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	<title>Milano Internazionale &#187; Derivati</title>
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		<title>Milano Internazionale &#187; Derivati</title>
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		<title>Lombardia ellenica: l&#8217;altra corruzione</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Feb 2010 11:57:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milanointernazionale</dc:creator>
				<category><![CDATA[2. Crisi globale]]></category>
		<category><![CDATA[=>   Notizie e approfondimenti]]></category>
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		<description><![CDATA[di Andrea Ferrario Nel fondo di ammortamento dell&#8217;emissione obbligazionaria della Regione Lombardia ci sono 115 milioni di titoli statali greci, come già aveva informato a suo tempo Milano Internazionale. Un rischio che ora si fa altissimo per le finanze lombarde, in un contesto italiano ed europeo in cui le amministrazioni pubbliche sono sempre più drogate [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&blog=7100082&post=901&subd=milanointernazionale&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Andrea Ferrario</strong></p>
<p><strong>Nel fondo di ammortamento dell&#8217;emissione obbligazionaria della Regione Lombardia ci sono 115 milioni di titoli statali greci, come già aveva informato a suo tempo Milano Internazionale. Un rischio che ora si fa altissimo per le finanze lombarde, in un contesto italiano ed europeo in cui le amministrazioni pubbliche sono sempre più drogate dalla finanza spericolata e dai titoli derivati</strong>.</p>
<p><span id="more-901"></span></p>
<p>I nostri precedenti articoli sull&#8217;argomento:</p>
<p><a href="http://milanointernazionale.it/2009/07/11/formigoni-nel-pantano/" target="_blank">Formigoni nel pantano</a></p>
<p><a href="http://milanointernazionale.it/2009/05/11/derivati-e-bilancio-le-mani-della-finanza-creativa-su-milano/" target="_blank">Derivati e bilancio: le mani della finanza creativa su Milano</a></p>
<p>Non è che in giro non se ne sia parlato: alcuni blog hanno pubblicato materiali sull&#8217;argomento e perfino il Sole 24 Ore gli ha dedicato un articolo. Solo che il caso della presenza di obbligazioni statali greche nel sinking fund dell&#8217;emissione obbligazionaria effettuata nel 2002 dalla Regione Lombardia va messo in un contesto più ampio rispetto a quanto non sia stato fatto finora. Riassumiamo brevemente i fatti citando il Corriere della Sera dell&#8217;11 ottobre 2008 (rimandando per i particolari, ivi compresi quelli relativi al &#8220;fattore greco&#8221;, al nostro articolo <a href="http://milanointernazionale.it/2009/07/11/formigoni-nel-pantano/" target="_blank">Formigoni nel pantano</a> dell&#8217;11 luglio 2009): &#8220;Nell&#8217;ottobre 2002 la Regione emette un bond da un miliardo di dollari. Le due banche che gestiscono l&#8217;operazione costituiscono un fondo cui fino al 2032 dovranno essere versate rate annuali di ammortamento. Il fondo, a sua volta, viene articolato su un paniere di obbligazioni concordate con la Regione Lombardia&#8221;. E&#8217; in questo fondo (il termine tecnico è appunto &#8220;sinking fund&#8221;) che vanno a finire, e ancora si trovano, ben 115 milioni di obbligazioni dello stato greco, attualmente ad altissimo rischio. Come se non bastasse, prosegue il Corriere della Sera, &#8220;nel contratto si stabilisce che saranno le due banche a raccogliere i rendimenti, mentre il default, il rischio di fallimento andrà sulle spalle della Regione&#8221;. Inoltre la Ubs, una delle due banche consulenti per l&#8217;emissione della Regione Lombardia e che gestiscono il relativo sinking fund (l&#8217;altra è la Merrill Lynch), ha curato anche l&#8217;emissione obbligazionaria greca che poi è finita per la maggior parte (115 milioni su 200 milioni totali) nel fondo lombardo. Tradotto in parole povere: le banche realizzano i profitti (commissioni da Grecia e Lombardia) e la Regione Lombardia si assume tutti i rischi. Come riassume il Sole 24 Ore: &#8220;l&#8217;impressione è che Ubs e Merrill Lynch abbiano usato il sinking fund come una sorta di &#8216;discarica&#8217; per titoli che forse non erano riuscite a vendere a investitori veri. Non ci sono prove, ma il sospetto è legittimo&#8221;. Non a caso sull&#8217;emissione della regione guidata da Roberto Formigoni sta indagando la magistratura, così come indagini sono in corso anche sulla maxi emissione del Comune di Milano (si veda il nostro <a href="http://milanointernazionale.it/2009/05/11/derivati-e-bilancio-le-mani-della-finanza-creativa-su-milano/" target="_blank">Derivati e bilancio: le mani della finanza creativa su Milano</a>) e su quella della Regione Puglia. All&#8217;epoca dell&#8217;articolo del Sole 24 Ore il Pirellone aveva commentato che &#8220;i titoli inseriti nel sinking fund sono tutti di elevato standing&#8221; &#8211; quanto fosse elevato questo &#8220;standing&#8221;, ovvero questa presunta &#8220;qualità&#8221;, lo si vede oggi con la Grecia sull&#8217;orlo di una bancarotta che rischia di trascinare con sé l&#8217;intera Europa, dopo che Atene ha truccato i propri conti con l&#8217;aiuto di banche e ricorrendo proprio a strumenti derivati di questo tipo.</p>
<p>Se la Grecia dovesse fallire, per la Lombardia le conseguenze finanziarie sarebbero dirette ed enormi. Ma è tutta l&#8217;Italia, e in particolare le sue amministrazioni locali, che è esposta a un enorme rischio legato a titoli derivati analoghi a quelli della Regione Lombardia. Perché le banche collocano emissioni obbligazionarie di tali amministrazioni in sinking fund di altre emissioni di enti locali. Una gigantesca catena di Sant&#8217;Antonio, un garbuglio inestricabile e ad estremo rischio, che secondo le stime della Corte dei Conti coinvolge oltre 700 amministrazioni locali per un totale nozionale di oltre 35 miliardi di euro. Oltre alle già citate indagini della magistratura, che nei giorni scorsi hanno portato in Puglia al sequestro da parte della Guardia di Finanza di oltre 73 milioni di euro di attivi di Bank of America e di una unità di Dexia SA nell&#8217;ambito di un&#8217;inchiesta per frode, ci sono le azioni legali dei comuni che, dopo avere combinato anche loro il guaio-derivati, tentano ora di correre ai ripari chiedendo l&#8217;annullamento dei relativi contratti. In Lombardia lo stanno facendo, per esempio, i comuni di Magenta e Abbiategrasso e la Provincia di Como. Solo che le banche spesso ricorrono a inghippi davvero ben escogitati: il più delle volte i contratti prevedono che il foro competente, in caso di controversie, sia quello di Londra (è il caso, per esempio, dei derivati del Comune di Milano) e per le amministrazioni locali di piccole dimensioni i costi che la difesa di una causa in Gran Bretagna implica sono troppo alti per potere essere affrontati: è quanto sta avvenendo con la richiesta di annullamento del contratto da parte della Provincia di Pisa.</p>
<p>La situazione è tale che nelle ultime settimane i derivati italiani sono finiti sotto la lente di grandi media internazionali come Bloomberg e Financial Times. La prima cita dati della Banca d&#8217;Italia secondo cui le municipalità italiane attualmente si trovano ad avere nel complesso quasi 1 miliardo (per la precisione, 990 milioni) di euro di perdite da derivati, facendoli seguire da un eloquente commento di Tullio Lazzaro, presidente della Corte dei Conti: &#8220;Molti enti locali hanno utilizzato tali strumenti al fine di ottenere liquidità immediata per le spese correnti. La conseguenza è che su di esse, così come sulle generazioni future, peseranno forme di debito sempre più onerose&#8221;. Mario Ristuccia, procuratore generale della stessa Corte, ha affermato poi che &#8220;l&#8217;uso dei derivati è stato finalizzato a obiettivi che non hanno alcuna relazione con la copertura dei rischi&#8221; e che questa pratica &#8220;si è estesa in alcuni casi perfino a enti locali di modeste dimensioni e privi delle strutture, nonché dell&#8217;esperienza, necessarie per effettuare una valutazione finanziaria ed economica&#8221;. Bloomberg ricorda che l&#8217;Italia ha una lunga esperienza nei derivati, utilizzati per diminuire il proprio deficit e riuscire così a qualificarsi per l&#8217;adesione all&#8217;euro, con modalità non sempre trasparenti. Sotto la lente a tale proposito è in particolare, come osserva Euromoney, un&#8217;emissione obbligazionaria italiana in yen del 1995, con calcoli dei tassi che appaiono, per usare un eufemismo, poco ortodossi &#8211; un&#8217;emissione che si sospetta possa essere solo una di una più lunga serie di emissioni analoghe.</p>
<p>A questo quadro va ad aggiungersi l&#8217;enorme massa del debito italiano e l&#8217;altrettanto enorme volume, tra l&#8217;altro in continua crescita, dei derivati che si concentrano su di esso. Secondo i dati della Depository Trust and Clearing Corporation, &#8220;l&#8217;esposizione lorda in derivati sulla Repubblica italiana da parte del sistema finanziario è oggi pari a 235 miliardi di dollari. E&#8217; salita di 75 miliardi in un anno: invece di diminuire dopo il crac del 2008 è esplosa. L&#8217;esposizione netta (una volta regolati gli eventuali pagamenti fra controparti) è invece di 25,3 miliardi, cresciuta di sette in un anno. A titolo di confronto, si tratta di un volume di oltre venti volte superiore a quello esistente sul ben più vasto debito pubblico statunitense. A paragone della Germania, il cui debito è simile come ammontare a quello di Roma, il valore dei derivati sull&#8217;Italia è di varie volte più alto. [...] Il record dei derivati sul debito italiano contiene un messaggio: gli investitori che comprano i titoli di Stato italiani si assicurano in quantità record&#8221; e &#8220;se i prezzi delle obbligazioni italiane cadessero, per un evento oggi imprevisto, certe banche dovrebbero già trasferire ai clienti molti miliardi a titolo di garanzia: è il tipo di scenario che creò il crac di Aig. Con un&#8217;insolvenza andrebbe poi anche peggio. E&#8217; vero che l&#8217;esposizione netta del sistema nel suo complesso è di &#8216;appena&#8217; 25 miliardi. Ma sta crescendo in fretta e, vista l&#8217;opacità di questo mercato, nessuno sa in quali banche si concentri il rischio maggiore sui credit default swap. Con i subprime il credito si bloccò perché nessuna banca si fidava più dell&#8217;altra per la stessa ragione&#8221; (Corriere della Sera, 3 febbraio 2010). Nel complesso, il ricorso massiccio ai derivati genera incertezze sull&#8217;affidabilità del bilancio italiano, rileva sempre Bloomberg, che ricorda inoltre come negli ultimi anni le banche italiane abbiano commercializzato aggressivamente titoli derivati nell&#8217;Europa Orientale, contribuendo in tale modo alla diffusione del morbo. E il problema dei derivati delle amministrazioni locali va infatti oltre la dimensione lombarda e nazionale, per coinvolgere quella europea. Nel 2009 il debito &#8220;subsovrano&#8221; (cioè quello delle amministrazioni locali) europeo ammontava in totale a uno stratosferico 1,2 trilioni di euro. I paesi che navigano nelle peggiori acque sono la Russia e la Francia, i due stati di cui fanno parte tutti i venti enti locali che si trovano in maggiore difficoltà per i derivati. In termini di valore cumulativo, la Germania è al primo posto, e sempre la stessa Germania, insieme alla Spagna, è il paese in cui il debito regionale sta aumentando più rapidamente in termini di valore in euro.</p>
<p>Il ricorso ai derivati da parte delle amministrazioni locali si è diffuso a macchia d&#8217;olio in tutto il continente perché soddisfa alcune &#8220;esigenze&#8221; davvero poco nobili. In primo luogo, permette di avere liquidità immediata scaricando i rischi sulle generazioni future, una &#8220;qualità&#8221; ideale per gli amministratori privi di scrupoli. In secondo luogo consente di ottenere rapidamente soldi per progetti infrastrutturali che il più delle volte vanno a favore di privati &#8220;amici&#8221;. In terzo luogo, i derivati sono uno strumento talmente complicato da consentire di offuscare il quadro finanziario complessivo, un&#8217;altra &#8220;qualità&#8221; ideale per quegli amministratori che vedono la trasparenza come nient&#8217;altro che un impaccio. In quarto luogo, nella loro essenza sono legali ed è particolarmente difficile documentare quella che molto spesso e la loro pura e semplice qualità di frode ai danni dei cittadini e delle generazioni future. Le banche, da parte loro, guadagnano ingenti commissioni, spesso doppie (nel caso della Lombardia) altre volte forse occulte (è il sospetto che pesa sui derivati del Comune di Milano), grazie anche al fatto che gli enti locali loro controparti non possiedono le competenze necessarie per valutare correttamente la convenienza dell&#8217;operazione. Al Comune di Milano, che non è certo una piccola amministrazione priva di risorse, si è arrivati alla situazione grottesca in cui un funzionario ha firmato un contratto relativo a derivati in inglese senza sapere una parola di quella lingua, e senza che a nessuno fosse venuto in mente di fare tradurre il testo in italiano!</p>
<p>Recentemente in Lombardia è stato tutto un fiorire di arresti per corruzione che ha fatto tornare di moda la parola Tangentopoli. Si va dall&#8217;assessore regionale Pier Gianni Prosperini (Pdl), all&#8217;assessore provinciale pavese Rosanna Gariboldi (Pdl), meglio nota come Lady Abelli, al consigliere comunale e presidente della commissione urbanistica Milko Pennisi (Pdl), agli amministratori arrestati nei giorni scorsi a Trezzano sul Naviglio (Pd e Pdl). E&#8217; evidentemente la punta di un iceberg di corruzione che è frutto di un sistema chiuso, rapace e incapace di avere delle prospettive. Non sorprende affatto che spesso i casi di corruzione siano legati direttamente o indirettamente agli interessi delle organizzazioni mafiose: da tempo ormai in Lombardia e in Italia la &#8220;cosa pubblica&#8221; ha lasciato il posto alla &#8220;cosa nostra&#8221;, nella politica, nella finanza, nella sanità, nell&#8217;urbanistica. I derivati milanesi, lombardi e italiani, con la loro mancanza di trasparenza, sono nei fatti una importante tessera di questa grande &#8220;cosa nostra&#8221; che va ben oltre la criminalità organizzata e le tangenti.</p>
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		<title>Sul filo del rasoio</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Dec 2009 14:38:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milanointernazionale</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Andrea Ferrario A Milano la bolla finanziaria e immobiliare è stata messa in standby. Da Risanamento salvata (per ora) dal fallimento, fino agli aumenti di capitale, alle fusioni societarie e agli esercizi provvisori del bilancio, si sta cercando di mettere in qualche modo una pezza a una situazione che permane pesantissima e appare ancora [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&blog=7100082&post=875&subd=milanointernazionale&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Andrea Ferrario</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>A Milano la bolla finanziaria e immobiliare è stata messa in standby. Da Risanamento salvata (per ora) dal fallimento, fino agli aumenti di capitale, alle fusioni societarie e agli esercizi provvisori del bilancio, si sta cercando di mettere in qualche modo una pezza a una situazione che permane pesantissima e appare ancora senza vie di uscita. Un aggiornamento del nostro speciale in tre puntate &#8220;La bolla che deve ancora scoppiare&#8221;</strong>.</p>
<p><span id="more-875"></span></p>
<p>La bolla immobiliare e finanziaria milanese che deve ancora scoppiare (si veda il nostro speciale in tre puntate: <strong><a href="http://milanointernazionale.it/2009/10/23/la-bolla-che-deve-ancora-scoppiare-1/" target="_blank">Parte 1</a>, <a href="http://milanointernazionale.it/2009/10/27/la-bolla-che-deve-ancora-scoppiare-2/" target="_blank">Parte 2</a>, <a href="http://milanointernazionale.it/2009/10/29/la-bolla-che-deve-ancora-scoppiare-3/" target="_blank">Parte 3</a></strong>) continua a pendere come una spada di Damocle sulla città. Gli sviluppi dell&#8217;ultimo mese vanno quasi tutti in un&#8217;unica direzione, quella degli sforzi per mettere una pezza temporanea a una situazione potenzialmente esplosiva. Da Risanamento che è stata salvata dal fallimento, ma viene tenuta sotto stretta osservazione, all&#8217;aumento di capitale di Citylife che evita l&#8217;arresto dei cantieri, ma non garantisce la futura realizzazione del progetto, alle spese autorizzate dal Cipe per Expo e Pedemontana, che non costituiscono però un&#8217;effettiva erogazione dei fondi, alle manovre per porre rimedio in qualche modo ai problemi di Pirelli Re e a quelli dell&#8217;immobiliare Statuto, fino a quelle del Comune per tappare i grandi buchi apertisi nel bilancio, tutto parla di un frenetico lavoro per rimandare nel tempo lo sgonfiarsi della bolla. Nel momento in cui scriviamo il mondo finanziario globale trema per il possibile crack del Dubai e per i suoi 59 miliardi di debiti, un segno che la crisi è ancora molto lontana dall&#8217;essersi esaurita &#8211; anche se nessuno lo dice, la bolla milanese non è poi così lontana, in termini di volumi di denaro in gioco, da quella dell&#8217;emirato arabo.</p>
<p>RISANAMENTO SOTTO OSSERVAZIONE</p>
<p>Cominciamo la nostra rassegna degli sviluppi più recenti dal caso più rilevante, quello di <strong>Risanamento</strong>. Il 10 novembre il Tribunale di Milano ha respinto la richiesta di fallimento per la società immobiliare di Luigi Zunino, ritenendo che il piano di salvataggio delle banche sia idoneo a escludere lo stato di insolvenza. Un giro di parole dei giudici illustra tuttavia chiaramente come dietro alla decisione di non avviare il fallimento ci sia comunque una forte dose di incertezza: l&#8217;ipotesi di vendere le aree Falck a Sesto San Giovanni per 450 milioni e di cedere un&#8217;ampia quota di Santa Giulia vengono definite dai giudici &#8220;non manifestamente illogiche&#8221;, una frase alquanto tortuosa, come d&#8217;altronde un&#8217;altra frase, e cioè il &#8220;non appaiono poco probabili&#8221; usato in relazione alle ipotesi sulla capacità del piano delle banche di generare liquidità a breve termine. I giudici hanno poi riconosciuto che la richiesta di fallimento dei pm ha &#8220;inibito l&#8217;eventuale tentazione di ricorrere a metodi estemporanei o poco trasparenti di composizione della crisi&#8221;, parole che, seppure indirettamente, sono molto pesanti nei confronti delle banche. Inoltre, come osserva il Sole 24 Ore, la decisione del tribunale resta avvolta da incertezza: d&#8217;ora in avanti &#8220;sarà necessario un monitoraggio costante della società&#8221; e saranno i pm, continuano i giudici, che dovranno effettuare &#8220;un&#8217;attenta vigilanza sulla regolare attuazione degli accordi di ristrutturazione&#8221;. Frasi che equivalgono a dire che le banche hanno ottenuto il respingimento del fallimento, ma saranno sottoposte alla stretta sorveglianza dell&#8217;ufficio dei pubblici ministeri. D&#8217;altronde, come prosegue lo stesso quotidiano, il decreto dei giudici sottolinea che rimangono per il futuro &#8220;inevitabili fattori di rischio&#8221;, come l&#8217;andamento dell&#8217;economia e del settore immobiliare o le inchieste giudiziarie che hanno interessato Santa Giulia &#8211; tant&#8217;è che i giudici mettono le mani avanti sottolineando che il tribunale si limita a considerare &#8220;le circostanze fin qui documentate&#8221; e non può prevedere il futuro. La Repubblica si spinge ancora più in là commentando: &#8220;come dire che il fallimento, schivato oggi, potrebbe anche essere nuovamente chiesto in futuro&#8221;.</p>
<p>La pubblicazione dei conti di Risanamento al terzo trimestre 2009, solo pochi giorni dopo la decisione dei giudici, ha non a caso portato alla luce un notevole peggioramento della posizione della società. La perdita netta è di oltre 213 milioni di euro, in peggioramento del 26% rispetto allo stesso periodo dell&#8217;anno precedente, mentre il risultato operativo è calato addirittura del 112%. La posizione finanziaria netta è in profondissimo rosso e in peggioramento: -2,85 miliardi di euro rispetto ai -2,63 del 2008. Intanto la holding personale di Zunino ha deciso di mettere sul mercato immobili, per la maggior parte a Milano, al fine di fare fronte a parte del debito verso le banche. Sul mercato dovrebbero quindi riversarsi vendite per 194 milioni di euro, che copriranno solo parte dei 431 milioni dovuti agli istituti finanziari, che hanno già messo in conto una perdita del 55%. Nel frattempo è stato deciso che Risanamento sarà guidata da Claudio Calabi, che lascia la poltrona di ad del Sole 24 Ore, mentre per sbloccare la situazione di Santa Giulia, resa ancora più complicata da alcuni articoli del Giornale in cui si avanza l&#8217;ipotesi che i terreni su cui è stata costruita non siano stati bonificati a norma, vengono avanzate due soluzioni: la creazione di un fondo immobiliare e l&#8217;intervento di soccorso del Comune di Milano con la decisione di insediarvi la &#8220;cittadella della giustizia&#8221; in modo tale da aumentarne l&#8217;appetibilità. In questi giorni in cui gli Emirati arabi sono sull&#8217;orlo del crack (guarda caso, originato dalla speculazione immobiliare) sorge poi spontaneo a proposito di Risanamento un pensiero davvero malizioso: meno di un anno fa per la società di Zunino sembrava imminente l&#8217;uscita dalla crisi tramite la vendita delle aree e del progetto Falck al fondo Dubai Limitless (un &#8220;limitless&#8221;, cioè &#8220;senza limite&#8221;, che alla luce degli ultimi sviluppi suona alquanto inquietante&#8230;), ipotesi poi rientrata all&#8217;ultimo secondo. Cosa ne sarebbe oggi di quell&#8217;enorme area e di quel progetto miliardario, con Dubai che sta andando a picco? Su tutta la vicenda Risanamento ha scritto parole molto precise e dure Massimo Mucchetti sul Corriere della Sera dell&#8217;11 novembre: &#8220;La fine dell&#8217;impero di Luigi Zunino pone una questione più generale: la bolla edilizia, chi l&#8217;ha alimentata e finanziata, chi aveva la cultura per denunciarla e invece discetta degli alberi in piazza del Duomo. La bolla edilizia non è un affare da furbetti del quartierino. E&#8217; la conseguenza della privatizzazione non dichiarata dell&#8217;urbanistica. [...] Gli immobiliaristi hanno avviato progetti assai ambiziosi nel quadro di piani di governo del territorio (i piani regolatori generali di un tempo) che prevedono grandi aumenti delle volumetrie. Strumenti urbanistici e investimenti privati sono il risultato di trattative tra giunte, costruttori e immobiliaristi, con i consigli comunali imbrigliati dal conformismo di maggioranza blindate e opposizioni ideologiche o cooptate, dunque incapaci di esercitare il controllo. [...] E le banche credono all&#8217;incredibile prima perché la rendita fondiaria in tal modo creata rivaluta le garanzie ricevute dalle vecchie industrie, e poi perché, per interposti Zunini, entrano nella gestione delle città. E le star dell&#8217;architettura, immemori dell&#8217;urbanistica, firmano e tacciono sulla sostenibilità dei progetti&#8221;.</p>
<p>UNA NUOVA POTENZIALE MINA</p>
<p>Messa in standby la bomba a orologeria della Risanamento spunta subito una &#8220;nuova potenziale mina da almeno 1 miliardo di euro nei confronti delle banche esposte&#8221;, come hanno scritto Luca Fornovo e Gianluca Paolucci sulla Stampa. Si tratta della pesante situazione dell&#8217;immobiliarista campano <strong>Giuseppe Statuto</strong>, che ha interessi soprattutto a Milano. Il suo gruppo, come riferisce il Sole 24 Ore del 21 novembre, è in difficoltà e ha un&#8217;esposizione di 1,2 miliardi di euro nei confronti del Banco Popolare, che è giunto a un&#8217;intesa con l&#8217;immobiliarista per dimezzarla a 648 milioni. Prima dello scoppio della bolla Statuto aveva inoltre contratto debiti per 250 milioni di euro con Merrill Lynch per l&#8217;acquisto dell&#8217;hotel Four Season a Milano e per 400 milioni di euro con l&#8217;ex Lehman Brothers per alcuni sviluppi immobiliari nella capitale lombarda. Ma ora Statuto non riesce a fare cassa vendendo i propri immobili a un prezzo soddisfacente per fare fronte ai suoi debiti. A inizio novembre sono stati poi pubblicati i dati di <strong>Pirelli Re</strong> per il primi nove mesi del 2009, dopo l&#8217;aumento di capitale e l&#8217;ottenimento di nuove linee di credito per 320 milioni di euro. Nel corso dei tre trimestri Pirelli Re ha perso quasi 58 milioni di euro rispetto ai quasi 13 dello stesso periodo 2008, mentre il risultato operativo è passato da un utile di 22,4 milioni a un passivo di 30,2 milioni. A metà novembre è stato ufficialmente annunciato che è allo studio una fusione di Pirelli Re con la <strong>Fimit</strong> (Fondi Immobiliari Italiani) guidata da Massimo Caputi (su di lui, e in generale sul connubio banche-mattone si veda l&#8217;inchiesta &#8220;<a href="http://www.fiaip.it/ecostampa/utility/imgrs.asp?numart=OAPD2&amp;annart=2009&amp;numpag=1&amp;tipcod=0&amp;tipimm=0&amp;defimm=1&amp;tipnav=1&amp;isjpg=S&amp;usekey=A9HAQJ43" target="_blank">Banche al ballo del mattone</a>&#8221; di Vittorio Malagutti, pubblicata dall&#8217;Espresso). Pirelli si libererebbe così dal suo braccio immobiliare in difficoltà, che ha in gestione un portafoglio di asset immobiliari da 5,7 miliardi di euro, che insieme a Fimit (gestisce 13 fondi immobiliari per un totale di 4,7 miliardi di euro) darebbe vita a una grande società di finanza immobiliare concentrata prevalentemente sulla gestione e i servizi. Fimit ha come propri soci quattro grandi enti di previdenza, che vanno dall&#8217;Inpdap, dipendenti pubblici e 3,6 milioni di iscritti, ad altri enti previdenziali del settore commercio, sport e spettacolo, ingegneri e architetti che hanno un totale di 700.000 iscritti. Le casse di previdenza corrono non pochi rischi puntando sulla finanza immobiliare. Lo testimonia il caso di Fasc Immobiliare, veicolo della cassa di previdenza degli spedizionieri che gestisce svariati immobili di pregio a Milano e che fa affari tra gli altri con il Gruppo Statuto. Attualmente i debiti finanziari verso Fasc ammontano a ben 173 milioni di euro.</p>
<p>CITYLIFE COSTA CARA</p>
<p>Meno di un paio di settimane prima della decisione dei giudici relativa a Risanamento si sono avuti due nuovi sviluppi, apparentemente positivi, anche per <strong>Citylife</strong>. Il 28 ottobre il cda della società che gestisce il progetto sull&#8217;area ex Fiera ha deciso un aumento di capitale di 105 milioni di euro, una decisione che deve essere costata molta fatica ad alcuni dei soci, come Ligresti e Toti, che sono a corto di liquidi. Ma non c&#8217;era alternativa, perché il rischio era il fermarsi dei cantieri nel giro di un mese (cioè proprio nei giorni in cui scriviamo). Ora si potranno realizzare due dei blocchi residenziali per avviarne le vendite, sperando che vadano bene. Sulle famose tre torri invece rimane il punto di domanda, non è più sicuro che si facciano, dipenderà dalla liquidità disponibile. Le banche intanto hanno chiesto nuove garanzie per l&#8217;aumento del loro prestito, scrive la Repubblica del 31 ottobre: &#8220;un&#8217;estensione dei pegni sulle azioni Citylife e un aumento dei tassi da 145 a 200 punti base sopra l&#8217;Euribor &#8220;. Inoltre, secondo lo stesso quotidiano, la banca tedesca Eurohypo starebbe pensando di sfilarsi dall&#8217;operazione. Contemporaneamente all&#8217;aumento di capitale Citylife ha ottenuto un&#8217;apparente vittoria ottenendo il via libera definitivo al progetto, in conseguenza del respingimento di due ricorsi presentati da comitati della zona. Il Tribunale amministrativo regionale ha infatti deciso che sull&#8217;area è possibile costruire con indici di cubatura più alti che nel resto della città (1,15 invece di 0,65). Il cantiere non verrà quindi bloccato, ma per Citylife si apre un ulteriore onere da affrontare. Il Comune è stato infatti troppo &#8220;morbido&#8221; nel calcolare la monetizzazione degli standard, cioè dei servizi che Citylife sarebbe stata tenuta a costruire, ma che sono stati sacrificati a vantaggio delle aumentate volumetrie. Palazzo Marino ha calcolato la monetizzazione come pari a 43 milioni di euro, secondo il tribunale il calcolo giusto è 163 milioni di euro, una differenza di 120 milioni che rischia di andare subito a mangiarsi per intero l&#8217;aumento di capitale da parte dei soci Citylife. Tra l&#8217;altro la magistratura ha avviato un&#8217;inchiesta penale proprio sulla monetizzazione degli standard. Non sembra invece risentire della crisi il progetto <strong>Porta Nuova-Garibaldi</strong>, sul quale però va riscontrato anche una generale mancanza di interesse dei media, tutti presi dalle ultime emergenze, e quindi una carenza di informazioni aggiornate. In un&#8217;intervista rilasciata a Milano Finanza il 31 ottobre, Manfredi Catella, direttore del ramo italiano del gruppo immobiliare americano Hines, protagonista del progetto, parla del conferimento delle aree e dei progetti da realizzarsi in zona (tre lotti: Porta Nuova-Garibaldi, Porta Nuova-Varesine e Porta Nuova-Isola) a dei rispettivi fondi immobiliari. Per il secondo, riferisce Catella, ci sono già 300 prenotazioni (non si capisce però su quante unità previste): in realtà la cifra fornita non ha pressoché rilevanza al fine di prevedere quale sarà l&#8217;esito dell&#8217;operazione, perché chi prenota versa una cauzione di 5.000 euro che, in caso di rinuncia, gli verrà interamente restituita, quindi prenotare non costa pressoché nulla e pertanto non è sufficientemente vincolante. Secondo le parole dello stesso manager i fondi immobiliari di Hines mirano in particolare a catturare il patrimonio delle casse previdenziali e dei fondi pensione, riguardo ai quali rimandiamo alle considerazioni formulate più sopra.</p>
<p>EXPO E PEDEMONTANA, FINANZIAMENTI IN ALTO MARE</p>
<p>A inizio novembre il Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) ha autorizzato circa 5,8 miliardi di euro di spese per le opere fondamentali e quelle connesse dell&#8217;<strong>Expo 2015</strong>, su 9 miliardi complessivi approvati dal Cipe stesso per l&#8217;intera Italia (alla faccia di chi gridava qualche mese fa che tutti i soldi vanno a Roma o a Catania&#8230;). Di questi, 1,2 miliardi riguardano le due linee della metropolitana da realizzarsi, con la sanzione definitiva della cancellazione del progetto della linea 6 e lo spostamento di circa metà dei relativi fondi sulla linea 4. Più precisamente, la linea 5 verrà portata a termine in project financing (soluzione che prevede investimenti in larga parte di privati, ma il più di volte con una formula di garanzia pubblica sui redditi da generarsi e quindi con forti rischi per il pubblico) con la copertura da parte dello stato di 384 dei 657 milioni necessari, mentre per la linea 4 ci sarà una copertura statale di 400 milioni su 910 milioni di costi previsti per il secondo lotto, mentre per il primo (da S. Cristoforo a Linate, 790 milioni di costi previsti) il Comune di Milano dovrà indebitarsi per 550 milioni di euro e il governo dovrebbe pertanto varare un&#8217;apposita deroga al patto di stabilità. I politici hanno tra le altre cose presentato l&#8217;autorizzazione di spesa da parte del Cipe come se fosse un&#8217;erogazione di fondi. In realtà non è così, si tratta solo di una decisione di programmazione e non c&#8217;è nessuna garanzia che i fondi verranno effettivamente erogati (come vedremo più sotto anche per il caso della Pedemontana). Per quanto riguarda la voce spese per l&#8217;Expo 2015 sono in arrivo dolori per le amministrazione pubbliche. Passata la sbornia dello sbandieramento ideologico dell&#8217;Expo come bacchetta magica per lo sviluppo per Milano arriva il conto da pagare: Regione, Provincia e Comune dovranno infatti tirare fuori complessivamente la cifra astronomica di quasi 900 milioni di euro per le opere essenziali. Entro il 2010 dovranno infatti presentare &#8220;tassativamente&#8221; (cioè pena la perdita dell&#8217;assegnazione dell&#8217;evento) al Bie, l&#8217;ente che assegna e supervisiona l&#8217;organizzazione della manifestazione, &#8220;l&#8217;impegno formale a garantire la propria quota di finanziamento di Expo 2015 per la realizzazione dell&#8217;intero progetto (2009-2015)&#8221;, cioè nel caso dei tre enti la somma summenzionata. Si tratta di un impegno di enorme entità e cade proprio in un momento in cui il Comune di Milano in particolare si trova ad affrontare un grosso buco di bilancio e non può più fare conto su alcune delle sue principali voci di entrata. Rimane poi l&#8217;enorme punto di domanda sulla partecipazione dei privati, che dovrebbe essere notevole se si vuole realizzare l&#8217;evento: in questo periodo di mancanza di liquidità e di banche che non erogano finanziamenti ci si chiede quanti saranno in grado di gettarsi nell&#8217;avventura e con quali garanzie di continuità. A fronte di tutto questo, la società Expo 2015 S.p.A. sta pensando di acquistare direttamente i terreni su cui dovrebbero sorgere le infrastrutture, in modo tale da poterli rivenderli dopo averli &#8220;valorizzati&#8221;, gettandosi cioè su una operazione di speculazione immobiliare che alle già pesanti uscite aggiunge un ulteriore fattore di rischio finanziario. Rischio che nel complesso è comunque molto alto, se si guarda alle esperienze degli altri: le Expo non sono un buon affare, come ha tra l&#8217;altro dimostrato il caso di Saragozza 2008, chiusasi con un pesante passivo per la locale amministrazione municipale. Il commento quindi è che l&#8217;Expo 2015, in versione hard, light o &#8220;verde&#8221;, è solo un&#8217;operazione di megaspreco di denaro pubblico (ma anche di denaro privato, che comunque ha sempre ricadute pubbliche, come ci sta insegnando questa crisi) priva di giustificazioni razionali fondate. Il Cipe ha approvato nell&#8217;ambito delle opere Expo 2015 anche i fondi per la <strong>Pedemontana</strong>. Come spiega sul Corriere Economia il giornalista Jacopo Tondelli (già il titolo del suo articolo è eloquente: &#8220;Grandi opere: sì ai progetti, i soldi dopo&#8221;), &#8220;lo &#8216;sblocco&#8217; deliberato dal Cipe per 4,1 miliardi di euro non è l&#8217;approvazione di un finanziamento, ma la deliberazione politica definitiva su un piano costi&#8221;. I costi vivi dell&#8217;opera, come spiega Tondelli, dovrebbero essere pari a 4,1 miliardi, dei quali 1,2 di finanziamento pubblico già erogato e 0,5 già versato dagli azionisti privati (in prima fila, come al solito, Intesa Sanpaolo). Ma alcuni studi rivelerebbero nuove spese in precedenza non preventivate per quasi 1 miliardo di euro, che non sono coperte dal pubblico. Anche in questo caso i politici e molti media hanno dato fiato alle fanfare, ma la situazione dei finanziamenti naviga ancora in alto mare, e si tratta di un mare che in questo momento è duramente colpito dalla tempesta della crisi internazionale.</p>
<p>COMUNE PROVVISORIO</p>
<p>In alto mare anche il <strong>bilancio del Comune di Milano</strong>, sul quale sono arrivate le prime cifre precise. Per il bilancio preventivo 2010 c&#8217;è un buco di 160 milioni di euro, dovuto oltre ai mancati dividendi A2A e alla cancellazione dell&#8217;Ici sulla prima casa, di cui avevamo già parlato, anche a un calo degli oneri di urbanizzazione calcolato come pari a 40 milioni di euro. Il risultato è che il bilancio preventivo 2010 non verrà approvato entro fine dicembre, come avviene normalmente, e si passerà alla soluzione di emergenza dell&#8217;esercizio provvisorio, cioè andando avanti un mese alla volta limitandosi alla gestione ordinaria, come spiega il Corriere della Sera. Per porre rimedio alla difficile situazione sono state messe a punto soluzioni creative. Palazzo Marino, per esempio, avrebbe dovuto versare 130 milioni di euro all&#8217;Atm (che a giudicare dall&#8217;impressionante serie di incidenti ne ha proprio bisogno), ma visti i tempi si tratta di una cifra che il Comune fa fatica a esborsare. Così si è giunti a una decisione salomonica: il Comune verserà sì i 130 milioni all&#8217;Atm, ma quest&#8217;ultima ne distribuirà subito 65 milioni al Comune come dividendi: in pratica i finanziamenti all&#8217;azienda di trasporti pubblici sono stati tagliati del 50%. Un giorno avremo quindi l&#8217;Expo, ma non un tram che ci garantisca di arrivarci senza deragliare: è questa la filosofia del bilancio comunale. E&#8217; inoltre allo studio la creazione di un terzo fondo immobiliare del Comune, per giungere a un&#8217;alienazione di immobili pubblici e fare cassa. Intanto il procuratore Alfredo Robledo ha chiesto il rinvio a giudizio di quattro banche e tredici persone, di cui undici dirigenti bancari e due funzionari comunali (l&#8217;ex direttore generale del Comune e braccio destro di Gabriele Albertini, Giorgio Porta, e il consulente economico, sempre di Albertini, Mario Mauri) con l&#8217;accusa di truffa aggravata in relazione al famoso bond da 1,7 miliardi di euro coperto da <strong>derivati</strong>. Con l&#8217;occasione il centrosinistra ha depositato una nota in cui si stima che il passivo generato dai derivati di Albertini ammonta attualmente a 174 milioni di euro. Intanto si aggiunge un nuovo capitolo alla storia della <strong>privatizzazione del patrimonio pubblico</strong>. I media hanno riportato con risalto la notizia della &#8220;privatizzazione dell&#8217;acqua&#8221; voluta dal decreto Ronchi per la liberalizzazione dei servizi pubblici locali. La giusta battaglia per preservare il controllo pubblico sull&#8217;acqua ha messo però in secondo piano la reale portata del decreto, che stabilisce l&#8217;obbligo per le amministrazioni locali di scendere, entro il 31 dicembre 2010, al di sotto di una quota del 30% nelle società che gestiscono servizi pubblici, nonché il divieto di affidare gli stessi a una società a controllo prevalentemente pubblico. Non solo l&#8217;erogazione dell&#8217;acqua, ma tutti i servizi finora pubblici, fatta eccezione per i trasporti ferroviari, il gas e le farmacie comunali, passeranno sotto il controllo privato. Un passaggio nelle mani dei privati che in Lombardia verrà gestito da una classe politica che sembra sempre più vicina a una nuova &#8220;mani pulite&#8221; (sullo scandalo Grossi, Gariboldi, Ponzoni ecc., che secondo molte fonti lambisce Formigoni e Comunione e Liberazione, segnaliamo due inchieste dell&#8217;Espresso (&#8220;<a href="http://www.fiaip.it/ecostampa/utility/imgrs.asp?numart=NTTNT&amp;annart=2009&amp;numpag=1&amp;tipcod=0&amp;tipimm=0&amp;defimm=1&amp;tipnav=1&amp;isjpg=S&amp;usekey=A9HAQJ43" target="_blank">Premiato clan Lady Lombardia</a>&#8221; e &#8220;<a href="http://rassegnastampa.mef.gov.it/mefsettimanali/PDF/2009/2009-12-03/2009120314322423.pdf" target="_blank">Grandi, grossi e Formigoni</a>&#8220;) e un articolo del Sole 24 Ore (&#8220;<a href="http://www.fiaip.it/ecostampa/utility/imgrs.asp?numart=O1FN9&amp;annart=2009&amp;numpag=1&amp;tipcod=0&amp;tipimm=0&amp;defimm=1&amp;tipnav=1&amp;isjpg=S&amp;usekey=A9HAQJ43" target="_blank">La coppia Grossi-Zunino e l&#8217;area Sisas a costo zero</a>&#8220;).</p>
<p>Chiudiamo questo articolo che dipinge un quadro non certo esaltante della situazione milanese con una notizia invece davvero positiva. Il centro sociale Conchetta, il Circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa, il Circolo Arci Bellezza non finiranno nel secondo fondo immobiliare del Comune di Milano, e quindi per il momento si salvano da una privatizzazione che avrebbe comportato uno sgombero. Lo ha deciso il Consiglio Comunale, che con un solo voto di scarto ha purtroppo invece confermato il destino fondo per il centro sociale Torchiera. A votare a favore dell&#8217;estromissione dei luoghi storici della sinistra milanese dall&#8217;iniziativa di alienazione sono stati anche molti consiglieri del Pdl. I motivi in realtà sono come al solito di bassa lega finanziaria: l&#8217;inserimento di queste vere e proprie istituzioni della Milano democratica avrebbero comportato una diminuzione del valore del fondo, a causa delle proteste sociali che la loro vendita potrebbe causare.</p>
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		<title>La bolla che deve ancora scoppiare /1</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Oct 2009 12:39:18 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Expo 2015]]></category>
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		<description><![CDATA[di Andrea Ferrario Prima puntata: Bilancio coi buchi e finanza tossica Un viaggio in più puntate nella bolla milanese che deve ancora scoppiare: dal bilancio del Comune, ai derivati e al contesto di nuova bolla finanziaria che incombe a livello internazionale, per passare poi ai grandi progetti edilizi in crisi, agli intrecci finanza-mattone e alle [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&blog=7100082&post=818&subd=milanointernazionale&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Andrea Ferrario</p>
<p><strong>Prima puntata: Bilancio coi buchi e finanza tossica</strong></p>
<p>Un viaggio in più puntate nella bolla milanese che deve ancora scoppiare: dal bilancio del Comune, ai derivati e al contesto di nuova bolla finanziaria che incombe a livello internazionale, per passare poi ai grandi progetti edilizi in crisi, agli intrecci finanza-mattone e alle bolle prossime e venture del cemento e degli aeroporti.</p>
<p><span id="more-818"></span></p>
<p>Milano, inverno 2010/2011: vaste aree della città, da Porta Garibaldi fino alla Fiera e alle aree periferiche, sono cantieri lasciati a metà e abbandonati al completo degrado. Il Comune, dopo la seconda ondata dello scoppio della bolla finanziaria e immobiliare, è rimasto praticamente senza fondi, ma in compenso ha debiti per centinaia di milioni di euro in seguito alla ennesima virata in negativo dei derivati di Albertini. Le banche della città, dopo decine di scambi &#8220;azioni a fronte del debito&#8221; per svariati miliardi con immobiliari fallimentari sono sprofondate in una voragine di passivi e sono quasi tutte chiuse. Dopo i nuovi tagli apportati dalla Gelmini-bis gli studenti vanno a scuola in classi di 100 alunni ciascuna per due ore al giorno nei soli mesi estivi (non ci sono fondi né per gli insegnanti né per il riscaldamento invernale). Nell&#8217;hinterland milanese non c&#8217;è ormai più una fabbrica aperta, ma politici e giornali riassicurano: anche questa volta il peggio della crisi è ormai passato. Per la città intanto si aggirano centinaia di camice verdi volontarie: la Lega le ha messe a disposizione dei propri colleghi di governo per proteggere i punti nevralgici del potere politico ed economico dalla rabbia dei cittadini diventati tutti, in base a un decreto padano, dei clandestini. Il sindaco da parte sua ribadisce che l&#8217;Expo 2015 si farà e stanzia gli ultimi 100.000 euro in contanti disponibili nelle casse comunali per un maxiconvegno intitolato: &#8220;Expo 2015: quali nuove scuse inventarci per produrre la prossima bolla?&#8221;&#8230; Fantascienza? Sì, ma non poi così irreale come potrebbe sembrare a prima vista. Gli ultimi sviluppi milanesi, e non solo quelli, vanno in una direzione che potrebbe avere esiti non poi così differenti da quelli dipinti sopra.</p>
<p>Cominciamo dal bilancio del comune e dalla bolla finanziaria che in alcuni punti è sull&#8217;orlo dello scoppio, in altri viene nuovamente gonfiata. Bilancio: da mesi alcune delle maggiori voci di entrata di Palazzo Marino, e più segnatamente gli oneri di urbanizzazione e gli introiti sulla pubblicità, stanno registrando forti cali, ai quali vanno ad aggiungersi gli effetti sulle casse del Comune della cancellazione della voce di entrata dell&#8217;Ici sulla prima casa, voluta dal governo Berlusconi. A luglio è stata messa a punto una prima manovra per tagliare circa 30 milioni dal bilancio comunale 2010. Ma in questi giorni sono arrivate notizie pesanti come macigni per il bilancio da approvare prima della fine di quest&#8217;anno. L&#8217;Ue ha comminato all&#8217;Italia una pesante multa, diventata definitiva, per le agevolazioni fiscali concesse alle ex aziende municipalizzate nei primi tre anni successivi alla loro privatizzazione. Ora le ex municipalizzate dovranno restituire le somme così accumulate in violazione delle normative europee. In particolare la A2A, società controllata dai Comuni di Milano e Brescia, dovrà restituire ben 200 milioni di euro e di conseguenza non sarà in grado di versare alle due municipalità i dividendi previsti. Il Comune di Milano dovrà pertanto tagliare dal bilancio gli 80 milioni di dividendi A2A previsti, una cifra enorme. E a ciò va aggiunto che quasi sicuramente il Comune non otterrà dividendi, a differenza degli anni passati, nemmeno dalla Sea, società di gestione aeroportuale gravemente colpita nei suoi conti dalla crisi di Malpensa. A queste cifre già da capogiro vanno poi ad aggiungersi i 18 milioni di buco della società comunale Zincar, gestita allegramente in assenza di controlli adeguati da parte di Palazzo Marino. Ma non è tutto, alcuni giorni fa è arrivata un&#8217;altra notizia pesantissima. Il governo centrale chiede al Comune di Milano di effettuare 380 milioni di tagli al bilancio nel triennio 2009-2011 per rispettare il patto di stabilità nazionale, una cifra enorme, tanto più se sommata agli altri buchi di bilancio. Il tutto si tradurrà inevitabilmente in drastici tagli ai servizi e agli investimenti: dopo anni di privatizzazioni e finanza allegra volute da loro e dai loro amici capitalisti, è un po&#8217; come se gli amministratori ci stessero cantando in coro uno slogan popolare, ma di significato opposto, degli anni &#8217;70, &#8220;pagherete caro, pagherete tutto&#8221;. E stiamo già pagando cara anche l&#8217;Expo, nonostante finora non sia stato fatto nulla di nulla, a parte le operazioni di immagine, per l&#8217;evento previsto per il 2015. L&#8217;amministratore delegato di Expo 2015 S.p.A., Lucio Stanca (circa 450.000 euro/anno tra stipendio e bonus), a fine 2009 ha annunciato che la società avrà già un passivo di 11,6 milioni di euro e ha chiesto a Comune e Podestà di rimpinguarne subito le casse con 7,2 milioni di euro. Il secondo nicchia, il primo si dimostra subito disponibile. Dall&#8217;opposizione qualcuno fa osservare che magari Stanca potrebbe anche spiegare come sono stati spesi quei milioni. Ma è una domanda retorica: è noto a tutti che le lotte intestine per accaparrarsi poltrone costano sempre care ai cittadini. Che anche questa volta pagheranno caro, pagheranno tutto.</p>
<p>Al quadro generale vanno poi aggiunti i derivati del Comune e della Regione (si vedano in merito i nostri articoli <a href="http://milanointernazionale.it/2009/05/11/derivati-e-bilancio-le-mani-della-finanza-creativa-su-milano/" target="_blank">Derivati e bilancio: le mani della finanza creativa su Milano</a> e <a href="http://milanointernazionale.it/2009/07/31/lallegra-milano-della-bolla/" target="_blank">L&#8217;allegra Milano della bolla</a>), riguardo ai quali non vi sono da registrare recenti novità, anche se le indagini della magistratura proseguono, ma che continuano a pendere su Milano e la regione come una pesantissima spada di Damocle fatta di centinaia di milioni di finanza tossica. A proposito di derivati va osservato che a livello internazionale si sta sempre più chiaramente profilando la formazione di una nuova bolla finanziaria, che va ad accavallarsi con quella precedente, ancora per la massima parte non smaltita. Milano, in quanto principale centro finanziario italiano, ne è pienamente coinvolta. All&#8217;argomento hanno dedicato una serie di articoli i quotidiani La Stampa e il Corriere della Sera. Nell&#8217;articolo pubblicato il 5 ottobre dalla Stampa, gli autori Luca Fornovo e Gianluca Paolucci rilevano che nel solo scorso mese di luglio le cartolarizzazioni a livello globale sono state di 49 miliardi di euro, contro i 54 miliardi del luglio 2008 (poco prima del crac Lehman) e i 51 miliardi del 2007 (alla vigilia della crisi dei subprime). Stanno riprendendo anche le emissioni dei tossicissimi Abs (asset backed securities, titoli garantiti da prestiti), come testimoniato dalle recenti emissioni miliardarie di Volkswagen, Tesco e Lloyds. Rincara la dose Federico Fubini sul Corriere della Sera: &#8220;già quadruplicato fra il 2003 e il 2008, il valore nominale dei derivati esistenti ha continuato a crescere dalla seconda metà del 2008 alla prima metà del 2009. I più diffusi, quelli sui tassi d&#8217;interesse, sono passati da un valore nominale di 403 mila miliardi nella seconda metà del 2008 a 414 mila miliardi alla fine di giugno del 2009. I &#8220;cds&#8221; [credit default swap] sono la sola classe di derivati in calo sul 2009, ma a un valore nominale di 31.223 miliardi di dollari (circa la metà del prodotto lordo della Terra). A metà 2009 l&#8217;ammontare totale dichiarato del nominale su derivati esistenti era a 445.312 mila miliardi di dollari, più o meno nove volte più del Pil del mondo (dopo essere sceso appena solo nella seconda metà del 2008). A copertura dai rischi sul petrolio, sui tassi o sulle valute, i derivati Otc vengono usati dal 94% delle imprese dell&#8217;indice Fortune 500, le più grandi del mondo in tutti i settori&#8221;. Gli Otc (over the counter) sono titoli &#8220;creati e venduti bilateralmente fra privati senza passare per una Borsa e i suoi strumenti di regolamento e compensazione delle transazioni&#8221;. Per questo nessuno in realtà sa quanti siano i derivati Otc in circolazione. E in fatto di cartolarizzazioni le banche italiane non rimangono indietro: nell&#8217;ultimo anno e fino a oggi hanno cartolarizzato poco meno di 100 miliardi di euro di mutui e altri crediti, con Unicredit (oltre 27 miliardi) e Intesa Sanpaolo (oltre 24 miliardi) in prima fila. Gli autori dell&#8217;articolo della Stampa così spiegano le caratteristiche che hanno oggi queste operazioni: &#8220;Prima i titoli emessi venivano venduti ad investitori istituzionali, che a loro volta li rimpacchettavano e li rivendevano in altre forme, all&#8217;infinito, con i risultati che abbiamo visto. Adesso è la banca stessa che li riacquista, per darli in garanzia alla Bce a fronte di nuova liquidità. [...] Nel momento in cui la Bce interrompesse il meccanismo, o questi titoli vanno sul mercato, agli investitori istituzionali, oppure ci sarà una nuova crisi di liquidità&#8221;. Oltretutto, &#8220;nessun può impedire che gli investitori istituzionali &#8216;reimpacchettino&#8217; all&#8217;infinito quei mutui fino a ricreare i meccanismi che hanno portato alla moltiplicazione di liquidità non sostenuta dai depositi che ha messo in ginocchio la finanza&#8221;. Qualcuno osserva che i titoli emessi ora hanno un &#8220;rating elevato&#8221;, ma va sottolineato che da una parte anche in passato era così e che nulla è stato cambiato nei meccanismi, dimostratisi inefficaci, del rating e che dall&#8217;altra, come nota Elio Lannutti, dell&#8217;associazione dei consumatori Adusbef, &#8220;con la crisi che c&#8217;è parlare di prestiti di buona qualità appare un paradosso&#8221;. Ma arrivano a dare cedole anche dell&#8217;8%: l&#8217;importante è incassare ora senza curarsi della bolla che scoppierà, la stessa filosofia che ha portato alla crisi attuale.</p>
<p>Che l&#8217;attuale apparente &#8220;ripresina&#8221; sia pericolosamente gonfiata lo testimonia anche quanto constata ancora il Corriere della Sera: &#8220;continuano a crescere le insolvenze sui prestiti immobiliari, su quelli alle imprese e ai consumatori Usa, ma Jp Morgan ha appena dichiarato un utile netto sul trimestre di 3,6 miliardi di dollari: sette volte e mezzo più di un anno fa&#8221;. L&#8217;euforia attuale per quella che erroneamente viene interpretata come un&#8217;inversione di tendenza, viene smentita, oltre che da quanto abbiamo riferito sopra, anche da altri dati inquietanti: &#8220;giovedì scorso nella trimestrale di Citi sono spuntati otto miliardi di perdite sul credito. Venerdì Bank of America ha aggiunto 11 miliardi di cuscinetto contro svalutazioni future&#8221;. E secondo il Fondo Monetario Internazionale &#8220;il processo di riconoscimento delle perdite sul credito e sui titoli cartolarizzati non è ancora neanche a metà: secondo il Fondo le svalutazioni già effettuate dagli istituti sono di 1.300 miliardi di dollari, ma quelle da portare alla luce arriverebbero a 1.500&#8243; e in due anni di crisi gli Usa hanno coperto appena il 60% del percorso, mentre l&#8217;Europa è messa addirittura molto peggio, con solo il 40%. Anche a livello italiano ci sono segnali preoccupanti. Come segnala La Stampa il 17 ottobre: &#8220;mercoledì scorso [14 ottobre] due emissioni del gruppo bancario Unicredit sono state messe &#8216;sotto osservazione&#8217; da parte di Moody&#8217;s, mentre erano già state declassate in maggio da Standard &amp; Poor&#8217;s&#8221;. Se finora le cartolarizzazioni italiane hanno tenuto, ci sono però oggi segnali di un preoccupante rapido deterioramento. Per esempio, per una emissione da 1,68 miliardi di euro dell&#8217;ex Banca di Roma su immobili principalmente di Milano e Roma il tasso di default (insolvenza) è passato dallo 0,62% del gennaio 2008 al 2,74% di fine anno, per salire al 3,20% nel primo trimestre di quest&#8217;anno e al 3,4% a luglio. A fronte di questo rapido crescere del tasso d&#8217;insolvenza c&#8217;è un&#8217;altrettanto preoccupante riduzione del fondo di garanzia, che serve a coprire i mancati pagamenti, calato a 12,2 milioni rispetto ai 37,2 del suo target. Per tornare alla bolla globale, invece, va registrato il caso della Cina, la cui ripresa artificialmente gonfiata è in larga parte alla base dei piccoli segni di miglioramento, o piuttosto di freno della caduta, registrati negli ultimissimi mesi dall&#8217;economia globale. Il Sole 24 Ore del 16 ottobre richiama l&#8217;attenzione sul fatto che nei primi nove mesi dell&#8217;anno le banche cinesi hanno messo in circolazione la cifra astronomica di 1.270 miliardi di dollari, &#8220;finiti in larga parte sui listini azionari e sul mercato immobiliare gonfiandone le quotazioni&#8221;. Il settore immobiliare assorbe ormai il 20% degli investimenti interni del paese e le vendite di case nei primi nove mesi hanno fatto registrare un balzo enorme del 73,4%, con un aumento dei prezzi dell&#8217;11% su base annua. Tutti sintomi identici a quelli che hanno portato al recente e non ancora esaurito scoppio della bolla globale.</p>
<p>C&#8217;è un altro aspetto particolarmente preoccupante, quello delle crisi di aziende insolvibili, che vengono risolte mediante complessi piani che hanno come esito quello di uno scambio dei debiti con una partecipazione azionaria da parte delle banche creditrici (lo abbiamo già visto nel caso Risanamento in <a href="http://milanointernazionale.it/2009/07/31/lallegra-milano-della-bolla/" target="_blank">L&#8217;allegra Milano della bolla</a>) o l&#8217;emissione di maxiprestiti obbligazionari per coprire i debiti in scadenza (cioè apertura di nuovi debiti per coprire vecchi debiti in presenza di una situazione di insolvenza!). In entrambi i casi si ha un ulteriore e ingente invischiamento diretto delle grandi banche in situazioni sull&#8217;orlo del crack, con il conseguente aumento del rischio complessivo per il sistema finanziario. Vale la pena di citare a tale proposito il caso di Telco, la società &#8220;cassaforte&#8221; che controlla il 24,5% di Telecom Italia e che entro tre mesi dovrà restituire 2,6 miliardi di euro di debiti. Ad aprile Telco ha chiuso i conti con 1,66 miliardi di euro di perdita (anche in conseguenza della svalutazione della partecipazione in Telecom Italia) ed è stata costretta a coprirla abbattendo il capitale nonché azzerando le riserve patrimoniali, con la conseguenza che non dispone di risorse per rimborsare i 2,6 miliardi di euro di debiti. Per risolvere la situazione le strade (alternative al fallimento) sono due: o un costoso aumento di capitale, o l&#8217;emissione di un maxibond. Secondo il Corriere della Sera si starebbe optando per la seconda soluzione. Gli azionisti di Telco coinvolti nella più che complessa situazione sono due banche, Intesa e Mediobanca, un&#8217;assicuratrice, Generali, e due grandi aziende, Benetton e la spagnola Telefonica.</p>
<p>C&#8217;è poi un altro maxibond di cui è il caso di parlare, quello da 1 miliardo di dollari fatto sequestrare dalla magistratura milanese. Era stato emesso da una società inglese costituita appena il giorno prima dell&#8217;emissione stessa e dal capitale dichiarato di 50 miliardi di sterline, di cui però solo due versate (non due miliardi, ma due [2] sterline!). Una banca vera e &#8220;primaria&#8221; come il Credit Suisse lo aveva trasmesso a un&#8217;altra banca altrettanto vera, la Banca Mediolanum, e, come scrive il Corriere della Sera: &#8220;sarebbe potuto essere usato come robusta garanzia per ottenere dalle banche ingenti finanziamenti, o come sponda per negoziare altre operazioni&#8221;. Un altro sintomo di come la finanza tossica sia ancora viva e vegeta e trovi facili canali nel circuito bancario. E un episodio inquietante che va ad aggiungersi a quello misterioso del sequestro di obbligazioni per 131 miliardi di dollari (forse false, ma la vicenda non è ancora stata chiarita ed è oggetto di svariate teorie cospirazioniste) sequestrati a giugno a Chiasso a due giapponesi e a quello altrettanto misterioso del sequestro di bond americani per 180 miliardi di dollari sequestrato in agosto a Malpensa a due filippini, cifre in grado di provocare un terremoto nella finanza globale (si veda il relativo <a href="http://www.corriere.it/cronache/09_settembre_20/bond_falsi_delfrate_661f9a3e-a5c6-11de-a2a4-00144f02aabc.shtml" target="_blank">articolo del Corriere della Sera</a>).</p>
<p><em>Nelle prossime puntate de &#8220;La bolla che deve ancora arrivare&#8221; ci occuperemo di CityLife, gruppo Ligresti, Risanamento, Pedemontana, valutazioni degli immobili, Piano generale del territorio, Piano casa, aeroporti e altro ancora</em>.</p>
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		<title>L&#8217;allegra Milano della bolla</title>
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		<pubDate>Fri, 31 Jul 2009 11:56:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milanointernazionale</dc:creator>
				<category><![CDATA[=>   Notizie e approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[Banche]]></category>
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		<description><![CDATA[L&#8217;allegra Milano della bolla di Andrea Ferrario La richiesta di fallimento per l&#8217;immobiliare Risanamento di Luigi Zunino porta alla luce una Milano strangolata dal cemento e dalla finanza tossica, mentre le inchieste sui derivati del Comune e della Regione aprono nuove pagine inquietanti. Ma nonostante l&#8217;evidente scoppio della bolla, i palloni gonfiati del mattone e [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&blog=7100082&post=725&subd=milanointernazionale&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>L&#8217;allegra Milano della bolla</strong></p>
<p><strong>di Andrea Ferrario</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>La richiesta di fallimento per l&#8217;immobiliare Risanamento di Luigi Zunino porta alla luce una Milano strangolata dal cemento e dalla finanza tossica, mentre le inchieste sui derivati del Comune e della Regione aprono nuove pagine inquietanti. Ma nonostante l&#8217;evidente scoppio della bolla, i palloni gonfiati del mattone e del capitale facile sembrano avere tutta l&#8217;intenzione di andare avanti come se nulla fosse.</strong></p>
<p><span id="more-725"></span></p>
<p>Un paio di miliardi di derivati di qua, un centinaio abbondante di metri di grattacielo di là, una bella manciata di miliardi di crack finanziario e qualche bosco verticale, e poi una bella spremuta miliardaria di quel che resta di territorio e abbondanti iniezioni di denaro-spazzatura delle banche, giù fino ai centri storici e all&#8217;hinterland dati in pasto al nazional(regional)popolare piano casa. E&#8217; l&#8217;allegra Milano della bolla immobiliare e finanziaria, che alla vigilia dell&#8217;agosto vacanziero e di un autunno che si profila cupissimo, continua a danzare come se nulla fosse la sua danza grigia di cemento e tossica di finanza spericolata. Nel mondo impervia una crisi che ha fatto capire anche ai bambini che così non si può, ma a Milano&#8230; chi se ne frega, impera l&#8217;ideologia del &#8220;dopo di noi il diluvio&#8221;, che i disastri li paghino gli altri e i posteri, l&#8217;importante è che noi ci abbuffiamo qui e subito. Immobiliaristi, sindaci e funzionari pubblici, banchieri, archistar e giornalisti compiacenti.</p>
<p>Mentre la produzione crolla e l&#8217;economia è in rapidissima discesa (si veda il nostro ultimo <a href="http://milanointernazionale.it/2009/07/25/diario-della-crisi-in-lombardia-25-luglio/" target="_blank">Diario della crisi in Lombardia</a>), con centinaia di migliaia di persone a rischio disoccupazione, una piccola raffica di notizie ante-agosto dipinge un quadro a dire poco sconcertante di cosa è oggi Milano. Per pronunciare la fatidica parola &#8220;fallimento&#8221; riguardo alla situazione della Risanamento di Luigi Zunino c&#8217;è voluto un intervento della procura, gli altri non se ne erano accorti. E c&#8217;è voluta ancora la procura (in questo caso, va riconosciuto, con un buon contributo di alcuni politici dell&#8217;opposizione e giornalisti) per portare di fronte alla giustizia dopo anni lo scandaloso disastro dei derivati del Comune di Milano e della Regione Lombardia. Riguardo ai secondi potete leggere un efficace <a href="http://newrassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search&amp;currentArticle=MYDG0" target="_blank">articolo di Claudio Gatti sul Sole 24 Ore del 22 luglio</a> sull&#8217;inchiesta che dalla nostra regione si sta allargando all&#8217;intera Italia, sui primi si registra l&#8217;incriminazione da parte della Procura per illecito amministrativo nei confronti delle banche JP Morgan Chase, Ubs, Deutsche Bank e Depfa, nonché di dodici loro funzionari e due dirigenti del Comune di Milano, accusati di truffa aggravata. Intanto il ciellino assessore all&#8217;urbanistica Carlo Masseroli continua imperterrito nella sua marcia &#8220;a passo di mattone&#8221; progettando valanghe di cemento sulle aree ferroviarie dismesse e puntando sulla finanziarizzazione del suolo con la proposta di istituire per la città &#8220;una banca dei diritti volumetrici per scambiare perequazione su pezzi di territorio&#8221;. Sullo sfondo, una città in piena crisi in cui però, senza un&#8217;effettiva pianificazione e senza utilità sociale, sono in questo momento aperti 3.700 cantieri, tra i quali quello enorme di CityLife che va avanti con una &#8220;leva finanziaria&#8221; spropositata, di circa l&#8217;80%, analoga a quella utilizzata dalla Risanamento che oggi si trova sull&#8217;orlo del crack.</p>
<p>IL CASO RISANAMENTO</p>
<p>Nelle scorse settimane è scoppiata la bomba, che covava da lungo tempo, della Risanamento di Luigi Zunino, società nota in particolare per due enormi progetti milanesi arenatisi nel pantano: quello del complesso di Santa Giulia, a Rogoredo, e quello delle ex aree Falck di Sesto San Giovanni, la più grande area industriale dismessa d&#8217;Europa. Il 16 luglio i pubblici ministeri Roberto Pellicano e Laura Pedio hanno depositato una richiesta di fallimento nei confronti della società, nella quale si scrive che &#8220;dall&#8217;occultamento della condizione di liquidazione di fatto [si] rileva l&#8217;esigenza di accertare l&#8217;eventuale reato di falsità in bilancio, [...] non è ipotizzabile che il gruppo possa riprendere una regolare attività economica&#8221;, perché, secondo una consulenza tecnica, &#8220;risulta acclarata la manifesta insolvenza, [c'è una] situazione di illiquidità concreta [e il] bilancio 2008 non poteva essere redatto secondo i principi di continuità aziendale&#8221;. Secondo quanto riassume Walter Galbiati su Repubblica, &#8220;l&#8217;impressione dei pubblici ministeri è che la società sia di fatto fallita e che sia tenuta artificialmente in vita per compiere dei pregiudizi nei confronti dei soci e del ceto creditorio. [...] Da qui l&#8217;esigenza di indagare Zunino per i reati di bancarotta, aggiotaggio, falso in bilancio e di capire se le banche hanno compiuto &#8216;una concessione abusiva di credito&#8217;&#8221;. Tradotto in soldoni, la Risanamento sarebbe da tempo di fatto fallita e vi è il sospetto che le banche creditrici la abbiano tenuta e la tengano artificialmente in vita in violazione della legge e per interessi privati. Le cifre in ballo sono enormi, si parla di 3,8 miliardi di euro di debiti per Risanamento (ma la stima è del 2007) ai quali, anche se al di fuori della procedura in corso, va aggiunta l&#8217;esposizione della holding di famiglia di Zunino, che la maggior parte delle fonti stima come superiore a 1 miliardo di euro. Le banche coinvolte maggiormente sono le solite: Intesa Sanpaolo e Unicredit, ma ci sono anche Banco Popolare, Monte dei Paschi e Popolare Milano. Secondo una perizia disposta dai pm la Risanamento avrebbe debiti in quantità quasi pari al proprio patrimonio immobiliare, che però è pressoché per intero vincolato da garanzie reali o altri vincoli. Inoltre, il valore a bilancio a fine 2008 del patrimonio immobiliare è sostanzialmente uguale a un anno prima nonostante la crisi immobiliare. A ciò vanno ad aggiungersi altri debiti insoluti per centinaia di milioni.</p>
<p>Vista l&#8217;entità delle cifre in questione, il fallimento di Risanamento avrebbe effetti gravissimi sul sistema bancario e finanziario, ma anche su quello immobiliare, visto che comporterebbe un&#8217;ulteriore impasse per i megaprogetti che la società ha in corso. Come scrive Alberto Mazzuca sul Giorno, Risanamento ha &#8220;una montagna di debiti, pari a circa la metà dei debiti industriali di una società come la Fiat, che è comunque la prima azienda industriale italiana&#8221;. Dopo che il Tribunale di Milano ha fissato la prima udienza per il 29 luglio, le banche si sono lanciate in una corsa affannata per mettere a punto un piano antifallimento. Per ora quello che hanno ottenuto è il rinvio dell&#8217;udienza al 22 settembre, con l&#8217;obbligo di presentare un piano definitivo di ristrutturazione dei debiti entro il 1 settembre: sarà un importante capitolo di quello che già si profila in generale come il &#8220;settembre nero&#8221; dell&#8217;economia milanese. Secondo la bozza di piano messa a punto le banche proporranno di tenere in vita Risanamento con un aumento di capitale di 150 milioni (in grado di soddisfare le esigenze di cassa per un anno) e nuova finanza per 350 milioni mediante una conversione dei crediti in capitale che avrà la forma di un prestito convertibile in azioni della durata massima di cinque anni &#8211; quasi tutte le fonti danno per scontato che Risanamento non riuscirà a saldare il debito e pertanto il prestito verrà convertito in azioni, aumentando tra le altre cose il profilo di rischio delle banche. La quota di Zunino passerà dal 73% al 32,8%, le banche saliranno al 55%, mentre il 12% è sul mercato. Per la holding familiare dell&#8217;immobiliarista sarebbe invece allo studio una massiccia vendita dei prestigiosi immobili posseduti, perlopiù a Milano (e sarà interessante vedere a che prezzi verranno realizzati e quali effetti avranno sul mercato immobiliare milanese). Intanto Zunino si è dimesso da tutte le cariche in Risanamento e, in seguito a un rimpasto, è stato nominato come nuovo presidente Vincenzo Mariconda, mentre nel consiglio di amministrazione entrerà con ogni probabilità Luigi Roth, area Comunione Liberazione-Formigoni, presidente di Fiera Milano ed eminenza grigia di CityLife. Le banche sembrano quindi avere l&#8217;intenzione di salvare in qualche modo capra e cavoli (cioè i propri bilanci) tenendo in vita questa &#8220;bolla delle bolle&#8221; mediante l&#8217;iniezione di altri fondi, incuranti del fatto che le precedenti iniezioni, 150 milioni nell&#8217;aprile 2008 e 75 milioni nel successivo novembre, sono andate bruciate con l&#8217;unico effetto di prolungarne l&#8217;agonia. Il fallimento invece chiuderebbe subito il capitolo con pesanti effetti in bilancio per gli istituti finanziari.</p>
<p>Ma da dove viene Luigi Zunino? Come si è potuti arrivare a questa situazione? Le cronache narrano che l&#8217;immobiliarista, di origini piemontesi, ha cominciato giovanissimo comprando e vendendo cavalli per il Palio di Siena e poi acquistando tenute agricole. Il salto di qualità e l&#8217;ingresso nell&#8217;immobiliare ad alta rendita alta lo ha fatto con l&#8217;Esselunga di Bernardo Caprotti, per la quale ha costruito supermercati e centri commerciali. Successivamente ha comprato alcune società (tra le quali la oggi altrettanto fallimentare Aedes, altra &#8220;bolla sull&#8217;orlo dello scoppio&#8221;: si veda il relativo capitolo nel nostro articolo <a href="http://milanointernazionale.it/2009/04/01/il-caso-innse-dieci-mesi-di-lotta/" target="_blank">&#8220;Il caso Innse: dieci medi di lotta&#8221;</a>), fino alla svolta de 2000, quando ha acquistato dalla Banca d&#8217;Italia la Risanamento Napoli (secondo voci riportate dal Sole 24 Ore, con la benedizione di Antonio Bassolino), da cui è nata poi l&#8217;odierna spa. Cominciano i contatti con le banche, da Intesa Sanpaolo fino a Unicredit, e cominciano anche le feste mondane nei salotti milanesi e in sontuose ville al mare o in montagna. Zunino ha svolto molte transazioni anche con i &#8220;furbetti&#8221; Danilo Coppola e Stefano Ricucci con, per citare ancora il Sole 24 Ore, &#8220;un vorticoso passaggio di terreni, fabbricati e palazzi che rimpingua le casse delle società immobiliari&#8221;, fino a portare per breve tempo l&#8217;immobiliarista nel salotto buono della finanza italiana, Mediobanca, con una quota del 3,8%. Intanto, grazie alla leva finanziaria offerta delle banche, il suo impero cresce fino ai due megaprogetti di Santa Giulia (1,7 miliardi) e della ex Falck di Sesto San Giovanni. Ma il castello scricchiolava già allora, il primo progetto si è arenato a metà, il secondo non è nemmeno partito e oggi per Risanamento si parla apertamente di fallimento.</p>
<p>Santa Giulia è un caso da manuale. Un&#8217;enorme area di 1,2 milioni di metri quadri per il cui progetto Zunino ha coinvolto l&#8217;archistar Norman Foster. Un&#8217;area prevista in parte a edilizia convenzionata e in parte in edilizia extralusso, con in mezzo un &#8220;parco&#8221; (in realtà attraversato in larga parte dall&#8217;ultratrafficata Paullese). L&#8217;edilizia convenzionata è ben lungi dall&#8217;essere di natura popolare: dai 2.400 ai 3.500 euro al metro quadro, un prezzo che già oggi probabilmente è superiore a quello normale sul mercato reale, se si tiene conto della flessione dei prezzi e dello stato di degrado dell&#8217;area. Santa Giulia infatti è stata costruita solo a metà, mancano gli asili e le metrotranvie che erano stati promessi, larga parte dei terreni sono cumuli di sabbia e fango, il boulevard che doveva essere popolato di negozi è semivuoto, hanno dato la disdetta Esselunga e Feltrinelli, secondo i giornali stanno pensando di farlo note case di moda e cinema. Già nel 2007 Santa Giulia aveva ricevuto un duro colpo in seguito alla decisione del Comune di aprire il nuovo mega-centro congressi non nelle aree di Zunino come previsto, ma al Portello, zona più &#8220;vicina&#8221; a Comunione e Liberazione. Oggi chi arriva in metropolitana a Santa Giulia oltre a trovarsi di fronte a una zona avulsa ed estranea al contesto circostante, si trova di fronte un acquitrino con poetico gracchiare di rane (oppure è una discarica a cielo aperto piena di acqua piovana?) e più in là come una cattedrale nel deserto la fantascientifica sede di Sky, sulla sinistra dei casermoni angolosi, cioè le case in edilizia convenzionata, per arrivare alle quali si passa da un lungo passaggio recintato senz&#8217;anima viva, ideale per ogni tipo di aggressione diurna o notturna. Rispetto all&#8217;1,7 miliardi previsti inizialmente, il valore del &#8220;vuoto pneumatico&#8221; di Santa Giulia, come lo definisce Repubblica, era a fine 2008 di 917 milioni di euro. Le banche nel loro piano di ristrutturazione di Risanamento prevedono l&#8217;individuazione di un nuovo partner per il completamento di Santa Giulia, ma dove lo troveranno nella crisi attuale e oltretutto visto lo stato degradato dell&#8217;area? C&#8217;è chi parla di un aiuto del sempre disponibile Comune di Milano, che potrebbe trasferire qui il Palazzo di Giustizia, o magari potrebbe rendere più appetibile l&#8217;area aumentando i coefficienti di edificabilità (ipotesi non irrealistica, sembrerebbe, dato che Repubblica riferisce come Risanamento a metà luglio abbia dato mandato a Foster &amp; Partners di &#8220;redigere la variante urbanistica per incrementare l&#8217;edificabilità del progetto&#8221;). Per l&#8217;area ex Falck di Sesto San Giovanni, dove non è ancora stato realizzato nessun lavoro, il piano delle banche prevede la confluenza in un fondo immobiliare la cui gestione dovrebbe essere affidata alla Castello Sgr: anche qui assistiamo a una finanziarizzazione del territorio. E su questo progetto vale la pena di citare le parole dell&#8217;ex assessore all&#8217;ambiente di Sesto, Giuseppe Valeriano, dimessosi per &#8220;l&#8217;osceno progetto sulle aree Falck, per la sua insostenibilità economica&#8221;. Un progetto analogo a quello di Santa Giulia, ma di dimensioni ancora maggiori, con un target di appartamenti simile a quello delle aree Repubblica-Garibaldi e CityLife e con centri commerciali previsti in un&#8217;area che ha già un&#8217;offerta commerciale in eccesso. Ma non solo oggi non ci sono i soldi per realizzarlo: non si riesce nemmeno a vendere i terreni, perfino il fondo arabo Limitless, nonostante il ribasso di prezzo, si è tirato indietro (si veda il nostro articolo &#8220;Lombardia: la speculazione non si ferma&#8221; in <a href="http://milanointernazionale.it/2009/04/05/milano-internazionale-cronache-n-17-del-5-aprile-2009/" target="_blank">Milano Internazionale Cronache del 17 aprile 2009</a>).</p>
<p>Forse la crisi avrà come uno dei suoi pochi effetti positivi quello di liberarci da questa macchina implacabile che brucia enormi risorse e piega alla finanza metro quadrato su metro quadrato di Milano al solo e assurdo scopo di gonfiare la bolla. Per ora i palloni gonfiati del mattone e della finanza sembrano però avere tutta l&#8217;intenzione di andare avanti come se nulla fosse.</p>
<p>(fonti: Corriere della Sera, 18 luglio, 20 luglio, 22 luglio, 26 luglio, 28 luglio, 30 luglio; Repubblica, 18 luglio, 19 luglio, 21 luglio, 22 luglio, 23 luglio, 26 luglio, 28 luglio; Stampa, 18 luglio, 19 luglio, 27 luglio; Sole 24 Ore, 19 luglio, 22 luglio, 28 luglio, 29 luglio, 30 luglio; Giorno, 26 luglio; Milano Finanza, 22 luglio)</p>
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		<title>Formigoni nel pantano</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Jul 2009 13:03:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milanointernazionale</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Comunione e liberazione]]></category>
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		<description><![CDATA[Formigoni nel pantano di Andrea Ferrario Nel centrodestra sembra essere in atto una guerra intestina senza esclusione di colpi tra la fazione Formigoni-Comunione e Liberazione, da una parte, e l&#8217;asse Berlusconi-Tremonti-Lega Nord, dall&#8217;altra. Lo scandalo dell&#8217;ospedale Niguarda rischia di mettere seriamente nei guai il governatore lombardo, che ha nella sanità la sua maggiore base di [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&blog=7100082&post=685&subd=milanointernazionale&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Formigoni nel pantano</strong></p>
<p><strong>di Andrea Ferrario</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Nel centrodestra sembra essere in atto una guerra intestina senza esclusione di colpi tra la fazione Formigoni-Comunione e Liberazione, da una parte, e l&#8217;asse Berlusconi-Tremonti-Lega Nord, dall&#8217;altra. Lo scandalo dell&#8217;ospedale Niguarda rischia di mettere seriamente nei guai il governatore lombardo, che ha nella sanità la sua maggiore base di potere. Ma anche le traversie dell&#8217;Expo e la megaoperazione dei derivati della Regione potrebbero contribuire a un suo tramonto politico</strong>.</p>
<p><span id="more-685"></span></p>
<p>Tempi duri per Roberto Formigoni, da una quindicina d&#8217;anni governatore della Lombardia e da sempre leader di Comunione e Liberazione, nonché uno dei boss di Forza Italia e ora del Pdl. Da un po&#8217; di tempo a questa parte sembra non andargliene bene una. Il varo del Piano casa regionale, da lui fortemente voluto, è oggetto di continui rinvii a causa di divergenze all&#8217;interno della sua maggioranza. Il Sole 24 Ore, quotidiano della Confindustria, ha pubblicato a giugno un dettagliato e pesantissimo articolo sui titoli derivati della Regione Lombardia (ne riferiamo nei dettagli più sotto). Grossi problemi per il governatore anche in ambito Expo. Dopo la messa fuori gioco di Paolo Glisenti, delfino di Letizia Moratti, la gestione degli appalti più importanti era passata al Tavolo Lombardia, dove il mazziere è proprio lui, Formigoni. L&#8217;Expo continua però a essere completamente ferma anche dopo l&#8217;entrata in gioco di Lucio Stanca a inizio aprile, che avrebbe dovuto comportare un avvio immediato dell&#8217;operazione. A giugno si è tornati a parlare di Expo, scomparsa altrimenti dalle pagine dai giornali, in pratica per una sola volta e ipotizzando la nomina di un commissario straordinario, soluzione che comporterebbe per Formigoni la perdita di ogni potere di controllo effettivo. Ma i guai più grossi per Formigoni potrebbero venire dal dossier del Ministero dell&#8217;Economia (guidato da Giulio Tremonti) sulle irregolarità all&#8217;ospedale milanese Niguarda (potete scaricare le <a href="http://milanointernazionale.files.wordpress.com/2009/07/niguarda01.pdf" target="_blank">parti più rilevanti del dossier</a> e l&#8217;<a href="http://milanointernazionale.files.wordpress.com/2009/07/niguarda02.pdf" target="_blank">elenco delle principali carenze e irregolarità emerse</a>). La Repubblica comincia il suo articolo sul caso con una frase molto esplicita: &#8220;Giulio Tremonti ha in mano la miccia di uno scandalo da oltre un miliardo di euro che rischia di esplodere sotto la poltrona del governatore lombardo Roberto Formigoni&#8221;.</p>
<p>L&#8217;IMPERO DELLA SANITÀ</p>
<p>L&#8217;indagine del Ministero dell&#8217;Economia è terminata nel novembre del 2008, ma è stata comunicata alla Regione solo a fine maggio. Riguarda il maxiprogetto del nuovo Niguarda, il più grande piano di edilizia sanitaria d&#8217;Italia, per un totale di oltre 1 miliardo di euro, di cui 266 milioni per i lavori di costruzione e 820 milioni di spese pubbliche per servizi di supporto. Il dossier contesta alla Regione ben 47 casi di irregolarità. Come riferisce Repubblica, il ministero &#8220;accusa i vertici del Pirellone di avere garantito ai costruttori privati &#8216;un potere contrattuale enorme, monopolistico e ricattatorio&#8217;, causando &#8216;danni gravissimi&#8217; alle casse pubbliche&#8221;. Al centro delle accuse c&#8217;è l&#8217;uso disinvolto del project financing, la modalità di progetto in base alla quale i privati finanziano un&#8217;opera pubblica in cambio del diritto di incassarne i ricavi per periodi di alcuni decenni. Secondo le accuse del ministero in realtà gran parte dei finanziamenti sarebbero stati effettuati da Regione e Stato, in assenza un&#8217;adeguata documentazione giustificativa. I privati insomma avrebbero investito meno, a fronte di una uguale garanzia di ricavi fino al 2034. L&#8217;operazione è stata gestita da funzionari della Regione che, scrive Repubblica, sono &#8220;tutti ciellini di ferro&#8221; e sarebbe andata a vantaggio in particolare di una cordata di cooperative rosse capitanata dalla Cmb, la quale, sempre secondo il dossier, ha ottenuto &#8220;tredici revisioni dei prezzi senza neppure indicare i costi aggiuntivi&#8221; (il nesso, ormai consolidato, tra Comunione e Liberazione [Compagnia delle Opere] e Lega Coop non è così strano come potrebbe sembrare e ha una sua ragion d&#8217;essere politica: si leggano in merito un articolo di Repubblica &#8211; <a href="http://milano.repubblica.it/stampa-articolo/1462834" target="_blank">http://milano.repubblica.it/stampa-articolo/1462834</a> &#8211; e uno del Corriere della Sera &#8211; <a href="http://www.corriere.it/politica/09_giugno_24/Deserto_rosso_dal_Ticino_a_Trieste_dario_di_vico_5f81028a-607f-11de-9ec2-00144f02aabc.shtml" target="_blank">http://www.corriere.it/politica/09_giugno_24/Deserto_rosso_dal_Ticino_a_Trieste_dario_di_vico_5f81028a-607f-11de-9ec2-00144f02aabc.shtml</a>).</p>
<p>Il Ministero dell&#8217;Economia parla apertamente di &#8220;ipotesi di reato&#8221;, di &#8220;bandi di gara omissivi&#8221;, di procedure &#8220;scorrette&#8221;, di nomine di tecnici &#8220;incompetenti&#8221;, di &#8220;valutazioni soggettive che sconfinano nell&#8217;arbitrarietà&#8221; e lancia un a fondo che colpisce direttamente al cuore il sistema di potere di Formigoni: con l&#8217;operazione, l&#8217;ospedale pubblico Niguarda è stato &#8220;espropriato di tutti i suoi poteri [...] illegittimamente concentrati nelle società regionali Finlombarda e Infrastrutture Lombarde&#8221; &#8211; si tratta dei due strumenti finanziari e operativi di cui si è dotata la Regione di Formigoni, e controllati da quest&#8217;ultima, che in pratica gestiscono come soggetti privati i maggiori progetti lombardi. Infrastrutture Lombarde, per esempio, sta gestendo insieme alla Impregilo di Ligresti-Benetton-Gavio la costruzione del nuovo mega-grattacielo della Regione (oltre 400 milioni di euro). Il Ministero si riserva il diritto di obbligare la Regione a rifare tutti i concorsi per il progetto del nuovo Niguarda, bloccando così uno dei più grossi business della Regione. Ma, ed è ancora più preoccupante per Formigoni, sta valutando se denunciare il tutto alla Procura e alla Corte dei Conti. Lo scandalo che cova sotto la cenere rischia di allargarsi a macchia d&#8217;olio, perché le indagini si estenderanno ora ad altri sei cantieri del piano straordinario regionale per la sanità (in totale 5 miliardi di euro) gestiti da Infrastrutture Lombarde: l&#8217;ospedale di Legnano, il S. Anna di Como, il nuovo complesso ospedaliero di Vimercate, il Giovanni XXIII di Bergamo, il S. Gerardo di Monza e i presidi ospedalieri di Busto Arsizio-Saronno-Tradate e di Cittiglio-Luino. Il governatore lombardo non ha tardato a reagire: ha prima inviato una circolare a tutti i 44 direttori generali degli ospedali lombardi ordinando loro di respingere ulteriori sopralluoghi degli ispettori del ministero, poi dopo pochi giorni ha allargato l&#8217;ordine a tutti gli enti regionali. Secondo Formigoni, in parole povere, il Ministero dell&#8217;Economia, in quanto organo dello stato, non ha alcun diritto di controllare l&#8217;operato della Regione: è la Regione che deve controllare se stessa!</p>
<p>Oltre alla Repubblica e al Sole 24 Ore (si veda più sotto), anche il Corriere della Sera, con il suo supplemento Economia, ipotizza problemi per Formigoni nel suo caposaldo più importante, la sanità. In questo caso i problemi sono tutti politici e consistono nell&#8217;ascesa ai vertici del settore sanitario di Ferruccio Fazio, ex primario dell&#8217;ospedale San Raffaele e recentemente promosso al ruolo di viceministro della Sanità. Una nomina particolarmente importante nel momento in cui in Lombardia scadono questo mese i consigli di amministrazione dei maggiori poli ospedalieri Lombardi (dal Policlinico all&#8217;Istituto dei Tumori), come scrive Jacopo Tondelli. Il San Raffaele è il megaospedale voluto dal prete-imprenditore Don Luigi Verzè, vicinissimo a Berlusconi. E Fazio è proprio un fedelissimo di Don Verzè, posizionandosi così nell&#8217;unica fazione alternativa a Formigoni nel lucrosissimo business della sanità. A tutto questo va ad aggiungersi il fatto che ora la Provincia di Milano sarà guidata da Guido Podestà, anch&#8217;egli attivo nel campo della sanità e fedelissimo di Berlusconi, nonché, dietro le quinte, in conflitto con il potere di Formigoni. Il governatore lombardo si ritrova quindi sempre più accerchiato. Riguardo alla gestione della sanità lombarda da parte della giunta Formigoni vanno aggiunte due recenti ed eloquenti notizie, proprio nel momento in cui prosegue il processo per &#8220;gli omicidi bianchi&#8221; al Santa Rita, la clinica degli orrori. Si è aperto in questi giorni un nuovo capitolo: le strutture ospedaliere pubbliche potranno cedere in affitto ai privati i loro migliori medici. Il primo caso è stato quello del noto onconeurologo Francesco DiMeco, che in base a un accordo si trasferirà con il suo staff in pianta stabile dal pubblico Besta al privato Humanitas. Come commenta il Corriere della Sera: &#8220;È la nuova formula di collaborazione tra ospedali pubblici e istituti privati voluta dalla Regione Lombardia. Lo stesso Pirellone, che dieci anni fa aveva messo sullo stesso piano con la legge 31 le strutture sanitarie pubbliche e quelle private accreditate, oggi incoraggia il distacco di medici dalle prime alle seconde&#8221;. Su un altro fronte, si è aperto un (semi)conflitto tra Asl e l&#8217;Associazione Italiana Ospedalità Privata (Aiop). Un anno fa, dopo lo scandalo del Santa Rita, Formigoni aveva dichiarato: &#8220;Basta con i medici che lavorano a cottimo, prendendo un premio ad ogni operazione in più che fanno&#8221;. Ma ancora oggi nulla è cambiato e si continua con lo stesso sistema. L&#8217;Asl però ha provato in questi giorni a muovere un timido passo, con la previsione di eliminare dai contratti di assunzione dei medici &#8220;qualunque forma di incentivo basata sulla produzione&#8221;. L&#8217;Aiop è insorta, esigendo che i contratti rimangano nell&#8217;ambito del diritto privato e proponendo la blanda misura dell&#8217;introduzione da parte dei privati di clausole più severe per il rispetto del codice deontologico. L&#8217;Asl si è dimostrata subito conciliante dichiarando di avere come obiettivo quello di trovare una &#8220;soluzione condivisa&#8221; e di non volere limitare l&#8217;autonomia delle cliniche, che potranno comunque continuare a dare incentivi legati alla produttività. Insomma, si apporterà qualche ritocco formale ai regolamenti per motivi di facciata e si continuerà a lavorare a cottimo come al Santa Rita.</p>
<p>I DERIVATI DI FORMIGONI, UNA GIGANTESCA RAGNATELA FINANZIARIA</p>
<p>Mentre i titoli derivati del Comune di Milano sono da anni al centro di inchieste giornalistiche, di denunce politiche e anche di indagini della magistratura, quelli della Regione di Formigoni sono rimasti ampiamente nell&#8217;ombra. Ma anche loro rappresentano, oltre a una bomba a orologeria, un esempio di quanto siano allucinanti le modalità con le quali Comuni e Regioni gestiscono i nostri soldi. Ne ripercorre la storia il Sole 24 Ore in un articolo uscito a giugno. Nel 2002 la Lombardia, già guidata da Roberto Formigoni, aveva effettuato con la consulenza delle banche Ubs e Merrill Lynch un&#8217;emissione obbligazionaria da 1 miliardo di dollari con scadenza nel 2032. Come è logico, e come prevede la legge, in questi casi bisogna creare un fondo di ammortamento in cui versare lungo i 30 anni della durata i mezzi per fare fronte al rimborso del prestito obbligazionario al momento della scadenza. La soluzione più normale e più sicura sarebbe stata quella di mettere semplicemente da parte i fondi nella forma di sicuri e facilmente gestibili titoli di Stato. E invece no, questo &#8220;salvadanaio&#8221; (in termini tecnici, nel caso in questione, un &#8220;sinking fund&#8221;), chissà perché, lo hanno creato le due stesse banche consulenti (commenta il Sole 24 Ore: investire in semplici titoli di stato &#8220;sarebbe stato troppo semplice e, si potrebbe malignare, sarebbe poco remunerativo per le banche&#8221;). La Regione si è quindi impegnata a versare i soldi alle due banche che glieli gestiranno fino al 2032 &#8211; come scrive ancora Morya Longo sul Sole 24 Ore: &#8220;dato che [il 'sinking fund'] deve garantire alla Regione solo la restituzione di 1 miliardo nel 2032, tutto il rendimento aggiuntivo lo incassano le banche. Insomma: il rischio che il fondo faccia investimenti sbagliati e che qualche bond vada in default è tutto della Lombardia, ma il guadagno è tutto di Ubs e Merrill Lynch. A pensarci bene, è un meccanismo geniale: le banche hanno rendimenti senza rischi (pur ricompensando la Regione nei prezzi dei derivati) mentre la Lombardia ha rischi senza rendimenti&#8221;.</p>
<p>Ma c&#8217;è un altro particolare: Ubs e Merrill Lynch hanno inserito nel fondo titoli di altre emissioni gestite da loro stesse, in particolare della Regione Lazio, della Regione Sicilia e addirittura della Grecia. Le medesime modalità (titoli di enti pubblici per l&#8217;ammortamento) vengono applicate anche in altre regioni e comuni, creando così una gigantesca catena di Sant&#8217;Antonio: se una regione o un comune dovesse fallire (un&#8217;ipotesi non così peregrina, specialmente in questi tempi di crisi), andrebbe nei guai praticamente l&#8217;intero sistema delle finanze locali italiane. In più per le banche c&#8217;è un triplo guadagno: quello generato dalle due emissioni (per es. Lombardia da una parte e Sicilia dall&#8217;altra) e quello prodotto dal sinking fund. E se pensate che sia tutto vi sbagliate, c&#8217;è un altro particolare stupefacente. Nonostante il prestito obbligazionario abbia una durata trentennale la Regione Lombardia, nota il Sole 24 Ore, si è impegnata a versare nel sinking fund quasi tutto l&#8217;importo nei primi anni. Nel 2008, dopo soli 6 anni dei 30 previsti, la Regione aveva già pagato più della metà del valore dell&#8217;emissione obbligazionaria. Nell&#8217;aprile 2017, alla metà esatta della durata del prestito, la Lombardia dovrà avere consegnato alle banche 934 milioni di euro, vale a dire il 90% dell&#8217;ammontare totale. Logica la domanda che si pone il Sole 24 Ore: &#8220;che senso ha indebitarsi a 30 anni, se poi in 15 anni si restituisce praticamente tutto l&#8217;importo alle banche?&#8221;. Secondo gli esperti interpellati dal quotidiano, nessuna legge è stata violata (ma sull&#8217;emissione sta indagando il Pm milanese Alfredo Robledo), rimane però il fatto che l&#8217;operazione imbastita dalla Regione di Formigoni con le due banche appare fatta più nell&#8217;interesse di queste ultime che in quello della Lombardia.</p>
<p>Alla fine il quadro che esce da quanto abbiamo scritto è davvero desolante, indipendentemente dal fatto che Formigoni e la sua giunta finiscano o meno nei guai, politici o giudiziari. Le varie fazioni di un potere che governa sia il paese sia la regione in assenza praticamente di ogni opposizione sono talmente avide da essere pronte a lotte intestine senza esclusioni di colpi pur di accaparrarsi ogni business possibile. I risultati sono l&#8217;inefficienza, lo sperpero dei nostri soldi a favore di soggetti amici e, come al Santa Rita, addirittura la morte di pazienti per fini di lucro.</p>
<p>(fonti: Repubblica, 28 maggio; Corriere Economia, 8 giugno; Corriere della Sera, 10 giugno, 13 giugno, 17 giugno, 3 luglio; Sole 24 Ore, 17 giugno; Giorno, 29 maggio)</p>
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		<title>In breve da Milano e dalla Lombardia, 1 giugno 2009</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Jun 2009 09:33:21 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>In breve da Milano e dalla Lombardia, 1 giugno 2009<br />
</strong></p>
<p>Mentre il Comune di Milano perde milioni, in Unicredit si gioisce &#8211; Scuole e crolli: si aspetta un&#8217;altra tragedia? &#8211; Quando qualcosa si muove &#8211; Condannati Albertini, De Corato e Masseroli&#8230; &#8211; &#8230;e condannato anche Roberto Castelli &#8211; Il ciellino si cambia d&#8217;abito &#8211; La paura e la rabbia corrono sui binari &#8211; No, la multa a Trenitalia non si può &#8211; Apartheid leghista: assistere senza vomitare? &#8211; All&#8217;Università la sinistra si riprende</p>
<p style="text-align:center;"><span id="more-574"></span>***</p>
<p><strong>Mentre il Comune di Milano perde milioni, in Unicredit si gioisce</strong></p>
<p>Lo scandalo dei derivati del Comune di Milano, al quale Milano Internazionale ha dedicato recentemente un articolo (<a href="http://milanointernazionale.it/2009/05/11/derivati-e-bilancio-le-mani-della-finanza-creativa-su-milano/" target="_blank">http://milanointernazionale.it/2009/05/11/derivati-e-bilancio-le-mani-della-finanza-creativa-su-milano/</a>), si arricchisce di nuovi particolari. Al centro dell&#8217;attenzione è ora la banca Unicredit, dopo che la registrazione di una telefonata è stata depositata al Tribunale del Riesame nell&#8217;ambito dell&#8217;inchiesta sul buco creato nelle casse comunali dai derivati legati alla ristrutturazione del debito di Palazzo Marino. Come scrive la Repubblica: &#8220;Mentre il Comune di Milano si incamerava una perdita di circa 100 milioni di euro sui derivati, i manager di Unicredit festeggiavano per avere incassato un profitto di 2 milioni e 40.000 euro in poche ore&#8221;. L&#8217;8 settembre Andrea Gavazzoni di Unicredit comunica a un collega la chiusura dell&#8217;operazione del derivato stipulato dal Comune nel 2002 con Unicredit, e che generava per Palazzo Marino perdite per circa 100 milioni. Palazzo Marino si accollava 20 milioni di perdite, altri 48 milioni venivano rinegoziati con le banche estere oggi sotto inchiesta, mentre Unicredit ne ristrutturava 20. Da quella ristrutturazione le quattro banche estere incassavano 12 milioni di euro di profitti e Unicredit ben 2 milioni. Ecco alcune delle frasi pronunciate nello scambio telefonico tra Gavazzoni e il suo collega: &#8220;Grandi ragazzi, bisogna che facciamo un aperitivo o una cena per sta cosa qua&#8221;, &#8220;due milioni e quarantamila, ah cazzo, buttali via, si lavora una settimana&#8230;&#8221;, &#8220;come due milioni? Dai non scherzare che son soldi, ragazzi, non scherzate! Come hai fatto a fare due milioni di utile?&#8221; Gavazzoni: &#8220;Vabbe&#8217;, tu basta che ti rivolgi alle persone giuste e vedrai che sarai sempre soddisfatto&#8221; &#8211; quest&#8217;ultima frase è quella su cui supponiamo che la magistratura si concentrerà maggiormente. Prosegue la Repubblica: &#8220;Perdite per il Comune e utili per la banca sui quali i capi della divisione derivati di Unicredit calibravano i loro bonus. Nel 2005, Davide Mereghetti e Luca Fornoni, i capi dei &#8216;negoziatori&#8217; di derivati con Palazzo Marino, hanno percepito un reddito di 3,4 milioni di euro a testa&#8221;. Intanto, secondo gli ultimi dati del Comune di Milano pubblicati dal Sole 24 Ore, i derivati stipulati nel 2005 dalla giunta di Gabriele Albertini stanno generando una perdita (valore di mercato attuale) di oltre 231 milioni di euro.</p>
<p>(fonti: Repubblica, 23 maggio; Sole 24 Ore, 26 maggio)</p>
<p><strong>Scuole e crolli: cosa si aspetta, che succeda un&#8217;altra tragedia?</strong></p>
<p>E&#8217; un vero e proprio bollettino di guerra, che passa inosservato in piccoli trafiletti nelle pagine locali dei giornali lombardi. A Milano e in Lombardia nel solo mese di maggio si sono registrati altri tre crolli in scuole pubbliche. Nella scuola elementare di via Visconti, zona Bonola, il 6 maggio una piastrella ha ceduto, si è staccata dal muro ed è crollata in testa a una bambina, che è stata portata al pronto soccorso, fortunatamente senza serie conseguenze. Di fronte ai continui episodi che da mesi segnalano una situazione di fortissimo rischio per l&#8217;incolumità di alunni e insegnanti nelle scuole lombarde e milanesi, il commento dell&#8217;assessore milanese ai lavori pubblici Bruno Simini, riportato dal Corriere della Sera il 7 maggio, lascia stupefatti: &#8220;A questo punto sono sempre più convinto della necessità di far partire un monitoraggio su tutti gli edifici pubblici di Milano&#8221;. A questo punto? Sempre più &#8220;convinto&#8221;? Monitoraggio? Cosa aspetta l&#8217;assessore a disporre interventi con la massima urgenza? Che ci scappi il morto? Basta guardarsi in giro per vedere che la situazione in Lombardia e nel Nord è generalizzata. Il 25 maggio nella scuola materna Pagode, a San Donato, è crollato l&#8217;intero soffitto di un salone dell&#8217;istituto, per fortuna durante il fine settimana quando la scuola era chiusa. Spiega un genitore: &#8220;Il problema più grave è che i bambini giocano tutti i giorni in quel salone. Poteva essere una tragedia&#8221;. Ora i bambini rimarranno a casa, probabilmente fino alla fine dell&#8217;anno scolastico. Il 29 maggio alla scuola elementare Mozzi di Treviglio è crollato il controsoffitto di un androne esterno e anche in questo caso per fortuna è successo poco dopo la fine dell&#8217;orario, quando gli alunni erano già usciti. Sono venuti giù d&#8217;un colpo quasi quaranta metri quadri di rivestimento isolante del soffitto, per un peso stimato di tre quintali: poteva essere una strage, come a San Donato. L&#8217;incidente è avennuto nella stessa data in cui, di notte, è crollato un soffitto nella scuola elementare Gabelli di Belluno, dove due anni fa era venuto giù un altro soffitto: anche qui strage sfiorata. Per farsi un&#8217;idea della spaventosa situazione dei crolli nelle scuole italiane è sufficiente digitare in Google le parole &#8220;scuola crollo soffitto&#8221;. Ma nessuno ne parla nei dovuti termini, se non a tragedia avvenuta, come a Rivoli nel novembre scorso quando è morto uno studente. Intanto si tagliano i fondi alle scuole e si stanziano cifre folli per progetti faraonici destinati a rimpinguare di miliardi le tasche degli speculatori, come l&#8217;Expo 2015 e il Ponte sullo stretto di Messina.</p>
<p>(fonti: Corriere della Sera, 7 maggio, 26 maggio, 30 maggio)</p>
<p><strong>Quando qualcosa si muove</strong></p>
<p>Il 25 maggio è stato rioccupato, a un anno dallo sgombero, il centro sociale SOS Fornace di via S. Martino 20 a Rho. Nel suo comunicato il Fornace (http://www.sosfornace.org), che ha una lunga tradizione di lotte per la difesa del territorio, scrive: &#8220;l&#8217;esperienza del centro sociale è stato un vero e proprio esempio di &#8216;riqualificazione dal basso&#8217; di un&#8217;area dismessa che attraverso l’autogestione, è stata riportata in vita, facendola diventare in tre anni un contenitore di esperienze critiche e conflittuali contro la ristrutturazione che sta subendo il nostro territorio. [...] La scelta dell’area di via S. Martino non è dovuta alla nostalgia. Questo spazio è situato in un’area strategica rispetto al prossimo sviluppo della città e alla costruzione della città-vetrina. Nel nuovo PGT i quartieri di S. Martino e Lucernate sono infatti indicati come epicentri della trasformazione verso il futuro assetto prospettato per Rho: quello di essere un cento direzionale sul modello de “La Défense” parigina, che comporterà la riconversione delle aree produttive e la conseguente terziarizzazione del territorio attraverso la costruzione di strutture ricettive, centri commerciali, uffici e la “densificazione” dei tessuti residenziali a bassa intensità. La città-vetrina di Fiera ed Expo è un cimitero di passioni per chi ci vive. E’ una città grigia, vuota, escludente, governata dalla paura del “nemico pubblico” di turno, nella quale le politiche securitarie si abbattono contro i soggetti deboli e non omologati &#8211; materia di ordine pubblico quando non di decoro urbano &#8211; tutelando nel contempo il profitto e la rendita dei soliti affaristi e speculatori malgrado i veri produttori di ricchezza di questo territorio siano precari e migranti. Al cemento si unisce dunque il manganello, connubio ben rappresentato dalla scricchiolante maggioranza che governa la città. Da una parte, al timone delle trasformazioni, il sindaco Zucchetti: ciellino, uomo di Formigoni ed emissario della Compagnia delle opere, e quindi della Fiera; dall’altra la Lega Nord, della cui pretesa di difendere il territorio rimane solo il razzismo e l’intolleranza, visto che gli interessi dei cittadini rhodensi sono già stati ampiamente svenduti in cambio di qualche poltrona nei posti chiave di Fiera Milano e della Società di Gestione di Expo 2015. Con questa occupazione vogliamo aprire una vertenza rispetto all’assetto complessivo che questo territorio, stretto nelle mani rapaci di Fiera ed Expo, andrà ad assumere nei prossimi anni. Riporteremo in via S. Martino 20 i percorsi, le vertenzialità e il conflitto che abbiamo prodotto, autorganizzandoci, all’interno della città vetrina di Expo 2015&#8243;.</p>
<p>Il 27 maggio a Milano c&#8217;è stata una arrabbiata ma festosa occupazione dell&#8217;Ufficio Scolastico Provinciale di Milano, promossa dall&#8217;Assemblea delle Scuole del Milanese. &#8220;Volevano azzerare il tempo pieno, imporre il maestro unico, tagliare e far quadrare il bilancio del governo e dei banchieri, facendo saltare quello dell&#8217;istruzione. Dicevano che la &#8216;gente&#8217; stava con loro. Poi la &#8216;gente&#8217; ha scelto, in massa, il tempo pieno, riducendo la scelta del maestro unico a percentuali ridicole&#8221;, scrive in un comunicato l&#8217;Assemblea, che invita alla lotta concludendo: &#8220;A quelli che sono rassegnati, a quelli cui sono spuntati un po&#8217; di mali, a quelli che &#8216;vorrei andar via da questo paese&#8217;, a quelli del &#8216;c&#8217;ho le bollette&#8217;, diciamo: venite con noi. Non chiudete la finestra, perché non c&#8217;è limite al peggio. Dimostriamo che siamo un osso duro, non diamo loro il segnale di via libera, o i prossimi due anni porteranno a termine il massacro che hanno iniziato&#8221;. Proprio questi giorni è stato dato il via alla definizione degli organici nelle scuole superiori milanesi. Oltre ai 403 tagli già previsti la &#8220;razionalizzazione degli organici&#8221; comporterà il sacrificio di altri 500 posti di lavoro. Come spiega il sindacalista Pippo Frisone: &#8220;tutte le discipline saranno penalizzate, tranne l&#8217;insegnamento della religione cattolica, dove ci saranno ancora docenti con poche unità di alunni&#8221;.</p>
<p>(fonti: Il Manifesto, 26 maggio; Il Giornale, 22 maggio)</p>
<p><strong>Condannati Albertini, De Corato e Masseroli&#8230;</strong></p>
<p>Il 12 maggio la quarta Corte d&#8217;Appello di Milano ha condannato l&#8217;ex sindaco Gabriele Albertini (Pdl-Forza Italia), il vicesindaco Riccardo De Corato (Pdl-An) e l&#8217;assessore Carlo Masseroli (Pdl-Cl), insieme ad altri quattro consiglieri della maggioranza, a risarcire con la cifra simbolica totale di tremila euro gli esponenti dell&#8217;opposizione Basilio Rizzo, Milly Moratti e Maurizio Baruffi. I fatti risalgono al marzo 2003, quando la maggioranza di centrodestra aveva fatto preparare e protocollare in anticipo 92 emendamenti in bianco per fare decadere gli oltre 2.000 emendamenti presentati dall&#8217;opposizione al bilancio preventivo per quell&#8217;anno. L&#8217;imbroglio era fallito per l&#8217;intervento di una consigliera comunale e dei vigili urbani. Il particolare che rende ancora più interessante il tutto è che proprio un mese fa Albertini, per sostenere l&#8217;infondatezza di ogni ipotesi di una sua colpevolezza per lo scandalo derivati, aveva citato come esempio il fatto di essere stato assolto in primo grado per la faccenda degli emendamenti in bianco.</p>
<p>(fonti: Avvenire e Repubblica, 13 maggio)</p>
<p><strong>&#8230;e condannato anche Roberto Castelli</strong></p>
<p>L&#8217;attuale ministro delle infrastrutture Roberto Castelli è stato condannato dalla Corte dei Conti a restituire all&#8217;erario 50.000 euro insieme al suo ex capo di gabinetto Settembrino Nebbioso. I fatti risalgono all&#8217;inizio del 2000, quando il leghista Castelli era ministro della giustizia e aveva affidato alla società Global Brain un&#8217;analisi dell&#8217;efficienza del sistema giudiziario. La consulenza era stata assegnata senza bando di gara e la commissione che avrebbe dovuto vigilare sulla società era stata nominata solo quando il lavoro di cui era incaricata la Global Brain era praticamente già concluso. A seguito di accertamenti da parte della Guardia di Finanza si è scoperto che la Global Brain non era conosciuta nel settore e soprattutto che:” era stata costituita solo un mese prima (il 12 novembre 2001) con capitale sociale versato di € 10.000, dalla Società M &amp; P Risk Agency Spa (42% delle quote), dalla Global Brain di Alberto Uva e C. (43% delle quote) e dal Signor Bruno Della Negra (15% delle quote) e che nel lasso di tempo segnato dalle date testè indicate non aveva mai operato”. La sentenza ricostruisce anche uno strano accadimento: nel luglio del 2001 ad “una serata Mondana” a casa del Sig. Uva, Castelli espone la sua idea di realizzare un progetto di implementare l’efficienza degli uffici giudiziari. La Global Brain viene creata appositamente per questo scopo, in barba alla legge che impone un bando di concorso. Il motivo della condanna è che: primo la Global Brain ricevette l’incarico su segnalazione diretta del Ministro (Castelli) “l’affidamento dell’incarico è avvenuto non in base ad attestate qualità professionali della Global Brain – società che ancora non esisteva al tempo dell’assunzione della decisione di operare nel campo dell’efficienza del sistema giudiziario – sibbene all’evidente fine di favorire soggetti noti al Ministro; la Global non ha mai formalizzato in una proposta contrattuale l’oggetto delle prestazioni da eseguire, con la conseguenza che i reciproci diritti ed obblighi sono stati individuati in modalità del tutto irrituali…”. Secondo, la Global Brain non fece nulla di quanto pattuito ma ricevette comunque il compenso e non solo, ricevette anche altri due incarichi “la Global Brain non ha posto in essere alcuna attività, essendosi limitata a partecipare ai lavori della Commissione, come risulta dai processi verbali delle relative sedute, analiticamente esaminati nell’atto di citazione”…” E, di fatto, il 16 luglio 2002, la Global Brain invia al capo di gabinetto del Ministro una lettera (pag. 40 della citazione) con la quale si comunica l’avvenuta conclusione del progetto secondo tempi e attività concordate, circostanze entrambe non rispondenti al vero”</p>
<p>(fonte: Corriere della Sera, 10 aprile 2009)</p>
<p><strong>Il ciellino si cambia d&#8217;abito</strong></p>
<p>Sulla Repubblica del 16 maggio Franco Capitano racconta il background della nomina del ciellino Claudio Artusi ad amministratore delegato del megaprogetto Citylife, avvenuta in questi giorni: &#8220;Il 28 giugno 2004 una Commissione di valutazione composta dal consiglio di Sviluppo Sistema Fiera, guidata dall&#8217;allora amministratore delegato Claudio Artusi, selezionò la short list delle migliori offerte per l&#8217;acquisto e la riqualificazione dei 255mila metri quadrati del quartiere storico della Fiera. Pochi giorni dopo, il 2luglio, la fase finale dell&#8217;asta assegnò l&#8217;area alla cordata Citylife (Generali, Ras, gruppo Ligresti e altri), che vinse la gara con un&#8217;offerta di 523 milioni, nettamente superiore a quelle di Pirelli Re e Risanamento. Cinque anni più tardi, l&#8217;uomo che pilotò quella scelta, cioè Artusi (che negli anni successivi ha guidato Fiera Spa), diventa amministratore delegato di Citylife, cioè della società che acquisì quei terreni. Insomma, il venditore diventa numero uno della società acquirente. Un cambio d&#8217;abito, e via&#8221;.</p>
<p><strong>La paura e la rabbia corrono sui binari</strong></p>
<p>Da inizio aprile su alcune tratte della Linea 2 della metropolitana di Milano i treni hanno ridotto sensibilmente la velocità. Nei punti in cui si viaggiava a 50 all&#8217;ora adesso si viaggia a 15, in altri si è passati da 70 a 30. Il motivo non è dei più rassicuranti per i 90 milioni di viaggiatori che utilizzano ogni anno la linea verde. Il rallentamento è infatti dovuto, come scrive il Corriere della Sera, al fatto che sui binari ci sono scambi con il ferro deteriorato, meccanismi logori, strutture ormai usurate e pericolose. Il 2 dicembre scorso si era evitata la tragedia solo per la prudenza dei macchinisti: un pezzo di binario arrugginito si era spaccato di netto facendo deragliare un treno, per fortuna i macchinisti che erano passati poco prima da quel punto si erano accorti che qualcosa non andava e dopo la loro segnalazione la centrale aveva avvisato di diminuire sensibilmente la velocità. Il 23 maggio un tram della linea 5 ha deragliato nel centralissimo Corso Italia trascinandosi per 35 metri. Corso Italia è stato bloccato per ore e il traffico è andato in tilt. L&#8217;incidente sarebbe dovuto a un deviatoio dello scambio dei binari che si è aperto di scatto durante il passaggio della vettura. Non è un semplice caso fortuito, dato che un altro incidente con le medesime modalità si era verificato solo qualche giorno prima in Piazza Cinque Giornate. Non sorprende che gli utenti dei &#8220;servizi&#8221; ATM siano sempre più esasperati. Il 25 maggio dopo avere aspettato per oltre mezz&#8217;ora il tram 1 in via Settembrini hanno visto arrivare due vetture, entrambe però dirette al deposito. E allora hanno deciso di occupare i binari, chiedendo all&#8217;autista di caricarli e di fare una corsa completa sul percorso della tramvia. Dopo una telefonata alla centrale l&#8217;autista ha ottenuto l&#8217;ok &#8211; insomma, il tram è stato &#8220;dirottato&#8221;. Ribellarsi conviene.</p>
<p>(fonti: Corriere della Sera, 6 maggio, 24 maggio, 26 maggio)</p>
<p><strong>No, la multa a Trenitalia non si può</strong></p>
<p>Continuano intorno a Milano e in Lombardia le proteste dei pendolari per la disastrosa situazione dei collegamenti ferroviari dopo l&#8217;introduzione del nuovo orario di Trenitalia e l&#8217;arrivo dei treni ad alta velocità. Il 7 maggio sulla linea Milano-Piacenza vi è stato l&#8217;ennesimo ritardo e il comitato pendolari di San Zenone (provincia di Lodi) aveva preannunciato in caso di ritardi un&#8217;originale protesta: i viaggiatori, già in sciopero del biglietto, avrebbero dato una simbolica multa ai controllori per il ritardo del treno. Ma nel delirio repressivo che infuria sulla regione perfino una simpatica e pacifica protesta come questa è stata impedita. I controllori si sono presentati scortati da agenti della polizia, nella generale indignazione dei pendolari. Come ha commentato Fabio Spagnuolo del comitato, &#8220;hanno usato soldi pubblici per garantire il controllore. Il biglietto è un contratto tra due parti ed entrambe lo devono rispettare. La polizia questa mattina chi tutelava? La cittadinanza o un soggetto privato come Trenitalia? Le ferrovie hanno paura di una protesta civile e quindi hanno alzato il tono della contesa. Il ministro degli interni però dovrebbe spiegarci come mai ha consentito una cosa del genere&#8221;. I pendolari invitano a firmare la loro petizione online: <a href="http://www.firmiamo.it/piutrenipendolarimilanopiacenza">http://www.firmiamo.it/piutrenipendolarimilanopiacenza</a></p>
<p>(fonte: Il Cittadino di Lodi, 8 maggio 2009)</p>
<p><strong>Apartheid leghista: assistere senza vomitare?</strong></p>
<p>Sulla proposta del leghista Matteo Salvini e della sua collega di partito Raffaella Piccinni di introdurre l&#8217;apartheid nei vagoni della metropolitana milanese ha pubblicato un bel commento su Repubblica il giornalista Curzio Maltese: &#8220;Per chi è cresciuto nella Milano degli anni Settanta, la metropolitana era la prova più fiera dell`internazionalità della città, della sua modernità, del suo essere «vicina all`Europa». Nessuna capitale italiana aveva una metro` decente. Quella romana era ed è rimasta un ghetto sociale sotterraneo. Quella di Milano è uguale a quelle di Parigi o Londra o Monaco. Quando l`Italia era lontana dall`essere una nazione multietnica, la metropolitana milanese era il luogo più interculturale e interclassista del paese. E la rete che collega tutti i simboli internazionali della città`, la Borsa e la Fiera, il Piccolo e la Scala, la Triennale e lo stadio di San Siro. Ma una volta alla meta la gente si divideva. I sedili della metropolitana erano l`unico luogo della società italiana dove tutto e tutti s`incontravano. L`operaio di Sesto seduto accanto alla modella svedese, il broker della finanza e lo studente, la casalinga e l`intellettuale, l`immigrato e il barone universitario, il turista giapponese, l`hooligan e il violinista. Un crocevia di autentica urbanità. [...] La reazione della società milanese [alle dichiarazioni di Salvini e Piccinni] lascia perplessi. Silenzi, timidezze, imbarazzi da tutti i palazzi del potere economico e politico. Uno non può credere che arrivi il giorno in cui i milanesi assisteranno senza vomitare alla scena di un anziano immigrato o di una donna africana incinta costretti a cedere il posto a un ragazzo bianco. Ma mese dopo mese, qualcuno ci sta abituando a trattare con gli incubi&#8221;.</p>
<p>(fonte: Repubblica, 9 maggio)</p>
<p><strong>All&#8217;Università la sinistra si riprende</strong></p>
<p>Dopo la grande Onda di questo autunno-inverno il voto per le elezioni dei rappresentanti degli studenti nelle università milanesi hanno visto un aumento della partecipazione e la vittoria delle liste di sinistra alla Statale e alla Bocconi. Alla Statale Sinistra Universitaria ha ottenuto il 47%, ben oltre il previsto, mentre Obiettivo studenti (Comunione e Liberazione) rimane ferma e Azione universitaria-Mpl (Pdl) è in netto calo. Esordio da disfatta invece per la lista Mup (Lega Nord). Alla Bocconi dopo otto anni di dominio incontrastato delle destre Alternativa democratica (centrosinistra) conquista il seggio riservato agli studenti nel consiglio di amministrazione. Nel parlamentino le liste legate a Pdl e Cl riescono invece insieme a strappare la maggioranza. Alla Cattolica domina come sempre Ateneo studenti, lista legata a Cl, ma il Corriere della Sera scrive che &#8220;sulla vittoria cala l&#8217;ombra di infrazioni elettorali&#8221;: si va dai brogli, alla manipolazione di dati sulle presenze, alle mailing-list rubate a un professore per fare propaganda elettorale, ai cartelloni strappati, alla violazione del giorno di silenzio, al respingimento dalle urne di studenti regolarmente iscritti.</p>
<p>(fonti: Corriere della Sera, 15 maggio, 29 maggio)</p>
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		<title>Derivati e bilancio: le mani della finanza creativa su Milano</title>
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		<pubDate>Mon, 11 May 2009 19:58:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milanointernazionale</dc:creator>
				<category><![CDATA[=>   Notizie e approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[Bilancio]]></category>
		<category><![CDATA[Derivati]]></category>
		<category><![CDATA[Gabriele Albertini]]></category>
		<category><![CDATA[Speculazione finanziaria]]></category>

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		<description><![CDATA[Derivati e bilancio: le mani della finanza creativa su Milano di Andrea Ferrario La vicenda dei derivati stipulati nel 2005 con un gruppo di banche dalla giunta dell&#8217;allora sindaco di Milano, Gabriele Albertini, ha dato il primo esito clamoroso. Il 27 aprile la Guardia di Finanza ha sequestrato immobili, quote azionarie e conti correnti delle [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&blog=7100082&post=500&subd=milanointernazionale&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Derivati e bilancio: le mani della finanza creativa su Milano</strong></p>
<p><strong>di Andrea Ferrario</strong><strong><br />
</strong></p>
<p>La vicenda dei derivati stipulati nel 2005 con un gruppo di banche dalla giunta dell&#8217;allora sindaco di Milano, Gabriele Albertini, ha dato il primo esito clamoroso. Il 27 aprile la Guardia di Finanza ha sequestrato immobili, quote azionarie e conti correnti delle banche JPMorgan Chase, Deutsche Bank, Ubs e Depfa Bank per un valore complessivo di oltre 340 milioni di euro.</p>
<p><span id="more-500"></span></p>
<p>Secondo la magistratura l&#8217;operazione derivati sarebbe stata una truffa ai danni del Comune di Milano che avrebbe fruttato alle banche oltre 100 milioni di euro di profitti illeciti, d&#8217;intesa con l&#8217;allora direttore Giorgio Porta e il consulente del comune per la ristrutturazione del debito Mario Mauri. L&#8217;iniziativa della magistratura è clamorosa non solo per le conseguenze che potrebbe avere a Milano, ma anche perché apre la strada a misure simili in tutta Italia, dove i comuni hanno in atto centinaia di operazioni obbligazionarie e su derivati per un totale di ben 35 miliardi di euro.</p>
<p>Riassumiamo a grandi linee la storia del complesso scandalo derivati. Nell&#8217; aprile 2005 la giunta di destra guidata da Albertini si era resa conto di avere un grande bisogno di liquidità: mancavano fondi per la spesa corrente, anche perché un contratto derivato da 739 milioni di euro stipulato con l&#8217;Unicredit evidenziava una perdita di 100 milioni. Per raccogliere liquidità il Comune ha deciso pertanto nel giugno di quell&#8217;anno di emettere un prestito obbligazionario trentennale da 1,7 miliardi di euro (il più grande nella storia delle città europee), con un&#8217;annessa copertura mediante titoli derivati (swap). I titoli derivati sono strumenti di copertura del debito ad altissimo rischio, perché i loro complicati meccanismi rischiano di generare perdite enormi in presenza di variazioni dei tassi d&#8217;interesse praticati dalle banche centrali o quando cambiano i rating di rischio paese ai quali sono collegati. Hanno però per gli amministratori un grande pregio: permettono di generare subito liquidità scaricando i rischi in là nel tempo sulle successive amministrazioni (cioè sui cittadini). Secondo testimonianze riportate dal Corriere della Sera, all&#8217;interno della giunta comunale molti avevano allora cercato di convincere il sindaco a non varare l&#8217;operazione (tra di essi il suo capo di gabinetto, Aldo Scarselli, e il vicesindaco Riccardo De Corato), ma Albertini aveva voluto procedere a tutti i costi. L&#8217;operazione, alla fine varata con un compatto voto favorevole da parte della destra, fu presentata come un grande successo dal sindaco, ma nel giro di una manciata di anni, in seguito anche alle instabilità causate dalla crisi economica di cui gli stessi titoli derivati sono stati un fattore scatenante, l&#8217;operazione ha cominciato a generare perdite di portata enorme (secondo le stime più autorevoli, tra i 200 e i 300 milioni di euro). Dall&#8217;inchiesta in corso, e dalle parallele rivelazioni della stampa, emerge ora un quadro ancora più inquietante. Innanzitutto, dai brani di documenti pubblicati da Panorama il 7 maggio emerge che tra il luglio del 2004 e il marzo del 2005 le banche coinvolte avevano insistito a più riprese presso il Comune affinché imbastisse l&#8217;operazione, rivolgendosi costantemente a Giorgio Porta, il già menzionato direttore generale del Comune. Porta è un uomo fidatissimo di Albertini: ex dirigente Montedison ed ex presidente di Federchimica, era stato chiamato da quest&#8217;ultimo a rivestire l&#8217;incarico influente e delicatissimo, in particolare negli anni novanta, di assessore alle privatizzazioni, e si era interessato tra le altre cose della privatizzazione dell&#8217;Aem. Il consulente Mauro Mauri, che ha affiancato Porta nell&#8217;operazione derivati, era stato in precedenza ai vertici di Montedison con quest&#8217;ultimo. Per completare il quadro va menzionato che il calcolo della convenienza economica dell&#8217;operazione (per il Comune) era stato eseguito non da un soggetto autonomo, ma dalle stesse banche. Insomma, tutto lascia intendere che il Comune all&#8217;epoca abbia preso decisioni sulla scia delle strategie delle banche. Inoltre per legge era necessario estinguere il vecchio derivato con Unicredit prima di emetterne uno nuovo, ma non si è proceduto subito in tal senso. Angela Casiraghi, direttore centrale finanza del Comune, ha spiegato a proposito: &#8220;tutti mi dissero che non era necessario [estinguere il derivato Unicredit] in quel momento e che tale posizione sarebbe stata sistemata in un secondo tempo, dicendomi di non menzionare questa situazione nei documenti che avrei dovuto predisporre&#8221;. Alla fine, più di due mesi dopo, si procedette a deliberare l&#8217;estinzione del derivato con Unicredit, ma l&#8217;operazione ebbe un costo complessivo di oltre 100 milioni di euro &#8211; per citare Claudio Gatti sul Sole 24 Ore: &#8220;se questa cifra fosse stata inclusa nei calcoli, come dovuto, sarebbe venuta a mancare la convenienza economica e il Comune non avrebbe potuto portare a termine l&#8217;operazione&#8221;. Inoltre l&#8217;emissione obbligazionaria era stata emessa inizialmente a tasso fisso ed è stata poi in seguito trasformata in una molto più rischiosa emissione a tasso variabile senza che, secondo quanto osserva il consigliere Pd Davide Corritore, venisse emessa alcuna delibera per la trasformazione. Ma non è tutto. Ufficialmente le banche avevano strutturato questa enorme operazione miliardaria a fronte di un corrispettivo di appena 42.133,67 euro a testa &#8211; dall&#8217;inchiesta in corso sembra invece che, grazie ai complicati meccanismi dei titoli, abbiano intascato commissioni illecite per oltre 100 milioni di euro, con un pesante sospetto di connivenza da parte del Comune di Milano. Al quadro già pesantissimo vanno aggiunti anche i particolari grotteschi. Per esempio, Elfo Butti, allora direttore centrale del settore ragioneria e finanza del Comune, nonché uno dei firmatari del contratto per i derivati, racconta: &#8220;Avevo informato il dottor Porta del fatto che non avevo alcuna conoscenza in materia di derivati e che non parlavo l&#8217;inglese [l'unica lingua in cui era redatto il contratto - NdR]. Questi mi rispose che non era un problema&#8221;.</p>
<p>Il quadro complessivo che emerge dalla vicenda è chiaro, al di là dei particolari che devono ancora essere chiariti. Il Comune di Milano (quello guidato da Gabriele Albertini, ma anche la giunta Moratti ha proseguito in parte sulla stessa strada) ha coscientemente scaricato sui contribuenti un rischio finanziario che nel tempo potrebbe tradursi in enormi perdite e di conseguenza in tagli a servizi essenziali. E lo ha fatto agendo in maniera succube al potere delle banche, lo stesso potere al quale la destra che governa da più di 15 anni la città ha sacrificato ogni politica di sviluppo sociale di Milano. Con Albertini la Milano da bere di Bettino Craxi ha fatto un enorme salto di qualità, grazie a una moltiplicazione da capogiro della speculazione immobiliare e finanziaria. In questi giorni Albertini è tornato per l&#8217;ennesima volta a sventolare come un automa, in propria difesa, una patetica relazione del 2007, autoprodotta dalla sua stessa giunta e inviata alla Corte dei Conti, in cui si asseriva che fino a quella data l&#8217;operazione derivati aveva generato risparmi. Non solo finge di dimenticarsi che nell&#8217;ultimo anno e mezzo le cose sono drasticamente peggiorate e che quel documento non fa riferimento al valore mark-to-market dei derivati (cioè quello reale e attuale di mercato, e non quello teorico), ma fa finta anche di dimenticarsi che alcuni mesi dopo, nell&#8217;aprile 2008, la stessa Corte dei Conti bocciò sonoramente l&#8217;operazione derivati, notando tra le altre cose che essa ha &#8220;vincolato risorse di generazioni future&#8221; e ha &#8220;aumentato i rischi dell&#8217;indebitamento&#8221;. A un giornalista della Repubblica che in questi giorni gli chiedeva se in tutta l&#8217;operazione derivati-banche non vi fosse stata una connivenza di Palazzo Marino, Albertini, che è stato l&#8217;uomo più potente di Milano per quasi dieci anni, risponde: &#8220;Certo non da parte mia. Il sindaco dà degli indirizzi. Poi c&#8217;è chi li manda avanti in modo operativo&#8221;. Con queste frasi sibilline Albertini vuole forse fare credere che lui dava solo indirizzi e poi se ne lavava le mani, non controllava nulla e non portava alcuna responsabilità? La sua totale responsabilità politica in realtà è sotto gli occhi di tutti &#8211; nonostante questo oggi rimane ancora deputato europeo e sarà ricandidato il prossimo giugno per il partito che lo ha portato al potere, cioè Forza Italia oggi confluita nel Pdl.</p>
<p>Se l&#8217;operazione della giunta Albertini è nell&#8217;occhio della bufera, anche Roberto Formigoni ha i suoi scheletri nell&#8217;armadio in fatto di derivati. Nel 2002 la sua giunta regionale ha lanciato un&#8217;emissione da 1 miliardo di dollari a 30 anni, con le banche Ubs e Merrill Lynch come intermediari. L&#8217;emissione formigoniana utilizza un sinking fund, cioè, come spiega Milano Finanza, &#8220;un fondo nel quale vengono versate le rate di ammortamento, anno per anno, in vista del rimborso del 2032&#8243;. Il particolare interessante è che nei soli primi 5 anni del periodo di 32 anni la Regione ha versato nel fondo già 500 milioni di dollari, cioè la metà dell&#8217;intera emissione. Questi soldi sono stati investiti in titoli di varia tipologia, che però per una parte consistente sono ad alto rischio. Inoltre, i fondi sono gestiti dalle stesse due banche che in alcuni casi hanno acquistato titoli collocati o intermediati dalle banche stesse. Insomma, da una parte le banche hanno venduto e dall&#8217;altra hanno comprato, spesso con prezzi che non erano decisi dal mercato.</p>
<p>(fonti: Sole 24 Ore, 28 aprile 2009; Repubblica, 4 luglio 2000, 18 aprile 2008; 29 aprile 2009; Panorama, 7 maggio 2009; Milano Finanza, 1 maggio 2009; Corriere della Sera, 31 ottobre 2007, 1 novembre 2007, 5 novembre 2007, 10 novembre 2007)</p>
<p><strong>Il bilancio con il trucco</strong></p>
<p>Nel momento stesso in cui tornava alla ribalta in maniera eclatante lo scandalo derivati, la Corte dei Conti sparava una (giustificatissima) bordata contro il Comune di Milano. Secondo la magistratura contabile Palazzo Marino in pratica ha violato la legge perché non ha accantonato per anni in bilancio risorse per fare fronte al rimborso del prestito obbligazionario del 2004 convertibile in azioni A2A, per un totale di ben 335 milioni di euro in scadenza quest&#8217;anno. Il Comune in questi anni, evitando di mettere in bilancio tali risorse, ha fatto spese con fondi di cui in realtà non disponeva. La conseguenza è che ora deve effettuare drastici tagli. Per un paio di giorni Palazzo Marino ha cercato di temporeggiare sostenendo che erano possibili altre soluzioni di alchimia finanziaria, ma poi ha dovuto fare retromarcia e annunciare i tagli. Il buco in bilancio verrà coperto tagliando i finanziamenti per la linea 4 del metro (verranno reperiti con un altro mutuo, ma ciò allungherà notevolmente i tempi di realizzazione) e cancellando i fondi per il canale scolmatore di Niguarda (vorrà dire che in presenza di piogge forti il Seveso continuerà a inondare la zona nord di Milano, un problema assurdo irrisolto da oltre trent&#8217;anni). Verranno inoltre tagliati fondi per il risanamento e la manutenzione di edifici comunali (compresi quelli per la bonifica delle scuole dall&#8217;amianto), quelli per l&#8217;ampliamento dell&#8217;offerta di posti negli asili nido e quelli per la riqualificazione dei marciapiedi. Coglie nel segno il commento di Davide Corritore, consigliere Pd ed esperto di questioni finanziarie, sull&#8217;intera vicenda: &#8220;E&#8217; la stessa mentalità che nel 2005 ha portato a concludere quei derivati finanziari che ci stanno costando tanto. Questa è finanza allegra, iniziata con il sindaco Albertini, ma proseguita con il sindaco Moratti che, fino a poco tempo fa, aveva pure la delega al Bilancio. [...] E&#8217; una perdita secca per Milano. Il che fa capire perché la legge imponga ammortamenti annuali. Se questa uscita fosse stata distribuita, avremmo avuto un&#8217;equa distribuzione dei sacrifici, che ora invece peseranno sui servizi del solo 2009. [...] E il precedente caso dei derivati mette in luce una continuità di violazioni normative e contabili&#8221;. Pertinente anche il commento di Roberto Rho su Repubblica: &#8220;A Milano, da dodici anni, governa la stessa coalizione di centrodestra, i &#8220;partiti del fare&#8221;, i sindaci imprenditori (o manager), quelli che &#8220;porteremo nelle amministrazioni pubbliche l&#8217;efficienza di un&#8217;azienda privata&#8221;. Questi sono i risultati. Considerando che queste stesse amministrazioni dovranno gestire, nei prossimi sette anni, una quindicina di miliardi di soldi pubblici destinati alle opere per l&#8217;Expo c&#8217;è davvero poco da star sereni&#8221;.</p>
<p>(fonti: La Repubblica, 27 aprile, 28 aprile, 29 aprile, 30 aprile; Avvenire, 7 maggio; Milano Finanza, 28 aprile)</p>
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