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	<title>Milano Internazionale &#187; Fascismo</title>
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		<title>Milano Internazionale &#187; Fascismo</title>
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		<title>A scuola di manganello</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Nov 2009 22:07:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milanointernazionale</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Andrea Ferrario Arresti di studenti e militanti di sinistra con accuse pesantissime, manganellate sui liceali, neofascisti che rialzano la testa in strana coincidenza con le azioni di polizia, il Corrierone che si fa interprete ideologico del regime, mentre in parallelo continua la campagna razzista contro rom e immigrati. Così la macchina del potere milanese [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&amp;blog=7100082&amp;post=866&amp;subd=milanointernazionale&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Andrea Ferrario</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Arresti di studenti e militanti di sinistra con accuse pesantissime, manganellate sui liceali, neofascisti che rialzano la testa in strana coincidenza con le azioni di polizia, il Corrierone che si fa interprete ideologico del regime, mentre in parallelo continua la campagna razzista contro rom e immigrati. Così la macchina del potere milanese si appresta ad affrontare l&#8217;emergente questione giovanile e la crisi economica.</strong></p>
<p><span id="more-866"></span></p>
<p>Nel giro di una sola settimana a Milano si è verificata una serie di fatti che dipingono un&#8217;immagine della città dai toni neri, nerissimi, in senso sia figurato che politico. I giornali li hanno riportati con ampi particolari, ma senza metterli in reciproco collegamento, come se non fossero attraversati tutti da un unico filo comune (un filo impersonato in particolare da uno che di nero e di fascismo se ne intende molto: il vicesindaco Riccardo De Corato). Vale pertanto la pena di ripercorrerli tutti insieme.</p>
<p>POLIZIA, MANGANELLI E CORRIERE DELLA SERA</p>
<p>Il 13 novembre, all&#8217;alba, con un blitz che ha visto la presenza spropositata di addirittura 90 poliziotti, sono stati arrestati tre militanti di sinistra del Collettivo autonomo Ringhiera in Ripa di Porta Ticinese, mentre altri due sono stati arrestati presso le loro abitazioni. L&#8217;accusa è quella pesante di rapina e minacce in seguito a un episodio in realtà molto meno pesante avvenuto presso la Libreria Cusl dell&#8217;Università Statale (da sempre area Comunione e Liberazione) il 2 ottobre scorso: secondo quanto riferiscono i giornali, i cinque avrebbero fatto alcune centinaia di fotocopie rifiutandosi poi di pagare e ne sarebbe nato un alterco con insulti e minacce, qualche testata parla anche di rissa. Valerio Ferrandi, 24 anni e già sotto sorveglianza speciale, è tuttora in carcere, mentre gli altri quattro sono agli arresti domiciliari. De Corato elogia le forze dell&#8217;ordine &#8220;che hanno riaffermato che la legge è uguale per tutti&#8221;: per tutti, forse, ma di sicuro non per il Comune, come illustra con chiarezza il caso del liceo Gandhi. La sera dello stesso 13 novembre quindici studenti lavoratori e professori del liceo serale Ghadhi di via XXV aprile sono entrati nella loro scuola occupandola. Sono esasperati, da due mesi protestano accampati nelle loro tende di fronte alla scuola serale (l&#8217;unica di Milano) per protestare contro la chiusura dei corsi per volontà del sindaco Letizia Moratti. Il particolare interessante è che il 22 ottobre il Tar (Tribunale amministrativo regionale) ha emesso un&#8217;ordinanza che impone la riapertura della scuola, ma il Comune non la applica. Dopo poche ore, l&#8217;alba del giorno successivo, ben sei camionette di polizia e carabinieri in assetto antisommossa, accompagnati dai vigili del fuoco, arrivano alla scuola e con un blitz durante il quale sono stati usati addirittura una motosega e la fiamma ossidrica sgomberano a manganellate gli occupanti che gridano &#8220;vergognatevi, non siamo delinquenti: vogliamo tornare a studiare e voi fate a pezzi le nostre scuole&#8221;. Le forze dell&#8217;ordine intervengono insomma con la violenza per difendere chi non rispetto un&#8217;ordinanza, cioè il Comune, da chi protesta per rivendicare l&#8217;applicazione del proprio diritto allo studio, sancito peraltro da un tribunale. Mariolina Moioli, che non si capisce perché si fregi del titolo di assessore alle politiche sociali, visto che il suo lavoro ha come esito principalmente blitz di polizia, sgomberi, chiusure di scuole, licenziamenti e simili, rincara la dose: &#8220;L&#8217;occupazione ha provocato danni [presumibilmente si riferisce alle porte abbattute dalle forze dell'ordine con motosega e fiamma ossidrica - N.d.A.] e il Comune è intenzionato a procedere&#8221;. Passano solo tre giorni e ancora manganellate contro studenti e militanti di sinistra. Il 17 novembre si protesta in tutta Italia, ma anche in altre città d&#8217;Europa, all&#8217;insegna dello slogan &#8220;l&#8217;educazione non è in vendita&#8221; e centinaia di migliaia di studenti manifestano per le strade. Se a Torino gli studenti ricordano il loro compagno Vito Scaridi, ucciso un anno fa da un crollo dovuto all&#8217;incuria in cui versa la scuola italiana, a Milano si protesta anche per la chiusura del Gandhi e gli arresti dei cinque militanti di sinistra. Ma nella metropoli meneghina il corteo non è autorizzato, da piazza Cairoli qualche centinaia di studenti, quasi tutti delle superiori, si dirigono prima all&#8217;assessorato all&#8217;educazione in Largo Treves e poi in piazza della Scala per cercare di raggiungere Piazza Duomo. In Piazza Mercanti alcuni di loro vengono accerchiati dalla polizia, scattano la carica e le manganellate, con cinque studenti feriti e quattro arrestati per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni, di cui due presto rilasciati in quanto minorenni. Gli arrestati sono due nomi noti tra gli studenti milanesi, perché da anni particolarmente impegnati nelle lotte studentesche, Gianmarco Peterlongo e Matteo Tunesi: i loro arresti appaiono quindi ben poco casuali. Così come appaiono ridicole le accuse di violenze contro i poliziotti, dato che questi ultimi erano a decine, ben messi, protetti da scudi e manganelli contro un piccolo gruppo di liceali pressoché tutti minorenni. Il giorno successivo i due arrestati vengono fatti scarcerare dal giudice (ma ora li attende un processo penale) e De Corato commenta acido: &#8220;per gli aderenti ai centri sociali vale il sistema delle facili scarcerazioni come per i clandestini&#8221;. Il Corriere della Sera di Ferruccio De Bortoli, giornale di proprietà tra gli altri di Banca Intesa e Salvatore Ligresti e che si sta trasformando sempre più nell&#8217;organo del nazional-populismo italiano, spara una raffica di articoli. Nel primo, un commento di Carlo Baroni dall&#8217;inopinato titolo &#8220;Quando si varca la sottile linea della violenza&#8221; (l&#8217;autore intende quella, inesistente, degli studenti e non quella, reale, della polizia) si parla della manifestazione con una retorica del tutto fuori luogo: i fatti vengono commentati usando termini come &#8220;rivolta sconsiderata&#8221;, &#8220;slogan urlati al cielo della violenza senza ragione&#8221; [!?! - forse Baroni si riferisce allo slogan "L'educazione non è in vendita"?], mentre in un altro articolo del Corriere si scrive, come esempio delle &#8220;violenze&#8221;, di &#8220;bidoni della spazzatura divelti&#8221;: rimaniamo in attesa che qualcuno ci spieghi come i cassonetti (e non bidoni) della spazzatura, che a Milano poggiano sui marciapiedi senza essere fissati, possano essere &#8220;divelti&#8221; &#8211; i vocaboli giusti sarebbero &#8220;rovesciati&#8221; o &#8220;spostati&#8221;, ma non suonano sufficientemente violenti&#8230; Due giorni dopo il Corriere condisce il tutto con un servizione mirato a discreditare le occupazioni, in cui tra le altre cose si rispolvera l&#8217;ipotesi del 5 in condotta per gli studenti che occupano. Per riassumere il quadro complessivo, quindi, in soli cinque giorni 9 arresti di studenti e militanti di sinistra, cinque studenti feriti, due blitz all&#8217;alba con decine di poliziotti in tenuta antisommossa, una carica a suon di manganellate, il tutto condito con i consueti due o tre sbrodoloni filoregime del Corriere.</p>
<p>NEOFASCISTI</p>
<p>A tutto questo va ad aggiungersi l&#8217;attivazione dei neofascisti, che a ottobre si sono presentati provocatoriamente due volte al Liceo classico Manzoni (il &#8220;più di sinistra&#8221; di Milano) e una volta al Parini per volantinare in gruppi composti da energumeni con caschi, che hanno tra l&#8217;altro effettuato filmati con i cellulari. In due casi l&#8217;iniziativa è stata di Lotta studentesca (Forza Nuova), in un caso invece di Blocco studentesco (Cuore Nero). Ieri poi quelli di Forza Nuova sono tornati al Manzoni con un&#8217;altra provocatoria azione &#8220;contro le zecche, ovvero gli studenti di sinistra&#8221;, uno slogan che va a braccetto con le manganellate della polizia. Vale la pena di ricordare a proposito un altro caso in cui i neofascisti, sempre quelli di Forza Nuova, hanno organizzato a Milano un&#8217;azione provocatoria che ha preceduto di poco le movimentazioni studentesche dell&#8217;Onda, durante le quali poi a Roma c&#8217;è stata la brutale aggressione da parte di un manipolo del Blocco studentesco contro alcuni liceali, sotto gli occhi della polizia che non è intervenuta. Nel settembre 2008 Forza Nuova aveva preso di mira il liceo linguistico comunale Manzoni di Lambrate. I locali del liceo sono di proprietà dei Martinitt, che li  dà in affitto al Comune ma ne utilizza alcuni in un&#8217;ala adiacente per ospitare alcuni ragazzi minorenni stranieri. Forza Nuova ha prima attaccato striscioni e manifesti contro i Martinitt sul muro dell&#8217;edificio con evidenti fini di minaccia nei confronti dei ragazzi da loro ospitati, che infatti per paura di raid sono stati allontanati dall&#8217;edificio per alcuni giorni, poi ha organizzato un volantinaggio con slogan deliranti come &#8220;Il Manzoni agli studenti, Italia agli italiani&#8221;. I neofascisti nell&#8217;occasione hanno tra l&#8217;altro dimostrato di essere totalmente estranei alla scuola in questione e più in genere alla città: da sempre a Milano il liceo linguistico viene chiamato &#8220;la&#8221; Manzoni (che un tempo era femminile) per distinguerlo da &#8220;il&#8221; Manzoni liceo classico. Va notato poi, in relazione a quest&#8217;ultimo caso che ha colpito un&#8217;istituzione di beneficienza di Milano dalla tradizione secolare come i Martinitt, che il Corriere della Sera, altrimenti prodigo di articoloni sulla &#8220;violenza&#8221; degli studenti di sinistra, non ha nemmeno riportato la notizia. Quello che comunque risulta evidente è che negli ultimi tempi, e in particolare nell&#8217;ultimo mese e mezzo, c&#8217;è stata una particolare &#8220;attenzione&#8221; dei neofascisti nei confronti della scuola, che coincide, guarda un po&#8217;, con quella della polizia e i relativi arresti e manganellate: cadono in questi giorni i quaranta anni dall&#8217;autunno caldo e da Piazza Fontana, e alla luce della storia le coincidenze di tempistica tra le azioni dei neofascisti e quelle dei cosiddetti &#8220;difensori dell&#8217;ordine&#8221; suonano particolarmente inquietanti. Più in generale, la violenta campagna repressiva contro gli studenti va letta nel contesto del momento. Da una parte la riforma Gelmini entra nella sua fase applicativa con le relative concrete conseguenze deleterie. Dall&#8217;altra, come abbiamo già notato in un recente numero del nostro Diario della crisi in Lombardia, la crisi ha effetti particolarmente pesanti per i giovani, in conseguenza soprattutto del crollo delle assunzioni che chiude loro prospettive per il futuro. Arresti, manganellate e provocazioni fasciste hanno quindi la funzione di prevenire eventuali più ampie proteste, isolando chi è più attivo e incutendo paura agli altri potenziali contestatori.</p>
<p>ROM E AMBROGINI</p>
<p>Al quadro repressivo/decoratiano vanno aggiunti altri episodi, sempre di questi giorni. Quello più odioso è quello dello sgombero del campo rom di via Rubattino, in zona Lambrate, a due passi dallo stabilimento Innse. 61 famiglie, ivi compresi 40 bambini che frequentavano le scuole del quartiere, sono state sbattute per la strada nel giro di solo un paio di ore con un&#8217;operazione di polizia. Il Comune in un primo tempo non ha proposto nemmeno la soluzione del dormitorio per le donne e i bambini (comunque solo d&#8217;emergenza e inaccettabile), contrariamente a quanto aveva fatto in passato. Poi, su pressione di associazioni e di alcuni politici dell&#8217;opposizione, il Comune ha proposto il dormitorio per le mamme e i bambini, ma questa volta &#8220;solo fino al settimo anno di età&#8221;, una novità senza alcuna logica e per questo particolarmente crudele e chiaramente persecutoria. Non a caso solo in dodici hanno accettato. Il risultato dello sgombero è il solito: la sera decine di rom si sono rifugiati alla bell&#8217;e meglio in qualche luogo della zona (in aree dismesse o sotto i ponti) per essere poi di nuovo sgomberati due volte. In realtà questo caso ha mostrato anche un volto di Milano molto più bello di quello truce del barbuto De Corato, che è il vero ispiratore della campagna sgomberi. Qualche giorno prima si era tenuta una fiaccolata di abitanti del quartiere che, pur segnalando l&#8217;inabitilità del campo, hanno manifestato contro lo sgombero preannunciato, in solidarietà anche ai bambini rom che frequentavano le stesse scuole dei loro figli. Alcune mamme e bambini sgomberati sono stati poi ospitati proprio da alcune di queste famiglie e dagli insegnanti di alcune di queste scuole, nonché in alcune parrocchie, una manifestazione di coraggiosa solidarietà come non si vedeva da tempo in città. Nel momento in cui scriviamo circa un centinaio di rom, tra i quali i quaranta bambini, si sono rifugiati in una chiesa di via Feltre chiedendo di essere ospitati in strutture della protezione civile, ma il Comune ha ribadito il suo no e offre solo soluzioni di emergenza parziali, rifiutando di prendere in considerazione soluzioni che non comportino la divisione dei nuclei familiari. Se le repressioni contro gli studenti milanesi erano già in odore di fascismo, lo sgombero di Lambrate puzza direttamente di nazismo. L&#8217;ultimo evento della serie, di gran lunga meno preoccupante ma anch&#8217;esso disgustoso, è quello dell&#8217;assegnazione degli Ambrogini d&#8217;oro, che ormai vengono spartiti in base al dettame dei partiti esattamente come vengono spartite le poltrone ai vertici del potere amministrativo, anche loro d&#8217;oro. Su richiesta della Lega uno degli Ambrogini è andato ai manovali di quella che è un&#8217;altra operazione in odore di fascismo, i 32 vigili del nucleo trasporto pubblico che vanno a caccia di stranieri senza biglietto da rinchiudere in un apposito bus con grate, come è stato denunciato e documentato da Repubblica in una serie di articoli di Franco Vanni. Gli italiani senza biglietto, che pure ci sono, non subiscono la medesima sorte. D&#8217;altronde, come ha rilevato perfino il Corriere della Sera e come ha riscontrato in più occasioni anche chi scrive, il più delle volte i controllori i biglietti li verificano solo agli immigrati.</p>
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		<title>La politica edilizia dai fascisti alla Dc</title>
		<link>http://milanointernazionale.it/2009/10/19/la-politica-edilizia-dai-fascisti-alla-dc/</link>
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		<pubDate>Mon, 19 Oct 2009 09:13:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milanointernazionale</dc:creator>
				<category><![CDATA[=>   Storia, cultura, luoghi]]></category>
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		<description><![CDATA[Il fascismo e il modello capitalistico che si è venuto sviluppando sotto il suo regime hanno operato una svolta nelle politiche edilizie, immobiliari e per la casa, che ha trovato nell&#8217;era democristiana una continuazione e le cui coordinate sono in atto ancora oggi. La storia dell&#8217;evoluzione di queste politiche è uno strumento indispensabile per capire [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&amp;blog=7100082&amp;post=813&amp;subd=milanointernazionale&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Il fascismo e il modello capitalistico che si è venuto sviluppando sotto il suo regime hanno operato una svolta nelle politiche edilizie, immobiliari e per la casa, che ha trovato nell&#8217;era democristiana una continuazione e le cui coordinate sono in atto ancora oggi. La storia dell&#8217;evoluzione di queste politiche è uno strumento indispensabile per capire a fondo quanto sta avvenendo oggi a Milano. Recensione (a cura di Andrea Ferrario) di: Lando Bortolotti, &#8220;Storia della politica edilizia in Italia&#8221;, Editori Riuniti, 1978 (fuori catalogo, reperibile nelle biblioteche).</strong></p>
<p><span id="more-813"></span></p>
<p>[Altri articoli collegati: <a href="http://milanointernazionale.it/2009/09/14/milano-vittima-del-regime-fascista/" target="_blank">"Milano vittima del regime fascista"</a>, <a href="http://milanointernazionale.it/2009/05/24/milano-e-il-suo-sviluppo-urbano/" target="_blank">"Milano e il suo sviluppo urbano"</a>]</p>
<p>Durante gli anni dell&#8217;ascesa al potere dei fascisti, nel settore immobiliare-edilizio italiano sono giunte a cristallizzazione, e sono aumentate a dismisura, alcune tendenze già in atto nell&#8217;epoca giolittiana. La grande crescita urbana ha portato, soprattutto dopo la Prima guerra mondiale, al progressivo indebolimento del credito fondiario, che in passato era attivo soprattutto nelle campagne, a favore del credito immobiliare urbano. Le operazioni speculative si sono concretizzate in enormi sventramenti in tutte le città italiane. Il grande afflusso di immigrati nelle città ha portato al varo di politiche per la casa, che però spingevano, per motivi sia di profitto sia politici, verso il modello della casa in proprietà e del condominio. Le politiche dei lavori pubblici hanno riguardato sempre meno le ferrovie e sempre più le autostrade, in ossequio al &#8220;blocco immobiliare-edilizio&#8221;. Sono tutte linee di sviluppo che proseguiranno nell&#8217;epoca democristiana, durante la quale si avrà un&#8217;ulteriore consolidazione del &#8220;blocco&#8221; costituito da grandi imprese, immobiliari, istituti bancari e assicurazioni. La &#8220;Storia della politica edilizia in Italia&#8221; di Lando Bortolotti si ferma alla metà degli anni settanta, ma tutte le tendenze sopra descritte hanno trovato una continuità negli ultimi trenta e più anni, con una particolare accentuazione nell&#8217;ultimo decennio. Nonostante sia un libro scritto più di trenta anni fa rimane quindi del tutto attuale e costituisce uno strumento di conoscenza estremamente utile, grazie alla chiarezza di esposizione, alla rigorosità della ricerca condotta e delle fonti consultate, e alla grande massa di informazioni precise che offre al lettore.</p>
<p>LA FORMAZIONE DEL BLOCCO IMMOBILIARE-EDILIZIO IN ERA FASCISTA</p>
<p>Il libro è diviso in tre parti. Nelle prime due si affrontano, rispettivamente, i temi della proprietà edilizia durante il fascismo e degli imprenditori edili nello stesso periodo. Il terzo capitolo traccia invece una storia della politica edilizia e dei lavori pubblici in era democristiana, fino alla metà degli anni &#8217;70. Il periodo degli anni che vanno da quelli immediatamente precedenti la Prima guerra mondiale a quelli immediatamente successivi è stato, dal punto di vista urbanistico e delle politiche edilizie, un periodo di grandi rivolgimenti. E&#8217; stato in quel periodo che è cominciato l&#8217;indebolimento dei possidenti a favore dei costruttori, mentre l&#8217;afflusso di grandi masse di popolazione verso le città e lo sviluppo dei trasporti hanno portato a un grande innalzamento dei valori dei terreni che ha alimentato la speculazione (e viceversa). Prima dell&#8217;avvento del fascismo si erano avute forti mobilitazioni popolari per il diritto alla casa, per la ripresa delle quali bisognerà poi attendere fino al fatidico 1969. Nel 1920 a Milano, per esempio, la Associazione degli inquilini, costituita in tutta Italia su iniziativa dei socialisti, contava oltre 13.000 soci, forte anche di una tradizione di occupazione di case sviluppatasi nel corso degli anni della Prima guerra mondiale. Nel 1921, quando venne abolito il blocco degli affitti disposto negli anni precedenti, con i conseguenti enormi aumenti delle pigioni, l&#8217;Associazione milanese lanciava un&#8217;iniziativa che Bortolotti definisce giustamente &#8220;rivoluzionaria&#8221;, quella cioè di creare un&#8217;organizzazione che riscuotesse presso i proletari gli importi degli affitti con la disponibilità a versarli solo ai locatori che non aumentavano i canoni, una mossa che ha completamente spiazzato i proprietari.</p>
<p>Dopo la marcia su Roma del 1922 le lotte popolari per la casa sono state soffocate. Durante la sua intera vita il regime fascista ha poi continuamente oscillato tra politiche di liberalizzazione del mercato edilizio e altre di parziale blocco degli affitti. L&#8217;antiurbanesimo del regime, che predicava (per le masse, ovviamente, non per i borghesi) l&#8217;insediamento nelle campagne e non nelle città, si è rivelato un completo fallimento e non si è mai concretizzato, anzi, le città hanno registrato un&#8217;enorme crescita di popolazione. I vecchi proprietari hanno perso progressivamente peso a favore delle imprese edilizie, che sono riuscite ad affermare &#8220;un nuovo meccanismo di accumulazione dei capitali [...] tramite l&#8217;integrazione di rendita e profitto&#8221;, grazie anche alla grande espansione del credito edilizio. Uno dei perni di questo nuovo meccanismo è stato quello della spinta verso la proprietà della casa e, più in particolare, verso il modello del condominio. Questa linea aveva motivazioni, oltre che economiche, anche politiche. Lo formula chiaramente una fonte dell&#8217;epoca, secondo cui la proprietà della casa doveva essere perseguita come &#8220;un cospicuo vantaggio della collettività, e come garanzia della stabilità di un ordinamento sociale. E&#8217; intuitivo che le dottrine più pericolose per la compagine statale intese a rompere gli equilibri ed a instaurare, su basi utopistiche, nuovi &#8216;ordini&#8217; [...] sono tanto più tenute lontane e rese inoffensive, quanto più grande è il numero degli interessati a difendere una posizione acquistata, e a maggior ragione, quanto più grande, e morale, è stato lo sforzo individuale per raggiungerla&#8221;. In altre parole, come scrive Bortolotti, grazie a questa politica si forma un blocco immobiliare-edilizio di tipo nuovo, &#8220;una proprietà imprenditrice che riesce a percepire la rendita, scaricandola sugli acquirenti delle case, coi vantaggi inestimabili di liberarsi della tradizionale, odiosa, veste del &#8216;padrone di casa&#8217;, e di aver di fronte a sé non degli avversari di classe, ma degli aspiranti alla proprietà, inconsapevoli dello sfruttamento che gravava su di loro&#8221;. Una politica che si traduce in una divisione classista delle città, con lo spostamento dei proletari verso la periferia estrema o addirittura al di fuori della città, la piccola borghesia nei quartieri intermedi e la borghesia nel centro. Si hanno così i grandi sventramenti dell&#8217;epoca fascista, operazioni che Bortolotti definisce efficacemente &#8220;operazioni retorico-finanziarie nei centri urbani&#8221;: a Milano, la città italiana maggiormente colpita, in soli quattro anni, tra il 1927 e il 1931, sono stati demoliti 110.000 vani, mentre dal 1922 al 1937 sono stati rasi al suolo fabbricati per un totale di 3 milioni di metri cubi. Negli stessi anni il credito immobiliare triplicava e l&#8217;ammontare complessivo dei mutui ipotecari raddoppiava. Spinti dal caro degli affitti, gli italiani e i milanesi si sono indebitati per decenni finanziando la speculazione edilizia: un fenomeno che ci è perfettamente noto ancora in questi giorni. Da parte sua l&#8217;industria edile era a bassa incidenza di capitale e alta di manodopera: quest&#8217;ultima incideva per il 35% per le case popolari e per il 45% per quelle di classe media e alta, rispetto a un peso del 10% nelle altre industrie. Durante il fascismo il business dell&#8217;immobiliare si concentra sempre più a Milano: se nel 1916 il capitale delle immobiliari era concentrato per quasi il 60% in Lazio e per circa il 25% in Lombardia, nel 1932 la situazione era opposta, con il 53% in Lombardia e il 25% in Lazio.</p>
<p>EDILIZIA PICCOLO-BORGHESE</p>
<p>Per quanto riguarda l&#8217;edilizia popolare, il passaggio dall&#8217;affitto alla vendita mediante mutuo si accentua in particolare a metà degli anni &#8217;20, &#8220;mettendo in moto un processo di avvicinamento all&#8217;acquirente piccolo-borghese&#8221;, scrive Bortolotti, che coinvolgeva in parte anche la &#8220;aristocrazia operaia&#8221;. Vale a questo proposito la pena di citare quanto scriveva nel 1937 il Corriere dei Costruttori: &#8220;la fecondità nella famiglia operaia è il premio con cui il lavoratore risponde alla sollecitudine del produttore in materia di alloggi&#8221;, vale a dire, tradotto in parole di oggi, che gli operai dovevano fare figli per consentire agli speculatori di costruire! Il processo di &#8220;piccoloborghesizzazione&#8221; della politica della casa vedeva protagonisti, accanto ai costruttori privati, anche gli enti per l&#8217;edilizia economica e popolare. I dati raccolti da Bortolotti sono più che eloquenti: le case di tipo economico (cioè quelle destinate al ceto medio, e quindi non di carattere popolare) costruite nel periodo da enti per l&#8217;edilizia pubblica, cooperative e comuni sono circa il doppio di quelle popolari e l&#8217;edilizia popolare vera e propria si era ridotta in pratica unicamente a una soluzione per assorbire le persone espulse con i grandi sventramenti nei centri delle città, senza quindi soddisfare la grande domanda &#8220;spontanea&#8221; di alloggi per la classe lavoratrice. Contemporaneamente, come già ricordato, si è avuta una diminuzione degli investimenti nelle ferrovie e una contemporanea esplosione degli investimenti in autostrade (a partire dalla Milano-Laghi, la prima autostrada italiana realizzata in tempi record nel 1924), accompagnata dalla tendenza allo stanziamento di ingenti fondi per la costruzione di monumentali edifici pubblici. Tra le operazioni dell&#8217;epoca che più ricordano il presente c&#8217;è il grande progetto dell&#8217;Esposizione Universale di Roma del 1942, che ricorda da vicino, nello spirito e per il contesto in cui è nato, il progetto dell&#8217;Expo 2015 di Milano. L&#8217;esposizione di Roma non è mai andata in porto, che lo stesso destino attenda anche quella prevista per Milano nel 2015?</p>
<p>ERA DEMOCRISTIANA: CASE IN PROPRIETA&#8217; E AUTOSTRADE</p>
<p>Il principale elemento &#8220;di raccordo&#8221; tra l&#8217;era fascista e quella democristiana in termini di edilizia è la spinta verso la casa di proprietà, che anche sotto la Dc ha avuto motivazioni sia economiche sia politiche. Se in epoca fascista la proprietà della casa riguardava, nei comuni dai 20.000 abitanti in su, il 26% della popolazione, all&#8217;inizio degli anni &#8217;60 la percentuale si aggirava intorno al 40%, mentre dieci anni dopo si superava la soglia del 50%, nello stesso momento in cui in un paese dalla più lunga e solida tradizione borghese come la Francia il dato era del 46%. Oggi, come sappiamo, il dato in Italia si aggira sul 75% (ma a Milano è del 60%). Lando Bortolotti riassume così le motivazioni economiche e politiche che hanno portato a questa situazione: &#8220;La politica perseguita dal blocco immobiliare-edilizio &#8211; che ha mantenuto basso il livello dell&#8217;offerta di case in affitto, e alto il livello dell&#8217;offerta in vendita &#8211; nonché la politica del credito, così come era stata condotta dalle banche sotto la regìa dei vari governi, hanno spinto anche chi avrebbe preferito abitare in affitto all&#8217;acquisto della casa. In questo modo si è costituito un potente strumento di rastrellamento di risparmio familiare, distolto così, almeno in parte, da possibili impieghi alternativi. Dietro la spinta verso la casa in proprietà vi era un motivo squisitamente politico: le stesse persone che pagano la rendita fondiaria urbana attraverso gli affitti, attenuano o annullano la loro protesta quando, divenuti &#8216;proprietari&#8217; (in realtà, futuri proprietari), con la prospettiva di pagare alte rate per quindici, venti, venticinque anni, cioè per un tempo sufficiente a svalutare il bene acquistato, pagano (ma questa volta senza reagire) la rendita medesima, nelle rate del mutuo. Queste cose le sapeva bene [il ministro] Luzzatti, quando nel 1902, preparando il terreno alla prima legge sulle case popolari, emanata l&#8217;anno seguente, dichiarava: &#8216;noi abbiamo urgente bisogno di moltiplicare i piccoli proprietari di case e di terre e di consolidare quelli che esistono. Così soltanto si può salvare l&#8217;ordine sociale minacciato&#8217; &#8220;.  In era democristiana la spinta verso la casa in proprietà era determinata, tra le altre cose, da una situazione in cui gli affitti premevano in modo abnorme sui redditi dei nuclei familiari: intorno al 1970 per il 17% in media, rispetto al 7% della Germania occidentale e al 6% della Francia, con un&#8217;incidenza del 35% sul reddito medio da lavoro dipendente. Negli ultimi 30-40 anni la situazione è ulteriormente peggiorata, non a caso con una nuova corsa alla casa di proprietà, grazie anche alle politiche di promozione dei mutui ipotecari. Sui prezzi delle case incideva poi fortemente la speculazione sui terreni: a Milano, all&#8217;inizio degli anni &#8217;60, il prezzo dei terreni incideva in media dal 20% al 30%, con punte fino al 50%. Un fenomeno nuovo del tutto caratteristico dell&#8217;era democristiana è stato invece il boom della costruzione di seconde case, che negli anni &#8217;70 arriva a costituire, secondo dati del governo, il 48% della produzione edilizia. Accanto a quello delle seconde case, c&#8217;è stato anche il boom della grande edilizia in zone turistiche, che ha causato enormi danni al patrimonio ambientale italiano.</p>
<p>SUPERSFRUTTAMENTO E VALORI ALLE STELLE</p>
<p>L&#8217;enorme crescita del settore edilizio nel dopoguerra si è basata su svariati fattori. In primo luogo, sul proliferare, dall&#8217;inizio degli anni &#8217;60 in poi, delle piccole imprese edili a bassa intensità di capitale basate, come specifica Lando Bortolotti, &#8220;su un supersfruttamento della manodopera, costituita in buona parte da contadini appena inurbati, che trovavano nella edilizia la più accessibile possibilità di lavoro&#8221;, un fenomeno che si replica oggi con il supersfruttamento della manodopera immigrata, massicciamente presente nel settore edilizio. Nell&#8217;ambito dell&#8217;edilizia il tasso di profitto era altissimo, compreso tra il 15% e il 35%. Nella dinamica di sviluppo del settore si è inserito anche l&#8217;enorme aumento del valore delle aree. A Milano nei sette anni compresi tra il 1956 e il 1962 il valore del patrimonio fondiario complessivo è passato da 3.844 miliardi a 9.745 miliardi (un valore che superava di 1.000 miliardi quello delle azioni di tutte le società quotate in borsa!), nell&#8217;hinterland da 1.192 a 4.655. Bortolotti cita a titolo di esempio anche i vertiginosi aumenti di prezzi registrati dai terreni in alcune zone della capitale lombarda tra il 1956 e il 1963, con valori quasi sestuplicati nelle aree centrali: nel centro storico da 1,2 milioni di lire al mq a 6 milioni, in zona Garibaldi-via Moscova da 550.000 a 3 milioni, in viale Fulvio Testi da 350.000 a 1 milione. Il business rimaneva enorme anche anni dopo: nel 1970 le quattro maggiori immobiliari italiane avevano un utile complessivo pari a una volta e mezzo quello della Fiat, con un fatturato pari a solo 1/30 e un capitale pari a solo 1/4 di quelli della Fiat stessa.</p>
<p>ERA FASCISTA ED ERA BERLUSCO-LEGHISTA</p>
<p>Il libro di Lando Bortolotti va molto al di là dei pochi esempi che abbiamo citato. Le dinamiche economiche e sociali della politica edilizia, i rapporti tra proprietari, imprenditori e regime fascista, o tra grandi gruppi e regime democristiano, i riflessi sull&#8217;urbanistica, le politiche per la casa e i lavori pubblici, vi sono analizzati con esemplare chiarezza e offrendo una grande quantità di elementi fattuali, tanto che si sente la mancanza di un&#8217;opera più recente che copra altrettanto sistematicamente il periodo dalla metà degli anni &#8217;70 a oggi. Colpisce, come abbiamo già scritto anche in <a href="http://milanointernazionale.it/2009/09/14/milano-vittima-del-regime-fascista/" target="_blank">&#8220;Milano, vittima del regime fascista&#8221; (recensione del libro &#8220;Urbanistica a Milano in regime fascista&#8221;)</a> , la quantità di analogie con la situazione odierna, tanto da rendere evidente una sostanziale continuità tra le politiche dell&#8217;era fascista, quelle dell&#8217;epoca democristiana e quelle dell&#8217;attuale fase berluscon-leghista. Se oggi non vengono più effettuati gli enormi sventramenti dell&#8217;epoca fascista, rimane del tutto viva in Italia la tendenza a effettuare &#8220;operazioni retorico-finanziarie&#8221; nei centri urbani: la Milano che si sta gettando nell&#8217;avventura Expo 2015 ne è il migliore esempio. Lo stesso vale per la finanziarizzazione del settore immobiliare e la spinta verso la casa in proprietà mediante una scarsa offerta di affitti a prezzo altissimo, da una parte, e una politica basata sui mutui bancari, dall&#8217;altra. L&#8217;edilizia popolare, che pure in epoca democristiana ha avuto una certa rilevanza, è tornata al modello fascista dell&#8217;edilizia convenzionata per i ceti medi, per la massima parte in vendita e non in affitto. La domanda di abitazioni da parte del proletariato, ieri soprattutto immigrati dal resto d&#8217;Italia oggi in buona parte immigrati dall&#8217;estero, viene del tutto ignorata dalle politiche edilizie, con la conseguente creazione di ghetti ed emarginazione. Come in era fascista e in epoca democristiana, permane la politica autostradale a tutti i costi, con una parallela carenza di investimenti nelle ferrovie (oggi in Lombardia: Pedemontana, BreBeMi e innumerevoli altre autostrade e &#8220;bretelle&#8221;, contro uno sfascio del servizio ferroviario per i pendolari degno del Terzo mondo). E ci sono infinite altre analogie, alcune delle quali già citate più sopra in questa recensione. L&#8217;altra grande analogia tra oggi e il periodo fascista è l&#8217;assoluta assenza di lotte di massa per la casa, come quelle che si sono avute prima del 1922 o a partire dal 1969 (primo sciopero per la casa) e per tutti gli anni &#8217;70. La lotta per il diritto alla casa, come rende evidente anche il contesto tracciato da Bortolotti e in questi anni ancora in atto nelle sue coordinate generali, potrebbe in realtà oggi essere un fattore di mobilitazione di vasta portata sociale e di ampio coinvolgimento, visto che risponderebbe a un bisogno pressante e reale, e che metterebbe in discussione il sistema di potere nel suo complesso.</p>
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		<title>Milano, vittima del regime fascista</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Sep 2009 13:35:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milanointernazionale</dc:creator>
				<category><![CDATA[=>   Storia, cultura, luoghi]]></category>
		<category><![CDATA[Fascismo]]></category>
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		<description><![CDATA[Il regime fascista ha lasciato un&#8217;impronta pesantissima sul profilo urbano di Milano. La sua politica basata essenzialmente sugli sventramenti, sull&#8217;espulsione dei ceti popolari dal centro e sull&#8217;asservimento della città alla speculazione immobiliare ha segnato forse per sempre il carattere della capitale lombarda. Ma la linea urbanistica seguita dal regime fascista, oltre a essere in continuità [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&amp;blog=7100082&amp;post=759&amp;subd=milanointernazionale&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Il regime fascista ha lasciato un&#8217;impronta pesantissima sul profilo urbano di Milano. La sua politica basata essenzialmente sugli sventramenti, sull&#8217;espulsione dei ceti popolari dal centro e sull&#8217;asservimento della città alla speculazione immobiliare ha segnato forse per sempre il carattere della capitale lombarda. Ma la linea urbanistica seguita dal regime fascista, oltre a essere in continuità con quella della Milano dei Savoia, ha forti analogie anche con quella delle più recenti amministrazioni comunali. Recensione, a cura di Andrea Ferrario, di: <em>Dario Franchi e Rosa Chiumeo, &#8220;Urbanistica a Milano in regime fascista&#8221;, Nuova Italia Editrice, 1972</em> (fuori catalogo).</strong></p>
<p><span id="more-759"></span></p>
<p>Il milanese di oggi fa fatica a immaginarsi come sia cresciuta Milano e come abbia assunto i suoi caratteri attuali. Ci sono luoghi del pieno centro della città talmente informi (un esempio tra tutti: l&#8217;area tra Corso Europa, via Larga e Largo Augusto) o pesantemente rigidi (l&#8217;area San Babila-Corso Matteotti) da rendere pressoché illeggibili le dinamiche che hanno portato all&#8217;attuale conformazione e la loro precedente morfologia. Molti abitanti della città sono convinti che tutto ciò sia frutto dei bombardamenti subiti da Milano tra il 1943-1945. In realtà gli sconvolgimenti maggiori subiti dalla città sono stati causati da politiche asservite al capitale finanziario e alla speculazione immobiliare ed edilizia, che hanno trovato nell&#8217;epoca fascista il loro culmine. Il libro di Franchi e Chiumeo ci offre lo studio più approfondito del come e del perché è cambiata Milano in quegli anni. Il volume è diviso in due parti: nella prima Franchi analizza gli interventi urbanistici effettuati a Milano tra il 1923 e il 1934, nella seconda Rosa Chiumeo affronta il tema dell&#8217;edilizia popolare in città tra le due guerre mondiali. Si tratta di un libro rigoroso, ma scritto in modo chiaro e perfettamente accessibile al lettore non specialista.</p>
<p>I PRIMI INTERVENTI DI &#8220;RISANAMENTO&#8221;</p>
<p>Nei primi anni del regime si delineano già chiaramente gli orientamenti urbanistici che troveranno piena applicazione negli anni successivi. Nonostante nel 1923 il territorio comunale si fosse fortemente ampliato con l&#8217;inglobazione di 11 comuni limitrofi, prendendo tra l&#8217;altro la forma che ha ancora oggi, il Comune ha deciso di rivolgere la propria attenzione non alle periferie, ma pressoché esclusivamente al centro. Si è proceduto essenzialmente per piani particolari relativi a singole aree, come quello per il &#8220;risanamento edilizio e morale&#8221; dell&#8217;area di piazza Vetra (il Ticinese veniva considerato già allora un luogo di perdizione, il &#8220;quartiere forse più immorale di tutta la città&#8221;, &#8220;un luogo dove il vizio e la bassezza trovano le migliori condizioni di esistenza; occorre dunque scegliere i rimedi più radicali&#8221;, scrivono fonti dell&#8217;epoca citate nel libro). Ma non vengono prese di mira esclusivamente le aree popolari. Nel 1923 il Consiglio comunale approva uno sventramento per la formazione della via dei Giardini, destinata a distruggere svariati giardini di rilevanza storica e tre edifici monumentali, sconvolgendo quella che allora era una delle zone più verdi di Milano. Non molto lontano da quell&#8217;area nel 1926 è stato reso edificabile l&#8217;antico giardino Melzi, dove alla fine degli anni &#8217;30 sorgerà il primo centro direzionale della città, quello dei palazzoni della Montecatini (cioè il &#8220;palazzone&#8221; che nel suo libro &#8220;La vita agra&#8221; lo scrittore Bianciardi avrebbe voluto fare saltare in aria), mentre sempre nello stesso periodo vengono lottizzate e consegnate alla speculazione edilizia aree a giardini nella zona tra Corso Venezia e Viale Majno. Ma sono solo i primi limitati segni di quello che verrà. Nel 1926 il regime rafforza la sua presa sul potere, viene abolito il Consiglio comunale e tutto il potere viene accentrato nella figura del podestà.</p>
<p>I GRANDI SVENTRAMENTI: DA PIAZZA DIAZ ALLA STAZIONE CENTRALE</p>
<p>E&#8217; proprio da quell&#8217;anno che si comincia a lavorare concretamente su un nuovo piano regolatore per la città, approvato poi solo nel 1934, ma con la scusa di situazioni di risanamento non rimandabili si continua a procedere per piani particolari, basati essenzialmente su grandi sventramenti nelle aree centrali della città. Le motivazioni di questa politica vengono efficacemente riassunte da Franchi: &#8220;l&#8217;intervento comunale era determinato dal fattore preminente dell&#8217;interesse delle società immobiliari che vedevano nelle zone degradate centrali la possibilità di enormi guadagni attraverso la demolizione di vasti quartieri e la ricostruzione, sul terreno reso libero, di nuovi lussuosi edifici secondo i dettami del maggior sfruttamento dello spazio. Banche e società industriali vedevano la possibilità di ottenere nuove sedi e uffici direzionali in ambite zone centrali ad un prezzo relativamente basso, in quanto il terreno ceduto proveniva direttamente dall&#8217;esproprio del Comune ai proprietari originari. Le autorità locali, fedeli esecutrici della politica del regime, attraverso l&#8217;eliminazione dei quartieri declassati dal centro della città, ottenevano il duplice scopo di espellere da tali zone la scomoda verità della miseria degli abitanti [...] confinandoli in ghetti periferici (spesso baracche), e quello di permettere la creazione di lussuosi e decorosi edifici&#8221;.</p>
<p>Viene così messo a punto con procedura d&#8217;urgenza il progetto per la realizzazione di piazza Diaz, che raderà al suolo e stravolgerà completamente l&#8217;area immediatamente a sud del Duomo. Seguono la distruzione di uno dei luogi più tipici di Milano, il Verziere (iniziava da quello che oggi è Largo Augusto) e si procede ad ampliare via Larga fino a farla sboccare, attraverso l&#8217;odierna Via Albricci, in una Piazza Missori già stravolta dalle propaggini della realizzazione di Piazza Diaz. Viene decisa inoltre la demolizione di tutte le case che formavano piazza S. Babila, allora più uno slargo che una vera e propria piazza, per moltiplicarne le dimensioni e popolarla di edifici altissimi. A Est del Duomo si procede alla demolizione di un lato della tranquilla Piazza Fontana fondendola in un insieme amorfo con la ben diversa piazza Beccaria. Le strade costruite sono particolarmente ampie, e ciò a un solo e unico scopo: quello di consentire agli speculatori di affacciarvi edifici di volumetria e altezza enormi per l&#8217;epoca, realizzando maggiori profitti. Insomma, dopo gli interventi già pesantissimi operati a fine &#8217;800 su Piazza Duomo, Piazza Mercanti, Piazza della Scala e per la realizzazione dell&#8217;attuale Piazza Cordusio, il regime fascista rade pressoché completamente al suolo quello che rimane del nucleo più antico di Milano, sostituendolo con edifici di volumetria enorme, oltretutto senza alcuna efficace coerenza nella viabilità stradale. Un processo che ha portato all&#8217;espulsione (o sarebbe forse più esatto dire deportazione) di circa 20.000 abitanti dell&#8217;area, tutti appartenenti ai ceti popolari. Non si pensi che tutto questo sia attribuibile in parte alla mancanza, all&#8217;epoca, di una cultura della conservazione: numerosi e autorevoli architetti si erano opposti pubblicamente ai progetti e il no della Sovrintendenza alle belle arti è stato aggirato con la scusa delle procedure d&#8217;urgenza.</p>
<p>Un altro progetto teso a celebrare la &#8220;grandezza&#8221; fascista riguardò un&#8217;area meno centrale, ma molto vasta, come quella tra l&#8217;odierna Piazza della Repubblica, che a quei tempi si chiamava Piazza Fiume e ospitava la Stazione Centrale, e il Piazzale Duca D&#8217;Aosta, destinato ad accogliere la nuova Stazione Centrale. Anche qui sono stati adottati gli stessi criteri: strade inutilmente ampie (Via Vittor Pisani) per consentire agli speculatori di costruire in altezza con grandi volumetrie, cancellazione dell&#8217;esistente. Venne per esempio abbattuto il tratto di bastioni alberati tra Porta Nuova e Piazza della Repubblica, dando tra l&#8217;altro, come può essere constatato ancora oggi, grande spazio alla speculazione immobiliare nell&#8217;area. La direttrice dalla Stazione Centrale verso il centro ha sconvolto poi anche l&#8217;area tra via Turati e Corso di Porta Nuova, una delle più verdi e tranquille di Milano, popolata da alcune eleganti ville andate distrutte. Si rinunciò tra l&#8217;altro a utilizzare per il trasporto pubblico il tracciato esistente delle ferrovie da piazza della Repubblica in direzione est (anche in questo caso in ossequio agli speculatori): se non fosse stato soppresso negli anni &#8217;90 non sarebbe stato necessario realizzarlo di nuovo con pesanti costi per il Passante ferroviario.</p>
<p>Nel 1923 era inoltre già stata constatata l&#8217;insufficienza delle dimensioni del tribunale di Piazza Beccaria (il palazzo che oggi ospita la sede dei Vigili urbani, destinato tra l&#8217;altro a essere &#8220;privatizzato&#8221; nei prossimi anni su decisione della giunta Moratti nell&#8217;ambito di un&#8217;ennesima operazione a favore degli speculatori). In quell&#8217;anno si era deciso di decentrarlo in Via Olona, nell&#8217;area resa libera dall&#8217;ex macello. Le resistenze della lobby degli avvocati, insieme alla fame degli speculatori che intuivano il potenziale di valorizzazione che la collocazione del Palazzo di Giustizia in centro avrebbe realizzato, ha portato alla decisione di ubicarlo nell&#8217;area di una caserma che dava su Corso di Porta Vittoria. Anche qui il nuovo insediamento è stato accompagnato da ampliamenti di vie, costruzione di edifici alti, pesante &#8220;monumentalità&#8221;, demolizioni e stravolgimento del vecchio quartiere, con in più gli effetti negativi della collocazione in pieno centro di una istituzione e il relativo strascico di congestione di traffico. Lo stesso vale per la costruzione di Piazza Affari, che ha comportato sventramenti e il totale stravolgimento di Piazza Borromeo, un degli ambienti più tipicamente milanesi.</p>
<p>LA COPERTURA DEI NAVIGLI</p>
<p>Ma uno dei maggiori crimini urbanistici di cui è responsabile a Milano il regime fascista è quello della chiusura della cosiddetta &#8220;fossa interna&#8221; dei Navigli, cioè il tratto di Naviglio che da via S. Marco andava fino a Porta Genova. I motivi ufficiali della decisione erano i problemi di natura igienica generati dalla presenza del Naviglio, in realtà limitati e facilmente ovviabili con poche spese, e la necessità di consentire un maggiore flusso di traffico automobilistico. La realtà è che negli anni la cerchia dei Navigli coperti si è rivelata &#8220;un vero cappio al collo della città&#8221; troppo vicino al centro storico, che ha rafforzato il carattere monocentrico di Milano già implicito nella restante politica urbanistica fascista, con pessimi esiti per la gestione del traffico. Non estranei alla decisione anche i motivi &#8220;politico-sociali&#8221;, come testimoniato dalla citazione di una fonte dell&#8217;epoca fatta da Dario Franchi: &#8220;Il Naviglio è un pericolo sociale per l&#8217;attrazione che esercita sui deboli e sui vinti di una grande metropoli, i suicidi; è un pericolo pubblico nelle notti invernali, nebbiose, per uomini e vecchi che vi possono precipitare. Del resto nella nuova vita italiana voluta dal fascismo, le ragioni di affermazione e miglioramento della razza devono avere il sopravvento sopra ogni altra considerazione. La vita delle nostre grandi città è tutta pervasa da uno spirito nuovo di realizzazione e di potenza&#8230;&#8221;. I lavori di copertura furono avviati d&#8217;autorità e a ritmo record prima di ottenere l&#8217;autorizzazione della Sovrintendenza alla belle arti e del Consiglio superiore delle belle arti, a rischio per il Comune di dovere spendere folli cifre per la riapertura del Naviglio in caso di parere negativo. Le due istituzioni, messe di fronte al fatto compiuto, si sono alla fine rassegnate e l&#8217;operazione è stata tacitamente avallata, complice anche un intervento di Mussolini, grande fautore della chiusura dei Navigli. Anche in questo caso, grazie alle ampie sedi stradali rese disponibili dalla copertura del canale si è avuto il solito contorno di speculazione edilizia (la vera motivazione dell&#8217;operazione), che ha portato alla distruzione massiccia di alcuni dei luoghi più caratteristici di Milano.</p>
<p>UNA POLITICA DI DISTRUZIONE E DI RAPINA</p>
<p>Da quanto abbiamo riassunto risulta evidente che il regime fascista ha cambiato completamente il volto del centro di Milano, incrementando esponenzialmente una tipologia di interventi già messa ampiamente in atto dalla borghesia milanese dopo l&#8217;Unità d&#8217;Italia. Il fascismo da questo punto di vista non ha introdotto praticamente alcuna novità, ha solo portato l&#8217;asservimento alla speculazione edilizia a livelli mai visti in precedenza all&#8217;insegna di una politica di &#8220;risanamento&#8221; devastante e violenta. A tale proposito basta citare le parole di Cesare Albertini, estensore del piano regolatore fascista infine approvato solo nel 1934, secondo cui il risanamento nel centro storico di Milano richiedeva &#8220;ferro e fuoco, la demolizione e la deportazione degli abitanti&#8221;. Una strategia messa in atto in un contesto con molti elementi che ricordano il liberismo, da una parte, e facendo ricadere i costi sui ceti meno abbienti. Dario Franchi opportunamente cita molti dati utili per inquadrare meglio tale contesto. Per esempio, nel 1932, gli introiti fiscali del Comune da Milano provenivano in misura di addirittura il 58,7% da imposte sui consumi (cioè quelle pagate da tutti e senza aliquote progressive) e solo per il 18% dalle imposte sui beni mobili, per il 12,2% da quelle sui beni immobili e per il 10,8% dalle imposte sulla &#8220;agiatezza&#8221;. Inoltre il Comune di Milano nei primi anni dell&#8217;era fascista aveva la più grossa quota di terreni di proprietà comunale d&#8217;Italia: invece di utilizzarli per il bene comune ha deciso nei fatti di privatizzarli, dandoli in pasto agli speculatori a prezzi d&#8217;occasione grazie ai meccanismi citati sopra.</p>
<p>L&#8217;EDILIZIA (NON) POPOLARE</p>
<p>Nella seconda parte del volume Rosa Chiumeo analizza con grande chiarezza e ricchezza di dettagli le politiche di edilizia popolare a Milano tra le due guerre mondiali. Nel corso del periodo la popolazione di Milano ha continuato ad aumentare esponenzialmente, nonostante le politiche del regime che, almeno a parole, promuovevano la ruralizzazione. Ciò ha portato tra le due guerre a una gravissima situazione di sovraffollamento e a un costante problema della casa. Il regime fascista non ha mai fatto nulla di efficace per combatterlo, per il semplice fatto che era un regime al servizio dei capitalisti e, nell&#8217;ambito della sfera urbanistica, degli speculatori. E&#8217; sempre stata data precedenza all&#8217;edilizia di lusso o a quella per i ceti medi, mentre le comunque scarse iniziative di edilizia popolare erano destinate nella quasi totalità dei casi alla &#8220;aristocrazia operaia&#8221;, mentre nei rari altri casi erano interventi cuscinetto provvisori per i molti baraccati che vivevano in città o per le famiglie che vivevano in stato di drammatico sovraffollamento e in precarie condizioni igieniche. Una vera politica di edilizia popolare non è mai esistita, né il regime vi si è mai dimostrato effettivamente interessato. Due sono le tendenze più tipiche del periodo. In primo luogo, quella di costruire edilizia non tanto popolare, quanto piuttosto &#8220;economica&#8221;, come veniva definita all&#8217;epoca. Tale tipo di edilizia si rivolgeva soprattutto ai ceti medio borghesi (impiegati, professionisti) ed era edilizia a riscatto, cioè che sfociava nella proprietà e pertanto non rientrava nella quota di edilizia in affitto. Si trattava di una politica specificamente mirata ad allargare la proprietà della casa (naturalmente dopo decenni di mutuo) anche come strumento per attutire la conflittualità sociale. E&#8217; sempre in questa epoca che è stata poi imposta, sempre attraverso strumenti politici e finanziari, l&#8217;ideologia del condominio, come strumento di controllo sociale. L&#8217;altra tendenza è stata quella della segregazione, in alcuni casi anche semi-militarizzata, delle classi proletarie ai margini estremi della città e in condizioni abitative totalmente precarie. Ne sono un esempio le cosiddette &#8220;case minime&#8221; che, in zone lontanissime dal centro, prevedevano per le famiglie di 3 persone un monolocale di 20 mq., per quelle di 4 persone uno di 25 mq e per quelle di 6 solamente 30 mq, naturalmente senza adeguati servizi.</p>
<p>IERI COME OGGI</p>
<p>L&#8217;ultima considerazione a cui ci porta il libro è che la politica urbanistica attualmente condotta a Milano si riallaccia in molti punti a quella del regime fascista. Innanzitutto per lo spazio totale che lascia agli speculatori, i veri soggetti che oggi determinano le politiche urbane al di fuori di ogni dibattito pubblico effettivo, come in epoca fascista. Vi è poi la stessa corsa alla monumentalità, che se allora si esprimeva in grossi edifici squadrati, oggi punta alla retorica della &#8220;skyline&#8221;, ma l&#8217;elemento fondante è sempre lo sviluppo in altezza che genera super-rendite (CityLife, Garibaldi-Repubblica), o magnifica il potere (il nuovo grattacielo della Regione). Si continua poi a insistere sul centro della città sovraffollandolo (ne sono testimonianza ancora una volta i tre summenzionati progetti). Su un altro lato vi è la segregazione delle classi proletarie (oggi a Milano per la maggior parte gli immigrati), anche se oggi ciò avviene con una disseminazione più a macchia. E, sempre come in epoca fascista, si è completamente rinunciato a una politica di edilizia popolare. Oggi come in epoca fascista si preferisce una partnership pubblico-privato mirata a un&#8217;edilizia a riscatto con ridottissime quote in affitto (a livelli non certo popolari), che conviene soprattutto agli speculatori grazie alle forti agevolazioni che ottengono. In regime fascista la definizione era &#8220;case economiche&#8221;, oggi è &#8220;social housing&#8221;: la sostanza è la stessa.</p>
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