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	<title>Milano Internazionale &#187; Lavoratori immigrati</title>
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		<title>Cittadini senza diritti</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Nov 2009 15:23:34 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Segnaliamo ai lettori di Milano Internazionale che il Naga ha pubblicato in questi giorni il rapporto &#8220;Cittadini senza diritti: abitare e lavorare a Milano da clandestini &#8211; Dati Naga 2000-2006&#8243;, unitamente a un focus parallelo su migranti e lavoro. Si tratta di testi di ampio respiro e corredati da ricche tabelle di dati, che tracciano [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&#038;blog=7100082&#038;post=843&#038;subd=milanointernazionale&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Segnaliamo ai lettori di Milano Internazionale che il Naga ha pubblicato in questi giorni il rapporto &#8220;Cittadini senza diritti: abitare e lavorare a Milano da clandestini &#8211; Dati Naga 2000-2006&#8243;, unitamente a un focus parallelo su migranti e lavoro. Si tratta di testi di ampio respiro e corredati da ricche tabelle di dati, che tracciano un preciso panorama della situazione dei lavoratori stranieri immigrati a Milano. Li potete leggere integralmente nella <a href="http://www.naga.it/index.php/notizie-naga/items/cittadini-senza-diritti.html" target="_blank">relativa pagina del sito del Naga</a>.</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/milanointernazionale.wordpress.com/843/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/milanointernazionale.wordpress.com/843/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/milanointernazionale.wordpress.com/843/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/milanointernazionale.wordpress.com/843/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/milanointernazionale.wordpress.com/843/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/milanointernazionale.wordpress.com/843/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/milanointernazionale.wordpress.com/843/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/milanointernazionale.wordpress.com/843/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/milanointernazionale.wordpress.com/843/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/milanointernazionale.wordpress.com/843/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/milanointernazionale.wordpress.com/843/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/milanointernazionale.wordpress.com/843/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/milanointernazionale.wordpress.com/843/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/milanointernazionale.wordpress.com/843/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&#038;blog=7100082&#038;post=843&#038;subd=milanointernazionale&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Diario della crisi in Lombardia, 25 luglio</title>
		<link>http://milanointernazionale.it/2009/07/25/diario-della-crisi-in-lombardia-25-luglio/</link>
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		<pubDate>Sat, 25 Jul 2009 13:37:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milanointernazionale</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>I trend del periodo: Luglio, agosto, settembre (nero) &#8211; La situazione provincia per provincia, dai dati generali alle singole crisi aziendali &#8211; Lavoratori immigrati: sottopagati, vittime di incidenti e a rischio espulsioni</strong><br />
<span id="more-718"></span></p>
<p style="text-align:center;">***</p>
<h4>SOMMARIO</h4>
<p><a href="#sezione1">I trend del periodo: Luglio, agosto, settembre (nero)</a></p>
<p><a href="#sezione1.1">La situazione provincia per provincia, dai dati generali alle singole crisi aziendali:</a></p>
<p><a href="#sezione2">- LOMBARDIA IN GENERALE</a></p>
<p><a href="#sezione3">- MILANO</a></p>
<p><a href="#sezione4">- MONZA-BRIANZA</a></p>
<p><a href="#sezione5">- VARESE</a></p>
<p><a href="#sezione6">- COMO</a></p>
<p><a href="#sezione7">- LECCO-SONDRIO</a></p>
<p><a href="#sezione8">- BERGAMO</a></p>
<p><a href="#sezione9">- BRESCIA</a></p>
<p><a href="#sezione10">- PAVIA</a></p>
<p><a href="#sezione11">- LODI</a></p>
<p><a href="#sezione12">- CREMONA</a></p>
<p><a href="#sezione13">- MANTOVA</a></p>
<p><a href="#sezione14">- Lavoratori immigrati: sottopagati, vittime di incidenti e a rischio espulsioni</a></p>
<p style="text-align:center;">***</p>
<h4><a style="width:12px;height:24px;" name="sezione1"><strong>I trend del periodo: Luglio, agosto, settembre (nero)</strong></a></h4>
<p>Il 6 luglio scorso il ministro dell&#8217;Economia, Giulio Tremonti, ha detto che in Italia non c&#8217;è un allarme occupazione e che il paese non ha un problema su questo fronte. Basta leggere qui di seguito le notizie sulla situazione in Lombardia, motore dell&#8217;economia italiana, per rendersi conto di quanto le sue dichiarazioni siano irresponsabili. Nei primi cinque mesi di quest&#8217;anno, per esempio, i lavoratori che si sono iscritti ai centri per l&#8217;impiego dopo essere rimasti disoccupati sono aumentati, rispetto allo stesso periodo dell&#8217;anno scorso, del 66% in provincia di Como, del 63% in provincia di Milano e del 50% in provincia di Varese, mentre a Brescia le richieste di indennità di disoccupazione presentate all&#8217;Inps sono aumentate addirittura del 152%. Dietro a queste percentuali c&#8217;è il numero sicuramente enorme di precari ai quali non viene rinnovato il contratto e di collaboratori con partite iva, di fatto dipendenti, che si sono visti ridurre drasticamente i compensi, ma su di loro non esistono statistiche precise. Nonostante questo i media continuano a bombardarci di notizie inconsistenti sul fatto che il peggio sarebbe ormai passato, accompagnandole con dati incompleti, avulsi dal contesto più ampio, o relativi a periodi troppo limitati per stabilire un trend. A inizio luglio molti giornali hanno parlato, per esempio, di &#8220;diminuzione&#8221; della cassa integrazione. Non è così, purtroppo: sono solo rallentati i ritmi della crescita in termini percentuali, un fenomeno spiegabile da una parte con il fatto che ormai circa il 30% delle aziende lombarde che ne hanno diritto è già in cassa integrazione e dall&#8217;altra che la cassa integrazione sta in molti casi lasciando il posto ai ben più gravi licenziamenti. Quindi è inevitabile una flessione dei ritmi di incremento, ma la cassa in termini assoluti continua ad aumentare, e in parallelo aumentano anche i licenziamenti. Il quadro concreto dipinto dagli sviluppi sul territorio è nel complesso sempre più cupo. Mentre nel primo trimestre si parlava soprattutto di cassa integrazione e ad aprile c&#8217;è stato un boom dei rinnovi di quest&#8217;ultima, da maggio in poi è evidente una forte tendenza al passaggio ai licenziamenti, alle chiusure e ai fallimenti. Dal punto di vista dell&#8217;occupazione non vanno poi dimenticati i dati che parlano di crolli delle assunzioni che nelle varie province sono compresi in media tra il 20% e il 30%. Tra gli altri sviluppi preoccupanti vi sono i sempre maggiori problemi di liquidità delle aziende (sono per esempio molte quelle che sono talmente a corto di soldi da non riuscire a versare gli anticipi degli ammortizzatori sociali) e i segnali di un incattivirsi delle posizioni tra gli imprenditori (per es. aumentano i casi di quelli che si rendono semplicemente irreperibili da un giorno all&#8217;altro lasciando i lavoratori di fronte ai cancelli chiusi delle loro aziende). Continua inoltre a essere forte la tendenza ad avviare ristrutturazioni che comportano delocalizzazioni e quella delle chiusure di aziende per consentire speculazioni sui terreni in grado di generare liquidità. Le indagini delle associazioni degli imprenditori lombardi parlano di crolli abissali del fatturato e degli ordini compresi tra il 40% e il 70% e di un&#8217;ipoteca pesantissima sul futuro sviluppo economico dovuta al fatto che le aziende stanno tagliando drasticamente gli investimenti. Molte crisi in atto, così come d&#8217;altronde alcune dichiarazioni sul lato degli imprenditori, lasciano intendere che anche se ci dovesse essere una ripresa (che nessuno al momento ipotizza nemmeno lontanamente in termini concreti) si resterà con una forza lavoro fortemente ridotta. Ma quello che più preoccupa in questo momento è la totale unanimità delle previsioni di sindacati e datori di lavoro, secondo cui alla fine dell&#8217;estate ci sarà un &#8220;settembre nero&#8221; seguito da un autunno con un&#8217;impennata di licenziamenti e chiusure di imprese. Va infine notato che a svariati mesi ormai dall&#8217;inasprirsi della crisi il livello di conflittualità rimane bassissimo: fatta eccezione per qualche blocco stradale e presidio, o sciopero sporadico, non si registrano mobilitazioni di maggiore intensità. Completiamo la nostra rassegna con un focus su alcuni temi che riguardano i lavoratori immigrati, sempre più sfruttati ed esposti all&#8217;emarginazione, nonché a pericoli per la loro incolumità fisica (incidenti sul lavoro). NOTA: Questo numero del Diario della crisi in Lombardia copre gli sviluppi dall&#8217;8 giugno al 17 luglio 2009.</p>
<p style="text-align:center;"><strong> </strong>***</p>
<h4><a style="width:12px;height:24px;" name="sezione1.1">La situazione provincia per provincia, dai dati generali alle singole crisi aziendali</a></h4>
<p><strong> </strong><a name="sezione2">LOMBARDIA IN GENERALE</a></p>
<p style="text-align:left;">A metà giugno i sindacati hanno lanciato l&#8217;allarme per il prossimo esaurimento dei 70 milioni di euro che lo stato ha erogato alla Regione Lombardia per coprire la cassa in deroga. A fine maggio circa 15.000 lavoratori già titolari del sussidio attendevano l&#8217;assegno da tre mesi. A ciò va però aggiunto che a metà giugno erano ancora in corso di disbrigo migliaia di domande presentate nel mese di maggio. Finora sono stati consumati 65 dei 70 milioni di euro erogati alla Regione e le domande che stanno arrivando, oltre a dover aspettare la decretazione, sono sprovviste in pratica di qualsiasi copertura finanziaria. Il Pirellone ha richiesto allo stato altri 100 milioni di euro, ma nel momento in cui scriviamo (24 luglio) non sono ancora stati erogati nuovi fondi. E la situazione generale continua a farsi sempre più preoccupante. Secondo dati della Cgil, nei primi cinque mesi del 2009 i licenziamenti in Lombardia sono stati complessivamente 23.000, con un aumento del 63% rispetto allo stesso periodo del 2008 e un incremento di 4.622 unità da aprile a maggio di quest&#8217;anno. Le imprese che hanno chiesto la cassa integrazione erano il 29,3% &#8211; si può quindi stimare che attualmente quasi un&#8217;impresa lombarda su tre stia utilizzando la cassa. Il lieve calo dei ritmi di aumento del monte ore di cassa autorizzato dall&#8217;Inps ha avuto come contrappeso un aumento delle procedure di licenziamento collettivo. Nel complesso durante i primi cinque mesi del 2009 la cassa integrazione ha registrato un aumento del 381% rispetto allo stesso periodo 2008 e secondo le stime del sindacato c&#8217;è in più il rischio che nei prossimi mesi in regione vengano persi &#8220;oltre 300.000 posti di lavoro&#8221;. La Cgil sottolinea come questi sviluppi vadano visti sullo sfondo della più bassa crescita della Lombardia rispetto all&#8217;Europa accumulata negli anni 1996-2008 e pari a 14 punti percentuali di Pil. Un quadro a cui non è estraneo il fatto che la regione spende nel suo complesso l&#8217;1,1% del Pil in ricerca e sviluppo, contro una media dell&#8217;1,8% delle aree europee di riferimento. Inoltre, l&#8217;apparato produttivo lombardo è &#8220;colpito pesantemente dalla crisi e dalle politiche di delocalizzazione delle grandi imprese, con una specializzazione produttiva che fatica a reggere dinanzi alla riduzione della domanda interna e alla &#8216;spietata&#8217; concorrenza di qualità del mercato europeo e internazionale. Il tunnel della recessione nella nostra regione, una delle più esposte alla crisi, si annuncia lungo&#8221;. Un&#8217;indagine della Banca d&#8217;Italia ci fornisce un quadro di come le aziende industriali lombarde stanno reagendo alla crisi. Il 72,4% di esse ha cercato di fronteggiare la congiuntura tagliando i costi (in 3 casi su 4 riducendo i costi legati al personale e in quasi 1 caso su 2 tagliando gli investimenti), mentre solo in misura minore, ma comunque altissima (il 45,3%), si sono rassegnate a una robusta limatura dei margini di profitto. Il 68,8% delle imprese lamenta una contrazione della domanda dei loro prodotti e per il 52% delle aziende questa situazione è accompagnata da difficoltà di pagamento da parte dei clienti. Cifre che se sommate a un altro pesante dato, quello secondo cui circa una impresa su quattro ha chiuso il 2008 con un bilancio passivo, danno un&#8217;idea della estrema gravità della situazione. La Lombardia è inoltre prima in classifica in Italia per quanto riguarda il ricorso ai contratti di solidarietà, in base ai quali i dipendenti lavorano meno a fronte di una diminuzione dello stipendio che in media è del 10%, mentre i padroni beneficiano di una riduzione contributiva compresa tra il 25% e il 40%. La provincia lombarda nella quale è maggiore l&#8217;opzione per questa soluzione è quella di Brescia. Un&#8217;indagine dell&#8217;Ires segnala che oltre alla cassa integrazione e alla disoccupazione c&#8217;è una situazione generalizzata di &#8220;instabilità lavorativa&#8221; che riguarda circa il 20% della forza lavoro nazionale. Si tratta di persone che non sono disoccupate in senso stretto, ma soffrono di una &#8220;discontinuità lavorativa fisiologica&#8221;. Si tratta soprattutto degli interinali, chiamati a lavorare a intervalli sempre più distanti (per es. poche giornate ogni due mesi) e, in misura sempre maggiore negli ultimi mesi, anche i professionisti con partita Iva: formatori, consulenti aziendali, ma anche per esempio architetti in studi di architettura, che sono di fatto presenti come dipendenti ma, contrattualmente, sono collaboratori e che si vedono ridotti in modo significativo i compensi. La Cgil segnala poi un altro fenomeno che, anche se non generalizzato, rischia di estendersi in presenza della forte crisi. Ci sono aziende che richiedono la cassa integrazione e poi fanno lavorare il personale nei giorni in cui sarebbe in vigore la cassa, un modo per recuperare dei costi da giocare poi sul prodotto ed essere più competitivi in termini di prezzi. E se in generale tutte le fonti (sindacati, imprenditori e media) sono unanimi nel prevedere un &#8220;settembre nero&#8221;, al ruolo cruciale che svolgerà questo mese per comprendere gli sviluppi futuri va ad aggiungersi la crisi della scuola in seguito ai tagli voluti dal governo e dal ministro Gelmini. Secondo quanto scrive la Repubblica, i tagli che verranno operati a settembre in Lombardia sul personale docente ammontano nel complesso alla cifra astronomica di 5.000: &#8220;ai 3.375 posti di docente già cancellati, se ne aggiungono ora altri 876 che sarebbero dovuti essere occupati da maestri e professori precari. Sommando anche i 623 docenti di lingua &#8216;risparmiati&#8217;, il bilancio si fa pesante: da settembre nelle scuole lombarde ci saranno quasi 5.000 insegnanti in meno&#8221;. L&#8217;organico totale della scuola lombarda è pari attualmente a circa 100.000 unità, scrive il quotidiano che riporta anche altri due dati aggiornati: nella regione ci sono oltre 5.200 scuole (dalle materne alle superiore) con un totale di 1.100.000 alunni.</p>
<p><a name="sezione3">MILANO</a></p>
<p style="text-align:left;"><span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span>: Comincia a soffrire pesantemente della crisi anche la città dei servizi, il capoluogo lombardo. Come scrive il Corriere della Sera, &#8220;rallentano le attività di supporto alle imprese. Dalla consulenza, alla formazione, passando per studi professionali, pulizie e commercio. Il fenomeno è segnalato dall&#8217;ultima tornata di cassa in deroga&#8221;. Finora il settore servizi si era tenuto in qualche modo in piedi con la stagione delle grandi fiere, dalla moda al design. Le prime a essere colpite nei mesi scorsi sono state le imprese artigiane, che continuano sempre più a sprofondare nella crisi. &#8220;In aprile sono raddoppiate le richieste di cassa integrazione rispetto a marzo. Nello stesso tempo sono diminuite del 33% le iscrizioni all&#8217;albo. L&#8217;uscita dal tunnel della crisi è ancora lontana&#8221;. Più specificamente, le richieste di cassa in deroga tra gli artigiani sono state 6 in tutto il 2008, 4 a gennaio 2009, 34 a febbraio, 122 a marzo, 232 ad aprile e 306 a maggio. Il fenomeno però ora si sta allargando anche al commercio, come testimoniato dal dato secondo cui sui 65 milioni assegnati finora in regione per la cassa in deroga, 18 sono andati a tale settore. In totale, secondo la Cgil, a metà giugno i lavoratori lombardi in cassa in deroga ammontavano a poco meno di 30.000. Inoltre nel primo semestre di quest&#8217;anno, secondo stime della Camera di Commercio, il volume d&#8217;affari del sistema commerciale milanese è sceso nel complesso del 5,6%, con punte del -8,1% per il settore non alimentare e dell&#8217;8,8% per i piccoli negozi. Il dato va a sommarsi al calo del 4,4% già registrato a Milano nel 2008. Una diminuzione di attività che si riflette indirettamente su un&#8217;altra categoria, quella dei taxisti. Secondo i dati della categoria taxi dell&#8217;Unione Artigiani la riduzione delle corse a Milano si è attestata nei mesi di aprile e maggio sul 22-23%. La Cisl ha invece pubblicato le proprie stime riguardo alle chiusure di aziende a Milano: nei primi quattro mesi del 2009 sono state oltre 100. &#8220;Si tratta soprattutto di società che si occupano di somministrazione lavoro e gruppi bancari stranieri che lasciano l&#8217;Italia&#8221;, spiega il sindacato. &#8220;Il peggio rischia di arrivare a settembre, presto finiranno i fondi destinati dalla Regione alla cassa integrazione in deroga e a quel punto centinaia di aziende e migliaia di lavoratori rischieranno di rimanere per strada&#8221;. La crisi ha un suo risvolto anche a livello di reati economici. La Guardia di Finanza di Milano ha registrato un&#8217;impennata nei fenomeni di elusione ed evasione fiscale, nell&#8217;impiego del lavoro nero, nella diffusione della contraffazione e nel ricorso all&#8217;usura.</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: Come già accennato qui sopra, prosegue la fuga delle banche d&#8217;affari estere da Milano. L&#8217;ultima a chiudere è stata la <strong>Berenberg</strong>, che nel giro di due ore ha licenziato in tronco, senza preavviso né una congrua buonuscita, nove dipendenti, di cui due donne in maternità. Negli ultimi tempi hanno chiuso i battenti a Milano anche gli uffici della banca olandese <strong>Ing</strong> e della tedesca <strong>Dresdner Bank</strong>, mentre il colosso americano <strong>Citigroup</strong> ha operato ampi tagli e l&#8217;italiana <strong>AbaxBank</strong> ha mandato a casa un centinaio di dipendenti. In piena crisi, sempre nel settore servizi, anche il mondo dei call center, che secondo il quotidiano DNews stanno sempre più di frequente abbandonando Milano per delocalizzare nel Sud Italia e all&#8217;Est. Esemplare della crisi nel settore è il caso della <strong>Omnia Network</strong>, presso la quale lavorano circa 1.000 persone alle quali lo stipendio viene pagato da mesi con forti ritardi: l&#8217;ingresso di un nuovo socio non ha migliorato la situazione e solo a luglio i lavoratori si sono visti corrispondere lo stipendio di aprile. La cattiva gestione della <strong>Zincar</strong>, società controllata dal Comune di Milano e sul cui buco di 18 milioni sono in corso indagini, ha portato al licenziamento di 10 dei 12 dipendenti. A Paderno Dugnano peggiorano le prospettive per la <strong>Lares</strong> e la <strong>Metalli Preziosi</strong>, due aziende che occupano nel complesso 262 lavoratori, senza stipendio ormai da oltre sei mesi. A inizio luglio è stato dichiarato il fallimento di entrambe le aziende ed è stata avviata la cassa integrazione straordinaria per 12 mesi. &#8220;Paderno è stata cementificata e adesso sta perdendo altre due fondamentali aziende&#8221;, ha dichiarato amaramente Giuseppe Mansolillo della Fim. Pochi giorni prima della dichiarazione di fallimento i lavoratori delle due aziende avevano ipotizzato la creazione di una cooperativa per l&#8217;autogestione delle due fabbriche. Come se non bastasse, per loro oltre al danno del fallimento e della mancata corresponsione degli stipendi è arrivata anche la beffa di una denuncia per diffamazione da parte dell&#8217;ex proprietario, ritenutosi ingiuriato da alcuni contenuti del gruppo &#8220;Quelli che aspettano i soldi da Astolfi&#8221; aperto dai lavoratori in Facebook. Situazione sempre più tesa anche alla <strong>ex Alfa</strong> di Arese, dove è stata decisa a metà giugno un&#8217;altra cassa integrazione ordinaria per 7 settimane, seguita da altre 3 settimane di ferie. Secondo Ernesto Ierardi, delegato Rsu della Fiom, &#8220;la cassa ordinaria ha un limite di 52 settimane in due anni e la Fiat vuole raggiungerlo entro aprile 2010, dichiarando poi l&#8217;esubero dei lavoratori&#8221;, rimasti in poco meno di 1.000 dopo il licenziamento degli ultimi 68 nel marzo del 2008. Alla loro ultima assemblea è stata registrata l&#8217;assenza generale delle istituzioni, ivi compreso il governatore della regione Roberto Formigoni, che si è limitato a inviare un messaggio in cui esprimeva &#8220;vicinanza e solidarietà ai lavoratori che sono toccati da questo momento di difficoltà&#8221;. Dura la risposta dei lavoratori: &#8220;Qui non si sta parlando di un &#8216;momento di difficoltà&#8217;, ma della scientifica e insopportabile arroganza con cui Fiat pretende di decidere del destino di migliaia di lavoratori e della vita o della morte degli stabilimenti&#8221;. L&#8217;area ex Alfa (che coinvolge anche il comune di Rho) è oggetto delle mire della speculazione immobiliare. E&#8217; in corso di discussione una variante urbanistica complessiva per i 2 milioni di metri quadri dell&#8217;ex Biscione, con al vaglio varie ipotesi, dai centri commerciali fino ai parcheggi per l&#8217;Expo 2015. Secondo quanto scrive la Prealpina, &#8220;a quanto pare Formigoni vuole chiudere il caso al massimo entro febbraio 2010 [data che coincide più o meno con  l'ipotesi di chiusura ventilata da Ierardi - N.d.R.] e, comunque, entro la fine della legislatura&#8221;. Il sindaco di Rho, Roberto Zucchetti, anch&#8217;egli di Comunione e Liberazione come Formigoni, se la prende con i lavoratori che si oppongono ai progetti di speculazione sull&#8217;area: &#8220;Assistiamo alla prevaricazione di gruppi [i sindacati - N.d.R.] che vogliono imporre il loro punto di vista su questioni che non li riguardano: che lì sorgano residenze, centri commerciali o parchi a loro non deve interessare&#8221;. Il 16 luglio i lavoratori dell&#8217;ex Alfa hanno portato la loro protesta anche agli stati generali dell&#8217;Expo voluti dal già menzionato Formigoni. I lavoratori della <strong>Novaceta</strong> di Magenta, che recentemente ha messo in mobilità 220 persone e chiuso alcuni reparti produttivi, si sono rivolti alla Procura con un esposto. La crisi dell&#8217;azienda, che ha portato dal 2003 al licenziamento di 420 persone, è stata secondo i lavoratori pianificata da almeno 3 o 4 anni in vista di interessi immobiliari sull&#8217;area vastissima dello stabilimento, un caso che sembra avere molti punti in comune con quello dell&#8217;ex Alfa e dell&#8217;<strong>Innse</strong> di Lambrate, sulla quale continuano a pesare le nubi di un possibile intervento estivo della polizia contro il presidio dei lavoratori per il sequestro dei macchinari venduti dal padrone Genta ad alcune ditte. Entra in crisi anche la <strong>Parker Hannifin</strong>, che si occupa di tecnologie per la movimentazione e il controllo. Il gruppo statunitense ha tre stabilimenti nel milanese: a Cinisello Balsamo, a Corsico e a Cesano Boscone. A Cinisello è cominciata la cassa straordinaria per i 118 lavoratori, mentre l&#8217;azienda ha già manifestato la volontà di procedere a licenziamenti negli stabilimenti di Corsico e Cesano. La corporation statunitense parla di un calo del fatturato del 44% e di una diminuzione degli ordini del 55%. A Cormano sono entrati in sciopero per alcune settimane i 22 dipendenti della <strong>Legatoria Vergani</strong>, che protestavano per il licenziamento in tronco di due dei tre delegati sindacali, ufficialmente per mancanza di lavoro. Colpita dalla crisi della <strong>Agrati</strong> (di cui abbiamo già riferito negli scorsi numeri) una delle società del suo indotto, la <strong>Invitea</strong>, nella quale ci sono stati una riduzione del personale e un aumento della cassa integrazione. A San Donato Milanese la dismissione di tre rami d&#8217;azienda da parte della <strong>Eni Exploration &amp; Production</strong> stanno mettendo a rischio 177 posti di lavoro. Come scrive il Giorno, &#8220;il timore è che la politica di progressive dismissioni si ripercuota anche sul quartier generale Eni di San Donato, dove lavorano oltre 1.000 persone&#8221;. Prosegue la crisi della <strong>Nokia Siemens</strong> di Cinisello Balsamo dove, scrive sempre il Giorno, &#8220;a fine giugno le unità &#8216;incentivate all&#8217;esodo&#8217; erano già salite a 70 a cui si aggiungono i 37 consulenti esterni di cui è stato annunciato il taglio questo mese. Esterni ma in realtà &#8216;di fatto&#8217; interni all&#8217;azienda (in quanto impegnati esclusivamente su Nokia Siemens). [...] In un comunicato firmato da Fim, Fiom e Uilm si stigmatizza il comportamento della multinazionale &#8216;consistente nel lasciare senza lavoro lavoratori e lavoratrici come forma di pressione per ottenerne le dimissioni&#8217; come la &#8216;scelta di chiudere gradualmente la Ricerca e Sviluppo del Radio Access in Italia senza sostituirlo con nuovi progetti&#8217;&#8221;. La crisi ferma anche svariati <strong>cantieri pubblici</strong>: a solo titolo di esempio, a Vimodrone è bloccata la costruzione del nuovo municipio perché l&#8217;azienda incaricata ha messo in cassa integrazione gli operai, a Milano prosegue la saga della centrale piazza XXV Aprile, dove i lavori per la costruzione di un megaposteggio sono in enorme ritardo, con devastanti effetti urbanistici, per i guai economici di una delle due aziende incaricate.</p>
<p><a name="sezione4">MONZA-BRIANZA</a></p>
<p style="text-align:left;"><span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span>: &#8220;Raddoppia la cassa, crollano investimenti e assunzioni&#8221;, così titola efficacemente il Giorno il suo articolo sugli ultimi dati pubblicati dall&#8217;Unione Artigiani di Monza e Brianza. Nel primo quadrimestre 2009 ci sono state 121 richieste di cassa integrazione straordinaria (cigs), contro le sole 2 di tutto il 2008. Inoltre ad aprile le richieste di cigs sono pressoché raddoppiate e cresce il coinvolgimento del personale femminile. Si registra poi un vero e proprio crollo delle assunzioni, calate del 32,5% nel primo quadrimestre 2009 rispetto allo stesso periodo dell&#8217;anno precedente. Un altro dato estremamente preoccupante è quello del numero delle &#8220;posizioni revocate dalle banche&#8221; (cioè i casi in cui l&#8217;istituto di credito impone al cliente di restituire immediatamente quanto ricevuto, che è poi l&#8217;anticamera per la sospensione del finanziamento), aumentato del 91%. Secondo la Cgil in provincia in questo momento ci sono 20.000 cassintegrati e 640 imprese coinvolte nella crisi. Il sindacato afferma che la fase acuta non è alle spalle e le difficoltà, presumibilmente, aumenteranno ulteriormente in tutti i settori dopo l&#8217;estate. &#8220;Con l&#8217;arrivo dell&#8217;autunno &#8211; ha detto Ermes Riva, segretario Cgil Monza-Brianza &#8211; le aziende in difficoltà chiederanno la cassa integrazione straordinaria e poi la mobilità, perché ormai la cassa integrazione ordinaria è stata esaurita. Le avvisaglie già si stanno vedendo in queste settimane: ci sono aziende che non sono più in grado di anticipare la cassa integrazione&#8221;.</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: La <strong>Candy</strong> ha chiesto altre cinque settimane di cassa integrazione per il suo stabilimento di Brugherio (880 dipendenti) e sei per la sua controllata <strong>Bessel</strong> di Santa Maria Hoè (280 dipendenti). Alla <strong>Stm </strong>di Agrate (produzione chip) 1.700 lavoratori su 5.000 sono a riposo forzato. A Vimercate prosegue il calvario di <strong>Bames</strong> e <strong>Sem</strong> (del Gruppo Bartolini): la proprietà ha chiesto la cassa integrazione per altri 180 tecnici, che si aggiungono ai 210 colleghi a riposo forzato da tre mesi, per un totale di 390 in cassa contro 270 al lavoro. In seguito al peggioramento della situazione si teme che sul comparto stia per abbattersi una nuova ondata taglia-produzione. Sempre nel distretto dell&#8217;hi-tech di Vimercate il colosso israeliano <strong>Telit</strong> ha annunciato il taglio del progetto di automazione delle linee in seguito a un calo degli ordini addirittura del 60%: secondo i sindacati tira aria di smantellamento. Nella stessa città si è giunti a un accordo per i 70 lavoratori della <strong>Borghi</strong> sull&#8217;orlo del licenziamento, con un prolungamento di un anno della cigs scaduta da pochi giorni. I lavoratori sono senza stipendio da quattro mesi e hanno dovuto subire la beffa della &#8220;dimenticanza&#8221; da parte dell&#8217;azienda di trasmettere i dati all&#8217;Inps per l&#8217;anticipo dell&#8217;indennità. A Monza i lavoratori hanno bocciato l&#8217;accordo di cessione del ramo d&#8217;azienda del trasporto pubblico locale <strong>Tpm</strong> alla milanese Atm. Ora la Tpm rischia il fallimento, mentre nel frattempo è stato comunicato il mancato rinnovo dei contratti a 14 lavoratori precari. Alla <strong>Beton Villa</strong> di Merate (300 dipendenti), gigante del settore dell&#8217;edilizia e delle infrastrutture, gli stipendi sono in arretrato perché la crisi ha prosciugato le casse della nota impresa lasciandola senza liquidità. Situazione analoga alla <strong>Perego Strade</strong> di Cassago (circa 100 dipendenti), di recente passata sotto il controllo di una finanziaria elvetica, dove però nessuno si è preso la briga di informare i sindacati. La <strong>Trocellen</strong>, marchio giapponese della gomma-plastica, ha annunciato il licenziamento di 26 operai dei due stabilimenti di Caponago, pari al 30% del personale. I lavoratori hanno subito scioperato chiedendo almeno la cassa integrazione straordinaria, ma la proprietà non ne vuole nemmeno sentire parlare. Secondo le maestranze &#8220;il binomio crisi-esuberi ha il sapore di un escamotage per uscirne più leggeri&#8221;. A Mezzago ha chiuso i battenti la <strong>Kontek Comatel</strong> che da 25 anni produce connettori elettrici per il settore auto. I 33 dipendenti sono stati messi in mobilità, dopo che l&#8217;azienda avrebbe tentato di ottenere liquidità cedendo un capannone, operazione che si è rivelata insufficiente. Alla <strong>Uquifa</strong> di Agrate (settore farmaceutico) a metà luglio è stata avviata una procedura di mobilità per 12 dipendenti, dopo che a giugno erano già fuoriuscite 34 unità &#8211; si prevede la mobilità per altri 10 lavoratori entro fine anno. Difficoltà anche all&#8217;<strong>Eurocash</strong> di Varedo (commercio) dove è prevista la mobilità per parte dei dipendenti del punto di vendita. La crisi sta colpendo addirittura anche le cooperative che danno lavoro a disabili e a persone a rischio di emarginazione. E&#8217; il caso della <strong>Rosa Blu</strong> di Ronco Briantino, che dà lavoro a 250 persone e lamenta una forte carenza di commesse, in particolare dalle grandi aziende, e della cooperativa sociale <strong>Piramide</strong> di Arcore, che impiega 10 persone e da gennaio ha registrato un calo delle commesse del 60%, tanto da temere la chiusura a fine anno.</p>
<p><a name="sezione5">VARESE</a></p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span>: La provincia di Varese continua a essere in Lombardia la maggiore vittima della crisi. A maggio si è registrato un aumento vertiginoso della cassa integrazione rispetto ad aprile: + 87,7% rispetto al mese precedente (e +697% rispetto allo stesso mese del 2008). I dati usciti a metà luglio sul primo semestre del 2009 confermano il quadro: nei primi sei mesi di quest&#8217;anno la cassa integrazione è aumentata del 306% rispetto al semestre precedente. Secondo le stime della Cgil a inizio giugno circa 23.000 persone erano in cassa integrazione, 1.200 erano in mobilità e svariate migliaia di lavoratori non hanno avuto il rinnovo del contratto a termine. I disoccupati iscritti alle liste dei centri per l&#8217;impiego della provincia nel primo quadrimestre di quest&#8217;anno erano 14.590, rispetto ai 9.613 del medesimo periodo dell&#8217;anno scorso (con un aumento quindi di circa il 50%). La quantità di richieste di cassa e mobilità è tale che l&#8217;Inps ha dovuto rallentare i tempi delle autorizzazioni anche di diversi mesi. Nel solo territorio di Busto Arsizio e Gallarate i cassintegrati sono circa 15.000. Nell&#8217;area Legnano-Magenta è in cassa o in mobilità il 52% dei lavoratori del settore metalmeccanico. E&#8217; boom anche per la cassa in deroga. Dal 20 febbraio sono oltre 400 le aziende della provincia di Varese che ne hanno fatto richiesta per i prossimi sei mesi, per un totale di quasi 2.500 lavoratori &#8211; si tratta perlopiù di piccole o piccolissime aziende dell&#8217;artigianato, del commercio e dell&#8217;autotrasporto, spesso contoterziste. Carmela Tasconeri della Cisl ha dichiarato: &#8220;Temiamo che ad ottobre aumenti la richiesta di ammortizzatori sociali perché la produzione delle aziende, per oltre il 90% piccole e medie, è ferma&#8221;. Conferma il quadro l&#8217;associazione degli artigiani e dei piccoli imprenditori varesini, secondo cui il peggio non è ancora passato. Secondo le sue stime sono 2.000 le aziende della provincia che potrebbero chiudere i battenti, con un totale di 5.000 posti a rischio. Rispetto al 2008 la produzione e gli ordini delle piccole aziende sono calati del 70%, il fatturato del 40-50%. Quasi il 60% di tali aziende ha rinunciato a effettuare investimenti. Preoccupate le dichiarazioni di Franco Colombo, presidente dell&#8217;Api: &#8220;Se dopo le ferie non ci saranno concreti segnali di miglioramenti, il 30% dei nostri associati prenderà in considerazione l&#8217;idea di interrompere l&#8217;attività con l&#8217;inizio del 2010&#8243;. Secondo il vicepresidente della stessa associazione, Vittorio Ballerio, &#8220;non ci sono segnali di un aumento degli ordini a partire dall&#8217;autunno&#8221;. Il settore della gomma-plastica della provincia è l&#8217;unico caso in controtendenza in Italia, tanto da meritarsi un lungo articolo del Sole 24 Ore. Nel primo trimestre del 2009 ha registrato un +4,9% (ma va tenuto conto che nel 2008 aveva chiuso con un -6,3%), rispetto a un -20% a livello nazionale. Dal gruppo gomma-plastica di Univa fanno però sapere: &#8220;Solo a ottobre-novembre avremo dati indicativi o meno della ripresa. I dati del primo trimestre 2009 potrebbero infatti nascondere dei &#8216;residui&#8217; di ordini dell&#8217;ultima parte del 2008&#8243;.</p>
<p style="text-align:left;"><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: In provincia sono già arrivati a 2.000 su 17.000 i <strong>frontalieri</strong> licenziati che lavoravano nel Canton Ticino (in tutto nel cantone i lavoratori italiani rappresentano il 22% del totale). L&#8217;aspetto peggiore è che, secondo le stime della Cisl, la situazione peggiorerà ulteriormente. &#8220;Ci aspettiamo un&#8217;estate calda sotto tutti i punti di vista. In molte aziende termina il periodo di cassa integrazione o l&#8217;orario di lavoro ridotto che permettevano di ridurre gli stipendi, ma di mantenere i posti. Visto che la situazione non è migliorata gli imprenditori a questo punto ricorrono al licenziamento, e i primi a perdere il posto sono gli italiani&#8221;. Secondo il Segretariato di Stato il picco massimo della crisi lo si avrà a marzo 2010. A Mesero è stata annunciata la chiusura dello storico stabilimento della <strong>Esab</strong> (saldature) con la messa in mobilità degli 85 dipendenti occupati nei reparti produttivi e della logistica. Si salva solo un manipolo di persone negli uffici commerciali e amministrativi. L&#8217;azienda lamenta una situazione di sovrapproduzione dovuta alla crisi, ma secondo i lavoratori ci sono altre motivazioni, di tipo speculativo. Lo stabilimento infatti sorge su un&#8217;area il cui valore è triplicato negli ultimi tempi con le modifiche alla viabilità e il fondo inglese che controlla la Esab potrebbe realizzare una forte plusvalenza con la sua chiusura. Situazione estremamente pesante alla <strong>Usag</strong> di Gemonio (oggi <strong>SWK Untesilerie</strong>). Metà circa dei 350 lavoratori è attualmente in cassa integrazione, ma corrono voci di smobilitazione di intere linee produttive. Il forte calo degli ordini e il fermo del mercato hanno già fatto saltare quasi tutti i contratti di lavoro a termine e abbinare alla massiccia richiesta di cassa integrazione il ricorso obbligatorio alle ferie arretrate. A Busto Arsizio la <strong>Ibici</strong> ha deciso di concentrare l&#8217;attività nella sede di Ravenna, lasciando a casa 60 lavoratori. A Gallarate chiude i battenti la <strong>Fulgor</strong>, storica azienda che realizza componenti per cucine e per la quale è stato chiesto il fallimento. I lavoratori che rischiano di perdere il posto sono 124. Alla <strong>Ahlstrom</strong>, che ha stabilimenti a Gallarate, Cressa e Mozzate, si è chiusa la vertenza apertasi a febbraio con la dichiarazione da parte dell&#8217;azienda dell&#8217;intenzione di licenziare 65 dipendenti. Si è giunti a un accordo in base al quale 53 dipendenti andranno in mobilità volontaria con incentivo, mentre altri verranno trasferiti dallo stabilimento di Gallarate agli altri due dell&#8217;azienda. Alla <strong>Galileo Avionica</strong> di Nerviano (elettronica per la difesa) si è aperta una vertenza con sciopero che coinvolge in totale 863 dipendenti in Lombardia riguardo a questioni legate a salari (drastica riduzione del premio di risultato) e orari. A Canegrate la <strong>Framag</strong>, che produce lamiere, sta passando uno dei peggiori periodi della propria storia e ha messo in cassa integrazione circa 115 lavoratori (di cui 90 in esubero) su 197. La <strong>Ciba Specialty Chemicals</strong> di Origgio, settore farmaceutico, ha annunciato la chiusura a partire dal marzo 2010 per concentrare le attività nella sede di Cesano Maderno e ridurre così drasticamente i costi: su 76 dipendenti sono previsti 40 licenziamenti. Si fa sempre più tesa la situazione all&#8217;azienda meccanica <strong>Finnord</strong> di Jerago con Orago. Dal settembre scorso i 365 dipendenti sono in cassa integrazione a rotazione, ma ora, secondo quanto riferiscono i sindacati, si parla di esuberi anche se la proprietà non ha specificato il loro numero. Dal 18 luglio nell&#8217;azienda sono partite le ultime 13 settimane di cassa ordinaria disponibili. Alla <strong>Tintoria Tosi</strong> di Busto Arsizio si è aperto uno scontro tra proprietà e sindacati dopo un comunicato dell&#8217;azienda che annunciava la disdetta degli accordi sindacali e si prospettava una riduzione dei salari. Di <strong>Malpensa</strong> ormai non parla più quasi nessuno dopo che sono passate anche le elezioni europee e amministrative, ma noi la ricordiamo ancora una volta: si tratta della più grande crisi in atto nella provincia, con circa 3.000 lavoratori dell&#8217;aeroporto o del suo indotto che sono a casa. L&#8217;ultimo capitolo è l&#8217;accordo di cassa integrazione per i 25 dipendenti della <strong>Sasco</strong> che opera nel settore cargo dello scalo.</p>
<p><a name="sezione6">COMO</a></p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span>: Secondo Graziano Brenna, dell&#8217;Unione Industriali, &#8220;la crisi sta entrando nella sua fase più dura. Alcune aziende rischiano di attraversare ora una crisi irreversibile e si prospettano diverse chiusure, con le conseguenze facilmente immaginabili per i lavoratori&#8221;. I dati parlano di una situazione già molto pesante. In provincia nei primi cinque mesi dell&#8217;anno i comaschi che si sono rivolti ai centri per l&#8217;impiego dopo essere rimasti disoccupati sono stati oltre 7.500, rispetto ai 4.500 registrati nello stesso periodo dell&#8217;anno scorso, con un aumento del 66%. Nei primi cinque mesi di quest&#8217;anno, inoltre, le richieste di cassa sono aumentate dell&#8217;856% rispetto ai primi cinque mesi 2008 (oltre il doppio della media lombarda, che è di +381%), un dato che piazza la provincia dopo Varese, Brescia e Milano. Poco rassicuranti le parole di Alessandro Tarpini, segretario generale della Camera del Lavoro di Como: &#8220;I dati confermano che l&#8217;uscita dalla recessione è lontana, per la nostra provincia lo scenario è disastroso&#8221;. Tra gli altri dati vanno citati la diminuzione delle assunzioni che si aggira sul 20% (ma è una percentuale che si riferisce ancora al primo trimestre) e gli oltre 25.000 lavoratori coinvolti in situazioni di crisi, con più di 1.000 aziende in difficoltà. A rischio anche il posto di 3.000 frontalieri che lavorano in Svizzera.</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: A essere maggiormente travolto dalla crisi è uno dei settori più ampi in provincia, quello del tessile. Alla <strong>Saati</strong> di Appiano Gentile si è giunti a un accordo in base al quale 250 dipendenti finiranno in cassa integrazione e 80 saranno in esubero. L&#8217;azienda è in crisi per un calo del volume d&#8217;affari del 30%. Si registrano inoltre le crisi dell&#8217;<strong>Oltolina</strong>, che nell&#8217;ambito della riorganizzazione interna ha dichiarato 25 esuberi, e quella della <strong>Pedraglio</strong>, dove c&#8217;è stato un rinnovo della cassa integrazione per tutti i 90 lavoratori. La <strong>Tessitura Bosetti</strong>, che impiega 64 dipendenti e aveva in corso una cassa integrazione ordinaria per tutto il personale, ha annunciato in maniera inattesa la messa in liquidazione. Nel precedente incontro con i sindacati si era parlato di un calo degli ordini del 40%, a fine giugno la diminuzione era arrivata addirittura a -55%. Vanno verso la chiusura anche la <strong>Sisco</strong> di Luisago, con 39 dipendenti, la <strong>Git</strong> di Grandate, con 59, la <strong>Tessitura Magitex</strong> di Fino Mornasco, con 26, e la <strong>Stamperia Romano Botta</strong> di Villa Guardia con 28. La <strong>Olmetto</strong> di Maslianico, che produce cravatte ed era stata finora praticamente l&#8217;unica nel settore a non ricorrere alla cassa, ha dovuto cedere a metà luglio chiedendo la cigo a rotazione per i suoi 110 dipendenti. Alla <strong>Paytec</strong> di Rovellasca, che produce apparecchiature elettroniche, sono stati messi in mobilità 30 degli 86 dipendenti: erano previsti due mesi e mezzo di cassa integrazione e invece all&#8217;improvviso l&#8217;azienda ha annunciato i trenta licenziamenti. Sono state cancellate le illusioni dei 210 lavoratori della <strong>Giardina Officine Aeromeccaniche</strong> di Figino Serenza su un futuro diverso dalla chiusura: per l&#8217;azienda è stato chiesto il fallimento. La <strong>Vitaresidence</strong>, che si occupa di strutture socio-sanitarie, aveva annunciato alla fine di aprile 62 esuberi, mentre ora gli accordi definitivi raggiunti hanno limitato i danni portando gli esuberi a 39. Si torna invece al lavoro alle <strong>Ferriere</strong> di Dongo, ma è un ritorno che riguarda solo 31 degli oltre 200 lavoratori e ha carattere unicamente temporaneo, in attesa della decisione del Tribunale di Como riguardo all&#8217;istanza di fallimento.</p>
<p><a name="sezione7">LECCO-SONDRIO</a></p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span>: In provincia di Lecco nel primo semestre del 2009 le ore di cassa integrazione sono aumentate di uno stratosferico 1.033% rispetto allo stesso periodo dell&#8217;anno precedente. Il numero di lavoratori coinvolti è in questo semestre di 2.500 unità, rispetto alle 1.000 del 2008, con un aumento del 1.500%. Si registra in particolare un aumento della cassa integrazione straordinaria (cigs), dovuto al fatto che molte aziende stanno terminando le 54 settimane massime previste per la cassa integrazione ordinaria (cigo). La Cgil segnala anche un&#8217;impennata dell&#8217;avvio di azioni legali per vertenze sindacali che riguardano il mancato pagamento di retribuzioni o Tfr in seguito a licenziamento, segnale evidente ed estremo della crisi delle imprese. La Camera di Commercio di Lecco segnala un&#8217;altra tendenza negativa: nel primo trimestre 2009 le aziende che hanno cessato l&#8217;attività sono state il 9,5% in più dell&#8217;anno precedente, mentre l&#8217;apertura di nuove imprese è diminuita del 5% rispetto allo stesso trimestre del 2008. I settori più in difficoltà sono il metalmeccanico e il commercio, ma va decisamente male anche il settore ristoranti e alberghi. In provincia di Sondrio il saldo negativo rispetto all&#8217;anno precedente è dell&#8217;1,2% ed è dovuto per i 2/3 a ditte individuali. Il vicedirettore di Api Lecco (l&#8217;associazione locale delle piccole imprese) non ha peli sulla lingua riguardo alla situazione: &#8220;Dai piani alti della politica ci viene detto in continuazione che la crisi è soprattutto psicologica. Se fossi un imprenditore mi sentirei offeso&#8221;. E ha ragione. Infatti secondo i dati raccolti dall&#8217;Api la produttività delle imprese lecchesi è diminuita del 93% nel primo trimestre 2009 rispetto allo stesso trimestre 2008. Quasi la metà delle piccole e medie imprese spiega di avere un portafoglio ordini inferiore a un mese, il 5,6% addirittura inferiore a sette giorni. In genere le imprese lamentano una diminuzione degli ordinativi che va dal 30% al 70%, mentre il fatturato in complesso è diminuito per il 90% delle imprese interpellate dall&#8217;associazione. Il presidente Api, Riccardo Bonaiti, mette in guardia: &#8220;Fissatevi la data del 20 settembre, da lì potrebbero manifestarsi i segnali più evidenti dell&#8217;asfissia delle imprese, perché al momento non c&#8217;è alcuna prospettiva di ripresa. Molte imprese andranno incontro a un ridimensionamento. Ci saranno tante aziende che non sopravvivranno a questa crisi, specialmente tra le imprese di piccole e piccolissime dimensioni&#8221;. Il sondaggio di Confindustria Lecco segnala una situazione all&#8217;apparenza un po&#8217; meno nera, tanto che la Provincia di Lecco titola: &#8220;Forse la crisi più nera è alle spalle&#8221;. Il 47% degli intervistati segnalava a fine giugno in un sondaggio di avere subito un&#8217;ulteriore diminuzione della domanda (contro il 53% di maggio), il 34% non comunica variazioni dell&#8217;indicatore (a maggio erano il 30,3%) e il 18,8% rileva un aumento degli ordini (15,7% a maggio). Il quadro dipinto in realtà parla ancora di un sostanziale peggioramento rispetto al mese precedente (lo afferma quasi la metà &#8211; il 47% &#8211; contro solo un 18% che parla di miglioramento). Basta poi esaminare le previsioni per i prossimi mesi rilevate dallo stesso sondaggio per diventare molto meno ottimisti: quasi il 33% degli intervistati attende una nuova diminuzione di ordini e produzione (maggio 22%), mentre il 54% prevede una sostanziale stabilità, solo il 16% prevede un miglioramento (maggio 18%).</p>
<p style="text-align:left;"><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>:</p>
<p>La multinazionale svedese <strong>Husqvarna</strong> ha annunciato il 10 giugno 70 licenziamenti nello stabilimento di Valmadrera (185 dipendenti in totale) per delocalizzare la produzione in Repubblica Ceca e in Cina. L&#8217;azienda prevede di lasciare in loco solo la produzione di tagliaerba, che però ha carattere solo stagionale e non garantirebbe posti di lavoro stabili. Giacomo Arrigoni, della Uilm, punta il dito contro le multinazionali: &#8220;Hanno depredato il valore aggiunto acquisito nei territori nazionali, e in particolare a Valmadrera, per poi delocalizzare&#8221;. A luglio è cominciata la cassa integrazione straordinaria per un anno, ma la reazione dei lavoratori è stata dura. Hanno organizzato un blocco della statale 36 e organizzato scioperi a singhiozzo. Un&#8217;altra multinazionale, la <strong>Honeywell</strong>, che produce apparecchiature per componenti per riscaldamento, ha deciso di tagliare 10 posti nello stabilimento di Oggiono, dove lo scorso anno ne erano stati tagliati altri 41 &#8211; ora ad Oggiono le maestranze sono ridotte a 30. Per lo stabilimento di Morbegno (92 dipendenti) si prevede invece la chiusura con delocalizzazione in Repubblica Ceca e l&#8217;unica ipotesi di salvezza è la vendita del sito produttivo a un&#8217;altra azienda con l&#8217;assorbimento della manodopera. A Missaglia è stato dato il via libera al concordato preventivo per una delle più note case vinicole del Nord Italia, la <strong>Caldirola</strong>. Se il procedimento terminerà con successo si riuscirà a salvare il posto dei 128 dipendenti. Alla <strong>Erc</strong> di Calolziocorte in liquidazione a fine giugno 44 persone stavano ancora utilizzando la cassa integrazione, mentre degli altri 236 lavoratori 144 sono stati trasferiti alla High Light Erc, nata dalle ceneri della società in liquidazione, e un&#8217;altra parte ha trovato una nuova occupazione. Alla <strong>Moto Guzzi</strong> di Mandello è stata richiesta un&#8217;altra settimana di cassa integrazione per tutti 151 dipendenti. L&#8217;azienda continua ad avere poco mercato e a marzo Colaninno, presidente della Piaggio che controlla la Guzzi, aveva minacciato la delocalizzazione della Guzzi se questa fosse stata ancora in perdita a metà anno. I sindacati lamentano la mancanza di trasparenza da parte della proprietà riguardo ai piani per il futuro e non hanno firmato l&#8217;accordo per la cassa quando i dirigenti aziendali si sono rifiutati di presentare loro i dati di bilancio. La <strong>Cartiera di Tirano</strong> sta ormai andando verso la chiusura e ha ottenuto altri sei mesi di cassa straordinaria per i dipendenti. A inizio luglio al mobilificio <strong>Grattarola</strong>, in Valsassina, è stato annunciato un piano industriale che prevedeva 30 licenziamenti su 150 dipendenti. Dopo la reazione dei lavoratori l&#8217;azienda è tornata sui suoi passi e ha deciso di sfruttare a partire dal 13 luglio la cassa integrazione residua dopo i periodi già utilizzati l&#8217;anno scorso. Alla <strong>Rodacciai</strong> di Bosisio Parini e Sirone il 31 luglio scade il secondo periodo di cassa integrazione ordinaria che coinvolge 150 dipendenti su 500. La <strong>Mambretti</strong> di Rogeno (tessile) si trova a un passo dal fallimento. Per i 74 dipendenti dell&#8217;azienda a giugno era stata avviata la cassa integrazione straordinaria, ma i lavoratori non ricevono gli stipendi da maggio e i soldi dell&#8217;ammortizzatore sociale arriveranno solo a novembre. I sindacati descrivono la situazione assurda dell&#8217;azienda, che replica altri casi da noi segnalati negli ultimi mesi: &#8220;I titolari dell&#8217;azienda non sono raggiungibili in alcun modo, i cancelli dell&#8217;azienda sono chiusi e sappiamo che nemmeno Confindustria riesce a mettersi in contatto con la famiglia Mambretti, che deve pagare due mesi di stipendio arretrati ai lavoratori&#8221;. Come nel resto della Lombardia, anche in provincia di Lecco agli effetti della crisi economica sull&#8217;occupazione vanno aggiungersi quelli della riforma della <strong>scuola</strong>. Con l&#8217;inizio dell&#8217;anno scolastico verranno cancellati 108 posti di lavoro e rimarranno solo 654 docenti, una soluzione che porterà a carenze nella gestione dell&#8217;integrazione degli alunni portatori di handicap, dell&#8217;accoglienza degli alunni stranieri, degli insegnamenti obbligatori come quello della lingua straniera nella scuola primaria. Alla scuola media &#8220;La Nostra Famiglia&#8221; di Bosisio Parini, per esempio, ci saranno solo 5 docenti concessi a fronte di una reale esigenza di 25 cattedre.</p>
<p><a name="sezione8">BERGAMO</a></p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span>: Con ulteriore aumento a giugno (2,39 milioni di ore autorizzate contro gli 1,37 del mese precedente) la cassa integrazione in provincia di Bergamo chiude un semestre disastroso che ha visto un incremento delle ore autorizzate dall’INPS del 280% raggiungendo quota 7,5 milioni (già più di due milioni di ore rispetto a quelle concesse in tutto il 2008). Il principale imputato è l’enorme aumento della cigo legata a crisi congiunturali di mercato (soprattutto nel settore metalmeccanico). Infatti la meccanica da sola determina più della metà del totale delle ore di Cig autorizzate a giugno nell’industria (2,2 milione di ore registrando un +1.077% sull’anno scorso), nell’edilizia le ore sono invece 173 mila (+437%) e il commercio oltre 10.000 ore (+165%). Da segnalare inoltre che nel settore dell’autotrasporto, che non aveva mai conosciuto il fenomeno cassa integrazione, in provincia di Bergamo sono già 500 dall’inizio dell’anno i lavoratori in cassa. Ciò è da attribuirsi principalmente alla pesante crisi che ha investito questo settore che dal febbraio 2009 ha fatto registrare un calo del 45% dei camion in circolazione. Crisi sempre più pesante anche nel settore del terziario, distribuzione e servizi dove si registrano un crollo dei consumi, il mancato rinnovo dei contratti e una disoccupazione crescente. Secondo i dati presentati a metà luglio dalla Fisascat Cisl di Bergamo, i lavoratori coinvolti da procedure di CIGS, in deroga e mobilità sono circa 900. Inoltre da sottolineare l’autorizzazione regionale a 268 aziende della bergamasca per l’utilizzo degli ammortizzatori sociali in deroga. In questo ambito degno di nota l’allarme lanciato dal segretario provinciale della Cisl, Ferdinando Piccinini, secondo cui “il Governo deve sbloccare le risorse per il sostegno al reddito dei lavoratori che stanno utilizzando gli ammortizzatori sociali in deroga”. Nella sola area di Bergamo sarebbero già 2500 i lavoratori ad attendere da mesi le risorse economiche promesse.</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: All’inizio dello scorso mese di giugno la <strong>Frattini Spa</strong> di Seriate (194 dipendenti) ha presentato al locale tribunale domanda di concordato preventivo, con richiesta di esercizio provvisorio fino al 31 agosto. L’azienda aveva già attivato da qualche mese la procedura di cigo a rotazione per circa 120 addetti. Immediata la reazione dei lavoratori che hanno dato vita a diversi presidi, assemblee e scioperi. Le rappresentanze sindacali hanno chiesto al commissario giudiziale di essere convocate per definire i percorsi necessari per assicurare ai lavoratori le tutele economiche e individuare opportunità di natura industriale che possano consentire la continuità produttiva. Il commissario giudiziale lo scorso 10 luglio ha avviato le procedure per la richiesta di cigs di un anno per tutti i lavoratori. La <strong>Miti, </strong>storica azienda tessile<strong> </strong>di Zogno a fine maggio ha comunicato ai sindacati l’intenzione di procedere verso la chiusura entro settembre degli stabilimenti produttivi e il loro trasferimento in Ungheria. I 72 lavoratori, non rassegnati a perdere il lavoro, hanno dichiarato lo sciopero e lo stato d’agitazione permanente. La proprietà ha annunciato che un potenziale acquirente, già individuato, potrebbe riassorbire solo 20 addetti. I sindacati hanno chiesto e ottenuto dall’azienda l’attivazione di misure a sostegno del reddito dei lavoratori (cigs di 1 anno prorogabile e un piano scalare di incentivi all’esodo). La <strong>M.L.B.</strong> di Sedrina, operante nella produzione di arredi in legno per navi e camper, ha inviato, al rientro da 5 mesi di cigo, a tutti i 35 dipendenti (in gran parte donne) la lettera di licenziamento collettivo. L’azienda da febbraio tra l’altro non pagava più gli stipendi ai dipendenti. I sindacati inoltre chiedendo l’avvio della mobilità hanno scoperto un’insufficiente copertura previdenziale (in pratica l’azienda non ha versato i contributi INPS dovuti). Alla <strong>Bodycote</strong> di Madone, specializzata nei trattamenti termici e chimici dei metalli, è stato siglato il primo contratto di solidarietà nel settore metalmeccanico della provincia di Bergamo. L’accordo prevede che la ‘solidarietà’ duri 2 anni e riguardi 99 dipendenti. La riduzione media dell’orario di lavoro pattuita è intorno al 50%.<span style="text-decoration:underline;"> </span>Due richieste di mobilità, nel settore metalmeccanico, senza aver quasi mai utilizzato nel corso dell’anno ammortizzatori sociali: è successo alla <strong>M&amp;M International srl</strong> di Orio al Serio (25 esuberi su 82 persone) e alla <strong>Sti srl</strong> di Gorle (9 esuberi su 71 dipendenti). Da otto mesi senza stipendio. Sta succedendo ai 70 lavoratori della <strong>Twist International</strong>, azienda tessile con stabilimenti a Osio Sopra e Osio Sotto. L’azienda al momento è in concordato preventivo e ha richiesto la cassa straordinaria per 12 mesi. Nel settore automotive versano in cattive acque la <strong>Novem Car Interior Spa</strong> di Bagnatica (12 mesi di cassa straordinaria e poi mobilità per i 93 dipendenti) e la <strong>Valbrem Spa </strong>di Lenna (165 dipendenti in cassa straordinaria per 12 mesi). La <strong>Toora Spa</strong>, gigante bergamasco del settore alluminio, ha ottenuto (solo a sei mesi dalla richiesta!) la cassa straordinaria per 12 mesi per i 176 dipendenti degli stabilimenti di Carobbio e Costa di Mezzate. Anche nello stabilimento di San Paolo d’Argon, che ha recentemente subito una condanna per condotta antisindacale, è stata attivata la cassa straordinaria per 12 mesi per gli 89 addetti. In quest’ultimo caso da quattro mesi gli operai sono rimasti senza risorse perchè non stanno ricevendo l’anticipo del sussidio come concordato.</p>
<p><a name="sezione9">BRESCIA</a></p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span>: Secondo un rapporto presentato all’Assemblea dei delegati della Cgil di Brescia, tenutasi lo scorso 29 giugno, sono oltre 22 mila i lavoratori della provincia di Brescia che nei primi cinque mesi del 2009 hanno subito la cassa integrazione per un totale di 17 milioni di ore (otto volte in più rispetto allo stesso periodo del 2008). Sono 2844 le aziende che ne hanno fatto richiesta (800 quelle artigiane che hanno chiesto la cassa in deroga). Quasi 11.000 le domande d’indennità di disoccupazione pervenute all’Inps di Brescia da gennaio a fine maggio del 2009 (+ 152% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso). A fronte di questa situazione il segretario generale della Camera del Lavoro di Brescia, in occasione della suddetta assemblea, ha chiesto alle istituzioni di dare risposte concrete per sostenere le fasce più deboli (come ad esempio raddoppiare il tempo di valenza della cigo, togliere i massimali che riducono l’assegno mensile percepito dai cassintegrati e aumentare la dotazione finanziaria degli ammortizzatori in deroga) e alle compagini sindacali di farsi sentire, se necessario, con nuove mobilitazioni. Per chiudere il quadro provinciale è necessario sottolineare un netto aumento dei fallimenti. Secondo dati forniti dall’INPS e dal Tribunale i fallimenti in provincia nel primo semestre dell’anno sarebbero 114 contro i 97 dello stesso periodo dell’anno scorso.</p>
<p style="text-align:justify;"><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: I settori più colpiti in provincia di Brescia sembrano essere il metalmeccanico, l’automotive (loro il 75% delle ore di cig) e il tessile. Nel primo ambito da segnalare la <strong>Iveco</strong>, che ha dichiarato svariati esuberi ed utilizza a singhiozzo la cassa integrazione; la <strong>GKN </strong>di Carpendolo e la <strong>Fonpresmetal</strong> di Bione in cui prevalgono cassa e mobilità su base volontaria; esuberi dichiarati alla <strong>Eural Gnutti</strong> di Rovato e alla ex <strong>Ocean</strong> di Verolanuova. Moltissime le altre aziende a rischio nel settore. Nel settore tessile è grave la situazione di <strong>Henriette</strong> di Castenedolo, di <strong>Citman</strong> di Pontevico, di <strong>NK</strong> di Chiari e Breno.La <strong>Franzoni Filati</strong> di Esine, nata nel 1962 come Cotonificio Franzoni, leader nella produzione di filati di qualità, a settembre chiuderà i battenti. Di 167 dipendenti forse si riuscirà a salvarne una cinquantina in quanto l’azienda manterrà in zona alcuni reparti mentre il resto sarà trasferito in Bosnia. La <strong>O.M.B</strong>. di Brescia, dopo mesi di agitazione dei dipendenti, è stata ceduta a <strong>O.M.B</strong> <strong>International</strong> una controllata di <strong>Brescia Mobilità</strong> (di proprietà del <strong>Comune di Brescia</strong>) per 11,3 milioni di euro. Una parte dei 92 dipendenti ha già ripreso a lavorare; per altri si farà ricorso alla Cigs.</p>
<p><a name="sezione10">PAVIA</a></p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span>: Secondo dati Inps la cassa integrazione ordinaria coinvolgeva a giugno in provincia di Pavia 5.700 lavoratori e 96 aziende. Altre 400 aziende artigiane, secondo i dati della Camera del Lavoro, sono in situazione di crisi. La crisi colpisce in misura particolare l&#8217;Oltrepo, dove le persone in cassa integrazione sono 1.200.</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: A Casteggio la proprietà della <strong>Cielle</strong>, società che produce prefabbricati industriali, ha deciso il licenziamento di 30 dipendenti su 70 dopo sette mesi di cassa integrazione. Alla <strong>Massoni</strong> di Stradella, azienda ormai in liquidazione e dove i circa 40 dipendenti rischiano di perdere il posto, l&#8217;atmosfera è degenerata nel rapporto tra proprietari e sindacati, tanto che durante un&#8217;assemblea, secondo quanto riferisce la Provincia Pavese, è stato spaccato il cellulare a un sindacalista mentre cercava di chiamare i carabinieri. Anche all&#8217;<strong>Arsenale</strong> di Pavia la situazione si fa sempre più tesa e le Rsu minacciano di andare dal presidio all&#8217;occupazione, oltre allo sciopero a oltranza. Chiedono al Ministero della Difesa una giusta collocazione sul territorio per i 216 dipendenti e sono contrari al loro trasferimento a Milano o a Piacenza. A Casei Gerola la Finbieticola di Mario Resca ha messo sulla carta e depositato il progetto di centrale elettrica a biomasse che dovrebbe subentrare alle attività dell&#8217;<strong>ex Zuccherificio</strong>. I lavoratori di quest&#8217;ultimo ancora in cassa integrazione sono 43, ma il nuovo progetto prevede per la centrale solo 20-23 addetti.</p>
<p><a name="sezione11">LODI</a></p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span>: L’andamento della crisi in provincia di Lodi sembra avere un andamento statico. Questo trend è innanzitutto confermato dai dati sull’occupazione diffusi dall’Osservatorio provinciale. Se nell’ultimo trimestre del 2008 i nuovi assunti sono stati 3579, nel primo trimestre 2009 sono stati 4000. Dati confermati anche da Vittorio Boselli, segretario generale di Confartigianato, che in un’intervista al Giorno infatti sostiene che se nel primo trimestre 2008, i dipendenti delle settecento aziende socie rappresentate dalla sua associazione, erano 2900, oggi a fine del primo trimestre 2009 sono 2930. In realtà, a parte questa timida tenuta degli occupati, nel lodigiano si sta verificando una vera e propria emergenza crisi nel settore della subfornitura meccanica e del settore meccanico più in generale in cui si registra una riduzione del 50% del fatturato rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Anche il settore chimico in provincia vive una fase di profonda crisi. Sono molte le aziende ad avere fatto ricorso negli ultimi mesi alla cassa integrazione. Più di mille nel comparto gli addetti in cassa ordinaria e circa duecento quelli in cassa straordinaria. Il vero pericolo, che temono i lavoratori e le rappresentanze sindacali, è che i mesi di cassa si trasformino in veri e propri tagli al personale. Anche il settore farmaceutico e il comparto profumi appaiono in forte difficoltà. Le imprese di questi ultimi settori, dopo aver liquidato i lavoratori precari, non stanno facendo ricorso alla cassa integrazione ma propendono, visto che gli ordinativi non danno segnali di ripresa, per recuperi ferie e qualsiasi altro stratagemma ritenuto utile.</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: Come ricordato nell’introdurre i dati generali sulla crisi in territorio lodigiano, il settore decisamente più colpito è quello metalmeccanico. L’ultima ondata di casse integrazioni ordinarie coinvolge circa 500 lavoratori del settore. Il caso più evidente è quello della <strong>Mta</strong> di Codogno, una delle aziende metalmeccaniche più grandi del territorio lodigiano (450 dipendenti), che sarebbe in procinto di fare ricorso alla cigo per circa 300 addetti. Nel comparto fioccano poi le richieste di rinnovo di casse avviate nei mesi scorsi e in molti casi si sta per sforare il tetto delle 52 settimane di cigo concesse in un biennio. All’<strong>Alusteel</strong> di Somaglia (48 dipendenti), specializzata in verniciatura industriale, ad esempio, la cassa ordinaria è agli sgoccioli ed è stata presentata la richiesta per un anno di cigs e un piano ‘draconiano’ di ridimensionamento del personale (dai 15 ai 30 tagli). Nel frattempo sono in corso trattative per la cessione dell’azienda. Alle <strong>Officine Curioni</strong> di Galgagnano (150 dipendenti), dove è già in corso la cigs (in scadenza ad ottobre) per un centinaio di addetti, visto il perdurare della crisi nell’intero comparto, si prevede un prolungamento della cassa straordinaria fino a giugno 2010. L’<strong>Omega Impianti </strong>di Somaglia, teatro lo scorso maggio di un duro sciopero di tutti i dipendenti, fallita la trattativa sindacale, ha definitivamente chiuso i battenti. Secondo la Cisl la proprietà non ha mai avuto la volontà di arrivare ad un accordo con le rappresentanze sindacali. Nel settore chimico la <strong>Trelleborg</strong> (multinazionale del settore gomma) di Lodi Vecchio, in cui sono già in cigo 250 operai, ha annunciato di voler mandare in mobilità venti impiegati. I sindacati hanno proposto il ricorso a misure alternative quali: utilizzo massimo di cassa integrazione ordinaria, contratti di solidarietà, part time e demansionamento (utilizzo di impiegati in mansioni operaie). Il 16 luglio si è tenuto un presidio-assemblea di protesta contro i tagli di circa 100 dipendenti davanti ai cancelli dell’azienda. Per ora sembra che tutte le ipotesi sul fronte della trattativa rimangano aperte. La RSU della <strong>Lever</strong> di Casapusterlengo (140 lavoratori già in cassa integrazione) in un’assemblea sindacale tenutasi nella sala consiliare del Comune, ha proposto agli enti locali interventi di sostegno a favore dei cassaintegrati che vanno dalla riduzione o l’annullamento delle tasse comunali, alla riduzione dei ticket sanitari e a sconti consistenti su un paniere di prodotti di prima necessità. La <strong>Somma</strong>, azienda edile di Somaglia, a seguito della profonda crisi che sta vivendo il comparto, è in procinto di chiedere la messa in liquidazione con la conseguente apertura della procedura di mobilità per gli 80 addetti. I sindacati puntano invece ad un anno di cassa integrazione straordinaria. L’<strong>Auchan</strong>, il noto centro commerciale di S.Rocco al Porto, che ha fatto registrare una contrazione del 50% circa del fatturato a seguito del crollo del ponte sul Po della Via Emilia il 30 aprile scorso, dopo aver comunicato l’intenzione di voler avviare la procedura di mobilità per 100 dipendenti (circa un terzo del totale), ha accettato la proposta delle rappresentanze sindacali di fare ricorso, per 260 lavoratori su 307, al contratto di solidarietà con una riduzione dell’orario di lavoro pari al 36,88%. Il 15 giugno scorso otto ex operai della <strong>Digital Print</strong> di Lodi hanno dato vita a un sit-in di protesta davanti all’azienda accusata di non pagare gli stipendi da parecchi mesi. Gli ex dipendenti, visti i ritardi nel pagamento degli stipendi, hanno dovuto procedere a licenziarsi per giusta causa. L’azienda, secondo i dipendenti, non aveva intenzione, nonostante le continue proposte, di sopperire alle difficoltà avviando le procedure di cassa integrazione. Nonostante la manifestazione di protesta e il presidio-assemblea dello scorso 11 giugno a cui hanno partecipato 120 dei 403 dipendenti, il <strong>Fatebenefratelli</strong> di San Colombano al Lambro, gloriosa casa di salute che ospita circa 400 malati psichici, a metà giugno ha avviato la procedura di mobilità per 62 dipendenti. Ai primi di settembre, in assenza di un accordo tra le parti, l’azienda sarà libera di procedere con il licenziamento. Immediata la risposta sindacale che ha indetto il blocco degli straordinari e uno sciopero di 24 ore lo scorso 2 luglio.</p>
<p><a name="sezione12">CREMONA</a></p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span>: Anche la provincia di Cremona, secondo i dati resi noti all’inizio del mese di luglio, sembra accusare pesantemente l’onda lunga della crisi economico-finanziaria. Nel primo trimestre 2009 (i dati disponibili riguardano solo questo periodo) i principali indicatori presentano tutti segno negativo rispetto allo stesso periodo precedente: produzione (-2%); ordini interni (-3,6%); fatturato estero (- 1%). Sul fronte del mercato del lavoro da evidenziare una forte flessione dell’occupazione e un aumento netto dei ricorsi alla cassa integrazione delle aziende colpite dalla crisi. Nella zona del Cremasco, secondo i dati diffusi, si concentra la gran parte delle 300 aziende e dei 4.000 cassaintegrati dell’intera provincia. Questo spiega perché proprio a Crema il 26 giugno scorso si sia tenuto lo sciopero generale territoriale dei metalmeccanici cremonesi (oltre trecento i lavoratori presenti). Nell’area di Castelleone, da sempre principale polo produttivo (metalmeccanico) dell’area, si contano ormai circa 600 cassaintegrati. Sono in aumento le aziende che annunciano la chiusura o il drastico ridimensionamento e la disoccupazione sta crescendo a ritmo frenetico. I settori colpiti più duramente dalla crisi risultano essere il metalmeccanico, il settore edile e quello del legno. Come succede anche in altri comprensori la stretta risulta molto dura soprattutto nel settore delle piccole e medie imprese. Per dare un’idea basti dire che Confartigianato Cremona nei primi sei mesi dell’anno ha stipulato e prestato assistenza per 71 accordi di cassa integrazione straordinaria in deroga, che hanno interessato circa 350 dipendenti. Le piccole aziende (nella fascia da 1 a 12 dipendenti) che solo nell’area di Castelleone hanno utilizzato la cassa sono 50 (coinvolgendo 250 addetti circa).</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: La <strong>Saco</strong> di Castelleone, una delle tre filiali italiane del colosso metalmeccanico tedesco la Gildemeister, ha annunciato la dismissione del sito produttivo e la messa in mobilità di 91 dipendenti (su un totale di 100). Secondo la proprietà la Saco da mesi sta producendo un decimo del suo fatturato ordinario e sembra abbia accumulato perdite per circa 3 milioni di euro. I sindacati hanno chiesto alla proprietà tedesca di fare ricorso a tutti gli strumenti atti a garantire il mantenimento dell’occupazione. Lo scorso 16 giugno 91 dipendenti hanno scioperato contro l’imminente chiusura dell’azienda. Svariati gli esponenti politici che si sono distinti nel tentativo istituzionale di salvare il sito produttivo. Tra questi la senatrice Pd Cinzia Fontana, l’ex presidente della Provincia Giuseppe Torchio, l’onorevole Torazzi della Lega Nord e Fortunato Pedrazzi  consigliere regionale Pd. In un summit tenutosi presso la sede della Provincia di Cremona lo scorso 3 luglio l’azienda ha annunciato di voler bloccare le lettere di mobilità, e di pensare al ricorso alla cigs per uno o due anni, pur confermando la volontà di trasferire una parte della produzione negli altri siti produttivi italiani. La <strong>Marsili</strong> di Castelleone (170 dipendenti) ha dichiarato a fine giugno di voler ridimensionare la propria forza-lavoro di 60 unità. Lo strumento proposto è stata la mobilità volontaria incentivata  (in pratica i dipendenti che decidono di dimettersi hanno diritto a un compenso extra).<strong> </strong>La <strong>Fir Elettromeccanica Spa</strong> di Casalmaggiore avrebbe deciso di chiudere lo stabilimento di Via Vanoni (25 addetti) e dichiarare complessivamente 27 esuberi. Immediata la risposta dei sindacati che hanno organizzato il 26 giugno un presidio e un corteo anti-esuberi a cui hanno partecipato un centinaio di lavoratori. Solo nei prossimi giorni e mesi forse si chiarirà la situazione della nota azienda. La <strong>Chromavis</strong> (200 dipendenti), azienda operante nel settore cosmesi, che ha stabilimenti a Vaiano Cremasco, Crema e Chieve ha ipotizzato un ridimensionamento della forza lavoro di 30 unità. Sempre nel settore chimico versano nella stessa situazione la <strong>Coim</strong> di Offanengo (mobilità per 15 lavoratori) e la <strong>Lumson</strong> di Copergnanica (tutti i 150 dipendenti in cassa).</p>
<p><a name="sezione13">MANTOVA</a></p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span>: Per mesi la forte incidenza della componente agroalimentare sull’economia provinciale ha rallentato la percezione dell’effetto crisi sulla realtà mantovana. Ma in quest’ultimo periodo vi è stato, secondo il presidente della Provincia Maurizio Fontanili, uno shock delle attività produttive di base tra cui il settore chimico, il cui indotto impiega circa 3000 addetti. Secondo Menini, segretario provinciale della Cisl “su un totale di 150 mila lavoratori attivi ogni giorno restano ‘sospesi’ per cassa e ammortizzatori 2300 addetti”. Secondo i dati messi a disposizione dalla CGIL in provincia aumentano i disoccupati (arrivati a 998 nei primi cinque mesi dell’anno), le ore di CIG autorizzate (dalle 480.000 di aprile alle 630.000 di fine maggio), e i lavoratori in mobilità (205 a maggio).</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: La <strong>Sidel</strong> di Valdaro, in via unilaterale senza l’accordo preventivo con le parti sociali, ha avviato la procedura di mobilità per 53 dei 172 addetti in organico. Le organizzazioni sindacali e le istituzioni locali hanno tentato, invano finora, di far rientrare il progetto di drastico ridimensionamento dell’azienda. All’<strong>Iveco</strong> di Suzzara, stabilimento in cui si produce il Daily (prodotto che sta conoscendo una forte contrazione nelle vendite) continua il periodo di cassa che coinvolge a turnazione 1762 operai e 195 impiegati. A seguito della strage ferroviaria di Viareggio e del conseguente annullamento da parte di Trenitalia del contratto di manutenzione la <strong>Cima</strong> di Bozzolo annuncia di dover mettere in cassa integrazione altri dipendenti (oltre ai 40 già in cassa a turno dallo scorso febbraio).</p>
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<p><a name="sezione14">Lavoratori immigrati: sottopagati, vittime di incidenti e a rischio espulsioni</a></p>
<p>Da un&#8217;indagine condotta dalla Cgil nella provincia di Milano, e in cui si confronta la situazione dei lavoratori stranieri e quella degli italiani, risulta che i lavoratori immigrati guadagnano in media il 20% in meno degli italiani (1.048 euro contro 1.320), sebbene abbiano titoli di studio più alti. Inoltre molti stranieri non prendono gli straordinari perché il loro rapporto di lavoro non è regolare. Come se non bastasse, il 60% dei lavoratori stranieri viene chiamato con un nomignolo, il 53% ha subito appellativi razzisti (27% nel caso degli italiani), il 60% non riesce a fare rispettare le proprie prerogative contrattuali (46% per gli italiani), il 48% dichiara di essere stato vittima di mobbing (31% per gli italiani). Inoltre il 61% dei lavoratori stranieri non si sente appagato rispetto all&#8217;ambiente fisico e alla sicurezza, il 55% rispetto a orari e ritmi e il 53% rispetto alla conseguente possibilità di conciliare il lavoro con la propria vita privata. Una percentuale altissima, l&#8217;88%, ha dichiarato di non essere soddisfatto del grado di coinvolgimento nelle decisioni aziendali, e una percentuale quasi altrettanto alta, 75%, non è soddisfatta della possibilità di fare carriera. Tra i lavoratori italiani, il 30% teme che la società multietnica crei disoccupazione e abbassi i salari e il 40% ritiene che la clandestinità favorisca lo sfruttamento e quindi una concorrenza tra gli italiani garantiti e protetti dai contratti e gli irregolari, ricattabili e sottopagati. Dal rapporto della Banca d&#8217;Italia sull&#8217;economia lombarda emerge un&#8217;altra notevole differenza, questa volta anagrafica: quasi l&#8217;80% dei lavoratori immigrati nella regione ha meno di 45 anni, contro il 63% per gli italiani. L&#8217;Eco di Bergamo da parte sua ha posto alcune domande sul tema a Laura Sabbadini, dirigente Istat per il settore qualità della vita. Alla domanda, tra le altre, se i lavoratori stranieri non rubino il posto agli italiani Sabbadini ribatte: &#8220;La risposta è no, non sembra proprio che stia succedendo. Gli stranieri crescono nelle professioni non qualificate, gli italiani diminuiscono nelle professioni tecniche, intellettuali, dirigenziali, tra gli operai e i piccoli imprenditori. Le professioni degli stranieri sono diverse: badanti, braccianti, agricoltori, collaboratori domestici e via dicendo. I nostri studi dicono che gli stranieri continuano a svolgere queste professioni&#8221;. In tema di lavoratori immigrati va registrato inoltre il panico che hanno generato anche in Lombardia le nuove normative contro gli immigrati contenute nel ddl sicurezza. La diminuzione delle badanti costrette a lavorare al nero o degli immigrati che lavorano senza contratto per gli artigiani apporterebbe un duro colpo all&#8217;attuale sistema sociale lombardo. Secondo le stime della Cgil sono circa 50.000 le badanti che lavorano nella provincia di Milano e di queste un numero quantificabile approssimativamente in 20.000 (o anche di più) è al nero. Quelle senza permesso di soggiorno non possono essere regolarizzate in alcun modo e ora rischiano l&#8217;espulsione. Le badanti, ricorda il sindacato, non lavorano solo presso le famiglie, ma anche nelle case di riposo (oggi si chiamano Rsa) dove spesso i familiari degli assistiti sono tenuti, dati i tagli finanziari, a mettere a disposizione le badanti nelle ore dei pasti e per la pulizia personale dell&#8217;anziano. Nel settore delle badanti (per la maggior parte ucraine o romene) intanto si registra una flessione dell&#8217;offerta di lavoro dovuta alla crisi, mentre il ddl sicurezza peggiora anche la loro condizione di vita generale: chi non è in regola con il permesso non si recherà presso le strutture ospedaliere in caso di necessità di cure e, inoltre, se una donna partorisce non potrà dichiarare il nascituro all&#8217;anagrafe. Il bisogno di lavoratori immigrati da sfruttare è tale che l&#8217;Unione Artigiani di Milano ha lanciato un allarme che Libero, quotidiano con pochi peli sulla lingua quando si parla di stranieri, riporta titolando: &#8220;Allarme artigiani: senza clandestini chiudiamo&#8221;. Secondo l&#8217;Unione Artigiani, citata da Libero, nel settore dell&#8217;artigianato sono circa 10.000 i lavoratori clandestini a rischio di espulsione. &#8220;Si tratta di addetti impiegati in attività artigiane che attendono di essere inseriti regolarmente nelle aziende dove già operano e che sono assolutamente indispensabili per fare funzionare migliaia di aziende nella sola provincia di Milano&#8221;, spiega Marco Accornero, segretario generale dell&#8217;associazione. Le categorie in cui sono più presenti sono quelle dell&#8217;edilizia, della produzione meccanica e dei servizi di pulizia. Le dichiarazioni riprese dal quotidiano lasciano allibiti, perché dietro ai giri di parole l&#8217;Unione Artigiani sembra ammettere che i propri associati sono massicciamente impegnati in rapporti di lavoro illegali. E intanto gli stranieri sono sempre più vittime di incidenti sul lavoro. Scrive l&#8217;Eco di Bergamo: &#8220;Mentre in Italia, complessivamente, gli infortuni sul lavoro e le morti bianche diminuiscono, crescono gli incidenti tra gli stranieri operativi sul nostro territorio&#8221;. Nel 2008 gli incidenti in Italia sono calati del 4,1% rispetto all&#8217;anno precedente, e i casi mortali del 7,2%. Gli infortuni di lavoratori stranieri, però, sono passati da 140.785 a 143.651 e oggi rappresentano il 16,4% del totale. I casi mortali di occupati stranieri sono leggermente diminuiti (da 178 a 176), ma rappresentano il 15,7% del totale, contro il 14,7% dell&#8217;anno precedente e il 12,5% del 2006. A Brescia gli infortuni di stranieri sono stati addirittura pari al 25,4% del totale e le morti bianche al 26,5%. A titolo di esempio, solamente nella giornata del 14 luglio sono rimasti vittima di incidenti mortali o gravissimi sul lavoro in Lombardia ben tre lavoratori stranieri: a Peschiera Borromeo è morto schiacciato da un pilone il muratore albanese Shpetim Hoxha, di 45 anni, nell&#8217;Oltrepo pavese un operaio tunisino, anche lui di 41 anni, è stato ricoverato in gravi condizioni in rianimazione dopo una caduta in cantiere, mentre a Piancamuno, in Valcamonica, è morto travolto da un manufatto di cemento un operaio peruviano di appena 21 anni.</p>
<p>(questo Diario della crisi in Lombardia è stato redatto sulla base di un sistematico sfoglio della stampa locale lombarda dall&#8217;8 giugno al 17 luglio 2009)</p>
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		<title>Diario della crisi in Lombardia, 11 maggio</title>
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		<pubDate>Mon, 11 May 2009 12:37:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milanointernazionale</dc:creator>
				<category><![CDATA[=>   Notizie e approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[Cassa integrazione]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoratori immigrati]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>L&#8217;ondata di rinnovi della cassa integrazione &#8211; Dove la crisi colpisce più duramente &#8211; Ma il peggio è davvero passato? &#8211; Immigrati, precariato, lavoro nero ed evasione &#8211; L&#8217;Italia precaria e sfruttata &#8211; Malpensa, da aeroporto a fabbrica di esuberi e di cassa integrazione &#8211; Settore edilizio in forte calo</strong></p>
<p><span id="more-488"></span></p>
<p style="text-align:center;">****</p>
<p><strong>L&#8217;ondata di rinnovi della cassa integrazione</strong></p>
<p>Da un mese a questa parte i grandi mezzi di comunicazione continuano a parlare di &#8220;luce in fondo al tunnel&#8221; e di una crisi che avrebbe ormai superato il suo punto peggiore. Le notizie che provengono dal territorio, così come d&#8217;altronde anche le statistiche su produzione e prodotto interno lordo, dipingono un quadro completamente diverso (si vedano più sotto anche i dati generali relativi alla Lombardia e alle sue province). Molte delle aziende lombarde in crisi che avevano avviato le 13 settimane di cassa integrazione ordinaria all&#8217;inizio dell&#8217;anno hanno deciso nell&#8217;ultimo mese un rinnovo di altre 13 settimane, mentre altre imprese che erano già in crisi e avevano adottato tipologie diverse di misure temporanee sperando in una ripresa degli ordinativi, hanno avviato la cassa integrazione o la mobilità. La <strong><span style="text-decoration:underline;">It Parker</span></strong> di Veniano, in provincia di Como, ha prorogato di altre sette settimane la cassa integrazione ordinaria per 497 operai e impiegati, mentre alcuni lavoratori si sono dimessi, altri sono stati licenziati e i contratti a termine non sono stati rinnovati. L&#8217;azienda, che produce tubi per escavatori, ha deciso la proroga della cassa perché persiste il calo dei volumi degli ordini (-50%). La <strong><span style="text-decoration:underline;">Italpresse</span></strong> di Bagnatica, in provincia di Bergamo, ha richiesto a metà marzo il rinnovo della cassa integrazione ordinaria per 132 dipendenti su 150, dopo le 13 settimane già utilizzate dall&#8217;inizio dell&#8217;anno. Per il momento non si è giunti a un accordo con i sindacati sulle modalità di gestione del nuovo periodo di cassa. Alla <strong><span style="text-decoration:underline;">Alusteel</span></strong> di Somaglia, in provincia di Lodi, i circa cinquanta dipendenti stanno facendo altre otto settimane di cassa integrazione ordinaria, l&#8217;ultimo periodo disponibile nell&#8217;ambito delle 52 settimane previste in un biennio dalla normativa. Nel lodigiano rinnovo per altre 13 settimane della cassa integrazione ordinaria per la <strong><span style="text-decoration:underline;">Scomes</span></strong> di Castiglione d&#8217;Adda, la <strong><span style="text-decoration:underline;">Raddital</span></strong> di Fombio e la <strong><span style="text-decoration:underline;">Aseg Galloni</span></strong> di San Colombano, rispettivamente con 45, 8 e 12 dipendenti. Proroga per 13 settimane anche alla <strong><span style="text-decoration:underline;">Farina Casseforme</span></strong> a San Donato per 29 operai (&#8220;In 35 anni che faccio questo lavoro non ho mai visto una congiuntura simile. Alla fine del 2008 siamo andati sotto di colpo del 90% di fatturato&#8221;, dice il proprietario), alla <strong><span style="text-decoration:underline;">Saba Bulloneria</span></strong> di Sesto Ulteriano, 60 addetti (qui la direzione parla di calo delle esportazioni e precisa che &#8220;non ci sono segni di ripresa&#8221;) e alla <strong><span style="text-decoration:underline;">Waircom</span></strong> di Melegnano. Sempre in provincia di Lodi, la <strong><span style="text-decoration:underline;">Marcegaglia Building</span></strong> di Graffignana, che produce ponteggi, dopo avere fatto ricorso ad accordi interni che prevedevano la riduzione dei giorni di lavoro attraverso l&#8217;utilizzo delle ferie e l&#8217;anticipazione di periodi di riposo ha dovuto richiedere 13 settimane di cassa integrazione ordinaria per 75 lavoratori di fronte al persistere della crisi. Perdura la crisi anche per la <strong><span style="text-decoration:underline;">Baruffaldi</span></strong> di Tribiano, un&#8217;altra impresa che ha richiesto la proroga di 13 settimane per i propri 220 dipendenti. La direzione dell&#8217;azienda, che produce veicoli industriali, macchine utensili e macchine tessili, spiega che &#8220;il quadro economico, degli ordinativi e dell&#8217;export è rimasto esattamente uguale a quello di fine febbraio inizio marzo. Non si vedono né condizioni né segnali tangibili di un movimento positivo sia negli ordinativi dall&#8217;estero sia in quelli interni. E&#8217; importante sottolineare che nemmeno constatiamo elementi di ulteriore peggioramento dell&#8217;indotto della componentistica industriale: ci troviamo in altri termini nel pieno della stasi&#8221;. Alla <strong><span style="text-decoration:underline;">Walter Italia</span></strong>, in provincia di Como, il periodo di cassa integrazione apertosi a fine novembre scorso si è trasformato all&#8217;inizio di questo mese in mobilità per 55 dipendenti su 137. Alla <strong><span style="text-decoration:underline;">Mivar</span></strong> di Abbiategrasso, che produce televisori, è stata invece richiesta la proroga della cassa integrazione straordinaria per il secondo anno consecutivo. La condizione per ottenere il rinnovo è che almeno cento lavoratori lascino l&#8217;azienda entro luglio, alla scadenza del primo anno. Per ora hanno abbandonato volontariamente 84 dipendenti, 24 dei quali con un contratto a tempo determinato presso la Bormioli che, a sua volta, è in cassa integrazione. Rinnovo della casa per 13 settimane pure alla <strong><span style="text-decoration:underline;">Sordi</span></strong> di Montanaso (28 lavoratori), alla <strong><span style="text-decoration:underline;">Sama Inox</span></strong> di San Colombano (53 lavoratori), mentre alla <strong><span style="text-decoration:underline;">Besozzi Elettromeccanica</span></strong> di Mulazzano (40 lavoratori) il rinnovo è stato richiesto per quattro settimane. Alla <strong><span style="text-decoration:underline;">Chromavis</span></strong> di Chieve, nel cremasco (200 dipendenti, settore cosmesi) è stata richiesta la cassa integrazione per il mese di maggio a fronte di un improvviso peggioramento delle difficoltà, che secondo le previsioni avrebbe dovuto concretizzarsi con un calo degli ordinativi solo più avanti durante l&#8217;estate. Alla <strong><span style="text-decoration:underline;">Eutelia</span></strong> di Pregnana Milanese (500 dipendenti) si era fatto ricorso nel giugno scorso al contratto di solidarietà per un anno, ma la situazione è drasticamente peggiorata e si profila un rifiuto da parte dell&#8217;azienda del rinnovo per un altro anno contrariamente a quanto era stato promesso. Il contratto di solidarietà, che comporta per i dipendenti una perdita del 10% del proprio salario a fronte di una riduzione dell&#8217;orario di lavoro (e per i padroni l&#8217;ulteriore vantaggio di una detassazione del lavoro), è stato accettato dai sindacati in questi giorni alla <strong><span style="text-decoration:underline;">Csp</span></strong> di Ceresara (provincia di Mantova, 400 dipendenti) in presenza del perdurare del calo degli ordinativi e di fronte alla minaccia del licenziamento per 70 lavoratori. Accordo analogo anche alla <strong><span style="text-decoration:underline;">San Pellegrino</span></strong> del gruppo Nestlé (con stabilimenti nella bergamasca), a fronte della minaccia della proprietà di avviare la mobilità per 282 dipendenti. Per la <strong><span style="text-decoration:underline;">Agnati</span></strong> di Vimercate, in Brianza, che sembrava destinata alla chiusura totale dopo la crisi improvvisamente apertasi due mesi fa, è stato trovato un acquirente per un ramo dell&#8217;azienda: dovrebbero essere salvati 68 posti di lavoro, mentre per altri 50 dipendenti per ora c&#8217;è la cassa integrazione per un anno. Unica notizia in controtendenza è quella che riguarda la sartoria <strong><span style="text-decoration:underline;">Tam</span></strong> di San Giuliano in provincia di Lodi. Si tratta di un&#8217;impresa a conduzione familiare con 15 dipendenti che ha anticipato la chiusura del periodo di cassa di integrazione di 13 settimane in seguito alla ripresa degli ordini, ma la proprietà precisa: &#8220;non siamo in grado di dire se la ripresa si consoliderà&#8221;.</p>
<p><strong>Dove la crisi colpisce più duramente</strong></p>
<p>Impossibile citare tutte le numerosissime nuove situazioni di crisi delle ultime due-tre settimane. Riportiamo qui di seguito solo alcuni casi emblematici o di particolare gravità. Alla <strong><span style="text-decoration:underline;">Terex Comedil</span></strong> di Cusano Milanino si è chiuso con un nulla di fatto il periodo di 75 giorni per trovare un accordo alternativo ai licenziamenti, mentre continua il presidio dei 45 lavoratori che si dichiarano pronti anche a occupare lo stabilimento. Gli sforzi dell&#8217;assessore provinciale Bruno Casati, che aveva cercato e trovato acquirenti interessati a rilevare il reparto di gru automontanti, si è scontrato con il &#8220;no&#8221; della multinazionale che non vuole avere concorrenti nell&#8217;area milanese (un rifiuto uguale a quello opposto dalla Rhodia di Ceriano, e poi rientrato solo parzialmente, quando la multinazionale francese ha deciso la chiusura nell&#8217;ottobre scorso). I lavoratori hanno proposto di inviare in Abruzzo le gru inutilizzate del loro stabilimento, che la direzione Terex aveva definito &#8220;ferraglia&#8221;. Nei giorni scorsi la dirigenza della multinazionale ha anche inviato un camion per cercare di asportare le gru dalla fabbrica, ma la resistenza degli operai, e il comportamento assennato della polizia che ha fermato l&#8217;autista poiché non in possesso di un permesso della Questura, ha impedito che l&#8217;operazione venisse portata a termine. Sul caso Terex Comedil, oltre al blog degli stessi lavoratori (<a href="http://terexusaegetta.blogspot.com/" target="_blank">http://terexusaegetta.blogspot.com/</a>), segnaliamo gli articoli di Valentina Schiavoni pubblicati da &#8220;Il Faro Magazine&#8221;: <a href="http://www.ilfaromag.com/?p=3679">http://www.ilfaromag.com/?p=3679</a>, <a href="http://www.ilfaromag.com/?p=1705">http://www.ilfaromag.com/?p=1705</a>, <a href="http://www.ilfaromag.com/?p=1117">http://www.ilfaromag.com/?p=1117</a>. Situazione drammatica anche alla <strong><span style="text-decoration:underline;">Alluminium</span></strong> di Pieve Emanuele, alle porte di Milano, azienda che ha chiuso con l&#8217;affissione di un comunicato ai cancelli dopo che i dirigenti per svariati giorni erano irreperibili. Il sindaco del paese esprime solidarietà ai 172 lavoratori rimasti senza lavoro, ma li rimprovera per il loro comportamento solidale e compatto &#8220;punito&#8221; dall&#8217;azienda con la chiusura: &#8220;Avrebbero dovuto lasciare a casa 70 lavoratori, ma l&#8217;accordo non è stato siglato perché i lavoratori hanno deciso di rimanere compatti per salvare tutti i posti di lavoro&#8221;. Alla <strong><span style="text-decoration:underline;">Unilever</span></strong> di Casalpusterlengo, dove ci sono stati momenti di tensione e radicali divergenze tra i lavoratori in merito alla strategia di lotta da seguire (compromesso per salvare il salvabile od occupazione dello stabilimento) sono stati resi noti i nomi dei primi 138 operai che rimarranno a casa. Qualcuno ha sfogato la rabbia mandando in frantumi la bacheca di vetro che conteneva l&#8217;elenco. E&#8217; stato ormai quasi del tutto azzerato il reparto detergenti in polvere, che verrà delocalizzato in Romania. La multinazionale, che aveva già chiuso la sede di Milano dove erano impiegati 200 lavoratori, ha poi deciso di chiudere il customer service di Inveruno per trasferirlo a Roma, mettendo così a rischio il posto di 38 impiegati. Secondo i sindacati &#8220;la strategia di Unilever sta puntando sui contratti a termine e sul lavoro interinale&#8221;. Nello stabilimento della <strong><span style="text-decoration:underline;">Carapelli</span></strong> adiacente a quello Unilever di Inveruno sono stati messi in mobilità 37 lavoratori. In provincia di Varese è stata aperta la cassa integrazione di 13 settimane per i 390 lavoratori della <strong><span style="text-decoration:underline;">Cobra Automotive Technologies</span></strong>, dopo due mesi di riduzione oraria concordata con i sindacati, mentre la <strong><span style="text-decoration:underline;">Inca</span></strong> (settore cosmesi) ha avviato la cassa integrazione straordinaria di un anno per 150 dipendenti. Nella stessa provincia da due mesi e mezzo i circa 60 dipendenti della <strong><span style="text-decoration:underline;">Intimafashion</span></strong> non ricevono lo stipendio, mentre l&#8217;azienda non versa i contributi di previdenza integrativa e ha abolito il servizio mensa. La <strong><span style="text-decoration:underline;">Sisma</span></strong> di Olgiate, in provincia di Como (motori per elettrodomestici), dopo avere attivato l&#8217;anno scorso la cassa integrazione per due anni a fronte della delocalizzazione di quattro linee produttive in Slovacchia, ha ora richiesto otto settimane di cassa integrazione ordinaria per 580 dipendenti a seguito del calo degli ordinativi. A Vimercate va verso la chiusura la <strong><span style="text-decoration:underline;">Borghi</span></strong> dopo un anno di cassa integrazione straordinaria, lasciando sulla strada 70 dipendenti &#8211; i sindacati accusano: &#8220;Borghi è stata progressivamente svuotata a favore di altre società del gruppo&#8221;. La comasca <strong><span style="text-decoration:underline;">Ratti</span></strong>, società del settore seta quotata in borsa e con un passivo di 27 milioni di euro, sta tagliando 350 posti di lavoro. Verranno chiusi due stabilimenti in Romania (220 dipendenti) e perderanno il posto, tra gli altri, 60 dipendenti dello stabilimento di Guanzate. L&#8217;azienda non esclude altri ulteriori tagli di posti di lavoro. La <strong><span style="text-decoration:underline;">Carcano</span></strong> di Mandello (provincia di Sondrio) che produce imballaggi flessibili, manda in cassa integrazione ordinaria per 13 settimane tutti i 250 dipendenti. La decisione è legata al fatto che non sembra attenuarsi la generale situazione di crisi. Vanno in cassa integrazione ordinaria fino ad agosto anche i 220 dipendenti dei cantieri navali <strong><span style="text-decoration:underline;">Riva</span></strong> di Sarnico, in provincia di Bergamo, in seguito a un calo degli ordinativi del 30% rispetto all&#8217;anno scorso. La casa madre, il gruppo Ferretti, ha debiti per 1,1 miliardi e sta mettendo a punto con le banche un piano di ristrutturazione finanziaria. La <strong><span style="text-decoration:underline;">Honeywell</span></strong>, multinazionale che produce schede elettroniche per riscaldamento, ha deciso di trasferire la produzione nella Repubblica Ceca e di lasciare a casa 102 dipendenti degli stabilimenti di Morbegno e Oggiono, in provincia di Sondrio. C&#8217;è infine il caso della multinazionale indiana <strong><span style="text-decoration:underline;">Gammon</span></strong>, che un anno fa aveva acquistato in Italia, e soprattutto in Lombardia, partecipazioni di controllo in svariate aziende. Ora il gruppo è entrato in una grave crisi finanziaria mettendo a rischio nel nostro paese circa 1.500 posti di lavoro. In Lombardia sono coinvolte nella crisi Gammon la <strong><span style="text-decoration:underline;">Sadelmi</span></strong> di Sesto San Giovanni (90 dipendenti), la <strong><span style="text-decoration:underline;">Sae</span></strong> di Milano (30 dipendenti), la <strong><span style="text-decoration:underline;">Sofinter</span></strong> di Gallarate e Fagnano Olona (250 dipendenti), la <strong><span style="text-decoration:underline;">Ansaldo Caldaie</span></strong> di Gallarate (200 dipendenti) e, soprattutto, la storica <strong><span style="text-decoration:underline;">Franco Tosi</span></strong> di Legnano (586 dipendenti), tutte aziende che, secondo quanto scrive il Corriere della Sera, ora rischiano di scomparire.</p>
<p><strong>Ma il peggio è davvero passato?</strong></p>
<p>I dati più recenti sull&#8217;andamento dell&#8217;economia lombarda continuano purtroppo a disegnare un panorama molto fosco. Secondo dati di Unioncamere riportati dal Sole 24 Ore Lombardia, durante il primo trimestre 2009 nella regione la produzione ha registrato un tracollo dell&#8217;11,5% anno su anno. &#8220;L&#8217;attività è praticamente dimezzata, come dimostra il tasso di utilizzo degli impianti, che si avvicina pericolosamente a quota 60%&#8221;, il punto minimo del decennio, scrive il Sole. Le scorte di prodotti finiti continuano a essere eccessive (+11,3%), vale a dire che, nonostante il drastico calo di produzione, i prodotti che giaciono invenduti sono ancora troppi e non ha senso provare a incrementare la produzione. In questo contesto è scontato registrare anche una diminuzione in picchiata degli investimenti (-12,5% è la previsione per il 2009). Che il futuro non lasci ancora intravedere nulla di buono per l&#8217;economia lombarda lo dicono anche i dati sugli ordinativi: sono calati del 13,8% quelli dall&#8217;interno e del 12,1% quelli dall&#8217;estero, mentre il periodo di produzione assicurato dal portafoglio ordini è sceso ad appena 47,8 giornate. Per il 2009 è previsto un calo del prodotto interno lordo lombardo del 4%, più o meno in linea con il dato nazionale. A fronte di questa situazione un terzo delle aziende lombarde sta ricorrendo alla cassa integrazione, mentre secondo le prime stime nel primo trimestre in Lombardia circa 15.000 persone hanno perso il loro posto di lavoro (più o meno per due terzi in aziende con meno di 15 addetti). La maggior parte delle casse integrazione attualmente in corso scadrà tra fine maggio e metà luglio/metà agosto &#8211; la prima parte dell&#8217;estate sarà in generale un momento cruciale, in cui oltre all&#8217;esito delle casse ordinarie in corso, verranno pubblicati anche i dati reali sull&#8217;andamento dell&#8217;economia nel secondo trimestre. Accanto al dilagare della cassa integrazione e all&#8217;aumento dei licenziamenti va registrato anche il calo delle assunzioni. Nel primo trimestre di quest&#8217;anno nella provincia di Bergamo sono calate del 15%, mentre la media regionale lombarda è di -12,3%. Nel complesso le province della regione che sono messe peggio negli indicatori economici sono Brescia, Como, Lecco e Bergamo, mentre contengono i danni Lodi, Cremona e Sondrio. Quali sono le buone notizie? Si limitano alla minore velocità, tra l&#8217;altro registrata esclusivamente nel corso delle ultimissime settimane, del peggioramento del &#8220;sentiment&#8221;, cioè delle aspettative generali per il futuro, un indice fortemente influenzato da fattori psicologici. Gli imprenditori lombardi pessimisti superano per esempio del 28% quelli ottimisti, mentre nel trimestre scorso li superavano del 44%. La Fiom bergamasca da parte sua dichiara che non ci sono affatto segnali positivi e non sembra all&#8217;orizzonte alcuna ripresa degli ordinativi. Il numero di lavoratori bergamaschi in cassa integrazione è passato per esempio dai 6.000 di novembre, ai 17.000 di marzo ai 20.000 di aprile. La grande maggior parte delle aziende ha chiesto la cassa integrazione ordinaria per il massimo previsto di 13 settimane, &#8220;vuol dire che gli stessi imprenditori, a differenza dei vertici di Confindustria, non vedono la situazione tanto rosea&#8221;, ha dichiarato Mirco Rota della Fiom. &#8220;La situazione sta peggiorando. Tutte le grandi aziende meccaniche sono coinvolte&#8221;. Insomma, il fondo non è ancora stato toccato e nessuno sa in realtà prevedere quando verrà toccato &#8211; ci si limita a navigare a vista.</p>
<p><strong>Immigrati, precariato, lavoro nero ed evasione</strong></p>
<p>Dietro l&#8217;immagine di efficienza dei supermercati dell&#8217;Esselunga ci sono anche centinaia di pakistani. In un articolo la Repubblica riferisce del caso di Limito di Pioltello, alle porte di Milano, dove l&#8217;Esselunga ha aperto il più grande centro di smistamento d&#8217;Italia e le cooperative che lo riforniscono di manodopera impiegano principalmente pachistani. Analoga la situazione a Biandrate, in provincia di Novara, dove il nuovo grande centro di Esselunga, il magazzino del fresco, utilizza il lavoro di circa trecento pakistani. Immigrati che costano poco grazie alla soluzione del ricorso alle cooperative, ma che pagano ai caporali cifre da capogiro per aggirare gli impedimenti posti dalle autorità alla regolarizzazione degli stranieri che lavorano in Italia (fino a 8-10.000 euro di forfait più 300-400 euro su ogni salario). Dall&#8217;articolo si evince che l&#8217;Esselunga ha anche segnalato alle forze dell&#8217;ordine che alcuni lavoratori presentavano documenti ritenuti contraffatti. Accanto allo sfruttamento del lavoro precario a basso costo degli immigrati le aziende lombarde realizzano margini di utile anche grazie al lavoro nero, come segnala la Gazzetta di Mantova riguardo al caso esemplare del mantovano: &#8220;Contratti irregolari o in nero, pagamento dei contributi inesistente o in misura ridotta e mancato rispetto delle norme sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. Sono realtà che nel 2008 hanno interessato 980 lavoratori impiegati in 829 aziende, alle quali la Direzione provinciale del lavoro ha comminato sanzioni per 5 milioni e 700mila euro. Il confronto con il 2007 è da brividi: quell&#8217;anno furono scovati 90 irregolari in 48 imprese. L&#8217;impennata si spiega solo in parte con l&#8217;aumento delle ispezioni: se i controlli sono cresciuti di cinque volte, le situazioni critiche sono più che decuplicate. [...] Nella maggior parte di queste realtà produttive c&#8217;è un solo lavoratore irregolare. In questo modo, tra l&#8217;altro, le aziende evitano guai peggiori: se le infrazioni coinvolgono meno del 20% del personale non scatta la sospensione dell&#8217;attività e la vicenda si chiude pagando una multa e procedendo a regolarizzare la posizione contestata. [...] Peraltro dall&#8217;agosto scorso la legislazione è stata semplificata, alleggerendo le sanzioni per le imprese: l&#8217;importo della multa che il titolare deve pagare non è più variabile a seconda della gravità dell&#8217;infrazione, ma è uguale per tutti e limitato a 2.500 euro&#8221;. In un altro articolo, scritto da Paolo Berizzi, la Repubblica richiama l&#8217;attenzione sull&#8217;enorme volume dell&#8217;evasione fiscale nel settore edile lombardo e sul nesso con i lavoratori immigrati: &#8220;Buste paga fantasma, taroccate ad arte per ingrossare le casse sfruttando gli operai &#8211; soprattutto stranieri &#8211; e per evadere il fisco. Ottocento milioni solo in Lombardia: ottocento milioni di &#8220;nero&#8221; prodotti dalle imprese edili e sottratti alle casse dello Stato. Il 20 per cento dell&#8217; evasione complessiva nazionale: che si aggira intorno ai 4 miliardi. Basterebbe mettere le mani dentro questo sacco, passare al setaccio i conti di chi tira su case sottopagando i lavoratori, e l&#8217; erario pubblico riceverebbe una robusta boccata di ossigeno. E magari gli operai e i manovali romeni, albanesi, tunisini, marocchini &#8211; la nuova insostituibile forza lavoro nei cantieri milanesi e lombardi &#8211; avrebbero la possibilità &#8211; grazie a nuovi interventi di sostegno e formazione &#8211; di lavorare in condizioni meno disagiate. Gia`, perche&#8217; i nuovi magut oggi sono loro: gli immigrati. A Milano sono il 49 per cento [degli edili]. Un numero in continua crescita (nel 2000 erano il 15%), siamo ormai vicinissimi al superamento della percentuale di colleghi italiani. Un numero che diventa ancora piu` rotondo se si considerano gli operai inquadrati al primo livello: il 68 per cento di loro parlano una lingua diversa dalla nostra&#8221;. I dati sono tratti da un&#8217;indagine nazionale della Fillea Cgil e dimostrano chiaramente, scrive ancora Berizzi, che &#8220;l&#8217; anello debole, quello sempre piu` colpito, soprattutto di questi tempi, sono i lavoratori stranieri, sempre piu` ricattabili e sempre piu` invisibili. Il &#8220;trucchetto&#8221; degli imprenditori è sempre lo stesso, e chissa` perche&#8217; sembra quasi impossibile fermarlo. Dai dati delle casse edili risulta che a nel 2009 a Milano la media settimanale di ore lavorate in cantiere e` di 93,4, inferiore alle 115,38 del 2008 ma, soprattutto, decisamente sotto stimata rispetto alle 160 ore lavorabili al mese (in molto casi si arriva anche a 250). Tutto il lavoro che resta fuori, e` da considerarsi pagato in nero o, peggio, nei casi limite, non pagato&#8221;. Degli immigrati scrive anche Gloria Riva in un articolo pubblicato dalla Provincia di Lecco: &#8220;E&#8217; crisi un po&#8217; per tutti, ma chi paga il prezzo più salato sono perlopiù gli immigrati. [...] Giunti in Italia hanno trovato opportunità di lavoro con contratti a termine, oppure attraverso le agenzie interinali, e soprattutto nelle piccole imprese. Oggi sono loro che più facilmente perdono il posto, senza la possibilità di essere sostenuti dagli ammortizzatori sociali, perché i loro contratti sono a termine, perché le agenzie di somministrazione non hanno più lavoro da offrire e perché le piccole imprese sono le più colpite dalla crisi. Per un immigrato perdere il posto di lavoro è ancora più drammatico, perché non hanno un contesto famigliare che li sostiene, non hanno riserve economiche visto che spesso lavorano da poco tempo e inviano gran parte dei loro guadagni alla famiglia che sta nel paese di origine. Inoltre la perdita del posto può diventare un danno irreparabile per effetto della Legge Bossi Fini. Secondo questa legge un immigrato che perde il posto di lavoro può chiedere il rinnovo del permesso di soggiorno per altri sei mesi, ma se alla fine di questo periodo non troverà lavoro dovrà fare rientro nel suo paese d&#8217;origine. Queste persone, che tanto hanno faticato per essere riconosciute dalla società italiana, vengono ricacciate in clandestinità&#8221;.</p>
<p><strong>L&#8217;Italia precaria e sfruttata</strong></p>
<p>In occasione del 1° maggio il Sole 24 Ore ha pubblicato un interessante articolo di Orazio Carabini in cui si traccia un profilo dell&#8217;evolversi dell&#8217;Italia del lavoro in questi ultimi 15 anni, riportando molti dati utili anche per inquadrare la situazione lombarda. Molto opportunamente l&#8217;autore incomincia il suo pezzo ricordando la data del 23 luglio 1993, quando venne &#8220;firmato l&#8217;accordo tra le parti sociali per riformare la contrattazione, ma si avviò un processo che ha introdotto dosi crescenti di flessibilità sul mercato del lavoro. Negli ultimi 15 anni moderazione salariale ed elasticità dell&#8217;impiego del lavoro hanno prodotto un sensibile aumento dell&#8217;occupazione [come vedremo più sotto, però, per la maggior parte precaria e a reddito ridotto, con un'espulsione massiccia dei giovani dal mercato del lavoro] in un periodo di bassa crescita economica, con la conseguente stagnazione della produttività. [...] La modesta crescita delle retribuzioni reali (al netto dell&#8217;inflazione) e la maggiore flessibilità del mercato (facilità d&#8217;assunzione e d&#8217;interruzione del rapporto) assicurata da numerose leggi di riforma hanno reso più conveniente per le imprese l&#8217;utilizzo del lavoro rispetto al capitale&#8221;. In questi ultimi 15 anni il tasso d&#8217;occupazione femminile è cresciuto dal 37,8% al 47,2%, mentre per gli uomini l&#8217;aumento è stato molto più contenuto, dal 68,3% al 70,3%. Ma l&#8217;aumento per le donne è dovuto soprattutto al lavoro part-time: le lavoratrici che rientrano in questa categoria sono aumentate da 1 milione a 2,12 milioni, cioè dal 19% al 28% delle donne con un&#8217;occupazione dipendente, un fenomeno che non ha toccato la componente maschile. La percentuale dei lavoratori autonomi è rimasta stabile, ma risulta sempre altissima (25%) rispetto agli altri paesi europei (10% in media). I precari sono ormai un esercito di 2,3 milioni (il 13,2% degli occupati dipendenti) e negli ultimi 15 anni sono cresciuti del 59% rispetto a una crescita del 13% degli occupati con un contratto a tempo indeterminato. Inoltre nello stesso periodo il numero dei giovani occupati è passato da 2,5 milioni a meno di 1,5 e il tasso di disoccupazione della fascia giovanile è diventato altissimo (23,9% in Italia con una punta del 36,8% nel mezzogiorno). Sono aumentati invece i lavoratori nella fascia tra i 55 e i 64 anni in seguito alle politiche di posticipazione del pensionamento. Tra gli altri dati citati da Carabini si possono citare quelli sulla forbice delle retribuzioni tra manager, da una parte, e operai e impiegati, dall&#8217;altra (i primi 100 manager guadagnano 100 volte quanto guadagnano operai e impiegati) e quelli sugli incidenti mortali sul lavoro, in calo negli ultimissimi anni ma che confermano l&#8217;Italia di gran lunga al primo posto nella classifica Ue. Il 22 aprile lo stesso Sole 24 Ore ha pubblicato un altro interessante articolo, questa volta sui lavoratori parasubordinati, i cosiddetti &#8220;collaboratori&#8221; (i co.co.co., co.co.pro. ecc.): &#8220;guadagnano circa mille euro al mese, lavorano nella maggior parte dei casi per sette-otto mesi l&#8217;anno e quasi sempre il loro rapporto d&#8217;impiego è con un solo committente. E&#8217; il popolo dei collaboratori, poco meno di 980.000 nel 2007&#8243;. La crescita dei loro guadagni, già molto bassi, è addirittura rallentata: +4,5% nel 2005, +2% nel 2006, +0,6% nel 2007, e il reddito medio lordo di quelli tra loro che lavorano per un solo committente è attualmente di 13.340 euro (con una disparità enorme tra donne e uomini &#8211; 8.530 per le prime e 18.510 per i secondi &#8211; e punte bassissime per gli under 25 e gli under 30 &#8211; rispettivamente 3.460 euro e 6.900 euro). C&#8217;è poi tutto il mondo dei precari delle &#8220;false Partite Iva&#8221;, che secondo l&#8217;Inps sarebbero circa 1,2 milioni e percepirebbero un reddito medio lordo di 17.000 euro.</p>
<p><strong>Malpensa, da aeroporto a fabbrica di esuberi e cassa integrazione</strong></p>
<p>La crisi di Malpensa prosegue e si aggrava, ormai dimenticata da tutti i politici e gli imprenditori che si erano sgolati a favore della privatizzazione dell&#8217;Alitalia o che avevano promesso magiche soluzioni per il futuro dello scalo. Come spiega Sea, la società controllata dal Comune di Milano che gestisce l&#8217;aeroporto, &#8220;il ridimensionamento dell&#8217;operatività dei vettori che hanno consolidato l&#8217;attività nel nuovo gruppo Alitalia (Alitalia, Airone, Volare) si è concretizzato in misura superiore a quanto inizialmente prospettato, passando da 1.238 voli settimanali su Malpensa nell&#8217;estate del 2007 a 187 nell&#8217;estate di quest&#8217;anno. Oltre a determinare una consistente riduzione dei voli operati, il ridimensionamento della presenza Alitalia ha fatto passare da 7,7 milioni a 0 i passeggeri in transito su Malpensa&#8221;. I lavoratori Sea in cassa integrazione nello scalo varesino sono attualmente circa 7-800 (2.500 se si contano anche il cargo e l&#8217;indotto). E&#8217; stata inoltre recentemente avviata una procedura per 390 esuberi in Sea-Handling, dopo la preannunciata mobilità si ricorrerà per queste persone al prepensionamento. A livello globale &#8220;la Iata ha di recente rivisto al ribasso le prospettive per quest&#8217;anno per il settore, con perdite per le compagnie aeree che si aggireranno sui 3,4 miliardi di euro e con una contrazione del traffico passeggeri del 5,7%&#8221;, scrive la Repubblica. Alla situazione di crisi dei dipendenti della Sea e delle sue controllate va ad aggiungersi quella dei dipendenti degli esercizi commerciali dell&#8217;aeroporto e delle società che forniscono servizi. &#8220;Tra ristorazione, negozi, società di vigilanza e di pulizie a Malpensa lavorano 3.000 persone per 130 aziende. Questi posti sono a rischio&#8221;, ha dichiarato Renato Losio della Filcams lombarda. &#8220;Per di più, a differenza dei dipendenti Sea a casa in cassa, i lavoratori in questione non possono contare sugli ammortizzatori sociali&#8221;. Finora hanno perso il lavoro circa 100 dipendenti dell&#8217;indotto, dopo la chiusura dei punti di vendita di Valentino, Diesel e Trussardi. Secondo il Corriere della Sera sarebbero in procinto di andarsene anche Bulgari, Hermes, Johnny Lambs e Gucci. Di fronte a questa situazione i media più ligi al governo (tv e giornali) ricorrono a imbarazzanti sotterfugi propagandistici. Ad aprile molti di loro hanno gridato all&#8217;inversione di tendenza, dopo i primi tre mesi 2009 in cui si erano registrati continui cali dei viaggiatori rispetto all&#8217;anno precedente, quando nei primi giorni del mese di aprile è stato registrato un aumento di circa il 10%. In realtà, come tra l&#8217;altro aveva spiegato lo stesso presidente di Sea, Giuseppe Bonomi, l&#8217;aumento è dovuto esclusivamente al fatto che quest&#8217;anno la Pasqua (uno dei momenti di massimo traffico dell&#8217;anno) è caduta in aprile e non in marzo come l&#8217;anno scorso.</p>
<p><strong>Settore edilizio in forte calo</strong></p>
<p>Se negli Stati Uniti la bolla immobiliare è scoppiata ormai da tempo, in Italia e in Lombardia si registra per ora solo una frenata, le cui conseguenze sono tuttavia già molto pesanti. Ne scrive in un articolo l&#8217;Eco di Bergamo: &#8220;[In Lombardia] nel 2008 si è interrotta una fase di crescita decennale. Dal 1998 al 2007 gli investimenti in costruzioni sono saliti in Lombardia del 26,3% rispetto alla crescita del 17,2% del prodotto interno lordo della regione, ma nel 2008 sono scesi dell&#8217;1,1% a 25,4 miliardi di euro&#8221;, mentre per il 2009 si prevede una flessione ben più drastica, pari al 4,8%. Il maggiore calo lo si registra nel settore delle opere pubbliche, ma vanno male anche la nuova edilizia abitativa e le costruzioni non residenziali private, mentre è più contenuta la frenata dei lavori di manutenzione e recupero. Preoccupanti anche le stime sull&#8217;occupazione nel settore, che quest&#8217;anno dovrebbe subire una flessione del 5,1%: su un organico stimato a fine 2008 in 342.000 persone significa circa 17.000 lavoratori in meno, con un ritorno ai livelli di occupazione del 2004. Il quotidiano osserva infine: &#8220;Che girino meno soldi, poi, è confermato anche dal calo di compravendite di abitazioni (meno 16,6% in Lombardia e meno 20,3% a Bergamo) con una flessione più pronunciata nei comuni capoluogo&#8221;.</p>
<p>(fonti: Provincia Como, 23 aprile, 25 aprile, 29 aprile, 5 maggio; Eco di Bergamo, 22 aprile, 24 aprile, 29 aprile, 30 aprile; Cittadino di Lodi, 24 aprile, 28 aprile, 29 aprile, 30 aprile, 6 maggio; Provincia Cremona e Crema, 1 maggio; Gazzetta di Mantova, 24 aprile, 5 maggio; Dnews Bergamo, 6 maggio; Giorno, 24 aprile, 26 aprile, 28 aprile, 1 maggio, 5 maggio; Provincia Varese, 22 aprile; Prealpina, 23 aprile; Nuovo Giornale di Bergamo, 5 maggio; Corriere della Sera, 30 aprile; Repubblica, 8 aprile, 6 maggio; Provincia Lecco, 29 aprile; Sole 24 Ore, 29 aprile, 1 maggio; Stampa, 23 aprile)</p>
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		<title>Milano Internazionale &#8211; Cronache &#8211; N. 16 del 4 aprile 2009</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Apr 2009 16:22:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milanointernazionale</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Cassa integrazione]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal"><span>SOMMARIO:</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>1) DIARIO DELLA CRISI IN LOMBARDIA AL 4 APRILE 2009</span></p>
<p class="MsoNormal">
<p><strong><span>Cooperative e lavoro precario -</span></strong><strong><span> Cassa integrazione, mobilità e altro nell&#8217;industria -</span></strong><strong><span> Non solo industria, ma anche servizi</span></strong><strong><span> &#8211; </span></strong><strong><span>Le cifre sulla crisi nelle varie province &#8211; </span></strong><strong><span>Scuola: da settembre 4.000 insegnanti in meno &#8211; </span></strong><strong><span>Lavoratori immigrati sfruttati e senza diritti &#8211; </span></strong><strong><span>Crisi e mobbing</span></strong><strong></strong><strong><span> </span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><span> <span id="more-318"></span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span> </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>1) DIARIO DELLA CRISI IN LOMBARDIA AL 4 APRILE 2009</span></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span>Cooperative e lavoro precario -</span></strong><strong><span> Cassa integrazione, mobilità e altro nell&#8217;industria -</span></strong><strong><span> Non solo industria, ma anche servizi</span></strong><strong><span> &#8211; </span></strong><strong><span>Le cifre sulla crisi nelle varie province &#8211; </span></strong><strong><span>Scuola: da settembre 4.000 insegnanti in meno &#8211; </span></strong><strong><span>Lavoratori immigrati sfruttati e senza diritti &#8211; </span></strong><strong><span>Crisi e mobbing</span></strong></p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal"><strong><span><br />
</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><span> </span></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span>Cooperative e lavoro precario</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><span>Cominciamo questa nuova puntata della rubrica &#8220;Diario della crisi in Lombardia&#8221; con una breve rassegna di notizie<span> </span>che riguardano le cooperative e il lavoro precario. In un articolo il Cittadino di Monza riporta alcune testimonianze di sindacalisti della Cgil e della Cisl sul mondo delle cooperative. &#8220;Le cooperative stanno pagando uno dei prezzi più alti della crisi economica: soprattutto quelle sociali sono le prime che vengono tagliate dai comuni, in un momento come questo. Le ricadute [...] sono maggiori perché le cooperative si fondano essenzialmente su forme di lavoro più o meno precario&#8221;. Il Cittadino di Monza riporta poi due casi esemplari di lavoratrici di cooperative. Giovanna lavora per due cooperative di pulizie, che non rispettano il contratto, le hanno tolto delle ore e non le pagano la benzina. Nel mese di febbraio ha lavorato per due cooperative percependo in tutto solo 362 euro. Maria ha lavorato per una cooperativa che gestisce una casa di riposo e, dopo i primi mesi in cui tutto andava bene, si è vista imporre condizioni inaccettabili: &#8220;la malattia per i primi tre giorni non veniva retribuita, e poi al 50% con la domenica non pagata; ci venivano tolti i quattro giorni di permesso retribuiti e in più la retribuzione sulla mezz&#8217;ora di pausa. La retribuzione si aggirava sui 900 euro e il lavoro era massacrante. Eravamo cinque operatori su un piano di quaranta ospiti, con un infermiere e un medico. Se qualcuno di noi si assentava per malattia non veniva sostituito&#8221;. Tra le aziende che esternalizzano a cooperative parte del lavoro ci sono nomi molto noti, come per esempio la <strong><span style="text-decoration:underline;">Upim</span></strong>. Il 30 marzo dieci lavoratori su 180 della cooperative Start Coop e Log-Med, che gestiscono la logistica e la movimentazione delle merci presso il magazzino di Levate della catena Upim, sono stati licenziati dopo avere scioperato per protestare contro i continui ritardi nei pagamenti di stipendi, ferie e permessi che si verificano fin dall&#8217;ottobre scorso. &#8220;In seguito alla protesta, attraverso telefonate a ogni dipendente, i responsabili delle due cooperative hanno intimato il rientro al lavoro il giorno seguente, cioè sabato, per recuperare le ore lavorative perdute&#8221;, racconta il segretario generale della Filt Cgil, Cesare Beretta. Molti, preoccupati, si sono ripresentati sul luogo di lavoro: &#8220;Gli altri&#8221;, prosegue Beretta, &#8220;ieri hanno avuto una brutta sorpresa: per loro infatti i cancelli del magazzino sono rimasti chiusi&#8221;. Upim, secondo quanto riferisce il Giorno, afferma di non aver giocato alcun ruolo nelle presunte pressioni per il rientro al lavoro dei dipendenti delle due cooperative. Alcuni giorni prima, il 21 marzo, c&#8217;era stato il caso dei 110 lavoratori immigrati di due cooperative del consorzio Ytaka di Segrate che lavorano su commesse del <strong><span style="text-decoration:underline;">gruppo Sma</span></strong> (supermercati), lasciati da un giorno all&#8217;altro a casa perché quest&#8217;ultimo ha tagliato ogni rapporto con le cooperative dopo il coinvolgimento del consorzio in un&#8217;inchiesta sulla ndrangheta. Per svariate notti i lavoratori, che non prendono lo stipendio da 50 giorni, hanno organizzato un presidio giorno e notte per cercare di salvare il loro posto di lavoro. Una nuova cooperativa si è detta disposta in un primo momento ad assumere 80 lavoratori, poi ha accettato di assumerli tutti, ma propone contratti al ribasso. La Sma non vuole commentare la vicenda. Dopo che i lavoratori hanno manifestato in silenzio per giorni, l&#8217;azienda ha chiesto l&#8217;intervento delle forze dell&#8217;ordine per evitare disordini. Il Giorno segnala anche il caso dello stabilimento <strong><span style="text-decoration:underline;">Lindt</span></strong> di Magenta, dove una delle due cooperative alle quali l&#8217;azienda ha appaltato i settori imballaggio e carico e scarico potrebbe lasciare il sito entro fine mese. I sindacati di base Cub ha organizzato un presidio per capire quante persone lavorano nello stabilimento, che tipo di contratto hanno e se vengono pagate con regolarità. Secondo alcune testimonianze citate dal quotidiano, all&#8217;interno del centro logistico ci sono solo dieci dipendenti Lindt, la maggior parte lavora per cooperative. La Lindt preferisce non pronunciarsi riguardo ai numeri: &#8220;Non vogliamo entrare nella polemica di quanti siano i lavoratori. Conosciamo i problemi di una cooperativa. Per ogni decisione preferiamo aspettare&#8221;. Lavoratori usa e getta anche a <strong><span style="text-decoration:underline;">Malpensa</span></strong>. Il 20 marzo 23 lavoratori sono rimasti senza un&#8217;occupazione dopo il passaggio all&#8217;ennesima cooperativa a cui il colosso internazionale del catering ha esternalizzato il lavaggio e la pulizia di trolley e posate per i pasti sugli aerei. Al presidio organizzato da Cobas, Cub e Sdl, scrive la Provincia di Varese, c&#8217;erano anche questi lavoratori rimasti a casa dall&#8217;1 dicembre scorso. &#8220;Sono extracomunitari che da tre-cinque anni lavorano in questo ambito &#8216;sempre a testa bassa&#8217;. Ecco il racconto di uno di loro: &#8216;Non possiamo dire niente e chiedere spiegazioni, altrimenti ci fanno lavorare di meno; con 220 ore di lavoro al mese prendiamo tra gli 850 e i 900 euro, circa 4 euro l&#8217;ora&#8217;. Il consorzio a cui <strong><span style="text-decoration:underline;">Lsg Sky Chefs</span></strong> ha affidato l&#8217;incarico del lavaggio stoviglie cambia cooperativa a ogni pie&#8217; sospinto &#8220;e l&#8217;ultima arrivata, la Servi Gest, lo scorso 1 dicembre non ha voluto assumere queste 23 persone&#8221;. La penultima cooperativa, la Archimede Logistica) non aveva riconosciuto ai propri dipendenti nemmeno il trattamento di fine rapporto, ma poi ha perso la causa in tribunale. Dai cinque casi citati risulta chiaro che l&#8217;esternalizzazione permette ai committenti non solo di avere manodopera a costi più bassi, ma anche di avere le &#8220;mani pulite&#8221; riguardo allo sfruttamento, ai torti, alle irregolarità e ai licenziamenti effettuatu delle cooperative che lavorano per loro. Un discorso simile vale per il lavoro precario, che si sta diffondendo a macchia d&#8217;olio. Secondo dati della <strong><span style="text-decoration:underline;">Provincia di Brescia</span></strong>, nel 2008 solo il 29,2% delle assunzioni sono avvenute con un contratto a tempo indeterminato. Il 38,3% sono state fatte con un contratto a tempo determinato, il 17% grazie al lavoro interinale e il 4,9% con lavoro a progetto. Oltre il 60% dei contratti prevedono quindi una scadenza. Per le donne la situazione è ancora peggiore: solo il 21% delle assunzioni sono a tempo indeterminato e il contratto a tempo determinato riguarda il 45,45% delle assunte. Sono stati pubblicati anche dati che riguardano la <strong><span style="text-decoration:underline;">provincia di Lodi</span></strong>, dove i precari sono circa 15.000 e il loro compenso medio annuo lordo è di 9.000 euro. Il 70% di loro ha un&#8217;età compresa tra i 18 e i 27 anni e per il 40% sono diplomati, mentre una quota identica è in possesso di una laurea. Il 50% degli appartenenti a questa fascia vive ancora con i genitori.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><strong><span>Cassa integrazione, mobilità e altro nell&#8217;industria</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><span>In tutta la Lombardia continua l&#8217;ondata di cassa integrazione, mobilità e licenziamenti. Citiamo qui di seguito solo alcuni dei casi più emblematici. E&#8217; a rischio chiusura entro un paio di mesi lo stabilimento di un&#8217;azienda che è anche un marchio storico di fama mondiale, la <strong><span style="text-decoration:underline;">Moto Guzzi</span></strong> di Mandello in provincia di Lecco. L&#8217;azienda, di proprietà della Piaggio di Roberto Colaninno, da tempo aveva delocalizzato la fabbricazione dei pezzi in Cina, ora si profila all&#8217;orizzonte un trasferimento dell&#8217;intera produzione. In pochi anni i dipendenti erano già calati da 290 a 155, ora si rischia il licenziamento di quelli rimasti e una forte crisi per il notevole indotto della fabbrica. Il Giorno ha raccolto alcune testimonianze dei lavoratori. Manuel Belingheri: &#8220;Come al solito le decisioni sono prese da qualcuno che non ci fa avere, come lavoratori, una parte attiva nella situazione, poi però le conseguenze di scelte sbagliate ricadono su di noi&#8221;. Silvana D&#8217;Elia: &#8220;Ho un contratto part-time verticale, quindi lavoro solo sette mesi all&#8217;anno, ora anche questi pochi mesi di lavoro sono a rischio. Per tre anni ho lavorato qui con contratti per un&#8217;agenzia, poi per la Guzzi e poi ancora per l&#8217;agenzia. Alla fine il tempo indeterminato è arrivato solo con il part time e adesso chissà se riusciremo a fare anche questi pochi mesi&#8221;. Diego Manzoni: &#8220;Si vuole solo sfruttare il marchio, lasciare qui un negozio, un museo e fare tutto il resto altrove. Decidere del nostro futuro in due mesi significa che hanno già deciso, e ci stanno solo spingendo a lasciare il lavoro&#8221;. Chiude invece definitivamente l&#8217;azienda tessile <strong><span style="text-decoration:underline;">Giber</span></strong> di Veniano, in provincia di Como, dopo che a fine 2008 la dirigenza aveva parlato solo di alcune difficoltà e di ipotesi di riduzione del personale. Inaspettatamente invece si è arrivati alla cassa integrazione straordinaria per cessata attività per una durata di 12 mesi. Ma non si sa ancora quando partirà e quindi i lavoratori restano per il momento senza tutela sociale, economica o stipendio. L&#8217;azienda, che esisteva fin dagli anni trenta, lascia senza posto di lavoro 100 dipendenti in tutto. Situazione paradossale per i lavoratori della <strong><span style="text-decoration:underline;">Pmc</span></strong> di Casalromano in provincia di Mantova (settore moda). Dopo il pignoramento a inizio marzo dei macchinari e l&#8217;assenza di commesse, nonché gli stipendi in arretrato, il 17 marzo l&#8217;amministratore non ha consentito l&#8217;ingresso in fabbrica ai lavoratori che si apprestavano a fare la loro presenza, chiudendo loro i cancelli in faccia. Poiché l&#8217;assenza ingiustificata per tre giorni di fila comporta il licenziamento, i dipendenti (circa una ventina) chiamano da quel giorno tutte le mattine i carabinieri per fare registrare la propria presenza e l&#8217;impossibilità di accedere al luogo di lavoro. Si registra invece una svolta per la <strong><span style="text-decoration:underline;">Lares</span></strong> di Paderno Dugnano, che si occupava della produzione di circuiti stampati. I 133 dipendenti, senza stipendio né tredicesima dal mese di dicembre, stanchi della loro situazione precaria hanno presentato istanza di fallimento e ottenuto almeno la cassa integrazione straordinaria. Chiude anche la <strong><span style="text-decoration:underline;">Giardina</span></strong> di Figino Serenza, in provincia di Como, che dal 1970 produce macchine per la verniciatura. Rimangono senza lavoro 210 dipendenti, che tra l&#8217;altro non hanno ancora ricevuto gli stipendi di febbraio e di marzo. Dal 6 aprile partirà la cassa integrazione straordinaria per 12 mesi. La lombarda <strong><span style="text-decoration:underline;">Regina Catene</span></strong> ha messo in cassa integrazione ordinaria a zero ore circa 300 lavoratori. 65 lavoratori dello stabilimento di Dervio, in provincia di Lecco, verranno poi spostati allo stabilimento di Cernusco Lombardone. La proprietà ha rifiutato ogni indennità ai lavoratori che perderanno circa 2 ore ogni giorno per raggiungere la loro nuova sede di lavoro, offrendo solo un servizio di trasporto in pulmino. A forte rischio di chiusura è invece un&#8217;azienda tra le più antiche della Lombardia ancora in attività, la <strong><span style="text-decoration:underline;">ex Caprott</span></strong>i di Albiate, in Brianza, fondata addirittura nel 1830. Il Gruppo Albini, che la aveva acquistata nel 2000 con l&#8217;obiettivo dichiarato di rilanciarne la produzione, ha comunicato l&#8217;intenzione di sopprimere il polo produttivo brianzolo e si parla con insistenza di una probabile contemporanea apertura di un polo di produzione in Egitto. La notizia è arrivata ai 186 lavoratori dopo trenta settimane di cassa integrazione ordinaria. A fine marzo è stato firmato l&#8217;atto di fallimento della <strong><span style="text-decoration:underline;">ex Falck</span></strong> di Dongo, in provincia di Como, dopo che il 4 marzo scorso era stato siglato un accordo per cassa integrazione straordinaria di sei mesi che aveva alimentato le speranze in qualche spiraglio di risoluzione. &#8220;Negli ultimi anni è stato un susseguirsi di cambi di denominazioni e un fiorire di società &#8216;scatola&#8217;&#8221;, ha denunciato l&#8217;ex sindaco Claudio Poncia. Come in altri casi (per esempio quello dell&#8217;<strong><span style="text-decoration:underline;">ex Arsenale di Pavia</span></strong>) anche a Dongo però la crisi si intreccia con progetti di speculazione edilizia, come spiega la Provincia di Como: &#8220;A pesare sul futuro di un possibile rilancio, anche le scelte urbanistiche. L&#8217;amministrazione comunale ha infatti approvato un piano integrato che autorizza il cambio di destinazione d&#8217;uso dell&#8217;area portuale dello stabilimento, trasformandola quindi da industriale a residenziale. Si tratta di 40.000 metri quadrati dove si affacciano i capannoni dismessi di oltre 57.000 metri cubi. Lì dovrebbero sorgere più di 42.000 metri cubi di appartamenti, una piazza per il mercato, un museo, un parcheggio. Una scelta che, per il sindacato, preclude ogni interesse a rilevare l&#8217;attività&#8221;. Si profila la chiusura anche per la <strong><span style="text-decoration:underline;">Terex-Comedil</span></strong> di Cusano Milanino, i cui lavoratori sono stati negli ultimi mesi tra i più battaglieri nel difendere il proprio posto. Dal 25 aprile dovrebbe scattare per loro la mobilità, nello stesso momento in cui la multinazionale Terex ha decurtato del 10% lo stipendio di tutti i propri dipendenti a livello mondiale. A comunicare la notizia è stata l&#8217;amministratrice delegata di Terex-Comedil, Martina Moritch, presentatasi allo stabilimento presidiato dai 45 lavoratori scortata da polizia e carabinieri, con la presenza anche di agenti in borghese. Il quotidiano il Giorno ripercorre in breve la storia dello stabilimento: &#8220;Il sito produttivo viene avviato nel 1927 da Peter Ferro. L&#8217;azienda nel 2000 è acquistata dalla multinazionale americana Terex. Tra il 2001 e il 2006 raddoppia la produzione di gru, tanto che nel 2007 ha fatturato 25 milioni di euro. Nel 2008 i ricavi si riducono a 17 milioni di euro. I lavoratori hanno fatto sacrifici: hanno accettato i permessi e le ferie forzate, quattro di loro hanno detto di sì al trasferimento nella casa madre di Pordenone, gli altri hanno accettato l&#8217;accordo che mandava in cassa integrazione 27 persone. Ma a Natale la Terex ha rotto l&#8217;accordo annunciando il licenziamento&#8221;. Alla <strong><span style="text-decoration:underline;">Marcegaglia</span></strong> di Graffignana, dove si producono ponteggi, l&#8217;azienda ha avviato una riduzione dei giorni di lavoro, senza però fare ricorso alla cassa integrazione: per ogni dipendente fino a metà maggio ci sarà una riduzione del lavoro fino a un massimo di 120 ore: 60 ore coperte dai permessi annui retribuiti, le altre 60 ore invece dovranno essere recuperate entro la fine del 2010. I lavoratori coinvolti sono 114 operai e 18 impiegati, ma, scrive l&#8217;Avvenire, &#8220;questo provvedimento non sembra però bastare&#8221;. Si parla molto di stretta creditizia e di banche che non effettuano finanziamenti, ma in alcuni casi il loro intervento si rivela deleterio per i lavoratori. E&#8217; il caso della <strong><span style="text-decoration:underline;">Riri</span></strong> (accessori per la moda) che ha due stabilimenti in provincia di Sondrio, a Tirano e a Manerbio. Nel giugno del 2008 il gruppo Riri, di proprietà svizzera, era passato alla società di investimento italiana Sofipe Sgr, che fa parte del gruppo Unicredit. Ora è allo studio un nuovo piano industriale con il quale la società vuole creare un polo nel settore degli accessori della moda tramite la concentrazione dei due stabilimenti, il che significherebbe con ogni probabilità un drastico taglio dei dipendenti, che attualmente sono 250. A Bergamo un colosso dell&#8217;industria italiana, <strong><span style="text-decoration:underline;">Italcementi</span></strong>, ha messo in mobilità 81 dipendenti su circa 900 della propria sede, per &#8220;adeguare i ritmi produttivi e contenere per quanto possibile i costi di struttura [...], un intervento minimo ed essenziale tenuto conto dell&#8217;attuale situazione di grave crisi&#8221;, come scrive l&#8217;Eco di Bergamo. Un altro colosso, l&#8217;<strong><span style="text-decoration:underline;">Italtel</span></strong> ha presentato il piano industriale per i prossimi tre anni che prevede una riduzione di personale: 450 lavoratori in meno sui 2.320 occupati. Il sindacato ha organizzato un presidio di protesta presso il sito di Castelletto dove negli anni &#8217;60 e &#8217;70 lavoravano circa 30.000 addetti, mentre ora ne sono rimasti solo 1.000. Presidio anche dei lavoratori della <strong><span style="text-decoration:underline;">Nokia Siemens</span></strong> di Cinisello Balsamo, alle porte di Milano. Il centro di ricerca locale sarà oggetto del progetto della multinazionale svedese che prevede la delocalizzazione di quasi tutte le attività produttive e di ricerca in Cina, India e Vietnam.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><strong><span>Non solo industria, ma anche servizi</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><span>Aumentano i casi di cassa integrazione o mobilità che riguardano il settore dei servizi, oppure tecnici e impiegati. I 70 lavoratori cassintegrati della <strong><span style="text-decoration:underline;">Borghi</span></strong> di Vimercate, in Brianza (trasporti hi-tech), hanno protestato davanti al municipio della loro città. Sono in standby dal giugno scorso e non percepiscono l&#8217;indennità di cassa da tre mesi. A fine maggio scadrà poi la cassa straordinaria di un anno e la proprietà ha avviato la mobilità per tutti i dipendenti, che però non intendono avallare l&#8217;operazione. I lavoratori erano già stati trasferiti nel 2007 da Peschiera a Vimercate, assorbendo licenziati della Logistic Service di Cavenago, ex Siemens. &#8220;Ci avevano garantito lavoro, ci siamo ritrovati all&#8217;inferno&#8221;, si lamentano i lavoratori. Dopo l&#8217;avvio della procedura di mobilità nel febbraio scorso, i sindacati hanno firmato in questi giorni con la <strong><span style="text-decoration:underline;">Metro</span></strong> un accordo che prevede 195 esuberi (inizialmente avrebbero dovuto essere 295), 20 dei quali presso la sede San Donato Milanese. A fronte della riduzione significativa degli esuberi i sindacati hanno accettato una diminuzione media del premio di produttività del 50% per tutto il 2009. Il 3 aprile hanno scioperato i lavoratori della <strong><span style="text-decoration:underline;">Omnia</span></strong> (call center) di Milano, saliti agli onori delle cronache alcuni giorni prima per un&#8217;accesa e lunga discussione con l&#8217;amministratore delegato della società che era stata paragonata ai &#8220;sequestri di dirigenti&#8221; effettuati a più riprese dai lavoratori francesi negli ultimi tempi. Il nuovo socio Ti-Cam sta facendo arrivare i primi stipendi in arretrato, ma la cosa non è bastata a fare rientrare lo sciopero dopo lunghi mesi di salari e tredicesime in ritardo, nonché di promesse non mantenute. Un gruppo consistente secondo il Giorno, ma solo il 25% dei lavoratori secondo i sindacati, ha lavorato ugualmente ed è stato accolto dai fischi dei colleghi in sciopero. Alessandro Genovesi, segretario nazionale della Slc Cgil ha dichiarato che i lavoratori non hanno mai pensato di &#8220;sequestrare&#8221; l&#8217;amministratore di Omnia, aggiungendo che &#8220;i lavoratori in questo paese, per fortuna, non sono arrivati a forme estreme di pressione come quelle francesi, perché vi è un sindacato serio e responsabile come la Cgil&#8221;. A Bergamo la crisi fa il suo ingresso nel settore alberghiero. L&#8217;<strong><span style="text-decoration:underline;">Hotel Excelsior San Marco</span></strong>, uno degli alberghi di riferimento della città, con 155 camere, un centro congressi e due ristoranti, ha chiesto un anno di cassa integrazione per 11 dipendenti sui 53 in organico a causa del calo del volume d&#8217;affari. Il settore alberghiero, spiega la Filcams Cgil, ha subito una riduzione delle presenze che in certi casi è arrivata persino al 30-40%. Nei giorni scorsi è arrivata sul tavolo del sindacato bergamasco un&#8217;altra richiesta di cassa integrazione da parte di un albergo, anche se più contenuta: si tratta dell&#8217;<strong><span style="text-decoration:underline;">Hotel Parigi</span></strong> di Dalmine. Vanno in mobilità 14 dipendenti su 25 della <strong><span style="text-decoration:underline;">Orobica Pesca</span></strong> di Bergamo, azienda leader nel settore ittico. Anche se la mobilità riguarda per la maggior parte operai, va rilevato che la crisi della società è un riflesso del calo della domanda proveniente dal settore della ristorazione. L&#8217;azienda ha dichiarato inoltre l&#8217;intenzione di esternalizzare le attività che non fanno parte del suo core business. Davanti alla sede milanese di Assolombarda hanno manifestato il 2 aprile circa una trentina di ingegneri della <strong><span style="text-decoration:underline;">Sadelmi</span></strong> di Sesto San Giovanni, che si occupa da oltre 60 anni della progettazione di impianti per il settore energetico. L&#8217;azienda naviga in cattive acque e sono a rischio, tra dirigenti e dipendenti, circa 130 posti di lavoro, in parte a Ravenna (30) e per la maggioranza a Sesto (90). Lo stesso giorno i circa 400 lavoratori (per la maggior parte ricercatori) del <strong><span style="text-decoration:underline;">Nerviano Medical Sciences (Nms)</span></strong> hanno bloccato il traffico della statale del Sempione per circa un&#8217;ora, dopo che negli ultimi giorni si stanno facendo sempre più concreti i rischi di liquidazione di questo centro di ricerca oncologico controllato dalla Congregazione dei Figli dell&#8217;Immacolata Concezione (Vaticano), che l&#8217;aveva ricevuto gratuitamente dalla multinazionale Pfizer nel 2004 insieme a una &#8220;dote&#8221; di 200 milioni di euro. Ora il centro si ritrova senza fondi e sono a rischio gli stipendi di aprile. Il quotidiano DNews racconta attraverso gli occhi di Francesca Di Gioia, 35 anni, la storia emblematica della multinazionale giapponese <strong><span style="text-decoration:underline;">Pentax Italia</span></strong>, che ha chiuso la sua sede di Milano lasciando a casa 7 dipendenti su 9. Francesca era stata assunta otto mesi fa, dopo avere rifiutato altre proposte più convenienti, perché il marchio Pentax faceva pensare a un lavoro più sicuro nel tempo. &#8220;Il 20 febbraio scorso il presidente di Pentax Italia, Enrico Bassanti è entrato in ufficio e senza neppure sedersi ha annunciato &#8216;l&#8217;azienda chiude, mi dispiace dovervi dare questa notizia&#8217;. &#8216;Non ci ha neppure guardato in faccia&#8217;, ricorda Francesca. Dopo la comunicazione-lampo Bassani è partito per le Maldive. Francesca era assistente del direttore commerciale e guadagnava bene, ora, nonostante i 10 anni di professionalità, ai suoi curriculum rispondono solo con proposte di posti di terzo o quarto livello, mentre lei viene da un primo. &#8216;Dovrò svendermi. Guadagnerò 450 euro in meno al mese, proprio quelli che pago per l&#8217;affitto di casa a Brugherio&#8217;. Ancora peggiori le prospettive di una sua collega: &#8216;Grazia ha 52 anni, chi riceve il suo curriculum la scarta se guarda la data di nascita&#8217;. Per completare il panorama segnaliamo che la Provincia di Lecco ha pubblicato un&#8217;intervista a Marco Brigatti, che alla Cgil si occupa di lavoratori atipici e professionisti, nella quale si rileva come il taglio delle spese da parte delle famiglie e delle aziende stia colpendo anche i <strong><span style="text-decoration:underline;">liberi professionisti</span></strong>, i cui introiti si stanno nettamente riducendo.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><strong><span>Le cifre sulla crisi nelle varie province</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><span>Nella <strong><span style="text-decoration:underline;">provincia di Bergamo</span></strong>, secondo dati della Cgil, sono almeno 70.000, su un totale di 350.000, i dipendenti del settore manifatturiero (che rappresenta il 48% del comparto industriale bergamasco) coinvolti in forme di cassa integrazione o per i quali è già scattato il licenziamento. Luigi Bresciani, della Cgil, commenta: &#8220;In questo momento gli effetti dello tsunami economico, almeno dal punto di vista sociale, sono da noi ancora sostanzialmente limitati per la presenza di un solido retroterra familiare. Ma vi sono fasce, come gli immigrati, che stanno risentendo pesantemente della situazione. A soffrire di più in questa fase è il meccanico, che ha perso 17.000 posti di lavoro. Le procedure di cassa integrazione, inoltre, aumentano più per gli impiegati che per gli operai mentre, ormai, sono mediamente una quarantina le piccole realtà, in particolare contoterziste, che ogni giorno presentano domanda per accedere alla cassa in deroga&#8221;. In <strong><span style="text-decoration:underline;">provincia di Varese</span></strong> si fanno sentire di riflesso le grandi difficoltà economiche che sta affrontando il Canton Ticino, nella vicina Svizzera. Negli ultimi tre mesi del 2008 sono stati 1.465 i frontalieri che hanno perso l&#8217;impiego, mentre tra gennaio e febbraio quelli licenziati sono già 400. Ma altri 2.000 posti sono a rischio e centinaia di frontalieri stanno intanto già lavorando a orario ridotto. Nel <strong><span style="text-decoration:underline;">cremasco</span></strong> più della metà dei dipendenti di piccole aziende con meno di 15 dipendenti è attualmente a casa. Segnali molto preoccupanti anche da un altro indicatore, quello delle richieste di sussidi di disoccupazione. Nel 2007 erano in media 116 al mese, nel 2008 sono balzate a 174 al mese, ma dal gennaio di quest&#8217;anno sono quadruplicate e attualmente sono 507 al mese. Statistiche che, va ricordato, non tengono conto dei dipendenti delle cooperative e dei cosiddetti atipici, che rimangono a casa senza alcun ammortizzatore. La Confapi <strong><span style="text-decoration:underline;">Brianza</span></strong> ha pubblicato un&#8217;analisi congiunturale delle piccole imprese della propria zona relativa al secondo semestre 2008. L&#8217;unico dato positivo è quello di un aumento degli investimenti del 14,3% ma, precisa la Confapi, &#8220;l&#8217;aumento degli investimenti, soprattutto in una fase iniziale di crisi, non è così anomalo. Bisognerà vedere invece cosa accadrà nel lungo periodo&#8221;. Gli altri dati sono tutti da Caporetto. Gli ordini sono calati del 46,43%, sia quelli interni sia quelli per le esportazioni (peggiorati in particolare gli ordini per le esportazioni verso i paesi extracomunitari). L&#8217;occupazione è in calo del 14,9%, la produzione del 41,07% e il fatturato totale del 28,57%. Le previsioni degli imprenditori brianzoli per il primo semestre 2009 sono ancora più nere: ordini -57,14%, produzione -55,36%, fatturato -57,14% occupazione -25%, con un segno meno anche per gli investimenti, finora in positivo (-3,57%). Commenta Stefano Valvason di Confapi: &#8220;Gli imprenditori cercano di resistere facendo ricorso alla cassa integrazione per non perdere i propri collaboratori che rappresentano un patrimonio importantissimo per le imprese. Si cerca di contrarre le spese salvaguardando l&#8217;occupazione e solo quando non si riesce più a far fronte alla situazione si è costretti a ridimensionare gli organici. Logico che le cose sono destinate a peggiorare più la crisi durerà a lungo&#8221;.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><strong><span>Scuola: da settembre 4.000 insegnanti in meno</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><span>La Repubblica scrive che &#8220;nelle scuole lombarde da settembre ci saranno 4.000 insegnanti in meno, tagliati dal governo per contenere la spesa. Alle elementari se ne vanno 696 maestre, alle superiori 1.047 professori. Ma il prezzo più caro lo pagano le scuole medie con un decimo dei posti persi, 2.255 cattedre tagliate rispetto alle 23.000 attuali. E intanto gli studenti aumentano: nel prossimo anno scolastico sui banchi ci saranno 9.000 studenti in più, 12.000 se si considerano anche i bimbi delle materne. Oltre alla mancata riconferma degli insegnanti precari, con la Uil-Scuola che parla di 5.000 contratti atipici a rischio, i tagli produrranno una girandola di trasferimenti: docenti costretti a lasciare la loro sede per andare a tappare i buchi lasciati dai precari che hanno perso il lavoro&#8221;. C&#8217;è in più il rischio di non riuscire a coprire la richiesta, pressoché totale (99% delle famiglie), del tempo pieno alle elementari. Solo una settimana prima della pubblicazione di tali dati, il presidente della regione e ciellino-forza italia Roberto Formigoni aveva assicurato: &#8220;Grazie a un accordo con la Gelmini, in Lombardia sarà confermato l&#8217;organico dell&#8217;anno in corso&#8221;.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>(fonte: Repubblica, 26 marzo 2009)</span></p>
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<p class="MsoNormal"><strong><span>Lavoratori immigrati sfruttati e senza diritti</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><span>Una settantina di immigrati sikh hanno preso parte a un&#8217;assemblea organizzata a Romano, in provincia di Bergamo, dalla Cgil-Flai (agroindustria). Quasi tutti lavorano in aziende agricole della bassa bergamasca. Uno di loro, Sokhyvinder Singh, è delegato Cgil e racconta: &#8220;E&#8217; la paura di perdere un salario che frena i miei connazionali [nel denunciare lo sfruttamento]. E così si va avanti lavorando sette giorni su sette, facendo dodici ore al giorno, senza alcun riposo settimanale e con paghe da operaio comune non specializzato in mungitura, che altrimenti darebbe diritto al premio di produzione. Quando un lavoratore viene assunto al nero incombe sempre la possibilità che in caso di infortunio si inneschino dei meccanismi di penalizzazione del dipendente&#8221;. E&#8217; il caso di G. Singh, che non dice per esteso il suo nome, come spiega l&#8217;Eco di Bergamo, &#8216;altrimenti è la volta che nessuno mi da più lavoro&#8217;. E&#8217; in Italia da undici anni, abita con la moglie e i due figli a Fontanella, ma fino allo scorso 6 febbraio faceva il mungitore in un&#8217;azienda agricola di Camisano (Cremona): &#8220;Lavoravo in nero dopo essere stato occupato per alcuni anni regolarmente in un&#8217;altra stalla. Attendevo di essere assunto ma quel giorno il calcio di una mucca mi ha schiacciato due dita contro una grata di ferro: ho perso il mignolo e l&#8217;anulare della mano destra, poi riattaccati con un&#8217;operazione, ma non so se riuscirò più a muoverli. La cosa più triste è che l&#8217;agricoltore mi ha detto di denunciare che mi ero fatto male per strada e non in azienda perché non voleva problemi&#8221;. A Brignano, sempre in provincia di Bergamo, il locale sindaco leghista Giuseppe Ferri ha deliberato la corresponsione di un assegno di 500 euro per un massimo di tre mesi ai disoccupati che risiedono sul territorio del comune da almeno 5 anni e hanno avuto un rapporto di lavoro di durata analoga. Solo che l&#8217;assegno vale solo per i cittadini italiani, e non per i lavoratori stranieri. Oltre a discriminare i lavoratori immigrati la delibera esclude dal contributo anche i lavoratori giovani che lavorano da meno di 5 anni.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><strong><span>Crisi e mobbing</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><span>In un articolo del quotidiano E Polis, Francesca Cardia affronta il tema del mobbing parlandone con Anna Paola Jeri, psicologa del lavoro e responsabile dello sportello mobbing della Cisl di Milano. &#8220;La crisi &#8216;cancella&#8217; anche il mobbing. Le imprese tagliano e mettono i dipendenti in cassa integrazione. Hanno altri strumenti per mettere fuori dalla porta le persone &#8216;che non servono più&#8217; in altri modi. La crisi economica falcia posti di lavoro e spinge al massimo la competitività tra colleghi, innescando un meccanismo dentro il quale sono i più deboli a soccombere. Il mobbing non è sparito, è nascosto nelle maglie di un sistema dove malessere e stress la fanno da padroni. In questo momento particolare secondo la terapeuta quello che più danneggia è l&#8217;incertezza. &#8216;C&#8217;è un malessere generalizzato dettato anche dal non sapere cosa succederà&#8217;, afferma Jeri, &#8216;è la pressione del dover lavorare e di dover sostenere il confronto con gli altri per non finire tra quelli che verranno espulsi dal mercato: le aziende si trovano con un sacco di esuberi e spesso lasciano le persone a bagnomaria&#8217;. E&#8217; cambiato anche il target di persone che si presentano a chiedere aiuto, &#8216;ormai sono tantissimi i giovani, tra i 22 e i 35 anni&#8217;. Secondo Corrado Andreoli, responsabile dello sportello mobbing della Cgil di Milano, &#8216;questa competitività esasperata scatena una sorta di selezione naturale tra i lavoratori, tanto che i più deboli soccombono e per le aziende è più facile scegliere chi tenere e chi mandare via. Se ci fosse più coesione tra i lavoratori queste dinamiche verrebbero spezzate, scardinate dalla forza del gruppo. La fabbrica era un luogo di forti legami e relazioni, ora non è più così&#8217;&#8221;.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>(fonti: Cittadino di Monza, 2 aprile; Il Giorno, 21 marzo, 24 marzo, 25 marzo, 26 marzo, 27 marzo, 28 marzo, 31 marzo, 3 aprile, 4 aprile; L&#8217;Unità, 21 marzo; Brescia Oggi, 31 marzo; Provincia Varese, 21 marzo, 28 marzo; Provincia Como, 20 marzo, 29 marzo, 4 aprile; Corriere di Como, 20 marzo; Voce di Mantova, 18 marzo; Gazzetta di Mantova, 29 marzo; Provincia Lecco, 26 marzo, 1 aprile; L&#8217;Eco di Bergamo, 25 marzo, 26 marzo, 4 aprile; Avvenire, 3 aprile; Provincia Cremona e Crema, 30 marzo; E Polis, 23 marzo; DNews, 24 marzo)</span></p>
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