&#8221; emerso nel corso degli ultimi due decenni, è stato messo in liquidazione e venduto a JP Morgan per 256 milioni di dollari. Poco più di un anno prima si diceva che valesse 68,7 miliardi di dollari. Eppure questo stupefacente crollo ha spostato a malapena la curva di Wall Street. Il mercato ha continuato a muoversi a scatti fino al 14 settembre 2008, quando Mr. Fire (cioè: finanza, insurance [assicurazioni] e real estate [immobiliare]) è caduto di nuovo, con conseguenze terribili. Quella domenica, Lehman Brothers ha dichiarato fallimento. Più tardi, nel corso della giornata, Merrill Lynch ha annunciato la propria messa in liquidazione. Due giorni dopo, AIG, la più grande compagnia di assicurazioni del mondo, è stata presa in mano dal governo. Questa volta, Wall Street ha subito l&#8217;equivalente di una rottura del collo.</p>
<p>Nel periodo immediatamente successivo al crash del 1929 le più grandi banche di Wall Street non fallirono. Continuarono a prestare (l&#8217;ondata di fallimenti di migliaia di banche nel mondo è venuto dopo). Ma nel 2008, sono state proprio le più grandi banche che sono state il principale vettore del crollo. Nel giro di 200 giorni, le cinque banche americane di investimento &#8211; le istituzioni che dall’era di Reagan sono state al cuore dell’identità e dell’arroganza di Wall Street &#8211; sono o fallite, o costrette a trovare un partner con cui fondersi o ristrutturate come banche universali.</p>
<p>Quando il midollo spinale è spezzato a livello delle prime due vertebre, cioè al collo, il pericolo immediato più grande per la vittima è smettere di respirare. La crisi del settembre 2008 è stata caratterizzata da misure sempre più disperate per salvare dall’asfissia Mr. Fire. Le misure adottate hanno incluso l’inondazione di liquidità del sistema &#8211; prestiti e garanzie di prestito pressoché illimitati. L&#8217;amministrazione Bush è saltata fuori con un piano di 700 miliardi di dollari per abbassare la leva delle banche (cioè alzare il rapporto tra patrimonio netto e debito, arrivato a livelli pericolosamente bassi) con l&#8217;acquisto dei loro titoli-spazzatura garantiti da ipoteche. E quando questo non ha funzionato, ha varato una legislazione che comporta di fatto una seminazionalizzazione delle grandi banche rimaste &#8211; l&#8217;equivalente di una tracheotomia, fare un buco nella trachea del paziente perché possa continuare a respirare.</p>
<p>Dalla fine di ottobre Mr. Fire respirava di nuovo, anche se con il tubo della garanzia statale dei prestiti interbancari. Ma respirare non vuol dire che si possa camminare. Un sistema finanziario in cui le banche prestano solo ad altre banche, rifiutandosi di agire da intermediari verso il settore non finanziario &#8211; è ancora non funzionante.</p>
<p>In mezzo al caos, il titolo &#8220;Il capitalismo nelle convulsioni&#8221; non è apparso su <em>The Militant</em> o <em>The People&#8217;s World</em>, ma in agosto, sulle pagine rosa de <em>The Financial Times</em>. A differenza della crisi di Long Term Capital Management (LTCM) o di quella causata dallo scoppio della bolla dot.com, limitate più o meno ai paesi del G7, o della crisi asiatica, di quella messicana e di quella argentina &#8211; rimaste all&#8217;interno del Terzo Mondo &#8211; la crisi del 2007/2008 è veramente globale. Si è diffusa dall’America all’Europa, all&#8217;America Latina e all’Asia, fino alla remota Islanda, in fallimento ufficialmente dichiarato, in attesa di un salvataggio da parte del FMI. Né la crisi si è limitata al sottosistema finanziario. La produzione è in contrazione, il consumo spento. Anche il commercio estero, il principale motore dell&#8217;economia mondiale, si restringe. &#8220;C’è la reale possibilità di una vera, profonda, depressione internazionale&#8221;, ha dichiarato (sotto condizione di anonimato) uno dei maggiori responsabili monetari all’incontro del G20 a Dubai, definendo questa crisi &#8220;la peggiore degli ultimi 100 anni.&#8221;</p>
<p><span style="text-decoration:underline;"> </span></p>
<p><span style="text-decoration:underline;">2. Il significato del tracollo<br />
</span><br />
Nel 1989 la caduta del muro di Berlino è stata ampiamente interpretata come il fallimento del sistema comunista. Ma non dai sostenitori di quest’ultimo. Hanno avanzato delle interpretazioni minimaliste. Gli stalinisti liberali la leggono come una reazione ad alcuni ufficiali degli apparati di sicurezza della RDT troppo zelanti; gli stalinisti conservatori come il fallimento di quegli stessi ufficiali a contenere l’esodo illegale. Altri ancora accusano i pasticciati tentativi dell’allora premier sovietico Gorbaciov di deregolamentare il sistema sovietico, sistema che per essi era fondamentalmente valido.</p>
<p>Così anche l&#8217;attuale crisi può essere interpretata in vari modi. Non come il risultato di tendenze intrinseche, strutturali, ripetute, e irrimediabili, interne al sistema capitalista. Ma come qualcosa che è superabile, che può essere aggiustato. I democratici hanno evidenziato il fallimento del sottosistema capitalistico finanziario, cioè di Wall Street &#8211; dove l&#8217;avidità si scatena -, con Washington i cui funzionari si sono rifiutati di metter le briglie alle tendenze più sfrenate della Street. Secondo questa tesi, con l’abrogazione dell’Atto Glass-Steagall (risalente all’era della depressione) nel 1999 il Congresso ha demolito il pilastro della vecchia architettura di regolazione, dichiarando l’impossibilità di qualsiasi supervisione del nuovo, sempre più in crescita, mercato di forme opache di derivati OTC (over-the-counter).<br />
I repubblicani, pur non essendo immuni dal tropo ampiamente popolare del banchiere &#8220;avido&#8221;, tendono più che altro a rigettare la responsabilità sui regolatori del capitalismo &#8211; soprattutto il presidente della Federal Reserve Alan Greenspan, che dopo il crollo dot.com del 2001 avrebbe tenuto i tassi di interesse &#8220;troppo bassi, troppo a lungo&#8221;. Avrebbe dovuto tener giù le mani dal joystick monetario.</p>
<p>L&#8217;implosione ha interrotto quello che potrebbe essere definito &#8220;Il grande sonno della sinistra americana&#8221;: la nostra incapacità a esercitare una influenza di un qualche rilievo sulle istituzioni della classe operaia o sulla vita politica americana nel suo complesso. La durata del sonno coincide grosso modo con il quarto di secolo in cui è durato il lungo boom, iniziato nel 1983 con il superamento della crisi di stagflazione degli anni ’70. Nel corso di questi anni, mentre l&#8217;economia mondiale intraprendeva una vertiginosa ascesa senza confronti, l’economia <em>supply side</em> del 19° secolo ha avuto un revival. Non tanto la versione “assorbente igienico” predicata da Arthur Laffer, che ha sostenuto che se si vuole aumentare il gettito fiscale devono essere tagliate le aliquote fiscali, quanto una tesi superambiziosa sulla natura del capitalismo e i suoi poteri di aggiustamento.</p>
<p>Gli scrittori classici del 19° secolo &#8211; James Mill, J.-B. Say, David Ricardo &#8211; pensavano che un fallimento del mercato (la sovraproduzione) era impossibile. Un eccesso di offerta temporaneo su questo o quel mercato, scarpe, cappelli o fazzoletti, sì. Ma un eccesso di offerta generalizzato, scarpe, cappelli e fazzoletti tutti insieme, no. Così, senza ingerenze delle autorità governative, nessuna possibilità di depressioni. I mercati si autoaggiustano sempre, perché gli agenti del mercato &#8211; quelli che forniscono lavoro e quelli che forniscono capitale &#8211; si comportano razionalmente. I lavoratori, quando si accorgono che si sono prezzati in modo “fuori dal mercato”, lavoreranno più duro e ridurranno i loro salari. I titolari di capitale ridurranno i tassi di interesse, abbassando il risparmio e stimolando gli investimenti.</p>
<p>L&#8217;accettazione della semplice formula <em>supply side</em> &#8220;l’offerta crea la propria domanda&#8221; dà fiducia ai credenti. Le preoccupazioni di Keynes, che si preoccupava della &#8220;domanda effettiva&#8221;, e le idee di Marx, per cui la corsa al profitto crea delle barriere a sé stesso, possono essere respinte in quanto infondate. E come le città in rovina dell&#8217;America ritornano a nuova vita dopo gli incendi e gli abbandoni degli anni ’70, i negozi si riempiono di merci asiatiche a basso prezzo e i microchip progettati in America alimentano un boom tecnologico, con la disoccupazione che cade a livelli record, una versione debole dell’economia <em>supply side</em> tranquillamente permea la sinistra &#8211; con l’assunzione che il capitalismo “postindustriale” è più o meno inespugnabile nelle sue roccaforti del primo mondo.</p>
<p>In modo forse comprensibile, settori di sinistra hanno iniziato a perdere interesse alle lotte in corso nel mondo materiale che li circonda, ricomponendosi sulla priorità delle guerre culturali e per qualcuno anche scientifiche. E siccome il radicalismo economico non scompare, la sua critica si riduce all’idea dello scambio ineguale tra paesi del primo e del terzo mondo, che impedisce l’industrializzazione alle nazioni meno sviluppate produttrici di materie prime. L’idea della guerra di classe all’interno delle nazioni lascia il posto all’idea delle “nazioni proletarie”. Il socialismo diventa una possibilità che riguarda solo i paesi del terzo mondo. La sinistra può provare ad assistere le specifiche vittime del capitalismo del primo mondo &#8211; neri, donne, minoranze, immigrati. Ma non i lavoratori americani. Come Michael Kazin ha osservato, ben pochi esponenti della sinistra hanno fatto appello al legame tra lavoro e creazione di ricchezza, capitale e appropriazione di questa ricchezza, legame che era invece al centro del radicalismo americano dal 19° secolo fino al 1940. Pensare a come trasformare le istituzioni capitaliste del primo mondo è diventata una cosa rispettabile tanto quanto passare il tempo a piegar cucchiaini.</p>
<p>Una conseguenza dello tsunami economico del 2007-2008 è quella di spazzar via le fondamenta su cui poggia il mondo intellettuale che costituisce il “centro ragionevole”. Ma molte delle prospettive della sinistra si basano in modo tacito su queste stesse fondamenta. Come pure la sua logica segreta: che non ha nessuna vera vocazione per la politica, se non ai margini della vita americana.</p>
<p>Forse il collasso dei mercati finanziari non ha ancora prodotto un mercato di massa per le idee su come realizzare un controllo democratico dell’economia. Ma sembra che ci sia quantomeno una nicchia. I mercati sono sempre più saggi delle maggioranze? La maggioranza degli americani avrebbe votato plebiscitariamente per la deindustrializzazione? Quantomeno, ora che una amministrazione repubblicana ha ordinato una seminazionalizzazione delle banche e delle assicurazioni l’era della <em>supply side</em> è finita, e si apre una possibilità per un revival della sinistra socialista. Ma non senza mettere in discussione le interpretazioni minimaliste del grande tracollo, portate avanti dai due partiti politici tradizionali.</p>
<p><span style="text-decoration:underline;"> </span></p>
<p><span style="text-decoration:underline;">3. Tre cose che ho imparato sulle crisi da Marx<br />
</span><br />
Secondo la BBC, la profondità e la portata del tracollo hanno fatto ritornare Marx di moda, almeno in Europa. Ma acquisire le risorse intellettuali per la sfida non si riduce a scavare nei testi di Marx.</p>
<p>Se c’è una via marxiana alla comprensione delle crisi, è come un raccordo autostradale a quadrifoglio &#8211; con molte vie per entrarci e per uscirci, e con ogni uscita che porta in una direzione politica diversa. Ci sono molte scuole marxiste. E ciascuna spiega le crisi in modi differenti &#8211; come risultato del sottoconsumo; della sovraproduzione; in termini di caduta del saggio di profitto; o come conseguenza della sproporzionalità tra saggi di crescita nei settori dei beni di produzione e in quelli dei beni di consumo.<br />
Nonostante l&#8217;impossibilità di stabilire una vera interpretazione marxista della crisi, la sua analisi delle crisi (potente, suggestiva, ma ancora allo stato di abbozzo) contiene tre intuizioni controverse che forniscono una impalcatura da cui afferrare gli eventi odierni. La prima può essere definita come la tesi del “dinamismo universale”. I fautori della <em>supply side</em> la accettano, ma molti marxisti d’oggi no. Marx descriveva il capitalismo come una inesorabile macchina di accumulazione il cui dinamismo è alimentato dal comportamento di una molteplicità di capitalisti in concorrenza l’uno con l’altro, tutti costretti a consumare produttivamente più che personalmente, tutti dediti a riclicare senza posa i loro profitti nelle imprese. Tutti che cercano il modo per ridurre i costi. Questa caratteristica fa sì che il capitalismo sia un sistema unico, dinamico ed espansivo: un sistema il cui dinamismo non può essere confinato nei paesi occidentali da cui è originato. La diffusione del commercio inglese, sosteneva Marx, anche se inizialmente ristretto all’oppio, avrebbe portato i fondamenti materiali della società occidentale in Asia.<br />
Allo stesso tempo &#8211; e qui i fautori della <em>supply side</em> scendono dall’autobus, e vi salgono i neomarxisti &#8211; Marx riconosceva che lo sviluppo capitalista non ha un percorso armonioso, ascendente, senza perturbazioni. La crescita viene raggiunta solo attraverso distruttive crisi di sistema &#8211; i “business cycles”. Nel brusco movimento dalla prosperità mondiale alla depressione mondiale, decine di milioni di persone sono condannati alla disoccupazione e a viver di sussidi; lo sconvolgimento economico può mandare a pezzi le normali relazioni di mercato, bloccare l’immigrazione e promuovere il nazionalismo economico e la dinamite politica &#8211; sotto forma di polarizzazione sinistra/destra, dittatura, fascismo e guerra.</p>
<p>Infine, c&#8217;è l’idea marxiana sulle crisi meno accettata: la sua affermazione secondo la quale le crisi hanno origine nel settore “reale” dell’economia (dove vengono prodotte le merci), e non nel settore finanziario dove quasi sempre esplodono. A prima vista (dice Marx) le crisi sembrano essere solo delle crisi creditizie e monetarie. Ma guardando più da vicino si scopre che i titoli invendibili rappresentano merci invendibili. Nel nostro caso, l’eccesso d’offerta di titoli garantiti da ipoteche rappresenta l’eccesso di offerta di case, e  in ultima analisi un eccesso d’offerta del capitale in generale. In questo modo la crisi esprime in modo violento un conflitto fondamentale del capitalismo: il capitalismo sviluppa in modo imponente grandi forze produttive, i cui limiti sono dati dal requisito che la produzione sia profittevole. Per evitare che il saggio di profitto scenda, il capitale produttivo risparmia anziché investire, e trasferisce i suoi risparmi fuori dalla sfera produttiva, cercando rifugio nella sfera finanziaria dove il capitale produttivo si trasforma in capitale di credito o in capitale finanziario. Ma, scrive Marx, il credito accelera la rottura violenta della crisi. Accelerare qualcosa non vuol dire esserne la causa.</p>
<p>[continua]</p>
<p>Fonte:  New Politics, vol. XII, n. 2, winter 2009</p>
<p>Web:   http://www.wpunj.edu/~newpol/</p>
<p>Trad. dall’inglese di I. Salucci</p>
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		<title>La California è alla frutta, l&#8217;Italia si mette a tavola</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Jul 2009 16:39:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milanointernazionale</dc:creator>
				<category><![CDATA[2. Crisi globale]]></category>
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		<description><![CDATA[La California è alla frutta, l&#8217;Italia si mette a tavola di Andrea Ferrario La California, ottava economia del mondo, ha decretato lo stato di emergenza fiscale in seguito all&#8217;enorme buco di bilancio. Per risparmiare, lo stato USA obbliga i dipendenti pubblici a prendere tre giorni di ferie non retribuite ogni mese e comincia a pagare [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&amp;blog=7100082&amp;post=671&amp;subd=milanointernazionale&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>La California è alla frutta, l&#8217;Italia si mette a tavola</strong></p>
<p><strong>di Andrea Ferrario</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>La California, ottava economia del mondo, ha decretato lo stato di emergenza fiscale in seguito all&#8217;enorme buco di bilancio. Per risparmiare, lo stato USA obbliga i dipendenti pubblici a prendere tre giorni di ferie non retribuite ogni mese e comincia a pagare i fornitori e i destinatari di sussidi non con denaro liquido, ma con promesse di pagamento informali. In Italia arrivano i primi segnali della crisi fiscale che attende anche il nostro paese.</strong></p>
<p><span id="more-671"></span></p>
<p>È una notizia che dovrebbe essere sulle prime pagine dei giornali, e invece sta passando inosservata su tutti gli organi di stampa italiani, ivi compresi quelli economici. Un effetto probabilmente degli inviti di Silvio Berlusconi a non riportare le notizie che dipingono il reale pessimo stato dell&#8217;economia globale e italiana. Dopo una notte di discussioni senza esito nel &#8220;parlamento&#8221; della California, il governatore Arnold Schwarzenegger ha dichiarato ieri lo &#8220;stato di emergenza fiscale&#8221; a causa del buco in bilancio di oltre 26 miliardi di dollari che non consente allo stato di fare fronte alla spesa corrente. Alcune delle misure adottate o previste bastano da sole a dare un&#8217;idea della catastroficità della situazione della California che, non dimentichiamolo, è l&#8217;ottava economia del mondo. Schwarzenegger ha ordinato ai dipendenti statali di prendere tre giorni al mese di ferie non retribuite per consentire allo stato di risparmiare 1 miliardo all&#8217;anno di stipendi. La California inoltre in questi giorni comincerà a pagare i propri fornitori, numerosi enti locali e diverse categorie di assistiti come i disabili, con IOU invece di denaro liquido. Cosa sono gli IOU? Si tratta di un riconoscimento di debito scritto su carta semplice e di carattere informale, che non ha valore giuridico come prova dell&#8217;ammontare del debito e non frutta alcun interesse. In pratica lo stato pagherà i propri fornitori, gli enti locali e i destinatari di sovvenzioni con una promessa informale di pagamento priva di effettivo valore legale! Uno strumento già utilizzato durante la crisi del &#8217;29 e che, nella disastrosa situazione di allora, era stato usato alla fine dalla popolazione immiserita per effettuare pagamenti e si era trasformato negli anni peggiori in una carta moneta di fatto, priva di copertura reale. La California prevede di emettere in questo mese di luglio IOU per l&#8217;astronomica cifra complessiva di oltre 3,3 miliardi di dollari. Ciò le dovrebbe consentire di fare fronte ai circa 11 miliardi di dollari di debito in scadenza nei confronti di detentori delle sue obbligazioni. Una manovra d&#8217;emergenza che rischia di fare peggiorare ulteriormente il rating dello stato, già declassato di recente. Ciò a sua volta farebbe aumentare gli interessi che la California dovrà pagare sulle obbligazioni di cui prevede l&#8217;emissione per raccogliere liquidità al fine di far fronte alla mancanza di fondi: una spirale che rischia di avvitarsi fino al fallimento formale, appena un gradino più in giù dell&#8217;attuale fallimento di fatto.</p>
<p>La California potrebbe sembrare uno stato lontano, i cui problemi ci toccano solo molto indirettamente. Ma a parte il fatto che un suo fallimento avrebbe devastanti effetti a catena negli Stati Uniti e da questi ultimi in tutto il mondo, il suo caso ci può dare un&#8217;idea dei rischi che incombono anche sull&#8217;Italia e sulle amministrazioni locali, come quella di Milano, per esempio. La crisi californiana è dovuta al netto calo degli introiti fiscali: la crisi ha ridotto drasticamente il valore degli immobili, e quindi l&#8217;ammontare delle relative imposte, ha causato una riduzione del gettito fiscale generato dalle dichiarazioni dei redditi, nonché di quello legato alle imposte sulle vendite ecc. Lo stato, insomma, incassa molto, molto di meno. Qui da noi, solo tre giorni fa il già menzionato Berlusconi aveva riconosciuto che secondo le previsioni nel 2009 lo stato incasserà 37 miliardi in meno di tasse in conseguenza della crisi, aggiungendo che &#8220;se non cambierà nulla, il rapporto deficit/pil sarà al 5%&#8221;. Sono passate appena 72 ore e oggi l&#8217;Istat ha comunicato che nel primo trimestre di quest&#8217;anno il rapporto deficit/pil è stato del 9,3%, con un aumento di oltre il 60% rispetto allo stesso periodo dell&#8217;anno scorso. Si profila quindi anche per l&#8217;Italia un enorme ammanco di fondi e un&#8217;esplosione del deficit. Se in California i nodi stanno venendo al pettine già ora è perché il suo anno fiscale 2010, come quello della maggior parte degli stati USA, comincia il 1° luglio, mentre quello italiano segue l&#8217;anno solare. Per il 2010 in Italia bisognerà quindi fare i conti sulla base delle entrate in fortissimo calo del 2009, così come la California li sta facendo oggi, uno dei tanti effetti a scoppio ritardato delle crisi. E anche a Milano le coordinate per un 2010 molto più pesante del 2009 ci sono tutte: stanno calando drasticamente gli introiti del Comune derivanti dagli oneri di urbanizzazione, le società controllate come Sea e altre ancora non distribuiranno quasi sicuramente dividendi e rischiano di chiudere in passivo, le entrate fiscali saranno sicuramente molto inferiori. Senza contare poi la mina vagante, per il bilancio, dei derivati sottoscritti nel 2005 dalla giunta Albertini. Ma di tutto questo non si parla.</p>
<p>A completare il quadro della situazione di crisi degli stati USA, utile per mettere a fuoco anche quello che sarà il nostro futuro, è giunto l&#8217;ultimo dettagliato rapporto del <a href="http://www.cbpp.org/" target="_blank">CBPP (Center on Budget and Policy Priorities)</a>, uno dei principali osservatori statunitensi sulla finanza pubblica. La maggior parte degli stati americani è in passivo e i buchi di bilancio complessivi a cui devono fare fronte ammontano in questo anno fiscale appena cominciato a 166 miliardi di dollari. Nei prossimi due anni e mezzo la cifra dovrebbe toccare il livello complessivo di 350-370 miliardi di dollari &#8211; gli effetti della crisi saranno quindi molto lunghi. Il governo federale ha stanziato circa 140 miliardi di dollari per aiutare i singoli stati, ma la cifra è servita a coprire solo il 40% del fabbisogno e in questo nuovo anno fiscale la situazione sarà ancora più difficile perché nell&#8217;anno fiscale 2009 gli stati hanno consumato quasi tutte le &#8220;riserve per i tempi duri&#8221; di cui disponevano. Intensificheranno di conseguenza la politica dei tagli alle spese sociali, che già nel 2009 ha portato al licenziamento di personale e a tagli di fondi nella scuola e nella sanità, a una drastica riduzione dei servizi di trasporto, nonché alla cancellazione di importanti sussidi medici e sociali &#8211; tutte misure che a loro volta, riducendo direttamente o indirettamente il reddito della popolazione, alimentano la crisi economica, ancora una volta con un effetto di spirale potenzialmente devastante. Tutto lascia intendere che anche in Italia, in Lombardia e a Milano il quadro di crisi delle amministrazioni pubbliche sarà analogo e avrà effetti comparabili.</p>
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		<title>All&#8217;origine delle crisi: sovraproduzione o sottoconsumo?</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Jun 2009 11:36:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milanointernazionale</dc:creator>
				<category><![CDATA[2. Crisi globale]]></category>
		<category><![CDATA[Crisi]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>All&#8217;origine delle crisi: sovraproduzione o sottoconsumo?</strong></p>
<p><em><strong>di </strong></em><strong><em>Louis Gill, marzo 2009</em><br />
</strong></p>
<p>Questo articolo comprende tre sezioni. La prima stabilisce che le crisi così come concepite da Marx sono crisi di sovraccumulazione di capitale e di sovraproduzione di merci e non crisi di sottoconsumo originate da una insufficienza dei salari. La seconda mostra che la crisi attuale è una crisi di sovraproduzione, e che la sua dimensione finanziaria non è riducibile a una questione di credito alle famiglie a compensazione di salari insufficienti. La terza pone la seguente domanda: se l’origine delle crisi non si trova nel sottoconsumo, il suo riassorbimento può avvenire con la stimolazione della domanda globale, al centro degli attuali piani di rilancio dei governi? La risposta a questa domanda, che deriva dalla natura improduttiva per il capitale della spesa pubblica, permette di capire la timidezza dei piani di rilancio dell’economia reale e le esitazioni a metterli in opera, mentre il settore finanziario ha beneficiato di una colossale generosità. <a href="http://milanointernazionale.files.wordpress.com/2009/06/gill.pdf">link</a></p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/milanointernazionale.wordpress.com/657/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/milanointernazionale.wordpress.com/657/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/milanointernazionale.wordpress.com/657/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/milanointernazionale.wordpress.com/657/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/milanointernazionale.wordpress.com/657/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/milanointernazionale.wordpress.com/657/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/milanointernazionale.wordpress.com/657/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/milanointernazionale.wordpress.com/657/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/milanointernazionale.wordpress.com/657/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/milanointernazionale.wordpress.com/657/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/milanointernazionale.wordpress.com/657/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/milanointernazionale.wordpress.com/657/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/milanointernazionale.wordpress.com/657/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/milanointernazionale.wordpress.com/657/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&amp;blog=7100082&amp;post=657&amp;subd=milanointernazionale&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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