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	<title>Milano Internazionale &#187; Lavoro</title>
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		<title>Milano Internazionale &#8211; Cronache &#8211; N. 16 del 4 aprile 2009</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Apr 2009 16:22:39 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[SOMMARIO: 1) DIARIO DELLA CRISI IN LOMBARDIA AL 4 APRILE 2009 Cooperative e lavoro precario - Cassa integrazione, mobilità e altro nell&#8217;industria - Non solo industria, ma anche servizi &#8211; Le cifre sulla crisi nelle varie province &#8211; Scuola: da settembre 4.000 insegnanti in meno &#8211; Lavoratori immigrati sfruttati e senza diritti &#8211; Crisi e [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&blog=7100082&post=318&subd=milanointernazionale&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal"><span>SOMMARIO:</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>1) DIARIO DELLA CRISI IN LOMBARDIA AL 4 APRILE 2009</span></p>
<p class="MsoNormal">
<p><strong><span>Cooperative e lavoro precario -</span></strong><strong><span> Cassa integrazione, mobilità e altro nell&#8217;industria -</span></strong><strong><span> Non solo industria, ma anche servizi</span></strong><strong><span> &#8211; </span></strong><strong><span>Le cifre sulla crisi nelle varie province &#8211; </span></strong><strong><span>Scuola: da settembre 4.000 insegnanti in meno &#8211; </span></strong><strong><span>Lavoratori immigrati sfruttati e senza diritti &#8211; </span></strong><strong><span>Crisi e mobbing</span></strong><strong></strong><strong><span> </span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><span> <span id="more-318"></span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span> </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>1) DIARIO DELLA CRISI IN LOMBARDIA AL 4 APRILE 2009</span></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span>Cooperative e lavoro precario -</span></strong><strong><span> Cassa integrazione, mobilità e altro nell&#8217;industria -</span></strong><strong><span> Non solo industria, ma anche servizi</span></strong><strong><span> &#8211; </span></strong><strong><span>Le cifre sulla crisi nelle varie province &#8211; </span></strong><strong><span>Scuola: da settembre 4.000 insegnanti in meno &#8211; </span></strong><strong><span>Lavoratori immigrati sfruttati e senza diritti &#8211; </span></strong><strong><span>Crisi e mobbing</span></strong></p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal"><strong><span><br />
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<p class="MsoNormal"><span> </span></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span>Cooperative e lavoro precario</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><span>Cominciamo questa nuova puntata della rubrica &#8220;Diario della crisi in Lombardia&#8221; con una breve rassegna di notizie<span> </span>che riguardano le cooperative e il lavoro precario. In un articolo il Cittadino di Monza riporta alcune testimonianze di sindacalisti della Cgil e della Cisl sul mondo delle cooperative. &#8220;Le cooperative stanno pagando uno dei prezzi più alti della crisi economica: soprattutto quelle sociali sono le prime che vengono tagliate dai comuni, in un momento come questo. Le ricadute [...] sono maggiori perché le cooperative si fondano essenzialmente su forme di lavoro più o meno precario&#8221;. Il Cittadino di Monza riporta poi due casi esemplari di lavoratrici di cooperative. Giovanna lavora per due cooperative di pulizie, che non rispettano il contratto, le hanno tolto delle ore e non le pagano la benzina. Nel mese di febbraio ha lavorato per due cooperative percependo in tutto solo 362 euro. Maria ha lavorato per una cooperativa che gestisce una casa di riposo e, dopo i primi mesi in cui tutto andava bene, si è vista imporre condizioni inaccettabili: &#8220;la malattia per i primi tre giorni non veniva retribuita, e poi al 50% con la domenica non pagata; ci venivano tolti i quattro giorni di permesso retribuiti e in più la retribuzione sulla mezz&#8217;ora di pausa. La retribuzione si aggirava sui 900 euro e il lavoro era massacrante. Eravamo cinque operatori su un piano di quaranta ospiti, con un infermiere e un medico. Se qualcuno di noi si assentava per malattia non veniva sostituito&#8221;. Tra le aziende che esternalizzano a cooperative parte del lavoro ci sono nomi molto noti, come per esempio la <strong><span style="text-decoration:underline;">Upim</span></strong>. Il 30 marzo dieci lavoratori su 180 della cooperative Start Coop e Log-Med, che gestiscono la logistica e la movimentazione delle merci presso il magazzino di Levate della catena Upim, sono stati licenziati dopo avere scioperato per protestare contro i continui ritardi nei pagamenti di stipendi, ferie e permessi che si verificano fin dall&#8217;ottobre scorso. &#8220;In seguito alla protesta, attraverso telefonate a ogni dipendente, i responsabili delle due cooperative hanno intimato il rientro al lavoro il giorno seguente, cioè sabato, per recuperare le ore lavorative perdute&#8221;, racconta il segretario generale della Filt Cgil, Cesare Beretta. Molti, preoccupati, si sono ripresentati sul luogo di lavoro: &#8220;Gli altri&#8221;, prosegue Beretta, &#8220;ieri hanno avuto una brutta sorpresa: per loro infatti i cancelli del magazzino sono rimasti chiusi&#8221;. Upim, secondo quanto riferisce il Giorno, afferma di non aver giocato alcun ruolo nelle presunte pressioni per il rientro al lavoro dei dipendenti delle due cooperative. Alcuni giorni prima, il 21 marzo, c&#8217;era stato il caso dei 110 lavoratori immigrati di due cooperative del consorzio Ytaka di Segrate che lavorano su commesse del <strong><span style="text-decoration:underline;">gruppo Sma</span></strong> (supermercati), lasciati da un giorno all&#8217;altro a casa perché quest&#8217;ultimo ha tagliato ogni rapporto con le cooperative dopo il coinvolgimento del consorzio in un&#8217;inchiesta sulla ndrangheta. Per svariate notti i lavoratori, che non prendono lo stipendio da 50 giorni, hanno organizzato un presidio giorno e notte per cercare di salvare il loro posto di lavoro. Una nuova cooperativa si è detta disposta in un primo momento ad assumere 80 lavoratori, poi ha accettato di assumerli tutti, ma propone contratti al ribasso. La Sma non vuole commentare la vicenda. Dopo che i lavoratori hanno manifestato in silenzio per giorni, l&#8217;azienda ha chiesto l&#8217;intervento delle forze dell&#8217;ordine per evitare disordini. Il Giorno segnala anche il caso dello stabilimento <strong><span style="text-decoration:underline;">Lindt</span></strong> di Magenta, dove una delle due cooperative alle quali l&#8217;azienda ha appaltato i settori imballaggio e carico e scarico potrebbe lasciare il sito entro fine mese. I sindacati di base Cub ha organizzato un presidio per capire quante persone lavorano nello stabilimento, che tipo di contratto hanno e se vengono pagate con regolarità. Secondo alcune testimonianze citate dal quotidiano, all&#8217;interno del centro logistico ci sono solo dieci dipendenti Lindt, la maggior parte lavora per cooperative. La Lindt preferisce non pronunciarsi riguardo ai numeri: &#8220;Non vogliamo entrare nella polemica di quanti siano i lavoratori. Conosciamo i problemi di una cooperativa. Per ogni decisione preferiamo aspettare&#8221;. Lavoratori usa e getta anche a <strong><span style="text-decoration:underline;">Malpensa</span></strong>. Il 20 marzo 23 lavoratori sono rimasti senza un&#8217;occupazione dopo il passaggio all&#8217;ennesima cooperativa a cui il colosso internazionale del catering ha esternalizzato il lavaggio e la pulizia di trolley e posate per i pasti sugli aerei. Al presidio organizzato da Cobas, Cub e Sdl, scrive la Provincia di Varese, c&#8217;erano anche questi lavoratori rimasti a casa dall&#8217;1 dicembre scorso. &#8220;Sono extracomunitari che da tre-cinque anni lavorano in questo ambito &#8216;sempre a testa bassa&#8217;. Ecco il racconto di uno di loro: &#8216;Non possiamo dire niente e chiedere spiegazioni, altrimenti ci fanno lavorare di meno; con 220 ore di lavoro al mese prendiamo tra gli 850 e i 900 euro, circa 4 euro l&#8217;ora&#8217;. Il consorzio a cui <strong><span style="text-decoration:underline;">Lsg Sky Chefs</span></strong> ha affidato l&#8217;incarico del lavaggio stoviglie cambia cooperativa a ogni pie&#8217; sospinto &#8220;e l&#8217;ultima arrivata, la Servi Gest, lo scorso 1 dicembre non ha voluto assumere queste 23 persone&#8221;. La penultima cooperativa, la Archimede Logistica) non aveva riconosciuto ai propri dipendenti nemmeno il trattamento di fine rapporto, ma poi ha perso la causa in tribunale. Dai cinque casi citati risulta chiaro che l&#8217;esternalizzazione permette ai committenti non solo di avere manodopera a costi più bassi, ma anche di avere le &#8220;mani pulite&#8221; riguardo allo sfruttamento, ai torti, alle irregolarità e ai licenziamenti effettuatu delle cooperative che lavorano per loro. Un discorso simile vale per il lavoro precario, che si sta diffondendo a macchia d&#8217;olio. Secondo dati della <strong><span style="text-decoration:underline;">Provincia di Brescia</span></strong>, nel 2008 solo il 29,2% delle assunzioni sono avvenute con un contratto a tempo indeterminato. Il 38,3% sono state fatte con un contratto a tempo determinato, il 17% grazie al lavoro interinale e il 4,9% con lavoro a progetto. Oltre il 60% dei contratti prevedono quindi una scadenza. Per le donne la situazione è ancora peggiore: solo il 21% delle assunzioni sono a tempo indeterminato e il contratto a tempo determinato riguarda il 45,45% delle assunte. Sono stati pubblicati anche dati che riguardano la <strong><span style="text-decoration:underline;">provincia di Lodi</span></strong>, dove i precari sono circa 15.000 e il loro compenso medio annuo lordo è di 9.000 euro. Il 70% di loro ha un&#8217;età compresa tra i 18 e i 27 anni e per il 40% sono diplomati, mentre una quota identica è in possesso di una laurea. Il 50% degli appartenenti a questa fascia vive ancora con i genitori.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span> </span></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span>Cassa integrazione, mobilità e altro nell&#8217;industria</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><span>In tutta la Lombardia continua l&#8217;ondata di cassa integrazione, mobilità e licenziamenti. Citiamo qui di seguito solo alcuni dei casi più emblematici. E&#8217; a rischio chiusura entro un paio di mesi lo stabilimento di un&#8217;azienda che è anche un marchio storico di fama mondiale, la <strong><span style="text-decoration:underline;">Moto Guzzi</span></strong> di Mandello in provincia di Lecco. L&#8217;azienda, di proprietà della Piaggio di Roberto Colaninno, da tempo aveva delocalizzato la fabbricazione dei pezzi in Cina, ora si profila all&#8217;orizzonte un trasferimento dell&#8217;intera produzione. In pochi anni i dipendenti erano già calati da 290 a 155, ora si rischia il licenziamento di quelli rimasti e una forte crisi per il notevole indotto della fabbrica. Il Giorno ha raccolto alcune testimonianze dei lavoratori. Manuel Belingheri: &#8220;Come al solito le decisioni sono prese da qualcuno che non ci fa avere, come lavoratori, una parte attiva nella situazione, poi però le conseguenze di scelte sbagliate ricadono su di noi&#8221;. Silvana D&#8217;Elia: &#8220;Ho un contratto part-time verticale, quindi lavoro solo sette mesi all&#8217;anno, ora anche questi pochi mesi di lavoro sono a rischio. Per tre anni ho lavorato qui con contratti per un&#8217;agenzia, poi per la Guzzi e poi ancora per l&#8217;agenzia. Alla fine il tempo indeterminato è arrivato solo con il part time e adesso chissà se riusciremo a fare anche questi pochi mesi&#8221;. Diego Manzoni: &#8220;Si vuole solo sfruttare il marchio, lasciare qui un negozio, un museo e fare tutto il resto altrove. Decidere del nostro futuro in due mesi significa che hanno già deciso, e ci stanno solo spingendo a lasciare il lavoro&#8221;. Chiude invece definitivamente l&#8217;azienda tessile <strong><span style="text-decoration:underline;">Giber</span></strong> di Veniano, in provincia di Como, dopo che a fine 2008 la dirigenza aveva parlato solo di alcune difficoltà e di ipotesi di riduzione del personale. Inaspettatamente invece si è arrivati alla cassa integrazione straordinaria per cessata attività per una durata di 12 mesi. Ma non si sa ancora quando partirà e quindi i lavoratori restano per il momento senza tutela sociale, economica o stipendio. L&#8217;azienda, che esisteva fin dagli anni trenta, lascia senza posto di lavoro 100 dipendenti in tutto. Situazione paradossale per i lavoratori della <strong><span style="text-decoration:underline;">Pmc</span></strong> di Casalromano in provincia di Mantova (settore moda). Dopo il pignoramento a inizio marzo dei macchinari e l&#8217;assenza di commesse, nonché gli stipendi in arretrato, il 17 marzo l&#8217;amministratore non ha consentito l&#8217;ingresso in fabbrica ai lavoratori che si apprestavano a fare la loro presenza, chiudendo loro i cancelli in faccia. Poiché l&#8217;assenza ingiustificata per tre giorni di fila comporta il licenziamento, i dipendenti (circa una ventina) chiamano da quel giorno tutte le mattine i carabinieri per fare registrare la propria presenza e l&#8217;impossibilità di accedere al luogo di lavoro. Si registra invece una svolta per la <strong><span style="text-decoration:underline;">Lares</span></strong> di Paderno Dugnano, che si occupava della produzione di circuiti stampati. I 133 dipendenti, senza stipendio né tredicesima dal mese di dicembre, stanchi della loro situazione precaria hanno presentato istanza di fallimento e ottenuto almeno la cassa integrazione straordinaria. Chiude anche la <strong><span style="text-decoration:underline;">Giardina</span></strong> di Figino Serenza, in provincia di Como, che dal 1970 produce macchine per la verniciatura. Rimangono senza lavoro 210 dipendenti, che tra l&#8217;altro non hanno ancora ricevuto gli stipendi di febbraio e di marzo. Dal 6 aprile partirà la cassa integrazione straordinaria per 12 mesi. La lombarda <strong><span style="text-decoration:underline;">Regina Catene</span></strong> ha messo in cassa integrazione ordinaria a zero ore circa 300 lavoratori. 65 lavoratori dello stabilimento di Dervio, in provincia di Lecco, verranno poi spostati allo stabilimento di Cernusco Lombardone. La proprietà ha rifiutato ogni indennità ai lavoratori che perderanno circa 2 ore ogni giorno per raggiungere la loro nuova sede di lavoro, offrendo solo un servizio di trasporto in pulmino. A forte rischio di chiusura è invece un&#8217;azienda tra le più antiche della Lombardia ancora in attività, la <strong><span style="text-decoration:underline;">ex Caprott</span></strong>i di Albiate, in Brianza, fondata addirittura nel 1830. Il Gruppo Albini, che la aveva acquistata nel 2000 con l&#8217;obiettivo dichiarato di rilanciarne la produzione, ha comunicato l&#8217;intenzione di sopprimere il polo produttivo brianzolo e si parla con insistenza di una probabile contemporanea apertura di un polo di produzione in Egitto. La notizia è arrivata ai 186 lavoratori dopo trenta settimane di cassa integrazione ordinaria. A fine marzo è stato firmato l&#8217;atto di fallimento della <strong><span style="text-decoration:underline;">ex Falck</span></strong> di Dongo, in provincia di Como, dopo che il 4 marzo scorso era stato siglato un accordo per cassa integrazione straordinaria di sei mesi che aveva alimentato le speranze in qualche spiraglio di risoluzione. &#8220;Negli ultimi anni è stato un susseguirsi di cambi di denominazioni e un fiorire di società &#8216;scatola&#8217;&#8221;, ha denunciato l&#8217;ex sindaco Claudio Poncia. Come in altri casi (per esempio quello dell&#8217;<strong><span style="text-decoration:underline;">ex Arsenale di Pavia</span></strong>) anche a Dongo però la crisi si intreccia con progetti di speculazione edilizia, come spiega la Provincia di Como: &#8220;A pesare sul futuro di un possibile rilancio, anche le scelte urbanistiche. L&#8217;amministrazione comunale ha infatti approvato un piano integrato che autorizza il cambio di destinazione d&#8217;uso dell&#8217;area portuale dello stabilimento, trasformandola quindi da industriale a residenziale. Si tratta di 40.000 metri quadrati dove si affacciano i capannoni dismessi di oltre 57.000 metri cubi. Lì dovrebbero sorgere più di 42.000 metri cubi di appartamenti, una piazza per il mercato, un museo, un parcheggio. Una scelta che, per il sindacato, preclude ogni interesse a rilevare l&#8217;attività&#8221;. Si profila la chiusura anche per la <strong><span style="text-decoration:underline;">Terex-Comedil</span></strong> di Cusano Milanino, i cui lavoratori sono stati negli ultimi mesi tra i più battaglieri nel difendere il proprio posto. Dal 25 aprile dovrebbe scattare per loro la mobilità, nello stesso momento in cui la multinazionale Terex ha decurtato del 10% lo stipendio di tutti i propri dipendenti a livello mondiale. A comunicare la notizia è stata l&#8217;amministratrice delegata di Terex-Comedil, Martina Moritch, presentatasi allo stabilimento presidiato dai 45 lavoratori scortata da polizia e carabinieri, con la presenza anche di agenti in borghese. Il quotidiano il Giorno ripercorre in breve la storia dello stabilimento: &#8220;Il sito produttivo viene avviato nel 1927 da Peter Ferro. L&#8217;azienda nel 2000 è acquistata dalla multinazionale americana Terex. Tra il 2001 e il 2006 raddoppia la produzione di gru, tanto che nel 2007 ha fatturato 25 milioni di euro. Nel 2008 i ricavi si riducono a 17 milioni di euro. I lavoratori hanno fatto sacrifici: hanno accettato i permessi e le ferie forzate, quattro di loro hanno detto di sì al trasferimento nella casa madre di Pordenone, gli altri hanno accettato l&#8217;accordo che mandava in cassa integrazione 27 persone. Ma a Natale la Terex ha rotto l&#8217;accordo annunciando il licenziamento&#8221;. Alla <strong><span style="text-decoration:underline;">Marcegaglia</span></strong> di Graffignana, dove si producono ponteggi, l&#8217;azienda ha avviato una riduzione dei giorni di lavoro, senza però fare ricorso alla cassa integrazione: per ogni dipendente fino a metà maggio ci sarà una riduzione del lavoro fino a un massimo di 120 ore: 60 ore coperte dai permessi annui retribuiti, le altre 60 ore invece dovranno essere recuperate entro la fine del 2010. I lavoratori coinvolti sono 114 operai e 18 impiegati, ma, scrive l&#8217;Avvenire, &#8220;questo provvedimento non sembra però bastare&#8221;. Si parla molto di stretta creditizia e di banche che non effettuano finanziamenti, ma in alcuni casi il loro intervento si rivela deleterio per i lavoratori. E&#8217; il caso della <strong><span style="text-decoration:underline;">Riri</span></strong> (accessori per la moda) che ha due stabilimenti in provincia di Sondrio, a Tirano e a Manerbio. Nel giugno del 2008 il gruppo Riri, di proprietà svizzera, era passato alla società di investimento italiana Sofipe Sgr, che fa parte del gruppo Unicredit. Ora è allo studio un nuovo piano industriale con il quale la società vuole creare un polo nel settore degli accessori della moda tramite la concentrazione dei due stabilimenti, il che significherebbe con ogni probabilità un drastico taglio dei dipendenti, che attualmente sono 250. A Bergamo un colosso dell&#8217;industria italiana, <strong><span style="text-decoration:underline;">Italcementi</span></strong>, ha messo in mobilità 81 dipendenti su circa 900 della propria sede, per &#8220;adeguare i ritmi produttivi e contenere per quanto possibile i costi di struttura [...], un intervento minimo ed essenziale tenuto conto dell&#8217;attuale situazione di grave crisi&#8221;, come scrive l&#8217;Eco di Bergamo. Un altro colosso, l&#8217;<strong><span style="text-decoration:underline;">Italtel</span></strong> ha presentato il piano industriale per i prossimi tre anni che prevede una riduzione di personale: 450 lavoratori in meno sui 2.320 occupati. Il sindacato ha organizzato un presidio di protesta presso il sito di Castelletto dove negli anni &#8217;60 e &#8217;70 lavoravano circa 30.000 addetti, mentre ora ne sono rimasti solo 1.000. Presidio anche dei lavoratori della <strong><span style="text-decoration:underline;">Nokia Siemens</span></strong> di Cinisello Balsamo, alle porte di Milano. Il centro di ricerca locale sarà oggetto del progetto della multinazionale svedese che prevede la delocalizzazione di quasi tutte le attività produttive e di ricerca in Cina, India e Vietnam.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span> </span></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span>Non solo industria, ma anche servizi</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><span>Aumentano i casi di cassa integrazione o mobilità che riguardano il settore dei servizi, oppure tecnici e impiegati. I 70 lavoratori cassintegrati della <strong><span style="text-decoration:underline;">Borghi</span></strong> di Vimercate, in Brianza (trasporti hi-tech), hanno protestato davanti al municipio della loro città. Sono in standby dal giugno scorso e non percepiscono l&#8217;indennità di cassa da tre mesi. A fine maggio scadrà poi la cassa straordinaria di un anno e la proprietà ha avviato la mobilità per tutti i dipendenti, che però non intendono avallare l&#8217;operazione. I lavoratori erano già stati trasferiti nel 2007 da Peschiera a Vimercate, assorbendo licenziati della Logistic Service di Cavenago, ex Siemens. &#8220;Ci avevano garantito lavoro, ci siamo ritrovati all&#8217;inferno&#8221;, si lamentano i lavoratori. Dopo l&#8217;avvio della procedura di mobilità nel febbraio scorso, i sindacati hanno firmato in questi giorni con la <strong><span style="text-decoration:underline;">Metro</span></strong> un accordo che prevede 195 esuberi (inizialmente avrebbero dovuto essere 295), 20 dei quali presso la sede San Donato Milanese. A fronte della riduzione significativa degli esuberi i sindacati hanno accettato una diminuzione media del premio di produttività del 50% per tutto il 2009. Il 3 aprile hanno scioperato i lavoratori della <strong><span style="text-decoration:underline;">Omnia</span></strong> (call center) di Milano, saliti agli onori delle cronache alcuni giorni prima per un&#8217;accesa e lunga discussione con l&#8217;amministratore delegato della società che era stata paragonata ai &#8220;sequestri di dirigenti&#8221; effettuati a più riprese dai lavoratori francesi negli ultimi tempi. Il nuovo socio Ti-Cam sta facendo arrivare i primi stipendi in arretrato, ma la cosa non è bastata a fare rientrare lo sciopero dopo lunghi mesi di salari e tredicesime in ritardo, nonché di promesse non mantenute. Un gruppo consistente secondo il Giorno, ma solo il 25% dei lavoratori secondo i sindacati, ha lavorato ugualmente ed è stato accolto dai fischi dei colleghi in sciopero. Alessandro Genovesi, segretario nazionale della Slc Cgil ha dichiarato che i lavoratori non hanno mai pensato di &#8220;sequestrare&#8221; l&#8217;amministratore di Omnia, aggiungendo che &#8220;i lavoratori in questo paese, per fortuna, non sono arrivati a forme estreme di pressione come quelle francesi, perché vi è un sindacato serio e responsabile come la Cgil&#8221;. A Bergamo la crisi fa il suo ingresso nel settore alberghiero. L&#8217;<strong><span style="text-decoration:underline;">Hotel Excelsior San Marco</span></strong>, uno degli alberghi di riferimento della città, con 155 camere, un centro congressi e due ristoranti, ha chiesto un anno di cassa integrazione per 11 dipendenti sui 53 in organico a causa del calo del volume d&#8217;affari. Il settore alberghiero, spiega la Filcams Cgil, ha subito una riduzione delle presenze che in certi casi è arrivata persino al 30-40%. Nei giorni scorsi è arrivata sul tavolo del sindacato bergamasco un&#8217;altra richiesta di cassa integrazione da parte di un albergo, anche se più contenuta: si tratta dell&#8217;<strong><span style="text-decoration:underline;">Hotel Parigi</span></strong> di Dalmine. Vanno in mobilità 14 dipendenti su 25 della <strong><span style="text-decoration:underline;">Orobica Pesca</span></strong> di Bergamo, azienda leader nel settore ittico. Anche se la mobilità riguarda per la maggior parte operai, va rilevato che la crisi della società è un riflesso del calo della domanda proveniente dal settore della ristorazione. L&#8217;azienda ha dichiarato inoltre l&#8217;intenzione di esternalizzare le attività che non fanno parte del suo core business. Davanti alla sede milanese di Assolombarda hanno manifestato il 2 aprile circa una trentina di ingegneri della <strong><span style="text-decoration:underline;">Sadelmi</span></strong> di Sesto San Giovanni, che si occupa da oltre 60 anni della progettazione di impianti per il settore energetico. L&#8217;azienda naviga in cattive acque e sono a rischio, tra dirigenti e dipendenti, circa 130 posti di lavoro, in parte a Ravenna (30) e per la maggioranza a Sesto (90). Lo stesso giorno i circa 400 lavoratori (per la maggior parte ricercatori) del <strong><span style="text-decoration:underline;">Nerviano Medical Sciences (Nms)</span></strong> hanno bloccato il traffico della statale del Sempione per circa un&#8217;ora, dopo che negli ultimi giorni si stanno facendo sempre più concreti i rischi di liquidazione di questo centro di ricerca oncologico controllato dalla Congregazione dei Figli dell&#8217;Immacolata Concezione (Vaticano), che l&#8217;aveva ricevuto gratuitamente dalla multinazionale Pfizer nel 2004 insieme a una &#8220;dote&#8221; di 200 milioni di euro. Ora il centro si ritrova senza fondi e sono a rischio gli stipendi di aprile. Il quotidiano DNews racconta attraverso gli occhi di Francesca Di Gioia, 35 anni, la storia emblematica della multinazionale giapponese <strong><span style="text-decoration:underline;">Pentax Italia</span></strong>, che ha chiuso la sua sede di Milano lasciando a casa 7 dipendenti su 9. Francesca era stata assunta otto mesi fa, dopo avere rifiutato altre proposte più convenienti, perché il marchio Pentax faceva pensare a un lavoro più sicuro nel tempo. &#8220;Il 20 febbraio scorso il presidente di Pentax Italia, Enrico Bassanti è entrato in ufficio e senza neppure sedersi ha annunciato &#8216;l&#8217;azienda chiude, mi dispiace dovervi dare questa notizia&#8217;. &#8216;Non ci ha neppure guardato in faccia&#8217;, ricorda Francesca. Dopo la comunicazione-lampo Bassani è partito per le Maldive. Francesca era assistente del direttore commerciale e guadagnava bene, ora, nonostante i 10 anni di professionalità, ai suoi curriculum rispondono solo con proposte di posti di terzo o quarto livello, mentre lei viene da un primo. &#8216;Dovrò svendermi. Guadagnerò 450 euro in meno al mese, proprio quelli che pago per l&#8217;affitto di casa a Brugherio&#8217;. Ancora peggiori le prospettive di una sua collega: &#8216;Grazia ha 52 anni, chi riceve il suo curriculum la scarta se guarda la data di nascita&#8217;. Per completare il panorama segnaliamo che la Provincia di Lecco ha pubblicato un&#8217;intervista a Marco Brigatti, che alla Cgil si occupa di lavoratori atipici e professionisti, nella quale si rileva come il taglio delle spese da parte delle famiglie e delle aziende stia colpendo anche i <strong><span style="text-decoration:underline;">liberi professionisti</span></strong>, i cui introiti si stanno nettamente riducendo.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><strong><span>Le cifre sulla crisi nelle varie province</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><span>Nella <strong><span style="text-decoration:underline;">provincia di Bergamo</span></strong>, secondo dati della Cgil, sono almeno 70.000, su un totale di 350.000, i dipendenti del settore manifatturiero (che rappresenta il 48% del comparto industriale bergamasco) coinvolti in forme di cassa integrazione o per i quali è già scattato il licenziamento. Luigi Bresciani, della Cgil, commenta: &#8220;In questo momento gli effetti dello tsunami economico, almeno dal punto di vista sociale, sono da noi ancora sostanzialmente limitati per la presenza di un solido retroterra familiare. Ma vi sono fasce, come gli immigrati, che stanno risentendo pesantemente della situazione. A soffrire di più in questa fase è il meccanico, che ha perso 17.000 posti di lavoro. Le procedure di cassa integrazione, inoltre, aumentano più per gli impiegati che per gli operai mentre, ormai, sono mediamente una quarantina le piccole realtà, in particolare contoterziste, che ogni giorno presentano domanda per accedere alla cassa in deroga&#8221;. In <strong><span style="text-decoration:underline;">provincia di Varese</span></strong> si fanno sentire di riflesso le grandi difficoltà economiche che sta affrontando il Canton Ticino, nella vicina Svizzera. Negli ultimi tre mesi del 2008 sono stati 1.465 i frontalieri che hanno perso l&#8217;impiego, mentre tra gennaio e febbraio quelli licenziati sono già 400. Ma altri 2.000 posti sono a rischio e centinaia di frontalieri stanno intanto già lavorando a orario ridotto. Nel <strong><span style="text-decoration:underline;">cremasco</span></strong> più della metà dei dipendenti di piccole aziende con meno di 15 dipendenti è attualmente a casa. Segnali molto preoccupanti anche da un altro indicatore, quello delle richieste di sussidi di disoccupazione. Nel 2007 erano in media 116 al mese, nel 2008 sono balzate a 174 al mese, ma dal gennaio di quest&#8217;anno sono quadruplicate e attualmente sono 507 al mese. Statistiche che, va ricordato, non tengono conto dei dipendenti delle cooperative e dei cosiddetti atipici, che rimangono a casa senza alcun ammortizzatore. La Confapi <strong><span style="text-decoration:underline;">Brianza</span></strong> ha pubblicato un&#8217;analisi congiunturale delle piccole imprese della propria zona relativa al secondo semestre 2008. L&#8217;unico dato positivo è quello di un aumento degli investimenti del 14,3% ma, precisa la Confapi, &#8220;l&#8217;aumento degli investimenti, soprattutto in una fase iniziale di crisi, non è così anomalo. Bisognerà vedere invece cosa accadrà nel lungo periodo&#8221;. Gli altri dati sono tutti da Caporetto. Gli ordini sono calati del 46,43%, sia quelli interni sia quelli per le esportazioni (peggiorati in particolare gli ordini per le esportazioni verso i paesi extracomunitari). L&#8217;occupazione è in calo del 14,9%, la produzione del 41,07% e il fatturato totale del 28,57%. Le previsioni degli imprenditori brianzoli per il primo semestre 2009 sono ancora più nere: ordini -57,14%, produzione -55,36%, fatturato -57,14% occupazione -25%, con un segno meno anche per gli investimenti, finora in positivo (-3,57%). Commenta Stefano Valvason di Confapi: &#8220;Gli imprenditori cercano di resistere facendo ricorso alla cassa integrazione per non perdere i propri collaboratori che rappresentano un patrimonio importantissimo per le imprese. Si cerca di contrarre le spese salvaguardando l&#8217;occupazione e solo quando non si riesce più a far fronte alla situazione si è costretti a ridimensionare gli organici. Logico che le cose sono destinate a peggiorare più la crisi durerà a lungo&#8221;.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><strong><span>Scuola: da settembre 4.000 insegnanti in meno</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><span>La Repubblica scrive che &#8220;nelle scuole lombarde da settembre ci saranno 4.000 insegnanti in meno, tagliati dal governo per contenere la spesa. Alle elementari se ne vanno 696 maestre, alle superiori 1.047 professori. Ma il prezzo più caro lo pagano le scuole medie con un decimo dei posti persi, 2.255 cattedre tagliate rispetto alle 23.000 attuali. E intanto gli studenti aumentano: nel prossimo anno scolastico sui banchi ci saranno 9.000 studenti in più, 12.000 se si considerano anche i bimbi delle materne. Oltre alla mancata riconferma degli insegnanti precari, con la Uil-Scuola che parla di 5.000 contratti atipici a rischio, i tagli produrranno una girandola di trasferimenti: docenti costretti a lasciare la loro sede per andare a tappare i buchi lasciati dai precari che hanno perso il lavoro&#8221;. C&#8217;è in più il rischio di non riuscire a coprire la richiesta, pressoché totale (99% delle famiglie), del tempo pieno alle elementari. Solo una settimana prima della pubblicazione di tali dati, il presidente della regione e ciellino-forza italia Roberto Formigoni aveva assicurato: &#8220;Grazie a un accordo con la Gelmini, in Lombardia sarà confermato l&#8217;organico dell&#8217;anno in corso&#8221;.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>(fonte: Repubblica, 26 marzo 2009)</span></p>
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<p class="MsoNormal"><strong><span>Lavoratori immigrati sfruttati e senza diritti</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><span>Una settantina di immigrati sikh hanno preso parte a un&#8217;assemblea organizzata a Romano, in provincia di Bergamo, dalla Cgil-Flai (agroindustria). Quasi tutti lavorano in aziende agricole della bassa bergamasca. Uno di loro, Sokhyvinder Singh, è delegato Cgil e racconta: &#8220;E&#8217; la paura di perdere un salario che frena i miei connazionali [nel denunciare lo sfruttamento]. E così si va avanti lavorando sette giorni su sette, facendo dodici ore al giorno, senza alcun riposo settimanale e con paghe da operaio comune non specializzato in mungitura, che altrimenti darebbe diritto al premio di produzione. Quando un lavoratore viene assunto al nero incombe sempre la possibilità che in caso di infortunio si inneschino dei meccanismi di penalizzazione del dipendente&#8221;. E&#8217; il caso di G. Singh, che non dice per esteso il suo nome, come spiega l&#8217;Eco di Bergamo, &#8216;altrimenti è la volta che nessuno mi da più lavoro&#8217;. E&#8217; in Italia da undici anni, abita con la moglie e i due figli a Fontanella, ma fino allo scorso 6 febbraio faceva il mungitore in un&#8217;azienda agricola di Camisano (Cremona): &#8220;Lavoravo in nero dopo essere stato occupato per alcuni anni regolarmente in un&#8217;altra stalla. Attendevo di essere assunto ma quel giorno il calcio di una mucca mi ha schiacciato due dita contro una grata di ferro: ho perso il mignolo e l&#8217;anulare della mano destra, poi riattaccati con un&#8217;operazione, ma non so se riuscirò più a muoverli. La cosa più triste è che l&#8217;agricoltore mi ha detto di denunciare che mi ero fatto male per strada e non in azienda perché non voleva problemi&#8221;. A Brignano, sempre in provincia di Bergamo, il locale sindaco leghista Giuseppe Ferri ha deliberato la corresponsione di un assegno di 500 euro per un massimo di tre mesi ai disoccupati che risiedono sul territorio del comune da almeno 5 anni e hanno avuto un rapporto di lavoro di durata analoga. Solo che l&#8217;assegno vale solo per i cittadini italiani, e non per i lavoratori stranieri. Oltre a discriminare i lavoratori immigrati la delibera esclude dal contributo anche i lavoratori giovani che lavorano da meno di 5 anni.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><strong><span>Crisi e mobbing</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><span>In un articolo del quotidiano E Polis, Francesca Cardia affronta il tema del mobbing parlandone con Anna Paola Jeri, psicologa del lavoro e responsabile dello sportello mobbing della Cisl di Milano. &#8220;La crisi &#8216;cancella&#8217; anche il mobbing. Le imprese tagliano e mettono i dipendenti in cassa integrazione. Hanno altri strumenti per mettere fuori dalla porta le persone &#8216;che non servono più&#8217; in altri modi. La crisi economica falcia posti di lavoro e spinge al massimo la competitività tra colleghi, innescando un meccanismo dentro il quale sono i più deboli a soccombere. Il mobbing non è sparito, è nascosto nelle maglie di un sistema dove malessere e stress la fanno da padroni. In questo momento particolare secondo la terapeuta quello che più danneggia è l&#8217;incertezza. &#8216;C&#8217;è un malessere generalizzato dettato anche dal non sapere cosa succederà&#8217;, afferma Jeri, &#8216;è la pressione del dover lavorare e di dover sostenere il confronto con gli altri per non finire tra quelli che verranno espulsi dal mercato: le aziende si trovano con un sacco di esuberi e spesso lasciano le persone a bagnomaria&#8217;. E&#8217; cambiato anche il target di persone che si presentano a chiedere aiuto, &#8216;ormai sono tantissimi i giovani, tra i 22 e i 35 anni&#8217;. Secondo Corrado Andreoli, responsabile dello sportello mobbing della Cgil di Milano, &#8216;questa competitività esasperata scatena una sorta di selezione naturale tra i lavoratori, tanto che i più deboli soccombono e per le aziende è più facile scegliere chi tenere e chi mandare via. Se ci fosse più coesione tra i lavoratori queste dinamiche verrebbero spezzate, scardinate dalla forza del gruppo. La fabbrica era un luogo di forti legami e relazioni, ora non è più così&#8217;&#8221;.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>(fonti: Cittadino di Monza, 2 aprile; Il Giorno, 21 marzo, 24 marzo, 25 marzo, 26 marzo, 27 marzo, 28 marzo, 31 marzo, 3 aprile, 4 aprile; L&#8217;Unità, 21 marzo; Brescia Oggi, 31 marzo; Provincia Varese, 21 marzo, 28 marzo; Provincia Como, 20 marzo, 29 marzo, 4 aprile; Corriere di Como, 20 marzo; Voce di Mantova, 18 marzo; Gazzetta di Mantova, 29 marzo; Provincia Lecco, 26 marzo, 1 aprile; L&#8217;Eco di Bergamo, 25 marzo, 26 marzo, 4 aprile; Avvenire, 3 aprile; Provincia Cremona e Crema, 30 marzo; E Polis, 23 marzo; DNews, 24 marzo)</span></p>
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<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/milanointernazionale.wordpress.com/318/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/milanointernazionale.wordpress.com/318/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/milanointernazionale.wordpress.com/318/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/milanointernazionale.wordpress.com/318/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/milanointernazionale.wordpress.com/318/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/milanointernazionale.wordpress.com/318/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/milanointernazionale.wordpress.com/318/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/milanointernazionale.wordpress.com/318/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/milanointernazionale.wordpress.com/318/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/milanointernazionale.wordpress.com/318/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&blog=7100082&post=318&subd=milanointernazionale&ref=&feed=1" />]]></content:encoded>
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		<title>Milano Internazionale &#8211; Cronache &#8211; N. 15 del 16 marzo 2009</title>
		<link>http://milanointernazionale.it/2009/03/16/milano-internazionale-cronache-n-15-del-16-marzo-2009/</link>
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		<pubDate>Mon, 16 Mar 2009 14:32:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milanointernazionale</dc:creator>
				<category><![CDATA[=>   Notizie e approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[Alleanza nazionale]]></category>
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		<description><![CDATA[SOMMARIO: 1) DELIRIO LOMBARDO PER LE RONDE 2) INFRASTRUTTURE, IMMOBILI E UTILITIES A SUON DI MILIARDI 3) IL CAPITALE MILANESE E L&#8217;EUROPA ORIENTALE 4) DIARIO DELLA CRISI IN LOMBARDIA: Cassa integrazione, mobilità, contratti di solidarietà &#8211; Doppio lavoro e lavoro in nero &#8211; Lavoro interinale e precari della scuola &#8211; Crisi anche per il settore [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&blog=7100082&post=305&subd=milanointernazionale&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal"><span lang="IT">SOMMARIO:</span></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="IT">1) DELIRIO LOMBARDO PER LE RONDE</span></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="IT">2) INFRASTRUTTURE, IMMOBILI E UTILITIES A SUON DI MILIARDI</span></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="IT">3) IL CAPITALE MILANESE E L&#8217;EUROPA ORIENTALE</span></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="IT">4) DIARIO DELLA CRISI IN LOMBARDIA:</span></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span lang="IT">Cassa integrazione, mobilità, contratti di solidarietà &#8211; </span></strong><strong><span lang="IT">Doppio lavoro e lavoro in nero &#8211; </span></strong><strong><span lang="IT">Lavoro interinale e precari della scuola &#8211; </span></strong><strong><span lang="IT">Crisi anche per il settore moda e gli ambulanti &#8211; </span></strong><strong><span lang="IT">La crisi vista dalla Padania &#8211; </span></strong><strong><span lang="IT">Umiliate e offese</span></strong></p>
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<p class="MsoNormal"><span lang="IT">1) DELIRIO LOMBARDO PER LE RONDE</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span lang="IT">Il governo ha decretato l&#8217;avvio del reclutamento delle ronde da parte dei sindaci in accordo con i prefetti. Non è passata la variante originale in cui si prevedeva anche la facoltà per le ronde di girare armate, ma il termine generico &#8220;non armate&#8221; utilizzato nella versione definitiva del decreto non è sufficiente a escludere che, come già fanno le ronde esistenti, vengano utilizzati stratagemmi per aggirarlo, come l&#8217;uso di cani o di oggetti che si possono trasformare in &#8220;armi improprie&#8221;. In Lombardia si è fatta subito avanti la Lega Nord, che il 20 febbraio si è dichiarata pronta a organizzare associazioni &#8220;con centinaia di volontari&#8221;. Il leghista Matteo Salvini da parte sua afferma &#8220;abbiamo richieste da tantissimi quartieri e la grande disponibilità dei nostri iscritti&#8221;. Scavalca tutti a destra il presidente della Provincia di Milano Filippo Penati, che ha annunciato lo stanziamento di 250.000 euro per i sindaci che vogliono creare ronde di ex carabinieri e poliziotti e ha ipotizzato addirittura la creazione di ronde della Provincia stessa, da affiancare alla polizia provinciale. Il capogruppo di An nel Comune di Milano, Carlo Fidanza (e qui il particolare inquietante è che sono noti a tutti i suoi legami con i neofascisti e gli ultras di estrema destra della tifoseria Inter) ha proposto di creare ronde che pattuglino i mezzi pubblici della città per facilitare il compito di &#8220;identificare gli immigrati clandestini&#8221;. Da parte sua il ministro degli interni Roberto Maroni, durante una visita a Milano, ha aggiunto ai già citati obiettivi degli interventi delle ronde anche la sinistra che si oppone al (suo) sistema: &#8220;non mi lascerei scappare questa occasione, perché la Lombardia registra tutte le emergenze, criminalità organizzata, immigrazione clandestina, cellule legate all&#8217;estremismo islamico e ciò che resta della sinistra antagonista&#8221;.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span lang="IT">(fonti: Repubblica, 21 febbraio; Il Giornale, 21 e 24 febbraio; E Polis, 26 febbraio)</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span lang="IT">2) INFRASTRUTTURE, IMMOBILI E UTILITIES A SUON DI MILIARDI</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span lang="IT">Dopo 23 anni il progetto della Pedemontana Lombarda, l&#8217;autostrada che attraverserà l&#8217;intera regione a nord di Milano, sta arrivando in dirittura di arrivo. E&#8217; stata definita la struttura della società che realizzerà il progetto, guidata da Fabio Terragni e con primo azionista al 68% la società Serravalle controllata dalla Provincia di Milano, e secondo azionista con il 26% la banca Intesa Sanpaolo, che già in passato aveva finanziato Penati nella sua scalata a Serravalle. Ma va tenuto presente che la Provincia si è già detta intenzionata a cedere un 32% della sua quota agli altri azionisti. Degli oltre 4,5 miliardi (per ora) stimati per la realizzazione dell&#8217;opera ne sono già disponibili 1,25 a suo tempo stanziati dal governo Prodi. Perché il progetto possa partire nel marzo 2010 come previsto (la Pedemontana fa parte dell&#8217;elenco delle opere accessorie per l&#8217;Expo 2015) è necessario raccogliere almeno altri 3 miliardi di euro circa, un obiettivo difficile da conseguire nell&#8217;attuale situazione di crisi economica. Si punta comunque a raccogliere 2,6 miliardi con strumenti di credito e circa 600 milioni tramite contributi di capitale degli azionisti. I lavori per la costruzione del primo troncone sono già stati assegnati ad alcuni dei &#8220;soliti noti&#8221; delle infrastrutture lombarde e italiane più in generale: Impregilo, Argo, Astaldi e Pizzarotti. Il decreto &#8220;mille proroghe&#8221; varato di recente dal governo consente di assegnare ora appalti senza passare attraverso gare pubbliche anche per le opere di ingente valore come la Pedemontana. L&#8217;autostrada lombarda quindi con ogni probabilità inaugurerà la stagione degli appalti senza concorso e non trasparenti con la scusa del rispetto dei tempi per l&#8217;Expo 2015.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="IT"> </span></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="IT">Anche per un altro progetto miliardario, quello della Tem, cioè Tangenziale Est Milano, si sta andando alla caccia di centinaia di milioni di euro. La società costituita per la sua realizzazione, Stp, avrà un capitale di 500 milioni di euro; per coprire il costo totale previsto del progetto, 1,5 miliardi di euro si attingerà a 1 miliardo di crediti, che devono ancora essere reperiti e anche qui si tratta di un compito difficile in tempi di crisi. Anche la Stp è guidata da Fabio Terragni, il quale ha dichiarato che per trovare soldi si sta &#8220;già ragionando con la Cassa depositi e prestiti&#8221;, l&#8217;ente pubblico il cui capitale di oltre 100 miliardi di euro è costituito in massima parte dai risparmi di clienti di Poste Italiane e, per una parte più limitata, da soldi delle fondazioni bancarie. I privati che contribuiranno con i loro crediti alla Tem potranno contare su un rendimento del 9,5% annuo e su una concessione dalla durata record di 50 anni. L&#8217;alto rendimento è dovuto al fatto che alla gara per il progetto non si è presentato nessuno a parte la stessa società Tem e quindi non ci sono stati ribassi (per maggior particolare sulla &#8220;gara&#8221; si veda &#8220;Tangenziale Esterna di Milano senza concorrenti&#8221;, in Milano Internazionale Cronache n. 2 del 15 novembre 2008). Il costo stimato attualmente come pari a 1,5 miliardi dal consulente Biis (braccio per il finanziamento delle infrastrutture di Intesa Sanpaolo e azionista della società di progetto stessa) &#8220;facilmente potrà crescere nel passaggio al progetto definitivo&#8221;, scrive il Corriere Economia, che precisa che &#8220;anche sui flussi di traffico, colpiti dalla recessione, le previsioni sono quanto mai ardue&#8221;. La società di progetto per la Tem è anch&#8217;essa controllata dalla Provincia di Milano e tra gli azionisti, oltre alla già citata Biis, vi sono Impregilo e Pizzarotti, nonché alcune cooperative &#8220;rosse&#8221; della galassia Legacoop. Insomma, Pedemontana e Tem sono, sia per struttura azionaria sia per tipologia di progetto, quasi la stessa cosa.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="IT"> </span></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="IT">Alcuni aggiornamenti anche sui progetti di speculazione edilizia in senso più stretto. Si apre uno spiraglio per il megaprogetto Cerba, il centro di ricerca voluto da Umberto Veronesi su un&#8217;area di 610.000 mq e che dovrebbe gettare una valanga di cemento nel Parco Sud, accanto all&#8217;Istituto Europeo di Oncologia diretto dallo stesso Veronesi. Regione, Comune e Provincia di Milano hanno firmato con la Fondazione Cerba (Mediobanca, Intesa Sanpaolo, Unicredit, Generali, Pirelli, Capitalia) il testo finale dell&#8217;accordo di programma. Il nuovo programma prevede l&#8217;allargamento dell&#8217;area di parco attrezzato (cioè &#8220;verde&#8221; con strutture quali vie di accesso, parcheggi e altro ancora), l&#8217;allargamento di alcune strade e il prolungamento della metrotranvia. La firma lascia intendere la possibilità che il progetto venga avviato, dopo che era stato bloccato perché i finanziatori erano poco inclini a tirare fuori capitali in questo momento. Tra i responsabili di questa operazione di cementificazione del Parco Sud, ampiamente contestata dagli ambientalisti, vi sono la Provincia di Milano di Filippo Penati (che ha stralciato il progetto dai piani di cintura del Parco) e la Regione Lombardia di Roberto Formigoni (che ha dato parere positivo sulla valutazione di impatto ambientale).</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span lang="IT">Intanto intorno a Milano il territorio è sempre più esposto all&#8217;assedio del capitale speculativo. Tra Rozzano e Assago il gruppo Cabassi sta completando Milanofiori Nord, al quale verrà aggiunto Milanofiori Sud che, come scrive Davide Carlucci sulla Repubblica, avrà &#8220;una superficie complessiva di 1,1 milioni di metri quadri, una grande area integrata nel verde del vicino Parco Sud, a sette chilometri da Milano e a due passi dal casello autostradale e dalla tangenziale&#8221;. I piani prevedono tra l&#8217;altro la costruzione di un grattacielo di 212 metri di altezza. La città di Milano rimane però il principale centro di attrazione per gli speculatori. Il Piano di governo del territorio (Pgt) presentato dal sindaco Moratti, e destinato a mandare in pensione il vecchio Piano regolatore del 1954, rivisto nel 1980, stravolgerà le regole del gioco, come spiega Giuseppina Piano sempre su Repubblica: &#8220;sparisce la distinzione tra destinazione d&#8217;uso industriale-commerciale-residenziale, restano solo le zone vincolate come non edificabili. Arriva la &#8216;perequazione&#8217; e la &#8216;borsa dei diritti volumetrici&#8217;. Le &#8216;aree di trasformazione&#8217;, le direttrici dove andranno nuove case e nuovi abitanti, sono però già chiarissime nel Pgt che recepisce quello che sta già avvenendo: la Bovisa e la zona ai confini con Sesto, verso ovest Cascina Merlata e tutta l&#8217;area dell&#8217;Expo, Montecity-Rogoredo, Garibaldi-Repubblica, Citylife, il Portello e quello che è rimasto della vecchia Fiera&#8221;. A ciò si aggiunge l&#8217;enorme progetto (1,3 milioni di mq) di dismissione delle stazioni ferroviarie (verranno chiuse tra le altre Porta Genova, scalo merci Farini, San Cristoforo e Porta Romana) sulle quali si riverserà l&#8217;ennesima valanga di cemento. Queste aree, secondo stime citate da Italia Oggi, hanno un valore fondiario complessivo di 800 milioni di euro. Va notato poi che le nuove linee del metro che si prevede di costruire a Milano non sono state progettate sulla base dei bisogni di chi vuole usufruire della città per motivi di lavoro, studio o tempo libero, bensì su quella dei principali progetti di speculazione edilizia e del business: toccheranno Linate, la zona Expo e San Siro, Garibaldi-Repubblica e Citylife, aumentandone così il valore commerciale. Alle linee del metro andrà a sovrapporsi, grosso modo, anche il maxitunnel di 14,5 chilometri (2 miliardi stimati), di cui abbiamo già parlato nell&#8217;ultimo numero e che andrà dalla sede Expo fino a Linate, riversando un fiume di auto in città con le sue 12 uscite nel nucleo urbano. Intanto il Comune di Milano ha dato il via al piano di dismissione degli immobili di sua proprietà: sono passate in mano agli speculatori &#8220;due gioielli dei milanesi&#8221; siti in via Bergamini e in viale Papiniano. Grazie al fondo immobiliare creato dal Comune di Milano con la partecipazione delle onnipresenti Intesa Sanpaolo, Unicredit e Monte dei Paschi, e gestito da Bnl, si prevede di portare a termine la vendita entro cinque anni (si veda per ulteriori dettagli Milano Internazionale Cronache n. 5 del 17 dicembre 2008). Gli inquilini non verranno sfrattati, ha spiegato rassicurante l&#8217;assessore alla casa Gianni Verga (Udc) &#8211; in realtà avranno invece solo un diritto di prelazione sull&#8217;acquisto, con uno sconto del 30% sul valore di mercato (altissimo perché ancora gonfiato dalla bolla). Il che equivale a dire che gli immobili verranno svuotati dai loro inquilini che non hanno un buon capitale in portafoglio.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span lang="IT">Questa Milano &#8220;pubblico&#8221;-privata (sarebbe in realtà meglio dire privata-privata) che fa affari e specula si rispecchia anche nelle utilities, cioè le società a controllo municipale, ma a partecipazione anche privata, che forniscono servizi pubblici. Se le utilities italiane si riunissero in un&#8217;unica impresa costituirebbero il sesto gruppo industriale italiano per fatturato (18,6 miliardi) e il quarto per numero di dipendenti (77.306). Nel complesso offrono agli amministratori pubblici 279 poltrone in consigli di amministrazione da assegnare a soggetti amici. I dati vengono forniti da uno studio di Mediobanca citato dal Sole 24 Ore e si riferiscono all&#8217;anno 2007. Al primo posto nella classifica delle utilities c&#8217;è il Comune di Milano, che controlla 85 società con un giro d&#8217;affari di 4,1 miliardi. Al secondo posto si trova non un&#8217;altra metropoli della penisola, bensì un&#8217;altra città lombarda, Brescia, che grazie soprattutto alla società energetica Asm (fusasi poi nel 2008 in A2A con la milanese Aem) muove 2,3 miliardi di fatturato complessivo. Brescia è al primo posto in Italia in termini di redditività operativa, con un margine operativo netto medio del 12,3%. Seguono Milano con il 10,3% e Torino con il 7,2%. I comuni vivono in buona parte anche dei dividendi che queste società distribuiscono: nel 2007 Asm ha portato nelle casse del Comune di Brescia 141 milioni di euro e la Aem ha contribuito 82 milioni di euro al bilancio del Comune di Milano. Il Comune di Milano controlla in media il 41,2% delle quote delle sue utilities, quello di Brescia solo il 32,5%.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span lang="IT">(fonti: Corriere Economia, 23 febbraio e 16 marzo; Repubblica, 26 febbraio, 5 marzo, 9 marzo e 11 marzo; Il Giorno, 5 marzo; Italia Oggi, 11 marzo; Sole 24 Ore, 5 marzo)</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span lang="IT">3) IL CAPITALE MILANESE E L&#8217;EUROPA ORIENTALE</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span lang="IT">L&#8217;intera area dell&#8217;Europa Orientale si trova sull&#8217;orlo di una crisi di dimensioni enormi in seguito allo scoppio della bolla finanziaria e di quella immobiliare. Due bolle che hanno le loro radici in massima parte nel capitale occidentale alla ricerca di terre vergini per ottenere gli alti rendimenti che negli ultimi anni faticava a trovare a Ovest. Per farsi un&#8217;idea del ruolo che i capitali esteri hanno avuto e ancora anno in quest&#8217;area è sufficiente citare il dato, citato dal Sole 24 Ore, secondo cui gli investimenti esteri sono responsabili in media del 50% del Pil di questi paesi e in uno dei paesi oggi più in crisi, l&#8217;Ungheria, tale percentuale arriva addirittura al 99%. Nel complesso, ed escluso il più grande paese dell&#8217;area, cioè la Russia, l&#8217;indebitamento estero complessivo di quest&#8217;area ammonta a 1 trilione di dollari, di cui 200 miliardi sono in scadenza nel corso di quest&#8217;anno. Le due maggiori banche milanesi (e italiane), cioè Unicredit e Intesa Sanpaolo, hanno svolto un ruolo di primo piano in questa corsa alla speculazione finanziaria nell&#8217;area. Lo sfruttamento finanziario dell&#8217;Europa Orientale ha portato nella nostra città ingenti capitali in larga parte poi reinvestiti, per esempio, nei grandi progetti di cementificazione che hanno nella maggior parte dei casi come finanziatrici le due grandi banche. E questo sfruttamento (che non genera ricchezza nell&#8217;Europa Orientale, se non per pochissimi intermediari locali: basta vedere le statistiche sugli stipendi medi o sulle condizioni di lavoro) va messo in relazione anche con quello dei lavoratori immigrati provenienti dai medesimi paesi, che sono l&#8217;altra faccia di un medesimo sistema. Per avere un&#8217;idea del coinvolgimento delle due banche nell&#8217;area dell&#8217;Europa Orientale basta citare alcuni dati. Il 27,5% degli utili ante imposte di Unicredit e il 10,5% di quelli di Intesa Sanpaolo dipendono da attività nell&#8217;Europa Orientale, secondo dati citati dal Corriere della Sera. Secondo altri dati riportati dal Sole 24 Ore, il 32% dei ricavi di Unicredit e il 12% di quelli di Intesa San Paolo vengono realizzati nella stessa area.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span lang="IT">(fonti: Corriere della Sera, 18 febbraio e 4 marzo 2009; Sole 24 Ore, 1 marzo 2009)</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span lang="IT">4) DIARIO DELLA CRISI IN LOMBARDIA:</span></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span lang="IT">Cassa integrazione, mobilità, contratti di solidarietà &#8211; </span></strong><strong><span lang="IT">Doppio lavoro e lavoro in nero &#8211; </span></strong><strong><span lang="IT">Lavoro interinale e precari della scuola &#8211; </span></strong><strong><span lang="IT">Crisi anche per il settore moda e gli ambulanti &#8211; </span></strong><strong><span lang="IT">La crisi vista dalla Padania &#8211; </span></strong><strong><span lang="IT">Umiliate e offese</span></strong></p>
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<p class="MsoNormal"><strong><span lang="IT">Cassa integrazione, mobilità, contratti di solidarietà&#8230;</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="IT">Sono numerosissimi e in crescita in tutta la Lombardia i casi di aziende che chiedono la cassa integrazione o la mobilità per i propri dipendenti. Citiamo solo alcuni dati come esempio tra la marea di notizie che ci sommerge in queste settimane. Il gigante dell&#8217;hi-tech <strong><span style="text-decoration:underline;">ST</span></strong> ha messo a riposo forzato il 50% del personale, che ammonta a 8.067 persone in tutta Italia. Nella sede di Agrate dell&#8217;azienda andranno in cassa, dopo le pessime previsioni per il secondo trimestre 2009, circa 1.900 dipendenti con un reddito dimezzato e compreso tra 730 e 830 euro al mese. Finora l&#8217;azienda era riuscita a evitare la cassa grazie al ricorso a ferie pilotate. Alla <strong><span style="text-decoration:underline;">Bames e alla Sem</span></strong> di Vimercate, eredi della società Celestica, andranno in cassa integrazione a rotazione 550 dipendenti su 660, per un periodo di 150 giorni che non potranno essere cumulativi. A Vimercate è in crisi anche la <strong><span style="text-decoration:underline;">Agnati</span></strong>, che produce macchine per imballaggio dal 1932. Il 24 febbraio l&#8217;azienda ha annunciato la chiusura e ha messo in mobilità i suoi 130 dipendenti, &#8220;la maggior parte sui 45 anni, con una corposa presenza femminile, tecnici esperti nel far girare idee e tecnologia di alto livello&#8221;, scrive il Giorno. La Agnati in tutta la propria lunga storia &#8220;non aveva mai fatto un minuto di cassa integrazione e la crisi sarebbe dovuta al ritardo nei pagamenti da parte dei clienti, e a cascata sui fornitori, che hanno tagliato le materie prime&#8221;, continua il quotidiano. L&#8217;azienda fin dagli anni ottanta era all&#8217;avanguardia in campo tecnologico e negli ultimi anni aveva esternalizzato in Cina parte delle produzioni. Lo stipendio medio dei suoi dipendenti era di 1.300 euro al mese. La crisi tocca anche la più grande industria dolciaria del varesotto: la <strong><span style="text-decoration:underline;">Lindt</span></strong> di Induno Olona, che nella sua storia non aveva mai fatto registrare neanche un&#8217;ora di cassa integrazione, ha deciso di bloccare lo stabilimento per quattro settimane. I sindacati stimavano a fine febbraio un numero di almeno 13.500 cassintegrati nella provincia di Varese, con la previsione preoccupante di un&#8217;impennata di richieste delle aziende nelle prossime settimane. La cassa integrazione sta poi diventando oggetto di operazioni finanziarie che coinvolgono le banche: in seguito a un accordo con la Camera di Commercio di Varese le banche anticiperanno la cassa integrazione ai lavoratori che devono fare quadrare il bilancio familiare, applicando un interesse al tasso dell&#8217;1,86%. A Brescia l&#8217;<strong><span style="text-decoration:underline;">Alfa Acciai</span></strong>, un importante azienda siderurgica che risente degli effetti della crisi, intende applicare un programma di lavoro a orario ridotto, con attività concentrata di notte dal lunedì al venerdì e nel fine settimana a pieno regime. Lo dovrebbe consentire un contratto di solidarietà difensivo che l&#8217;azienda punta a stipulare con i sindacati, dopo avere parlato di 250 esuberi su un totale di 800 occupati. L&#8217;orario di lavoro dovrebbe passare dalle 40 alle 31 ore settimanali, con una riduzione di salario per gli operai pari al 7%. La <strong><span style="text-decoration:underline;">Elco</span></strong> di Inzago, multinazionale che produce motori elettrici per condizionatori, ha messo in cassa integrazione per un anno 287 lavoratori, ma i dirigenti hanno comunicato alle organizzazioni sindacali di non essere in grado di anticipare all&#8217;Inps nemmeno l&#8217;indennità di cassa &#8211; per i lavoratori si prospetta quindi il rischio di rimanere per quattro o cinque mesi senza percepire nemmeno un euro. La Elco è una multinazionale con stabilimenti anche in Bulgaria e in Cina, che fattura 50 milioni di euro all&#8217;anno. In provincia di Pavia entrano in cassa integrazione straordinaria per dodici mesi, a circa 800 euro al mese, i venti dipendenti della <strong><span style="text-decoration:underline;">Maut</span></strong> di Medassino, un azienda che da più di trent&#8217;anni produce ed esporta macchine utensili. &#8220;Sono prodotti di fascia alta e di alta tecnologia che almeno in linea teorica non dovrebbero risentire della concorrenza sui bassi costi dei paesi emergenti&#8221;, spiega Lorella Pepicelli della Cgil. &#8220;Il problema è che la crisi è talmente vasta che nemmeno i mercati emergenti sono più in grado di investire per rinnovare il proprio parco macchine&#8221;. Gli operai dello stabilimento, secondo la Provincia Pavese, tra straordinari, turni e trasferte arrivavano a guadagnare anche 1.700 euro al mese, ora in cassa il massimo sarà di 800 euro al mese, ma anche in questo caso l&#8217;azienda ha comunicato di non essere in grado di anticipare la cassa ai dipendenti. Vanno in cassa integrazione ordinaria per tredici settimane anche tutti i dipendenti di un&#8217;azienda storica e di grandi dimensioni come la <strong><span style="text-decoration:underline;">BTicino</span></strong>: 1.151 dipendenti a Varese, 216 a Tradate, 200 a Bodio Lomnago e tutti i lavoratori di Azzano e di Milano. La decisione è dovuta alla netta diminuzione negli ordini che ha portato all&#8217;inizio dell&#8217;anno a cali di produzione fra il 25 e il 30 per cento in conseguenza della crisi del mercato edilizio. Va notato inoltre che ai 150 lavoratori interinali di BTicino, oltre sessanta dei quali erano stati assegnati alle fabbriche varesine, non è stato rinnovato il contratto. A Tribiano e Settala, nel lodigiano, vanno in cassa integrazione ordinaria per tredici settimane fino a maggio 223 dipendenti della <strong><span style="text-decoration:underline;">Baruffaldi</span></strong>, che ha come principale cliente il gruppo Fiat-Iveco. Si tratta del 90% della forza lavoro. L&#8217;azienda ha inoltre rinnovato solo alcuni dei contratti con lavoratori a tempo determinato, ma mai oltre il luglio 2009. A Paderno Dugnano rimangono in agitazione i lavoratori della <strong><span style="text-decoration:underline;">Metalli Preziosi</span></strong>, che il 9 marzo hanno organizzato un presidio di fronte alla sede di Assolombarda. I dipendenti a oggi non hanno ancora ricevuto tre mesi di stipendio e la tredicesima e l&#8217;azienda il 16 febbraio è stata messa in liquidazione dopo che a dicembre la crisi finanziaria la aveva messa in ginocchio. In <strong><span style="text-decoration:underline;">provincia di Mantova</span></strong>, tra inizio febbraio e inizio marzo, ben 78 aziende hanno chiesto la cassa integrazione. Dal 1 dicembre i dipendenti che utilizzano l&#8217;ammortizzatore sociale sono già 1.060 distribuiti in 205 aziende industriali e artigiane. Tra le aziende coinvolte nelle ultime settimane anche alcune del settore trasporti, segno che la crisi si sta estendendo a macchia d&#8217;olio a comparti fin qui non toccati. Nel <strong><span style="text-decoration:underline;">settore produttivo lariano</span></strong> si è registrato un calo del fatturato fino al 60% e ormai più di un lavoratore su tre è in cassa integrazione o in mobilità, scrive il Giorno in un articolo dal significativo titolo &#8220;Tsunami sul Lario&#8221;. Le aziende interessate dalla crisi sono 289 (+85% in poco più di un mese) e hanno in totale quasi 19.000 dipendenti, il 49,5% del totale dell&#8217;area. Nella provincia di Milano la cassa integrazione e la mobilità cominciano a colpire anche il <strong><span style="text-decoration:underline;">settore dei servizi</span></strong>, dopo la diffusione a macchia d&#8217;olio nel settore industriale. Lo si evince da una tabella pubblicata da Repubblica, secondo cui nell&#8217;intero 2008 i lavoratori del settore in mobilità sono stati 3.078, mentre nei soli primi due mesi del 2009 sono già 1.879. La cassa integrazione straordinaria a gennaio e febbraio 2009 ha riguardato 475 lavoratori del settore servizi contro i 199 dell&#8217;intero anno scorso. E mentre nel 2008 e nel 2007 nel settore non c&#8217;era stato nemmeno un lavoratore in cassa integrazione ordinaria, nei primi due mesi di quest&#8217;anno sono già 169. A fine febbraio circa il 23,5% delle <strong><span style="text-decoration:underline;">imprese bergamasche</span></strong> affermava di essere in grado di reggere al massimo per sei mesi in termini finanziari, secondo dati risultanti da un&#8217;indagine della Confindustria di Bergamo e citati dall&#8217;Eco di Bergamo. Le procedure di cassa integrazione o di mobilità in corso o in programma interessano il 33,1% del campione di aziende, ma il dato è atteso in crescita. Solo nel 7,8% dei casi si segnala una tensione alta nelle relazioni sindacali. Significativo anche un altro dato emerso dall&#8217;indagine: il 25,9% delle imprese bergamasche ha unità produttive all&#8217;estero. Infine, a completare il quadro, la Repubblica scrive che sta andando in tilt l&#8217;<strong><span style="text-decoration:underline;">ufficio Inps di via Melchiorre Gioia a Milano</span></strong>. In decine fanno la coda ogni giorno per sentirsi dire che &#8220;ci sono migliaia di domande, stanno licenziando tutti, non sappiamo come smaltire le pratiche&#8221;. Il quotidiano parla di un &#8220;esercito di vittime della crisi, uomini e donne espulsi dalle fabbriche, dagli uffici, dalle aziende che sono in coda per il sussidio di disoccupazione. Sono sempre di più: nell&#8217;area metropolitana di Milano il loro numero è cresciuto, a fine 2008, del 43%, con punte del 65% a Vimercate, del 62% a Bollate, del 52% al Lorenteggio e del 49% a Niguarda. Dalle prime settimane del 2009 le richieste di indennità stanno crescendo a un ritmo ancora maggiore&#8221;. Secondo Marzia Oggiano della Cgil, &#8220;sono triplicate rispetto a febbraio 2008&#8243;.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><strong><span lang="IT">Doppio lavoro e lavoro in nero</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="IT">La Cisl ha pubblicato i risultati di un&#8217;indagine sul fenomeno del <strong><span style="text-decoration:underline;">doppio lavoro</span></strong> a Milano, sottolineando come il suo ruolo sia sempre di più quello di permettere ai lavoratori di arrivare a fine mese. Il 32,2% degli intervistati ha affermato avere una seconda occupazione e il 25% la ha da meno di un anno. Il 40% dei doppiolavoristi è in nero e il secondo lavoro irregolare riguarda maggiormente le donne (43,1%) che gli uomini (36,1%). &#8220;Una parte rilevante (18,3%) dei doppiolavoristi milanesi dà una mano in locali e ristoranti come barista, cameriere, cuoco, animatore, cantante o addetto alla sicurezza&#8221;, scrive Rita Querzé sul Corriere della Sera riferendo in merito all&#8217;indagine Cisl. &#8220;Il 30% il secondo lavoro lo fa in casa come domestica, badante, baby sitter, parrucchiera, estetista, giardiniere, docente per ripetizioni. Un altro 36%, invece, è occupato alla reception, nei call center, come insegnante di lingue, venditore, traduttore o programmatore informatico&#8221;. Il 45% degli intervistati afferma di svolgere un secondo lavoro semplicemente per arrivare a fine mese, e solo il 18% per permettersi qualche piccolo lusso. La Cgil rileva da parte sua una ripresa dell&#8217;incremento del <strong><span style="text-decoration:underline;">lavoro in nero</span></strong> nel 2008 e inizio 2009, dopo il lieve calo registrato nel 2007, richiamando l&#8217;attenzione sul fatto che il lavoro nero rischia di creare una sorta di guerra tra poveri, una concorrenza italiani-immigrati per accaparrarsi lavoretti piccoli e grandi. Più precisamente, su 33.000 aziende ispezionate nel 2008, il 67,56% è risultata irregolare e i lavoratori in nero sono il 25% degli occupati. Oltre al lavoro nero vi è poi un uso improprio dei contratti a progetto e delle partite Iva. Come scrive il Giorno, &#8220;esplosiva, secondo la Cgil, può diventare la situazione degli stranieri, che per effetto dell&#8217;applicazione della Bossi Fini e dell&#8217;ulteriore inasprimento previsto dal &#8216;pacchetto sicurezza&#8217; di Maroni, potrebbero essere ricacciati nella quasi totalità verso forme di lavoro nero, senza diritti, senza sicurezza, sottopagati e con effetti anche di dumping sociale nei confronti degli italiani&#8221;.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><strong><span lang="IT">Lavoro interinale e precari della scuola</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="IT">Il settimanale Il Mondo offre uno spaccato del settore delle agenzie di <strong><span style="text-decoration:underline;">lavoro interinale</span></strong>, il cui fatturato complessivo annuale a livello mondiale è di 234 miliardi di dollari. In Italia nel settore operano 80 agenzie, con 2.500 filiali in cui lavorano permanentemente 11.000 dipendenti. Nel 2007, sempre in Italia, ogni giorno hanno lavorato in totale mediamente 220.000 interinali (oggi si chiama lavoro somministrato), un dato in netto aumento rispetto ai 160.000 del 2006. Secondo le testimonianze raccolte dal Mondo presso agenzie del settore, &#8220;il mercato era scintillante fino ad agosto, ma dopo le ferie estive non è più ripartito: crescita zero per un paio di mesi, poi è cominciato il tracollo&#8221;. I dati precisi sono: -15% del business a dicembre, -35% a gennaio e -40% a febbraio. Un operatore del settore racconta infine che &#8220;nelle filiali cominciano a entrare persone mai viste prima, come i laureati con esperienza o i dirigenti in cerca di un posto&#8221;. Intanto in Lombardia negli ultimi 10 anni è raddoppiato il numero degli <strong><span style="text-decoration:underline;">insegnanti precari</span></strong>. Lo dicono i dati del Ministero dell&#8217;istruzione, secondo i quali nel 1998 nella regione c&#8217;erano 11.287 insegnanti precari, mentre oggi sono 24.224. Ma ancora peggiore è la situazione per il personale non docente: qui i precari erano 2.806 nel 1998 e sono diventati 13.039 nel 2008, con un aumento del 365%. In totale i precari della scuola lombarda sono un esercito di 37.263 persone, contro le poco più di 14.000 di dieci anni fa. Con i tagli programmati alla scuola tali precari vedono ulteriormente allontanarsi la possibilità di raggiungere un contratto a tempo indeterminato.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><strong><span lang="IT">Crisi anche per il settore moda e gli ambulanti</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="IT">La crisi arriva anche per il <strong><span style="text-decoration:underline;">settore della moda</span></strong>. La settimana milanese ha registrato compratori in calo del 20% e quelli che si sono fatti vedere hanno tagliato tutte le spese possibili: notti in albergo, taxi, cene al ristorante, shopping. Confermano le associazioni dei taxisti che parlano di un numero di corse inferiore del 40% rispetto alla settimana della moda dell&#8217;anno scorso. La crisi colpisce anche i circa 5.000 <strong><span style="text-decoration:underline;">venditori ambulanti</span></strong> che lavorano nei 95 mercati rionali di Milano e che hanno un giro d&#8217;affari complessivo di 1,5 miliardi di euro all&#8217;anno, scrive la Repubblica. Secondo i dati dell&#8217;Apeca, il sindacato di categoria, il giro d&#8217;affari delle bancarelle è sceso rispetto ai mesi scorsi dal 20% al 40% a seconda della merce venduta. A calare sono soprattutto gli incassi degli ambulanti che vendono biancheria e capi di abbigliamento. Sono molti gli ambulanti che di fronte al calo delle vendite hanno deciso di dare in affitto la propria autorizzazione, nella maggior parte dei casi a stranieri.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><strong><span lang="IT">La crisi vista dalla Padania</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="IT">Il Corriere della Sera rileva che la <strong><span style="text-decoration:underline;">Padania</span></strong> da inizio marzo ha dedicato per ben tre giorni consecutivi la prima pagina a temi economici, dopo avere praticamente ignorato fino a oggi la crisi. Quando in passato aveva pubblicato qualche timido articolo sul tema, il quotidiano leghista lo aveva sempre accompagnato con pezzi dai toni molto più incoraggianti. &#8220;Per dire: il calo dell&#8217;inflazione viene presentato, il 24 febbraio, come &#8216;Prezzi in calo&#8217;. La testata è arricchita di due titoli: &#8216;I consumi non si riducono&#8217; e &#8216;Aumentano le imprese del settore cultura&#8217;. Fino a un secco &#8216;Finiamola con i corvi di Confindustria&#8217;. Un&#8217;impostazione che trova il suo culmine nel sorprendente &#8216;Veneto, 67esima economia mondiale&#8217;. In attesa del G68&#8243;, scrive il Corriere. Il 4 marzo, poi, la Padania ha pubblicato un articolo che esemplifica la linea del quotidiano leghista mirata a gettare acqua sul fuoco di fronte alla crisi, ricorrendo tra l&#8217;altro alla retorica dell&#8217;unità nazionale e/o padana. Commentando la proposta del Pd Franceschini di istituire un assegno di disoccupazione, la Padania afferma, in sintonia con i padroni, che &#8220;una simile operazione aumenterebbe il debito pubblico ed è una follia&#8221; e che la proposta &#8220;alimenta la sfiducia, il pessimismo, la depressione&#8221; &#8211; evidentemente secondo i leghisti la disoccupazione invece non alimenta questi sentimenti. L&#8217;assegno di disoccupazione &#8220;implica, alla lunga, maggiore debito e quindi maggiori tasse&#8221;, pertanto, se ne deduce, è preferibile che i lavoratori finiscano disoccupati senza alcuna tutela che rischiare imposte più alte per i padroni. Dopo avere lodato le capacità di preveggenza di Tremonti, che secondo la Padania avrebbe previsto la crisi ma che gli osservatori più attenti si ricordano invece come primo promotore in Italia della finanza creativa che ne è alle origini, il quotidiano leghista ricorre alla retorica nazional-popolare: &#8220;La situazione italiana è migliore di quanto appare. [...] La gente esige dal Parlamento concordia e toni rassicuranti, non già divisioni e polemiche inconcludenti&#8221;: tradotto nell&#8217;italiano di tutti i giorni significa, più o meno, &#8220;la Lega si fa garante del fatto che i nostri padroni e dirigenti sono tra i migliori e operano bene, nonostante l&#8217;evidente crisi. Quindi non lottate per il vostro diritto al lavoro e al reddito, ma chinate il capo e accettate gli ordini che vi piovono dall&#8217;alto&#8221;.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><strong><span lang="IT">Umiliate e offese</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="IT">Il contesto generale che abbiamo descritto sopra viene completato da un vero e proprio caso di &#8220;umiliazione e offesa&#8221;, quello delle cosiddette &#8220;scodellatrici&#8221; delle cooperative che gestiscono le mense scolastiche milanesi e che avevano scioperato nei giorni scorsi organizzando una manifestazione pubblica. Il loro caso è talmente eloquente che vale la pena di citare per intero l&#8217;articolo pubblicato su di loro dal Corriere della Sera e scritto da Rita Querzé: &#8220;«Chiedo scusa alla direzione scolastica, alla società Milano ristorazione e alla cooperativa La Centenaria per il mio comportamento scorretto». Comincia così la lettera che una decina di signore addette alla distribuzione dei pasti nelle scuole del Comune hanno scritto al loro datore di lavoro (la coop La Centenaria), al committente dell&#8217;appalto (Milano ristorazione) e, per conoscenza, alla direzione scolastica. Le «scodellatrici» chiedono scusa per aver scioperato l&#8217;11 febbraio scorso. Pentimento tardivo? Di sicuro così le addette alla refezione hanno cercato di tenersi stretto il posto di lavoro.</span><span lang="IT"> </span><span lang="IT">Continua la lettera: «Io sottoscritta dichiaro che ieri non mi sono recata a scuola per somministrare i pasti ai ragazzi, pur consapevole che avrei creato un disservizio. Ho aderito allo sciopero per ordine dei sindacati». In fede, e la firma. La Cgil si è sentita chiamata in causa e ha risposto portando le lettere in tribunale con un ricorso ex articolo 28 dello statuto dei lavoratori per comportamento antisindacale. «Qui si sta violando il diritto di sciopero. Non solo: le dipendenti sono state umiliate, trattate come scolarette scoperte con le mani nella marmellata », si infervora Gianfranco Besenzoni, funzionario della Filcams Cgil di Milano. In città le addette alle refezioni scolastiche (in gran parte donne) sono circa 1.400. Professioniste che lavorano in media tre ore al giorno alle dipendenze delle cooperative a cui Milano ristorazione cede l&#8217;appalto. «Talvolta la catena degli appalti si allunga — spiega Besenzoni —. In questo caso, per esempio, la cooperativa sociale La Centenaria ha a sua volta ceduto parte del lavoro a una srl. Le condizioni di lavoro delle dipendenti sono precarie nonostante il contratto sia a tempo indeterminato. E quando una coop perde l&#8217;appalto a favore di un&#8217;altra, come era appena successo al momento dello sciopero, i dipendenti continuano a fare il lavoro passando alle dipendenze di chi si è aggiudicato il lavoro». Eravamo proprio in questa situazione l&#8217;11 febbraio scorso, il giorno dello sciopero. Le «scodellatrici» stavano transitando dalla cooperativa «Primavera » alla «Centenaria». «Molte all&#8217;ultimo si sono tirate indietro e ci hanno detto che non avrebbero scioperato per paura», racconta il funzionario della Cgil. Quelle che hanno tenuto duro, invece, hanno pagato dopo. «A due lavoratrici la cooperativa non voleva firmare l&#8217;assunzione che fino al giorno era un atto dovuto — conclude Besenzoni —. E un&#8217;altra decina per tenersi il posto ha dovuto chiedere scusa per lo sciopero». Sono 1400 In città le addette alle refezioni scolastiche (per la maggior parte donne) sono circa millequattrocento&#8221;.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span lang="IT">(fonti: Corriere della Sera, 25 febbraio, 6 marzo, 7 marzo, 11 marzo; Repubblica, 18 febbraio, 26 febbraio, 3 marzo, 4 marzo, 13 marzo; L&#8217;Eco di Bergamo, 3 marzo; Il Giorno, 20 febbraio, 26 febbraio, 3 marzo, 6 marzo, 10 marzo, 13 marzo; La Provincia Pavese, 4 marzo; La Padania, 4 marzo; Il Mondo, 13 marzo; Il Cittadino di Lodi, 5 marzo)</span></p>
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