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	<title>Milano Internazionale &#187; Expo 2015</title>
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		<title>Milano Internazionale &#187; Expo 2015</title>
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		<title>Sul filo del rasoio</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Dec 2009 14:38:48 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[=>   Notizie e approfondimenti]]></category>
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		<description><![CDATA[di Andrea Ferrario A Milano la bolla finanziaria e immobiliare è stata messa in standby. Da Risanamento salvata (per ora) dal fallimento, fino agli aumenti di capitale, alle fusioni societarie e agli esercizi provvisori del bilancio, si sta cercando di mettere in qualche modo una pezza a una situazione che permane pesantissima e appare ancora [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&amp;blog=7100082&amp;post=875&amp;subd=milanointernazionale&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Andrea Ferrario</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>A Milano la bolla finanziaria e immobiliare è stata messa in standby. Da Risanamento salvata (per ora) dal fallimento, fino agli aumenti di capitale, alle fusioni societarie e agli esercizi provvisori del bilancio, si sta cercando di mettere in qualche modo una pezza a una situazione che permane pesantissima e appare ancora senza vie di uscita. Un aggiornamento del nostro speciale in tre puntate &#8220;La bolla che deve ancora scoppiare&#8221;</strong>.</p>
<p><span id="more-875"></span></p>
<p>La bolla immobiliare e finanziaria milanese che deve ancora scoppiare (si veda il nostro speciale in tre puntate: <strong><a href="http://milanointernazionale.it/2009/10/23/la-bolla-che-deve-ancora-scoppiare-1/" target="_blank">Parte 1</a>, <a href="http://milanointernazionale.it/2009/10/27/la-bolla-che-deve-ancora-scoppiare-2/" target="_blank">Parte 2</a>, <a href="http://milanointernazionale.it/2009/10/29/la-bolla-che-deve-ancora-scoppiare-3/" target="_blank">Parte 3</a></strong>) continua a pendere come una spada di Damocle sulla città. Gli sviluppi dell&#8217;ultimo mese vanno quasi tutti in un&#8217;unica direzione, quella degli sforzi per mettere una pezza temporanea a una situazione potenzialmente esplosiva. Da Risanamento che è stata salvata dal fallimento, ma viene tenuta sotto stretta osservazione, all&#8217;aumento di capitale di Citylife che evita l&#8217;arresto dei cantieri, ma non garantisce la futura realizzazione del progetto, alle spese autorizzate dal Cipe per Expo e Pedemontana, che non costituiscono però un&#8217;effettiva erogazione dei fondi, alle manovre per porre rimedio in qualche modo ai problemi di Pirelli Re e a quelli dell&#8217;immobiliare Statuto, fino a quelle del Comune per tappare i grandi buchi apertisi nel bilancio, tutto parla di un frenetico lavoro per rimandare nel tempo lo sgonfiarsi della bolla. Nel momento in cui scriviamo il mondo finanziario globale trema per il possibile crack del Dubai e per i suoi 59 miliardi di debiti, un segno che la crisi è ancora molto lontana dall&#8217;essersi esaurita &#8211; anche se nessuno lo dice, la bolla milanese non è poi così lontana, in termini di volumi di denaro in gioco, da quella dell&#8217;emirato arabo.</p>
<p>RISANAMENTO SOTTO OSSERVAZIONE</p>
<p>Cominciamo la nostra rassegna degli sviluppi più recenti dal caso più rilevante, quello di <strong>Risanamento</strong>. Il 10 novembre il Tribunale di Milano ha respinto la richiesta di fallimento per la società immobiliare di Luigi Zunino, ritenendo che il piano di salvataggio delle banche sia idoneo a escludere lo stato di insolvenza. Un giro di parole dei giudici illustra tuttavia chiaramente come dietro alla decisione di non avviare il fallimento ci sia comunque una forte dose di incertezza: l&#8217;ipotesi di vendere le aree Falck a Sesto San Giovanni per 450 milioni e di cedere un&#8217;ampia quota di Santa Giulia vengono definite dai giudici &#8220;non manifestamente illogiche&#8221;, una frase alquanto tortuosa, come d&#8217;altronde un&#8217;altra frase, e cioè il &#8220;non appaiono poco probabili&#8221; usato in relazione alle ipotesi sulla capacità del piano delle banche di generare liquidità a breve termine. I giudici hanno poi riconosciuto che la richiesta di fallimento dei pm ha &#8220;inibito l&#8217;eventuale tentazione di ricorrere a metodi estemporanei o poco trasparenti di composizione della crisi&#8221;, parole che, seppure indirettamente, sono molto pesanti nei confronti delle banche. Inoltre, come osserva il Sole 24 Ore, la decisione del tribunale resta avvolta da incertezza: d&#8217;ora in avanti &#8220;sarà necessario un monitoraggio costante della società&#8221; e saranno i pm, continuano i giudici, che dovranno effettuare &#8220;un&#8217;attenta vigilanza sulla regolare attuazione degli accordi di ristrutturazione&#8221;. Frasi che equivalgono a dire che le banche hanno ottenuto il respingimento del fallimento, ma saranno sottoposte alla stretta sorveglianza dell&#8217;ufficio dei pubblici ministeri. D&#8217;altronde, come prosegue lo stesso quotidiano, il decreto dei giudici sottolinea che rimangono per il futuro &#8220;inevitabili fattori di rischio&#8221;, come l&#8217;andamento dell&#8217;economia e del settore immobiliare o le inchieste giudiziarie che hanno interessato Santa Giulia &#8211; tant&#8217;è che i giudici mettono le mani avanti sottolineando che il tribunale si limita a considerare &#8220;le circostanze fin qui documentate&#8221; e non può prevedere il futuro. La Repubblica si spinge ancora più in là commentando: &#8220;come dire che il fallimento, schivato oggi, potrebbe anche essere nuovamente chiesto in futuro&#8221;.</p>
<p>La pubblicazione dei conti di Risanamento al terzo trimestre 2009, solo pochi giorni dopo la decisione dei giudici, ha non a caso portato alla luce un notevole peggioramento della posizione della società. La perdita netta è di oltre 213 milioni di euro, in peggioramento del 26% rispetto allo stesso periodo dell&#8217;anno precedente, mentre il risultato operativo è calato addirittura del 112%. La posizione finanziaria netta è in profondissimo rosso e in peggioramento: -2,85 miliardi di euro rispetto ai -2,63 del 2008. Intanto la holding personale di Zunino ha deciso di mettere sul mercato immobili, per la maggior parte a Milano, al fine di fare fronte a parte del debito verso le banche. Sul mercato dovrebbero quindi riversarsi vendite per 194 milioni di euro, che copriranno solo parte dei 431 milioni dovuti agli istituti finanziari, che hanno già messo in conto una perdita del 55%. Nel frattempo è stato deciso che Risanamento sarà guidata da Claudio Calabi, che lascia la poltrona di ad del Sole 24 Ore, mentre per sbloccare la situazione di Santa Giulia, resa ancora più complicata da alcuni articoli del Giornale in cui si avanza l&#8217;ipotesi che i terreni su cui è stata costruita non siano stati bonificati a norma, vengono avanzate due soluzioni: la creazione di un fondo immobiliare e l&#8217;intervento di soccorso del Comune di Milano con la decisione di insediarvi la &#8220;cittadella della giustizia&#8221; in modo tale da aumentarne l&#8217;appetibilità. In questi giorni in cui gli Emirati arabi sono sull&#8217;orlo del crack (guarda caso, originato dalla speculazione immobiliare) sorge poi spontaneo a proposito di Risanamento un pensiero davvero malizioso: meno di un anno fa per la società di Zunino sembrava imminente l&#8217;uscita dalla crisi tramite la vendita delle aree e del progetto Falck al fondo Dubai Limitless (un &#8220;limitless&#8221;, cioè &#8220;senza limite&#8221;, che alla luce degli ultimi sviluppi suona alquanto inquietante&#8230;), ipotesi poi rientrata all&#8217;ultimo secondo. Cosa ne sarebbe oggi di quell&#8217;enorme area e di quel progetto miliardario, con Dubai che sta andando a picco? Su tutta la vicenda Risanamento ha scritto parole molto precise e dure Massimo Mucchetti sul Corriere della Sera dell&#8217;11 novembre: &#8220;La fine dell&#8217;impero di Luigi Zunino pone una questione più generale: la bolla edilizia, chi l&#8217;ha alimentata e finanziata, chi aveva la cultura per denunciarla e invece discetta degli alberi in piazza del Duomo. La bolla edilizia non è un affare da furbetti del quartierino. E&#8217; la conseguenza della privatizzazione non dichiarata dell&#8217;urbanistica. [...] Gli immobiliaristi hanno avviato progetti assai ambiziosi nel quadro di piani di governo del territorio (i piani regolatori generali di un tempo) che prevedono grandi aumenti delle volumetrie. Strumenti urbanistici e investimenti privati sono il risultato di trattative tra giunte, costruttori e immobiliaristi, con i consigli comunali imbrigliati dal conformismo di maggioranza blindate e opposizioni ideologiche o cooptate, dunque incapaci di esercitare il controllo. [...] E le banche credono all&#8217;incredibile prima perché la rendita fondiaria in tal modo creata rivaluta le garanzie ricevute dalle vecchie industrie, e poi perché, per interposti Zunini, entrano nella gestione delle città. E le star dell&#8217;architettura, immemori dell&#8217;urbanistica, firmano e tacciono sulla sostenibilità dei progetti&#8221;.</p>
<p>UNA NUOVA POTENZIALE MINA</p>
<p>Messa in standby la bomba a orologeria della Risanamento spunta subito una &#8220;nuova potenziale mina da almeno 1 miliardo di euro nei confronti delle banche esposte&#8221;, come hanno scritto Luca Fornovo e Gianluca Paolucci sulla Stampa. Si tratta della pesante situazione dell&#8217;immobiliarista campano <strong>Giuseppe Statuto</strong>, che ha interessi soprattutto a Milano. Il suo gruppo, come riferisce il Sole 24 Ore del 21 novembre, è in difficoltà e ha un&#8217;esposizione di 1,2 miliardi di euro nei confronti del Banco Popolare, che è giunto a un&#8217;intesa con l&#8217;immobiliarista per dimezzarla a 648 milioni. Prima dello scoppio della bolla Statuto aveva inoltre contratto debiti per 250 milioni di euro con Merrill Lynch per l&#8217;acquisto dell&#8217;hotel Four Season a Milano e per 400 milioni di euro con l&#8217;ex Lehman Brothers per alcuni sviluppi immobiliari nella capitale lombarda. Ma ora Statuto non riesce a fare cassa vendendo i propri immobili a un prezzo soddisfacente per fare fronte ai suoi debiti. A inizio novembre sono stati poi pubblicati i dati di <strong>Pirelli Re</strong> per il primi nove mesi del 2009, dopo l&#8217;aumento di capitale e l&#8217;ottenimento di nuove linee di credito per 320 milioni di euro. Nel corso dei tre trimestri Pirelli Re ha perso quasi 58 milioni di euro rispetto ai quasi 13 dello stesso periodo 2008, mentre il risultato operativo è passato da un utile di 22,4 milioni a un passivo di 30,2 milioni. A metà novembre è stato ufficialmente annunciato che è allo studio una fusione di Pirelli Re con la <strong>Fimit</strong> (Fondi Immobiliari Italiani) guidata da Massimo Caputi (su di lui, e in generale sul connubio banche-mattone si veda l&#8217;inchiesta &#8220;<a href="http://www.fiaip.it/ecostampa/utility/imgrs.asp?numart=OAPD2&amp;annart=2009&amp;numpag=1&amp;tipcod=0&amp;tipimm=0&amp;defimm=1&amp;tipnav=1&amp;isjpg=S&amp;usekey=A9HAQJ43" target="_blank">Banche al ballo del mattone</a>&#8221; di Vittorio Malagutti, pubblicata dall&#8217;Espresso). Pirelli si libererebbe così dal suo braccio immobiliare in difficoltà, che ha in gestione un portafoglio di asset immobiliari da 5,7 miliardi di euro, che insieme a Fimit (gestisce 13 fondi immobiliari per un totale di 4,7 miliardi di euro) darebbe vita a una grande società di finanza immobiliare concentrata prevalentemente sulla gestione e i servizi. Fimit ha come propri soci quattro grandi enti di previdenza, che vanno dall&#8217;Inpdap, dipendenti pubblici e 3,6 milioni di iscritti, ad altri enti previdenziali del settore commercio, sport e spettacolo, ingegneri e architetti che hanno un totale di 700.000 iscritti. Le casse di previdenza corrono non pochi rischi puntando sulla finanza immobiliare. Lo testimonia il caso di Fasc Immobiliare, veicolo della cassa di previdenza degli spedizionieri che gestisce svariati immobili di pregio a Milano e che fa affari tra gli altri con il Gruppo Statuto. Attualmente i debiti finanziari verso Fasc ammontano a ben 173 milioni di euro.</p>
<p>CITYLIFE COSTA CARA</p>
<p>Meno di un paio di settimane prima della decisione dei giudici relativa a Risanamento si sono avuti due nuovi sviluppi, apparentemente positivi, anche per <strong>Citylife</strong>. Il 28 ottobre il cda della società che gestisce il progetto sull&#8217;area ex Fiera ha deciso un aumento di capitale di 105 milioni di euro, una decisione che deve essere costata molta fatica ad alcuni dei soci, come Ligresti e Toti, che sono a corto di liquidi. Ma non c&#8217;era alternativa, perché il rischio era il fermarsi dei cantieri nel giro di un mese (cioè proprio nei giorni in cui scriviamo). Ora si potranno realizzare due dei blocchi residenziali per avviarne le vendite, sperando che vadano bene. Sulle famose tre torri invece rimane il punto di domanda, non è più sicuro che si facciano, dipenderà dalla liquidità disponibile. Le banche intanto hanno chiesto nuove garanzie per l&#8217;aumento del loro prestito, scrive la Repubblica del 31 ottobre: &#8220;un&#8217;estensione dei pegni sulle azioni Citylife e un aumento dei tassi da 145 a 200 punti base sopra l&#8217;Euribor &#8220;. Inoltre, secondo lo stesso quotidiano, la banca tedesca Eurohypo starebbe pensando di sfilarsi dall&#8217;operazione. Contemporaneamente all&#8217;aumento di capitale Citylife ha ottenuto un&#8217;apparente vittoria ottenendo il via libera definitivo al progetto, in conseguenza del respingimento di due ricorsi presentati da comitati della zona. Il Tribunale amministrativo regionale ha infatti deciso che sull&#8217;area è possibile costruire con indici di cubatura più alti che nel resto della città (1,15 invece di 0,65). Il cantiere non verrà quindi bloccato, ma per Citylife si apre un ulteriore onere da affrontare. Il Comune è stato infatti troppo &#8220;morbido&#8221; nel calcolare la monetizzazione degli standard, cioè dei servizi che Citylife sarebbe stata tenuta a costruire, ma che sono stati sacrificati a vantaggio delle aumentate volumetrie. Palazzo Marino ha calcolato la monetizzazione come pari a 43 milioni di euro, secondo il tribunale il calcolo giusto è 163 milioni di euro, una differenza di 120 milioni che rischia di andare subito a mangiarsi per intero l&#8217;aumento di capitale da parte dei soci Citylife. Tra l&#8217;altro la magistratura ha avviato un&#8217;inchiesta penale proprio sulla monetizzazione degli standard. Non sembra invece risentire della crisi il progetto <strong>Porta Nuova-Garibaldi</strong>, sul quale però va riscontrato anche una generale mancanza di interesse dei media, tutti presi dalle ultime emergenze, e quindi una carenza di informazioni aggiornate. In un&#8217;intervista rilasciata a Milano Finanza il 31 ottobre, Manfredi Catella, direttore del ramo italiano del gruppo immobiliare americano Hines, protagonista del progetto, parla del conferimento delle aree e dei progetti da realizzarsi in zona (tre lotti: Porta Nuova-Garibaldi, Porta Nuova-Varesine e Porta Nuova-Isola) a dei rispettivi fondi immobiliari. Per il secondo, riferisce Catella, ci sono già 300 prenotazioni (non si capisce però su quante unità previste): in realtà la cifra fornita non ha pressoché rilevanza al fine di prevedere quale sarà l&#8217;esito dell&#8217;operazione, perché chi prenota versa una cauzione di 5.000 euro che, in caso di rinuncia, gli verrà interamente restituita, quindi prenotare non costa pressoché nulla e pertanto non è sufficientemente vincolante. Secondo le parole dello stesso manager i fondi immobiliari di Hines mirano in particolare a catturare il patrimonio delle casse previdenziali e dei fondi pensione, riguardo ai quali rimandiamo alle considerazioni formulate più sopra.</p>
<p>EXPO E PEDEMONTANA, FINANZIAMENTI IN ALTO MARE</p>
<p>A inizio novembre il Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) ha autorizzato circa 5,8 miliardi di euro di spese per le opere fondamentali e quelle connesse dell&#8217;<strong>Expo 2015</strong>, su 9 miliardi complessivi approvati dal Cipe stesso per l&#8217;intera Italia (alla faccia di chi gridava qualche mese fa che tutti i soldi vanno a Roma o a Catania&#8230;). Di questi, 1,2 miliardi riguardano le due linee della metropolitana da realizzarsi, con la sanzione definitiva della cancellazione del progetto della linea 6 e lo spostamento di circa metà dei relativi fondi sulla linea 4. Più precisamente, la linea 5 verrà portata a termine in project financing (soluzione che prevede investimenti in larga parte di privati, ma il più di volte con una formula di garanzia pubblica sui redditi da generarsi e quindi con forti rischi per il pubblico) con la copertura da parte dello stato di 384 dei 657 milioni necessari, mentre per la linea 4 ci sarà una copertura statale di 400 milioni su 910 milioni di costi previsti per il secondo lotto, mentre per il primo (da S. Cristoforo a Linate, 790 milioni di costi previsti) il Comune di Milano dovrà indebitarsi per 550 milioni di euro e il governo dovrebbe pertanto varare un&#8217;apposita deroga al patto di stabilità. I politici hanno tra le altre cose presentato l&#8217;autorizzazione di spesa da parte del Cipe come se fosse un&#8217;erogazione di fondi. In realtà non è così, si tratta solo di una decisione di programmazione e non c&#8217;è nessuna garanzia che i fondi verranno effettivamente erogati (come vedremo più sotto anche per il caso della Pedemontana). Per quanto riguarda la voce spese per l&#8217;Expo 2015 sono in arrivo dolori per le amministrazione pubbliche. Passata la sbornia dello sbandieramento ideologico dell&#8217;Expo come bacchetta magica per lo sviluppo per Milano arriva il conto da pagare: Regione, Provincia e Comune dovranno infatti tirare fuori complessivamente la cifra astronomica di quasi 900 milioni di euro per le opere essenziali. Entro il 2010 dovranno infatti presentare &#8220;tassativamente&#8221; (cioè pena la perdita dell&#8217;assegnazione dell&#8217;evento) al Bie, l&#8217;ente che assegna e supervisiona l&#8217;organizzazione della manifestazione, &#8220;l&#8217;impegno formale a garantire la propria quota di finanziamento di Expo 2015 per la realizzazione dell&#8217;intero progetto (2009-2015)&#8221;, cioè nel caso dei tre enti la somma summenzionata. Si tratta di un impegno di enorme entità e cade proprio in un momento in cui il Comune di Milano in particolare si trova ad affrontare un grosso buco di bilancio e non può più fare conto su alcune delle sue principali voci di entrata. Rimane poi l&#8217;enorme punto di domanda sulla partecipazione dei privati, che dovrebbe essere notevole se si vuole realizzare l&#8217;evento: in questo periodo di mancanza di liquidità e di banche che non erogano finanziamenti ci si chiede quanti saranno in grado di gettarsi nell&#8217;avventura e con quali garanzie di continuità. A fronte di tutto questo, la società Expo 2015 S.p.A. sta pensando di acquistare direttamente i terreni su cui dovrebbero sorgere le infrastrutture, in modo tale da poterli rivenderli dopo averli &#8220;valorizzati&#8221;, gettandosi cioè su una operazione di speculazione immobiliare che alle già pesanti uscite aggiunge un ulteriore fattore di rischio finanziario. Rischio che nel complesso è comunque molto alto, se si guarda alle esperienze degli altri: le Expo non sono un buon affare, come ha tra l&#8217;altro dimostrato il caso di Saragozza 2008, chiusasi con un pesante passivo per la locale amministrazione municipale. Il commento quindi è che l&#8217;Expo 2015, in versione hard, light o &#8220;verde&#8221;, è solo un&#8217;operazione di megaspreco di denaro pubblico (ma anche di denaro privato, che comunque ha sempre ricadute pubbliche, come ci sta insegnando questa crisi) priva di giustificazioni razionali fondate. Il Cipe ha approvato nell&#8217;ambito delle opere Expo 2015 anche i fondi per la <strong>Pedemontana</strong>. Come spiega sul Corriere Economia il giornalista Jacopo Tondelli (già il titolo del suo articolo è eloquente: &#8220;Grandi opere: sì ai progetti, i soldi dopo&#8221;), &#8220;lo &#8216;sblocco&#8217; deliberato dal Cipe per 4,1 miliardi di euro non è l&#8217;approvazione di un finanziamento, ma la deliberazione politica definitiva su un piano costi&#8221;. I costi vivi dell&#8217;opera, come spiega Tondelli, dovrebbero essere pari a 4,1 miliardi, dei quali 1,2 di finanziamento pubblico già erogato e 0,5 già versato dagli azionisti privati (in prima fila, come al solito, Intesa Sanpaolo). Ma alcuni studi rivelerebbero nuove spese in precedenza non preventivate per quasi 1 miliardo di euro, che non sono coperte dal pubblico. Anche in questo caso i politici e molti media hanno dato fiato alle fanfare, ma la situazione dei finanziamenti naviga ancora in alto mare, e si tratta di un mare che in questo momento è duramente colpito dalla tempesta della crisi internazionale.</p>
<p>COMUNE PROVVISORIO</p>
<p>In alto mare anche il <strong>bilancio del Comune di Milano</strong>, sul quale sono arrivate le prime cifre precise. Per il bilancio preventivo 2010 c&#8217;è un buco di 160 milioni di euro, dovuto oltre ai mancati dividendi A2A e alla cancellazione dell&#8217;Ici sulla prima casa, di cui avevamo già parlato, anche a un calo degli oneri di urbanizzazione calcolato come pari a 40 milioni di euro. Il risultato è che il bilancio preventivo 2010 non verrà approvato entro fine dicembre, come avviene normalmente, e si passerà alla soluzione di emergenza dell&#8217;esercizio provvisorio, cioè andando avanti un mese alla volta limitandosi alla gestione ordinaria, come spiega il Corriere della Sera. Per porre rimedio alla difficile situazione sono state messe a punto soluzioni creative. Palazzo Marino, per esempio, avrebbe dovuto versare 130 milioni di euro all&#8217;Atm (che a giudicare dall&#8217;impressionante serie di incidenti ne ha proprio bisogno), ma visti i tempi si tratta di una cifra che il Comune fa fatica a esborsare. Così si è giunti a una decisione salomonica: il Comune verserà sì i 130 milioni all&#8217;Atm, ma quest&#8217;ultima ne distribuirà subito 65 milioni al Comune come dividendi: in pratica i finanziamenti all&#8217;azienda di trasporti pubblici sono stati tagliati del 50%. Un giorno avremo quindi l&#8217;Expo, ma non un tram che ci garantisca di arrivarci senza deragliare: è questa la filosofia del bilancio comunale. E&#8217; inoltre allo studio la creazione di un terzo fondo immobiliare del Comune, per giungere a un&#8217;alienazione di immobili pubblici e fare cassa. Intanto il procuratore Alfredo Robledo ha chiesto il rinvio a giudizio di quattro banche e tredici persone, di cui undici dirigenti bancari e due funzionari comunali (l&#8217;ex direttore generale del Comune e braccio destro di Gabriele Albertini, Giorgio Porta, e il consulente economico, sempre di Albertini, Mario Mauri) con l&#8217;accusa di truffa aggravata in relazione al famoso bond da 1,7 miliardi di euro coperto da <strong>derivati</strong>. Con l&#8217;occasione il centrosinistra ha depositato una nota in cui si stima che il passivo generato dai derivati di Albertini ammonta attualmente a 174 milioni di euro. Intanto si aggiunge un nuovo capitolo alla storia della <strong>privatizzazione del patrimonio pubblico</strong>. I media hanno riportato con risalto la notizia della &#8220;privatizzazione dell&#8217;acqua&#8221; voluta dal decreto Ronchi per la liberalizzazione dei servizi pubblici locali. La giusta battaglia per preservare il controllo pubblico sull&#8217;acqua ha messo però in secondo piano la reale portata del decreto, che stabilisce l&#8217;obbligo per le amministrazioni locali di scendere, entro il 31 dicembre 2010, al di sotto di una quota del 30% nelle società che gestiscono servizi pubblici, nonché il divieto di affidare gli stessi a una società a controllo prevalentemente pubblico. Non solo l&#8217;erogazione dell&#8217;acqua, ma tutti i servizi finora pubblici, fatta eccezione per i trasporti ferroviari, il gas e le farmacie comunali, passeranno sotto il controllo privato. Un passaggio nelle mani dei privati che in Lombardia verrà gestito da una classe politica che sembra sempre più vicina a una nuova &#8220;mani pulite&#8221; (sullo scandalo Grossi, Gariboldi, Ponzoni ecc., che secondo molte fonti lambisce Formigoni e Comunione e Liberazione, segnaliamo due inchieste dell&#8217;Espresso (&#8220;<a href="http://www.fiaip.it/ecostampa/utility/imgrs.asp?numart=NTTNT&amp;annart=2009&amp;numpag=1&amp;tipcod=0&amp;tipimm=0&amp;defimm=1&amp;tipnav=1&amp;isjpg=S&amp;usekey=A9HAQJ43" target="_blank">Premiato clan Lady Lombardia</a>&#8221; e &#8220;<a href="http://rassegnastampa.mef.gov.it/mefsettimanali/PDF/2009/2009-12-03/2009120314322423.pdf" target="_blank">Grandi, grossi e Formigoni</a>&#8220;) e un articolo del Sole 24 Ore (&#8220;<a href="http://www.fiaip.it/ecostampa/utility/imgrs.asp?numart=O1FN9&amp;annart=2009&amp;numpag=1&amp;tipcod=0&amp;tipimm=0&amp;defimm=1&amp;tipnav=1&amp;isjpg=S&amp;usekey=A9HAQJ43" target="_blank">La coppia Grossi-Zunino e l&#8217;area Sisas a costo zero</a>&#8220;).</p>
<p>Chiudiamo questo articolo che dipinge un quadro non certo esaltante della situazione milanese con una notizia invece davvero positiva. Il centro sociale Conchetta, il Circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa, il Circolo Arci Bellezza non finiranno nel secondo fondo immobiliare del Comune di Milano, e quindi per il momento si salvano da una privatizzazione che avrebbe comportato uno sgombero. Lo ha deciso il Consiglio Comunale, che con un solo voto di scarto ha purtroppo invece confermato il destino fondo per il centro sociale Torchiera. A votare a favore dell&#8217;estromissione dei luoghi storici della sinistra milanese dall&#8217;iniziativa di alienazione sono stati anche molti consiglieri del Pdl. I motivi in realtà sono come al solito di bassa lega finanziaria: l&#8217;inserimento di queste vere e proprie istituzioni della Milano democratica avrebbero comportato una diminuzione del valore del fondo, a causa delle proteste sociali che la loro vendita potrebbe causare.</p>
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		<title>La bolla che deve ancora scoppiare /3</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Oct 2009 10:55:06 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Expo 2015]]></category>
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		<description><![CDATA[di Andrea Ferrario Terza e ultima puntata: La &#8220;pace ligrestiana&#8221;, il Pgt e il Parco Sud; Il diktat di Formigoni, gli altri progetti faraonici; Aeroporti impazziti; Contro Milano; La bufala del social housing Un viaggio in più puntate nella bolla milanese che deve ancora scoppiare: dal bilancio del Comune, ai derivati e al contesto di [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&amp;blog=7100082&amp;post=831&amp;subd=milanointernazionale&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Andrea Ferrario</p>
<p><strong>Terza e ultima puntata: La &#8220;pace ligrestiana&#8221;, il Pgt e il Parco Sud; Il diktat di Formigoni, gli altri progetti faraonici; Aeroporti impazziti; Contro Milano; La bufala del social housing</strong></p>
<p>Un viaggio in più puntate nella bolla milanese che deve ancora scoppiare: dal bilancio del Comune, ai derivati e al contesto di nuova bolla finanziaria che incombe a livello internazionale, per passare poi ai grandi progetti edilizi in crisi, agli intrecci finanza-mattone e alle bolle prossime e venture del cemento e degli aeroporti. (scarica il <a href="http://milanointernazionale.files.wordpress.com/2009/10/la-bolla-che-deve-ancora-scoppiare.pdf" target="_blank">file pdf stampabile con il testo completo delle 3 puntate</a>)</p>
<p><span id="more-831"></span></p>
<p>LA &#8220;PACE LIGRESTIANA&#8221;, IL PGT E IL PARCO SUD</p>
<p>Nelle prime due puntate del nostro speciale sulla &#8220;bolla che deve ancora scoppiare&#8221; abbiamo passato in rassegna i casi più clamorosi della crisi finanziaria e immobiliare che incombe su Milano, e non solo. In quest&#8217;ultima puntata passiamo invece in rassegna una serie di sviluppi meno eclatanti, ma altrettanto indicatori della tesa frenesia che continua a contraddistinguere l&#8217;urbanistica milanese e lombarda. Lo facciamo cominciando dall&#8217;intreccio <strong>Ligresti-Piano di governo del territorio (Pgt)-Parco Sud</strong>. La notizia più recente è quella della raggiunta &#8220;pace&#8221; tra Salvatore Ligresti e Palazzo Marino, con il ritiro da parte del primo della richiesta alla Provincia di commissariare il Comune di Milano (si veda &#8220;<a href="http://milanointernazionale.it/2009/09/28/cemento-sul-piede-di-guerra/" target="_blank">Il cemento sul piede di guerra</a>&#8220;). L&#8217;accordo è arrivato nella più totale mancanza di trasparenza dopo una serie di riunioni private, anche presso l&#8217;abitazione del sindaco, che hanno coinvolto tra gli altri, oltre alle società del gruppo Ligresti, la Moratti, l&#8217;assessore Masseroli e perfino Manfredi Catella del gruppo Hines (non si capisce cosa c&#8217;entri quest&#8217;ultimo nella storia della richiesta di commissariamento: sta sì realizzando insieme a Ligresti il megaprogetto Garibaldi-Repubblica, ma non è assolutamente coinvolto nella questione che avrebbe dovuto essere oggetto dei colloqui, evidentemente si è negoziato anche su altro). L&#8217;opinione più diffusa nei media è che si sia raggiunto qualche accordo riguardo alla vera posta in gioco, i diritti edificatori delle vaste aree del Parco Sud di proprietà di Ligresti e il ruolo della Provincia nell&#8217;urbanistica milanese.</p>
<p>Come scriveva il Corriere della Sera del 6 ottobre, Podestà &#8220;ha osservato che il Pgt non tiene conto dei Piani di Cintura, cioè dello strumento urbanistico che dipende interamente dalla Provincia e che riguarda i criteri e le regole sulla possibilità di edificazione nella zona del Parco Sud&#8221; e ha chiesto che i Piani di cintura vengano integrati nel Pgt, sollevando inoltre questioni riguardo alla filosofia generale del Piano e in particolare sulla perequazione (cioè la possibilità di utilizzare altrove i diritti edificatori di cui non si può godere sui terreni di propria proprietà, in base a specifici indici di edificabilità). L&#8217;assessore provinciale all&#8217;urbanistica, Fabio Altitonante, ha detto che il lavoro sui Piani di cintura comincerà subito, ma richiederà almeno 16 mesi, specificando che si tratta di un territorio che riguarda il 40-50% delle volumetrie del piano regolatore (circa 18 milioni di metri cubi). Il Pgt invece, secondo i piani del Comune, dovrebbe essere approvato al massimo a gennaio. I Piani di cintura urbani riguardano nello specifico aree al confine tra la metropoli e otto comuni dell&#8217;hinterland comprese nel Parco Sud o in altri polmoni verdi come il Bosco in Città, il Parco delle Abbazie, i Navigli, il Parco Est Idroscalo, Lambro-Monluè, per una superficie di 4.800 ettari, più del 10% del totale del Parco Sud. Secondo la Repubblica del 6 ottobre, a Podestà &#8220;non piacerebbe un&#8217;impostazione del Pgt che accentrerebbe a Milano le nuove costruzioni &#8211; e le relative volumetrie &#8211; trascurando le possibilità di espansione dell&#8217;hinterland&#8221;. A quanto abbiamo riferito sopra si aggiungono altri due recenti sviluppi. Il 6 ottobre il consiglio comunale di Milano ha approvato la variante urbanistica per la costruzione del megacentro di cura e ricerca <strong>Cerba</strong> all&#8217;interno del Parco Sud, su un&#8217;area di proprietà di Ligresti, mentre qualche giorno dopo ha deciso che non si costruirà nella zona dell&#8217;ippodromo di <strong>San Siro</strong>, dove era previsto un megaprogetto di edilizia di lusso. Roberto Losito, immobiliarista e finanziere consulente della Snai, che ha un diritto di opzione sull&#8217;acquisto delle aree, si dice non stupito dalla decisione e formula un velenoso commento: &#8220;Immagino che se fosse uscita sul mercato, l&#8217;offerta qualitativa di San Siro avrebbe creato grossi problemi alla concorrenza&#8221;, cioè, si intuisce, ad altri grandi progetti come CityLife o Garibaldi-Repubblica che vedono Ligresti in prima fila, per esempio.</p>
<p>CHE LA GUERRA COMINCI</p>
<p>Un quadro complessivo di grandi manovre e grandi tensioni, e addirittura grandi veleni, dovuti al fatto che si stanno adottando (con un&#8217;assoluta mancanza di trasparenza) decisioni che orienteranno l&#8217;urbanistica milanese, e quindi il business del mattone, per svariati anni. La posta in gioco del <strong>Piano di governo del territorio</strong> è molto alta, soprattutto in questo momento di crisi: 14 miliardi di euro. Lo scrive sul Sole 24 Ore del 16 ottobre Marco Alfieri. Il Pgt infatti definisce &#8220;15 grandi progetti di interesse pubblico e 31 ambiti di trasformazione&#8221; che vanno da Cascina Merlata, Stephenson ed Expo, a Bovisa/Farini, all&#8217;area Porta Genova/San Cristoforo e molto altro ancora, per &#8220;ben 42 milioni di metri quadrati interessati su un tessuto urbano consolidato attuale di 134. [...] La rivoluzione costerà la bellezza di 14,3 miliardi. E&#8217; questa la vera incognita. Non basta infatti estendere il meccanismo della perequazione negoziale che, in teoria, consentirà a palazzo Marino di acquisire a costi nulli 2,6 milioni di metri quadrati di suoli strumentali alle dotazioni della città pubblica riconoscendo ai privati proprietari diritti edificatori sfruttabili altrove in città. Non basta il gettito derivante dai mega oneri di urbanizzazione che, sull&#8217;intero Pgt, dovrebbero aggirarsi sui 3 miliardi di euro [...]. Il disavanzo resta comunque superiore agli 8 miliardi&#8221; e quindi andranno trovate altre formule. Come &#8220;il project financing, i trasferimenti pubblici a fondo perduto, le cartolarizzazioni, il ricorso ai Boc, alla Cassa depositi e prestiti o alla Bei (Banca Europea per gli Investimenti). Altrimenti sarà difficile resistere alle pressioni dei grandi costruttori (e ai soldi delle banche). Anche perché le volumetrie più appetibili del Pgt riguardano soprattutto aree come gli scali ferroviari dismessi e le caserme. Terreni di demanio pubblico non &#8216;catturabili&#8217; con la perequazione&#8221;. C&#8217;è in più l&#8217;incognita politica, &#8220;perché è evidente &#8211; abbozza una fonte &#8211; che se s&#8217;incentiva a costruire in città vietando al contempo di edificare nel Parco Sud, che peraltro è intercomunale, chi governa l&#8217;urbanistica dell&#8217;hinterland si vedrà giocoforza svuotato di competenze e cantieri&#8230;&#8221;. Insomma, è stata fatta la pace, ora può cominciare la guerra. E c&#8217;è subito chi tenta di avviare la guerra con idee apparentemente balzane, ma dalle finalità ben chiare. L&#8217;architetto Paolo Caputo (ha lavorato per la realizzazione del villaggio Expo a Cascina Merlata, del Pirellone bis e per Santa Giulia&#8230;) ha lanciato la proposta di cementificare il Parco Sud creando intorno alle cascine &#8220;nuclei per 500-600 abitanti&#8221;. Oltre al fatto che difficilmente si troverà chi vuole andare a vivere in posti isolati a fianco di maleodoranti allevamenti di vacche e maiali, è chiaro che un tale progetto richiederebbe in breve tempo la costruzione di strade, infrastrutture&#8230; cioè sarebbe una testa di ponte verso una totale cementificazione del Parco Sud.</p>
<p>IL DIKTAT DI FORMIGONI, GLI ALTRI PROGETTI FARAONICI</p>
<p>Su quella che sembrava a essere destinata a diventare la &#8220;madre di tutte le bolle&#8221;, e cioè l&#8217;<strong>Expo 2015</strong>, non si registra ancora alcuna novità concreta, a un anno e mezzo dell&#8217;assegnazione dell&#8217;evento a Milano e a sei mesi dalla nomina del berlusconiano di ferro Lucio Stanca che, secondo quanto promesso, avrebbe dovuto dare il via immediato all&#8217;organizzazione pratica dell&#8217;evento. Intanto però è stata messa in atto l&#8217;ennesima mossa per porre un&#8217;ipoteca politica sulla sua gestione. Con un colpo di mano il governatore lombardo Roberto Formigoni e la Lega Nord, nella persona dell&#8217;assessore regionale all&#8217;urbanistica Davide Boni, hanno assegnato alla giunta regionale il potere di decidere in totale autonomia la necessità o meno di effettuare una valutazione dell&#8217;impatto ambientale per le opere essenziali per l&#8217;Expo 2015. In pratica, come spiega il verde Carlo Monguzzi, &#8220;Formigoni potrà decidere in autonomia se un&#8217;autostrada, una centrale o un insediamento industriale saranno compatibili con l&#8217;ambiente e la salute dei cittadini&#8221;, aggirando le regole urbanistiche e per la salvaguardia dell&#8217;ambiente. E&#8217; prevista addirittura l&#8217;autocertificazione da parte dei costruttori. E, lo si noti bene, questi poteri vengono assegnati alla giunta e non al consiglio regionale. Quindi le decisioni non saranno nemmeno oggetto di una discussione pubblica e verranno prese senza la minima trasparenza: è questo evidentemente il concetto di democrazia che hanno Comunione e Liberazione e i suoi alleati leghisti. La finalità, oltre alla concentrazione del potere decisionale nelle loro mani, è quella di consentire ai loro amici capitalisti e speculatori di agire rapidamente e senza regole.</p>
<p>Formigoni e la Lega Nord sono in prima fila nel promuovere altri due progetti faraonici che possono giovare unicamente agli speculatori e ai costruttori. Il primo è quello dell&#8217;<strong>Autostrada dell&#8217;acqua</strong>, di cui riferisce Repubblica del 6 ottobre. Si tratterebbe di rendere navigabile il Po fino all&#8217;Adriatico, un&#8217;idea che all&#8217;apparenza sembrerebbe allettante, perché suscita immagini di acque naturali, di verde e di trasporti &#8220;puliti&#8221;. La realtà è esattamente opposta. Innanzitutto il costo di realizzazione sarebbe astronomico, 2,4 miliardi di euro (che come è regola aumenterebbero di molto in corso d&#8217;opera) destinati a finire in mano ai cementificatori e ai baroni dell&#8217;energia. Eh sì, perché per dare vita all&#8217;Autostrada dell&#8217;acqua bisognerebbe creare lungo il corso del Po cinque dighe di altezza compresa tra i 2 e i 5 metri, e questo già non suona molto ecologico. Poi il costo dell&#8217;opera verrebbe ripagato in parte dalla creazione di quattro centrali idroelettriche lungo il corso del fiume (l&#8217;altro vero motivo del progetto). Infine i materiali da costruzione verrebbero prelevati da cave lungo il Po, con il conseguente abbassamento del livello del fiume. Citiamo ancora Carlo Monguzzi: &#8220;Il Po era già navigabile prima che rubassero l&#8217;acqua ai campi per le centrali elettriche. Questo piano è peggio del ponte sullo Stretto di Messina&#8221;. L&#8217;altro progetto faraonico, che non a caso ha un costo preventivato identico, di 2,4 miliardi di euro, è fortemente voluto dall&#8217;assessore ciellino all&#8217;urbanistica milanese Carlo Masseroli. Si tratta del <strong>maxitunnel</strong> sotterraneo che dovrebbe collegare Linate con l&#8217;autostrada dei laghi. Il Comune ha dato il via libera, entro tre mesi ci dovrebbe essere la gara d&#8217;appalto per la prima tratta e nel 2010 quella per la seconda e ultima tratta. I lavori verranno realizzati dalla società Torno (già in difficoltà finanziarie e responsabile in larga parte degli enormi ritardi nella realizzazione dell&#8217;ultima tratta della linea 3 della metropolitana) con il probabile finanziamento di Intesa Sanpaolo e Unicredit. Per percorrere l&#8217;intero tunnel bisognerà pagare oltre 10 euro, un costo che evidentemente non spingerà a utilizzarlo da un capo all&#8217;altro della città disintasando così le tangenziali, ma ne farà un tunnel per il business di fascia medio-alta destinato a riversare in centro altro traffico automobilistico.</p>
<p>C&#8217;è infine il capitolo dei <strong>parcheggi</strong> voluti a suo tempo dalla giunta di Gabriele Albertini, che da anni hanno ridotto Milano a un gruviera, ma in compenso hanno rimpinzato le tasche dei costruttori. Dopo 5 anni dal varo del progetto, e innumerevoli proteste e polemiche, il Comune ha fatto marcia indietro sul parcheggio della Darsena, uno dei capitoli più folli dell&#8217;impresa parcheggi. L&#8217;area, ridotta da lungo tempo a una discarica a cielo aperto a causa dei lavori per il parcheggio, sarà oggetto di interventi di ripristino. Il progetto non è stato definitivamente annullato (potrebbe essere ripreso dopo il 2015), ma intanto è stato cancellato il contratto con la ditta che aveva vinto la gara d&#8217;appalto e aveva realizzato parte dei lavori, la Darsena SpA. Ora probabilmente partirà una guerra dei ricorsi che potrebbe costare cara al Comune (la Darsena SpA afferma di avere già investito 14 milioni di euro, oltre a lamentare di essere costretta a licenziare 40 operai) e che in più potrebbe bloccare per lungo tempo i lavori di ripristino. Albertini, invece di pagare i danni arrecati alla città con questo e altri progetti, nonché per i fallimentari derivati, ha addirittura il coraggio di non escludere una sua ricandidatura a sindaco. Nel frattempo sono stati cancellati i progetti relativi ad altri due parcheggi, ma in compenso è stato confermato quello di piazza S. Ambrogio e ne sono stati approvati di nuovi, come quello che andrà a deturpare una delle zone più storiche e verdi del centro storico di Milano, in via Marina, e quello di via Canaletto a Città Studi. Ed è stato approvato il progetto della criticatissima &#8220;Gronda Nord&#8221; (ora si chiamerà Zara-Expo), una specie di autostrada urbana da 105 milioni di euro contro la quale si erano pronunciati praticamente tutti, dai comitati locali agli urbanisti, fatta eccezione per il Comune. L&#8217;unica novità è che si farà la valutazione di impatto ambientale.</p>
<p>AEROPORTI IMPAZZITI</p>
<p>Accanto alla bolla immobiliare sempre più incombente e ai vari megaprogetti miliardari c&#8217;è da registrare l&#8217;ulteriore peggioramento del caos nel <strong>sistema aeroportuale lombardo e italiano</strong>, che ha già causato danni enormi alla Lombardia (si veda in merito  &#8220;<a href="http://milanointernazionale.it/2009/06/05/sulle-ali-del-caos/" target="_blank">Sulle ali del caos</a>&#8220;). E&#8217; tornato alla ribalta l&#8217;aeroporto bresciano di Montichiari (il D&#8217;Annunzio), che rischia di aggiungere una nuova tessera al caos generato dalla concorrenza reciproca tra Malpensa, Linate e Orio al Serio. Attualmente Montichiari è nelle mani della società che gestisce l&#8217;aeroporto Catullo di Verona (a sua volta controllata dalla Provincia di Trento&#8230;) e nella primavera scorsa a Brescia si è costituita una cordata costituita da Comune, Provincia, Camera di Commercio e Associazione Industriali locali per rilevarne il controllo, con un&#8217;operazione dal costo complessivo di circa 80 milioni di euro (lo scalo bresciano, va notato, è in passivo di 4-5 milioni di euro all&#8217;anno), il tutto all&#8217;insegna dello slogan &#8220;fare di Montichiari il volano dello sviluppo territoriale&#8221;. All&#8217;inizio di ottobre l&#8217;accordo, voluto tra l&#8217;altro fortemente da Umberto Bossi, sembrava ormai imminente. Poi sono arrivati i primi intoppi. A Verona si è cominciato a parlare del fatto che la cessione di quote ai bresciani sarebbe stata una svendita, nonché del rischio che si formasse un polo lombardo (Orio, Malpensa e Linate) a svantaggio della città veneta e via dicendo, sulle ali delle eterne lotte intestine tra le lobby di destra. Il 24 ottobre si arriva alla rottura delle trattative, in mezzo a penosi scambi di accuse non solo tra le due opposte fazioni, quella bresciana e quella veronese, ma addirittura al loro interno. Salta subito all&#8217;occhio che l&#8217;idea di &#8220;brescianizzare&#8221; Montichiari non è il frutto di una strategia di largo respiro per mettere ordine nel caotico sistema aeroportuale del Nord Italia, ma solo una misera guerra di campanile da combattersi subito, senza idee per il futuro.</p>
<p>Che la situazione del sistema dei trasporti aerei sia in Italia del tutto fuori controllo lo testimonia la nuova Alitalia, su cui pesano debiti per circa 450 milioni di euro, che ha registrato una calo delle attività pari al 30% e ha ridotto di oltre 7.000 unità i propri dipendenti. Negli ultimi anni in Italia, grazie anche alle situazioni di monopolio, sono stati investiti 2,5 euro a passeggero a fronte di una media europea di 12 euro, e il sistema sta collassando. La Adr dei Benetton che gestisce lo scalo romano di Fiumicino ha 1,6 miliardi di debiti, la Sea risente dei problemi enormi di Malpensa. Dei 47 aeroporti italiani, per fare solo un esempio della mancanza di programmazione, appena 5 sono raggiungibili con il treno. Tutto questo non impedisce di programmare altro caos. Nella sola Sicilia, Enna ha in previsione un mega-aeroporto internazionale, ambizioni analoghe hanno anche Agrigento, Messina e Comiso. In Campania è guerra aperta tra Caserta e Salerno per il ruolo di secondo aeroporto campano nel momento in cui lo scalo napoletano di Capodichino è saturo. Nel Lazio la lotta a tutto campo è tra Viterbo e Frosinone, che puntano entrambe a conquistarsi i voli della Ryanair che dovrà traslocare da Ciampino. In Toscana è in corso da anni un conflitto aperto tra gli aeroporti di Firenze e Pisa. In Lombardia, come se non bastasse la caotica situazione che coinvolge Malpensa, Orio, Linate, Montichiari e la contigua Verona, si aggiungono le ambizioni di Mantova, che vuole riattivare la pista di cui è dotata.</p>
<p>Intanto la romana Adr e la lombarda Sea aumenteranno le tariffe aeroportuali applicate ai passeggeri per rimpinguare le proprie casse sempre più vuote. A fronte dell&#8217;aumento dei prezzi hanno promesso al premier Silvio Berlusconi di effettuare investimenti di 5 miliardi entro il 2011 e di altri 10 entro il 2040 (cioè più di trenta anni!). Ma si tratta solo di promesse, come spiega il Corriere della Sera: &#8220;a giugno di due anni fa il Cipe aveva fatto discendere l&#8217;eventuale aumento tariffario dalla stipula di contratti tra i gestori e l&#8217;Enac (Ente aviazione civile): insomma, prima gli impegni scritti dei gestori, dopo i rincari&#8221;. Ma siccome la stipula dei contratti &#8220;sta procedendo a rilento&#8221;, si è passati a un altro principio: prima gli aumenti poi eventualmente si penserà ai contratti. Il decreto con cui sono stati approvati gli aumenti tariffari è tra l&#8217;altro in contraddizione con la direttiva europea che impone la mediazione di un&#8217;Agenzia imparziale per gli adeguamenti tariffari concertati tra i gestori e i vettori. Vale a dire che, esattamente come nel caso della milanese A2A citato nella prima puntata di questo nostro speciale, le società aeroportuali ora incassano, ma con il forte rischio che tra anni l&#8217;Italia sia costretta da Bruxelles a pagare multe enormi il cui peso ricadrà sui contribuenti. A Malpensa intanto si pianificano 2 miliardi di nuovi investimenti entro il 2020, in assenza di strategie valide coordinate a livello lombardo che evitino il caos attuale. Entro il 2010 dovrebbe essere realizzato un nuovo terminal uno, insieme agli alberghi di fronte all&#8217;aeroporto; entro il 2015 dovrebbe essere pronto un nuovo terminal low-cost, la cargo-city e la terza pista, mentre entro il 2010 dovrebbero essere realizzati un nuovo terminal e un nuovo polo logistico. Con ogni probabilità, visto quanto esposto sopra, si tratterà delle ennesime cattedrali nel deserto. E infine un&#8217;amenità targata Formigoni. Su decisione della Regione, gli aeroporti milanesi verranno dotati di detector speciali che riveleranno la temperatura dei passeggeri al fine di contrastare la diffusione del virus H1N1, per un costo totale di 100.000 euro. Briciole rispetto alle cifre citate sopra, ma &#8220;briciole&#8221; davvero buttate al vento. Installare tali apparecchi avrebbe forse avuto senso nella primavera scorsa, quando in Italia il virus non era ancora molto diffuso. Ora è diffuso tanto in Italia quanto nel resto del mondo e la misura (che tra l&#8217;altro non si sa con precisione quando verrà realizzata) non ha alcuna razionalità. Senza poi contare il fatto che non viene detto cosa ne sarà dei poveri passeggeri con la febbre. Una buffonata che la dice lunga sull&#8217;inettitudine di chi ci governa.</p>
<p>CONTRO MILANO</p>
<p>Il <strong>Comune di Milano</strong> ha varato il suo secondo <strong>fondo immobiliare</strong>, proprio come ha fatto Ligresti con alcune sue proprietà. Nel fondo confluiranno 67 immobili comunali per un valore stimato (ma per le stime degli immobili dei fondi immobiliari si veda la Puntata 2 di questo speciale sulla bolla) di 100 milioni e Palazzo Marino dice che potrebbe ricavarne 15-20 milioni di euro di plusvalenza con i quali conta di coprire in parte la mancata corresponsione dei dividendi da parte dell&#8217;A2A. Si tratta di (ipotetici) introiti che in realtà l&#8217;attuale normativa vieta ai comuni di utilizzare per investimenti ma, spiegano i funzionari, Tremonti starebbe rivedendo tali norme. Un&#8217;operazione fatta nel momento peggiore, quando le quotazioni degli immobili sono al ribasso, e che in più costituisce l&#8217;ennesimo travaso dal pubblico al privato. C&#8217;è però un altro particolare. Tra gli immobili che verranno inseriti nel fondo per essere &#8220;valorizzati&#8221; ci sono luoghi storici della Milano democratica come il Circolo Arci Bellezza nei pressi della Bocconi, il centro anarchico Ponte della Ghisolfa in viale Monza, il centro sociale Torchiera in piazzale Cimitero Maggiore e il centro sociale Cox di via Conchetta, dove tra l&#8217;altro è conservato il preziosissimo archivio di Primo Moroni, la sede della Cgil di via Giambellino e il palazzo di Via Bagutta 12 che ospita alcune associazioni. Un vero e proprio attacco alla tradizione alternativa e democratica di Milano (descritta tra l&#8217;altro con minuzia dallo stesso Moroni, si veda il nostro &#8220;<a href="http://milanointernazionale.it/2009/04/04/dalle-bande-di-quartiere-ai-centri-sociali/" target="_blank">Dalle bande di quartiere ai centri sociali</a>&#8220;) all&#8217;insegna della politica bancarottiera del Comune di Milano e della speculazione immobiliare. Intanto stanno per partire le aste del primo fondo immobiliare del Comune, creato nel 2007 per un &#8220;valore stimato&#8221; di 255 milioni e sempre gestito da Bnp Paribas. Verranno venduti immobili ex popolari come quello di via Cesariano 11 e la Casa di via Morigi, occupata da decenni e che ospita numerose associazioni nonché attività culturali.</p>
<p>LA BUFALA DEL SOCIAL HOUSING</p>
<p>Se da un lato si buttano via miliardi di euro nella speculazione finanziaria e immobiliare, dall&#8217;altro a Milano tutto ciò che veramente serve a chi studia o vive del proprio lavoro non funziona. Ne sono una dimostrazione gli ultimi urgenti appelli per mettere in sicurezza le scuole, sempre più a rischio crolli, o il recente ennesimo incidente tramviario verificatosi a Milano, questa volta con quattro feriti, dovuto al problema ormai cronico dell&#8217;errato funzionamento di scambi vetusti. E sono solo due degli innumerevoli esempi che si potrebbero fare. Di fronte a questa situazione di sfascio Palazzo Marino si fa bello lanciando qua e là qualche iniziativa di &#8220;social housing&#8221; venduta al pubblico come prova della sensibilità dell&#8217;amministrazione, degli speculatori e delle banche per gli aspetti sociali. In realtà si tratta di un&#8217;operazione che punta a regalare agli speculatori anche il mercato delle abitazioni per i ceti medi (a tutto svantaggio dell&#8217;edilizia popolare ed effettivamente sociale), diventato molto appetibile in questo periodo di crisi dopo anni di &#8220;sovrapproduzione edilizia&#8221; nel settore lusso ed extralusso. Un&#8217;operazione che prevede scandalose sovvenzioni pubbliche per gli speculatori, come illustriamo più sotto. Ma prima vediamo l&#8217;ultimo caso, quello della Social Main Street (!), cioè una torre di 14 piani interamente in legno che offrirà posti letto e bilocali in affitto nel quartiere periferico e scarsamente appetibile della Bicocca. I prezzi? 250 euro/mese per uno scarno posto letto, 480 euro per il bilocale in condivisione, cifre ben lontante dall&#8217;essere popolari. Si tratta di un bel business per le cooperative legate a Comunione e Liberazione (ma anche per quelle della Legacoop, con la quale c&#8217;è una sempre maggiore sintonia). L&#8217;iniziativa infatti parte dalla Compagnia dell&#8217;Abitare, che fa parte della ciellina Compagnia delle Opere ed è presieduta da un personaggio ormai storico della galassia Cl, Antonio Intiglietta. Al progetto ha collaborato lo studio di ingegneria Urbam (sempre galassia Cl) e la torre sarà amministrata dalle cooperative La Ringhiera (Compagnia delle Opere) e Auprema (Legacoop). Il progetto è stato presentato con una conferenza stampa alla quale hanno preso parte, oltre a esponenti dei summenzionati soggetti, anche Roberto Formigoni (Cl) e l&#8217;assessore milanese all&#8217;urbanistica Carlo Masseroli (Cl). Ma per capire meglio il lucrativo business che c&#8217;è dietro queste operazioni bisogna spiegare cosa è il social housing. Lo facciamo riprendendo un pezzo da noi scritto nel novembre 2008, quando Milano Internazionale non era ancora su web:</p>
<p>&#8220;Quando in politica si comincia a parlare in inglese c’è sempre di mezzo un inganno. Lo conferma il caso del social housing (i più temerari provano a italianizzarlo a metà parlando di “housing sociale”), un termine che negli ultimi mesi politici, imprenditori e stampa stanno riversando a fiumi nel mare della propaganda che ci assale quotidianamente. Grazie a un’ingegnosa ingegneria politico-imprenditoriale, ci viene raccontato, verranno messe sul mercato migliaia di abitazioni a prezzo “agevolato”, “calmierato”, “convenzionato”. L’idea può apparire appetibile al comune cittadino, che si trova a dovere affrontare costi esorbitanti e insostenibili per soddisfare il bisogno primario di avere un’abitazione. Ma conoscendo chi propone o sostiene questo progetto (per esempio, il summenzionato assessore Masseroli, oppure le banche) è naturale essere diffidenti. Perché mai chi ha fatto del profitto e della speculazione un motivo di vita dovrebbe all’improvviso gettarsi a capofitto in un’attività a prezzi inferiori a quelli “di mercato” (ma sarebbe meglio dire: a quelli gonfiati dalla bolla immobiliare)? I motivi in realtà sono semplici: perché permette un ennesimo travaso di valori dal pubblico al privato, perché è un utile strumento propagandistico per nascondere altre enormi operazioni di carattere puramente speculativo e perché comunque è di per se stessa un ottimo affare. Riguardo all’ultimo motivo, è chiaro che in questo momento di crisi mondiale del settore immobiliare e di aumento dell’incertezza i progetti di social housing sono una vera manna per gli immobiliaristi. Le loro società perdono utili, valore e capitali a tutto spiano (i 22 fondi immobiliari italiani quotati hanno perso il 18% da fine dicembre 2007 a fine agosto 2008, cioè ancora prima dell’inasprirsi della crisi) e il social housing offre rendimenti del 3% più inflazione (di questi giorni un tasso appetibilissimo), con la possibilità di eliminare ogni elemento di rischio grazie a finanziamenti agevolati e garanzie pubbliche sulla solvenza degli affittuari. Inoltre, pressoché tutti i progetti di social housing prevedono in realtà solo una quota molto piccola di affitti calmierati, la grande maggior parte del costruito è affittabile, o vendibile, a prezzi di mercato. In molti casi si tratta poi solo di uno specchietto per allodole di stampo prettamente populista: si sbandiera il “progetto sociale”, ma in realtà grazie alla perequazione (cioè, nelle politiche attualmente applicate, la licenza di costruire, o di costruire di più, laddove non era possibile, in cambio della realizzazione di opere di utilità pubblica o sociale) si realizzano enormi affari a danno dei cittadini. In pratica, per spiegare il concetto: l’immobiliarista/banca/fondo costruisce con finanziamenti e regali dei contribuenti 1 in social housing, comunque più che profittevole, e riceve in cambio 4, 5 o addirittura 10 in licenze di costruzione, direttamente tramutabili in profitto mediante attività edilizie o che comunque consentono una rivalutazione astronomica di terreni già posseduti. Basta prendere a esempio il “piano Milano”, citato dal Corriere Economia. Il Comune ha messo a disposizione (gratis!) otto aree per costruire 3.300 alloggi. Chi vi costruirà, potrà vendere a prezzi di mercato fino al 75% delle case realizzate, appena un quarto invece dovrà essere a prezzo calmierato, cioè in “social housing”. Ma non è tutto. Il Comune mette inoltre a disposizione 20 milioni per abbassare i tassi di finanziamento bancario, mentre la Regione ce ne mette altri 30 per “ridurre il rischio insolvenza affitti”. Insomma, terreni regalati dagli enti pubblici, soldi pubblici per costruire, soldi pubblici per eliminare ogni rischio di mancato incasso degli affitti e gli “investitori” possono vendere fino al 75% a prezzi di mercato – altroché social housing, questa è una vera e propria cassa di assistenza pubblica per i signori del mattone! E le cifre in gioco sono da capogiro: secondo le stime di Sergio Urbani, della Fondazione Housing Sociale di Cariplo, il social housing in salsa pubblico-privata vale 3 miliardi all’anno di sviluppo del mercato. Cariplo (la fondazione azionista di Banca Intesa San Paolo) è per l’appunto uno dei principali attori di queste operazioni, insieme ad altre delle numerose e potenti fondazioni bancarie. Non mancano naturalmente gli immobiliaristi, come per esempio la Pirelli Re guidata da Puri Negri, nonché le cooperative rosse e cielline – anzi, la torta è così appetibile che Legacoop e i ciellini della Compagnia delle Opere hanno superato i vecchi steccati ideologici unendo le forze per dare insieme vita alla Fondazione Abitare (che conta tra le sue fila l’avvocato Guido Bardelli, vicino a Cielle, citato a suo tempo dal Corriere della Sera come una delle possibili scelte di Moratti ad assessore per l’urbanistica). Oltre agli enti locali, tra i finanziatori vi sarà anche lo stato tramite la Cassa Depositi e Prestiti (Cdp), sempre più coinvolta nel ruolo di crocerossina per i capitalisti a corto di fondi, la quale avrà un ruolo non proprio in armonia con il principio dell’inammissibilità del conflitto di interessi: la Cdp è infatti partecipata al 30% dalle fondazioni bancarie e si ritroverà, attraverso il veicolo di un’appositamente costituita Società di gestione del risparmio, a promuovere progetti di social housing tramite finanziamenti di cui godranno in molti casi… le fondazioni bancarie. Dietro a tutto questo, naturalmente, l’assenza di ogni politica per la casa che vada a favore di chi lavora, e non di chi arraffa&#8221;.</p>
<p><em>Fine</em></p>
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		<title>La bolla che deve ancora scoppiare /1</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Oct 2009 12:39:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milanointernazionale</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Andrea Ferrario Prima puntata: Bilancio coi buchi e finanza tossica Un viaggio in più puntate nella bolla milanese che deve ancora scoppiare: dal bilancio del Comune, ai derivati e al contesto di nuova bolla finanziaria che incombe a livello internazionale, per passare poi ai grandi progetti edilizi in crisi, agli intrecci finanza-mattone e alle [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&amp;blog=7100082&amp;post=818&amp;subd=milanointernazionale&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Andrea Ferrario</p>
<p><strong>Prima puntata: Bilancio coi buchi e finanza tossica</strong></p>
<p>Un viaggio in più puntate nella bolla milanese che deve ancora scoppiare: dal bilancio del Comune, ai derivati e al contesto di nuova bolla finanziaria che incombe a livello internazionale, per passare poi ai grandi progetti edilizi in crisi, agli intrecci finanza-mattone e alle bolle prossime e venture del cemento e degli aeroporti.</p>
<p><span id="more-818"></span></p>
<p>Milano, inverno 2010/2011: vaste aree della città, da Porta Garibaldi fino alla Fiera e alle aree periferiche, sono cantieri lasciati a metà e abbandonati al completo degrado. Il Comune, dopo la seconda ondata dello scoppio della bolla finanziaria e immobiliare, è rimasto praticamente senza fondi, ma in compenso ha debiti per centinaia di milioni di euro in seguito alla ennesima virata in negativo dei derivati di Albertini. Le banche della città, dopo decine di scambi &#8220;azioni a fronte del debito&#8221; per svariati miliardi con immobiliari fallimentari sono sprofondate in una voragine di passivi e sono quasi tutte chiuse. Dopo i nuovi tagli apportati dalla Gelmini-bis gli studenti vanno a scuola in classi di 100 alunni ciascuna per due ore al giorno nei soli mesi estivi (non ci sono fondi né per gli insegnanti né per il riscaldamento invernale). Nell&#8217;hinterland milanese non c&#8217;è ormai più una fabbrica aperta, ma politici e giornali riassicurano: anche questa volta il peggio della crisi è ormai passato. Per la città intanto si aggirano centinaia di camice verdi volontarie: la Lega le ha messe a disposizione dei propri colleghi di governo per proteggere i punti nevralgici del potere politico ed economico dalla rabbia dei cittadini diventati tutti, in base a un decreto padano, dei clandestini. Il sindaco da parte sua ribadisce che l&#8217;Expo 2015 si farà e stanzia gli ultimi 100.000 euro in contanti disponibili nelle casse comunali per un maxiconvegno intitolato: &#8220;Expo 2015: quali nuove scuse inventarci per produrre la prossima bolla?&#8221;&#8230; Fantascienza? Sì, ma non poi così irreale come potrebbe sembrare a prima vista. Gli ultimi sviluppi milanesi, e non solo quelli, vanno in una direzione che potrebbe avere esiti non poi così differenti da quelli dipinti sopra.</p>
<p>Cominciamo dal bilancio del comune e dalla bolla finanziaria che in alcuni punti è sull&#8217;orlo dello scoppio, in altri viene nuovamente gonfiata. Bilancio: da mesi alcune delle maggiori voci di entrata di Palazzo Marino, e più segnatamente gli oneri di urbanizzazione e gli introiti sulla pubblicità, stanno registrando forti cali, ai quali vanno ad aggiungersi gli effetti sulle casse del Comune della cancellazione della voce di entrata dell&#8217;Ici sulla prima casa, voluta dal governo Berlusconi. A luglio è stata messa a punto una prima manovra per tagliare circa 30 milioni dal bilancio comunale 2010. Ma in questi giorni sono arrivate notizie pesanti come macigni per il bilancio da approvare prima della fine di quest&#8217;anno. L&#8217;Ue ha comminato all&#8217;Italia una pesante multa, diventata definitiva, per le agevolazioni fiscali concesse alle ex aziende municipalizzate nei primi tre anni successivi alla loro privatizzazione. Ora le ex municipalizzate dovranno restituire le somme così accumulate in violazione delle normative europee. In particolare la A2A, società controllata dai Comuni di Milano e Brescia, dovrà restituire ben 200 milioni di euro e di conseguenza non sarà in grado di versare alle due municipalità i dividendi previsti. Il Comune di Milano dovrà pertanto tagliare dal bilancio gli 80 milioni di dividendi A2A previsti, una cifra enorme. E a ciò va aggiunto che quasi sicuramente il Comune non otterrà dividendi, a differenza degli anni passati, nemmeno dalla Sea, società di gestione aeroportuale gravemente colpita nei suoi conti dalla crisi di Malpensa. A queste cifre già da capogiro vanno poi ad aggiungersi i 18 milioni di buco della società comunale Zincar, gestita allegramente in assenza di controlli adeguati da parte di Palazzo Marino. Ma non è tutto, alcuni giorni fa è arrivata un&#8217;altra notizia pesantissima. Il governo centrale chiede al Comune di Milano di effettuare 380 milioni di tagli al bilancio nel triennio 2009-2011 per rispettare il patto di stabilità nazionale, una cifra enorme, tanto più se sommata agli altri buchi di bilancio. Il tutto si tradurrà inevitabilmente in drastici tagli ai servizi e agli investimenti: dopo anni di privatizzazioni e finanza allegra volute da loro e dai loro amici capitalisti, è un po&#8217; come se gli amministratori ci stessero cantando in coro uno slogan popolare, ma di significato opposto, degli anni &#8217;70, &#8220;pagherete caro, pagherete tutto&#8221;. E stiamo già pagando cara anche l&#8217;Expo, nonostante finora non sia stato fatto nulla di nulla, a parte le operazioni di immagine, per l&#8217;evento previsto per il 2015. L&#8217;amministratore delegato di Expo 2015 S.p.A., Lucio Stanca (circa 450.000 euro/anno tra stipendio e bonus), a fine 2009 ha annunciato che la società avrà già un passivo di 11,6 milioni di euro e ha chiesto a Comune e Podestà di rimpinguarne subito le casse con 7,2 milioni di euro. Il secondo nicchia, il primo si dimostra subito disponibile. Dall&#8217;opposizione qualcuno fa osservare che magari Stanca potrebbe anche spiegare come sono stati spesi quei milioni. Ma è una domanda retorica: è noto a tutti che le lotte intestine per accaparrarsi poltrone costano sempre care ai cittadini. Che anche questa volta pagheranno caro, pagheranno tutto.</p>
<p>Al quadro generale vanno poi aggiunti i derivati del Comune e della Regione (si vedano in merito i nostri articoli <a href="http://milanointernazionale.it/2009/05/11/derivati-e-bilancio-le-mani-della-finanza-creativa-su-milano/" target="_blank">Derivati e bilancio: le mani della finanza creativa su Milano</a> e <a href="http://milanointernazionale.it/2009/07/31/lallegra-milano-della-bolla/" target="_blank">L&#8217;allegra Milano della bolla</a>), riguardo ai quali non vi sono da registrare recenti novità, anche se le indagini della magistratura proseguono, ma che continuano a pendere su Milano e la regione come una pesantissima spada di Damocle fatta di centinaia di milioni di finanza tossica. A proposito di derivati va osservato che a livello internazionale si sta sempre più chiaramente profilando la formazione di una nuova bolla finanziaria, che va ad accavallarsi con quella precedente, ancora per la massima parte non smaltita. Milano, in quanto principale centro finanziario italiano, ne è pienamente coinvolta. All&#8217;argomento hanno dedicato una serie di articoli i quotidiani La Stampa e il Corriere della Sera. Nell&#8217;articolo pubblicato il 5 ottobre dalla Stampa, gli autori Luca Fornovo e Gianluca Paolucci rilevano che nel solo scorso mese di luglio le cartolarizzazioni a livello globale sono state di 49 miliardi di euro, contro i 54 miliardi del luglio 2008 (poco prima del crac Lehman) e i 51 miliardi del 2007 (alla vigilia della crisi dei subprime). Stanno riprendendo anche le emissioni dei tossicissimi Abs (asset backed securities, titoli garantiti da prestiti), come testimoniato dalle recenti emissioni miliardarie di Volkswagen, Tesco e Lloyds. Rincara la dose Federico Fubini sul Corriere della Sera: &#8220;già quadruplicato fra il 2003 e il 2008, il valore nominale dei derivati esistenti ha continuato a crescere dalla seconda metà del 2008 alla prima metà del 2009. I più diffusi, quelli sui tassi d&#8217;interesse, sono passati da un valore nominale di 403 mila miliardi nella seconda metà del 2008 a 414 mila miliardi alla fine di giugno del 2009. I &#8220;cds&#8221; [credit default swap] sono la sola classe di derivati in calo sul 2009, ma a un valore nominale di 31.223 miliardi di dollari (circa la metà del prodotto lordo della Terra). A metà 2009 l&#8217;ammontare totale dichiarato del nominale su derivati esistenti era a 445.312 mila miliardi di dollari, più o meno nove volte più del Pil del mondo (dopo essere sceso appena solo nella seconda metà del 2008). A copertura dai rischi sul petrolio, sui tassi o sulle valute, i derivati Otc vengono usati dal 94% delle imprese dell&#8217;indice Fortune 500, le più grandi del mondo in tutti i settori&#8221;. Gli Otc (over the counter) sono titoli &#8220;creati e venduti bilateralmente fra privati senza passare per una Borsa e i suoi strumenti di regolamento e compensazione delle transazioni&#8221;. Per questo nessuno in realtà sa quanti siano i derivati Otc in circolazione. E in fatto di cartolarizzazioni le banche italiane non rimangono indietro: nell&#8217;ultimo anno e fino a oggi hanno cartolarizzato poco meno di 100 miliardi di euro di mutui e altri crediti, con Unicredit (oltre 27 miliardi) e Intesa Sanpaolo (oltre 24 miliardi) in prima fila. Gli autori dell&#8217;articolo della Stampa così spiegano le caratteristiche che hanno oggi queste operazioni: &#8220;Prima i titoli emessi venivano venduti ad investitori istituzionali, che a loro volta li rimpacchettavano e li rivendevano in altre forme, all&#8217;infinito, con i risultati che abbiamo visto. Adesso è la banca stessa che li riacquista, per darli in garanzia alla Bce a fronte di nuova liquidità. [...] Nel momento in cui la Bce interrompesse il meccanismo, o questi titoli vanno sul mercato, agli investitori istituzionali, oppure ci sarà una nuova crisi di liquidità&#8221;. Oltretutto, &#8220;nessun può impedire che gli investitori istituzionali &#8216;reimpacchettino&#8217; all&#8217;infinito quei mutui fino a ricreare i meccanismi che hanno portato alla moltiplicazione di liquidità non sostenuta dai depositi che ha messo in ginocchio la finanza&#8221;. Qualcuno osserva che i titoli emessi ora hanno un &#8220;rating elevato&#8221;, ma va sottolineato che da una parte anche in passato era così e che nulla è stato cambiato nei meccanismi, dimostratisi inefficaci, del rating e che dall&#8217;altra, come nota Elio Lannutti, dell&#8217;associazione dei consumatori Adusbef, &#8220;con la crisi che c&#8217;è parlare di prestiti di buona qualità appare un paradosso&#8221;. Ma arrivano a dare cedole anche dell&#8217;8%: l&#8217;importante è incassare ora senza curarsi della bolla che scoppierà, la stessa filosofia che ha portato alla crisi attuale.</p>
<p>Che l&#8217;attuale apparente &#8220;ripresina&#8221; sia pericolosamente gonfiata lo testimonia anche quanto constata ancora il Corriere della Sera: &#8220;continuano a crescere le insolvenze sui prestiti immobiliari, su quelli alle imprese e ai consumatori Usa, ma Jp Morgan ha appena dichiarato un utile netto sul trimestre di 3,6 miliardi di dollari: sette volte e mezzo più di un anno fa&#8221;. L&#8217;euforia attuale per quella che erroneamente viene interpretata come un&#8217;inversione di tendenza, viene smentita, oltre che da quanto abbiamo riferito sopra, anche da altri dati inquietanti: &#8220;giovedì scorso nella trimestrale di Citi sono spuntati otto miliardi di perdite sul credito. Venerdì Bank of America ha aggiunto 11 miliardi di cuscinetto contro svalutazioni future&#8221;. E secondo il Fondo Monetario Internazionale &#8220;il processo di riconoscimento delle perdite sul credito e sui titoli cartolarizzati non è ancora neanche a metà: secondo il Fondo le svalutazioni già effettuate dagli istituti sono di 1.300 miliardi di dollari, ma quelle da portare alla luce arriverebbero a 1.500&#8243; e in due anni di crisi gli Usa hanno coperto appena il 60% del percorso, mentre l&#8217;Europa è messa addirittura molto peggio, con solo il 40%. Anche a livello italiano ci sono segnali preoccupanti. Come segnala La Stampa il 17 ottobre: &#8220;mercoledì scorso [14 ottobre] due emissioni del gruppo bancario Unicredit sono state messe &#8216;sotto osservazione&#8217; da parte di Moody&#8217;s, mentre erano già state declassate in maggio da Standard &amp; Poor&#8217;s&#8221;. Se finora le cartolarizzazioni italiane hanno tenuto, ci sono però oggi segnali di un preoccupante rapido deterioramento. Per esempio, per una emissione da 1,68 miliardi di euro dell&#8217;ex Banca di Roma su immobili principalmente di Milano e Roma il tasso di default (insolvenza) è passato dallo 0,62% del gennaio 2008 al 2,74% di fine anno, per salire al 3,20% nel primo trimestre di quest&#8217;anno e al 3,4% a luglio. A fronte di questo rapido crescere del tasso d&#8217;insolvenza c&#8217;è un&#8217;altrettanto preoccupante riduzione del fondo di garanzia, che serve a coprire i mancati pagamenti, calato a 12,2 milioni rispetto ai 37,2 del suo target. Per tornare alla bolla globale, invece, va registrato il caso della Cina, la cui ripresa artificialmente gonfiata è in larga parte alla base dei piccoli segni di miglioramento, o piuttosto di freno della caduta, registrati negli ultimissimi mesi dall&#8217;economia globale. Il Sole 24 Ore del 16 ottobre richiama l&#8217;attenzione sul fatto che nei primi nove mesi dell&#8217;anno le banche cinesi hanno messo in circolazione la cifra astronomica di 1.270 miliardi di dollari, &#8220;finiti in larga parte sui listini azionari e sul mercato immobiliare gonfiandone le quotazioni&#8221;. Il settore immobiliare assorbe ormai il 20% degli investimenti interni del paese e le vendite di case nei primi nove mesi hanno fatto registrare un balzo enorme del 73,4%, con un aumento dei prezzi dell&#8217;11% su base annua. Tutti sintomi identici a quelli che hanno portato al recente e non ancora esaurito scoppio della bolla globale.</p>
<p>C&#8217;è un altro aspetto particolarmente preoccupante, quello delle crisi di aziende insolvibili, che vengono risolte mediante complessi piani che hanno come esito quello di uno scambio dei debiti con una partecipazione azionaria da parte delle banche creditrici (lo abbiamo già visto nel caso Risanamento in <a href="http://milanointernazionale.it/2009/07/31/lallegra-milano-della-bolla/" target="_blank">L&#8217;allegra Milano della bolla</a>) o l&#8217;emissione di maxiprestiti obbligazionari per coprire i debiti in scadenza (cioè apertura di nuovi debiti per coprire vecchi debiti in presenza di una situazione di insolvenza!). In entrambi i casi si ha un ulteriore e ingente invischiamento diretto delle grandi banche in situazioni sull&#8217;orlo del crack, con il conseguente aumento del rischio complessivo per il sistema finanziario. Vale la pena di citare a tale proposito il caso di Telco, la società &#8220;cassaforte&#8221; che controlla il 24,5% di Telecom Italia e che entro tre mesi dovrà restituire 2,6 miliardi di euro di debiti. Ad aprile Telco ha chiuso i conti con 1,66 miliardi di euro di perdita (anche in conseguenza della svalutazione della partecipazione in Telecom Italia) ed è stata costretta a coprirla abbattendo il capitale nonché azzerando le riserve patrimoniali, con la conseguenza che non dispone di risorse per rimborsare i 2,6 miliardi di euro di debiti. Per risolvere la situazione le strade (alternative al fallimento) sono due: o un costoso aumento di capitale, o l&#8217;emissione di un maxibond. Secondo il Corriere della Sera si starebbe optando per la seconda soluzione. Gli azionisti di Telco coinvolti nella più che complessa situazione sono due banche, Intesa e Mediobanca, un&#8217;assicuratrice, Generali, e due grandi aziende, Benetton e la spagnola Telefonica.</p>
<p>C&#8217;è poi un altro maxibond di cui è il caso di parlare, quello da 1 miliardo di dollari fatto sequestrare dalla magistratura milanese. Era stato emesso da una società inglese costituita appena il giorno prima dell&#8217;emissione stessa e dal capitale dichiarato di 50 miliardi di sterline, di cui però solo due versate (non due miliardi, ma due [2] sterline!). Una banca vera e &#8220;primaria&#8221; come il Credit Suisse lo aveva trasmesso a un&#8217;altra banca altrettanto vera, la Banca Mediolanum, e, come scrive il Corriere della Sera: &#8220;sarebbe potuto essere usato come robusta garanzia per ottenere dalle banche ingenti finanziamenti, o come sponda per negoziare altre operazioni&#8221;. Un altro sintomo di come la finanza tossica sia ancora viva e vegeta e trovi facili canali nel circuito bancario. E un episodio inquietante che va ad aggiungersi a quello misterioso del sequestro di obbligazioni per 131 miliardi di dollari (forse false, ma la vicenda non è ancora stata chiarita ed è oggetto di svariate teorie cospirazioniste) sequestrati a giugno a Chiasso a due giapponesi e a quello altrettanto misterioso del sequestro di bond americani per 180 miliardi di dollari sequestrato in agosto a Malpensa a due filippini, cifre in grado di provocare un terremoto nella finanza globale (si veda il relativo <a href="http://www.corriere.it/cronache/09_settembre_20/bond_falsi_delfrate_661f9a3e-a5c6-11de-a2a4-00144f02aabc.shtml" target="_blank">articolo del Corriere della Sera</a>).</p>
<p><em>Nelle prossime puntate de &#8220;La bolla che deve ancora arrivare&#8221; ci occuperemo di CityLife, gruppo Ligresti, Risanamento, Pedemontana, valutazioni degli immobili, Piano generale del territorio, Piano casa, aeroporti e altro ancora</em>.</p>
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		<title>Un&#8217;Expo 2015 in formato ridotto?</title>
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		<pubDate>Wed, 27 May 2009 15:58:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milanointernazionale</dc:creator>
				<category><![CDATA[=>   Notizie e approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[Expo 2015]]></category>
		<category><![CDATA[Lega Nord]]></category>

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		<description><![CDATA[Un&#8217;Expo 2015 in formato ridotto? di Andrea Ferrario Intorno all&#8217;Expo 2015 continua la lotta senza esclusione di colpi per spartirsi la torta miliardaria, con la Lega Nord in prima fila. E intanto il Tavolo Lombardia convocato per discutere dei finanziamenti per l&#8217;evento si conclude con una farsa: i soldi ci sono, ma non ci sono. [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&amp;blog=7100082&amp;post=562&amp;subd=milanointernazionale&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Un&#8217;Expo 2015 in formato ridotto?</strong></p>
<p><strong>di Andrea Ferrario</strong></p>
<p>Intorno all&#8217;Expo 2015 continua la lotta senza esclusione di colpi per spartirsi la torta miliardaria, con la Lega Nord in prima fila. E intanto il Tavolo Lombardia convocato per discutere dei finanziamenti per l&#8217;evento si conclude con una farsa: i soldi ci sono, ma non ci sono.</p>
<p><span id="more-562"></span></p>
<p>Sono ormai passati i primi 14 degli 85 mesi a disposizione per la preparazione dell&#8217;Expo 2015 e la situazione rimane ancora completamente caotica. L&#8217;arrivo di un fedelissimo di Berlusconi come Lucio Stanca alla guida dell&#8217;Expo 2015 SpA non ha prodotto alcuna accelerazione dell&#8217;avvio della preparazione dell&#8217;evento. La società non ha ancora una sede, non sono ancora stati nominati i manager secondo quanto invece lo stesso Stanca aveva annunciato, non c&#8217;è alcuna chiarezza nemmeno sulla disponibilità dei fondi e sulle opere che verranno o meno realizzate. I motivi di questa situazione caotica sono svariati. Da una parte c&#8217;è la forte crisi economica in atto, le cui inevitabili ripercussioni sul bilancio statale e su quelli di Comune e Regione non sono ancora quantificabili, anche se saranno sicuramente ingenti. Prendere ora impegni precisi per cifre da capogiro come quelle previste per l&#8217;Expo è nei fatti impossibile, e su tutto pesa anche il fatto che è molto incerta una partecipazione finanziaria dei privati nella misura prevista. Dall&#8217;altra c&#8217;è la prevedibile lotta in atto per la spartizione della torta miliardaria, una lotta che si gioca soprattutto a Milano e in Lombardia, ma anche a Roma. L&#8217;impressione è che in questo momento si stia aspettando di vedere quali nuovi equilibri emergeranno dopo le elezioni europee per riavviare su nuove basi la corsa all&#8217;abbuffata.</p>
<p>Nelle ultime settimane chi sta puntando più di tutti a un rinvio delle decisioni è la Lega Nord, che evidentemente punta a innalzare la posta dopo il voto delle europee. Lo testimonia il fatto che uno degli ultimi vertici, quello del 18 maggio che ha visto la presenza del ministro Giulio Tremonti e del sindaco Letizia Moratti, si sia svolto&#8230; nella sede del Carroccio in via Bellerio a Milano, presenti anche Umberto Bossi, Roberto Castelli e Leonardo Carioni (quest&#8217;ultimo uomo della Lega nel consiglio di amministrazione di Expo 2015 SpA e uno dei bossi di Fiera Milano). Durante la riunione, durata ben cinque ore, si è parlato dell&#8217;ipotesi di varare una legge speciale &#8220;per sciogliere la burocrazia e i nodi che rischiano di ritardare l&#8217;organizzazione dell&#8217;evento&#8221;, un modo diplomatico per dire che si ipotizza di approvare normative che consentano di procedere in fretta, eliminando i vincoli che garantiscono la trasparenza. Lo conferma anche il candidato alla Provincia di Milano Guido Podestà (Pdl): &#8220;sostengo che bisogna pensare a una legge speciale se vogliamo arrivare in tempo utile&#8221;. Qualche giorno dopo, il 22 maggio, la Repubblica è uscita con un articolo di Giuseppina Piano in cui si afferma che Tremonti e Bossi starebbero lavorando a un piano per tagliare 2,5 miliardi di euro di finanziamenti. L&#8217;idea, secondo il quotidiano, sarebbe quella di ospitare la manifestazione nei padiglioni già esistenti della Fiera di Rho, senza realizzare nuove strutture appositamente per la manifestazione e tagliando inoltre costi per altre voci (la linea M6, la via d&#8217;acqua e altro ancora). Un&#8217;ipotesi a dire il vero improbabile, perché il Bie, il Bureau internazionale che assegna le Esposizioni universali, non potrebbe accettare un tale stravolgimento del dossier Expo originale. Le dichiarazioni rilasciate il giorno dopo da due importanti esponenti lombardi della Lega, l&#8217;assessore regionale Davide Boni e il &#8220;bipoltronato&#8221; consigliere comunale e deputato Matteo Salvini, accennavano tuttavia chiaramente a una tale ipotesi. A loro si è aggiunto nel giro di un paio di giorni anche l&#8217;eminenza grigia della Lega, Giancarlo Giorgetti, il quale ribadiva che &#8220;se i soldi non bastano bisogna anche cancellare le opere non necessarie&#8221; e accennava a una &#8220;razionalizzazione&#8221;, nonché alla necessità di riflettere su una &#8220;riduzione dell&#8217;area espositiva prevista a Rho-Pero&#8221;. Il ministro delle infrastrutture Roberto Castelli da parte sua ha annunciato una riduzione dei fondi per spostare ogni somma recuperabile sulla ricostruzione in Abruzzo. Il Corriere della Sera pigiava ancora di più l&#8217;acceleratore parlando di una preoccupata telefonata del Bie a &#8220;chi di dovere a Milano&#8221; e ipotizzando che il Bureau avesse minacciato di riassegnare l&#8217;Expo 2015 a Izmir. Fatto sta che da quel giorno Letizia Moratti si è messa a negare ogni ipotesi di &#8220;ridimensionamento&#8221;, ma allo stesso tempo ha cominciato a parlare di una criptica &#8220;razionalizzazione&#8221;, il tutto alla vigilia del Tavolo Lombardia presieduto da Roberto Formigoni in cui si sarebbe parlato dei finanziamenti per l&#8217;evento.</p>
<p>Il Tavolo Lombardia si è infine tenuto il 25 maggio con la presenza dei ministri Matteoli, Castelli e Brambilla, ma è stata una nuova sceneggiata. Al termine della riunione il ministro Matteoli ha dichiarato che i finanziamenti ci sono tutti e ha parlato del reperimento di 1.321 milioni di euro per le opere connesse. Peccato però che secondo il dossier Expo lo stato avrebbe dovuto reperirne 1.889 di milioni. Mancano pertanto all&#8217;appello quasi 570 milioni di euro, una bella sommetta. E&#8217; stato annunciato inoltre il ritardo della linea M6 (870 milioni di euro), ufficialmente per dare la precedenza alle linee M4 e M5, ma molti ipotizzano che più avanti la M6 verrà completamente eliminata dal dossier. In realtà anche per la M4 la situazione è estremamente complessa, perché il Comune di Milano ha dovuto cancellarne il finanziamento per coprire il buco venutosi a creare dopo che la Corte dei Conti aveva portato alla luce le manovre illecite operate da Palazzo Marino nel bilancio comunale. Si dovrà quindi fare un altro mutuo di 350 milioni per finanziarla e la procedura non sarà certo lineare. A questo problema va ad aggiungersi che una parte dei finanziamenti, 240 milioni, verrà sì coperta dallo Stato, ma verrà erogata nell&#8217;arco di 15 anni e pertanto il Comune dovrà anticipare la somma. Non a caso di fronte a questi enormi esborsi previsti Letizia Moratti chiede al governo una deroga al Patto di stabilità &#8211; a Roma per ora nicchiano.</p>
<p>Insomma, un pasticciaccio brutto. Senza tenere conto che a complicare il tutto c&#8217;è il fatto che le cifre e le decisioni di cui abbiamo riferito qui sopra sono in realtà solo ipotetiche, perché ogni decisione concreta verrà presa dal Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) nelle sue riunioni di luglio, settembre e ottobre. E fino ad allora le carte in tavola potranno essere nuovamente cambiate. L&#8217;unica cosa certa è che questa Expo peserà come un macigno sui bilanci dello stato, del comune e della regione, nel momento stesso in cui si pone una pesante ipoteca sul futuro del paese con i drastici tagli alla scuola e all&#8217;università, e in cui c&#8217;è grande necessità di risorse per fare fronte alla crisi economica.</p>
<p>PER FINIRE: DUE DOMANDE E DUE RISPOSTE</p>
<p><strong>Quanto costerà l&#8217;Expo 2015?</strong></p>
<p>In realtà non lo si può stimare con esattezza in questo momento, perché di norma i costi preventivati per le Expo lievitano durante la realizzazione dei lavori. I costi dell&#8217;Expo Saragozza 2008, per esempio, sono aumentati di oltre il 30% rispetto alle stime iniziali e il comune spagnolo ha dovuto indebitarsi per fare fronte al buco in bilancio, visti anche gli introiti inferiori al previsto. Il costo complessivo originariamente previsto per Expo 2015 è comunque di 25 miliardi, così suddivisi: le opere essenziali (in pratica le strutture fisiche che ospiteranno la manifestazione nel 2015 e i relativi accessi) per circa 1,8 miliardi, le opere necessarie (come la linea metropolitana M6 e altri interventi infrastrutturali) per 11,3 miliardi, le opere connesse (Pedemontana, Brebemi, linea metropolitana M4 e molte altre ancora) per 11,7 miliardi (si veda in dettaglio lo <a href="http://provinciamilano.ecostampa.net/utility/imgrsnew.asp?numart=K7WEU&amp;annart=2008&amp;numpag=1&amp;tipcod=0&amp;tipimm=1&amp;defimm=0&amp;tipnav=1&amp;isjpg=S&amp;small=N&amp;usekey=B1PO089KE6ZWX&amp;typedb=7&amp;video=0" target="_blank">schema</a> pubblicato da Il Giorno in calce a un suo articolo del 17 dicembre).</p>
<p><strong>L&#8217;Expo sarà una vetrina internazionale per Milano?</strong></p>
<p>E&#8217; quello che vogliono farci credere, ma tutti i dati disponibili dicono che sarà un evento con un pubblico quasi esclusivamente nazionale, se non addirittura limitato all&#8217;Italia settentrionale. Qualsiasi soggetto razionale, pubblico o privato, prima di fare un investimento dell&#8217;enorme entità di 25 miliardi di euro (50.000 miliardi di vecchie lire) effettuerebbe prima una stima dei risultati generati e qualsiasi soggetto trasparente renderebbe ampiamente pubblica tale stima. Non solo nel caso dell&#8217;Expo 2015 non sono mai stati resi pubblici i dati su cui si basano le (presunte) stime di 29 milioni di visitatori e 70.000 nuovi posti di lavoro generati dall&#8217;evento, ma si sono trascurati i dati relativi alle altre Expo, gli unici che consentono di capire dove si va a parare. Ebbene, in termini di visitatori va rilevato che all&#8217;Expo Internazionale di Saragozza 2008 il 97% di essi erano spagnoli (Sole 24 Ore, 8 novembre 2008), per l&#8217;Expo Universale di Shanghai 2010 il supervisore dell&#8217;organizzazione dell&#8217;evento prevede, a un anno dal suo svolgimento, un numero di visitatori al 90% cinesi (La Repubblica, 6 febbraio 2009). Secondo stime della Federalberghi Lombardia, infine, “una buona metà dei visitatori arriverà dal Nord Italia e non avrà alcuna necessità di un’ospitalità alberghiera” (Il Giornale, 16 febbraio 2009)</p>
<p>(fonti: Cronacaqui, 19 maggio; Il Giornale, 19 maggio; Repubblica, 22 maggio, 23 maggio, 24 maggio, 25 maggio, 26 maggio; Milano Finanza, 26 maggio; Il Giorno, 26 maggio)</p>
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		<title>Milano Internazionale &#8211; Cronache &#8211; N. 17 del 5 aprile 2009</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Apr 2009 16:25:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milanointernazionale</dc:creator>
				<category><![CDATA[=>   Notizie e approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[Aeroporti]]></category>
		<category><![CDATA[Expo 2015]]></category>
		<category><![CDATA[Immigrazione]]></category>
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		<description><![CDATA[SOMMARIO: 1) UN PO&#8217; DI DATI SUGLI IMMIGRATI IN LOMBARDIA 2) LOMBARDIA, LA SPECULAZIONE EDILIZIA NON SI FERMA 3) SCUOLE AL COLLASSO 4) AGGIORNAMENTI SU EXPO 2015 5) &#8220;CATTEDRALI NEL DESERTO&#8221;: DOPO MALPENSA ARRIVA MONTICHIARI 6) LA LEGA NON PARLA IL DIALETTO, MA CI COSTA 280.000 EURO 1) UN PO&#8217; DI DATI SUGLI IMMIGRATI IN [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&amp;blog=7100082&amp;post=321&amp;subd=milanointernazionale&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal"><span>SOMMARIO:</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>1) UN PO&#8217; DI DATI SUGLI IMMIGRATI IN LOMBARDIA</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>2) LOMBARDIA, LA SPECULAZIONE EDILIZIA NON SI FERMA</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>3) SCUOLE AL COLLASSO</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>4) AGGIORNAMENTI SU EXPO 2015</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>5) &#8220;CATTEDRALI NEL DESERTO&#8221;: DOPO MALPENSA ARRIVA MONTICHIARI</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>6) LA LEGA NON PARLA IL DIALETTO, MA CI COSTA 280.000 EURO</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>1) UN PO&#8217; DI DATI SUGLI IMMIGRATI IN LOMBARDIA</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>In totale in Lombardia, secondo un Rapporto della Fondazione Ismu e della Regione aggiornato all&#8217;anno 2008, vivono 1 milione e 60.000 stranieri, vale a dire circa il 10% della popolazione complessiva. Di questi, secondo le stime, 148.000 sono immigrati irregolari. Circa 338.000 degli immigrati che vivono in Lombardia provengono dall&#8217;Europa Orientale (+88.000 rispetto al 2007), 228.000 dall&#8217;Asia (+14.000), 218.000 dal Nord Africa (+17.000) e 139.000 dall&#8217;America Latina. Per la prima volta il ruolo di Milano come polo di attrazione degli immigrati risulta in calo. Sette anni fa un terzo degli stranieri della regione si stabiliva nella capitale lombarda, oggi sono solo un quinto, cioè 215.000. E sempre per la prima volta, scrive Oriana Liso di Repubblica, &#8220;la somma delle presenze negli altri comuni della provincia (232.000) sorpassa le presenze a Milano, cresciute di pochissimo rispetto al 2007: un 1,6% ben lontano dai dati di Bergamo (+9,2% in un anno) o Varese (+16,3%)&#8221; &#8211; si tratta di sviluppi che ricalcano l&#8217;evoluzione dell&#8217;ondata migratoria a Milano dal resto del Nord Italia o dal Sud tra gli anni cinquanta e sessanta. A Milano e nell&#8217;hinterland continuano a concentrarsi gli irregolari: secondo le stime nel capoluogo lombardo sono 38.000. Nel complesso, secondo il rapporto, i romeni sono gli immigrati più integrati: il 31% di loro è proprietario di una casa, l&#8217;82% ha un lavoro regolare. &#8220;Per il secondo anno consecutivo, poi&#8221;, continua Oriana Liso, &#8220;il volume complessivo dei soldi inviati dagli immigrati nei loro paesi di origine (tranne che in Romania) è in calo: un altro segno del fatto che per molti di loro la vera casa inizia a essere l&#8217;Italia. Tanto che vorrebbero anche partecipare alle decisioni politiche e amministrative: [...] il 76,2% di chi è in Italia da più di dieci anni vorrebbe votare, contro il 46,9% di chi è arrivato meno di due anni fa&#8221;, percentuale comunque molto alta. Secondo i dati del rapporto il 55% degli stranieri voterebbe a sinistra, percentuale che si ribalta a favore della destra nel caso degli immigrati dall&#8217;Europa Orientale, i diplomati e i laureati. Inoltre, &#8220;per chi è arrivato da poco in Lombardia il lavoro più diffuso resta l&#8217;assistenza domiciliare (il 15,9% delle donne), mentre per gli uomini è nell&#8217;edilizia&#8221;. Il reddito medio mensile degli stranieri immigrati in Lombardia è di 869 euro e non solo è molto basso, ma è anche in calo rispetto al 2007, quando era di 923 euro. Una mappa pubblicata sempre da Repubblica mostra poi le concentrazioni di immigrati irregolari in Italia. Le aree più fortemente interessate dal fenomeno sono, oltre alle province di Nuoro e Sassari, essenzialmente due: un&#8217;ampia zona che comprende la Lombardia Orientale, il Veneto e la regione di Bologna, da una parte (approssimativamente, il &#8220;regno&#8221; della piccola e media impresa ad alto sfruttamento di manodopera, spesso al nero), e una lunga area che va da Napoli alla Sicilia Orientale, passando per la Calabria (cioè le aree a maggiore controllo diretto da parte delle organizzazioni mafiose e a intensa attività agricola che sfrutta manodopera non qualificata). In un altro articolo, pubblicato da Repubblica Metropoli, si cita il parere dell&#8217;urbanista Paolo Somma, secondo il quale &#8220;le caratteristiche dei quartieri abitati dagli stranieri sono la minore dotazione di servizi, la carenza di manutenzione degli immobili, il degrado degli spazi pubblici. A decidere le zone dove vivono gli stranieri sono i prezzi degli affitti. Si dovrebbe parlare non tanto della nazionalità degli abitanti, ma del loro ceto sociale: gli immigrati oggi occupano le zone dove una volta vivevano le fasce più povere della popolazione&#8221;. Concetti confermati da un altro articolo pubblicato da Repubblica sul tema, e scritto ancora una volta da Oriana Liso, sul numero di studenti stranieri a Milano. Le scuole milanesi dove più della metà degli iscritti sono figli di immigrati stranieri sono concentrate nelle zone 2, 9, 4 e 8, &#8220;una presenza più forte, diffusa a macchie, che segue di fatto il prezzo degli affitti, concentrandosi dove case e negozi costano meno&#8221;. In totale nelle scuole di Milano ci sono 26.000 bambini e ragazzi stranieri, che rappresentano il 14,5% del totale degli iscritti. Stanno crescendo in particolare gli studenti stranieri nelle scuole superiori &#8220;a riprova di un processo di scolarizzazione dei minori stranieri che ha assunto caratteri stabili&#8221;, scrive il Piano di Zona 2009-2011 dal quale sono tratti i dati. In 20 scuole elementari (sulle 142 cittadine) i minori stranieri sono più del 40% degli studenti. Secondo il quotidiano, infine, oltre la metà dei ripetenti sono stranieri.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>(fonti: Repubblica, 23 marzo, 1 aprile, 5 aprile)</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>2) LOMBARDIA, LA SPECULAZIONE EDILIZIA NON SI FERMA</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>Nonostante la stretta creditizia e la crisi economica le cronache lombarde parlano di nuovi grandi progetti di speculazione edilizia con cadenza ormai quasi settimanale. Non sempre però tutto fila liscio e secondo i piani, come illustra il caso delle <strong>aree dismesse Falck a Sesto San Giovanni</strong>, un milione e mezzo di metri quadri da cementificare e la più grande area dismessa d&#8217;Europa. Il fondo Limitless del Dubai ha disdetto l&#8217;accordo preliminare stipulato a fine dicembre con la Risanamento di Luigi Zunino (sempre sull&#8217;orlo del crack per l&#8217;indebitamento con le banche) che prevedeva un acquisto dell&#8217;area da parte degli arabi a 475 milioni di euro per realizzarvi il grande progetto di &#8220;urbanizzazione&#8221; firmato da Renzo Piano. Sebbene alcune voci non confermate dicano che il no della Limitless non è del tutto definitivo e che trattative non ufficiali sarebbero ancora in corso, il problema di individuare soluzioni alternative si è fatto pressante. Il sindaco di Sesto, Giorgio Oldrini (centrosinistra), si è detto disponibile &#8220;a esaudire le richieste, giunte anche dall&#8217;imprenditoria locale, di una regia pubblica e condivisa per la riqualificazione Falck&#8221;. Oldrini sarebbe cioè pronto, secondo il Giorno, a lanciarsi nell&#8217;avventura della creazione di un fondo immobiliare con la partecipazione di Intesa Sanpaolo e la regia del Comune, con l&#8217;obiettivo di realizzare lo stesso progetto di Renzo Piano che avrebbero dovuto mettere in atto prima Zunino e poi Limitless. Milano Finanza invece scrive che si starebbe andando, sempre con il ruolo decisivo di Intesa Sanpaolo, verso un&#8217;ipotesi &#8220;spezzatino&#8221;, cioè la vendita frazionata dell&#8217;area a diversi soggetti, che secondo il quotidiano permetterebbe di ottenere maggiori introiti. I principali fattori in gioco sono tre: 1) Zunino ha debiti insoluti principalmente nei confronti di Intesa Sanpaolo (quasi 500 milioni di euro), che rimane quindi un attore fondamentale; 2) la Risanamento di Zunino non può fallire, altrimenti tutta l&#8217;area rimarrebbe invischiata in una lunga procedura di liquidazione; 3) il valore attualmente quotato per le aree (475 milioni), almeno secondo quanto scrive il Giorno, sarebbe eccessivo: tre anni fa erano state vendute a Zunino per 240 milioni e bisognerebbe tornare verso tale cifra.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>Un altro progetto faraonico riguarderà invece <strong>Segrate</strong>, la città dell&#8217;hinterland di Milano dalla quale era cominciata la scalata al potere di Berlusconi con la realizzazione di Milano 2. Il progetto riguarda un&#8217;area di 1,2 milioni di metri quadri, di cui oltre 400.000 edificabili, e avrà un valore di oltre 1 miliardo di euro. Lo realizzerà il bergamasco Antonio Percassi, ex giocatore dell&#8217;Atalanta e ora boss del mattone. Le aree coinvolte saranno Linate, l&#8217;Idroscalo e la zona dell&#8217;ex dogana, e il piano ha avuto l&#8217;avallo, tra gli altri, del presidente della Provincia, Filippo Penati (Pd), dell&#8217;assessore regionale all&#8217;urbanistica Davide Boni (Lega Nord), dell&#8217;assessore regionale alle infrastrutture Raffaele Cattaneo (Forza Italia). Cosa offrirà il progetto? Department store con brand di lusso, golf club, cinema multisala, uffici, appartamenti, un museo di arte contemporanea, hotel a 5 stelle e una grande iniziativa di intrattenimento per ora ancora top secret. La stampa riferisce poi di altri progetti di cementificazione che colpiranno l&#8217;area del milanese: a <strong>Vimercate</strong> si costruirà sull&#8217;area del vecchio ospedale, a <strong>Melzo</strong> ci sarà il &#8220;recupero&#8221; dell&#8217;area ex Galbani, altre iniziative riguarderanno invece <strong>Cologno</strong>, <strong>Arcore</strong> e <strong>Cassano</strong>.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>La Provincia di Milano ha presentato un Atlante sul <strong>consumo del territorio</strong> che riporta dati eloquenti. &#8220;Entro breve tempo a Milano il 42% del territorio disponibile sarà occupato da costruzioni: un dato medio, perché in alcune aree si supera già attualmente il 60%. Mediamente la quota di suolo consumato in provincia di Milano è pari al 35,2%. In un futuro neanche troppo lontano la provincia di Monza e Brianza raggiungerà il 60% di urbanizzazione&#8221;, scrive il Cittadino, che prosegue scrivendo che se si somma la superficie urbanizzabile, &#8220;l&#8217;impatto, scorporando il dato medio e considerando le diverse aree è ancora più drammatico: Milano arriverà al 69,9% di superficie occupata, la zona Sud Milano al 41,4% e il legnanese al 54,2%&#8221;.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>La Regione Lombardia ha varato un altro megaprogetto per Milano fortemente voluto da Roberto Formigoni, quello della <strong>Cittadella della Salute</strong>, che riguarderà una superficie di 220.000 metri quadri e ha un costo stimato di 520 milioni di euro. La struttura sorgerà nell&#8217;area dell&#8217;attuale Ospedale Sacco (zona nord-ovest di Milano) e riunirà intorno a quest&#8217;ultimo l&#8217;Irccs Besta e l&#8217;Istituto Tumori di Milano, il tutto entro il fatidico anno dell&#8217;Expo, il 2015. I costi saranno coperti per 228 milioni di euro dalla Regione Lombardia, per 40 milioni dallo Stato e il rimanente sarà a carico del concessionario o verrà messo a disposizione da fondazioni. A presiedere la Cittadella della Salute e il relativo progetto è stato nominato un ciellino d&#8217;eccellenza, Luigi Roth, presidente uscente di Fondazione Fiera Milano.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>Si stanno infine gonfiando i costi dell&#8217;autostrada <strong>Pedemontana</strong>, prima ancora che i lavori siano iniziati. Le ultime stime parlano di un costo superiore del 15% rispetto a quanto originalmente previsto, cioè circa 600 milioni di euro in più. Costo destinato probabilmente ad aumentare ulteriormente perché, come scrive Italia Oggi, &#8220;l&#8217;opera è molto complessa, per due terzi l&#8217;autostrada scorre sotto il livello del terreno e probabilmente di varianti che ne saranno altre ancora&#8221;. Il finanziamento di Pedemontana prevede un contributo pubblico di 1,25 miliardi, 514 milioni verranno dai soci privati, i restanti quasi 3 miliardi verranno raccolti mediante indebitamento. Il rendimento per gli investitori privati non sarà inferiore al 7%.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>(fonti: Il Giorno, 22 marzo, 25 marzo, 26 marzo; La Repubblica, 25 marzo; Milano Finanza, 25 marzo, 28 marzo; L&#8217;Eco di Bergamo, 21 marzo; Avvenire, 29 marzo; Il Cittadino Nord Brianza, 21 marzo; E Polis, 28 marzo; Corriere della Sera, 28 marzo; Italia Oggi, 4 aprile)</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>3) SCUOLE AL COLLASSO</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>&#8220;Alla scuola lombarda mancano 80 milioni di euro [...] secondo una stima della Cisl: soldi che il ministero dovrebbe passare direttamente ai presidi per pagare supplenze, visite fiscali e gli extra per arruolare gli insegnanti nelle commissioni degli esami di maturità. Ma anche per la carta per le fotocopie e quella igienica nei bagni, i corsi di recupero e i computer. Insomma: tutto, tranne gli stipendi dei docenti assunti. Per tappare la voragine le 1305 scuole lombarde da mesi danno fondo alle proprie casse spendendo il poco che rimane dagli anni scorsi&#8221;, scrive sulla Repubblica Franco Vanni. Che prosegue: &#8220;Al liceo Koiné di Monza il debito è tale che la dirigente scolastica ha annunciato ai supplenti che non saranno più pagati: se vogliono possono lavorare gratis. E se l&#8217;istituto Palo Sarpi di Settimo Milanese non ha rinnovato i contratti in scadenza a quattro docenti precari, alla scuola Tolstoj di Desio (materna, elementare e media) se un prof è assente capita che la classe venga smistata in altre aule&#8221;. E&#8217; dal 2006 che i pagamenti hanno cominciato ad arrivare a singhiozzo, ma la situazione è drasticamente peggiorata dal novembre scorso, quando il ministero ha emesso una circolare con cui si azzeravano i fondi di funzionamento (circa il 10% del bilancio delle scuole). &#8220;Ed è di questi giorni la doccia fredda: non solo il debito non sarà saldato, ma è destinato ad aumentare. Le scuole lombarde, infatti, riceveranno per l&#8217;anno solare 2009 circa 70 milioni per coprire spese che ammontano al doppio&#8221;. La Repubblica cita altri casi esemplificativi della situazione a Milano: &#8220;Alla scuola elementare e media Pizzigoni per mancanza di fondi si risparmia sulla sicurezza: all&#8217;ingegnere che faceva i controlli sulla struttura non è stato rinnovato il contratto&#8221;, un fatto grave in una scuola che risale agli anni venti. Alla scuola di via Vespri Siciliani, zona Lorenteggio, è in atto &#8220;un programma di risparmio da tempi di guerra: si stampano le circolari sul retro di fogli usati, si razionano i collegamenti Internet e si chiede ai genitori di contribuire alle spese. Un primo balzello di 20 euro è stato chiesto alle 800 famiglie di elementari e materne a febbraio&#8221;. E ci sono ancora scuole che vanno a pezzi, letteralmente. All&#8217;asilo &#8220;Aldo Moro&#8221; di Abbiategrasso è crollato metà del controsoffitto di un&#8217;aula e calcinacci di cartone pressato sono crollati su insegnati e bambini, due dei quali sono stati portati al pronto soccorso, per fortuna solo con escoriazioni. Il motivo? &#8220;Il personale aveva aperto lievemente le finestre per arieggiare i locali&#8221;, come scrive il Corriere della Sera, e il vento ha creato pressione sul vuoto del controsoffitto. Si è ancora una volta sfiorata la tragedia, perché insieme al cartone pressato sono cadute anche le lampade, che fortunatamente non hanno colpito nessuno. E&#8217; la terza volta in soli cinque anni che si verifica un crollo nelle scuole di Abbiategrasso.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>(fonti: Repubblica, 16 marzo; Corriere della Sera, 25 marzo)</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>4) AGGIORNAMENTI SULL&#8217;EXPO</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>In attesa della nomina del pidiellino Lucio Stanca, fedelissimo di Berlusconi, ad amministratore delegato e, forse, presidente di Expo 2015 Spa, ci sono da segnalare alcuni nuovi sviluppi relativi all&#8217;evento che incombe su Milano. &#8220;L&#8217;Espresso&#8221; del 26 marzo ripercorre la storia del progetto del maxitunnel che dovrebbe attraversare la città e che è stato inserito in questi giorni nel dossier Expo 2015. Lo ricordiamo: si tratta di un&#8217;opera da 2 miliardi di euro stimati e lunga 14,5 chilometri (dalla sede dell&#8217;Expo a Rho-Pero fino a Linate), proposta dall&#8217;impresa privata Torno (che nel 2007 aveva 54 milioni di passivo, sottolinea l&#8217;Espresso). L&#8217;idea originaria è della giunta del sindaco Gabriele Albertini, che nel 2006, poco prima di lasciare la poltrona, ha dichiarato di pubblico interesse il progetto che in prima istanza era incentrato sulla costruzione di un tunnel dall&#8217;autostrada da Torino fino alla stazione Garibaldi, lungo più o meno la metà di quello previsto oggi. Secondo il settimanale &#8220;il vero sostenitore del progetto è Roberto Formigoni. A rilanciarlo è uno degli assessori comunali [a lui] più vicini, Carlo Masseroli. L&#8217;estate scorsa i suoi uffici diffondono uno studio che cambia radicalmente le carte in tavola. L&#8217;analisi è elaborata da Infrastrutture Lombarde, longa manus di Formigoni per le grandi opere. [...] Del vecchio obbligo di un garante privato, così scomodo per la Torno, non si parla più. Lo studio ribalta infatti l&#8217;idea di un&#8217;opera che si realizza da sola e, al contrario, ipotizza la necessità di un intervento pubblico: 800 milioni di euro (Iva esclusa) nell&#8217;ipotesi più onerosa fra quelle messe nero su bianco, che peraltro non tiene conto dell&#8217;ineluttabile incremento dei costi che sembra accompagnare ogni opera pubblico. Altro aspetto delicato: il nuovo piano concede alla Torno la gestione del tunnel per un periodo lunghissimo: 40 anni nei documenti di Masseroli; 60 anni a dar retta al progetto riportato dalla società stessa sul suo sito&#8221;. Ma chi c&#8217;è dietro alla Torno? Recentemente è entrato a fare parte della società il finanziere Alberto Rigotti che, sempre secondo l&#8217;Espresso, &#8220;ha saputo ritagliarsi una serie di relazioni eccellenti, intessendo rapporti d&#8217;affari con l&#8217;ex presidente dell&#8217;Unipol, Giovanni Consorte, con Stefania Craxi e, soprattutto, con Marcello Dell&#8217;Utri, uno dei collaboratori chiave di Silvio Berlusconi, che l&#8217;ha accompagnato al debutto nell&#8217;editoria quando, nel 2007, il finanziere ha acquistato il quotidiano E Polis&#8221;. Da qualche anno poi Rigotti è entrato nel lucroso mondo delle concessioni pubbliche autostradali. Dietro al progetto del maxitunnel ci sono poi come al solito anche le due grandi banche milanesi, Unicredit e Intesa Sanpaolo: &#8220;Il piano finanziario è al momento oggetto di revisione&#8221;, ha dichiarato Rigotti citato dall&#8217;Espresso. &#8220;Ci stanno lavorando i nostri partner Unicredit e Banca Intesa&#8221;, un intervento evidentemente necessario anche perché, come scrive la Repubblica, &#8220;è del tutto evidente che la cordata Torno non è in grado di sostenere l&#8217;intero peso finanziario dell&#8217;opera&#8221; che riverserà sulla città fino a 150.000 automobili al giorno.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>Intanto la Expo SpA comincia dai licenziamenti. Come scrive Corrado Dragotto sul Giorno, &#8220;andranno tutti a casa i precari di Expo Spa. A causa delle mancata entrata in attività della società di gestione dell&#8217;evento, i 15 lavoratori a tempo determinato alle dipendenze del Comitato di pianificazione &#8216;festeggeranno&#8217; con il mancato rinnovo del loro contratto il &#8216;compleanno&#8217; della vittoria di Milano su Smirne&#8221;. Il Giorno scrive anche di &#8220;voci sempre più insistenti circa una selezione di personale dal forte sentore di spoils system avviata a Roma e volta a riempire 200 caselle vuote&#8221;. Da parte sua Repubblica, in un articolo di Giuseppina Piano, ricorda che entro il 20 aprile 2010 il progetto di Expo dovrà essere &#8220;registrato&#8221; al Bie, il Bureau internazionale che assegna le Esposizioni universali. &#8220;Nel &#8216;master program&#8217; si contava di metterci un anno e mezzo a preparare il dossier di registrazione. Il tempo, a questo punto, andrà quasi dimezzato. [...] Come? Con un &#8216;master program&#8217; che nel frattempo è stato riaggiornato, impietosamente compresso accorciando tutte le fasi. [...] I tabù oggi si chiamano &#8216;Accordo di programma&#8217;, &#8216;Valutazione di impatto ambientale&#8217; e &#8216;Concorsi internazionali di progettazione&#8217;. [...] Bisognerà dimostrare al Bie entro l&#8217;aprile 2010 che Rho-Pero è formalmente nelle disponibilità della società speciale Expo Spa, ma per farlo bisogna chiudere l&#8217;Accordo di programma per le aree, in pratica formalizzare cosa farci prima ma soprattutto dopo il 2015. La procedura richiede 346 giorni, si arriverà dunque più che pericolosamente a ridosso del time out del 30 aprile 2010. La trattativa doveva partire il 15 ottobre ma finora non si è andati oltre l&#8217;atto formale di apertura&#8221;. Giuseppina Piano ricorda poi che &#8220;l&#8217;Expo non è solo un grande business per chi oggi ha aree agricole e domani le riceverà indietro costruibili e infrastrutturate (il loro valore potrebbe salire di qualcosa come 600 milioni di euro, dice una stima non ufficiale), bisognerà inventarsi e far accettare ai privati che dopo il 2015 resti anche una funzione pubblica&#8221;. Intanto si è costituito un &#8220;Forum civico sull&#8217;Expo&#8221; chiesto da una parte dell&#8217;opposizione nel consiglio comunale di Milano. Letizia Moratti invece di restarne contraddetta, ne gioisce, e a ragione: ogni iniziativa civica a sostegno dell&#8217;Expo sarà un utile paravento per gli sperperi e il saccheggio del territorio che un evento insensato e controproducente come l&#8217;Expo inevitabilmente genera, con o senza Forum civici.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>(fonti: L&#8217;Espresso, 26 marzo 2009; Il Giorno, 28 marzo; Repubblica, 29 marzo; Corriere della Sera, 27 marzo)</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>5) &#8220;CATTEDRALI NEL DESERTO&#8221;: DOPO MALPENSA ARRIVA MONTICHIARI</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>Non bastavano i grattacapi di Malpensa e Linate prima e dopo la privatizzazione di Alitalia, ora si apre anche il capitolo del D&#8217;Annunzio di Montichiari, il miniaeroporto di Brescia che si vuole portare in concorrenza con i due aeroporti milanesi e con quello di Orio al Serio. Lo scalo bresciano è di proprietà dell&#8217;aeroporto Valerio Catullo di Verona e a Brescia si è aperta la battaglia per &#8220;conquistarlo&#8221;. La cordata formata da Provincia, Comune e Camera di Commercio di Brescia ha messo sul piatto 40 milioni di euro per acquistarlo, ma i veronesi nicchiano e il presidente della Provincia scaligera, Elio Mosele, ha definito l&#8217;operazione dei bresciani addirittura &#8220;una dichiarazione di guerra&#8221;. I soldi però non puzzano mai e quindi, guerra o non guerra, le due parti comunque si siederanno al tavolo per cominciare a parlare di un piano di sviluppo congiunto da 230 milioni di euro. E intanto si stanno per inaugurare nuovi voli da Brescia per Alghero, Roma, Napoli e Catania. Si aggiunge così un tassello al mosaico della concorrenza priva di regole tra gli aeroporti lombardi, e tra questi e Trenitalia, che finora ha causato solo e unicamente disastri in regione e in Italia.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>(fonti: Corriere della Sera, 21 marzo e 24 marzo)</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>6) LA LEGA NON PARLA IL DIALETTO, MA CI COSTA 280.000 EURO</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>Era stato inaugurato nel 2003 in grande pompa da Umberto Bossi in persona, grazie a un finanziamento di 280.000 euro messo a disposizione dallo stato e con locali forniti gratuitamente dal comune di Busto Arsizio. Sei anni dopo il Centro di documentazione dei dialetti è null&#8217;altro che un fantasma, come racconta il Corriere della Sera. I locali in una dependance del municipio di Busto, che ospita tra gli altri anche il distaccamento locale dell&#8217;Università dell&#8217;Insubria, sono vuoti, la biblioteca del centro è sprangata (chissà se contiene effettivamente dei volumi?) e vuoti sono gli uffici della segreteria e del presidente del centro, l&#8217;ex sindaco leghista Gianfranco Tosi. Confermano le impiegate che lavorano nel municipio: &#8220;Qui non vediamo mai nessuno. Gli orari di apertura? Non siamo in grado di dare questo tipo di informazioni, non le sappiamo nemmeno noi&#8221;. Eppure il centro, come scrive il Corriere, &#8220;era nato con ben altre ambizioni: presidente onorario Umberto Bossi e distacco di tre impiegate comunali che aveva fatto sobbalzare l&#8217;opposizione. [...] Nel 2005 lo Stato aveva finanziato il centro bustese con una elargizione di 280.000 euro&#8221;. Insomma, i soldi dei contribuenti sono stati buttati via per una pura operazione di propaganda leghista.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>(fonte: Corriere della Sera, 25 marzo)</span></p>
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		<title>Milano Internazionale &#8211; Cronache &#8211; N. 14 del 20 febbraio 2009</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Feb 2009 09:44:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milanointernazionale</dc:creator>
				<category><![CDATA[=>   Notizie e approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[Expo 2015]]></category>

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		<description><![CDATA[SOMMARIO:
1) EXPO: COSA STA SUCCEDENDO?
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			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal"><strong></strong><span lang="IT">SOMMARIO:</span></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="IT">1) EXPO: COSA STA SUCCEDENDO?</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span lang="IT">1) EXPO: COSA STA SUCCEDENDO?</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span lang="IT">La saga Expo è arrivata in questi giorni a una svolta, che però con ogni probabilità non chiuderà definitivamente il capitolo delle lotte intestine alla destra per spartirsi l&#8217;enorme torta miliardaria. I giornali hanno seguito costantemente gli sviluppi dello scontro tra gli attori fondamentali della guerra per la gestione di Expo, Berlusconi-Tremonti, Moratti, Formigoni, Lega Nord, con svariati altri attori in ruolo accessorio (Alleanza Nazionale, Penati, Camera di commercio-Assolombarda e altri ancora). A partire dall&#8217;inizio del nuovo anno si è cominciato a parlare apertamente e insistentemente di ipotesi prima tabù come il commissariamento o, addirittura, la rinuncia. La seconda è un&#8217;ipotesi da escludersi, se non in presenza di una crisi di dimensioni talmente colossali e devastanti da rendere politicamente impresentabile lo sperpero di capitali, anche se l&#8217;attuale governo ha dimostrato di essere una vera e propria macchina per la produzione di propaganda e forse anche in tale caso riuscirebbe a fare passare la follia Expo. La prima, quella del commissariamento, è per il momento stata messa nel cassetto, ma non è detto che non torni a riemergere. Ora infatti si aprono i capitoli della ridefinizione degli equilibri interni alla Expo 2015 S.p.A., ma anche delle competenze esatte per la gestione dei fondi (cioè degli appalti) e della quantità precisa di fondi che ciascun attore dovrà tirare fuori. In parallelo nei prossimi mesi si dovranno riassegnare le poltrone di consigli e organi di gestione nel gotha delle aziende pubbliche milanesi e lombarde, a cominciare dalla Fiera di Milano, fino a Ferrovie Nord e a Infrastrutture Lombarde. Sullo sfondo di tutto questo ci sono le elezioni di giugno, che potrebbero ridisegnare gli equilibri all&#8217;interno del regime. E&#8217; quindi probabile che i tempi dell&#8217;effettiva operatività Expo si dilatino ulteriormente e che si giunga, se non al commissariamento, a qualche soluzione &#8220;emergenziale&#8221;. Probabilmente è un esito che tutti i politici e gli imprenditori si auspicano, perché consentirebbe di procedere con urgenza in deroga ai vincoli di trasparenza sulla gestione dei fondi e sull&#8217;assegnamento degli appalti. Visti gli sviluppi del &#8220;primo anno&#8221; di Expo è anzi lecito pensare che sia in realtà questo il fine principale che si persegue.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span lang="IT">LA SICUREZZA</span></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="IT">La variante dell&#8217;urgenza e della deroga ai vincoli è già presa concretamente in esame dai sindacati, come riferisce E Polis in un articolo del 9 febbraio scritto da Francesca Cardia. &#8220;Più si dilatano i tempi delle decisioni più si accorciano quelli per la realizzazione dei lavori&#8221;, dice Ferdinando Lioi, segretario generale della Feneal Uil per la provincia di Milano, &#8220;con dei riflessi negativi sulla sicurezza dei lavoratori e la qualità delle opere. [...] Con i mondiali di Italia &#8217;90 è stato lo stesso copione&#8221;. Per il segretario di Fillea Cgil, Marco Di Girolamo, &#8220;due sono i rischi, da una parte c&#8217;è la crisi, dall&#8217;altra l&#8217;intensità eccessiva del lavoro. [...] Più tardi partono i lavori, più si ripropone il problema sicurezza&#8221;. Un principio tanto più valido per il settore dell&#8217;edilizia, che diversamente da altri non può usufruire più di tanto delle innovazioni tecnologiche per incrementare i livelli di produttività: &#8220;Nel nostro settore si lavora esattamente come vent&#8217;anni fa. L&#8217;unica cosa che è cambiata è l&#8217;intensità: a parità di ore lavorate oggi si lavora molto più intensamente che nel passato. E le statistiche dimostrano ampiamente che quando il lavoro si fa più pesante e richiede maggiori sforzi ed energie, le percentuali di infortuni mortali sul lavoro aumentano in maniera esponenziale&#8221;.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span lang="IT">LA COPERTURA DEI COSTI</span></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="IT">A metà gennaio la Corte dei Conti, nella sua relazione quadrimestrale sulle leggi di spesa, ha sottoposto a una raffica di critiche i criteri di copertura dei costi dell&#8217;operazione Expo. Critiche riassunte efficacemente dal Sole 24 Ore in un articolo di Marco Alfieri del 1 febbraio: &#8220;Fondi statali non coperti oltre il 2011. Enti locali a rischio sforamento del patto di stabilità. E finanziamenti privati solo sulla carta&#8230;&#8221;. In pratica la Corte dei Conti ha richiamato l&#8217;attenzione sulla distribuzione del finanziamento statale di 1,4 miliardi destinato alle opere essenziali. Mentre dal 2009 al 2011 gli importi vanno dai 30 ai 59 milioni all&#8217;anno, dal 2011 fino al 2014 gli importi balzano a cifre comprese tra i 223 e i 564 milioni, e la Corte rileva l&#8217;assenza di specificazioni da parte del governo sulle &#8220;risorse destinate a far fronte ad oneri così largamente eccedenti&#8221; quelli dei primi tre anni. In pratica, dopo il 2011 si tratterebbe di finanziamenti in gran parte non coperti, allo stato attuale. La Corte inoltre osserva che i contributi all&#8217;Expo da parte degli enti locali sono stati stabiliti senza verificare la compatibilità con i vincoli del patto di stabilità e quindi nei fatti non sarebbero garantiti. Quanto alla partecipazione del capitale privato &#8220;non sono espressamente indicati modalità e tempi di tale intervento, né risulta chiarito come si intendano sopperire le relative risorse in caso di mancato coinvolgimento dei capitali privati, per i quali non vi è nemmeno la previsione obbligatoria della garanzia fidejussaria&#8221;. Insomma, il budget Expo fa acqua da tutte le parti. In conclusione dell&#8217;articolo Alfieri scrive apertamente, riguardo alla tempistica della preparazione dell&#8217;Expo, della &#8220;tentazione di andare fuori tempo massimo nell&#8217;avvio delle opere, magari per evitare di fare le gare europee, commissariare tutto con la Protezione civile e aprire i cantieri in deroga&#8221;. E richiama l&#8217;attenzione, in un articolo del 7 febbraio, sui dubbi giuridici relativi alla natura societaria di Expo 2015 Spa: &#8220;Chi sarà il proprietario delle opere? Quale regime fiscale si applica? A chi compete responsabilità e rischio patrimoniale?&#8221;. Da rilevare infine che la corte dei Conti ha formulato critiche simili a quelle riguardanti i finanziamenti Expo anche per la società Infrastrutture Lombarde, che gestisce per la Regione la costruzione delle opere infrastrutturali lombarde.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span lang="IT">SVENDITE E TUNNEL</span></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="IT">Torna a riproporsi, in maniera più concreta, un&#8217;ipotesi alla quale avevamo già accennato nel novembre scorso (Milano e oltre Cronache, n. 2 del 15 novembre 2008). Vito Gamberale, supermanager del fondo pubblico-privato F2i (partecipato tra gli altri da Intesa Sanpaolo, Unicredit, Cassa Depositi e Prestiti e fondazioni bancarie), ha ribadito la proposta che il suo fondo fornisca finanziamenti per l&#8217;Expo in cambio della cessione di patrimonio pubblico. Più concretamente, Gamberale ha proposto di ottenere, in cambio dei fondi messi a disposizione, quote in alcuni asset strategici del Comune di Milano: Sea aeroporti, la società autostradale Milano-Serravalle e l&#8217;Ecopass (in questo ultimo caso chiede di rilevarne la gestione). Letizia Moratti conferma la disponibilità: &#8220;E&#8217; un&#8217;ipotesi sulla quale stiamo lavorando da tempo, vedremo se andrà a maturazione&#8221;. Intanto, come segnala Repubblica in un articolo di Teresa Monestiroli del 15 febbraio, si sta rispolverando un megaprogetto dell&#8217;era Albertini e mai realizzato, &#8220;un&#8217;opera mastodontica, il cui costo è stato stimato intorno ai due miliardi di euro, che il Comune ora cerca di far rientrare fra le infrastrutture previste per la grande esposizione del 2015&#8243;. Prima di Natale infatti è entrato di soppiatto nell&#8217;elenco delle opere accessorie all&#8217;Expo il vecchio progetto di un tunnel Certosa-Garibaldi, messo a punto nel 2006. In questi giorni si riuniranno per mettere a punto una proposta definitiva gli uomini dei due principali sostenitori dell&#8217;idea: l&#8217;assessore all&#8217;urbanistica Carlo Masseroli e quello ai lavori pubblici Bruno Simini, che si sono fatti per l&#8217;ennesima volta promotori dei privati che propongono opere. L&#8217;idea già faraonica dell&#8217;era Albertini viene addirittura moltiplicata. Il tracciato del tunnel automobilistico sotterraneo dovrebbe andare dall&#8217;area Expo attraversando tutta la città fino viale Forlanini, per un totale di 14,5 chilometri. I privati che premono per la realizzazione dall&#8217;opera sono guidati dalla società di costruzioni Torno, i cui grossi problemi finanziari, ai limiti del fallimento, hanno causato secondo quanto scrive Milano Ore 13, un enorme ritardo nella realizzazione del prolungamento della linea 3. Coglie nel segno il commento del consigliere verde Enrico Fedrighini: &#8220;Realizzare quest&#8217;opera significa creare un indebitamento di fronte al quale quello dei derivati è niente&#8221;.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span lang="IT">EXPO, UN EVENTO NAZIONALE E NON INTERNAZIONALE</span></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="IT">Probabilmente molti milanesi sono convinti che l&#8217;Expo porterà nella loro città milioni di turisti stranieri, accompagnati da lauti flussi di valuta estera che andranno a migliorare i conti del paese. L&#8217;evento, affermano i promotori, dovrebbe apportare un grande beneficio alla città perché costituirebbe una vera e propria &#8220;vetrina di Milano&#8221; nel mondo, che ne promuoverebbe l&#8217;immagine all&#8217;estero attirando turisti e imprenditori anche dopo il suo svolgimento. In realtà le Expo da decenni hanno perso la loro caratteristica di eventi di portata mondiale e si sono ridotte a manifestazioni nazionali &#8211; quanti di noi infatti in questi anni hanno sentito parlare di dove e quando si si sono svolte? Il carattere non internazionale delle Expo è confermato dai numeri. L&#8217;Expo di Saragozza dell&#8217;anno scorso ha registrato solo il 3% di visitatori provenienti dall&#8217;estero. Qualcuno potrebbe obiettare che si trattava di un Expo Internazionale (sic!), cioè in tono minore rispetto alle Expo Universali, categoria alla quale invece apparterrà Expo Milano 2015. Andiamo allora a vedere cosa si prevede per l&#8217;Expo Universale di Shanghai 2010, ormai alle porte. L&#8217;architetto Zheng Shiling, che supervisiona i relativi lavori di preparazione, ha dichiarato alla Repubblica (del 6 febbraio): &#8220;In base ai nostri calcoli il 90% dei visitatori arriverà dalla Cina&#8221;. Vi è poi un&#8217;altra stima che parla dell&#8217;Expo come evento non solo nazionale, ma addirittura prevalentemente regionale. Gli albergatori lombardi stanno stimando, al fine di potersi preparare all&#8217;evento, le caratteristiche dei flussi che verranno generati dall&#8217;Expo 2015. Remo Eder, di Federalberghi Lombardia, ha dichiarato al Giornale (16 febbraio) che &#8220;una buona metà dei visitatori arriverà dal Nord Italia e non avrà alcuna necessità di un&#8217;ospitalità alberghiera&#8221;.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="IT"> </span></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="IT"><span> </span>(fonti: quelle citate nel testo, più la maggior parte delle testate milanesi dal 10 gennaio fino al 18 febbraio)</span></p>
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