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	<title>Milano Internazionale &#187; Licenziamenti</title>
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		<title>Diario della crisi in Lombardia, 17 novembre</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Nov 2009 08:55:12 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[I trend del periodo: Aziende sempre più a fondo, lavoratori sempre più arrabbiati &#8211; La situazione provincia per provincia, dai dati generali alle singole crisi aziendali (periodo coperto: dal 12 settembre al 1 novembre) SOMMARIO I trend del periodo: Aziende sempre più a fondo, lavoratori sempre più arrabbiati - LOMBARDIA IN GENERALE - MILANO - [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&amp;blog=7100082&amp;post=855&amp;subd=milanointernazionale&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>I trend del periodo: Aziende sempre più a fondo, lavoratori sempre più arrabbiati</strong><strong> &#8211; </strong><strong>La situazione provincia per provincia, dai dati generali alle singole crisi aziendali</strong><strong> (periodo coperto: dal 12 settembre al 1 novembre)</strong></p>
<p><strong><span id="more-855"></span></strong></p>
<p>SOMMARIO</p>
<p><a href="#sezione1">I trend del periodo: Aziende sempre più a fondo, lavoratori sempre più arrabbiati<br />
</a></p>
<p><a href="#sezione2">- LOMBARDIA IN GENERALE</a></p>
<p><a href="#sezione3">- MILANO</a></p>
<p><a href="#sezione4">- MONZA-BRIANZA</a></p>
<p><a href="#sezione5">- VARESE</a></p>
<p><a href="#sezione6">- COMO</a></p>
<p><a href="#sezione7">- LECCO-SONDRIO</a></p>
<p><a href="#sezione8">- BERGAMO</a></p>
<p><a href="#sezione9">- BRESCIA</a></p>
<p><a href="#sezione10">- PAVIA</a></p>
<p><a href="#sezione11">- LODI</a></p>
<p><a href="#sezione12">- CREMONA</a></p>
<p><a href="#sezione13">- MANTOVA</a></p>
<p><a name="sezione1">I trend del periodo: Aziende sempre più a fondo, lavoratori sempre più arrabbiati </a><br />
&#8220;L&#8217;importante è non uscire da questa storia morti. Se ne usciamo feriti, anche gravemente, è già un buon risultato&#8221;: sono le parole di uno dei 25 lavoratori della Ercole Marelli di Sesto San Giovanni occupata da agosto e riassumono perfettamente la situazione della crisi lombarda nel periodo coperto da questo numero del nostro Diario (12 settembre-1 novembre). Finita l&#8217;estate è arrivata, come si temeva, una grande ondata di licenziamenti, fallimenti e cassa integrazione straordinaria per crisi strutturale, tanto che ormai, a differenza dei mesi precedenti, i giornali locali lombardi non segnalano quasi più i casi, comunque numerosi, di avvio della cassa integrazione ordinaria. E&#8217; significativo che nel periodo in esame abbiano chiuso o siano entrati in profonda crisi alcuni nomi e marchi di portata storica o con diverse centinaia di dipendenti che operano in regione: si va dalla Tenaris Dalmine nella bergamasca, all&#8217;Alfa Romeo, alla Marelli e all&#8217;Agile-Eutelia (ex Olivetti) nel milanese, alla Ibici, alla Malerba e alla Whirlpool nel varesotto, alla Ideal Standard a Brescia, per citarne solo alcuni. Governo e stampa nazionale danno ormai per scontata, o addirittura già iniziata, l&#8217;uscita dalla crisi, citando qualche dato isolato dal contesto o magari di carattere solo previsionale, e sorvolando sul fatto che i timidi e limitati miglioramenti di alcuni indici sono con ogni probabilità frutto di una bolla forse ancora peggiore di quella che ci ha fatto fin qui precipitare. Ma uno sguardo sul territorio fa capire a chiare lettere non solo che la crisi perdura, ma che oltretutto sta pesantemente peggiorando. Lo ha confermato tra l&#8217;altro nei giorni scorsi il dato sul pesante ulteriore calo della produzione in settembre a livello nazionale (-5,3% su agosto, -4% sul secondo trimestre 2009, -15,7% su base annua) e lo confermano molti altri dati che citiamo più sotto. Dalla seconda metà di settembre e fino a oggi è chiaramente in atto una dinamica di peggioramento della crisi, ma attenzione ai prossimi dati anno su anno che verranno sicuramente citati dall&#8217;establishment a conferma di una &#8220;ulteriore ripresa&#8221;: non bisogna dimenticare che un anno fa eravamo già in profonda crisi e quindi da settembre in poi un raffronto anno su anno che dia come esito percentuali di calo, ferme o solo in leggerio miglioramento non starà affatto a indicare una dinamica di miglioramento nei valori assoluti (per es. il -15,7% su base annua registrato a settembre dalla produzione non rappresenta un miglioramento apprezzabile in termini assoluti rispetto alle percentuali di circa -20% anno su anno della primavera scorsa). Tra gli altri sviluppi particolarmente preoccupanti c&#8217;è quello dell&#8217;aumento dei casi in cui ai dipendenti di aziende in crisi o in cassa non vengono corrisposti gli stipendi, segnale di un aggravarsi del problema della mancanza di luquidità, e ci sono stati addirittura alcuni casi in cui sono stati gli stessi lavoratori a richiedere il fallimento della propria azienda per ottenere almeno gli ammortizzatori sociali. In una situazione simile non meraviglia che si registri un ulteriore inasprimento delle lotte a difesa del posto di lavoro, che ha visto una moltiplicazione delle occupazioni, spesso con eclatanti proteste sui tetti delle fabbriche, dei presidi giorno e notte, dei blocchi stradali e ferroviari, anche se ancora limitate ai singoli casi specifici e senza una coordinazione territoriale. Su questo pesa tra le altre cose la divisione a livello sindacale, conseguente alla decisione di Cisl e Uil di procedere alla firma separata dei contratti. Per riassumere, il panorama degli sviluppi dell&#8217;ultimo mese e mezzo che riportiamo qui di seguito invia un messaggio univoco: ci attende un inverno molto duro e lungo, senza la prospettiva di un&#8217;uscita primaverile dalla crisi.</p>
<p><a name="sezione2">LOMBARDIA IN GENERALE</a><br />
Con l&#8217;arrivo dell&#8217;autunno sono stati pubblicati numerosi indicatori dello stato dell&#8217;economia lombarda al termine del terzo trimestre 2009. La loro pubblicazione è coincisa con un momento in cui, anche grazie alla pressante opera di propaganda istituzionale, a livello psicologico è diffusa la convizione che siamo all&#8217;inizio della ripresa economica. I dati però dipingono un&#8217;immagine ben diversa, nonostante la nuova bolla in atto a livello globale. A settembre nella regione i lavoratori in cassa integrazione in deroga erano 55.000, per un totale di ben 7.700 aziende coinvolte, mentre erano in fase di istruttoria altre 2.900 domande di cassa per 25.000 lavoratori. Anche la cassa integrazione ordinaria e straordinaria ha ripreso a salire: secondo dati della Cgil a fine agosto il ricorso all&#8217;ammortizzatore sociale risultava aumentato del 465% rispetto allo stesso periodo dell&#8217;anno precedente. In alcuni settori le cifre sono da capogiro. Nel metallurgico per esempio la cassa è aumentata del 2.083%, nella meccanica del 951%. Le provincia messa peggio in termini di aumento percentuale è Lecco, con una crescita complessiva del 1.460%. Da gennaio ad agosto di quest&#8217;anno in Lombardia sono stati licenziati 38.270 lavoratori, con un aumento del 67% rispetto allo stesso periodo 2008. Il sindacato stima che in regione sono a rischio circa 300.000 posti di lavoro da qui a fine 2010 e sottolinea che la crisi &#8220;fa vittime visibili (cassa integrazione, mobilità, crisi aziendali), ma anche invisibili (precari, contratti a termine, dipendenti delle piccole e piccolissime imprese)&#8221;. E a tale proposito l&#8217;Assolavoro lamenta un calo del 24% nel lavoro in somministrazione nel corso del primo semestre 2009. Uno dei settori che più soffrono è quello dell&#8217;artigianato. Casartigiani Lombardia riferisce che molte aziende sono sull&#8217;orlo della chiusura, dopo che nel primo semestre è stata registrata una diminuzione del lavoro del 30-40% e il suo presidente Mario Bettini così illustra la situazione: &#8220;Le piccole aziende che lavorano conto terzi sono stremate. Il loro fatturato si è dimezzato. Non si vede un futuro. Spesso sono le nostre grandi aziende che, lavorando meno, trattengono dentro la fabbrica tutto il lavoro. Così facendo riescono a sopravvivere, ma nei fatti questo sta decretando una morte lenta di tutto l&#8217;indotto, che è fatto di manodopera altamente specializzata&#8221;. L&#8217;Eco di Bergamo dipinge un quadro simile in una serie di interviste a imprenditori lombardi: &#8220;la situazione è particolarmente critica. Si vede qualche miglioramento, ma con livelli di attività estremamente più bassi. Nelle macchine movimento terra, ad esempio, non sono stati fatti ordini per mesi. Adesso ci sono, ma al 40%&#8221;. Gli ordinativi si sono pressoché dimezzati rispetto a un anno fa, con perdite più nette nei prodotti per l&#8217;industria (-60%) e uno degli imprenditori intervistati dal quotidiano così dipinge la situazione a fine settembre: &#8220;Tra fine luglio e agosto si era visto qualche miglioramento, ma adesso siamo di nuovo in una situazione stazionaria e difficile e via via sempre più disomogenea. Costi fissi e capacità produttiva rimangono adeguati e superiori&#8221;. E infatti gli ultimi dati parlano di un tasso di utilizzo degli impianti sceso in Lombardia al di sotto del 65%. Ci sono tuttavia alcuni segnali di arresto della caduta. Per esempio sul versante degli ordinativi acquisiti nel terzo trimestre ci sono dati tendenziali ancora negativi per gli ordini interni ed esteri, ma si registra un aumento minimo (dello 0,9%) sul trimestre precedente. Nelle indagini previsionali si registra anche una leggera flessione del pessimismo tra gli imprenditori, che rimane comunque nettamente prevalente, per le prospettive del quarto trimestre. Ma va anche ricordato che a partire dal terzo trimestre, e la cosa varrà ancora di più dal quarto trimestre in avanti, i dati tendenziali anno su anno andranno calcolati su un 2008 già in pesante flessione. Lo spiega un altro imprenditore intervistato dall&#8217;Eco di Bergamo riferendosi alla situazione dei mercati: &#8220;se a gennaio si era a -60% adesso siamo a -50%, ma non c&#8217;è un miglioramento: è solo che nel 2008 settembre era già più negativo rispetto a gennaio&#8221;. Il presidente di Confindustria Bergamo, Carlo Mazzoleni, così riassume infine la situazione: &#8220;Le aziende sono ancora alle prese con un calo dei fatturati dell&#8217;ordine del 30-50%. I dati sono da brividi, tanto che parlare di ripresa appare illusorio, trattandosi più che altro di stabilizzazione. La caduta è forse finita, ma il rimbalzo è stato nel frattempo già assorbito. Dovremo rassegnarci ad un andamento da montagne russe nel 2010 con un&#8217;alternanza di fiammate e di raffreddamenti produttivi.Un previsto incremento del Pil nazionale dell&#8217;1% non può farci dimenticare il pesante meno 5% da cui siamo reduci [e le preoccupazioni sono particolarmente forti] per la dinamica occupazionale: il peggio, da questo punto di vista, deve ancora venire&#8221;. Tra i più colpiti ci sono già i lavoratori immigrati, che secondo dati Inail sono circa 589.000, pari al 15,7% di tutti gli occupati della Lombardia. Le assunzioni di lavoratori immigrati sono passate dalle 40.000 dl 2007 alle 30.000 del 2008, con un calo di oltre il 31%, ben superiore alla media del calo nazionale e regionale delle assunzioni di lavoratori (-27%). Le proiezioni per il 2009 parlano di un ulteriore drastico calo che porterebbe i nuovi assunti immigrati a soli 20.000. Vi è infine da registrare un dato che testimonia l&#8217;ancora forte discriminazione nei confronti delle donne. In regione la percentuale di contratti part-time, un indicatore della flessibilità occupazionale, è del 29,7% tra le donne mentre è di appena il 3% tra gli uomini.</p>
<p><a name="sezione3">MILANO</a><br />
<span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span>: Nella provincia di Milano prosegue la situazione di crisi economica, sempre più contrassegnata però da forme di lotta più radicali a difesa del posto di lavoro. Per fare un paio di esempi tra i tanti possibili, nella sola giornata del 21 settembre in città ci sono stati la manifestazione dei lavoratori dell&#8217;Hilton di via Galvani, il presidio dei lavoratori della Nokia Siemens di fronte all&#8217;Assolombarda, quello degli operai della Nortel Italia in piazza Cordusio e, a Cormano, il blocco delle merci alla Bitron per impedire la delocalizzazione a est; nella stessa giornata risultavano occupate o presidiate dai lavoratori la Metalli Preziosi e la Lares di Paderno, la Ercole Marelli di Sesto, la Kunzle &amp; Tasin di Cinisello e la Aluminium di Pieve Emanuele. Si sono inoltre moltiplicati i casi di blocchi stradali e ferroviari per protesta. Nel corso del periodo in esame non sono stati pubblicati dati sulla situazione complessiva in provincia, ma alcuni dati diffusi a livello settoriale o distrettuale sono particolarmente eloquenti. L&#8217;Unione Artigiani provinciale rileva che le imprese artigianali sono ormai scese sotto le 70.000 unità, dalle 71.500 del 2008 alle 68.200 di fine agosto 2009. A soffrire di più sono i settori costruzioni, trasporto e manifatture. Tra gli artigiani si registra anche una netta diminuzione dell&#8217;avviamento al lavoro (-25% anno su anno) e l&#8217;assunzione a tempo determinato rimane la formula di contratto prevalente (43% del totale). Massimo Accornero, segretario dell&#8217;Unione, ha affermato che &#8220;si ribadisce lo scenario di crisi e si conferma che la fine del tunnel è ancora lontana&#8221;. L&#8217;Osservatorio Provinciale del Lavoro ha registrato un netto saldo negativo degli avviamenti al lavoro da gennaio ad agosto 2009 (473.000) rispetto allo stesso periodo del 2008 (602.000). Gli unici avviamenti in crescita sono quelli parasubordinati (+1,5%) o attraverso il lavoro a chiamata (+126%). C&#8217;è poi un altro dato che esemplifica la situazione drammatica in provincia: il Centro dell&#8217;impiego del Sud Milano a fine settembre registrava 1.300 richieste di sussidi di disoccupazione contro le 257 del 2008, un aumento di oltre il 500%. Infine, la Diocesi di Milano ha pubblicato il suo rapporto annuale sulle poverà, in cui si rileva che &#8220;chi stava già male ha visto peggiorare la propria condizione, famiglie di ceto medio basso che prima ci stavano comunque dentro adesso non riescono più a sostenere i costi della vita quotidiana&#8221; e che sono quindi in aumento i &#8220;poveri per la prima volta, quelli che un lavoro ce l&#8217;avevano e che, pur con qualche fatica, fino a un anno fa tiravano comunque avanti. Ma che adesso non ce la fanno più&#8221;.</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: A Milano e in provincia hanno trovato un esito, definitivo o provvisorio, alcune delle crisi contrassegnate da forme di lotta clamorose da parte dei lavoratori. Si è chiusa (quasi) definitivamente la vicenda dell&#8217;<strong>Innse</strong> di Lambrate, che ha ripreso parzialmente le attività a inizio ottobre. E&#8217; stato siglato un compromesso anche con l&#8217;immobiliare Aedes proprietaria del terreno su cui sorge lo stabilimento, che dovrà trovare sbocco in un accordo definitivo Aedes-Comune entro la fine del 2010. A metà settembre è terminata la protesta dei lavoratori della <strong>Esab</strong> di Mesero, che erano saliti sul tetto della loro fabbrica per difendere il proprio posto di lavoro. L&#8217;azienda purtroppo ha chiuso definitivamente e la proprietà ha rifiutato di assumersi qualsiasi impegno per la reindustrializzazione dell&#8217;area &#8211; l&#8217;unico successo degli 85 lavoratori, che andranno in mobilità e in cassa integrazione, è stato l&#8217;ottenimento di migliori condizioni di uscita. Anche i lavoratori della <strong>Metalli Preziosi</strong> e della <strong>Lares</strong> di Paderno Dugnano hanno infine deciso di scendere dal tetto delle loro fabbriche, proseguendo però il presidio davanti ai cancelli e nella mensa. La situazione non è stata ancora risolta, le due aziende sono in fallimento, ma per la Metalli Preziosi ci potrebbe essere un acquirente in vista. Alla <strong>Ercole Marelli</strong> di Sesto San Giovanni, presidiata dai lavoratori dall&#8217;agosto scorso, è stata prima avviata la procedura di licenziamento collettivo a inizio ottobre e a fine mese il tribunale ha decretato il fallimento dell&#8217;azienda, senza che siano in vista acquirenti seriamente interessati. I 25 lavoratori, che tra l&#8217;altro non hanno ricevuto lo stipendio di settembre, puntano all&#8217;ottenimento della cassa integrazione straordinaria. Una delle crisi maggiori apertasi in provincia, e in regione, è quella dell&#8217;<strong>Agile (ex Eutelia)</strong> di Pregnana, che si occupa di consulenze per reti informatiche e i cui circa 300 dipendenti sono da luglio senza stipendio. Il 16 settembre i lavoratori hanno bloccato la stazione di Pregnana, sulla Milano-Novara, e dopo alcune tese settimane è arrivata la doccia fredda: l&#8217;Agile (ex Eutelia) ha aperto la procedura di mobilità collettiva per 1.192 tecnici su 1.880 in tutta Italia, di cui 243 su 500 riguardano l&#8217;unità di Pregnana. Nel momento in cui scriviamo quest&#8217;ultima è occupata dai lavoratori. A fine ottobre la Fiat ha deciso la chiusura definitiva dell&#8217;<strong>Alfa Romeo</strong> di Arese, con la parallela decisione di trasferire a Torino i 229 lavoratori rimasti a partire dal 1° gennaio prossimo: si tratta di fatto di un licenziamento, vista l&#8217;impossibilità per la maggior parte di loro di trasferirsi nella città piemontese. Un esito che era già nell&#8217;aria da tempo, in particolare da giugno quando tutti i lavoratori erano stati messi in cassa integrazione ordinaria. Per l&#8217;area dell&#8217;Alfa è allo studio un enorme progetto di speculazione immobiliare. A fine ottobre è stata inoltre decisa la cassa integrazione ordinaria per 13 settimane anche per i 150 lavoratori della <strong>Powertrain</strong>, società collegata all&#8217;Alfa, per la quale si teme un&#8217;analoga chiusura delle attività in primavera. L&#8217;altra grande crisi apertasi nella provincia di Milano è quella della <strong>Rapisarda</strong> di Cernusco sul Naviglio (settore gomma e plastica) un&#8217;azienda che esiste da quasi un secolo, ma che cinque anni fa è stata acquistata dall&#8217;americana Caterpillar. A marzo era cominciata la cassa integrazione ordinaria, ma a inizio ottobre la crisi è sfociata nella decisione della proprietà di chiudere lo stabilimento e di licenziare i 128 lavoratori. E&#8217; scattato immediatamente il presidio e i dipendenti Rapisarda hanno manifestato il 14 ottobre di fronte al consolato americano, per poi bloccare il giorno successivo la strada provinciale a Cernusco. Il 28 ottobre, dopo un incontro senza successo con la proprietà, la rabbia dei lavoratori è esplosa, 37 di essi sono saliti sul tetto dello stabilimento, dove ancora si trovano nel momento in cui scriviamo, e ci sono stati momenti di tensione quando è stato accerchiato il responsabile del personale della Caterpillar. Rabbia anche tra i 43 lavoratori del pastificio <strong>Monder</strong> di Peschiera Borromeo, che da quattro mesi non percepiscono lo stipendio. Dalla fine di settembre e per l&#8217;intero mese di ottobre c&#8217;è stato un susseguirsi di promesse non rispettate di versamento delle paghe e di acconti parziali corrisposti solo ad alcuni dipendenti che hanno portato i lavoratori a fine ottobre a indire uno sciopero ad oltranza. La ditta è una delle principali esportatrici italiane di ravioli e tortellini, con una storia di oltre 50 anni. A metà settembre la <strong>Nortel</strong>, società anglo-canadese di new technology amministrata da <strong>Ernst&amp;Young</strong>, ha deciso il taglio del 50% degli 80 dipendenti al fine di spezzettare l&#8217;attività e di venderla più facilmente: non si tratta di un effetto della crisi, dato che l&#8217;azienda ha un attivo di centinaia di milioni di euro. Situazione drammatica alla <strong>Invitea</strong> di Corsico (produzione viti), da cinque anni in cassa integrazione e già abbandonata dal 40% della forza lavoro. Ora circola insistentemente la voce che l&#8217;azienda voglia ulteriormente ridurre l&#8217;organico da 85 a 40 diplendenti. Sempre a Corsico c&#8217;è da registrare la chiusura del punto di vendita della <strong>Saint Gobain</strong>, con il licenziamento collettivo dei 70 dipendenti. A Inveruno la raffineria <strong>Carapelli</strong> ha disposto il licenziamento di 32 dipendenti e i sindacati temono che si vada non solo verso un ridimensionamento dell&#8217;attività, ma addirittura a una sua chiusura. I 30 lavoratori della <strong>Eurolacca</strong> di Cinisello Balsamo (produzione vernici) sono senza stipendio da oltre tre mesi e la loro azienda è chiusa. Per uscire dall&#8217;impasse i dipendenti sono giunti a chiederne il fallimento, al fine di potere almeno contare sugli ammortizzatori sociali. Nella stessa Cinisello sono già in mobilità dieci dei 25 operai della <strong>Intermec</strong> e i 130 dipendenti della <strong>Parker Hannifin</strong> sono in cassa integrazione straordinaria per crisi, mentre il gruppo <strong>Stola</strong> ha ufficializzato la chiusura dello stabilimento locale con lo spostamento di tutti i 54 dipendenti a Vignola, in provincia di Modena, una decisione che equivale a un licenziamento vista la lontananza della nuova sede. Lo stesso è avvenuto ad Assago, dove è stata chiusa la sede della <strong>Munters</strong> con la richiesta ai 32 lavoratori di trasferirsi a Teramo, a 700 chilometri di distanza: anche in questo caso si tratta di licenziamenti di fatto. A Bollate per il mese di novembre era previsto il licenziamento dei 40 dipendenti della <strong>Syntess</strong>, già in mobilità da luglio scorso: i lavoratori sono riusciti però a strappare un accordo per sei mesi di cassa integrazione in deroga. Estremamente difficile la situazione a San Giuliano Milanese: alla <strong>Ocim</strong> (impianti per la saldatura) da settembre sono in cassa 28 lavoratori su 30, alla <strong>Osla</strong> (lavorazioni in acciaio) ci sono 14 dipendenti in cassa, alla <strong>Bulnava</strong> la cassa riguarda 24 operai su 38 e sono in cigo, anche se con un numero di lavoratori minore, la <strong>Prisma</strong>, l&#8217;officina meccanica <strong>Quadrifoglio</strong>, la <strong>Skermicavi</strong> e la <strong>Spm</strong> lavorazioni metalliche. Alla <strong>Baruffaldi</strong> di Tribiano e Settala non sono stati rinnovati i contratti a termine ed è stata prolungata la cassa ordinaria per i 220 dipendenti, dopo un breve periodo estivo di aumento delle attività a causa dell&#8217;esaurimento delle scorte. A Buscate è praticamente ferma la produzione alla <strong>Giovanni Crespi</strong>, dove 150 dei 206 dipendenti sono in cassa integrazione e dove si teme una doccia fredda quando ad aprile terminerà il periodo dell&#8217;ammortizzatore. La società registra cali della produzione dell&#8217;ordine del 40%. A Paderno Dugnano, uno dei punti caldi della crisi milanese, ha annunciato la chiusura anche la legatoria <strong>Albani</strong>, lasciando sulla strada 28 lavoratori dopo la cassa integrazione cominciata a inizio 2009. Ha cessato le attività anche la ditta vicina, la <strong>Mid</strong>. La <strong>Mivar</strong> di Abbiategrasso ha ormai utilizzato tutti gli ammortizzatori sociali disponibili con gli ultimi 9 mesi di cassa decretati: da agosto 2010 scatteranno i licenziamenti per circa 230 lavoratori. Continua intanto il calvario dei 190 lavoratori della <strong>Framag</strong> di Canegrate, 150 dei quali sono in cassa integrazione, di cui 90 dichiarati in esubero: da marzo a oggi gli stipendi continuano ad arrivare in ritardo e con il contagocce. Situazione analoga anche alla <strong>Omag</strong> di Cassinetta di Lugagnano, già da tempo in crisi a livello sia produttivo sia finanziario, dove gli stipendi dei 39 dipendenti sono in arretrato di mesi, nonostante le continue promesse di pagamento. A Pero dopo sei mesi di cassa integrazione la <strong>Cesana</strong> (materiali per fonderie, 130 anni di storia) ha annunciato a fine ottobre la chiusura facendo partire le prime due lettere di licenziamento su un totale di 28 dipendenti. Esito negativo anche per la <strong>Cell Therapeutics</strong> di Bresso (56 dipendenti), dove si è giunti definitivamente alla chiusura, annunciata già da tempo . Non è molto migliore la situazione alla <strong>Nerviano Medical Sciences </strong>(100 dipendenti, più altri 100 di indotto), dove il nuovo amministratore delegato ha scelto subito la linea dura licenziando in tronco 3 lavoratori: si profila all&#8217;orizzonte un lungo braccio di ferro tra l&#8217;azienda e i sindacati. A Legnano la <strong>Giovanni Crespi</strong> ha aumentato il ricorso alla cassa straordinaria (cigs): agli 89 lavoratori già in cigs se ne aggiungerà un&#8217;altra cinquantina, per un totale di 140 dipendenti su 206. Nella stessa città saranno in cassa integrazione fino al 31 marzo i 114 lavoratori della <strong>Pulisystem</strong>. A inizio ottobre c&#8217;è stato lo sciopero a livello nazionale del gruppo <strong>Carrefour</strong> (che è proprietario anche dei marchi <strong>Gs</strong> e <strong>DìperDì</strong> e ha in Italia 27.000 dipendenti) dopo il colpo di spugna unilaterale che ha cancellato il premio aziendale, l&#8217;integrazione di malattia e le pause retribuite causando ai lavoratori, secondo dati del sindacato, una perdita di circa 2.000 euro all&#8217;anno. Lo sciopero ha raccolto un&#8217;alta adesione, tra il 70% e il 90%. La protesta ha avuto come proprio fulcro la Lombardia, con i supermercati di Carugate, San Giuliano e Paderno Dugnano e il deposito di Milano, dove l&#8217;adesione è stata al 100%. Da registrare infine un&#8217;altra situazione emblematica nel settore servizi, quella dei lavoratori della <strong>Gorla</strong>, che ha in appalto la fornitura delle pulizie all&#8217;<strong>Ospedale Sacco</strong>, dove da tempo i dipendenti ricevono gli stipendi con ritardi anche di un mese. Alcuni di loro lamentano inoltre decurtazioni della busta paga e mancati versamenti dei contributi.</p>
<p><a name="sezione4">MONZA-BRIANZA</a><br />
<span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span>: Nel quadrimestre da giugno a settembre si è registrato un aumento dei dipendenti in cassa straordinaria (da 3.196 a 5.109) e di quelli in mobilità (da 929 a 1.048). Le aziende che hanno chiuso sono almeno 68, con un conseguente taglio di 5.000 lavoratori, saliti così da 25.000 a circa 30.000. Tra le uniche note (apparentemente) positive annunciate vi è quella di un aumento nel secondo quadrimestre delle richieste di credito da parte delle aziende effettivamente accettate dalle banche, pari al 52% del totale rispetto al 38% del primo quadrimestre (i dati sono stati comunicati dall&#8217;Unione Artigiani). Rimane però ancora lontano il livello del 64% dello stesso periodo del 2008 e ci sono alcuni &#8220;ma&#8221; fondamentali. Se nel 2008 il 46% dei crediti richiesti era destinato agli investimenti (e quindi non solo per resistere alle difficoltà, bensì per scommettere sul futuro) nel 2009 la quota è scesa al 35%. Ciò vuole dire che sono aumentate le richieste di credito per esigenze di liquidità, per rientrare da debiti o per fare fronte a crediti non riscossi. Oltre a una crescita esplosiva della cassa integrazione, secondo i dati dell&#8217;Unione Artigiani c&#8217;è stata una riduzione del 25% delle nuove assunzioni e in particolare un calo del 34% di quelle a tempo indeterminato. Nel settore delle attività manifatturiere le nuove assunzioni sono calate in maniera pesantissima, di oltre il 40%. I Centri per l&#8217;impiego brianzoli constatano poi nel loro bollettino trimestrale che &#8220;il precariato resta l&#8217;offerta principale. Anche nel secondo trimestre 2009 le forme contrattuali maggiormente proposte, il 66,6% del totale, continuano a rientrare nelle categorie a tempo determinato (45%),mentre oltre il 20% delle nuove collaborazioni si distribuisce nell&#8217;arcipelago sempre più vasto dei contrattini: parasubordinati, intermittenti, atipici, di appredistato o inserimento. Il contratto a tempo indeterminato invece copre il 33,4% dell&#8217;offerta e premia soprattutto gli uomini&#8221;. Tra i vari settori di attività è in piena crisi anche il tessile. In provincia sono 91 le aziende del settore che stanno facendo uso degli ammortizzatori sociali, riferisce la Femca Cisl: i dipendenti del settore sono in totale 4.335, di cui 3.200 interessati dagli ammortizzatori e tra questi circa 900 tra lavoratori in mobilità e fuoriusciti dal mondo del lavoro non rientreranno in azienda&#8221;. Secondo il sindacato &#8220;a metà del 2010 ci sarà un peggioramento per le cessazioni, quando scadranno le richieste per la cassa integrazione straordinaria&#8221;.</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: A Monza la <strong>Cartostrong</strong>, controllata dalla multinazionale americana Anglo-American, ha annunciato a metà settembre la chiusura del reparto cartiera. La proprietà ha annunciato 62 esuberi su un numero totale di 186 dipendenti. Come molti altri loro colleghi lombardi, i lavoratori della cartiera hanno organizzato un presidio giorno e notte davanti alla loro fabbrica. A Lentate sul Seveso la <strong>Ltm</strong> (logistica) ha annunciato la liquidazione della società dopo l&#8217;incendio del 14 aprile scorso. I 12 dipendenti e gli 8 lavoratori di una cooperativa che lavora in appalto, osservano che l&#8217;azienda in realtà non aveva mai smesso di lavorare e ipotizzano che dietro alla decisione ci siano anche motivi speculativi, visto che la proprietà vuole vendere i terreni su cui sorge lo stabilimento. Riprendendo l&#8217;esperienza della Innse di Lambrate, i lavoratori hanno autogestito per 40 giorni lo stabilimento lavorando a oltranza durante lo stato di agitazione. A fine ottobre però hanno dovuto cedere, ottenendo in cambio la cassa integrazione straordinaria per un anno e la parziale ricollocazione in aziende del territorio, accompagnata da una buona uscita. Chiude anche la <strong>Pikappa</strong> di Masate, azienda in attività da oltre trent&#8217;anni nel settore della grafica. Per i 30 dipendenti sono in arrivo i licenziamenti, preceduti dalla cassa straordinaria. I lavoratori sono perplessi riguardo ai motivi della chiusura: fino all&#8217;estate gli è stato chiesto di fare straordinari e si è ricorsi a personale esterno per fare fronte alle commesse. Nel frattempo la crisi della <strong>ex Celestica</strong> (<strong>Bames</strong> e <strong>Sem</strong>), una delle più gravi in provincia, va peggiorando. Dopo l&#8217;esaurimento dei normali ammortizzatori si è passati alla cassa in deroga per la maggioranza del personale (390 dipendenti in cassa su 660, rispetto ai 210 in cassa fino a fine ottobre), senza che la proprietà abbia fornito un piano di sviluppo convincente. Il rischio è che si vada alla chiusura, in una situazione di rapporti sindacali tra l&#8217;altro tesa, che ha spinto il Giorno a scrivere che &#8220;l&#8217;ex Celestica è una polveriera, pronti ad azioni eclatanti sia i sindacati che i lavoratori&#8221;. Un altro brutto colpo per l&#8217;economia brianzola lo si registra con la chiusura del reparto di produzione di Gerno della <strong>Yamaha</strong> di Lesmo, da cui esce il notissimo modello Teneré. Si parla di un anno di mobilità per i 66 dipendenti, seguito dal licenziamento definitivo. Le cifre sono drammatiche: nel 2009 gli ordini sono calati del 70%, in passato dallo stabilimento uscivano 9.000 moto all&#8217;anno, adesso ce ne sono 2.700 ferme in magazzino e per novembre e dicembre non c&#8217;è nemmeno una moto da fare. Nel settore automative della provincia vanno registrati altri due stati di crisi, quello della <strong>Morsetec</strong> di Arcore, dove è stato licenziato 1 lavoratore su 4, e quello della <strong>Knorr Bremse</strong> che, sempre nella berlusconiana Arcore, ha &#8220;svecchiato&#8221; il personale mettendo in prepensionamento 30 addetti. Difficoltà anche nel tessile a Giussano, dove la <strong>Tfe</strong> (tintoria) ha messo in cassa straordinaria per un anno 20 operai, avviando al contempo una procedura di liquidazione volontaria. L&#8217;azienda ha pertanto cessato le attività il 5 ottobre. Identica sorte per la gemella <strong>Tieffe</strong>: chiusura e 20 dipendenti prima in cassa straordinaria e poi in mobilità. A Brugherio la <strong>Oerlikon Balzers</strong> (rivestimenti in metallo) ha dichiarato il licenziamento di due persone nell&#8217;ambito di un piano di ristrutturazione nazionale che riguaderà 30 lavoratori. In forte crisi anche la <strong>Sira</strong> di Caponago (antenne), che da settimane tiene a riposto più del 50% del personale (80 dipendenti su 150). Alla <strong>Marzorati</strong> di Brugherio (metalmeccanica) si prevedeva il prolungamento della cassa ordinaria, in atto da febbraio, fino al 31 dicembre, ma di fronte alla forte crisi la proprietà ha paventato il fallimento o la vendita dell&#8217;attività, con il conseguente rischio di perdita del posto di lavoro per i 31 dipendenti. Alla <strong>McBride</strong> di Solaro (produzione detergenti) i 130 dipendenti temono la chiusura dello stabilimento in seguito al continuo trasferimento di produzioni, accessori e macchinari in altri siti del gruppo. In provincia vanno poi registrate ben quattro situazioni drammatiche in termini di stipendi non corrisposti. Il primo è quello della società di autotrasporti <strong>Its</strong> di Trezzo sull&#8217;Adda, che hanno organizzato un presidio dopo essere rimasti per 3 mesi senza stipendio e che ora rischiano la mobilità. Il secondo è quello della <strong>H3</strong> di Cavenago, società che come la ex Celestica fa parte del Gruppo Bartolini, dove i 40 dipendenti da un anno incassano lo stipendio in ritardo. Il terzo è quello delle <strong>Officine Monzesi</strong>: i circa 70 dipendenti, a casa già da febbraio per la crisi, hanno ottenuto la cassa straordinaria, ma non ricevono lo stipendio da luglio perché l&#8217;azienda è senza liquidità, tanto che l&#8217;Enel le ha staccato la corrente. Il quarto è quello della <strong>Phonomedia</strong> di Monza, che gestisce call center: da un anno i 200 lavoratori ricevono lo stipendio in ritardo. Anche la <strong>Star</strong>, colosso alimentare di Agrate, comincia a risentire della crisi, in conseguenza in particolare di una flessione nei mercati esteri, e manda in cassa integrazione ordinaria  30 operai su 330 per 13 settimane. Cassa integrazione ordinaria per 13 settimane anche in un&#8217;azienda dalla storia antica, la <strong>Pozzi Leopoldo</strong> di Carate (macchinari per il tessile), in attività dal 1885. L&#8217;ammortizzatore riguarderà 39 dei 50 dipendenti. Cigo rinnovata invece alla <strong>Beta</strong> di Sovico, che ha 274 dipendenti, in seguito al calo degli ordinativi. Peggiora la situazione già drammatica della <strong>Carrier</strong> di Villasanta (condizionatori) dopo l&#8217;incontro tra sindacati e vertici aziendali di metà ottobre, durante il quale questi ultimi hanno comunicato che gli ordini sono in calo del 42% e il bilancio è tutto in negativo. A maggio i 200 tagli previsti su i 560 dipendenti totali erano stati ridotti a 100 grazie a un accordo sulla cassa integrazione straordinaria, ma ora c&#8217;è in vista una nuova ondata di riduzioni, anche perché il ricorso agli ammortizzatori sociali si è praticamente esaurito.</p>
<p><a name="sezione5">VARESE</a><br />
<span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span>: A settembre il varesotto ha conquistato il poco invidiabile primato di territorio con il maggior numero di ore di cassa integrazione, con un aumento del 326% rispetto all&#8217;anno precedente, secondo dati della Cgil. I lavoratori coinvolti sono ormai 3.433 e il sindacato ha così commentato la situazione: &#8220;la ripresa delle attività dopo le ferie estive ha visto l&#8217;uscita dal mercato di molte imprese, l&#8217;aumento dei licenziamenti e della disoccupazione e le conseguenze della crisi continueranno a farsi sentire, purtroppo, per un periodo non breve&#8221;. Rimane sempre molto critica anche la situazione del saronnese, dove a settembre una trentina di aziende hanno richiesto più o meno contemporaneamente la cassa per un numero totale di 300-400 dipendenti, tanto che il quotidiano La Prealpina commenta: &#8220;non si nota alcun particolare segno di ripresa&#8221;. Da una ricerca delle Acli e della fondazione La Sorgente risulta inoltre che i lavoratori inseriti nelle liste di mobilità dei Centri per l&#8217;impiego sono raddoppiati rispetto all&#8217;anno scorso. Soffrono anche gli artigiani varesini, per i quali, come scrive il quotidiano la Provincia, &#8220;è difficile immaginare un periodo più cupo&#8221;. Dall&#8217;ultima indagine della Cna di Varese condotta tra fine settembre e inizio ottobre risulta che un&#8217;impresa su tre rileva un ulteriore peggioramento dei volumi di lavoro rispetto a prima delle ferie, mentre solo una su cinque ha registrato dei miglioramenti. La Provincia riferisce poi che &#8220;il dato peggiora in modo drastico, inoltre, se il confronto lo si effettua avendo a riferimento lo stesso periodo dell&#8217;anno precedente, perché in questo raffronto oltre due imprese su tre lamentano una diminuzione della loro attività, che una su quattro ritiene sia crollata. Solo il 10% segnala degli incrementi&#8221;. Che per gli artigiani varesini il fondo non sia stato ancora toccato lo dimostrano gli ultimi dati dell&#8217;Associazione Artigiani locale: nel terzo trimestre 2009 la loro produzione è diminuita non solo rispetto allo stesso periodo dell&#8217;anno scorso (-9,87), ma anche rispetto al secondo trimestre 2009 (-3,58%). Intanto sono arrivati dall&#8217;Unione Industriali i primi dati sulle esportazioni del made in Varese nel primo semestre di quest&#8217;anno. Le cifre parlano di un crollo del 16,6% rispetto al primo semestre 2008, ma anche di una caduta verticale delle importazioni (-21,7%), che costituisce un altro preoccupante indicatore del livello di crisi nella provincia. Tra i settori più in crisi c&#8217;è quello dell&#8217;edilizia, nel quale, secondo i dati dell&#8217;Ance di Varese, a fine anno si conteranno 2.500 posti di lavoro in meno rispetto al 2008, ai quali andranno aggiunti quelli dell&#8217;indotto in forte crisi, come testimoniato dal fatto che le due princilpali imprese di cemento della provincia abbiano richiesto recentemente la cassa integrazione. Nell&#8217;edilizia è particolarmente difficile la situazione dei lavoratori immigrati, in maggioranza collocati in una categoria professionale bassa nonostante siano in realtà operai specializzati, e che per questo faranno più fatica a ricollocarsi. Perdendo il lavoro, inoltre, i lavoratori immigrati perdono anche il permesso di soggiorno.</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: Va verso la chiusura un marchio storico del settore moda italiano, quello dell&#8217;<strong>Ibici</strong> di Busto Arsizio. I 58 dipendenti in cassa integrazione hanno presidiato giorno e notte la fabbrica per due mesi per ottenere gli stipendi che non venivano corrisposti da luglio e a fine settembre hanno avuto successo, un successo però dal sapore particolarmente amaro perché l&#8217;Ibc cesserà definitivamente le proprie attività. Rimangono senza lavoro, senza stipendi e perfino senza cassa integrazione anche le 10 lavoratrici di un altro marchio storico del settore moda, la <strong>Malerba</strong> di Galliate Lombardo, che era nata nel lontano 1926. A fine giugno avevano ricevuto la lettera di licenziamento collettivo, ma gli stipendi non arrivavano già da marzo e continuano a non arrivare, e ora lo stabilimento sembra destinato alla chiusura definitiva. Un&#8217;altra grave crisi nel settore tessile varesino è quella della <strong>Luigi Tosi</strong> di Busto Arsizio, una società con 84 anni di storia in difficoltà finanziarie da mesi e i cui 50 dipendenti hanno occupato lo stabilimento per chiedere il fallimento dell&#8217;azienda e ottenere così almeno gli ammortizzatori sociali. Il 16 ottobre sono riusciti a ottenere almeno questo obiettivo, ma anche la Luigi Tosi va ad aggiungersi alle aziende destinate a chiudere definitivamente. Un&#8217;altra grande situazione di crisi in provincia è quella della <strong>Whirlpool</strong> (elettrodomestici), dove rispetto all&#8217;anno scorso si producono 1 milione di pezzi in meno, 1,8 per la precisione, che scenderanno a 1,7 nel 2010. Per i dipendenti c&#8217;è stato prima l&#8217;annuncio di 330 esuberi, poi a fine ottobre un piano di razionalizzazione dei costi con ritorno alla settimana corta e maggiori turnazioni. Nel settore dell&#8217;edilizia c&#8217;è da registrare la clamorosa protesta di dieci operai (quasi tutti pachistani e romeni) che lavoravano per dite subappaltatrici della <strong>Rocca</strong> srl in un cantiere di Gallarate e che a metà ottobre si sono incatenati per un paio di giorni all&#8217;interno del cantiere per rivendicare gli stipendi che non venivano loro corrisposti da quattro mesi. A Malpensa situazione ad alto rischio di perdita del posto di lavoro per 80 dipendenti della <strong>Eurofly</strong>, vettore gestito da <strong>Meridiana</strong>, che ha deciso di trasferire tutte le attività di manutenzione tecnica a Olbia. Sempre a Malpensa, la <strong>Sea</strong>, società controllata dal Comune di Milano che gestisce lo scalo, ha richiesto di prorogare la cassa integrazione oltre il marzo 2010, nonostante abbia recentemente comunicato un aumento dei voli dal e per l&#8217;aeroporto. Rimane gravissima anche la situazione dell&#8217;indotto dello scalo aeroportuale: la <strong>Lg Sky</strong> ha 150 dipendenti in cassa, la <strong>National Cleannes</strong> ne ha 90, la <strong>Consorzio Lepanto </strong>80 e la <strong>Corsica Coop</strong> 115. Sempre a Busto Arsizio, la <strong>Hupac</strong> ha chiesto la cassa in deroga per 100 dipendenti. A Saronno la ditta <strong>Solarese</strong> (smaltimenti) ha deciso il licenziamento di 9 dipendenti, cioè la metà delle maestranze. A Lonate Ceppino si registra un&#8217;altra situazione drammatica in termini di mancato pagamento di stipendi. Si tratta della <strong>Rutil</strong>, industria meccanica che da febbraio ha messo in cassa integrazione straordinaria i 102 dipendenti e, dopo la dichiarazione di fallimento, è passata a una nuova società, la Raimbo. Dopo avere ricevuto solo a luglio le mensilità di febbraio, marzo e aprile, i lavoratori non hanno più visto un soldo di quanto era loro dovuto per i mesi successivi. A metà ottobre è precipitata la situazione della <strong>Fratelli Salviato</strong> di Castronno (l&#8217;azienda che produce la scopa Pippo), quando all&#8217;asta per l&#8217;acquisto di ramo d&#8217;azienda non è stata presentata alcuna offerta. L&#8217;azienda sembra quindi destinata al fallimento e i suoi 134 dipendenti rischiano di perdere tutti il posto di lavoro. Alla <strong>Husqvarna</strong> di Biandronno si è giunti a fine ottobre a un accordo definitivo che ha visto la partecipazione anche della Fiom Cgil, contrariamente alle precedenti intese. Rispetto alle precedenti previsioni, i dipendenti che verranno messi in mobilità su base volontaria passano da 50 a 39 e l&#8217;azienda si è impegnata a non esternalizzare nessuna fase della produzione fino a settembre 2010. Tra le altre situazioni di crisi in regione va segnalata quella della <strong>Preca Brummel</strong> di Carnago (moda per bambini) che ha messo 60 lavoratori in cassa in deroga.</p>
<p><a name="sezione6">COMO</a><br />
<span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span>: Nei primi nove mesi di quest&#8217;anno sono 2.384 i comaschi che hanno perso il posto di lavoro, con un aumento che, se il trend verrà confermato, sarà del 100% rispetto al 2008. Le prospettive per il 2010 non sembrano affatto migliori: &#8220;La previsione è di un raddoppio dei numeri della mobilità il prossimo anno&#8221;, ha detto Alberto Zappa, segretario della Fim Cisl Como. A essere colpiti sono soprattutto gli operai non specializzati, i lavoratori stranieri e le donne. A loro vanno ad aggiungersi anche i numerosi lavoratori frontalieri, a causa della crisi che sta colpendo anche la Svizzera. Registra un aumento anche il ricorso alla cassa integrazione. Secondo dati della Cisl regionale in provincia di Como nel terzo trimestre c&#8217;è stato un uso dell&#8217;ammortizzatore quasi pari a quello dei due trimestri precedenti messi insieme e una esplosione dell&#8217;utilizzo della cassa straordinaria, aumentata rispetto al primo trimestre, in termini di ore richieste, addirittura del 1.000%. L&#8217;unico settore in controtendenza è quello della moda, nel quale si è registrata una diminuzione del monte ore di cassa. In vertiginoso aumento anche le domande di disoccupazione ordinaria, passate dalle 7.725 di tutto l&#8217;anno 2007, alle 10.716 del 2008 e alle 14.210 dei soli primi nove mesi del 2009. La Cna di Como, unica in Lombardia, registrava invece svariati segnali di miglioramento nell&#8217;ambito di una indagine condotta a inizio settembre tra gli artigiani della provincia. I piccoli imprenditori comaschi che hanno registrato ricavi in crescita sono passati dall&#8217;8% al 32%. A livello di fatturato rimane preponderante la percentuale delle aziende artigiane (56%) che hanno riscontrato una diminuzione, un dato comunque inferiore a quello di gennaio (64%). E&#8217; invece in calo il numero delle aziende con capitale invariato, segno che la crisi non ha risparmiato nessuno, anzi presenta una variazione negativa del 20%. Si è infine allargata la forbice tra ottimisti e pessimisti, gli ottimisti sono passati dal 12% al 30%, mentre i pessimisti, pur restando in minoranza, sono quasi raddoppiati, passando dal 12% al 23%. In discesa però, con una variazione di -29%, la percentuale di quanti si professano &#8220;realisti e fiduciosi perchè la crisi passerà&#8221;. Al quadro complessivo vanno aggiunti i dati diffusi dalla Cisl sul precariato nel comasco. Su 190.000 occupati, 30.000 hanno un contratto a tempo determinato (vi sono poi 60.000 lavoratori autonomi). Dall&#8217;inizio della crisi tre assunti su quattro in provincia hanno un contratto a tempo determinato.</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: I dati riportati qui sopra indicano che la crisi sta travolgendo la provincia di Como così come il resto della Lombardia. Se il numero di crisi aziendali che segnaliamo qui di seguito risulta tuttavia inferiore a quello delle altre province, è solo perché la stampa locale (cioè essenzialmente il quotidiano La Provincia) riserva ben poca attenzione a questo aspetto. Vi è innanzitutto da segnalare che non sono poche le grandi imprese in situazione di crisi, come testimoniano i casi della <strong>Invensys</strong> di Lomazzo, della <strong>Gasfire</strong> di Erba, della <strong>Home Connexion</strong> di Figino Serenza e di altre ancora. A Turate si registrano contemporaneamente le crisi della <strong>Guzzetti</strong> (fabbricazione nastri) che ha prorogato fino a dicembre la cassa integrazione a rotazione su una ventina di dipendenti dei 55 totali, e quella della <strong>Tecnicol</strong>, una controllata della stessa Guzzetti, che è ormai in liquidazione e i cui 31 dipendenti sono in cassa straordinaria. Alla <strong>Cigo</strong> di Inverigo, attiva dal 1947, i lavoratori erano stati messi in cassa integrazione prima dell&#8217;estate e a fine luglio la ditta è stata messa in liquidazione. Quest&#8217;ultima ha poi riaperto a settembre, ma riassumendo solo 36 dei 94 dipendenti, lasciando così sulla strada ben 58 lavoratori. Problemi analoghi alla <strong>Edem</strong>, dove dopo una ristrutturazione nel 2008, che aveva portato al licenziamento di 24 dipendenti su 48, è subentrata una nuova proprietà che ha apportato un ulteriore taglio di 12 dipendenti e ha aperto procedure di cassa integrazione straordinaria e di mobilità. Per i lavoratori che rimarranno si prospetta un affitto di ramo d&#8217;azienda con chiamata mensile e rinuncia volontaria alla cassa straordinaria. Crisi profonda anche alla <strong>Dhl Supply Chain Italy</strong> di Vertemate dove in seguito alla diminuzione del 30-40% del fatturato del committente Intai (gruppo Armani) si pensava in un primo tempo a un taglio di circa 18 dipendenti seguito dalla chiusura del sito. Dopo un presidio però i lavoratori sono riusciti a ottenere la cassa integrazione a partire dal 2010 per un massimo di tre mesi nell&#8217;arco dell&#8217;anno, con la chiusura del sito di Vertemate e lo spostamento dei dipendenti in quello di Rovellasca. Alla <strong>Kilian</strong> di Luisago (vernici e inchiostri) sono stati annunciati 20 licenziamenti su un totale di 130 addetti, ignorando le richieste di cassa integrazione straordinaria avanzate dai dipendenti. Sommati ai 4 contratti a termine non rinnovati e ai 6 lavoratori che sono già usciti da inizio anno senza essere sostituiti, i licenziamenti portano a una riduzione del 33% della forza lavoro.</p>
<p><a name="sezione7">LECCO-SONDRIO</a><br />
<span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span>: Come scrive il quotidiano La Provincia di Lecco, i dati sul ricorso agli ammortizzatori sociali che provengono dal territorio dicono esattamente il contrario dei discorsi secondo cui si starebbe ormai superando la crisi. Secondo le cifre diffuse dalla Cgil, a inizio ottobre in <strong>provincia di Lecco</strong> le imprese che utilizzavano la cassa integrazione erano 254, in netto aumento rispetto alle 200 di luglio. I lavoratori coinvolti erano 8.033 su 15.688 complessivi, con un aumento di 2.000 unità rispetto a luglio. Nel settore tessile la situazione rimane stabile, ma ciò è dovuto al fatto che già in precedenza erano in cassa integrazione pressoché tutti i lavoratori del comparto (sono solo una quarantina in tutta la provincia quelli che non sono coinvolti). In peggioramento invece il commercio, nel quale 50 imprese sono in crisi, con 599 lavoratori coinvolti su un totale di 750 dipendenti &#8211; a luglio i dati erano di 6 imprese per 385 dipendenti. Tra gli altri dati estremamente preoccupanti da citare c&#8217;è il fortissimo aumento registrato in particolare dalla cassa integrazione straordinaria, che ad agosto risultata cresciuta del 535% rispetto all&#8217;anno precedente e di circa il 40% rispetto al solo mese precedente. E si tratta di dati che riguardano solo le imprese di dimensioni superiori ai quindici dipendenti. Come riassume Alberto Anghileri, segretario della Camera del Lavoro di Lecco: &#8220;continuiamo ad assistere a un peggioramento della situazione&#8221;. E da un altro fronte gli fa eco Rossella Sirtori, della Camera di Commercio: &#8220;si parla tanto di ripresa, ma nessuno la vede per ora. [In un tale contesto] l&#8217;Italia uscirà dalla crisi a fine 2010 massacrata nel suo sistema industriale e il tessuto imrpenditoriale della provincia di Lecco ne risulterà fortemente ridimensionato&#8221;. La Gazzetta di Lecco ha pubblicato a fine settembre un&#8217;inchiesta su un settore pressoché non coperto dalle indagini statistiche, quello delle cosiddete &#8220;libere professioni&#8221;. Dalle interviste condotte con esponenti della associazioni di settore o con importanti professionisti emerge una situazione di estrema crisi. In seguito a cali dei flussi di lavoro che arrivano anche al 40%, gli studi di architetti di Lecco hanno dimezzato il proprio personale, e i collaboratori rimasti spesso non lavorano nemmeno a tempo pieno. La crisi ha inoltre un riflesso sui giovani laureati che aspirano alla professione: per loro riuscire a cominciare a lavorare nel settore è attualmente quasi impossibile. Anche gli avvocati lamentano un forte calo del lavoro, in particolare per gli studi che lavorano a stretto contatto con le imprese, con i conseguenti tagli di personale e collaboratori. A questi aspetti va ad aggiungersi quello della crescita dei mancati pagamenti da parte dei clienti. In <strong>provincia di Sondrio</strong> le aziende colpite dalla crisi, tra cassa integrazione e mobilità, erano a metà ottobre 65, per un totale di 2.800 lavoratori, una situazione in peggioramento rispetto al periodo estivo. Il segretario provinciale della Cgil, Giorgio Serri, spiega che &#8220;le aziende hanno un calo produttivo medio del 25-30%, ma in molti casi si arriva al 40-50%. Anche la grande distribuzione fa segnare dati negativi: nessun comparto sembra fuori, neanche il turismo. Sono già stati espulsi dal mercato del lavoro mille diplendenti, soprattutto precari&#8221;.</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: Prosegue la crisi della <strong>Moto Guzzi </strong>di Mandello, che nella seconda metà di settembre ha avviato altre tre settimane di cassa integrazione ordinaria (nei mesi precedenti aveva già utilizzato sette settimane di ordinaria). Alla fine dello stesso mese la proprietà (cioè la Piaggio di Roberto Colaninno) ha annunciato un numero di 50 esuberi su 150 dipendenti, una riduzione del personale che equivale a una produzione di 7.000 moto rispetto alle 10.000 per le quali è stato pensato lo stabilimento. I sindacati hanno espresso il timore che questi tagli siano il preludio a un progressivo smantellamento del sito di Mandello, timore rafforzato quando a inizio ottobre, in occasione di un incontro in Regione (nel quale Colaninno ha &#8220;sfilato in passerella&#8221; osannato da svariati politici come il leghista Roberto Castelli e il ciellino Maurizio Lupi) la proprietà Piaggio ha annunciato che gli esuberi sarebbero stati 54 e non 50. A fine ottobre infine la proprietà ha annunciato per lo stabilimento di Mandello un piano di investimenti di alcuni milioni di euro, che i sindacati hanno apprezzato esprimendo tuttavia dubbi poiché recentemente la Piaggio ha annunciato più volte piani che poi non sono stati realizzati. A Mandello prosegue anche la crisi della <strong>Gilardoni Cilindri</strong>, dove a fine 2008 erano già stati tagliati 120 posti su 470. L&#8217;azienda ha richiesto ora altre 13 settimane di cassa ordinaria e i 350 dipendenti rimasti sono sempre più preoccupati per il continuo ricorso all&#8217;ammortizzatore sociale. A Lecco l&#8217;incontro tra proprietà e sindacati della <strong>Leuci</strong> (produzione lampadine) svoltosi a fine settembre per trattare sulla proroga della cassa straordinaria in deroga si è trasformato in una doccia fredda. Sono stati annunciati ben 100 esuberi su 130 dipendenti, senza che sia esclusa la possibilità di un fallimento, e i lavoratori hanno occupato la fabbrica organizzando anche un blocco del traffico. L&#8217;8 ottobre è invece terminato dopo più di un mese il presidio delle 35 lavoratrici della <strong>Stylepack</strong> (scatole metalliche) in cassa integrazione e che da sette mesi non ricevevano lo stipendio: la proprietà della ditta di Olginate ha messo a punto un piano di rientro economico che fornisce garanzie precise almeno per il pagamento degli arretrati, anche se verrà poi messo a punto un piano industriale che con ogni probabilità prevederà esuberi. A fine settembre è stato decretato il fallimento della <strong>Perego Strade</strong> di Cassago, dopo cambiamenti di proprietà della azienda già in crisi che hanno portato a un intricato domino societario difficile da sbrogliare. Per 115 dipendenti su 125 c&#8217;è ora la prospettiva della perdita definitiva del posto di lavoro, oltre alla beffa di non ricevere gli stipendi da giugno: anche in questo caso i lavoratori hanno organizzato un presidio permanente di fronte alla loro fabbrica, che è stato tolto dopo una settimana quando hanno ottenuto almeno la garanzia del pagamento degli arretrati. Picchetto per rivendicare gli stipendi non versati da aprile anche da parte dei 17 lavoratori della <strong>Cablo</strong> di Lecco. E nella stessa città la <strong>Fravit</strong>, a causa della caduta della domanda, ha avviato per i propri 27 dipendenti la cassa integrazione straordinaria, annunciando allo stesso tempo una riorganizzazione produttiva che potrebbe sfociare in licenziamenti. Gli effetti devastanti della crisi in atto sono esemplificati dal caso di Osnago, paese di circa 4.000 abitanti, di cui attualmente 300 sono in cassa integrazione. Nel paese utilizzano l&#8217;ammortizzatore la <strong>Baragetti</strong>, la <strong>Bel Garden</strong>, la <strong>Be-mar</strong>, la <strong>Gierre Ricambi</strong>, la <strong>Legatoria Vega</strong>, la <strong>Reco</strong>, la <strong>Trans-Steel</strong>, la <strong>Im-co Progetti</strong>, la <strong>Larga</strong>, la <strong>Lario Impianti</strong>, la <strong>Fomas</strong>, la <strong>Lamperti</strong> e la <strong>Top Glass</strong>. A Sirone la <strong>Texmec</strong> (settore meccano-tessile) ha decretato 20 esuberi per crisi economica dovuta al calo di fatturato, con l&#8217;avvio della cassa straordinaria di un anno che sfocerà in mobilità. A Calolziocorte la Bonaiti (lavorazione acciaio) ha terminato le ore di cassa integrazione ordinaria a disposizione ed è passata alla cassa straordinaria per 12 lavoratori e al contratto di solidarietà per altri 66, su un totale di 104 dipendenti: si teme quindi per il futuro di questa azienda storica, le cui radici risalgono addirittura al 1830. Difficoltà anche per la <strong>Husqvarna</strong> di Valmadrera, dove è in previsione il licenziamento di 60 lavoratori su 280 (attualmente tutti in cassa integrazione straordinaria per un anno). Il piano di lancio di nuovi prodotti per una ripresa della produzione si sta rivelando irrealizzabile. Anche in provincia di Sondrio la crisi colpisce duramente. Alla <strong>Mc</strong> di Cosio su 577 lavoratori 352 sono in cassa integrazione, 11 in mobilità e 83 fermi per la fine dell&#8217;attività: si sperava in una ripresa dopo le ferie estive, ma non si sono osservati segnali confortanti. Timori anche per la <strong>NewCocot</strong> di Sondrio, che ha già fatto abbondantemente ricorso agli ammortizzatori sociali, e per una grande azienda come la <strong>Cranchi</strong> (settore nautico) che a causa del calo del mercato dovrà probabilmente ricorrere alla cassa integrazione per i suoi 220 dipendenti.</p>
<p><a name="sezione8">BERGAMO</a></p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Dati generali:</span> Nei primi nove mesi dell&#8217;anno in provincia di Bergamo sono state licenziate con procedure collettive 4.685 persone: c&#8217;è stato un lieve caldo di licenziamenti nelle aziende che hanno diritto di accedere agli ammortizzatori sociali e un raddoppio in quelle che non hanno diritto ad accedervi perché con meno di 15 dipendenti (o meno di 50 nel turismo e nel commercio). L&#8217;ultima indagine congiunturale disponibile indica che i livelli di produzione a fine giugno erano decisamente inferiori a quelli del 2000, con un salto indietro di dieci anni dell&#8217;economia bergamasca. I livelli di utilizzo degli impianti sono scesi addirittura sotto il 60%. Nei primo otto mesi dell&#8217;anno le ore di cassa integrazione autorizzate in provincia sono triplicate, e nel mese di settembre c&#8217;è stato un altro grande balzo in avanti di ben oltre 2 milioni di ore, che ha portato il monte ore totale a 15,4 milioni rispetto ai 3,4 dei primi tre trimestri 2008. Preoccupa in particolare l&#8217;impennata della cassa integrazione straordinaria (indicativa di situazioni di crisi più strutturali), che nei mesi precedenti era cresciuta in misura minore rispetto a quella ordinaria, e che invece a fine settembre è risultata in aumento del 910% rispetto a un anno prima. Secondo i sindacati, inoltre, nel quarto trimestre saranno circa 1.800 i lavoratori per i quali scade il periodo di cassa integrazione straordinaria o in deroga. Nel periodo gennaio-agosto 2009 risultano in netta crescita anche i fallimenti, aumentati del 49%. Tra i settori più colpiti dalla crisi vi è quello metalmeccanico, dove a fine settembre c&#8217;erano 500 aziende e 22.368 lavoratori interessati dalla cassa integrazione. Nel settore artigianale durante il terzo trimestre si sono notati segni di &#8220;adagiamento sul fondo&#8221;, cioè di un arresto della caduta su livelli però bassissimi. E&#8217; leggermente diminuito, secondo i dati di un&#8217;inchiesta di Regione e Unioncamere Lombardia, il numero di aziende che registra cali produttivi di oltre il 5% e sono tornate a comparire imprese che dichiarano incrementi superiori al 5% (sono però solo il 2,1%). Un altro dato apparentemente incoraggiante è che il calo del fatturato risultava a fine settembre pari a -19,4% su base annua, rispetto al -23,4% del secondo trimestre. Dato che diventa meno incoraggiante se si tiene conto di un aspetto tanto elementare quando fondamentale, come osserva l&#8217;Eco di Bergamo: &#8220;ormai il confronto viene fatto su un periodo come il terzo trimestre 2008 che già iniziava a dare segni di cedimento della congiuntura. In prospettiva non ci sono grandi prospettive per un recupero della produzione, dato che viene denunciato un carico di ordini in flessione, sia sul mercato interno sia su quello estero&#8221;.</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi Aziendali:</span> &#8220;Il lunedì nero del lavoro bergamasco&#8221;, così titolava l&#8217;Eco di Bergamo il 29 settembre dopo l&#8217;annuncio contemporaneo, in una sola giornata, di 836 esuberi negli stabilimenti bergamaschi della Tenaris-Dalmine, di 73 esuberi al Maglificio Dalmine e di 50 esuberi alla System Plast di Telgate, per un totale di quasi 1.000. Il caso dagli effetti socialmente più devastanti è quello della <strong>Tenaris Dalmine</strong>, che nell&#8217;ambito di un piano di riorganizzazione a livello internazionale ha annunciato per la provincia di Bergamo il taglio del 32% dei dipendenti negli stabilimenti di Dalmine e Sabbio e addirittura del 48% a Costa Volpino, per un totale per l&#8217;appunto di 836 tagli (in totale, a livello nazionale, si parla di 1.024 esuberi). Da sempre uno dei perni dell&#8217;economia bergamasca, la Dalmine è passata dai 14.000 dipendenti del 1975, ai 10.000 del 1986 e ai 5.000 degli anni novanta. Nel momento in cui chiudiamo il presente Diario è in programma un vertice tra ministero per lo sviluppo economico, sindacati e vertici dell&#8217;azienda per affrontare la crisi. E&#8217; stato inoltre annunciato che presto si riuniranno a Dalmine i rappresentanti sindacali dei vari stabilimenti che il gruppo Tenaris possiede in Canada, Argentina, Brasile, Colombia e Romania, per discutere tra le altre cose l&#8217;eventuale organizzare un&#8217;azione di protesta comune a livello internazionale. La <strong>System Plast</strong> di Telgate, che alla fine dell&#8217;anno scorso è stata acquistata dalla multinazionale americana Emerson, ha annunciato ai sindacati l&#8217;intenzione di spostare parte dell&#8217;attività produttiva in Germania, con la prospettiva di un taglio di una cinquantina di posti di lavoro su 120 complessivi. Il piano industriale verrà specificato maggiormente nei dettagli nei prossimi giorni. La System Plast è il secondo gruppo al mondo nella produzione di componentistica per l&#8217;industria alimentare. Crisi anche al <strong>Maglificio Dalmine</strong>, che ha annunciato una riorganizzazione operativa con una notevole riduzione del personale: 73 posti di lavoro in meno per un&#8217;occupazione che scenderà da 138 a 65 persone (l&#8217;organico è composto al 90% da donne, quasi tutte giovani). Il tutto dopo che a luglio era stata aperta la procedura di cassa straordinaria fino a fine dicembre ma, come specifica l&#8217;amministratore delegato della società, l&#8217;azienda sta affrontando una crisi che non è più congiunturale ed è ormai diventata strutturale. Acque agitate anche alla <strong>Frattini</strong> di Seriate, in concordato preventivo. I lavoratori hanno protestato per le modalità affrettate e poco trasparenti con cui è stata condotta la prima gara per l&#8217;acquisto di un ramo aziendale, quello dei metal container, vinta da una società del gruppo tedesco Polytype-Mall Herlan che si è impegnata ad assorbire solo 37 dei 66 lavoratori. Rimangono ancora da definire le sorti dell&#8217;altro ramo d&#8217;azienda, dove lavora la maggior parte dei 191 dipendenti della Frattini e per il quale le prospettive non sono buone, visto che sembra non sia stata presentata alcuna offerta. La <strong>Lilly Italia</strong> di Pedrengo (biancheria intima), dove sta per terminare la cassa straordinaria per crisi aziendale aperta lo scorso febbraio, ha deciso la mobilità per 30 dipendenti su 62 (in maggioranza donne): i lavoratori temono per una prossima dismissione delle attività produttive a favore di una trasformazione in realtà logistica-commerciale. Un&#8217;altra crisi di grandi dimensioni in territorio bergamasco è quella della <strong>Same</strong> di Treviglio (produzione trattori), che a fine ottobre ha annunciato 150 nuovi esuberi, dopo che a fine agosto il gruppo aveva già registrato a livello nazionale 362 uscite. Il settore risente della crisi nell&#8217;agricoltura e, dopo il calo del mercato del 24% nel primo semestre, seguito da un forte peggioramento a luglio e agosto, prevede un&#8217;ulteriore flessione del 14% nel 2010. A fronte di un calo del fatturato del 45%, la <strong>Moog</strong> di Almenno ha annunciato 14 licenziamenti dopo avere utilizzato 26 settimane di cassa ordinaria fino a fine settembre. Anche per la <strong>A Electric</strong> di Villa d&#8217;Adda la lunga cassa ordinaria è sfociata nella crisi più nera, cioè nel fallimento. Già in difficoltà finanziarie, la società è stata messa in ginocchio dal fallimento di altre aziende presso cui vantava crediti, con un preoccupante effetto a catena. Per i circa 40 dipendenti, che tra l&#8217;altro dall&#8217;estate non ricevono più lo stipendio, si apre la prospettiva della perdita del posto di lavoro. Situazione simile anche alla <strong>Hidroberg</strong> di Grassobbio, dove dopo 13 settimane di cassa ordinaria si è giunti alla cassa straordinaria per cessata attività per tutti i 18 lavoratori (nei tempi d&#8217;oro l&#8217;azienda era arrivata ad avere un centinaio di dipendenti). Al bottonificio <strong>Limar</strong> di Grumello del Monte si è giunti a ottobre a una svolta nell&#8217;assurda situazione che colpiva i 25 dipedenti, da febbraio senza stipendio perché la fabbrica era ferma ma ufficialmente ancora in attività. Sono stati gli stessi lavoratori a chiederne il fallimento, in modo da potere ottenere almeno la cassa integrazione straordinaria, e il 13 ottobre la loro richiesta è stata infine accolta. Alla <strong>Toora</strong> di San Paolo d&#8217;Argon in amministrazione straordinaria è stata disposta la cassa straordinaria per 90 lavoratori, che vanno così ad aggiungersi ai circa 180 che erano già in cassa in altri due siti dell&#8217;azienda. La <strong>Cantieri Riva</strong> di Sarnico (213 dipendenti) ha richiesto altre due settimane di cassa integrazione da utilizzare a ottobre dopo averne già utilizzate due a settembre. A Treviglio si è chiusa la vertenza della <strong>Eurogravure</strong> (stampa rotocalco), che risente pesantamente della crisi dell&#8217;editoria. L&#8217;organico si assesterà sui 146 dipendenti, mediante la messa in cassa straordinaria di un anno di 60 dipendenti e il prepensionamento di un massimo di 40. Soluzione dolorosa anche per la cooperativa <strong>Igb</strong> di Zingonia, delle cui 79 socie-dipendenti 40 saranno assorbite dal cliente Mgl di Bergamo, mentre le rimanenti 39 andranno in mobilità. Citiamo infine un lungo elenco dell&#8217;Eco di Bergamo che dà un&#8217;idea della pesante situazione in tutta la provincia: &#8221; Il <strong>Cotonificio Honegger</strong> di Albino è una delle ultime vicende: su 430 lavoratori, per 25 dovrebbe scattare la Cassa integrazione a zero ore, dopo l’annuncio di una riorganizzazione destinata a portare a 240 esuberi. Al <strong>Linificio e Canapificio Nazionale</strong> di Villa d’Almè è stata prorogata la Cassa straordinaria per 112 dipendenti su 200. Poi la <strong>Manifattura Valle Brembana</strong> di Zogno: 416 addetti e 241 esuberi dichiarati, in contratto di solidarietà fino al 9 gennaio; la <strong>Miti</strong> di Zogno: 78 persone coinvolte in una Cassa speciale per cessazione d’attività; la <strong>Valbrem</strong> di Lenna: Cassa speciale a rotazione per un anno per 162 dipendenti. Anche un colosso come la <strong>Sanpellegrino</strong> la primavera scorsa ha annunciato 282 lavoratori in eccedenza a livello nazionale, scesi poi a 115 (da 60 a 40 per lo stabilimento di Ruspino). La <strong>Rono</strong> di Almenno San Bartolomeo ha previsto la Cassa integrazione per un anno a rotazione per tutti i 158 dipendenti. Cigs anche alle <strong>Fonderie Mazzucconi</strong> di Ponte San Pietro per 130. La <strong>Pigna</strong> di Alzano Lombardo: l’azienda ha dapprima aperto la procedura di mobilità trovando poi l’accordo con i sindacati per la Cassa integrazione straordinaria per i 133 dipendenti del reparto cartiera. La <strong>Siac</strong> di Pontirolo Nuovo e Osio Sotto: Cassa integrazione straordinaria per due anni dal febbraio 2009 al febbraio 2011. La <strong>Comital</strong> di Nembro: 97 lavoratori sono in Cassa speciale dal maggio scorso per cessata attività. La <strong>Società del Gres</strong> di Sorisole: Cassa integrazione straordinaria per due anni per i 147 lavoratori (40 dei quali accedono direttamente alla pensione tramite la mobilità). La <strong>Tessival</strong> di Fiorano al Serio: su 210 addetti, sono in Cassa straordinaria circa 80 lavoratori. Fino a dicembre Cassa integrazione straordinaria per ristrutturazione per 410 lavoratori su 630 alla <strong>Promatech</strong> negli stabilimenti di Casnigo, Colzate e Vilminore di Scalve. Alla <strong>Texter</strong> (ex Legler) di Ponte San Pietro è stata prorogata fino a maggio 2010 la Cassa integrazione straordinaria per 335 lavoratori. Cassa straordinaria anche alle <strong>Fonderie Pilenga</strong> di Comun Nuovo (per 13 settimane) per i 230 lavoratori in organico. In corso la Cassa speciale anche alla <strong>Radici Pietro Industries &amp; Brands</strong> (l’<strong>ex Tappetificio</strong>) di Cazzano Sant’Andrea fino a un massimo di 120 dei 240 lavoratori&#8221;. E, dallo stesso quotidiano, un altro impressionante elenco, quelle delle aziende entrate in cassa integrazione da settembre: &#8220;da settembre sono entrate in Cassa integrazione ordinaria, tra le altre, la <strong>I.M.C. Italiana</strong> macchine caffè di Bergamo (62 lavoratori, fino al 27 novembre 2009), <strong>Tullio Giusi</strong> Spa di Grumello del Monte (53 lavoratori per 13 settimane dal 21), <strong>Az F.I.U.S.</strong> Spa di Terno d’Isola (51 lavoratori dal 21 settembre al 19 dicembre 2009), <strong>Officine Meccaniche Rozzoni</strong> di Brignano Gera d’Adda (48 lavoratori, dal 14 settembre all’11 dicembre 2009). Stanno per iniziarla anche l’<strong>Imet</strong> Spa di Cisano Bergamasco (55 lavoratori, dal 5 ottobre al 24 dicembre 2009), <strong>Locatelli</strong> Spa di Mapello (45 lavoratori, dal 1° ottobre al 18 dicembre 2009), <strong>Italgru</strong> srl di Ambivere (41 dipendenti, dal 5 ottobre al 19 dicembre 2009). C’è poi la cassa in deroga dal 1° di settembre al 30 giugno 2010 per i 50 lavoratori dell’<strong>Mcs Officina meccanica</strong> Spa di Urgnano; la cassa in deroga per 6 mesi della <strong>Tecno Progress</strong> di Madone (25 lavoratori); e la cassa in deroga per 13 settimane (dal 14 settembre), che coinvolge 10 impiegati della <strong>G.M.V. Macchine utensili</strong> Spa di Stezzano. È, invece, straordinaria da settembre la cassa integrazione per la <strong>Cortis Lentini</strong> di Gorle (41 lavoratori) e per le officine <strong>Turra</strong> srl di Grumello del Monte (24 lavoratori). In mobilità, infine, la <strong>M&amp;M International</strong> di Orio al Serio (per 25 lavoratori), la <strong>Faeber Lighting System</strong> Spa di Orio al Serio (per 22 lavoratori) &#8220;.</p>
<p><a name="sezione9">BRESCIA</a></p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span><strong>:</strong> A fine settembre la situazione in provincia di Brescia cominciava già a precipitare. Diversi gli annunci di chiusura di diversi colossi del settore manifatturiero locale (oltre all’Ideal Standard naturalmente). Dalla Mac alla Borromini, dalla Aluminium Trevisan Cometal alla Federal Mogul di Desenzano, dal Pastificio Pagani di Rovato alla Europress di Sarezzo e alla Gnutti Sebastiano di Villa Carcina. Secondo i dati diffusi a inizio ottobre dall’Inps nel mese di settembre le aziende bresciane hanno chiesto 5,8 milioni di ore di cassa integrazione (4,6 milioni di cigo e 1,2 milioni di cigs) facendo registrare così una netta crescita (nello stesso mese del 2008 erano 864mila). Anche in settembre sono state soprattutto le imprese meccaniche a chiedere la cassa seguite dalle metallurgiche, tessili e dalle chimiche. Le ore autorizzate per il periodo gennaio – settembre 2009 hanno raggiunto quindi quota 31.924.027. La crescita rispetto al 2008 è stata dunque del 694%. Altro dato sconfortante è quello inerente i fallimenti nei primi nove mesi del 2009: 172 contro i 129 del 2008. L’analisi congiunturale relativa al terzo trimestre 2009, presentata a metà ottobre da Apindustria, evidenzia l’incedere di una crisi drammatica in provincia. Dalle 1500 imprese che costituiscono il campione è emerso un quadro sconsolante. Quattro imprese bresciane su 5 hanno registrato nel terzo trimestre un calo medio del fatturato del 30%. In ogni caso tutti gli indicatori appaiono negativi: produzione, occupazione, ordini e prezzi di listino. Secondo il rapporto Excelsior (Sistema informativo di Unioncamere) nel 2009 in provincia di Brescia si prevedono 15780 assunzioni a fronte di 21110 uscite (-5340 posti di lavoro pari al -1,7% del totale).</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: Il 22 settembre scorso i 130 dipendenti della <strong>Ideal Standard</strong>, ditta specializzata nella produzione di sanitari, a seguito dell’annuncio di spegnimento del forno in funzione da circa 60 anni, e dopo tre mesi di presidio, hanno occupato il sito produttivo. Diverse le istituzioni coinvolte per cercare una soluzione alternativa alla chiusura: dal Comune al Prefetto, dalle autorità regionali al Ministero delle attività produttive. Il 6 ottobre, a seguito dell’annuncio della proprietà di non voler spegnere il forno, i lavoratori hanno deciso di chiudere l’occupazione dello stabilimento e di proseguire con un presidio permanente. Nel frattempo per trovare possibili soluzioni alla crisi della nota azienda le rappresentanze dei lavoratori e la proprietà hanno incontrato il 13 ottobre a Roma, presso il Ministero allo Sviluppo Economico, il sottosegretario Stefano Saglia, il quale ha proposto all’azienda di valutare la realizzazione della piattaforma logistica nel centro intermodale piccola velocità di Brescia. Dopo qualche giorno l’azienda ha proposto alle rappresentanze sindacali una riduzione degli esuberi, attraverso un sistema che avrebbe portato al dimezzamento variabile a livello aziendale per ogni stabilimento. I sindacati non hanno accettato la piattaforma proposta. Nel frattempo in provincia sono diverse le agitazioni dei lavoratori. Alla <strong>Rothe Erde</strong>, i lavoratori hanno deciso a metà ottobre di indire uno sciopero (un’ora per turno) per contrastare la scelta aziendale di licenziare 55 lavoratori. Alla <strong>Federal Mogul</strong> i dipendenti hanno scelto il presidio permanente e un’ora di sciopero per turno per impedire il trasferimento della produzione in Polonia e la chiusura dello stabilimento di Desenzano.  La <strong>Brandt Italia</strong>, ex Ocean, di Verolanuova, ha ufficializzato l’apertura della mobilità per 200 lavoratori su 495 dopo aver chiesto invano una proroga della cassa in deroga. Centocinquanta lavoratori della <strong>Ab Plast</strong> di Montichiari, azienda controllata dal gruppo francese Hager, hanno dato vita a un presidio permanente davanti ai cancelli della fabbrica, a seguito dell’annuncio della proprietà di voler chiudere il sito produttivo a giugno 2010.</p>
<p><a name="sezione10">PAVIA</a><br />
<span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span>: I dati sullo stato dell’occupazione in provincia di Pavia (inerenti il primo trimestre 2009), resi noti poco dopo la metà del mese di settembre, evidenziando un saldo occupazionale positivo (+800 occupati circa) sembrerebbero presagire una prima timida ripresa. In realtà la gran parte dei nuovi posti di lavoro è di tipo precario (i contratti a tempo determinato infatti sono il 47% del totale). Secondo le compagini sindacali locali uno dei settori più colpiti risulta essere quello calzaturiero. Il 90% delle imprese di tale settore hanno attivato la cassa integrazione ordinaria e hanno registrato un calo medio del 40% di fatturato e ordini. In particolare a pagare di più la crisi sembrano essere i contoterzisti della calzatura (fornitori abituali ad es. di Prada, Gucci e Ferragamo). La flessione su base annuale è impressionante: da 200 a 40 paia al giorno; da fatturati medi che si attestavano sui 600mila euro agli attuali 200mila. Anche il settore dell’edilizia pavese sembra essere stritolato dalla crisi. Si è passati da 11mln di ore lavorate del 2008 ai circa 9 milioni attuali ; le ore di cassa integrazione ordinaria sono passate da 341mila a 818 mila.</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: Alla <strong>Sigma</strong>, azienda meccanica di <strong>Vigevano</strong>, a seguito dell’attivazione della cassa straordinaria, cinquanta dipendenti hanno dato vita a un presidio davanti ai cancelli dell’azienda al fine di avere risposte sul loro futuro. Al momento la ricerca di un nuovo acquirente non ha prodotto alcun frutto. L’assessorato provinciale alle Politiche sociali si è attivato per tentare il reinserimento lavorativo dei cassintegrati. A seguito del fallimento di due aziende edili di <strong>Vigevano</strong> (la <strong>Arcadia</strong> e la <strong>Area Costruzioni</strong>) sono 60 i dipendenti rimasti senza lavoro nella zona. La situazione è disperata anche per i circa 80 artigiani che fungevano da subfornitori delle due ditte. I lavoratori dell’<strong>Arsenale</strong> di <strong>Pavia </strong>per far sentire la loro voce, a seguito della probabile chiusura del gruppo, hanno bloccato pacificamente il ministro della Difesa Ignazio La Russa che transitava in auto davanti al loro presidio. Nei giorni successivi è stata ventilata la possibilità di un reimpiego di almeno 100 dipendenti (su 235) nel locale Provveditorato agli Studi. Dal mese di agosto, secondo quanto dichiarato dal segretario della Cgil trasporti di Voghera, 15 dipendenti della <strong>Csi</strong>, cooperativa che ha in subappalto la pulizia dei treni, spazi delle stazioni e anche la minuta manutenzione, non ricevono lo stipendio. Le organizzazioni sindacali hanno minacciato la proprietà di indire uno sciopero immediato.</p>
<p><a name="sezione11">LODI</a></p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span><strong>:</strong> Secondo i dati diffusi a fine settembre dall’ufficio regionale CGIL, in provincia di Lodi il ricorso alla cassa integrazione è cresciuto dell’851% nel giro di un anno. Il settore che appare più coinvolto è quello industriale, seguono quello metallurgico e quello del legno. Da sottolineare l’aumento del ricorso alla cassa integrazione in deroga concessa alle realtà imprenditoriali medio piccole. Anche i dati Cisl di fine settembre confermano uno scenario fortemente negativo: 3000 lavoratori in cassa e 1300 in mobilità.Secondo un’indagine diffusa dalla locale Camera di Commercio a metà ottobre l’ultima ondata di crisi che ha travolto il territorio lodigiano ha lasciato a casa circa 10.000 lavoratori. I dati resi noti a fine ottobre non sono certo più rosei. Le ore di cassa integrazione concesse nel lodigiano da gennaio a settembre sono 2.061.189 (nello stesso periodo del 2008 erano 202.933. Lodi registra quindi un aumento del 915% attestandosi quindi al terzo posto in Lombardia dopo Lecco (+1187%) e Cremona (+1.006%). In ginocchio il polo chimico lodigiano. A parte i colossi (la Lever di Casale e la Akzo Nobel di Fombio) è tutto il settore a soffrire. Hanno avviato la cassa integrazione o stanno per farlo la Flexor di Massalengo, la Mgf di Pieve Fissiraga, la Pregis di Ossago, la 3R di Saleranno, la Poligolf di Pieve Fissiraga e la Gr Belts di Borghetto Lodigiano.</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: Il 17 settembre scorso, alla <strong>Akzo Nobel</strong> di Fombio, azienda leader nel campo della produzione di vernici, i dipendenti casualmente hanno trovato dei documenti della proprietà sulla intranet aziendale (confermati successivamente dai vertici dell’impresa in un incontro con i sindacati) che annunciavano la chiusura dello stabilimento entro fine anno. I 185 dipendenti a fronte dell’annuncio hanno deciso l’immediato blocco della produzione e un presidio permanente di protesta davanti ai cancelli del sito produttivo. Qualche giorno l’azienda ha reso noto che la data di chiusura sarà fine giugno 2010. A seguito delle proteste dei dipendenti la Akzo ha concesso un incentivo mensile ai dipendenti che rimarranno fino alla chiusura e ha assicurato che farà di tutto per ricollocare almeno una parte dei dipendenti in altri siti produttivi del gruppo. Dopo svariati confronti con la proprietà chiusi negativamente le compagini sindacali hanno scelto l’atto estremo di protesta dello sciopero della fame. A seguito l’impresa ha accettato di riaprire il tavolo sindacale per discutere di riduzione degli esuberi e ricollocazione dei dipendenti. Nonostante esistesse un formale pre-accordo tra la proprietà della <strong>Lever </strong>di Casalpusterlengo e il Comune nessuno dei cassintegrati del colosso chimico è stato assunto dal nuovo centro commerciale IperFamila appena aperto nella zona. Un ex top manager dell’azienda il senatore Michele Bucci in un’intervista a metà ottobre ha dichiarato che il colosso chimico è a rischio di chiusura totale. Subito le compagini sindacali hanno cercato di approfondire con i vertici aziendali che non hanno dato risposte soddisfacenti. La <strong>Nilfisk Advance</strong>, multinazionale danese leader mondiale delle macchine professionali per la pulizia, ha deciso che sposterà alcune linee produttive di Guardamiglio in Ungheria. I vertici aziendali hanno chiesto la cassa straordinaria per 90 dipendenti su un totale di 171. I sindacati hanno subito indetto uno sciopero di protesta.</p>
<p><a name="sezione12">CREMONA</a></p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span><strong>: </strong>Secondo i dati resi noti dalla Provincia nella seconda metà del mese di settembre, in provincia di Cremona, calano drasticamente le assunzioni (-20%) e crescono i contratti a tempo determinato. Il calo principale riguarda il settore manifatturiero; sostanzialmente stabile la situazione in agricoltura, costruzioni, sanità e servizi di informazione. Le aree più colpite dalla crisi occupazionale sono Crema, Casalmaggiore e Soresina. L’indagine congiunturale resa nota dalla locale Camera di Commercio alla fine del mese di settembre pur confermando la grave situazione sul fronte occupazionale evidenziava timidi segnali di ripresa economica da imputarsi principalmente a un leggero aumento dei consumi. L’indagine ha poi sottolineato il perdurare di una grave crisi nel settore metalmeccanico concentrato principalmente nell’area di Castelleone  e nel settore cosmetico. Segnali di ripresa più marcati arrivano invece dal settore chimico, dall’edilizia, dal commercio e dalla siderurgia. Da rilevare poi un incremento nel primo semestre 2009 di 43 unità del numero delle imprese attive nel cremasco. Per quello che riguarda il settore metalmeccanico cremonese un’indagine della locale Fim Cisl a fine settembre sottolineava che dalla fine di luglio del 2009 la crisi ha riguardato 163 imprese per un totale di 2704 lavoratori. Secondo i dati di Cgil Lombardia (diffusi a fine ottobre) nei primi otto mesi dell’anno, il ricorso alla cassa integrazione a Cremona è aumentato del 1079% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (facendo attestare la provincia al secondo posto regionale); con un valore che supera del 594% la media regionale. Da gennaio a settembre (rispetto allo stesso periodo del 2008) le ore di cassa sono passate da 500.000 a 5,5 milioni.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi Aziendali</span><strong>: </strong>La <strong>Cierreci</strong>, ditta di confezioni di Malagnino, ha chiuso i battenti, a seguito di un pignoramento, lasciando sulla strada 27 operai. A seguito dell’intervento dei sindacati e delle istituzioni 25 lavoratori hanno potuto accedere alla cassa integrazione speciale per cessata attività e un altro dipendente alla cassa integrazione in deroga (per l’ultimo dei 27 dipendenti non si è potuto fare nulla in quanto non risultava ancora regolarmente registrato). Dopo aver minacciato la chiusura la <strong>Rdb</strong> di Ponticelli ha attivato la cassa integrazione ordinaria fino al 5 dicembre per 60 dei 106 dipendenti. A seguito l’impresa rianalizzerà la situazione. Alla <strong>Nuova Sala</strong> di Sabbioneta è partita la procedura di mobilità volontaria di 13 dipendenti su 39. Per i restanti 26 la situazione è fortemente incerta. La <strong>Faital</strong> di Chieve, a seguito di un incontro in Regione, ha chiesto l’attivazione della cassa integrazione straordinaria per tutti i 118 dipendenti per i prossimi 12 mesi. Alla <strong>Oem-Ali </strong>di Bozzolo, azienda specializzata in forni per pizza e impastatrici, i sindacati hanno indetto 8 ore di sciopero  contro i 17 licenziamenti annunciati dalla proprietà dopo sole 14 settimane di cigo. La <strong>Comandulli</strong> di Castelleone, operante nella produzione di macchine lucida-marmo, in un’assemblea con i lavoratori a fine ottobre ha dichiarato 35 esuberi (su un totale di 94 dipendenti compresa la sede genovese). La <strong>Falegnameria Minuti</strong> di Gussola, specializzata nella produzione di serramenti, pur non avendo mai richiesto l’attivazione degli ammortizzatori sociali, da giugno non paga i dipendenti. I sindacati si son detti pronti ad adire le vie legali.</p>
<p><a name="sezione13">MANTOVA</a></p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span><strong>: </strong>La crisi nell’area mantovana non sembra assolutamente frenare. Secondo i dati resi noti dalla Provincia a inizio ottobre se da una parte evidenziano una certa stabilità del dato occupazionale (nei primi nove mesi dell’anno sono 1261 le persone licenziate contro le 1561 dello stesso periodo dell’anno scorso) dall’altra sottolineano la situazione drammatica sul fronte degli ammortizzatori sociali. Il settore industriale mantovano è passato da 222.814 ore autorizzate di cassa ordinaria nei primi mesi del 2008, a 1.792.997 ore nel periodo gennaio-agosto 2009. Esemplare è poi il dato riguardante l’ausilio della cassa straordinaria da parte di aziende con meno di quindici dipendenti: nel luglio 2009 sono state autorizzate 1.474.668 ore (nel luglio 2008 erano 48.753!). In particolare il settore dell’artigianato nel mantovano sembra vivere una crisi drammatica. Secondo dati diffusi dalla Cgil locale le aziende artigiane che hanno chiesto di poter utilizzare la cassa in deroga sono già 723. I lavoratori che sperano di poter accedere alla cassa (e quindi non essere licenziati) sono più di 4000 (su un totale di 5200 addetti). Più di mille di loro sono già alla seconda richiesta di sostegno al reddito. Una delle aree provinciali che sembra più colpita dalla crisi è quella di Viadana. Secondo il locale assessore alle attività economiche sono 34 le imprese della zona in forte difficoltà (su un totale di 581 addetti, 397 sono in cassa integrazione). A fine ottobre la pubblicazione dell’indagine sulla congiuntura economica locale della Camera di Commercio di Mantova segnala i timidi segni di ripresa. Se da una parte si registra un calo occupazionale del 3% e un calo produttivo (-1,5% su base trimestrale e -7% su base annuale) dall’altra emerge un timido aumento degli ordini esteri (+0,7%) e del fatturato delle imprese manifatturiere (+3%).</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span><strong>: </strong>Situazione drammatica alla <strong>Biztiles</strong> di <strong>Bondeno di Gonzaga</strong>, azienda di punta del polo ceramicolo locale: dismissione in corso dell’azienda ,cassa integrazione di luglio e agosto non ancora accreditata ai singoli operai e tfr non riconosciuto (sarebbero stati offerti solo 100 euro ad operaio a titolo compensativo!). La questione è stata sottoposta all’assessorato al Lavoro della Regione Lombardia. E’in corso un tentativo in extremis di reimpiego della forza lavoro dell’azienda.  Alla <strong>Pompea</strong> (noto calzificio) i lavoratori hanno indetto lo scorso 9 ottobre uno sciopero di 8 ore e presidio nei due stabilimenti di <strong>Asola</strong> e <strong>Medole</strong> a seguito dell’annuncio della proprietà di altri 50 esuberi.  Alla <strong>Ca.me.t.</strong>, azienda specializzata nella carpenteria metallica tecnica, di <strong>Suzzara</strong> alcuni dipendenti a fine settembre hanno ricevuto una raccomandata che annunciava loro il licenziamento a causa dell’attuale congiuntura economica. Gli operai si sono immediatamente rivolti alle compagini sindacali per ottenere il sostegno legale. Alla <strong>Lavorwash</strong> di <strong>Pegognaga</strong>, a fronte di una richiesta di cassa integrazione per 90 operai e dieci impiegati, di fatto solo 20 operai (sempre gli stessi) sono in cassa a zero ore da cinque mesi.</p>
<p>(fonti: la stampa locale lombarda dal 12 settembre all&#8217;1 novembre 2009)</p>
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		<title>Diario della crisi in Lombardia, 21 settembre 2009</title>
		<link>http://milanointernazionale.it/2009/09/20/diario-della-crisi-in-lombardia-4-settembre-2009/</link>
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		<pubDate>Sun, 20 Sep 2009 21:14:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milanointernazionale</dc:creator>
				<category><![CDATA[=>   Notizie e approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[Cassa integrazione]]></category>
		<category><![CDATA[Crisi]]></category>
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		<description><![CDATA[I trend del periodo: Conflittualità in aumento, giovani in crisi, liquidità agli sgoccioli – La situazione provincia per provincia, dai dati generali alle singole crisi aziendali SOMMARIO I trend del periodo: Conflittualità in aumento, giovani in crisi, liquidità agli sgoccioli - LOMBARDIA IN GENERALE - MILANO - MONZA-BRIANZA - VARESE - COMO - LECCO-SONDRIO - [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&amp;blog=7100082&amp;post=761&amp;subd=milanointernazionale&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>I trend del periodo: Conflittualità in aumento, giovani in crisi, liquidità agli sgoccioli – La situazione provincia per provincia, dai dati generali alle singole crisi aziendali</strong></p>
<p><span id="more-761"></span>SOMMARIO</p>
<p><a href="#sezione1">I trend del periodo: Conflittualità in aumento, giovani in crisi, liquidità agli sgoccioli</a></p>
<p><a href="#sezione2">- LOMBARDIA IN GENERALE</a></p>
<p><a href="#sezione3">- MILANO</a></p>
<p><a href="#sezione4">- MONZA-BRIANZA</a></p>
<p><a href="#sezione5">- VARESE</a></p>
<p><a href="#sezione6">- COMO</a></p>
<p><a href="#sezione7">- LECCO-SONDRIO</a></p>
<p><a href="#sezione8">- BERGAMO</a></p>
<p><a href="#sezione9">- BRESCIA</a></p>
<p><a href="#sezione10">- PAVIA</a></p>
<p><a href="#sezione11">- LODI</a></p>
<p><a href="#sezione12">- CREMONA</a></p>
<p><a href="#sezione13">- MANTOVA</a></p>
<p><a name="sezione1">I trend del periodo: Conflittualità in aumento, giovani in crisi, liquidità agli sgoccioli </a><br />
Nell&#8217;ultimo numero del Diario della crisi in Lombardia avevamo chiuso la nostra introduzione constatando il basso livello di conflittualità che fino a quel momento (fine luglio) aveva contrassegnato la crisi. Ad agosto il caso della Innse di Lambrate sembra invece avere segnato un primo punto di svolta e la grande eco che ha trovato a livello nazionale, con svariati emuli, è un indice del fatto che il terreno è fertile per un rialzo della conflittualità a difesa del posto di lavoro. Si tratta di un particolare fondamentale, visto che a partire da quest&#8217;autunno si prevede per molte aziende la cessazione del ricorso agli ammortizzatori sociali con i conseguenti licenziamenti. Le ultimissime preoccupanti notizie che stanno arrivando sul caso Innse (vedi più sotto, nella sezione Milano) gettano però un&#8217;ombra sulle possibili strategie di contrasto delle controparti di fronte alle proteste eclatanti: in molti casi tali strategie potrebbero essere apparentemente arrendevoli per cercare poi di invertire la vittoria in una sconfitta una volta spentasi l&#8217;attenzione dei media. Solo una più ampia mobilitazione politica può prevenire esiti simili. D&#8217;altronde le forme che assumeranno le proteste dovranno essere necessariamente diverse da quella tradizionale dello sciopero, che in un periodo di crisi e di crollo generale della produttività perde di incisività. Non è un caso che a livello nazionale le statistiche parlino di un netto calo delle ore di sciopero nel primo semestre 2009. Parallelamente alla crisi nell&#8217;industria e a quella che si sta diffondendo sempre più anche nei servizi, c&#8217;è la &#8220;crisi&#8221; della scuola, addebitabile in toto alla riforma Gelmini. In Lombardia verranno cancellati quasi 5.000 posti di lavoro nelle scuole, e in più c&#8217;è la chiusura di prospettive per le migliaia di precari, che hanno anche loro effettuato proteste clamorose sul modello Innse. E, come le scuole, anche le università dovranno affrontare a breve i drastici tagli previsti dalla riforma Gelmini. Ci sarà un netto calo della qualità dell&#8217;insegnamento, già a bassi livelli (non certo per colpa del corpo docente) e questo, sul lungo termine, avrà effetti anche sulle capacità economiche della regione. Se a ciò si aggiunge un dato di cui pochi parlano, ma che è altrettanto preoccupante delle cifre sulla cassa integrazione e sui licenziamenti, e cioè quello del crollo delle assunzioni, calate nelle varie province del 30-50% e che colpiscono in modo particolare i giovani, si hanno tutte le coordinate per un forte inasprirsi della &#8220;questione giovanile&#8221;: lasciati sempre più a loro stessi negli studi, senza la prospettiva di un lavoro che non sia ultraprecario e con famiglie in forti difficoltà economiche, anche gli strati più giovani saranno sempre più vittime della crisi e delle politiche della destra. Un risveglio delle loro lotte in parallelo a quelle dei lavoratori potrebbe costituire un contributo fondamentale per ottenere risultati incisivi. Al panorama generale va aggiunta la sempre più preoccupante mancanza di liquidità da parte delle aziende, dovuta da una parte ai cali di fatturato e ordinativi, dall&#8217;altra alla stretta creditizia, e che si traduce sempre più spesso in licenziamenti diretti, oppure in licenziamenti di fatto mediante la cassa straordinaria. Samo ancora a inizio settembre e dopo le ferie estive tutti attendono con preoccupazione i prossimi difficili mesi. A tale proposito va rilevato che, tra sindacati e organizzazioni padronali che operano sul terreno, nessuno osa neanche lontanamente parlare di &#8220;ripresa in vista&#8221; o di &#8220;peggio che è ormai alle spalle&#8221;. NOTA: Questo numero del Diario della crisi in Lombardia copre gli sviluppi dal 18 luglio all&#8217;11 settembre 2009.</p>
<p><a name="sezione2">LOMBARDIA IN GENERALE</a><br />
E&#8217; cominciato il mese di settembre e piovono da una parte gli ultimi dati che fanno il punto della situazione, dall&#8217;altra le previsioni per il prossimo autunno-inverno. A fine luglio la Cgil ha diffuso una serie di dati che fotografano la situazione nella regione prima delle ferie: circa il 45% delle imprese sono indebitate e ben un quarto ha i bilanci in perdita, 200.0000 persone su 3.000.000 occupati (partite IVA escluse) hanno perso un lavoro e ne stanno cercando un altro. Nel primo semestre i licenziamenti hanno toccato quota 31.161, con un aumento del 74% rispetto allo stesso semestre del 2008, mentre il ricorso alla cassa integrazione è cresciuto del 415%; nei primi sette mesi di quest&#8217;anno, inoltre, le indennità di disoccupazione hanno registrato un balzo del 128% rispetto allo stesso periodo dell&#8217;anno scorso. Un&#8217;indagine dell&#8217;Api rileva che nella regione il 60% delle medie imprese e il 40% delle piccole hanno riscontrato cali nell&#8217;occupazione. Il reddito degli abitanti della Lombardia è cresciuto solo dello 0,2%, rispetto a una media nazionale dello 0,5%. Dai dati di un&#8217;indagine condotta da Confindustria, Unioncamere e Regione, risulta che nel secondo trimestre 2009 il calo della produzione industriale è stato del 3% rispetto al trimestre precedente (rispetto al -4% del primo trimestre 2009 sull&#8217;ultimo 2008) e dell&#8217;11% anno su anno. Le medie imprese (da 50 a 199 addetti) registrano il dato tendenziale peggiore (-12,4%), un po&#8217; meno peggio sono messe le grandi aziende (-9,9%). Nell&#8217;artigianato invece sono le microimprese a essere messe peggio (-12,8%). Il fatturato a prezzi correnti cala sia su base annua (-18,4%) sia rispetto al trimestre precedente (-5,4%). Bassissimo il tasso di utilizzo degli impianti: per l&#8217;industria cala al 63,5%, mentre per l&#8217;artigianato scende addirittura sotto il 60%. Messi male anche gli ordinativi, che rispetto allo stesso trimestre dell&#8217;anno scorso risultano in calo del 14% sul versante interno e dell&#8217;8,3% su quello estero, con una piccola svolta congiunturale sull&#8217;estero (+1,6%). E&#8217; in aumento il numero di aziende che fanno ricorso alla Cassa integrazione (sono ormai il 39,6%), mentre la quota della Cig sul monte ore trimestrale è cresciuta fino a toccare il 7,7%. A livello settoriale, i servizi registrano nel loro complesso un calo del volume d&#8217;affari del 6,5% rispetto al secondo trimestre 2008, in peggioramento rispetto al dato tendenziale del primo trimestre, che era di -6,3%. Particolarmente negativa e in peggioramento è la situazione nelle costruzioni, nel commercio all&#8217;ingrosso, nel turismo e nei trasporti, mentre è contrastata nei servizi alle imprese e alle persone e in lievissimo miglioramento nelle telecomunicazioni. Nei commenti che accompagnano l&#8217;indagine si scrive che la situazione congiunturale è ancora di segno negativo, e che siamo ancora lontani dall&#8217;inizio di una ripresa, visto che l&#8217;unica variabile con un valore congiunturale positivo è quella degli ordini dall&#8217;estero, che rappresenterebbe comunque un buon segnale. Tuttavia due terzi delle imprese lombarde dichiarano di non cogliere nella propria attività segnali di superamento della crisi e solo per il 27% il peggio oramai è alle spalle. Inoltre, secondo dati citati dal Corriere della Sera, a luglio sono state presentate in media 50 nuove domande di cassa integrazione ogni giorno, ad agosto, periodo di ferie, la media è scesa a 10, per risalire subito a 50 da lunedì 31 agosto. In piena crisi anche il settore tessile: secondo dati Cisl ci sono 749 aziende in crisi e 45.825 lavoratori che utilizzano gli ammortizzatori, rispetto a 504 aziende e 31.376 lavoratori nel 2008. Le prospettive per l&#8217;autunno-inverno rimangono fosche: secondo stime della Uil riportate dal quotidiano Cronacaqui da settembre fino a fine anno la crisi potrebbe portare in Lombardia alla perdita di 120.000 posti di lavoro. Ci sono poi anche i dati sulla situazione dei nuclei familiari. Da una ricerca svolta dalla Camera di Commercio di Monza e Brianza risulta che solo il 54% dei lombardi ha chiuso il bilancio familiare in pareggio, contro il 62% della media nazionale. La maggioranza dei lombardi stima per l&#8217;anno prossimo di non potere mettere da parte alcun risparmio. Si registra infine un ampliarsi della forbice sociale: la metà dei nuclei familiari a basso reddito percepisce un peggioramento della propria condizione economica, contro solo un quarto di quelle ad alto reddito. Nel complesso, una famiglia su quattro deve attingere ai propri risparmi per arrivare a fine mese. Dalla stessa ricerca emerge che nelle città lombarde i genitori devono &#8220;sganciare&#8221; in media ogni mese cifre comprese tra 127 euro e 267 euro (il primo dato si riferisce alla provincia di Monza-Brianza, il secondo a quella di Milano) per integrare i redditi dei figli. A Milano in particolare gli under 30, con un reddito medio mensile di poco superiore ai 1.000 euro al mese, devono spendere tra vitto e alloggio (monolocale di 35 mq) 1.300 euro, di cui 700 solo per l&#8217;affitto. Insomma, una pesante tassa di cui nessuno parla e che nessun politico intende &#8220;tagliare&#8221; affrontando il problema della casa e quello dei redditi. A questa situazione va ad aggiungersi il drastico calo delle assunzioni, che colpisce in modo particolare i giovani che accedono al mercato del lavoro. Ma a essere ancora più colpiti sono i lavoratori immigrati. Secondo dati di Unioncamere nei prossimi mesi, a livello nazionale, le assunzioni stabili (ovvero non stagionali) previste per gli immigrati caleranno a fine 2009 del 46% e toccheranno quota 93.000, il livello più basso degli ultimi nove anni. Il livello massimo era stato toccato nel 2003, quando la domanda di lavoratori immigrati stabili aveva raggiungo 227.000 unità, pari al 33% delle assunzioni totali &#8211; quest&#8217;anno la percentuale si fermerà invece al 17%, mentre continuano ad aumentare le richieste di lavori stagionali (+7,9%). Tra le professioni rimangono al primo posto gli addetti alle pulizie, mentre salgono le richieste di infermieri e badanti e diminuiscono quelle di camerieri e commessi. In Lombardia gli iscritti stranieri alle liste di disoccupazione sono il 23%, un dato più che doppio rispetto a quello della percentuale della popolazione immigrata su quella totale (circa il 10%, irregolari compresi), ma va precisato che esso non tiene conto dei lavoratori a tempo determinato o irregolari, tra i quali la percentuale degli stranieri e sicuramente più alta. Infine, secondo un&#8217;indagine della Cgia di Mestre, la Lombardia ha in Italia il tasso più basso di lavoro nero (7,8% rispetto a una media nazionale del 12,8%), ma in cifre assolute è al secondo posto dopo la Campania con circa 340.000 lavoratori al nero.</p>
<p><a name="sezione3">MILANO</a><br />
<span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span>: Antonio Lareno, della segreteria della Camera del Lavoro ha formulato una pesante stima, riportata dalla Repubblica: &#8220;Cinquantamila nuovi disoccupati a Milano e provincia al ritorno dalle ferie&#8221;, un rischio aggravato, secondo Maurizio Zipponi dell&#8217;Italia dei Valori, dal fatto che manca un nuovo comparto produttivo in grado di sostituire quelli in crisi, come è avvenuto in passato con l&#8217;information technology al posto della siderurgia. Le cifre rimangono estremamente preoccupanti: a Milano nel primo semestre 2009 sono stati autorizzati oltre 19 milioni di ore di cassa integrazione contro i 3,8 milioni del primo semestre 2008. Le aziende coinvolte da inizio anno fino a fine luglio sono 400, e solo nel mese di luglio sono state ben 70 le aziende che hanno richiesto l&#8217;ammortizzatore. Una situazione che si riflette anche nei singoli distretti della provincia. Secondo l&#8217;osservatorio di Confindustria dell&#8217;Alto Milanese il secondo trimestre 2009 ha confermato l&#8217;andamento negativo del primo trimestre e &#8220;la ripresa appare lontana, mentre l&#8217;attività industriale permane su bassi livelli&#8221;. L&#8217;attività industriale infatti è diminuita per il quarto trimestre consecutivo, gli ordinativi sono in calo e il fatturato registra un andamento stabile. Solo il 30% delle aziende locali prevede un incremento di fatturato nei prossimi sei mesi, il 15% si attende una contrazione e il 55% si aspetta un andamento sui bassi livelli attuali. Nel legnanese a fine luglio erano 293 le aziende colpite dalla crisi, con 9.149 lavoratori coinvolti &#8211; di questi quasi 1.670 sono in cassa straordinaria o in mobilità.</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: La lotta degli operai dell&#8217;<strong>Innse</strong> di Lambrate ha catturato l&#8217;attenzione dei media nazionali per tutta la prima metà del mese di agosto e si è conclusa, almeno sulla carta, con una netta vittoria dei lavoratori. Con l&#8217;inizio di settembre però cominciano a evidenziarsi alcuni preoccupanti segni di una possibile &#8220;fregatura&#8221;: le due aziende che avevano acquistato macchinari dal padrone Genta, la <strong>Mpc</strong> e la <strong>Nuova Lombarmet</strong>, e si erano impegnate con l&#8217;accordo di agosto a rinunciarvi a fronte della restituzione del prezzo pagato, chiedono ora in più i danni subiti, soldi che la Camozzi, candidata acquirente dello stabilimento, si rifiuta naturalmente di corrispondere. Il nodo deve essere sciolto entro il 15 settembre, altrimenti tutto salta. In più c&#8217;è la questione dell&#8217;approvazione entro fine mese da parte del Comune della revisione del piano urbanistico per l&#8217;area che, sempre secondo gli accordi, dovrebbe consentire alla proprietaria Aedes di fare riquadrare i conti dopo la cessione di alcune aree alla Innse &#8211; e a proposito le parole del ciellino assessore all&#8217;urbanistica Carlo Masseroli suonano preoccupanti: &#8220;non si paga con volumetrie (aggiuntive, per la Aedes &#8211; Ndr) la sostenibilità industriale di un business&#8221;, e se Aedes ha l’esigenza di far tornare i conti, la necessità di palazzo Marino è &#8220;garantire agli abitanti del quartiere i servizi promessi&#8221;, frasi in parte sibilline, ma che sembrano alludere a possibili ostacoli da parte del comune di Milano. Come se non bastasse, 8 operai che avevano manifestato in solidarietà ai colleghi della Innse sono stati multati per cifre che vanno dai 2.500 ai 10.000 euro per il blocco della tangenziale del 2 agosto scorso. Il caso Innse comunque comincia ad avere alcuni analoghi a Milano e provincia, sebbene in contesti differenti. A ricordare più da vicino quanto è accaduto allo stabilimento di Lambrate è il caso della <strong>Esab</strong> di Mesero, dove la proprietà, il fondo inglese Charter International, dopo due mobilità ha avviato una cassa integrazione straordinaria per i restanti 85 dipendenti con l&#8217;obiettivo di trasferire la produzione nell&#8217;Europa dell&#8217;Est e in Cina. Anche qui, come nel caso della Innse, l&#8217;azienda non è in crisi e, oltre a delocalizzare, punterebbe a rendere libera l&#8217;area su cui sorge lo stabilimento, il cui valore è triplicato negli ultimi anni. Dal 2 settembre gli operai protestano rimanendo non-stop sul tetto dell&#8217;azienda &#8211; nel momento in cui scriviamo la situazione rimane molto tesa e non sembra essere all&#8217;orizzonte uno sbocco positivo. A Sesto San Giovanni è occupato da fine luglio lo stabilimento della <strong>Ercole Marelli</strong>, dove 30 lavoratori lottano per difendere il loro posto. L&#8217;azienda ha ordinativi, ma è soffocata dai debiti e da una richiesta di sfratto da parte della Alstom, proprietaria dei terreni. Le trattative avviate ad agosto con un potenziale acquirente non sono andate a buon fine. Prosegue anche il presidio dei 260 operai delle due aziende gemelle <strong>Lares</strong> e <strong>Metalli Preziosi</strong> di Paderno Dugnano, per le quali è stata aperta la procedura di fallimento e che sono in cassa straordinaria. A inizio settembre il presidio è stato rafforzato per il timore che si tenti di procedere a un trasferimento dei macchinari dagli stabilimenti, e gli operai si sono detti pronti alle barricate. Tra le crisi maggiori in provincia c&#8217;è quella della <strong>Franco Tosi</strong> di Legnano, che ha quasi 600 dipendenti e dove è stata richiesta una nuova cassa integrazione ordinaria per 53 dipendenti: la proprietà (l&#8217;indiana Gammon) ha adottato il provvedimento senza la sottoscrizione di un accordo sindacale, scegliendo lo scontro. Il 5 agosto la proprietà della <strong>Nokia Siemens</strong> di Cinisello Balsamo ha annunciato ufficialmente la temuta chiusura dell&#8217;area di produzione Radio Access: a luglio tra cassa e licenziamenti erano stati messi a casa 120 consulenti. Ora saranno a rischio altri 300 ricercatori su un totale di 450, con il timore che la Nokia punti a tenere a Cinisello solo un piccolo centro che passi know-how ai suoi stabilimenti in Cina prima di una chiusura definitiva. Sempre a Cinisello, inizia l&#8217;ultimo ciclo di cassa ordinaria per l&#8217;<strong>Attrezzeria Paganelli</strong>, 150 dipendenti (non ha nuovi ordinativi da un anno) e per il gruppo <strong>Spola</strong>, 54 dipendenti, che nel frattempo ha annunciato la chiusura totale del sito di Cinisello, mentre alla <strong>Kunzle &amp; Tasin</strong> sull&#8217;orlo del fallimento i 40 lavoratori hanno avviato un presidio permanente in un contesto drammatico fatto di stipendi e contributi non pagati, debiti verso le banche e capitale sociale ridotto al lumicino. A Paderno Dugnano, già fortemente colpita dalla crisi, chiude la <strong>Cme</strong>, che produce componenti elettrici. Dei 28 dipendenti venti sono a casa senza stipendio già dal mese di febbraio, e altri otto sono stati appaltati a un&#8217;altra ditta. L&#8217;azienda aveva utilizzato la cassa da gennaio sperando in un miglioramento che non c&#8217;è stato. Nella stessa città termina in questi giorni la cassa integrazione ordinaria alla <strong>Amisco</strong> (130 dipendenti, produzione di elettrovalvole), che ha registrato in pochi mesi un calo del 50% delle commesse: si procederà con ogni probabilità all&#8217;ultimo ciclo di cassa disponibile. E sempre a Paderno sono stati licenziati i primi 13 dei 16 dipendenti della <strong>Imu</strong>, che ha annunciato la cessazione delle attività. A Palazzolo la <strong>Bomec</strong> (lamiere) ha avviato il secondo giro di cassa ordinaria, ma la proprietà, dopo un tracollo finanziario che ha causato problemi di liquidità, non ha potuto anticipare la cassa integrazione: i 26 lavoratori sono senza stipendio da 2 mesi. Secondo i sindacati nell&#8217;area Nord Milano sono 13.000 i lavoratori in cassa integrazione in scadenza che con ogni probabilità rimarranno a casa senza stipendio, né ammortizzatori. Ha annunciato la chiusura dopo avere utilizzato la cassa anche la <strong>Pressleghe</strong> di Abbiategrasso, dove i 29 lavoratori hanno occupato per alcune ore lo stabilimento. Nella stessa città fallimento per la <strong>Milven Tricot</strong>, azienda tessile con in portafoglio uno dei nomi più noti della moda italiana, Missoni. Per le sue 83 dipendenti si apre ora un futuro pieno di incognite. E sempre ad Abbiategrasso la <strong>Beretta</strong> ha avviato una procedura di concordato preventivo con un anno di cassa integrazione straordinaria per cessata attività per i 47 dipendenti, mentre alla <strong>Omag</strong> sono entrati in agitazione i 39 dipendenti che attendono ancora il pagamento di 4 mensilità, e all&#8217;<strong>Imago</strong>, 25 dipendenti, dopo l&#8217;esaurimento del ciclo completo di cassa ordinaria senza una ripresa degli ordini, è stata avviata la cassa straordinaria per un anno, anche perché l&#8217;azienda non ha la liquidità per anticipare gli stipendi previsti dalla cassa ordinaria. Alla <strong>Et Medical Devices</strong> di Vignate è stato annunciato un nuovo giro di cassa integrazione e si prevede una futura riduzione del personale. A Turbigo vanno in cassa integrazione i 27 dipendenti dell&#8217;officina meccanica <strong>Atoviti</strong>, a causa del crollo degli ordini. Nella stessa Turbigo sono già in cassa la <strong>Caccia</strong> e la <strong>Bianchini</strong>. A Parabiago a luglio sono stati fermati gli impianti delle <strong>Fonderie Riva</strong>, che hanno 55 dipendenti, mentre a Legnano il 22 settembre scadrà l&#8217;anno di cassa straordinaria della <strong>Ntl</strong>: su 98 dipendenti solo una trentina ha trovato un altro lavoro. Sempre a Legnano il 7 agosto è cominciata la cassa in deroga per i 150 dipendenti della <strong>Manifattura</strong>, mentre ha chiuso lo stabilimento la <strong>Giovanni Crespi</strong>, che ha 207 dipendenti. A Canegrate si è riusciti a salvare buona parte de posti di lavoro nella <strong>Framag</strong> in crisi: 50 lavoratori lavoreranno alle dipendenza della Sitelm che ha firmato un contratto di affitto del ramo d&#8217;azienda pressofusioni, mentre altri 40 rimarranno in Framag dove si occuperanno di un nuovo business, quello della produzione di energia eolica &#8211; rimangono da gestire circa 60 esuberi. A Marcallo con Casone sono in rivolta i lavoratori delle cooperative <strong>Abm</strong> e <strong>Lc2</strong> (packaging), che da quattro mesi ricevono gli stipendi a rate e non hanno ricevuto ancora per intero quello di luglio. La crisi colpisce pesantemente anche il settore commerciale a Milano. Ha chiesto la cassa integrazione in deroga per uno dei sette dipendenti un negozio simbolo della città come <strong>Buscemi Dischi</strong>, che in pochi mesi ha registrato cali delle vendite del 15-20%. Secondo il Corriere della Sera, dopo le ferie nel solo quartiere Isola otto bar e quattro ristoranti non hanno riaperto. Uno dei problemi principali è quello dei debiti con A2A e del conseguente taglio delle forniture elettriche. L&#8217;azienda elettrica riferisce che il problema riguarderebbe ormai il 10% delle utenze. Secondo la Uil inoltre a Milano dall&#8217;inizio dell&#8217;anno avrebbero chiuso circa 50 edicole. Nella città e intorno a essa è poi critica la situazione del settore chimico farmaceutico e in particolare degli informatori medico-scientifici: 240 in cassa integrazione straordinaria e 300 già in mobilità alla <strong>Marvecs</strong>, 350 alla <strong>Xfarma</strong> che è in procedura fallimentare, 130 alla <strong>Kerios</strong> di Gessate, che ha già chiuso, altri 272 all&#8217;<strong>AstraZeneca</strong> di Basiglio, 288 in mobilità alla <strong>Sanofi-Aventis</strong>, 100 alla <strong>Shering-Plaugh</strong> di Segrate, oltre ai 600 della <strong>Cell Therapeutics</strong> di Nerviano per i quali la partita è ancora aperta. Tornano invece le preoccupazioni al <strong>Nerviano Medical Sciences</strong>, dopo il salvataggio in extremis a luglio in seguito all&#8217;intervento di Regione, banche e diocesi milanese. Dopo la ricapitalizzazione con 30 milioni di euro non è stato mosso alcun passo e i lavoratori temono un radicale ridimensionamento delle attività, a partire dai 34 contratti a tempo determinato che scadono a fine anno. Alla situazione di crisi dell&#8217;industria e dei servizi va ad aggiungersi quella dei <strong>precari</strong> della scuola che presidiano incatenati 24 ore su 24 dal 1° settembre il provveditorato in via Ripamonti, ispirati anch&#8217;essi dall&#8217;Innse di Lambrate. Fra Milano e provincia sono 2.500 i supplenti in cattedra fino allo scorso giugno che ora rischiano di perdere il posto, e quasi altrettanti sono i bidelli e gli impiegati di segreteria. Situazione d&#8217;emergenza anche negli <strong>asili nido</strong>, dopo che il Comune di Milano a luglio ha pubblicato un bando improvviso per l&#8217;appalto a strutture private degli asili comunali con un ribasso del 30% rispetto ai servizi offerti finora. Il Comune vuole che per la stessa cifra dell&#8217;anno scorso le cooperative gestiscano anche la ristorazione e la manutenzione, che finora venivano gestite da ditte esterne. Questo taglio di fatto si tradurrà per i lavoratori in stipendi dimezzati o licenziamenti.</p>
<p><a name="sezione4">MONZA-BRIANZA</a><br />
<span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span>: In provincia la crisi non molla. Secondo i dati comunicati dalla Fim-Cisl, a fine luglio le aziende del settore metalmeccanico che stavano facendo ricorso agli ammortizzatori sociali erano 417, con 16.573 addetti coinvolti su un totale di 56.000 occupati nel settore. A fine dicembre erano coinvolti nel settore 4.127 addetti, la cifra è pertanto quadruplicata in sette mesi. La zona che risente maggiormente della crisi rimane quella di Vimercate, seguita da Desio. Nel comparto chimico i lavoratori in cassa integrazione erano, secondo gli ultimi dati disponibili, circa 2.000 sui poco più di 2.900 dell&#8217;intera provincia. La Camera di Commercio di Monza e Brianza ha diffuso dati secondo cui rispetto all&#8217;anno precedente, nel 2009 le nuove assunzioni si sono ridotte di circa il 45%. Il saldo tra entrate (assunzioni) e uscite (pensionamenti e licenziamenti), che nel 2008 era ampiamente positivo, è diventato negativo: -1,7%. I cali sono peggiori nell&#8217;industria e nelle piccole imprese, in positivo invece le aziende che si occupano di servizi avanzati alle imprese. Il profilo professionale più richiesto è quello di addetto alle vendite al minuto, uno dei meno qualificati. Da rilevare infine che nell&#8217;unico settore della provincia che sembra non essere toccato dalla crisi, quello dell&#8217;alimentare, si è tenuto l&#8217;11 settembre uno sciopero di 8 ore perché non si riesce a chiudere la vertenza per il rinnovo del contratto di lavoro. Le aziende alimentari della Brianza occupano 2.000 persone e tra di esse vi sono quattro colossi come la <strong>Star</strong> di Agrate, la <strong>Rovagnati</strong> di Biassono, la <strong>Lat-Bri</strong> di Usmate Velate e la <strong>Beretta</strong> di Trezzo.</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: Alla <strong>Candy</strong> di Monza, subito dopo i festeggiamenti per la 100milionesima lavatrice, è scattata una nuova cassa integrazione per 280 dipendenti: per la prima volta nella storia dell&#8217;azienda il ricorso all&#8217;ammortizzatore riguarda i lavoratori dell&#8217;amministrazione. Per i 580 operai è stato invece richiesto un prolungamento della cassa fino a novembre. L&#8217;azienda lamenta un calo degli ordinativi del 25%. Cassa ordinaria anche per gli 80 dipendenti di <strong>Gias</strong>, l&#8217;azienda di Candy che si occupa di ricambi e assistenza tecnica. Alla <strong>Selettra</strong> di Barlassina, dopo un crollo delle commesse pari a circa il 50%, e dopo la cassa integrazione per i 30 dipendenti, ci si avvia verso la chiusura dopo che per l&#8217;azienda è stato nominato un liquidatore. Sempre a Barlassina è stata annunciata la chiusura della <strong>Interfila</strong> e per i circa 50 dipendenti scatterà la cassa straordinaria per un anno, mentre non è stato rinnovato nessuno dei contratti interinali. Ora temono per il loro destino anche i 250 dipendenti di Limbiate, in provincia di Milano. A fine luglio è precipitata la situazione alla <strong>Polifibra</strong> di Caponago, dove è stata decisa la mobilità per 48 dipendenti su 90, poi rientrata e sostituita con un accordo per due anni di cassa integrazione straordinaria, che però deve essere ancora definito. Alla <strong>Omniapiega</strong> di Carate, dopo la cassa integrazione ordinaria avviata a inizio anno, si è passati alla mobilità per 19 lavoratori su 40, mentre i restanti andranno in cassa integrazione straordinaria. La proprietà della <strong>Kontek Comatec</strong> di Mezzago ha inviato inaspettatamente a fine luglio una lettera di licenziamento a tutti i 33 dipendenti, senza avere fatto alcun ricorso alla cassa integrazione. Soffre anche il settore del mobile: la <strong>Cassina</strong> di Meda, una delle aziende leader mondiali del comparto, dopo un periodo di cassa per 300 dipendenti ha annunciato un piano di riorganizzazione aziendale che prevede 55 licenziamenti. Situazione analoga alla <strong>Cartostrong</strong> di Monza (180 dipendenti), dove dopo la cassa integrazione avviata nello scorso febbraio, sospesa nei mesi estivi e di nuovo applicata ad agosto, verrà presentato in questi giorni un piano industriale che, secondo le indiscrezioni, prevederebbe 60 licenziamenti. La riorganizzazione dei call center <strong>Telecom</strong> coinvolge anche Monza, dove verrà chiuso il 187 di via Ferrari, con il trasferimento dei 50 lavoratori a Milano. Secondo i sindacati si tratta di un licenziamento camuffato, perché la maggior parte dei lavoratori non potrà trasferirsi: il 50% di essi lavora part-time e il 25% è disabile.</p>
<p><a name="sezione5">VARESE</a><br />
<span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span>: Nel varesotto un lavoratore su tre è in cassa integrazione: secondo dati della Cgil a fine agosto 30.000 lavoratori erano in cassa ordinaria (prima dell&#8217;estate erano 25.000), 5.000 in cassa straordinaria e 1.000 in mobilità. La crisi coinvolge 1.450 aziende della provincia, 800 delle quali nell&#8217;area di Busto Arsizio e Gallarate. Nel solo mese di luglio le ore di cassa autorizzate sono aumentate del 10% rispetto a giugno. Nel primo semestre 2009 la cassa integrazione ordinaria in provincia è aumentata del 2.600% rispetto allo stesso periodo del 2008, mentre quella straordinaria di circa il 100%. Secondo uno studio dell&#8217;Associazione Artigiani le prospettive delle piccole e medie imprese del varesotto per il terzo trimestre rimangono buie. La produzione dovrebbe diminuire (-27,2%), mentre dovrebbero essere sempre in calo la domanda interna (-26,6%) e quella estera (-16,7%), nonché il fronte occupazionale (-21%). Rispetto alle precedenti previsioni diminuiscono gli imprenditori che prevedono decrementi (43%) e incrementi (15,8%) della produzione, mentre crescono coloro che intravedono una situazione stabile (41,2%). Le difficoltà coinvolgono maggiormente le microaziende (3-5 addetti), mentre quelle delle fasce a 6-9 addetti e 10-49 addetti registrano qualche segnale di miglioramento. Preoccupanti infine le prospettive per i mesi di settembre e ottobre, che vedono a rischio 2.000 aziende che potrebbero chiudere i battenti.</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: E&#8217; in piena crisi la <strong>Meccanica Finnord</strong> di Jerago con Orago (meccanica per il settore automobilistico), dove a settembre terminerà il primo anno di cassa ordinaria: i 360 dipendenti temono possibili esuberi. Entrano invece per la prima volta in cassa integrazione 50 dei 217 dipendenti della <strong>Lu-Ve Group</strong> di Uboldo, che ha registrato una flessione degli ordinativi intorno al 30%. Ad Angera in agosto è stata messa in liquidazione la <strong>C.E.I.</strong>, che ha attivato la cassa integrazione per i 43 dipendenti, mentre per i 16 lavoratori della <strong>MMG</strong> di Gavirate, fallita l&#8217;anno scorso, è scattata la mobilità terminato il periodo di cassa. La <strong>A.T. &amp; Components </strong>di Bardello ha dichiarato 28 esuberi su 58 lavoratori e alla <strong>Atos </strong>di Sesto Calende da luglio è in vigore per quasi tutti i 250 dipendenti un contratto di solidarietà alternativo ai licenziamenti. A Caronno Pertusella i 18 dipendenti della <strong>Jaeggle</strong> (<strong>ex Htp</strong>) sono da sette mesi in cassa integrazione straordinaria senza ricevere gli stipendi, poiché la proprietà è rimasta senza liquidità. Per la <strong>Ibici</strong> di Busto Arsizio, in debito con l&#8217;Enel e per questo rimasta senza elettricità, si prospetta il fallimento e i 58 dipendenti in cassa integrazione da fine luglio, per i quali sono state avviate anche le procedure di mobilità, hanno organizzato un presidio 24 ore su 24 per impedire che gli ordini giacenti in magazzino vengano portati via, un patrimonio che vogliono salvare come garanzia per i loro stipendi in arretrato. Alla <strong>Siac</strong> di Cavaria si è aperto uno scontro tra proprietà e sindacati che accusano la prima di avere violato gli accordi che prevedevano la cassa integrazione ordinaria a rotazione, che riguarda 300 dipendenti dal dicembre scorso, applicando l&#8217;ammortizzatore a zero ore con modalità punitive ad alcuni dipendenti. Nello stabilimento inoltre si attuerebbero straordinari nello stesso momento in cui è in atto la cigo.</p>
<p><a name="sezione6">COMO</a><br />
<span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span>: Nel primo semestre 2009 il ricorso alla cassa integrazione ha registrato un aumento del 416% rispetto al secondo semestre del 2008, dato che pone la provincia di Como al secondo posto in Lombardia per l&#8217;uso dell&#8217;ammortizzatore. L&#8217;aumento percentuale più alto (+802%) è stato registrato dal settore trasporti e comunicazioni, seguito da quello metalmeccanico (+765%), ma in termini assoluti è il settore moda-tessile a essere responsabile del maggior numero di ore di cassa. Inoltre nei primi cinque mesi di quest&#8217;anno il numero di persone che sono attivamente in cerca di un lavoro è aumentato di circa il 67% (7.549, rispetto alle 4.501 dello stesso periodo dell&#8217;anno scorso). Le statistiche dicono inoltre che calano gli infortuni sul lavoro ma, come scrive il Corriere di Como, è una &#8220;parziale beffa&#8221;, perché il dato è dovuto in buona parte al fatto che si lavora di meno. Un&#8217;indagine dell&#8217;Api rileva poi che per il 90% delle piccole e medie aziende della provincia il fatturato ha registrato crolli compresi tra il 30% e il 70%, mentre la produzione è diminuita addirittura nel 93% di tali aziende. Su 350 aziende iscritte alla associazione, con un totale di 12.000 occupati, ben 217 utilizzano la cassa, e il direttore dell&#8217;Api, Gabriele Meroni, commentava a fine luglio: &#8220;il vero problema sarà gestire l&#8217;occupazione dopo le ferie, alla riapertura degli impianti. E non sappiamo quante delle 217 pratiche di cassa integrazione si trasformeranno in operazioni di riduzione del personale&#8221;. La Cgil da parte sua richiama l&#8217;attenzione sul fenomeno della mancata corresponsione degli stipendi. Secondo Ettore Onano, della Fiom, &#8220;sono oltre una cinquantina le aziende del metalmeccanico del Canturino e del Marianese che hanno fatto ricorso alla cassa integrazione, ma almeno una decina di esse non pagano gli stipendi&#8221;. Oltre allo stallo del mercato e alla contrazione degli ordini, per le imprese c&#8217;è il problema dell&#8217;insolvenza dei clienti, che a sua volte comporta la chiusura dei rubinetti da parte delle banche. Molti lavoratori accettano di continuare a lavorare gratis per la semplice paura di perdere il posto di lavoro. Secondo la Confartigianato, infine, all&#8217;inizio dell&#8217;autunno circa 2.000 imprese artigiane della provincia con un numero di dipendenti compreso tra 3 e 15 rischiano di chiudere i battenti, in larga parte per problemi di liquidità.</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: Dopo quasi quarant&#8217;anni di storia la <strong>Giardina</strong> officine aeromeccaniche di Figino Serenza ha dovuto chiudere a fine luglio con una dichiarazione di fallimento. I 200 dipendenti hanno perso il loro posto di lavoro e per loro l&#8217;unica speranza è che si riesca a vendere l&#8217;azienda o almeno parte di essa. A Guanzate peggiora la situazione della <strong>Ratti</strong> (tessile) che nel primo semestre ha registrato un fatturato inferiore del 28% rispetto allo stesso periodo dell&#8217;anno scorso, mentre sono stati definiti gli accordi con il Gruppo Marzotto per un&#8217;assunzione di controllo da parte di quest&#8217;ultimo entro la fine di novembre. A Novedrate si è chiusa la vertenza <strong>Ycami</strong> (arredi in alluminio), con l&#8217;apertura della mobilità per tutti i 42 dipendenti, mentre a Tavernerio è stata annunciata la chiusura a dicembre della <strong>Phoenix</strong>, impresa metalmeccanica. Il quotidiano la Provincia richiama l&#8217;attenzione sulla situazione della Valassina, dove hanno chiuso tutte le grandi fabbriche. Sono scomparse la <strong>Omp</strong> di Proserpio, la <strong>Turati</strong> di Sormano e la <strong>Gajum</strong> di Canzo, responsabile in gran parte la delocalizzazione. I capannoni industriali rimasti non trovano acquirenti, le zone produttive rischiano di diventare residenziali e il territorio si è fortemente impoverito. Nell&#8217;Alto Erbese l&#8217;unica azienda di una certa importanza rimasta è l&#8217;<strong>Oltolina</strong> di Asso, dove però oggi si parla di cassa integrazione e di riduzione del personale.</p>
<p><a name="sezione7">LECCO-SONDRIO</a><br />
<span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span>: La Confindustria di <strong>Lecco</strong> ha presentato a fine luglio i dati sull&#8217;andamento dell&#8217;economia in provincia nel secondo trimestre. Durante il periodo le cifre sono risultate in crollo verticale rispetto allo stesso trimestre dell&#8217;anno scorso: ordinativi -23,4%, produzione -24,8% e fatturato -20,3%. Rispetto al trimestre precedente si registra invece una situazione di sostanziale stallo: ordinativi -0,5%, produzione +0,4% e fatturato +0,8%, ma le previsioni per il terzo trimestre 2009 sono fortemente negative: ordinativi &#8211; 7,2%, produzione -8,8% e fatturato -10,5%. Nel primo semestre di quest&#8217;anno gli occupati coinvolti nella cassa integrazione sono aumentati del 185%, le aziende che hanno fatto ricorso all&#8217;ammortizzatore sono incrementate del 215%. Per quanto riguarda l&#8217;occupazione, l&#8217;81% delle aziende segnala una stabilità dei propri livelli, il 17% ha necessità di ridurre il personale e solo il 2% prevede dinamiche di crescita. In provincia sono inoltre 538 le aziende e 2.500 il lavoratori in cassa in deroga (nel 2008 erano rispettivamente 135 e 435) e sono oltre un centinaio le aziende che hanno esaurito la cassa a fine luglio e l&#8217;hanno richiesta nuovamente. In molti casi le imprese stanno esaurendo i dodici mesi di cassa massimi che possono essere concessi nel periodo compreso tra il primo gennaio 2009 e il 31 dicembre 2010. Il segretario della Fim Cisl, Mario Todeschini, ha descritto così la situazione a inizio settembre: &#8220;Non ci sono segnali di ripresa, ma per fortuna nemmeno indicazioni di un peggioramento della situazione. Le aziende più grosse che sono in cassa integrazione o che utilizzano altri strumenti non hanno dato alcuna indicazione di possibilità di riprendere la regolare attività produttiva&#8221;. Entra maggiormente nei dettagli Alberto Anghileri, segretario della Cgil Lecco: &#8220;Nei primi mesi del 2009 la crisi aveva provocato un calo del fatturato di circa il 60% rispetto al trend del 2008, la situazione si è successivamente stabilizzata, posizionandosi su volumi produttivi in calo del 40% rispetto allo scorso anno. Secondo le stime di molte aziende ci vorranno cinque anni per tornare a una produzione paragonabile a quella degli scorsi anni&#8221;. In particolare difficoltà il settore edile, nel quale le imprese in crisi a fine luglio erano 653, per un totale di 1.800 lavoratori, ma il comparto messo peggio è anche in provincia di Lecco, come altrove, quello metalmeccanico, nel quale il ricorso agli ammortizzatori coinvolgeva alla stessa data 200 aziende, per un totale di 6.826 lavoratori. Ma tra i settori che hanno fatto ricorso alla cassa c&#8217;è anche il commercio, che vede fortemente in difficoltà, per esempio, le piccole e medie imprese di distribuzione di materiali per conto delle imprese industriali e, come spiega la Confcommercio, si tratta di un segnale particolarmente preoccupante perché &#8220;a Lecco non era mai successo che imprese del commercio chiedessero cassa integrazione&#8221;. Inoltre le piccole imprese del settore utilizzano sempre più la scorciatoia dei contratti precari, a chiamata o a termine, quelli che in tempi di crisi basta non rinnovare quando giungono a scadenza. Anche gli alberghi e i ristoranti risentono fortemente della crisi: nel pieno della stagione estiva hanno registrato una flessione di circa il 30%. In provincia di <strong>Sondrio</strong> il ricorso alla cassa integrazione ha registrato un aumento del 317% nel primo semestre 2009. Nel settore del legno la cassa straordinaria è schizzata addirittura del +10.974%. Nella valle sono 2.500 i dipendenti coinvolti nella cig e 1.000 lavoratori hanno perso il loro posto.</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: Si è giunti a una soluzione definitiva per la <strong>Honeywell</strong>, in seguito alla decisione della proprietà di delocalizzare nella Repubblica Ceca la produzione. La struttura produttiva verrà rilevata dalla Vegstore e, rispetto alla ipotesi iniziale di licenziamento di 92 persone nello stabilimento di Morbegno e di 10 in quello di Oggiono, verranno licenziati solo i dipendenti del secondo. Per l&#8217;azienda tessile <strong>Mambretti</strong>, con l&#8217;avvicinarsi dello scadere il 22 settembre della cassa ordinaria chiesta dopo il tracollo industriale e la crisi di liquidità (i 74 lavoratori non hanno ancora ricevuto alcune mensilità), si andrà probabilmente alla richiesta di fallimento e alla proroga della cassa. Drammatica la situazione alla <strong>Stylepack</strong> di Olginate (scatole metalliche litografate): l&#8217;azienda, già in difficoltà dal 2007, ha avviato la cassa ordinaria nel febbraio scorso, ma da allora non versa più gli stipendi ai 40 lavoratori e in questi giorni si è passati dalla cigo a un anno di cigs. Alla <strong>Bettini</strong> di Monte Marenzo (macchine tessili), la proprietà ha deciso di cominciare a pagare a rate il premio di risultato. L&#8217;azienda sta già sfruttando la cassa straordinaria, che terminerà in autunno, e per i 120 dipendenti si profila lo spettro della mobilità. Il <strong>Catenificio Regina</strong> di Cernusco Lombardone aveva previsto di terminare l&#8217;utilizzo della cassa integrazione a fine luglio, per poi riprendere la piena attività a settembre, ma il perdurare della crisi ha portato a un rinnovo della cassa ordinaria a zero ore per tutti i 360 lavoratori a partire dal 31 agosto. Situazione simile alla <strong>Gilardoni</strong> di Mandello, che dopo le 26 settimane di cassa già consumate da inizio maggio ha chiesto un altro prolungamento di 13 settimane per i 357 dipendenti, mentre sempre a Mandello la <strong>Moto Guzzi</strong> ha richiesto altre tre settimane di cassa integrazione ordinaria a partire dal 14 settembre, lasciando intendere che le prospettive della sua già difficilissima situazione non siano affatto buone. Alla <strong>Bessel Candy</strong> di Santa Maria Hoè i 220 operai osserveranno un fermo obbligatorio di sette giorni ogni mese per controbilanciare il calo di ordinativi. Per la <strong>Husqvarna</strong> di Valmadrera, oltre ai 59 esuberi dichiarati, si parla di un rinnovo per un altro anno della cassa straordinaria, dopo la decisione della proprietà di delocalizzare quasi tutta la propria produzione nella Repubblica Ceca. La <strong>Riello</strong> di Lecco ha deciso, in seguito al calo della produzione nel primo semestre, di avviare la cassa integrazione per i 189 dipendenti. A Cassa Brianza, dove la crisi aveva già messo in ginocchio la <strong>Perego Strade</strong>, la <strong>Crippa e Sormani</strong> e la tessitura <strong>Corti</strong>, si apre ora il capitolo della <strong>Groeneveld</strong> (meccanica), che ha dichiarato 30 esuberi sugli 80 dipendenti totali. La <strong>Costa </strong>di Sirone, che ha 63 dipendenti e si occupa dello stampaggio di materie plastiche, ha avviato trattative con i sindacati dopo avere dichiarato l&#8217;intenzione di tagliare 18 posti di lavoro. Alla <strong>Johnson Control</strong> di Lomagna non è stato raggiunto un accordo e verranno licenziati 30 ingegneri. Nel sito di Lomagna rimangono 35 addetti alle vendite e al marketing, ma secondo il sindacato anche il futuro di questi lavoratori è a rischio. L&#8217;azienda potrebbe trasferirsi nell&#8217;Alto Milanese vendendo o affittando il capannone di Lomagna per contenere le spese. Sempre a Lomagna ha destato particolare scalpore l&#8217;avvio della cassa integrazione ordinaria per 40 dei 50 dipendenti della <strong>Iml Motor, </strong>di proprietà di Franco Keller, presidente di Confindustria Lecco: la decisione è arrivata a seguito del grave calo delle commesse. Proseguono i conflitti di lavoro alla <strong>Vismara</strong>, dove c&#8217;è stato uno sciopero e un blocco degli straordinari in seguito alla rottura delle trattative per il rinnovo del contratto. Il quotidiano Provincia di Lecco fa infine un impressionante lungo elenco di aziende in crisi, e in particolare di rinnovi della cassa integrazione: &#8220;La trafileria <strong>Derna</strong> ha avviato la quarta cassa integrazione per i suoi 150 dipendenti, il catenificio <strong>Rigamonti</strong> ha da poco richiesto un&#8217;altra proroga per la cassa integrazione. La <strong>Rieke Italia</strong> ha aperto la cassa integrazione per tutte le maestranze. 93 i lavoratori in cassa integrazione alla <strong>Lucchini</strong>, che sta sfruttando la quarta proroga della cassa ordinaria. In cassa integrazione anche i 128 dipendenti della <strong>Fiocchi Prym</strong>, che realizza bottoni. Criticità anche alla <strong>Rodacciai</strong>, alla <strong>Ferrari Cerniere</strong>, alla <strong>Stelvio</strong>, alla <strong>Elettroadda</strong>. 150 persone in cassa anche alla <strong>Fomas</strong>, 250 persone in cassa integrazione alla <strong>Carcano</strong>. Nel chimico e nel tessile l&#8217;ammortizzatore sociale è stato richiesto alla <strong>Limonta</strong>, alla <strong>Redaelli Velluti</strong>, così come alla <strong>Vigano</strong>, alla <strong>Sirtori</strong> di Costa Masnaga, al nastrificio <strong>Gavazzi</strong> di Calolziocorte. In grave difficoltà la <strong>Tenax</strong> di Vigano, che ha aperto una procedura di cassa integrazione per tutti i 211 dipendenti&#8221;. Non vanno meglio le cose nel tiranese, in crisi nera come riferisce Il Giorno: &#8220;meno 84 posti di lavoro alla <strong>Cartiera</strong>, meno 24 posti alla <strong>R.P.R.</strong> di Villa, 60 cassintegrati alla <strong>Boselli</strong> di Tresenda, cassa integrazione a rotazione alla <strong>Riri</strong>, alla <strong>Si lin tsi</strong>, alla <strong>Selva</strong>. E mentre chiudiamo questo numero alle altre va ad aggiungersi la situazione di crisi della <strong>Autocar</strong> di Dubino, che rischia il fallimento a causa del calo degli ordinativi: i 25 posti di lavoro sono ora a rischio, dopo che a giugno nella sede milanese erano già state avviate procedure di mobilità.</p>
<p><a name="sezione8">BERGAMO</a></p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Dati generali: </span>I dati resi noti a fine luglio dalla Camera di Commercio di Bergamo a seguito di un indagine congiunturale curata da Unioncamere (basata su interviste a 222 aziende) evidenziano che la crisi in provincia sembra rallentare anche se, a dire il vero, non si vedono spiragli di ripresa. La produzione provinciale nel secondo trimestre 2009 fa registrare -12% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, superiore alla media lombarda (-11%). L’indice della produzione industriale bergamasca scende a 92 (lontano dal 107 del 2007). Il tasso di utilizzo degli impianti scende sotto il 60%. L’occupazione scende dello 0,7%. Il settore più colpito sul fronte della produzione è indubbiamente quello dell’artigianato (-13,7% su base annua). Nel frattempo, come mostra il consueto monitoraggio dell’utilizzo degli ammortizzatori sociali in provincia curato dalla FIOM CGIL, sono 23.000 i lavoratori del comparto metalmeccanico coinvolti dalla crisi nel mese di luglio. Nel solo mese di luglio in provincia di Bergamo l’INPS ha autorizzato 3.046.000 ore di Cassa integrazione (1mln e 900mila di cassa ordinaria). I più colpiti il settore meccanico (quasi un milione di ore) e quello chimico (315.500 ore). Nel corso del mese di agosto invece sono state autorizzate 1,95 milioni di ore (1 milione 260 mila ore di cigo). Naturalmente la riduzione è probabilmente da imputarsi alle ferie estive.<br />
A fine agosto il monte complessivo delle ore di cassa integrazione autorizzate nella Bergamasca ha raggiunto quota 12,67 milioni. In tutto il 2008 furono 5,22 milioni di ore.</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi Aziendali:</span> La <strong>FAB</strong> (Filatura Artigiana Bergamasca) di Casnigo, operante nel settore dei filati cardati e termofissati destinati alla produzione di tappeti e moquette, ha deciso la messa in liquidazione volontaria e la cessazione dell’attività. I 66 dipendenti, che vengono già da un anno di cassa straordinaria, hanno ottenuto un ulteriore proroga della cassa per altri otto mesi e la possibilità di usufruire di interventi di sostegno al reddito. Alla <strong>Tenaris</strong> Dalmine è stato raggiunto un accordo tra la proprietà e le rappresentanze sindacali per l’attivazione della cassa ordinaria per un massimo di 1400 operai e 720 tra impiegati e quadri per un periodo di 13 settimane. A causa di un drastico ridimensionamento degli ordinativi alla <strong>Jabil </strong>di Mapello (70 dipendenti), operante nel settore dei circuiti elettrici, la cassa straordinaria è stata prorogata per un ulteriore anno. A seguito dell’annuncio di chiusura della produzione da parte della proprietà, alla <strong>Società del Gres</strong> di Petosino, azienda storica (fondata nel 1887), operante nel settore dei tubi e dei raccordi in gres ceramico, i 150 lavoratori dell’azienda hanno indetto uno sciopero di otto ore e un presidio sotto le finestre della locale Confindustria. Dopo svariati incontri tra le parti e il coinvolgimento delle amministrazioni locali si è giunti ad un accordo che prevede la cigs per due anni per i lavoratori in esubero, la costituzione di una nuova società commerciale che assorbirà almeno 19 dipendenti e il ricollocamento di altri 10 dipendenti in aziende della Italcementi. Al <strong>Cotonificio Honegger</strong> di Albino cento dipendenti hanno dato vita a una protesta contro la decisione della proprietà di collocare in cassa integrazione a zero ore, senza preavviso, 49 operai. Dopo la protesta l’azienda si è detta disponibile a valutare la reintroduzione della cassa a rotazione. La <strong>Franco Chiesa spa</strong>, azienda specializzata in vendita e installazione di idrosanitari e sistemi di riscaldamento, dopo aver aperto e ritirato una procedura di mobilità, e aver ottenuto dal locale tribunale la procedura di concordato con cessione dei beni, ha accolto favorevolmente la proposta sindacale di mobilità volontaria del personale affiancata alla cigs per ulteriori 12 mesi. I 191 lavoratori della <strong>Frattini Spa</strong> di Seriate, azienda in concordato preventivo e vicina alla chiusura definitiva, potrebbero essere ricollocati in due aziende tedesche (la Mall Herlan e la Hinterkopf) interessate a continuare l’attività dell’azienda bergamasca.</p>
<p><a name="sezione9">BRESCIA</a></p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span><strong>:</strong> La crisi in provincia di Brescia non si arresta. Lo confermano i dati sulla cig prodotti dall’Inps provinciale. A fronte delle 62.186 ore autorizzate nell’agosto del 2008, quest’anno ne sono state concesse 1.584.307 evidenziando un aumento del 2448%. La gran parte ha riguardato imprese operanti nei settori dell’industria e dell’artigianato. Le più colpite sono le aziende metallurgiche e meccaniche. Nei primi otto mesi dell’anno (quindi fino al 31 agosto 2009) il totale delle ore di cassa integrazione autorizzate nell’area bresciana è di 26.049.262, con un incremento del 725% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. La cassa ordinaria raggiunge quota 21 milioni di ore; il resto è da imputarsi alla cassa straordinaria. Una delle aree più colpite della crisi appare attualmente l’ovest bresciano e in particolare l’area di Chiari. Tra aziende che chiudono definitivamente, che mettono il personale in cassa o che ricorrono ad altre tipologie di ammortizzatori sociali, trovare un lavoro (o mantenerlo) in questa zona sembra essere diventato impossibile. A parte i tre casi più eclatanti (la Trafilerie Carlo Gnutti, la Bialetti e la NK) è tutto il settore manifatturiero ad essere in condizioni disastrose.</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: Dopo l’annuncio della proprietà di voler avviare, a partire dal 1° settembre 2009, la Cassa integrazione straordinaria per la totalità del personale (oltre 1500 addetti) e di voler procedere alla chiusura dello stabilimento bresciano (trasferendo i macchinari in Bulgaria) alla <strong>Ideal Standard</strong> di Brescia, 130 lavoratori hanno deciso di presidiare l’azienda per tutto il mese di agosto a difesa del posto di lavoro e per generare le condizioni di riavvio della produzione.  Secondo i sindacati lo stabilimento è ancora fortemente produttivo e non vi è alcuna ragione per chiuderlo. Sul caso si è attivata (oltre al Ministero dello Sviluppo Economico che ospiterà nei prossimi giorni le trattative in corso) anche la VII° Commissione (Istruzione e Lavoro) del Consiglio regionale lombardo. La <strong>Italian Gasket</strong> di Paratico (una delle realtà produttive più importanti del distretto bresciano delle guarnizioni) ha avviato, di comune accordo con le rappresentanze sindacali, un piano di mobilità volontaria (con incentivi all’esodo) per un massimo di 25 dipendenti su un totale di 144. Navigano ancora nell’incertezza i lavoratori della <strong>Caffaro</strong> di Brescia. Il dubbio principale riguarda la permanenza di un’unità produttiva nell’area bresciana. Inoltre sembra imminente un ulteriore ricorso alla procedura di mobilità. Notizie positive provengono invece dalla Valtrompia. Due aziende in liquidazione (la <strong>Gnutti Sebastiano</strong> di Villa Carcina e l’<strong>Europress</strong> di Sarezzo) sono state acquistate da importanti gruppi dei rispettivi settori. Gli accordi siglati garantiranno il mantenimento di 150 posti di lavoro.</p>
<p><a name="sezione10">PAVIA</a><br />
<span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span>: Secondo i dati dell’analisi congiunturale diffusi l’11 agosto scorso dall’Unione Industriali e dalla Camera di Commercio di Pavia in provincia si registra ancora un forte calo della produzione. Qualche spiraglio proviene solo dagli ordinativi esteri. La produzione infatti fa segnare -9%  rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente(a marzo il dato era – 8,75% rispetto al primo trimestre 2008). Gli ordinativi esteri su base trimestrale segnano invece + 2,4%. Grave ancora la situazione occupazionale. Infatti se fino a luglio (dall’inizio dell’anno) mediamente erano 130 le persone disoccupate a presentarsi ogni mese al centro per l’impiego, nel solo mese di luglio se sono presentate 250.</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: A Torremenapace la <strong>Cartiera</strong> ha avviato la procedura di licenziamento per i 36 dipendenti dopo che la proprietà ha dichiarato di voler chiudere l’unità produttiva. Per salvare il sito produttivo, Bruno Zago il patron dell’azienda, ha chiesto (sembra informalmente senza ancora presentare un piano progettuale concreto) la possibilità di dar vita nella zona a un inceneritore per autoprodursi l’energia, liberarsi degli scarti di lavorazione e risparmiare 5 milioni di euro su un bilancio aziendale annuale pari a 25 milioni. La proposta ha generato forte scetticismo nelle rappresentanze sindacali e nelle istituzioni coinvolte. Il presidente di <strong>Eckart Italia</strong>, Christoph Schluenken, lo scorso 9 settembre ha annunciato la volontà della propria azienda di concentrare la produzione di paste d’alluminio in Germania e riconvertire in sede commerciale l’impianto di Rivanazzano. Per i 70 dipendenti si prospetta lo spettro, sempre più probabile del licenziamento. Il punto vendita di Cava Manara di <strong>Casamercato</strong> ha chiuso. Sono 75 i lavoratori rimasti a casa.</p>
<p><a name="sezione11">LODI</a></p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span><strong>:</strong> Secondo un’indagine resa nota a fine luglio dalla Camera di Commercio di Lodi le imprese del lodigiano avranno 440 assunti in meno rispetto al 2008. Va detto che l’area negli ultimi cinque anni aveva invece mostrato una netta tendenza espansiva nell’ambito del mercato del lavoro. Sul fronte degli ammortizzatori sociali i dati sulla provincia non sembrano più confortanti: nel giro di un anno (confrontando il primo semestre del 2008 e quello del 2009) le ore di cassa integrazione (ordinaria e straordinaria) sono aumentate del 392,19%. A registrare il dato peggiore è il settore chimico: la cassa è aumentata del 1567,89%. Il comparto meccanico ha registrato +278,11%, mentre l’edilizia +54,84%. Secondo il rapporto semestrale realizzato dall’Osservatorio regionale della crisi e dell’occupazione in provincia di Lodi nel primo semestre 2009 si contano 2000 lavoratori in cassa ordinaria, 95 in cassa straordinaria, 87 in cassa in deroga, 20, infine si trovano in mobilità. Le aziende locali colpite più gravemente dalla crisi sono 82.</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: L’istituto sanitario <strong>Fatebenefratelli</strong> di San Colombano al Lambro, a metà agosto, ha ritirato la procedura di mobilità aperta il 12 giugno scorso per l’esubero di 62 dipendenti e ne ha aperta una nuova e identica a seguito della richiesta di Confsal (sigla sindacale non firmataria del contratto di sanità privata) di poter sedere al tavolo della trattativa. Di fatto questo fa si che l’azienda e i lavoratori hanno 75 giorni in più per raggiungere un’intesa. Segnali positivi dalla <strong>Lever </strong>di Casalpusterlengo. Gli esuberi dichiarati si sarebbero ridotti da 170 a 154. Secondo le rappresentanze sindacali la ripresa sarebbe da imputarsi alla nuova strategia dell’azienda che si sta concentrando sul settore dei detersivi liquidi, oggi graditi dal mercato. Ancora grigia invece la situazione del settore metalmeccanico lodigiano. La <strong>Giannoni</strong> di Vidardo, specializzata nella produzione di scambiatori di calore per caldaie, è in procinto di chiedere l’attivazione di 13 settimane di cigo per un massimo di 190 lavoratori. La <strong>Sama</strong> di San Colombano al Lambro ha chiesto la cigo per un massimo di 50 lavoratori. Richieste di ricorso alla cassa anche per la <strong>Comind</strong> di Cotogno, la <strong>Scomes</strong> di Castiglione d’Adda (un anno di cigs) e la <strong>Oxidal</strong> di Vidardo.</p>
<p><a name="sezione12">CREMONA</a></p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span><strong>: </strong>La crisi nell’area di Cremona sembra colpire più duro soprattutto il settore dell’artigianato. Lo conferma in un’intervista alla “Provincia<strong>” </strong>il Presidente di Confartigianato Cremona Giuseppe Ferrari che afferma che la gran parte delle aziende artigiane sta mettendo mano al proprio patrimonio personale per evitare la chiusura. I settori più colpiti risultano il manifatturiero, il metalmeccanico, l’edilizia e il settore dei trasporti legati alla manifattura. Sembra tenere solo il settore alimentare. La situazione critica è stata registrata anche dall’indagine congiunturale relativa al primo semestre 2009 (interpellate 122 imprese) condotta dall’Api (Associazione piccole imprese) di Cremona. Il 70,49% delle imprese interpellate registra un calo di produzione; il 75,41% segnala un calo di ordinativi; il 65% evidenzia un calo di fatturato; il 35% un deciso calo occupazionale.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi Aziendali</span><strong>: </strong>L’<strong>Aisa</strong> di Ticengo, azienda specializzata nella produzione di robot e sistemi per l’automazione industriale, ha avviato, alla fine dello scorso mese di luglio, la procedura di messa in liquidazione. Le rappresentanze sindacali hanno chiesto la cassa straordinaria per 12 mesi per tutelare almeno parzialmente i 40 dipendenti. Alla <strong>Fir Elettromeccanica Spa</strong> di Casalmaggiore dopo mesi d’incertezza si è arrivati a un accordo tra le rappresentanze sindacali e la proprietà che prevede una cassa integrazione straordinaria per 12 mesi per 80 lavoratori (da utilizzare solo in caso di necessità e a rotazione) e incentivi per chi sceglie di lasciare l’azienda. Alla <strong>Saco</strong> di Castelleone dopo un mese di scioperi, incontri e proteste dei lavoratori per le strade di Crema e Cremona, è stato siglato un accordo tra i sindacati e i delegati della multinazionale tedesca che prevede due anni di cassa integrazione straordinaria per tutti i dipendenti e per venticinque di loro la possibilità (su base volontaria) di essere assorbiti dalla filiale Gildemeister di Brembate in provincia di Bergamo.  Alla <strong>Faip</strong> di Vaiano, operante nel settore delle idropulitrici, dopo un mese di pausa estiva, è stata riconfermata la cassa integrazione ordinaria per 110 dipendenti fino a fine ottobre. A seguito della mancata ripresa degli ordinativi la <strong>Faital</strong> di Chieve, azienda specializzata nella produzione di altoparlanti per i sistemi audio del settore auto, ha deciso per il prolungamento di 12 mesi della cassa integrazione straordinaria in corso. Quaranta al momento gli esuberi dichiarati.</p>
<p><a name="sezione13">MANTOVA</a></p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span><strong>: </strong>Secondo i risultati dell’indagine Excelsior sulle previsioni occupazionali delle imprese della provincia di Mantova, resi noti dalla locale Camera di Commercio, entro l’anno in provincia vi sarà una perdita di 1550 posti di lavoro (totalizzando quindi una flessione del -1,6% su base annua). A soffrire di più è il comparto industriale che in un anno vedrà dimezzarsi gli ingressi. La flessione più incisiva verrà registrata dal settore tessile (-3,9%) dal comparto delle macchine elettriche (-2,8%) e da quello delle industrie chimiche (-2,7%). L’effetto crisi in provincia di Mantova nel frattempo continua a farsi più pesante. Lo confermano i dati diffusi dalla locale CGIL. Dall’inizio del 2009 ad oggi i lavoratori coinvolti dalla crisi sono quasi 20mila mentre le imprese più di 900. Nel periodo gennaio-luglio 2008 le ore di cassa integrazione autorizzate erano state 505 mila, mentre nello stesso periodo del 2009 il dato è salito a più di 4 milioni (registrando un aumento del 713%). L’industria risulta il settore più colpito (+775%), ma anche l’edilizia (+318%) e il commercio(+146%) non sembrano vedersela meglio.</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span><strong>: </strong>Perdura l’emergenza crisi alla <strong>Iveco</strong> di Suzzara. Prima è stata paventata la possibilità di attivare la procedura di mobilità per circa 40 piazzalisti e addetti al facchinaggio poi nel corso del mese di agosto è venuto il mancato rinnovo di circa 400 lavoratori interinali a tempo determinato. La sede di Mantova di <strong>Telecom</strong> va verso la chiusura. Per i trenta dipendenti del 187 la soluzione prospettata è l’incentivazione alla mobilità territoriale volontaria verso Verona. Al rientro dalle ferie 40 dipendenti(pari a metà dell’organico) delle <strong>smalterie Marocchi</strong> di Roverbella sono stati messi in cassa integrazione ordinaria. L’azienda ha inoltre accennato a un imminente trasferimento dell’intera produzione a Mirandola.</p>
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		<title>Il caso Innse: dieci mesi di lotta</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Aug 2009 13:31:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milanointernazionale</dc:creator>
				<category><![CDATA[=>   Notizie e approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[Aedes]]></category>
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		<category><![CDATA[Innse]]></category>
		<category><![CDATA[Licenziamenti]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[Speculazione immobiliare]]></category>

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		<description><![CDATA[Dalla primavera del 2008 a Milano, e più precisamente nell'area nord-est della città, a Lambrate, è in corso un'esperienza di lotta la cui rilevanza va molto oltre i confini geografici e settoriali più immediati che la caratterizzano. Si tratta del caso dello stabilimento Innse, salito più volte all'onore delle cronache negli ultimi nove mesi, in particolare per l'iniziativa di autogestione avviata dai lavoratori della fabbrica, unica nel suo genere negli anni più recenti, e per i successivi interventi delle forze dell'ordine a sostegno del padrone Silvano Genta. Al di là delle cronache è però tutta la vicenda Innse nel suo complesso che, in particolare in questo momento, è diventata emblematica della posta in gioco a Milano, tra conflitti di lavoro e speculazione edilizia. Vale pertanto la pena di ripercorrerne nei dettagli la storia.
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			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal"><strong><span lang="IT">Il caso Innse: dieci mesi di lotta<br />
</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><strong><em><span lang="IT">di Andrea Ferrario, 1 aprile 2009 (aggiornato 4 agosto 2009)<br />
</span></em></strong></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="IT"> </span></p>
<p class="MsoNormal"><strong>Polizia e carabinieri in tenuto antisommossa a sostegno di un rottamaio fallimentare, un&#8217;immobiliare altrettanto fallimentare che punta alla speculazione sull&#8217;area, prefettura e magistratura che dispongono lo smantellamento dei macchinari con la forza, Formigoni in vacanza che se ne lava le mani. E&#8217; l&#8217;annunciato tentativo di liquidare con la forza la straordinaria esperienza di lotta degli operai della Innse di Lambrate. Riproponiamo un nostro recente articolo che ripercorre nei dettagli il retroterra di questa vicenda  di importanza essenziale per Milano.</strong></p>
<p class="MsoNormal"><span id="more-273"></span></p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal"><span lang="IT">Dalla primavera del 2008 a Milano, e più precisamente nell&#8217;area nord-est della città, a Lambrate, è in corso un&#8217;esperienza di lotta la cui rilevanza va molto oltre i confini geografici e settoriali più immediati che la caratterizzano. Si tratta del caso dello stabilimento Innse, salito più volte all&#8217;onore delle cronache negli ultimi dieci mesi, in particolare per l&#8217;iniziativa di autogestione avviata dai lavoratori della fabbrica, unica nel suo genere negli anni più recenti, e per i successivi interventi delle forze dell&#8217;ordine a sostegno del padrone Silvano Genta. Al di là delle cronache è però tutta la vicenda Innse nel suo complesso che, in particolare in questo momento, è diventata emblematica della posta in gioco a Milano, tra conflitti di lavoro e speculazione edilizia. Vale pertanto la pena di ripercorrerne nei dettagli la storia.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="IT"> </span></p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal"><span lang="IT">BREVE STORIA DELL&#8217;INNSE E DELL&#8217;INNOCENTI FINO AL 2006</span></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="IT"> </span></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="IT">L&#8217;Innse, azienda che si occupa della produzione di macchine utensili e impianti per la siderurgia, nasce nel 1971 dalla cessione del settore meccanica pesante della Innocenti al gruppo Iri e dalla contemporanea fusione con la Sant&#8217;Eustachio di Brescia. La Innocenti era stata fondata dal toscano Fernando Innocenti a Roma negli anni venti e ha basato il suo successo iniziale sulla produzione di tubi per ponteggi, grazie anche al boom che ha vissuto in quegli anni la speculazione edilizia e alle varie commesse ottenute dal Vaticano. Negli anni trenta Innocenti ha deciso di concentrare le sue attività a Milano aprendo il primo stabilimento a Lambrate. In breve tempo l&#8217;azienda ha mutato la produzione da civile in bellica e ha cominciato così a operare nell&#8217;ambito meccanico, raddoppiando il numero dei propri dipendenti e allargando le proprie partecipazioni in altre aziende, in particolare nella Dalmine. Nel corso della Seconda guerra mondiale, grazie anche alla produzione di proiettili, la Innocenti è diventata uno dei principali fornitori del Ministero della Guerra (tanto che Starace nel 1939 definì le sue strutture produttive un &#8220;modello di stabilimento fascista&#8221;). L&#8217;intensità della produzione era tale che in soli cinque anni, dal 1938 al 1943, gli operai degli stabilimenti di Milano sono passati da 800 a 7.000. Il 25 aprile 1945 gli stabilimenti Innocenti sono stati al centro di una intensa battaglia tra nazisti che li avevano occupati e partigiani che sono riusciti infine a liberarli. Durante gli anni della ricostruzione, e più precisamente nel 1947, la Innocenti ha lanciato la produzione della Lambretta, che ha aperto la strada alla successiva produzione di automobili, sempre affiancata però da attività nel campo dei macchinari industriali e dell&#8217;elettromeccanica. Dopo lo smembramento delle attività industriali incominciato nel 1966 si è arrivati alla già citata nascita dell&#8217;Innse nel 1971 sotto il controllo dell&#8217;Iri. Successivamente sono avvenuti svariati passaggi di mano: la Innse è stata venduta nel 1995 alla tedesca Demag, del gruppo Mannesmann, per poi passare nel 2000 nelle mani del gruppo Manzoni dopo un intervento del Ministero dell&#8217;industria in seguito alla dichiarazione da parte della Demag dell&#8217;intenzione di chiudere lo stabilimento. Il gruppo Manzoni, a fronte di notevoli agevolazioni da parte dello stato, si era impegnato a mantenere i 100 dipendenti che aveva allora l&#8217;Innse e a rilanciare la produzione. I nuovi padroni hanno adottato subito un atteggiamento molto conflittuale nei confronti dei lavoratori, tanto da essere condannati per attività antisindacali e da provocare in seguito anche un blocco dello stabilimento da parte degli operai. Per quasi cinque mesi questi ultimi sono stati tenuti praticamente inattivi, ma dopo una conciliazione la produzione è ripartita a pieno ritmo, grazie anche a straordinari ed esternalizzazioni. A causa delle difficoltà finanziarie del gruppo Manzoni, però, la Innse di Lambrate è stata messa in amministrazione controllata nel 2002. Sono seguiti quattro lunghi anni fino a quando, nel 2006, si è arrivati a una svolta dalla quale è nato l&#8217;ultimo e più recente capitolo della storia dell&#8217;Innse, quello ancora in atto. Nel frattempo, dall&#8217;inizio degli anni novanta e in seguito alla cessazione delle produzioni automobilistiche della Innocenti, vaste porzioni della zona di Lambrate in cui si trova la Innse si sono trasformate in una delle più grandi aree dismesse di Milano.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="IT"><br />
</span></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="IT"> </span></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="IT"> </span></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="IT">ENTRA IN SCENA SILVANO GENTA</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span lang="IT">All&#8217;inizio del 2006, dopo un lungo lavoro di mediazione e di ricerca di una soluzione per la Innse da parte dell&#8217;Assessorato al Contrasto delle Crisi Industriali e Occupazionali della Provincia di Milano, entra in scena il torinese Silvano Genta, che a fronte dell&#8217;impegno a rilanciare l&#8217;attività produttiva e a salvaguardare l&#8217;occupazione (l&#8217;Innse ha ormai solo 53 dipendenti) acquista la Innse per soli 700.000 euro. Genta non è uno qualunque, c&#8217;è un particolare che lo lega (parola assolutamente appropriata in questo caso) ai massimi vertici della politica lombarda e nazionale: secondo quanto ha raccontato l&#8217;assessore provinciale Bruno Casati a Milano Mag, Genta è stato presentato alla Provincia come persona seria e affidabile da Roberto Castelli, boss della Lega Nord e attualmente potente sottosegretario alle infrastrutture. Per la prima volta nella sua storia la Innse passa nelle mani di una società che non si occupa affatto di produzione: l&#8217;azienda di Genta infatti tratta la vendita all&#8217;ingrosso di macchinari usati, un&#8217;attività che avrebbe dovuto già allora invitare alla prudenza e al dubbio chi ha imbastito l&#8217;operazione, visto che l&#8217;Innse ha una notevole dotazione di preziosi macchinari di precisione ad alta tecnologia. E&#8217; inoltre importante tenere presente che all&#8217;inizio del 2006 una grande area confinante con quella in cui si trova l&#8217;Innse era già stata oggetto di un vasto intervento di &#8220;sviluppo urbano&#8221; (speculazione edilizia), che secondo i piani prestabiliti doveva proseguire fino a coinvolgere l&#8217;area in cui sorge lo stabilimento. Ma su questo aspetto cruciale torneremo più avanti maggiormente nei dettagli. La gestione Genta, secondo quanto scrive la stampa, non ha effettuato alcun investimento rilevante per il rilancio dell&#8217;azienda, ma l&#8217;Innse è andata comunque avanti con risultati soddisfacenti perché, come affermano svariati attori della vicenda, i suoi macchinari e il suo know-how non hanno praticamente concorrenza in Europa e ciò garantisce sbocchi importanti alla sua produzione altamente specializzata, che viene venduta non solo in Italia, ma anche all&#8217;estero. L&#8217;accordo grazie al quale Genta aveva acquistato l&#8217;Innse a condizioni agevolate impegnava il nuovo padrone a non ricorrere a licenziamenti per un periodo di almeno due anni. Il 31 maggio 2008, una manciata di mesi dopo lo scadere di questo vincolo, i 50 dipendenti dell&#8217;Innse hanno ricevuto del tutto inaspettatamente una lettera di licenziamento collettivo e lo stesso giorno Genta ha fatto occupare lo stabilimento da vigilantes privati.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span lang="IT">DALL&#8217;AUTOGESTIONE A OGGI</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span lang="IT">I lavoratori, che hanno un&#8217;esperienza ormai ventennale di padroni che considerano lo stabilimento di Lambrate come una variabile &#8220;usa e getta&#8221;, hanno reagito immediatamente e sono rientrati in possesso della loro fabbrica. Ecco come un comunicato della stessa RSU dell&#8217;Innse del 19 giugno 2008 raccontava l&#8217;esperienza dell&#8217;autogestione: &#8220;Gli operai hanno riconquistato lo stesso giorno la fabbrica, decidendo di continuare la produzione, hanno proseguito con le lavorazioni su ruote dentate e strutture da 50 a 70 tonnellate l&#8217;una. I clienti hanno continuato a venire in fabbrica per seguire i lavori, i tecnici sono rimasti al loro posto, così come il consulente esterno dottor Pietroboni che, di fatto, anche se non formalmente, riveste la figura di direttore di stabilimento&#8221;. E ancora in un comunicato di fine luglio: &#8220;Dopo avere eluso la sorveglianza di polizia, vigilantes privati e tirapiedi del padrone [il 31 maggio] abbiamo occupato lo stabilimento e proclamato assemblea permanente. Proseguiamo le lavorazioni in corso, incontriamo i clienti autogestendo così ormai da due mesi la produzione e i servizi, autofinanziandoci persino la mensa, presidiandola giorno, notte e festivi&#8230; Questa officina è produttiva, lo è sempre stata, nonostante qualcuno ne dica il contrario, è l&#8217;unica risorsa per noi e le nostre famiglie, e siamo determinati a difenderla fino alle estreme conseguenze&#8221;. Gli operai dell&#8217;Innse raccontano che Genta ha fatto intendere loro che la decisione di chiudere era dovuta al fatto che la proprietaria del terreno sui cui sorge lo stabilimento, l&#8217;immobiliare Aedes, aveva chiesto la restituzione di quest&#8217;ultimo entro l&#8217;inizio del 2009 (la &#8220;fine&#8221; della Innse a inizio 2009 è un&#8217;opzione messa in conto da più parti fin dall&#8217;entrata in scena di Genta nel 2006, si veda più avanti). Il 25 agosto Genta chiude la procedura formalizzando i licenziamenti e la commissione regionale apre la mobilità. Tutto questo nonostante nel frattempo un&#8217;azienda bresciana del settore, la Ormis, avesse manifestato formalmente il proprio interesse per l&#8217;acquisto dell&#8217;Innse al fine di mandare avanti la produzione: Genta non attende nemmeno la riunione prevista presso il Ministero dello sviluppo economico a Roma, il 2 settembre, in cui si doveva aprire una trattativa per l&#8217;acquisto dell&#8217;Innse da parte della Ormis. Come affermano i lavoratori dell&#8217;Innse in un loro comunicato: &#8220;Anche il più scalcinato e irregolare padrone ha più potere di qualunque istituzione&#8221;. In occasione della riunione poi, comunque svoltasi, il rappresentante di Genta (che non si è presentato di persona) ha affermato che &#8220;secondo gli accordi raggiunti con Rubattino 87 s.r.l. [la società controllata dalla Aedes che si occupa della gestione del progetto immobiliare previsto sull'area, si veda più sotto], la Innse dovrà consegnare a detta società entro il 31 gennaio 2009 i locali in cui attualmente si trova&#8221; e che &#8220;è stata notificata un&#8217;intimazione di sfratto&#8221;. La Rubattino 87, anch&#8217;essa presente alla riunione, da parte sua si limita ad affermare &#8220;l&#8217;assoluta necessità di rientrare, quanto prima, in possesso dell&#8217;immobile e dell&#8217;area pertinente in cui opera Innse&#8221; e propone di spostare lo stabilimento in un&#8217;altra e più piccola area della zona, naturalmente a fronte di un affitto (sulle ipotesi di trasferimento della Innse, inaccettabili per le loro conseguenze, si veda più sotto). Nonostante l&#8217;insistenza del rappresentante del ministero, come riferisce il relativo protocollo, il rappresentante di Genta ha opposto un netto e immotivato rifiuto alla richiesta di un ritiro dei licenziamenti fino all&#8217;individuazione di una soluzione. Viene fissata un&#8217;altra riunione per il 12 settembre, che tuttavia salterà perché Genta si rifiuta di prendervi parte. Il 17 settembre, come racconta sempre un comunicato della RSU Innse, &#8220;all&#8217;alba, alle 05:30, la forza pubblica entra in fabbrica, mette alla porta gli operai che presidiavano lo stabilimento di notte, blocca l&#8217;entrata del primo turno. La fabbrica è messa sotto sequestro&#8221;. Da allora i lavoratori presidiano giorno e notte lo stabilimento dopo &#8220;avere preso possesso di tre stanze di fortuna proprio all&#8217;ingresso, adibite a salotto, mensa e cucina, riscaldate da una stufa a legna&#8221;, come racconta Cronacaqui. L&#8217;obiettivo è quello di evitare che Genta porti via i macchinari mettendo così la parola fine alla storia della Innse. L&#8217;intervento della forza pubblica, cioè di polizia e/o carabinieri, del 17 settembre non rimarrà un caso isolato e si ripeterà ben tre volte. Il 10 dicembre, sotto una forte nevicata, Genta approfitta del dissequestro del capannone per cercare di riprendere possesso dell&#8217;azienda e dei suoi macchinari, presentandosi accompagnato dai carabinieri. C&#8217;è tensione, si arriva a qualche spintone, ma la situazione non degenera e tutto quello che riesce a fare Genta è installare delle telecamere di videosorveglianza nello stabilimento. Il 14 gennaio la scena si ripete. All&#8217;alba i lavoratori del presidio vengono a sapere che Genta &#8220;stava marciando verso la fabbrica con otto camion e l&#8217;intenzione di smantellare i preziosi macchinari custoditi nel capannone&#8221;, come scrive ancora Cronacaqui. Gli operai riescono a bloccare gli accessi con le auto, formano un picchetto e, grazie a un tam tam telefonico, giungono sul posto l&#8217;assessore provinciale Barzaghi e il consigliere regionale Muhlbauer, che si incatenano ai cancelli. Arriva anche la polizia, che questa volta si limita a interporsi, e tramite l&#8217;assessore regionale Gianni Rossoni si hanno assicurazioni del prefetto che non si procederà allo sgombero: anche questa volta Genta deve tornare a casa a mani vuote. Ben più gravi invece i fatti del 10 febbraio. Genta si presenta verso le 4.30 del mattino scortato da cento-duecento tra poliziotti e carabinieri in tenuta antisommossa, questa volta si tratta di una operazione in grande stile padrone-forze dell&#8217;ordine. Una ruspa e le camionette del Reparto mobile abbattono una barricata costruita dai lavoratori, si giunge allo scontro fisico e sui lavoratori, e molte altre persone che erano arrivati ad aiutarli, piovono botte da orbi, un operaio finisce all&#8217;ospedale Fatebenefratelli. Genta entra nello stabilimento, ma tutto quello che riesce a portarsi via sono solo alcuni semilavorati. Tutti si sono chiesti chi abbia imbastito questa inutile e provocatoria operazione e a tale proposito va ricordato, se ce ne è bisogno, che ministro degli interni è Roberto Maroni, leghista come il suo collega Castelli che aveva a suo tempo aperto il capitolo Genta nella storia dell&#8217;Innse. Il giorno dopo la polizia apre un fascicolo contro due esponenti &#8220;dell&#8217;area antagonista&#8221;, come riferisce il Giornale, &#8220;per resistenza, violenza e lancio pericoloso di oggetti. La denuncia ora potrebbe finire sul tavolo del pubblico ministero Tiziana Siciliano, già titolare di un fascicolo che riguarda proprio l&#8217;occupazione abusiva della Innse&#8221;. Pochi giorni dopo Silvano Genta organizza una conferenza stampa e dichiara, come riferisce Libero: &#8220;Il caso Innse è il simbolo dell&#8217;ipocrisia pseudo-sindacale, che all&#8217;interesse politico di pochi ha sacrificato la legittima richiesta della proprietà immobiliare [cioè Aedes] di restituzione e il nostro diritto a disporre dei macchinari e dei beni che si trovano nei capannoni&#8221;. Già in precedenza Genta aveva parlato di &#8220;accordi&#8221; con Aedes, ora ne promuove pubblicamente le &#8220;legittime richieste&#8221;: dichiarazioni che nel loro insieme fanno pensare a una linea concertata tra Genta e Aedes. Genta aggiunge poi di avere già la disponibilità di quattro imprenditori ad acquistare parte dei macchinari. Ma perché Genta vuole vendere i macchinari e rifiuta ogni ipotesi di vendita dell&#8217;intera fabbrica alla Ormis? Perché l&#8217;Aedes rifiuta ogni soluzione che non sia il rientro in possesso diretto dei terreni che comporterebbe uno smantellamento della Innse? Anche in questo caso le linee dure di entrambe le parti sembrano essere in assoluta armonia. Dal 10 febbraio la situazione è rimasta in sospeso, non ci sono state più operazioni di polizia e in Regione è stato aperto un &#8220;tavolo di confronto&#8221; la cui ultima riunione è pero stata rimandata perché la Aedes ha chiesto più tempo. Finora abbiamo passato in rassegna le cronache, senza soffermarci, se non di sfuggita, sul ruolo della Aedes e del progetto Rubattino, che è invece fondamentale e si merita quindi un capitolo specifico.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span lang="IT">L&#8217;AEDES E GLI INTERESSI DI BERLUSCONI</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span lang="IT">La Aedes Immobiliare S.p.A. è una società che ha un patrimonio immobiliare gestito di 5,4 miliardi di euro, secondo quanto afferma il suo stesso sito web (ma va sottolineato che si tratta di dati precedenti ai recenti crolli dei mercati). E&#8217; stata fondata a Genova nel 1905 con l&#8217;obiettivo di realizzare opere di costruzione immobiliari di grande rilievo. Negli anni del dopoguerra e fino alla fine degli anni 1990 ha avuto tra i propri azionisti soggetti di rilievo come la Banca d&#8217;Italia e il Fondo Pensioni Cariplo. Nel 1999 il controllo è stato ceduto al gruppo immobiliare Zunino, noto negli ultimi tempi soprattutto per essere sull&#8217;orlo del crack e per il progetto immobiliare fallimentare di Santa Giulia, a Milano. Dopo una serie di altri cambiamenti della struttura azionaria (ingresso del gruppo De Benedetti e del gruppo Munich Re) nel 2000 la guida della società è stata assunta dal manager Luca Castelli, che ha avviato una nuova strategia basata su ampie acquisizioni di immobili e realizzando importanti joint venture con Pirelli RE e Banca Antonveneta. Successivamente, grazie anche a una partnership con il gruppo bancario Bipiemme, la Aedes ha concentrato le proprie attività sulla gestione di fondi immobiliari e i progetti di sviluppo urbano. Nel 2006 la società è passata sotto il controllo della famiglia del manager Luca Castelli (nulla a che fare con il già menzionato leghista Roberto Castelli) e della compagine societaria entra a fare parte come secondo azionista la Amenduni Acciaio. Tra le persone con un interesse nella Aedes c&#8217;è anche il premier Silvio Berlusconi che, tramite la Fininvest, ne controlla poco più del 2%. Il nesso tra Aedes e Berlusconi (e di conseguenza tra il caso Innse e lo stesso premier) è rafforzato da due altri particolari: da una parte nel consiglio di amministrazione della società immobiliare siede un dirigente Fininvest, Alberto Carletti, e dall&#8217;altra nel 2005 la Aedes ha costituito una joint-venture con Fininvest e la società Statuto per un progetto da 40 milioni, la realizzazione di un cinema multisala a Rozzano. Berlusconi quindi, tramite la Fininvest, detiene da una parte un interesse materiale e operativo nella Aedes, dall&#8217;altra dispone di leve decisionali attraverso il consigliere Carletti.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span lang="IT">Nel 2006 Aedes avvia un&#8217;espansione internazionale, in particolare verso Romania e Serbia (apriamo una parentesi: nella sua documentazione la società, che pure punta a internazionalizzarsi, dimostra di avere davvero poca dimestichezza con la geografia. In due punti della sua presentazione si parla di progetti in Bulgaria, ma nei dettagli si scopre che si tratta di progetti a Bucarest, che è la capitale della Romania).<span> </span>Nel 2007 però scoppia la bolla immobiliare e arriva la stretta creditizia, le società immobiliari gonfiate dai prestiti delle banche subiscono tracolli (in borsa il titolo Aedes è arrivato a perdere quasi il 90% del suo valore, nel febbraio 2007 valeva 7,09 euro, oggi si aggira sui 0,75 euro). Come spiega Milano Finanza, il problema per Aedes, così come per la Risanamento di Zunino, è &#8220;il peso dell&#8217;indebitamento e la difficoltà a vendere gli asset in portafoglio in un mercato poco ricettivo come l&#8217;attuale, [con la conseguente difficoltà nel] rifinanziamento dei prestiti&#8221;. Oggi la società ha debiti nei confronti di una ventina di gruppi bancari per un totale di 800 milioni di euro, di cui 290 milioni già scaduti a fine 2008 e non rimborsati. Le banche più esposte a Aedes e alla holding della famiglia Castelli sono Monte dei Paschi e Intesa Sanpaolo, ma tra i finanziatori della società c&#8217;è anche Unicredit. Per fare fronte a una situazione che appare sull&#8217;orlo del crack la società immobiliare sta procedendo a un complesso piano di ristrutturazione azionaria le cui coordinate dovrebbero essere definite in questi giorni. E, come Genta con l&#8217;Innse, anche Aedes sta licenziando i suoi dipendenti: in questi giorni circa il 60% del suo personale, circa 130 persone, è stato messo in mobilità. Nel comunicato emesso in occasione dei licenziamenti, la Filcams Cgil parla di una situazione di crisi dovuta, tra le altre cose, a &#8220;nulla osta da parte delle società di revisione su non limpide operazioni effettuate utilizzando anche veicoli off-shore, sciagurati investimenti, anche in ville di lusso o terreni senza futuro, a prezzi discutibili e oggi palesemente ingiustificabili, effettuati con controparti conniventi&#8221;.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span lang="IT">IL PROGETTO RUBATTINO</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span lang="IT">Nel 2005 Aedes aveva rilevato dalla Fiat Partecipazioni una quota della società Rubattino 87, assumendone così il controllo. La Rubattino 87 era stata costituita nel 1987 per &#8220;l&#8217;acquisizione e il successivo sviluppo di alcune delle più importanti aree industriali dismesse nel territorio milanese ed è proprietaria di una grande area, la ex attività produttive della Innse Innocenti Santeustachio ed ex Maserati, oggetto di Programma di Riqualificazione Urbana (PRU)&#8221;, come recita una comunicato dell&#8217;Aedes. Il progetto, messo a punto nei dettagli nella seconda metà degli anni novanta, prevede la cementificazione dell&#8217;area con circa 125.000 mq di business park, 70.0000 mq di sede universitaria e 50.000 mq di residenziale, oltre al solito parco con cui vengono vendute all&#8217;opinione pubblica simili operazioni, e avrà il contributo del noto architetto Massimiliano Fuksas, secondo quanto scrive sempre Aedes. Il valore di mercato delle aree di Rubattino 87 era nel 2005 di circa 225 milioni di euro, secondo le stime della società immobiliare, e il progetto è destinato a generare ricavi per 850 milioni di euro. Ma tutta questa valanga di cemento e milioni per realizzarsi deve superare un ostacolo, lo stabilimento Innse. Lo rileva il quotidiano il Giorno in un reportage pubblicato in tempi non sospetti, il 27 febbraio 2005, prima ancora che entrasse in scena l&#8217;Aedes: &#8220;La zona è di proprietà della Rubattino 87 srl. Giulia Missaglia, dirigente Settore Pianificazione e Progettazione Urbana del Comune di Milano sostiene che l&#8217;amministrazione punta al &#8220;recupero ambientale dell&#8217;area&#8221; [sic!], ma che purtroppo i piani di sviluppo sono soggiogati dalla presenza dell&#8217;Innse Presse. Si tratta di una società in regime di amministrazione straordinaria non ancora venduta. Sarebbe difficile procedere alla realizzazione di un piano di recupero totale dell&#8217;area &#8216;saltando&#8217; questo capannone&#8221;. E&#8217; chiaro quindi come il giorno (ci si perdoni il gioco di parole) che da lungo tempo l&#8217;Innse era nel mirino di chi promuove questo megaprogetto. Solo un anno dopo questo articolo l&#8217;entrata in scena di Genta su presentazione del leghista Castelli ha aperto la strada per trovare il modo di &#8220;saltare il capannone&#8221;: se i lavoratori dell&#8217;Innse non avessero occupato la loro fabbrica e preso l&#8217;iniziativa di autogestirla guadagnandosi l&#8217;attenzione dell&#8217;intera città, probabilmente oggi il problema non ci sarebbe più. E la Aedes probabilmente riuscirebbe con maggiore facilità a ridurre il debito generato dalle proprie speculazioni immobiliari avendo in portafoglio un&#8217;area sgombra dalla Innse (per esempio mediante la vendita del progetto Rubattino a fondi arabi, ipotesi ventilata dal Sole 24 Ore a fine maggio 2008).</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span lang="IT">Va detta qualche parola anche sulle istituzioni pubbliche coinvolte in tutta la vicenda Innse. Brilla per la sua latitanza il Comune di Milano, che è invece sempre attivissimo in campo urbanistico quando c&#8217;è da varare qualche progetto miliardario a favore dei cementificatori. Tace nei fatti da lunghissimo tempo in particolare l&#8217;assessore comunale allo sviluppo urbano Carlo Masseroli (Cielle-Forza Italia), che negli ultimi mesi si è speso a parole e nei fatti con la massima energia per progetti della stessa natura di quello di via Rubattino. A fine 2006 aveva promosso &#8220;la positività&#8221; del progetto Rubattino di fronte al Consiglio di Zona 3, di recente si è limitato a un sibillino: &#8220;Non esiste un problema di destinazione d&#8217;uso di area, ma differentemente se esiste o meno un imprenditore disposto ad investire sull&#8217;Innse. Io me lo auguro&#8221;. Tutto qui. La Regione si è attivata concretamente solo nelle ultime settimane aprendo il già menzionato tavolo di confronto tra le parti in causa. Molto più attiva la Provincia, in particolare nella persona dell&#8217;assessore al lavoro Bruno Casati (Rifondazione Comunista), ma va detto anche che proprio la Provincia è stato il canale attraveso il quale Genta è entrato in scena. Va rilevato infine anche l&#8217;interesse di Forza Italia per la vicenda nella persona del suo consigliere provinciale Max Bruschi, già membro della segreteria personale di Berlusconi ad Arcore. Il 23 febbraio 2006 (cioè in contemporanea con l&#8217;entrata in scena di Genta) Bruschi fa un intervento in aula, facendosi promotore del progetto Rubattino (l&#8217;arma retorica è la solita: se non si procede si crea una situazione di degrado per i &#8220;poveri&#8221; cittadini, non si può realizzare un parco, cioè il solito paravento dei progetti miliardari di cementificazione) e chiedendo in sostanza lo spostamento dell&#8217;Innse in altra area al fine di consentire la messa in atto del progetto, ma per il conseguimento di questo obiettivo c&#8217;è un problema: &#8220;Il problema sta nel fatto che a quanto scritto sull&#8217;accordo siglato dai sindacati e dalla Provincia, e non dal Comune di Milano [...] quello stabilimento dell&#8217;Innse Presse dovrebbe stare nel luogo dove è attualmente. Permanere nel luogo dove è attualmente crea dei forti problemi [...]. In commissione abbiamo avuto delle rassicurazioni da parte dei tecnici, ci hanno detto che l&#8217;accordo sindacale così come è stato sottoscritto doveva essere sottoscritto così, ma in realtà c&#8217;è tutta l&#8217;intenzione da parte della proprietà dell&#8217;Innse Presse, da parte della società PRU Rubattino, da parte della Provincia e anche del Comune di Milano, di spostare lo stabilimento in una zona che non vada a ledere la seconda parte del PRU Rubattino&#8221;. A chiusura del suo intervento Bruschi afferma che &#8220;una soluzione che tuteli i posti di lavoro e che fra tre anni sposti lo stabilimento produttivo sia un atto assolutamente a favore della città e del milanese&#8221;: fra tre anni, cioè a inizio 2009, che strana coincidenza con la tempistica che ha poi avuto tutta la vicenda! Si tratta di un&#8217;ulteriore traccia del fatto che i tempi della &#8220;chiusura&#8221; del problema Innse erano stati messi in conto già da anni. L&#8217;11 maggio l&#8217;assessore Casati risponde a un&#8217;interrogazione di Bruschi, allora particolarmente attivo riguardo alla Innse. Casati tra le altre cose dichiara che la Provincia non è a conoscenza dell&#8217;accordo in via di definizione tra Genta e l&#8217;Aedes (quindi, facciamo notare ancora una volta, già dal 2006 era in via di definizione un accordo tra i due soggetti) e afferma la propria disponibilità a un trasloco della Innse, anche se con delle importanti precisazioni: &#8220;Io in ogni caso non mi sento di escludere il trasloco dell&#8217;officina in altra porzione di area, qualora il Comune lo richiedesse. L&#8217;operazione, lo so, è difficile tecnicamente, per il tipo di macchine, ma non è impossibile. Potrebbe essere possibile, e io l&#8217;andrei a sostenere, lo ribadisco qui, e lo ribadirei anche per iscritto, qualora: 1. il Comune tornasse a richiederlo; 2. se il buon andamento del mercato e il buon accordo con Rubattino 87 contribuissero a dissolvere le preoccupazioni che su questo caso si erano accumulate. Allora il trasloco non sarebbe inteso quale operazione surrettizia alla vendita delle macchine e allo smantellamento di uno stabilimento tutto sommato interessante&#8221;, si noti che già allora quello della vendita delle macchine da parte di Genta era un rischio di cui si teneva conto. Il consigliere di Forza Italia ringrazia e, dopo avere menzionato i rischi di insediamento nell&#8217;area di rom e punkabbestia, specifica: &#8220;L&#8217;Innse Presse è in mezzo ad un&#8217;area dove ci sono altri capannoni dismessi [sic! La Innse in realtà non è mai stata un "capannone dismesso"], la sopravvivenza dell&#8217;Innse Presse [...] rischia di creare dei problemi per la successiva urbanizzazione di quella zona, per la creazione del parco, per l&#8217;insediamento dell&#8217;università e quant&#8217;altro&#8221;.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span lang="IT">LA POSTA IN GIOCO</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span lang="IT">Dopo avere esposto i fatti salienti è il caso di riassumere le coordinate fondamentali della vicenda. Innanzitutto la Innse non è un&#8217;azienda fallimentare, bensì un&#8217;impresa in attivo, in possesso di preziosi macchinari e di un know-how molto specifico, la cui produzione ha concreti canali di sbocco in Italia e all&#8217;estero. Il problema della Innse è semplicemente ed esclusivamente quello di trovarsi al centro di un&#8217;area presa di mira dalle società immobiliari, con l&#8217;avallo del Comune di Milano, per fini puramente speculativi. Da questo punta di vista la Innse rientra nel contesto molto più ampio di una città, e del relativo patrimonio, oggetto anche fisicamente di una sistematica opera di rapina a vantaggio del capitale finanziario. La Aedes è un esempio da manuale di cosa sia stata la bolla immobiliare (che non riguarda solo gli Stati Uniti, come i politici italiani vogliono farci credere) e delle sue conseguenze. Dietro alla Aedes non ci sono solo la famiglia Castelli, o i suoi azionisti come la Amenduni e la Finivest, ma anche le banche che la hanno alimentata con centinaia di milioni di euro e che hanno un nome: Monte dei Paschi, Intesa Sanpaolo, Unicredit e molte altre. E dietro alla Aedes ci sono anche le istituzioni pubbliche che gestiscono il nostro territorio come uno strumento finanziario per rimpinguare i bilanci di società private. Per continuare sulla loro strada, crisi o non crisi, queste ultime non hanno altra possibilità che creare nuove bolle e ridurre i lavoratori e il territorio a varianti manipolabili a piacere. La Milano dell&#8217;Expo, di Citylife e delle decine di altri progetti, la Milano delle banche e delle cartolarizzazioni, è la stessa Milano che ristruttura le aziende, licenzia e ricorre al lavoro precario: è cioè la stessa Milano che ha preso di mira la Innse. Il problema di quest&#8217;ultima e dei suoi lavoratori è semplicemente quello di essersi ritrovati al centro di questo nodo indissolubile tra speculazione edilizia, finanza e sfruttamento del lavoro. Più nello specifico, impressiona il fatto che cronologicamente molti elementi parevano già messi in conto anni prima: dall&#8217;articolo del 2005 del Giorno che parla dell&#8217;Innse come un problema da eliminare, fino alle dichiarazioni del 2006 del consigliere provinciale Bruschi, che parla di una &#8220;liberazione&#8221; dell&#8217;area nel 2009 e agli accordi, mai resi pubblici ma più volte citati fin dal 2006, tra Genta e Aedes per &#8220;liberare&#8221; l&#8217;area entro fine gennaio 2009. In tutta la faccenda, e visto il contesto, il silenzio del Comune di Milano va considerato a pieno titolo come una dichiarazione di parte fatta a gran voce. Sul lato della Provincia di Milano gli utili sforzi messi in atto dall&#8217;assessore provinciale Bruno Casati negli ultimi mesi non possono però nascondere altri lati oscuri. Non si tratta solo dell&#8217;entrata in scena di Genta su segnalazione di Castelli alla Provincia stessa, ma anche della disponibilità a spostare la Innse per dare spazio al progetto di speculazione edilizia. Come hanno ricordato gli stessi lavoratori dell&#8217;Innse citati dal Manifesto, spostare la fabbrica significa farla fallire, perché richiederebbe anni sia per la costruzione della nuova struttura, sia per l&#8217;installazione e la messa a punto dei delicati macchinari di precisione, lasciando così inoperativo lo stabilimento per lunghissimo tempo, con la conseguente perdita di clienti. La soluzione dell&#8217;acquisto da parte della Ormis è sempre stata a portata di mano, ma non è l&#8217;unica possibile. Parlare oggi di intervento pubblico diretto nell&#8217;economia, quando non si tratta di salvare i banchieri, è una bestemmia, lo sappiamo, ma ci chiediamo perché, a solo titolo di esempio, la Provincia non può intervenire materialmente e con autorità a sostegno dell&#8217;Innse rilevandola e affidandone la gestione agli stessi lavoratori? Palazzo Isimbardi ha partecipazioni miliardarie in società del settore del cemento e dei trasporti, perché ha abbandonato la Innse a Genta quando sarebbe bastato un minimo sforzo per evitarlo, tanto più che gli operai hanno dimostrato di sapersi autogestire rimanendo in attivo? E infine, un&#8217;ultimo inquietante particolare. Ancora oggi non è stato chiaro chi ha deciso di inviare le forze dell&#8217;ordine in tenuta antisommossa a fianco di Genta il 10 febbraio, un&#8217;azione di cui nessuno si è preso la responsabilità, anche se la catena di comando rinvia al Ministero degli interni e a Roberto Maroni. Come è possibile che un tale dispiegamento di forze venga messo a disposizione di un imprenditore fallimentare per portare via la fabbrica a dei lavoratori? Alla luce della crisi in atto sorge la spontanea domanda di quale messaggio più ampio abbia voluto inviare il governo con questa azione.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span lang="IT">L&#8217;INNSE NON È SOLA</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span lang="IT">Nonostante l&#8217;ampio blocco che cerca di soffocarlo, l&#8217;esempio della Innse è diventato inevitabilmente un prezioso patrimonio anche per i moltissimi altri lavoratori che, nell&#8217;attuale situazione di crisi economica, sono impegnati a lottare non solo per il proprio posto di lavoro, ma anche per la propria dignità. Ne è un esempio il caso della Terex-Comedil di Cusano Milanino, alle porte della capitale lombarda, i cui lavoratori sono stati più di una volta fisicamente a fianco dei colleghi della Innse. Il 15 dicembre i 45 operai della Terex-Comedil, che produce gru per l&#8217;edilizia (il loro blog: <a title="http://terexusaegetta.blogspot.com/" href="http://terexusaegetta.blogspot.com/" target="_blank">http://terexusaegetta.blogspot.com/</a>), hanno ricevuto un avviso di licenziamento collettivo per &#8220;macrocrisi e affitto troppo alto&#8221;. Non si sono arresi e hanno denunciato la proprietà per comportamento antisindacale, vincendo la causa e ottenendo il prolungamento della cassa integrazione fino a fine aprile, ma la proprietà ha ribadito la propria intenzione di smantellare lo stabilimento. Dal 16 dicembre presidiano la loro fabbrica giorno e notte come gli operai della Innse. In questi giorni i lavoratori della Terex-Comedil, insieme a quelli della Innse, della Marcegaglia, della Metalli Preziosi, della Siemens Bicocca e della ex Ansaldo Camozzi hanno lanciato l&#8217;iniziativa, che partirà nella data simbolo del 25 aprile, di una Cassa di Resistenza a sostegno delle lotte che si stanno sviluppando nell&#8217;area produttiva milanese, con un programma molto chiaro: &#8220;Pensiamo che la ricorrenza della RESISTENZA deve essere un’occasione per riflettere sulla condizione degli operai di tutti i settori produttivi, dai metalmeccanici, chimici, call center, cooperative di appalti ai precari di varia natura ecc. per rilanciare ovunque quella capacita` conflittuale di riappropriazione di salario e diritti che, in questo periodo di tracollo totale del sistema capitalista, basato sullo sfruttamento di tutti e sul profitto di pochi, ci sta riducendo fino alle chiusure di interi stabilimenti e la caduta in totale miseria di interi gruppi di operai. I padroni vogliono far pagare a noi i danni fatti dall’instabilita` e contraddittorieta` del loro sistema e non possiamo piu` accettarlo. [...] Soltanto incontrandosi e condividendo le esperienze di lotte nelle fabbriche si puo` creare la consapevolezza che la Lotta paga&#8221;. A Milano c&#8217;è stato poi recentemente un altro caso che per certi versi ricorda la Innse, quello dei 32 dipendenti (per la maggior parte donne) del negozio Sisley di via Vercelli (gruppo Benetton), licenziati in tronco nel febbraio scorso, senza nemmeno potere fare conto su ammortizzatori sociali. Il negozio era gestito in franchising dalla società Tov, che il 17 febbraio ha annunciato il licenziamento collettivo a partire dalla sera di sabato 28 febbraio. Ma la sera di quel sabato le lavoratrici e i lavoratori hanno deciso di non tornare a casa e di occupare il negozio insediandovi un presidio di protesta giorno e notte. Per alcuni giorni nelle vetrine del negozio nella centralissima via dello shopping milanese sono stati esposti cartelli con scritte come &#8220;Il posto di lavoro non si tocca, noi non siamo merce in saldo&#8221; e i media hanno riportato ampiamente la vicenda. In questo caso, per fortuna, la soluzione è stata rapida e la Benetton ha deciso nel giro di qualche giorno di riassumere le lavoratrici e i lavoratori prendendosi carico direttamente della gestione del negozio: il patrimonio più prezioso di Benetton sono i suoi marchi e l&#8217;azienda trevigiana non può certo permettersi di vederli citati dai media in una situazione così imbarazzante. Ma anche in questo caso il particolare più importante è che la lotta ha avuto effetto: se il negozio non fosse stato occupato le dipendenti e i dipendenti oggi sarebbero senza lavoro.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span lang="IT">I lavoratori della Innse non sono quindi soli in una lotta che li vede confrontarsi con un fronte fatto di padroni, speculatori e politici che li fiancheggiano. Un fronte che dall&#8217;ambito locale arriva fino ai vertici nazionali, dove siedono il leghista Roberto Maroni, responsabile del ministero che ha inviato contro di loro polizia e carabinieri, e il premier Silvio Berlusconi, che ha un interesse economico nella vicenda. Nell&#8217;agenda di questo fronte, che riunisce il peggio che Milano ha dato di sé negli ultimi anni, c&#8217;era una rapida chiusura del caso Innse dopo i licenziamenti di Genta del 31 maggio scorso, una soluzione che probabilmente si dava per scontata già da anni. Grazie alla loro rapida decisione di occupare la fabbrica e autogestirla i lavoratori da dieci mesi sono riusciti a fermare l&#8217;ingranaggio e a raccogliere un&#8217;ampia solidarietà. Sono insomma l&#8217;esempio del fatto che la lotta paga, e in questo momento per i padroni e gli speculatori si tratta di un esempio molto pericoloso. Per questo l&#8217;articolo non si può che chiudere con le parole degli stessi operai: &#8220;Questa battaglia non riguarda solo noi, ma tutti quelli che credono che questa forma di resistenza operaia possa essere un possibile punto di partenza per lottare contro i licenziamenti, in una crisi che ne produce migliaia al giorno. Una battaglia che riguarda tutti quelli credono che la citta` di Milano non possa finire in mano a speculatori di ogni tipo, immobiliaristi sull’orlo del fallimento, speculatori finanziari bancarottieri di ogni ordine e grado che chiudono le fabbriche senza nessuna opposizione sociale&#8221;.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span lang="IT">Il blog dei lavoratori Innse: <a href="http://www.myspace.com/presidioinnse">http://www.myspace.com/presidioinnse</a></span></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="IT">Per inviare sottoscrizioni: Bollettino postale c/c n. 22264204 intestato a: Ass.Cult.ROBOTNIKONLUS Bonifico Bancario: IBAN IT 51 O 0760101600000022264204. Dall&#8217;estero, se la banca dovesse richiederlo, questo e` il codice BIC o anche detto SWIFT: BPPI ITRRXXX. Mettere sempre e in ogni caso la causale: Lotta operai INNSE. Per una solidarieta` “ fisica “ il nostro presidio e` in via RUBATTINO 81. La nostra mail e` PRESIDIOINNSE@GMAIL.COM Per chi volesse firmare la nostra petizione andate sul sito <a href="http://www.petitiononline.com/INNSE/">www.petitiononline.com/INNSE/</a></span></p>
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<p class="MsoNormal"><span lang="IT">(Fonti: oltre alle cronache milanesi e nazionali delle principali testate a partire dal 1 giugno scorso, e i blog dei lavoratori Innse e Terex-Comedil, le fonti di questo articolo sono: Comunicati e brochure della Aedes, <a href="http://www.aedes-immobiliare.com/">http://www.aedes-immobiliare.com</a>; Andrea Gallazzi, &#8220;Storia della Innocenti&#8221;, <a href="http://www.inno-mini-world.com/Innocenti/story/storiainnocenti/1.htm">http://www.inno-mini-world.com/Innocenti/story/storiainnocenti/1.htm</a>; Blog di Max Bruschi, consigliere della Provincia di Milano: <a href="http://blog.maxbruschi.it/">http://blog.maxbruschi.it/</a>; Verbale della riunione tenutasi presso il Ministero dello Sviluppo Economico il 2 settembre 2008: <a href="http://www.sviluppoeconomico.gov.it/pdf_upload/vertenze/phpBf6zmq.pdf">http://www.sviluppoeconomico.gov.it/pdf_upload/vertenze/phpBf6zmq.pdf</a>; Sito della Provincia di Milano: <a href="http://www.provincia.milano.it/">http://www.provincia.milano.it</a>; Milano Finanza, 5 luglio 2008; Il Giorno, 27 febbraio 2005; Sole 24 Ore, 31 maggio 2008)</span></p>
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		<title>Diario della crisi in Lombardia, 25 luglio</title>
		<link>http://milanointernazionale.it/2009/07/25/diario-della-crisi-in-lombardia-25-luglio/</link>
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		<pubDate>Sat, 25 Jul 2009 13:37:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milanointernazionale</dc:creator>
				<category><![CDATA[=>   Notizie e approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[Cassa integrazione]]></category>
		<category><![CDATA[Crisi]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoratori immigrati]]></category>
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		<category><![CDATA[Mobilità]]></category>

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		<description><![CDATA[I trend del periodo: Luglio, agosto, settembre (nero) &#8211; La situazione provincia per provincia, dai dati generali alle singole crisi aziendali &#8211; Lavoratori immigrati: sottopagati, vittime di incidenti e a rischio espulsioni *** SOMMARIO I trend del periodo: Luglio, agosto, settembre (nero) La situazione provincia per provincia, dai dati generali alle singole crisi aziendali: - [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&amp;blog=7100082&amp;post=718&amp;subd=milanointernazionale&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>I trend del periodo: Luglio, agosto, settembre (nero) &#8211; La situazione provincia per provincia, dai dati generali alle singole crisi aziendali &#8211; Lavoratori immigrati: sottopagati, vittime di incidenti e a rischio espulsioni</strong><br />
<span id="more-718"></span></p>
<p style="text-align:center;">***</p>
<h4>SOMMARIO</h4>
<p><a href="#sezione1">I trend del periodo: Luglio, agosto, settembre (nero)</a></p>
<p><a href="#sezione1.1">La situazione provincia per provincia, dai dati generali alle singole crisi aziendali:</a></p>
<p><a href="#sezione2">- LOMBARDIA IN GENERALE</a></p>
<p><a href="#sezione3">- MILANO</a></p>
<p><a href="#sezione4">- MONZA-BRIANZA</a></p>
<p><a href="#sezione5">- VARESE</a></p>
<p><a href="#sezione6">- COMO</a></p>
<p><a href="#sezione7">- LECCO-SONDRIO</a></p>
<p><a href="#sezione8">- BERGAMO</a></p>
<p><a href="#sezione9">- BRESCIA</a></p>
<p><a href="#sezione10">- PAVIA</a></p>
<p><a href="#sezione11">- LODI</a></p>
<p><a href="#sezione12">- CREMONA</a></p>
<p><a href="#sezione13">- MANTOVA</a></p>
<p><a href="#sezione14">- Lavoratori immigrati: sottopagati, vittime di incidenti e a rischio espulsioni</a></p>
<p style="text-align:center;">***</p>
<h4><a style="width:12px;height:24px;" name="sezione1"><strong>I trend del periodo: Luglio, agosto, settembre (nero)</strong></a></h4>
<p>Il 6 luglio scorso il ministro dell&#8217;Economia, Giulio Tremonti, ha detto che in Italia non c&#8217;è un allarme occupazione e che il paese non ha un problema su questo fronte. Basta leggere qui di seguito le notizie sulla situazione in Lombardia, motore dell&#8217;economia italiana, per rendersi conto di quanto le sue dichiarazioni siano irresponsabili. Nei primi cinque mesi di quest&#8217;anno, per esempio, i lavoratori che si sono iscritti ai centri per l&#8217;impiego dopo essere rimasti disoccupati sono aumentati, rispetto allo stesso periodo dell&#8217;anno scorso, del 66% in provincia di Como, del 63% in provincia di Milano e del 50% in provincia di Varese, mentre a Brescia le richieste di indennità di disoccupazione presentate all&#8217;Inps sono aumentate addirittura del 152%. Dietro a queste percentuali c&#8217;è il numero sicuramente enorme di precari ai quali non viene rinnovato il contratto e di collaboratori con partite iva, di fatto dipendenti, che si sono visti ridurre drasticamente i compensi, ma su di loro non esistono statistiche precise. Nonostante questo i media continuano a bombardarci di notizie inconsistenti sul fatto che il peggio sarebbe ormai passato, accompagnandole con dati incompleti, avulsi dal contesto più ampio, o relativi a periodi troppo limitati per stabilire un trend. A inizio luglio molti giornali hanno parlato, per esempio, di &#8220;diminuzione&#8221; della cassa integrazione. Non è così, purtroppo: sono solo rallentati i ritmi della crescita in termini percentuali, un fenomeno spiegabile da una parte con il fatto che ormai circa il 30% delle aziende lombarde che ne hanno diritto è già in cassa integrazione e dall&#8217;altra che la cassa integrazione sta in molti casi lasciando il posto ai ben più gravi licenziamenti. Quindi è inevitabile una flessione dei ritmi di incremento, ma la cassa in termini assoluti continua ad aumentare, e in parallelo aumentano anche i licenziamenti. Il quadro concreto dipinto dagli sviluppi sul territorio è nel complesso sempre più cupo. Mentre nel primo trimestre si parlava soprattutto di cassa integrazione e ad aprile c&#8217;è stato un boom dei rinnovi di quest&#8217;ultima, da maggio in poi è evidente una forte tendenza al passaggio ai licenziamenti, alle chiusure e ai fallimenti. Dal punto di vista dell&#8217;occupazione non vanno poi dimenticati i dati che parlano di crolli delle assunzioni che nelle varie province sono compresi in media tra il 20% e il 30%. Tra gli altri sviluppi preoccupanti vi sono i sempre maggiori problemi di liquidità delle aziende (sono per esempio molte quelle che sono talmente a corto di soldi da non riuscire a versare gli anticipi degli ammortizzatori sociali) e i segnali di un incattivirsi delle posizioni tra gli imprenditori (per es. aumentano i casi di quelli che si rendono semplicemente irreperibili da un giorno all&#8217;altro lasciando i lavoratori di fronte ai cancelli chiusi delle loro aziende). Continua inoltre a essere forte la tendenza ad avviare ristrutturazioni che comportano delocalizzazioni e quella delle chiusure di aziende per consentire speculazioni sui terreni in grado di generare liquidità. Le indagini delle associazioni degli imprenditori lombardi parlano di crolli abissali del fatturato e degli ordini compresi tra il 40% e il 70% e di un&#8217;ipoteca pesantissima sul futuro sviluppo economico dovuta al fatto che le aziende stanno tagliando drasticamente gli investimenti. Molte crisi in atto, così come d&#8217;altronde alcune dichiarazioni sul lato degli imprenditori, lasciano intendere che anche se ci dovesse essere una ripresa (che nessuno al momento ipotizza nemmeno lontanamente in termini concreti) si resterà con una forza lavoro fortemente ridotta. Ma quello che più preoccupa in questo momento è la totale unanimità delle previsioni di sindacati e datori di lavoro, secondo cui alla fine dell&#8217;estate ci sarà un &#8220;settembre nero&#8221; seguito da un autunno con un&#8217;impennata di licenziamenti e chiusure di imprese. Va infine notato che a svariati mesi ormai dall&#8217;inasprirsi della crisi il livello di conflittualità rimane bassissimo: fatta eccezione per qualche blocco stradale e presidio, o sciopero sporadico, non si registrano mobilitazioni di maggiore intensità. Completiamo la nostra rassegna con un focus su alcuni temi che riguardano i lavoratori immigrati, sempre più sfruttati ed esposti all&#8217;emarginazione, nonché a pericoli per la loro incolumità fisica (incidenti sul lavoro). NOTA: Questo numero del Diario della crisi in Lombardia copre gli sviluppi dall&#8217;8 giugno al 17 luglio 2009.</p>
<p style="text-align:center;"><strong> </strong>***</p>
<h4><a style="width:12px;height:24px;" name="sezione1.1">La situazione provincia per provincia, dai dati generali alle singole crisi aziendali</a></h4>
<p><strong> </strong><a name="sezione2">LOMBARDIA IN GENERALE</a></p>
<p style="text-align:left;">A metà giugno i sindacati hanno lanciato l&#8217;allarme per il prossimo esaurimento dei 70 milioni di euro che lo stato ha erogato alla Regione Lombardia per coprire la cassa in deroga. A fine maggio circa 15.000 lavoratori già titolari del sussidio attendevano l&#8217;assegno da tre mesi. A ciò va però aggiunto che a metà giugno erano ancora in corso di disbrigo migliaia di domande presentate nel mese di maggio. Finora sono stati consumati 65 dei 70 milioni di euro erogati alla Regione e le domande che stanno arrivando, oltre a dover aspettare la decretazione, sono sprovviste in pratica di qualsiasi copertura finanziaria. Il Pirellone ha richiesto allo stato altri 100 milioni di euro, ma nel momento in cui scriviamo (24 luglio) non sono ancora stati erogati nuovi fondi. E la situazione generale continua a farsi sempre più preoccupante. Secondo dati della Cgil, nei primi cinque mesi del 2009 i licenziamenti in Lombardia sono stati complessivamente 23.000, con un aumento del 63% rispetto allo stesso periodo del 2008 e un incremento di 4.622 unità da aprile a maggio di quest&#8217;anno. Le imprese che hanno chiesto la cassa integrazione erano il 29,3% &#8211; si può quindi stimare che attualmente quasi un&#8217;impresa lombarda su tre stia utilizzando la cassa. Il lieve calo dei ritmi di aumento del monte ore di cassa autorizzato dall&#8217;Inps ha avuto come contrappeso un aumento delle procedure di licenziamento collettivo. Nel complesso durante i primi cinque mesi del 2009 la cassa integrazione ha registrato un aumento del 381% rispetto allo stesso periodo 2008 e secondo le stime del sindacato c&#8217;è in più il rischio che nei prossimi mesi in regione vengano persi &#8220;oltre 300.000 posti di lavoro&#8221;. La Cgil sottolinea come questi sviluppi vadano visti sullo sfondo della più bassa crescita della Lombardia rispetto all&#8217;Europa accumulata negli anni 1996-2008 e pari a 14 punti percentuali di Pil. Un quadro a cui non è estraneo il fatto che la regione spende nel suo complesso l&#8217;1,1% del Pil in ricerca e sviluppo, contro una media dell&#8217;1,8% delle aree europee di riferimento. Inoltre, l&#8217;apparato produttivo lombardo è &#8220;colpito pesantemente dalla crisi e dalle politiche di delocalizzazione delle grandi imprese, con una specializzazione produttiva che fatica a reggere dinanzi alla riduzione della domanda interna e alla &#8216;spietata&#8217; concorrenza di qualità del mercato europeo e internazionale. Il tunnel della recessione nella nostra regione, una delle più esposte alla crisi, si annuncia lungo&#8221;. Un&#8217;indagine della Banca d&#8217;Italia ci fornisce un quadro di come le aziende industriali lombarde stanno reagendo alla crisi. Il 72,4% di esse ha cercato di fronteggiare la congiuntura tagliando i costi (in 3 casi su 4 riducendo i costi legati al personale e in quasi 1 caso su 2 tagliando gli investimenti), mentre solo in misura minore, ma comunque altissima (il 45,3%), si sono rassegnate a una robusta limatura dei margini di profitto. Il 68,8% delle imprese lamenta una contrazione della domanda dei loro prodotti e per il 52% delle aziende questa situazione è accompagnata da difficoltà di pagamento da parte dei clienti. Cifre che se sommate a un altro pesante dato, quello secondo cui circa una impresa su quattro ha chiuso il 2008 con un bilancio passivo, danno un&#8217;idea della estrema gravità della situazione. La Lombardia è inoltre prima in classifica in Italia per quanto riguarda il ricorso ai contratti di solidarietà, in base ai quali i dipendenti lavorano meno a fronte di una diminuzione dello stipendio che in media è del 10%, mentre i padroni beneficiano di una riduzione contributiva compresa tra il 25% e il 40%. La provincia lombarda nella quale è maggiore l&#8217;opzione per questa soluzione è quella di Brescia. Un&#8217;indagine dell&#8217;Ires segnala che oltre alla cassa integrazione e alla disoccupazione c&#8217;è una situazione generalizzata di &#8220;instabilità lavorativa&#8221; che riguarda circa il 20% della forza lavoro nazionale. Si tratta di persone che non sono disoccupate in senso stretto, ma soffrono di una &#8220;discontinuità lavorativa fisiologica&#8221;. Si tratta soprattutto degli interinali, chiamati a lavorare a intervalli sempre più distanti (per es. poche giornate ogni due mesi) e, in misura sempre maggiore negli ultimi mesi, anche i professionisti con partita Iva: formatori, consulenti aziendali, ma anche per esempio architetti in studi di architettura, che sono di fatto presenti come dipendenti ma, contrattualmente, sono collaboratori e che si vedono ridotti in modo significativo i compensi. La Cgil segnala poi un altro fenomeno che, anche se non generalizzato, rischia di estendersi in presenza della forte crisi. Ci sono aziende che richiedono la cassa integrazione e poi fanno lavorare il personale nei giorni in cui sarebbe in vigore la cassa, un modo per recuperare dei costi da giocare poi sul prodotto ed essere più competitivi in termini di prezzi. E se in generale tutte le fonti (sindacati, imprenditori e media) sono unanimi nel prevedere un &#8220;settembre nero&#8221;, al ruolo cruciale che svolgerà questo mese per comprendere gli sviluppi futuri va ad aggiungersi la crisi della scuola in seguito ai tagli voluti dal governo e dal ministro Gelmini. Secondo quanto scrive la Repubblica, i tagli che verranno operati a settembre in Lombardia sul personale docente ammontano nel complesso alla cifra astronomica di 5.000: &#8220;ai 3.375 posti di docente già cancellati, se ne aggiungono ora altri 876 che sarebbero dovuti essere occupati da maestri e professori precari. Sommando anche i 623 docenti di lingua &#8216;risparmiati&#8217;, il bilancio si fa pesante: da settembre nelle scuole lombarde ci saranno quasi 5.000 insegnanti in meno&#8221;. L&#8217;organico totale della scuola lombarda è pari attualmente a circa 100.000 unità, scrive il quotidiano che riporta anche altri due dati aggiornati: nella regione ci sono oltre 5.200 scuole (dalle materne alle superiore) con un totale di 1.100.000 alunni.</p>
<p><a name="sezione3">MILANO</a></p>
<p style="text-align:left;"><span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span>: Comincia a soffrire pesantemente della crisi anche la città dei servizi, il capoluogo lombardo. Come scrive il Corriere della Sera, &#8220;rallentano le attività di supporto alle imprese. Dalla consulenza, alla formazione, passando per studi professionali, pulizie e commercio. Il fenomeno è segnalato dall&#8217;ultima tornata di cassa in deroga&#8221;. Finora il settore servizi si era tenuto in qualche modo in piedi con la stagione delle grandi fiere, dalla moda al design. Le prime a essere colpite nei mesi scorsi sono state le imprese artigiane, che continuano sempre più a sprofondare nella crisi. &#8220;In aprile sono raddoppiate le richieste di cassa integrazione rispetto a marzo. Nello stesso tempo sono diminuite del 33% le iscrizioni all&#8217;albo. L&#8217;uscita dal tunnel della crisi è ancora lontana&#8221;. Più specificamente, le richieste di cassa in deroga tra gli artigiani sono state 6 in tutto il 2008, 4 a gennaio 2009, 34 a febbraio, 122 a marzo, 232 ad aprile e 306 a maggio. Il fenomeno però ora si sta allargando anche al commercio, come testimoniato dal dato secondo cui sui 65 milioni assegnati finora in regione per la cassa in deroga, 18 sono andati a tale settore. In totale, secondo la Cgil, a metà giugno i lavoratori lombardi in cassa in deroga ammontavano a poco meno di 30.000. Inoltre nel primo semestre di quest&#8217;anno, secondo stime della Camera di Commercio, il volume d&#8217;affari del sistema commerciale milanese è sceso nel complesso del 5,6%, con punte del -8,1% per il settore non alimentare e dell&#8217;8,8% per i piccoli negozi. Il dato va a sommarsi al calo del 4,4% già registrato a Milano nel 2008. Una diminuzione di attività che si riflette indirettamente su un&#8217;altra categoria, quella dei taxisti. Secondo i dati della categoria taxi dell&#8217;Unione Artigiani la riduzione delle corse a Milano si è attestata nei mesi di aprile e maggio sul 22-23%. La Cisl ha invece pubblicato le proprie stime riguardo alle chiusure di aziende a Milano: nei primi quattro mesi del 2009 sono state oltre 100. &#8220;Si tratta soprattutto di società che si occupano di somministrazione lavoro e gruppi bancari stranieri che lasciano l&#8217;Italia&#8221;, spiega il sindacato. &#8220;Il peggio rischia di arrivare a settembre, presto finiranno i fondi destinati dalla Regione alla cassa integrazione in deroga e a quel punto centinaia di aziende e migliaia di lavoratori rischieranno di rimanere per strada&#8221;. La crisi ha un suo risvolto anche a livello di reati economici. La Guardia di Finanza di Milano ha registrato un&#8217;impennata nei fenomeni di elusione ed evasione fiscale, nell&#8217;impiego del lavoro nero, nella diffusione della contraffazione e nel ricorso all&#8217;usura.</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: Come già accennato qui sopra, prosegue la fuga delle banche d&#8217;affari estere da Milano. L&#8217;ultima a chiudere è stata la <strong>Berenberg</strong>, che nel giro di due ore ha licenziato in tronco, senza preavviso né una congrua buonuscita, nove dipendenti, di cui due donne in maternità. Negli ultimi tempi hanno chiuso i battenti a Milano anche gli uffici della banca olandese <strong>Ing</strong> e della tedesca <strong>Dresdner Bank</strong>, mentre il colosso americano <strong>Citigroup</strong> ha operato ampi tagli e l&#8217;italiana <strong>AbaxBank</strong> ha mandato a casa un centinaio di dipendenti. In piena crisi, sempre nel settore servizi, anche il mondo dei call center, che secondo il quotidiano DNews stanno sempre più di frequente abbandonando Milano per delocalizzare nel Sud Italia e all&#8217;Est. Esemplare della crisi nel settore è il caso della <strong>Omnia Network</strong>, presso la quale lavorano circa 1.000 persone alle quali lo stipendio viene pagato da mesi con forti ritardi: l&#8217;ingresso di un nuovo socio non ha migliorato la situazione e solo a luglio i lavoratori si sono visti corrispondere lo stipendio di aprile. La cattiva gestione della <strong>Zincar</strong>, società controllata dal Comune di Milano e sul cui buco di 18 milioni sono in corso indagini, ha portato al licenziamento di 10 dei 12 dipendenti. A Paderno Dugnano peggiorano le prospettive per la <strong>Lares</strong> e la <strong>Metalli Preziosi</strong>, due aziende che occupano nel complesso 262 lavoratori, senza stipendio ormai da oltre sei mesi. A inizio luglio è stato dichiarato il fallimento di entrambe le aziende ed è stata avviata la cassa integrazione straordinaria per 12 mesi. &#8220;Paderno è stata cementificata e adesso sta perdendo altre due fondamentali aziende&#8221;, ha dichiarato amaramente Giuseppe Mansolillo della Fim. Pochi giorni prima della dichiarazione di fallimento i lavoratori delle due aziende avevano ipotizzato la creazione di una cooperativa per l&#8217;autogestione delle due fabbriche. Come se non bastasse, per loro oltre al danno del fallimento e della mancata corresponsione degli stipendi è arrivata anche la beffa di una denuncia per diffamazione da parte dell&#8217;ex proprietario, ritenutosi ingiuriato da alcuni contenuti del gruppo &#8220;Quelli che aspettano i soldi da Astolfi&#8221; aperto dai lavoratori in Facebook. Situazione sempre più tesa anche alla <strong>ex Alfa</strong> di Arese, dove è stata decisa a metà giugno un&#8217;altra cassa integrazione ordinaria per 7 settimane, seguita da altre 3 settimane di ferie. Secondo Ernesto Ierardi, delegato Rsu della Fiom, &#8220;la cassa ordinaria ha un limite di 52 settimane in due anni e la Fiat vuole raggiungerlo entro aprile 2010, dichiarando poi l&#8217;esubero dei lavoratori&#8221;, rimasti in poco meno di 1.000 dopo il licenziamento degli ultimi 68 nel marzo del 2008. Alla loro ultima assemblea è stata registrata l&#8217;assenza generale delle istituzioni, ivi compreso il governatore della regione Roberto Formigoni, che si è limitato a inviare un messaggio in cui esprimeva &#8220;vicinanza e solidarietà ai lavoratori che sono toccati da questo momento di difficoltà&#8221;. Dura la risposta dei lavoratori: &#8220;Qui non si sta parlando di un &#8216;momento di difficoltà&#8217;, ma della scientifica e insopportabile arroganza con cui Fiat pretende di decidere del destino di migliaia di lavoratori e della vita o della morte degli stabilimenti&#8221;. L&#8217;area ex Alfa (che coinvolge anche il comune di Rho) è oggetto delle mire della speculazione immobiliare. E&#8217; in corso di discussione una variante urbanistica complessiva per i 2 milioni di metri quadri dell&#8217;ex Biscione, con al vaglio varie ipotesi, dai centri commerciali fino ai parcheggi per l&#8217;Expo 2015. Secondo quanto scrive la Prealpina, &#8220;a quanto pare Formigoni vuole chiudere il caso al massimo entro febbraio 2010 [data che coincide più o meno con  l'ipotesi di chiusura ventilata da Ierardi - N.d.R.] e, comunque, entro la fine della legislatura&#8221;. Il sindaco di Rho, Roberto Zucchetti, anch&#8217;egli di Comunione e Liberazione come Formigoni, se la prende con i lavoratori che si oppongono ai progetti di speculazione sull&#8217;area: &#8220;Assistiamo alla prevaricazione di gruppi [i sindacati - N.d.R.] che vogliono imporre il loro punto di vista su questioni che non li riguardano: che lì sorgano residenze, centri commerciali o parchi a loro non deve interessare&#8221;. Il 16 luglio i lavoratori dell&#8217;ex Alfa hanno portato la loro protesta anche agli stati generali dell&#8217;Expo voluti dal già menzionato Formigoni. I lavoratori della <strong>Novaceta</strong> di Magenta, che recentemente ha messo in mobilità 220 persone e chiuso alcuni reparti produttivi, si sono rivolti alla Procura con un esposto. La crisi dell&#8217;azienda, che ha portato dal 2003 al licenziamento di 420 persone, è stata secondo i lavoratori pianificata da almeno 3 o 4 anni in vista di interessi immobiliari sull&#8217;area vastissima dello stabilimento, un caso che sembra avere molti punti in comune con quello dell&#8217;ex Alfa e dell&#8217;<strong>Innse</strong> di Lambrate, sulla quale continuano a pesare le nubi di un possibile intervento estivo della polizia contro il presidio dei lavoratori per il sequestro dei macchinari venduti dal padrone Genta ad alcune ditte. Entra in crisi anche la <strong>Parker Hannifin</strong>, che si occupa di tecnologie per la movimentazione e il controllo. Il gruppo statunitense ha tre stabilimenti nel milanese: a Cinisello Balsamo, a Corsico e a Cesano Boscone. A Cinisello è cominciata la cassa straordinaria per i 118 lavoratori, mentre l&#8217;azienda ha già manifestato la volontà di procedere a licenziamenti negli stabilimenti di Corsico e Cesano. La corporation statunitense parla di un calo del fatturato del 44% e di una diminuzione degli ordini del 55%. A Cormano sono entrati in sciopero per alcune settimane i 22 dipendenti della <strong>Legatoria Vergani</strong>, che protestavano per il licenziamento in tronco di due dei tre delegati sindacali, ufficialmente per mancanza di lavoro. Colpita dalla crisi della <strong>Agrati</strong> (di cui abbiamo già riferito negli scorsi numeri) una delle società del suo indotto, la <strong>Invitea</strong>, nella quale ci sono stati una riduzione del personale e un aumento della cassa integrazione. A San Donato Milanese la dismissione di tre rami d&#8217;azienda da parte della <strong>Eni Exploration &amp; Production</strong> stanno mettendo a rischio 177 posti di lavoro. Come scrive il Giorno, &#8220;il timore è che la politica di progressive dismissioni si ripercuota anche sul quartier generale Eni di San Donato, dove lavorano oltre 1.000 persone&#8221;. Prosegue la crisi della <strong>Nokia Siemens</strong> di Cinisello Balsamo dove, scrive sempre il Giorno, &#8220;a fine giugno le unità &#8216;incentivate all&#8217;esodo&#8217; erano già salite a 70 a cui si aggiungono i 37 consulenti esterni di cui è stato annunciato il taglio questo mese. Esterni ma in realtà &#8216;di fatto&#8217; interni all&#8217;azienda (in quanto impegnati esclusivamente su Nokia Siemens). [...] In un comunicato firmato da Fim, Fiom e Uilm si stigmatizza il comportamento della multinazionale &#8216;consistente nel lasciare senza lavoro lavoratori e lavoratrici come forma di pressione per ottenerne le dimissioni&#8217; come la &#8216;scelta di chiudere gradualmente la Ricerca e Sviluppo del Radio Access in Italia senza sostituirlo con nuovi progetti&#8217;&#8221;. La crisi ferma anche svariati <strong>cantieri pubblici</strong>: a solo titolo di esempio, a Vimodrone è bloccata la costruzione del nuovo municipio perché l&#8217;azienda incaricata ha messo in cassa integrazione gli operai, a Milano prosegue la saga della centrale piazza XXV Aprile, dove i lavori per la costruzione di un megaposteggio sono in enorme ritardo, con devastanti effetti urbanistici, per i guai economici di una delle due aziende incaricate.</p>
<p><a name="sezione4">MONZA-BRIANZA</a></p>
<p style="text-align:left;"><span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span>: &#8220;Raddoppia la cassa, crollano investimenti e assunzioni&#8221;, così titola efficacemente il Giorno il suo articolo sugli ultimi dati pubblicati dall&#8217;Unione Artigiani di Monza e Brianza. Nel primo quadrimestre 2009 ci sono state 121 richieste di cassa integrazione straordinaria (cigs), contro le sole 2 di tutto il 2008. Inoltre ad aprile le richieste di cigs sono pressoché raddoppiate e cresce il coinvolgimento del personale femminile. Si registra poi un vero e proprio crollo delle assunzioni, calate del 32,5% nel primo quadrimestre 2009 rispetto allo stesso periodo dell&#8217;anno precedente. Un altro dato estremamente preoccupante è quello del numero delle &#8220;posizioni revocate dalle banche&#8221; (cioè i casi in cui l&#8217;istituto di credito impone al cliente di restituire immediatamente quanto ricevuto, che è poi l&#8217;anticamera per la sospensione del finanziamento), aumentato del 91%. Secondo la Cgil in provincia in questo momento ci sono 20.000 cassintegrati e 640 imprese coinvolte nella crisi. Il sindacato afferma che la fase acuta non è alle spalle e le difficoltà, presumibilmente, aumenteranno ulteriormente in tutti i settori dopo l&#8217;estate. &#8220;Con l&#8217;arrivo dell&#8217;autunno &#8211; ha detto Ermes Riva, segretario Cgil Monza-Brianza &#8211; le aziende in difficoltà chiederanno la cassa integrazione straordinaria e poi la mobilità, perché ormai la cassa integrazione ordinaria è stata esaurita. Le avvisaglie già si stanno vedendo in queste settimane: ci sono aziende che non sono più in grado di anticipare la cassa integrazione&#8221;.</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: La <strong>Candy</strong> ha chiesto altre cinque settimane di cassa integrazione per il suo stabilimento di Brugherio (880 dipendenti) e sei per la sua controllata <strong>Bessel</strong> di Santa Maria Hoè (280 dipendenti). Alla <strong>Stm </strong>di Agrate (produzione chip) 1.700 lavoratori su 5.000 sono a riposo forzato. A Vimercate prosegue il calvario di <strong>Bames</strong> e <strong>Sem</strong> (del Gruppo Bartolini): la proprietà ha chiesto la cassa integrazione per altri 180 tecnici, che si aggiungono ai 210 colleghi a riposo forzato da tre mesi, per un totale di 390 in cassa contro 270 al lavoro. In seguito al peggioramento della situazione si teme che sul comparto stia per abbattersi una nuova ondata taglia-produzione. Sempre nel distretto dell&#8217;hi-tech di Vimercate il colosso israeliano <strong>Telit</strong> ha annunciato il taglio del progetto di automazione delle linee in seguito a un calo degli ordini addirittura del 60%: secondo i sindacati tira aria di smantellamento. Nella stessa città si è giunti a un accordo per i 70 lavoratori della <strong>Borghi</strong> sull&#8217;orlo del licenziamento, con un prolungamento di un anno della cigs scaduta da pochi giorni. I lavoratori sono senza stipendio da quattro mesi e hanno dovuto subire la beffa della &#8220;dimenticanza&#8221; da parte dell&#8217;azienda di trasmettere i dati all&#8217;Inps per l&#8217;anticipo dell&#8217;indennità. A Monza i lavoratori hanno bocciato l&#8217;accordo di cessione del ramo d&#8217;azienda del trasporto pubblico locale <strong>Tpm</strong> alla milanese Atm. Ora la Tpm rischia il fallimento, mentre nel frattempo è stato comunicato il mancato rinnovo dei contratti a 14 lavoratori precari. Alla <strong>Beton Villa</strong> di Merate (300 dipendenti), gigante del settore dell&#8217;edilizia e delle infrastrutture, gli stipendi sono in arretrato perché la crisi ha prosciugato le casse della nota impresa lasciandola senza liquidità. Situazione analoga alla <strong>Perego Strade</strong> di Cassago (circa 100 dipendenti), di recente passata sotto il controllo di una finanziaria elvetica, dove però nessuno si è preso la briga di informare i sindacati. La <strong>Trocellen</strong>, marchio giapponese della gomma-plastica, ha annunciato il licenziamento di 26 operai dei due stabilimenti di Caponago, pari al 30% del personale. I lavoratori hanno subito scioperato chiedendo almeno la cassa integrazione straordinaria, ma la proprietà non ne vuole nemmeno sentire parlare. Secondo le maestranze &#8220;il binomio crisi-esuberi ha il sapore di un escamotage per uscirne più leggeri&#8221;. A Mezzago ha chiuso i battenti la <strong>Kontek Comatel</strong> che da 25 anni produce connettori elettrici per il settore auto. I 33 dipendenti sono stati messi in mobilità, dopo che l&#8217;azienda avrebbe tentato di ottenere liquidità cedendo un capannone, operazione che si è rivelata insufficiente. Alla <strong>Uquifa</strong> di Agrate (settore farmaceutico) a metà luglio è stata avviata una procedura di mobilità per 12 dipendenti, dopo che a giugno erano già fuoriuscite 34 unità &#8211; si prevede la mobilità per altri 10 lavoratori entro fine anno. Difficoltà anche all&#8217;<strong>Eurocash</strong> di Varedo (commercio) dove è prevista la mobilità per parte dei dipendenti del punto di vendita. La crisi sta colpendo addirittura anche le cooperative che danno lavoro a disabili e a persone a rischio di emarginazione. E&#8217; il caso della <strong>Rosa Blu</strong> di Ronco Briantino, che dà lavoro a 250 persone e lamenta una forte carenza di commesse, in particolare dalle grandi aziende, e della cooperativa sociale <strong>Piramide</strong> di Arcore, che impiega 10 persone e da gennaio ha registrato un calo delle commesse del 60%, tanto da temere la chiusura a fine anno.</p>
<p><a name="sezione5">VARESE</a></p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span>: La provincia di Varese continua a essere in Lombardia la maggiore vittima della crisi. A maggio si è registrato un aumento vertiginoso della cassa integrazione rispetto ad aprile: + 87,7% rispetto al mese precedente (e +697% rispetto allo stesso mese del 2008). I dati usciti a metà luglio sul primo semestre del 2009 confermano il quadro: nei primi sei mesi di quest&#8217;anno la cassa integrazione è aumentata del 306% rispetto al semestre precedente. Secondo le stime della Cgil a inizio giugno circa 23.000 persone erano in cassa integrazione, 1.200 erano in mobilità e svariate migliaia di lavoratori non hanno avuto il rinnovo del contratto a termine. I disoccupati iscritti alle liste dei centri per l&#8217;impiego della provincia nel primo quadrimestre di quest&#8217;anno erano 14.590, rispetto ai 9.613 del medesimo periodo dell&#8217;anno scorso (con un aumento quindi di circa il 50%). La quantità di richieste di cassa e mobilità è tale che l&#8217;Inps ha dovuto rallentare i tempi delle autorizzazioni anche di diversi mesi. Nel solo territorio di Busto Arsizio e Gallarate i cassintegrati sono circa 15.000. Nell&#8217;area Legnano-Magenta è in cassa o in mobilità il 52% dei lavoratori del settore metalmeccanico. E&#8217; boom anche per la cassa in deroga. Dal 20 febbraio sono oltre 400 le aziende della provincia di Varese che ne hanno fatto richiesta per i prossimi sei mesi, per un totale di quasi 2.500 lavoratori &#8211; si tratta perlopiù di piccole o piccolissime aziende dell&#8217;artigianato, del commercio e dell&#8217;autotrasporto, spesso contoterziste. Carmela Tasconeri della Cisl ha dichiarato: &#8220;Temiamo che ad ottobre aumenti la richiesta di ammortizzatori sociali perché la produzione delle aziende, per oltre il 90% piccole e medie, è ferma&#8221;. Conferma il quadro l&#8217;associazione degli artigiani e dei piccoli imprenditori varesini, secondo cui il peggio non è ancora passato. Secondo le sue stime sono 2.000 le aziende della provincia che potrebbero chiudere i battenti, con un totale di 5.000 posti a rischio. Rispetto al 2008 la produzione e gli ordini delle piccole aziende sono calati del 70%, il fatturato del 40-50%. Quasi il 60% di tali aziende ha rinunciato a effettuare investimenti. Preoccupate le dichiarazioni di Franco Colombo, presidente dell&#8217;Api: &#8220;Se dopo le ferie non ci saranno concreti segnali di miglioramenti, il 30% dei nostri associati prenderà in considerazione l&#8217;idea di interrompere l&#8217;attività con l&#8217;inizio del 2010&#8243;. Secondo il vicepresidente della stessa associazione, Vittorio Ballerio, &#8220;non ci sono segnali di un aumento degli ordini a partire dall&#8217;autunno&#8221;. Il settore della gomma-plastica della provincia è l&#8217;unico caso in controtendenza in Italia, tanto da meritarsi un lungo articolo del Sole 24 Ore. Nel primo trimestre del 2009 ha registrato un +4,9% (ma va tenuto conto che nel 2008 aveva chiuso con un -6,3%), rispetto a un -20% a livello nazionale. Dal gruppo gomma-plastica di Univa fanno però sapere: &#8220;Solo a ottobre-novembre avremo dati indicativi o meno della ripresa. I dati del primo trimestre 2009 potrebbero infatti nascondere dei &#8216;residui&#8217; di ordini dell&#8217;ultima parte del 2008&#8243;.</p>
<p style="text-align:left;"><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: In provincia sono già arrivati a 2.000 su 17.000 i <strong>frontalieri</strong> licenziati che lavoravano nel Canton Ticino (in tutto nel cantone i lavoratori italiani rappresentano il 22% del totale). L&#8217;aspetto peggiore è che, secondo le stime della Cisl, la situazione peggiorerà ulteriormente. &#8220;Ci aspettiamo un&#8217;estate calda sotto tutti i punti di vista. In molte aziende termina il periodo di cassa integrazione o l&#8217;orario di lavoro ridotto che permettevano di ridurre gli stipendi, ma di mantenere i posti. Visto che la situazione non è migliorata gli imprenditori a questo punto ricorrono al licenziamento, e i primi a perdere il posto sono gli italiani&#8221;. Secondo il Segretariato di Stato il picco massimo della crisi lo si avrà a marzo 2010. A Mesero è stata annunciata la chiusura dello storico stabilimento della <strong>Esab</strong> (saldature) con la messa in mobilità degli 85 dipendenti occupati nei reparti produttivi e della logistica. Si salva solo un manipolo di persone negli uffici commerciali e amministrativi. L&#8217;azienda lamenta una situazione di sovrapproduzione dovuta alla crisi, ma secondo i lavoratori ci sono altre motivazioni, di tipo speculativo. Lo stabilimento infatti sorge su un&#8217;area il cui valore è triplicato negli ultimi tempi con le modifiche alla viabilità e il fondo inglese che controlla la Esab potrebbe realizzare una forte plusvalenza con la sua chiusura. Situazione estremamente pesante alla <strong>Usag</strong> di Gemonio (oggi <strong>SWK Untesilerie</strong>). Metà circa dei 350 lavoratori è attualmente in cassa integrazione, ma corrono voci di smobilitazione di intere linee produttive. Il forte calo degli ordini e il fermo del mercato hanno già fatto saltare quasi tutti i contratti di lavoro a termine e abbinare alla massiccia richiesta di cassa integrazione il ricorso obbligatorio alle ferie arretrate. A Busto Arsizio la <strong>Ibici</strong> ha deciso di concentrare l&#8217;attività nella sede di Ravenna, lasciando a casa 60 lavoratori. A Gallarate chiude i battenti la <strong>Fulgor</strong>, storica azienda che realizza componenti per cucine e per la quale è stato chiesto il fallimento. I lavoratori che rischiano di perdere il posto sono 124. Alla <strong>Ahlstrom</strong>, che ha stabilimenti a Gallarate, Cressa e Mozzate, si è chiusa la vertenza apertasi a febbraio con la dichiarazione da parte dell&#8217;azienda dell&#8217;intenzione di licenziare 65 dipendenti. Si è giunti a un accordo in base al quale 53 dipendenti andranno in mobilità volontaria con incentivo, mentre altri verranno trasferiti dallo stabilimento di Gallarate agli altri due dell&#8217;azienda. Alla <strong>Galileo Avionica</strong> di Nerviano (elettronica per la difesa) si è aperta una vertenza con sciopero che coinvolge in totale 863 dipendenti in Lombardia riguardo a questioni legate a salari (drastica riduzione del premio di risultato) e orari. A Canegrate la <strong>Framag</strong>, che produce lamiere, sta passando uno dei peggiori periodi della propria storia e ha messo in cassa integrazione circa 115 lavoratori (di cui 90 in esubero) su 197. La <strong>Ciba Specialty Chemicals</strong> di Origgio, settore farmaceutico, ha annunciato la chiusura a partire dal marzo 2010 per concentrare le attività nella sede di Cesano Maderno e ridurre così drasticamente i costi: su 76 dipendenti sono previsti 40 licenziamenti. Si fa sempre più tesa la situazione all&#8217;azienda meccanica <strong>Finnord</strong> di Jerago con Orago. Dal settembre scorso i 365 dipendenti sono in cassa integrazione a rotazione, ma ora, secondo quanto riferiscono i sindacati, si parla di esuberi anche se la proprietà non ha specificato il loro numero. Dal 18 luglio nell&#8217;azienda sono partite le ultime 13 settimane di cassa ordinaria disponibili. Alla <strong>Tintoria Tosi</strong> di Busto Arsizio si è aperto uno scontro tra proprietà e sindacati dopo un comunicato dell&#8217;azienda che annunciava la disdetta degli accordi sindacali e si prospettava una riduzione dei salari. Di <strong>Malpensa</strong> ormai non parla più quasi nessuno dopo che sono passate anche le elezioni europee e amministrative, ma noi la ricordiamo ancora una volta: si tratta della più grande crisi in atto nella provincia, con circa 3.000 lavoratori dell&#8217;aeroporto o del suo indotto che sono a casa. L&#8217;ultimo capitolo è l&#8217;accordo di cassa integrazione per i 25 dipendenti della <strong>Sasco</strong> che opera nel settore cargo dello scalo.</p>
<p><a name="sezione6">COMO</a></p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span>: Secondo Graziano Brenna, dell&#8217;Unione Industriali, &#8220;la crisi sta entrando nella sua fase più dura. Alcune aziende rischiano di attraversare ora una crisi irreversibile e si prospettano diverse chiusure, con le conseguenze facilmente immaginabili per i lavoratori&#8221;. I dati parlano di una situazione già molto pesante. In provincia nei primi cinque mesi dell&#8217;anno i comaschi che si sono rivolti ai centri per l&#8217;impiego dopo essere rimasti disoccupati sono stati oltre 7.500, rispetto ai 4.500 registrati nello stesso periodo dell&#8217;anno scorso, con un aumento del 66%. Nei primi cinque mesi di quest&#8217;anno, inoltre, le richieste di cassa sono aumentate dell&#8217;856% rispetto ai primi cinque mesi 2008 (oltre il doppio della media lombarda, che è di +381%), un dato che piazza la provincia dopo Varese, Brescia e Milano. Poco rassicuranti le parole di Alessandro Tarpini, segretario generale della Camera del Lavoro di Como: &#8220;I dati confermano che l&#8217;uscita dalla recessione è lontana, per la nostra provincia lo scenario è disastroso&#8221;. Tra gli altri dati vanno citati la diminuzione delle assunzioni che si aggira sul 20% (ma è una percentuale che si riferisce ancora al primo trimestre) e gli oltre 25.000 lavoratori coinvolti in situazioni di crisi, con più di 1.000 aziende in difficoltà. A rischio anche il posto di 3.000 frontalieri che lavorano in Svizzera.</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: A essere maggiormente travolto dalla crisi è uno dei settori più ampi in provincia, quello del tessile. Alla <strong>Saati</strong> di Appiano Gentile si è giunti a un accordo in base al quale 250 dipendenti finiranno in cassa integrazione e 80 saranno in esubero. L&#8217;azienda è in crisi per un calo del volume d&#8217;affari del 30%. Si registrano inoltre le crisi dell&#8217;<strong>Oltolina</strong>, che nell&#8217;ambito della riorganizzazione interna ha dichiarato 25 esuberi, e quella della <strong>Pedraglio</strong>, dove c&#8217;è stato un rinnovo della cassa integrazione per tutti i 90 lavoratori. La <strong>Tessitura Bosetti</strong>, che impiega 64 dipendenti e aveva in corso una cassa integrazione ordinaria per tutto il personale, ha annunciato in maniera inattesa la messa in liquidazione. Nel precedente incontro con i sindacati si era parlato di un calo degli ordini del 40%, a fine giugno la diminuzione era arrivata addirittura a -55%. Vanno verso la chiusura anche la <strong>Sisco</strong> di Luisago, con 39 dipendenti, la <strong>Git</strong> di Grandate, con 59, la <strong>Tessitura Magitex</strong> di Fino Mornasco, con 26, e la <strong>Stamperia Romano Botta</strong> di Villa Guardia con 28. La <strong>Olmetto</strong> di Maslianico, che produce cravatte ed era stata finora praticamente l&#8217;unica nel settore a non ricorrere alla cassa, ha dovuto cedere a metà luglio chiedendo la cigo a rotazione per i suoi 110 dipendenti. Alla <strong>Paytec</strong> di Rovellasca, che produce apparecchiature elettroniche, sono stati messi in mobilità 30 degli 86 dipendenti: erano previsti due mesi e mezzo di cassa integrazione e invece all&#8217;improvviso l&#8217;azienda ha annunciato i trenta licenziamenti. Sono state cancellate le illusioni dei 210 lavoratori della <strong>Giardina Officine Aeromeccaniche</strong> di Figino Serenza su un futuro diverso dalla chiusura: per l&#8217;azienda è stato chiesto il fallimento. La <strong>Vitaresidence</strong>, che si occupa di strutture socio-sanitarie, aveva annunciato alla fine di aprile 62 esuberi, mentre ora gli accordi definitivi raggiunti hanno limitato i danni portando gli esuberi a 39. Si torna invece al lavoro alle <strong>Ferriere</strong> di Dongo, ma è un ritorno che riguarda solo 31 degli oltre 200 lavoratori e ha carattere unicamente temporaneo, in attesa della decisione del Tribunale di Como riguardo all&#8217;istanza di fallimento.</p>
<p><a name="sezione7">LECCO-SONDRIO</a></p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span>: In provincia di Lecco nel primo semestre del 2009 le ore di cassa integrazione sono aumentate di uno stratosferico 1.033% rispetto allo stesso periodo dell&#8217;anno precedente. Il numero di lavoratori coinvolti è in questo semestre di 2.500 unità, rispetto alle 1.000 del 2008, con un aumento del 1.500%. Si registra in particolare un aumento della cassa integrazione straordinaria (cigs), dovuto al fatto che molte aziende stanno terminando le 54 settimane massime previste per la cassa integrazione ordinaria (cigo). La Cgil segnala anche un&#8217;impennata dell&#8217;avvio di azioni legali per vertenze sindacali che riguardano il mancato pagamento di retribuzioni o Tfr in seguito a licenziamento, segnale evidente ed estremo della crisi delle imprese. La Camera di Commercio di Lecco segnala un&#8217;altra tendenza negativa: nel primo trimestre 2009 le aziende che hanno cessato l&#8217;attività sono state il 9,5% in più dell&#8217;anno precedente, mentre l&#8217;apertura di nuove imprese è diminuita del 5% rispetto allo stesso trimestre del 2008. I settori più in difficoltà sono il metalmeccanico e il commercio, ma va decisamente male anche il settore ristoranti e alberghi. In provincia di Sondrio il saldo negativo rispetto all&#8217;anno precedente è dell&#8217;1,2% ed è dovuto per i 2/3 a ditte individuali. Il vicedirettore di Api Lecco (l&#8217;associazione locale delle piccole imprese) non ha peli sulla lingua riguardo alla situazione: &#8220;Dai piani alti della politica ci viene detto in continuazione che la crisi è soprattutto psicologica. Se fossi un imprenditore mi sentirei offeso&#8221;. E ha ragione. Infatti secondo i dati raccolti dall&#8217;Api la produttività delle imprese lecchesi è diminuita del 93% nel primo trimestre 2009 rispetto allo stesso trimestre 2008. Quasi la metà delle piccole e medie imprese spiega di avere un portafoglio ordini inferiore a un mese, il 5,6% addirittura inferiore a sette giorni. In genere le imprese lamentano una diminuzione degli ordinativi che va dal 30% al 70%, mentre il fatturato in complesso è diminuito per il 90% delle imprese interpellate dall&#8217;associazione. Il presidente Api, Riccardo Bonaiti, mette in guardia: &#8220;Fissatevi la data del 20 settembre, da lì potrebbero manifestarsi i segnali più evidenti dell&#8217;asfissia delle imprese, perché al momento non c&#8217;è alcuna prospettiva di ripresa. Molte imprese andranno incontro a un ridimensionamento. Ci saranno tante aziende che non sopravvivranno a questa crisi, specialmente tra le imprese di piccole e piccolissime dimensioni&#8221;. Il sondaggio di Confindustria Lecco segnala una situazione all&#8217;apparenza un po&#8217; meno nera, tanto che la Provincia di Lecco titola: &#8220;Forse la crisi più nera è alle spalle&#8221;. Il 47% degli intervistati segnalava a fine giugno in un sondaggio di avere subito un&#8217;ulteriore diminuzione della domanda (contro il 53% di maggio), il 34% non comunica variazioni dell&#8217;indicatore (a maggio erano il 30,3%) e il 18,8% rileva un aumento degli ordini (15,7% a maggio). Il quadro dipinto in realtà parla ancora di un sostanziale peggioramento rispetto al mese precedente (lo afferma quasi la metà &#8211; il 47% &#8211; contro solo un 18% che parla di miglioramento). Basta poi esaminare le previsioni per i prossimi mesi rilevate dallo stesso sondaggio per diventare molto meno ottimisti: quasi il 33% degli intervistati attende una nuova diminuzione di ordini e produzione (maggio 22%), mentre il 54% prevede una sostanziale stabilità, solo il 16% prevede un miglioramento (maggio 18%).</p>
<p style="text-align:left;"><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>:</p>
<p>La multinazionale svedese <strong>Husqvarna</strong> ha annunciato il 10 giugno 70 licenziamenti nello stabilimento di Valmadrera (185 dipendenti in totale) per delocalizzare la produzione in Repubblica Ceca e in Cina. L&#8217;azienda prevede di lasciare in loco solo la produzione di tagliaerba, che però ha carattere solo stagionale e non garantirebbe posti di lavoro stabili. Giacomo Arrigoni, della Uilm, punta il dito contro le multinazionali: &#8220;Hanno depredato il valore aggiunto acquisito nei territori nazionali, e in particolare a Valmadrera, per poi delocalizzare&#8221;. A luglio è cominciata la cassa integrazione straordinaria per un anno, ma la reazione dei lavoratori è stata dura. Hanno organizzato un blocco della statale 36 e organizzato scioperi a singhiozzo. Un&#8217;altra multinazionale, la <strong>Honeywell</strong>, che produce apparecchiature per componenti per riscaldamento, ha deciso di tagliare 10 posti nello stabilimento di Oggiono, dove lo scorso anno ne erano stati tagliati altri 41 &#8211; ora ad Oggiono le maestranze sono ridotte a 30. Per lo stabilimento di Morbegno (92 dipendenti) si prevede invece la chiusura con delocalizzazione in Repubblica Ceca e l&#8217;unica ipotesi di salvezza è la vendita del sito produttivo a un&#8217;altra azienda con l&#8217;assorbimento della manodopera. A Missaglia è stato dato il via libera al concordato preventivo per una delle più note case vinicole del Nord Italia, la <strong>Caldirola</strong>. Se il procedimento terminerà con successo si riuscirà a salvare il posto dei 128 dipendenti. Alla <strong>Erc</strong> di Calolziocorte in liquidazione a fine giugno 44 persone stavano ancora utilizzando la cassa integrazione, mentre degli altri 236 lavoratori 144 sono stati trasferiti alla High Light Erc, nata dalle ceneri della società in liquidazione, e un&#8217;altra parte ha trovato una nuova occupazione. Alla <strong>Moto Guzzi</strong> di Mandello è stata richiesta un&#8217;altra settimana di cassa integrazione per tutti 151 dipendenti. L&#8217;azienda continua ad avere poco mercato e a marzo Colaninno, presidente della Piaggio che controlla la Guzzi, aveva minacciato la delocalizzazione della Guzzi se questa fosse stata ancora in perdita a metà anno. I sindacati lamentano la mancanza di trasparenza da parte della proprietà riguardo ai piani per il futuro e non hanno firmato l&#8217;accordo per la cassa quando i dirigenti aziendali si sono rifiutati di presentare loro i dati di bilancio. La <strong>Cartiera di Tirano</strong> sta ormai andando verso la chiusura e ha ottenuto altri sei mesi di cassa straordinaria per i dipendenti. A inizio luglio al mobilificio <strong>Grattarola</strong>, in Valsassina, è stato annunciato un piano industriale che prevedeva 30 licenziamenti su 150 dipendenti. Dopo la reazione dei lavoratori l&#8217;azienda è tornata sui suoi passi e ha deciso di sfruttare a partire dal 13 luglio la cassa integrazione residua dopo i periodi già utilizzati l&#8217;anno scorso. Alla <strong>Rodacciai</strong> di Bosisio Parini e Sirone il 31 luglio scade il secondo periodo di cassa integrazione ordinaria che coinvolge 150 dipendenti su 500. La <strong>Mambretti</strong> di Rogeno (tessile) si trova a un passo dal fallimento. Per i 74 dipendenti dell&#8217;azienda a giugno era stata avviata la cassa integrazione straordinaria, ma i lavoratori non ricevono gli stipendi da maggio e i soldi dell&#8217;ammortizzatore sociale arriveranno solo a novembre. I sindacati descrivono la situazione assurda dell&#8217;azienda, che replica altri casi da noi segnalati negli ultimi mesi: &#8220;I titolari dell&#8217;azienda non sono raggiungibili in alcun modo, i cancelli dell&#8217;azienda sono chiusi e sappiamo che nemmeno Confindustria riesce a mettersi in contatto con la famiglia Mambretti, che deve pagare due mesi di stipendio arretrati ai lavoratori&#8221;. Come nel resto della Lombardia, anche in provincia di Lecco agli effetti della crisi economica sull&#8217;occupazione vanno aggiungersi quelli della riforma della <strong>scuola</strong>. Con l&#8217;inizio dell&#8217;anno scolastico verranno cancellati 108 posti di lavoro e rimarranno solo 654 docenti, una soluzione che porterà a carenze nella gestione dell&#8217;integrazione degli alunni portatori di handicap, dell&#8217;accoglienza degli alunni stranieri, degli insegnamenti obbligatori come quello della lingua straniera nella scuola primaria. Alla scuola media &#8220;La Nostra Famiglia&#8221; di Bosisio Parini, per esempio, ci saranno solo 5 docenti concessi a fronte di una reale esigenza di 25 cattedre.</p>
<p><a name="sezione8">BERGAMO</a></p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span>: Con ulteriore aumento a giugno (2,39 milioni di ore autorizzate contro gli 1,37 del mese precedente) la cassa integrazione in provincia di Bergamo chiude un semestre disastroso che ha visto un incremento delle ore autorizzate dall’INPS del 280% raggiungendo quota 7,5 milioni (già più di due milioni di ore rispetto a quelle concesse in tutto il 2008). Il principale imputato è l’enorme aumento della cigo legata a crisi congiunturali di mercato (soprattutto nel settore metalmeccanico). Infatti la meccanica da sola determina più della metà del totale delle ore di Cig autorizzate a giugno nell’industria (2,2 milione di ore registrando un +1.077% sull’anno scorso), nell’edilizia le ore sono invece 173 mila (+437%) e il commercio oltre 10.000 ore (+165%). Da segnalare inoltre che nel settore dell’autotrasporto, che non aveva mai conosciuto il fenomeno cassa integrazione, in provincia di Bergamo sono già 500 dall’inizio dell’anno i lavoratori in cassa. Ciò è da attribuirsi principalmente alla pesante crisi che ha investito questo settore che dal febbraio 2009 ha fatto registrare un calo del 45% dei camion in circolazione. Crisi sempre più pesante anche nel settore del terziario, distribuzione e servizi dove si registrano un crollo dei consumi, il mancato rinnovo dei contratti e una disoccupazione crescente. Secondo i dati presentati a metà luglio dalla Fisascat Cisl di Bergamo, i lavoratori coinvolti da procedure di CIGS, in deroga e mobilità sono circa 900. Inoltre da sottolineare l’autorizzazione regionale a 268 aziende della bergamasca per l’utilizzo degli ammortizzatori sociali in deroga. In questo ambito degno di nota l’allarme lanciato dal segretario provinciale della Cisl, Ferdinando Piccinini, secondo cui “il Governo deve sbloccare le risorse per il sostegno al reddito dei lavoratori che stanno utilizzando gli ammortizzatori sociali in deroga”. Nella sola area di Bergamo sarebbero già 2500 i lavoratori ad attendere da mesi le risorse economiche promesse.</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: All’inizio dello scorso mese di giugno la <strong>Frattini Spa</strong> di Seriate (194 dipendenti) ha presentato al locale tribunale domanda di concordato preventivo, con richiesta di esercizio provvisorio fino al 31 agosto. L’azienda aveva già attivato da qualche mese la procedura di cigo a rotazione per circa 120 addetti. Immediata la reazione dei lavoratori che hanno dato vita a diversi presidi, assemblee e scioperi. Le rappresentanze sindacali hanno chiesto al commissario giudiziale di essere convocate per definire i percorsi necessari per assicurare ai lavoratori le tutele economiche e individuare opportunità di natura industriale che possano consentire la continuità produttiva. Il commissario giudiziale lo scorso 10 luglio ha avviato le procedure per la richiesta di cigs di un anno per tutti i lavoratori. La <strong>Miti, </strong>storica azienda tessile<strong> </strong>di Zogno a fine maggio ha comunicato ai sindacati l’intenzione di procedere verso la chiusura entro settembre degli stabilimenti produttivi e il loro trasferimento in Ungheria. I 72 lavoratori, non rassegnati a perdere il lavoro, hanno dichiarato lo sciopero e lo stato d’agitazione permanente. La proprietà ha annunciato che un potenziale acquirente, già individuato, potrebbe riassorbire solo 20 addetti. I sindacati hanno chiesto e ottenuto dall’azienda l’attivazione di misure a sostegno del reddito dei lavoratori (cigs di 1 anno prorogabile e un piano scalare di incentivi all’esodo). La <strong>M.L.B.</strong> di Sedrina, operante nella produzione di arredi in legno per navi e camper, ha inviato, al rientro da 5 mesi di cigo, a tutti i 35 dipendenti (in gran parte donne) la lettera di licenziamento collettivo. L’azienda da febbraio tra l’altro non pagava più gli stipendi ai dipendenti. I sindacati inoltre chiedendo l’avvio della mobilità hanno scoperto un’insufficiente copertura previdenziale (in pratica l’azienda non ha versato i contributi INPS dovuti). Alla <strong>Bodycote</strong> di Madone, specializzata nei trattamenti termici e chimici dei metalli, è stato siglato il primo contratto di solidarietà nel settore metalmeccanico della provincia di Bergamo. L’accordo prevede che la ‘solidarietà’ duri 2 anni e riguardi 99 dipendenti. La riduzione media dell’orario di lavoro pattuita è intorno al 50%.<span style="text-decoration:underline;"> </span>Due richieste di mobilità, nel settore metalmeccanico, senza aver quasi mai utilizzato nel corso dell’anno ammortizzatori sociali: è successo alla <strong>M&amp;M International srl</strong> di Orio al Serio (25 esuberi su 82 persone) e alla <strong>Sti srl</strong> di Gorle (9 esuberi su 71 dipendenti). Da otto mesi senza stipendio. Sta succedendo ai 70 lavoratori della <strong>Twist International</strong>, azienda tessile con stabilimenti a Osio Sopra e Osio Sotto. L’azienda al momento è in concordato preventivo e ha richiesto la cassa straordinaria per 12 mesi. Nel settore automotive versano in cattive acque la <strong>Novem Car Interior Spa</strong> di Bagnatica (12 mesi di cassa straordinaria e poi mobilità per i 93 dipendenti) e la <strong>Valbrem Spa </strong>di Lenna (165 dipendenti in cassa straordinaria per 12 mesi). La <strong>Toora Spa</strong>, gigante bergamasco del settore alluminio, ha ottenuto (solo a sei mesi dalla richiesta!) la cassa straordinaria per 12 mesi per i 176 dipendenti degli stabilimenti di Carobbio e Costa di Mezzate. Anche nello stabilimento di San Paolo d’Argon, che ha recentemente subito una condanna per condotta antisindacale, è stata attivata la cassa straordinaria per 12 mesi per gli 89 addetti. In quest’ultimo caso da quattro mesi gli operai sono rimasti senza risorse perchè non stanno ricevendo l’anticipo del sussidio come concordato.</p>
<p><a name="sezione9">BRESCIA</a></p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span>: Secondo un rapporto presentato all’Assemblea dei delegati della Cgil di Brescia, tenutasi lo scorso 29 giugno, sono oltre 22 mila i lavoratori della provincia di Brescia che nei primi cinque mesi del 2009 hanno subito la cassa integrazione per un totale di 17 milioni di ore (otto volte in più rispetto allo stesso periodo del 2008). Sono 2844 le aziende che ne hanno fatto richiesta (800 quelle artigiane che hanno chiesto la cassa in deroga). Quasi 11.000 le domande d’indennità di disoccupazione pervenute all’Inps di Brescia da gennaio a fine maggio del 2009 (+ 152% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso). A fronte di questa situazione il segretario generale della Camera del Lavoro di Brescia, in occasione della suddetta assemblea, ha chiesto alle istituzioni di dare risposte concrete per sostenere le fasce più deboli (come ad esempio raddoppiare il tempo di valenza della cigo, togliere i massimali che riducono l’assegno mensile percepito dai cassintegrati e aumentare la dotazione finanziaria degli ammortizzatori in deroga) e alle compagini sindacali di farsi sentire, se necessario, con nuove mobilitazioni. Per chiudere il quadro provinciale è necessario sottolineare un netto aumento dei fallimenti. Secondo dati forniti dall’INPS e dal Tribunale i fallimenti in provincia nel primo semestre dell’anno sarebbero 114 contro i 97 dello stesso periodo dell’anno scorso.</p>
<p style="text-align:justify;"><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: I settori più colpiti in provincia di Brescia sembrano essere il metalmeccanico, l’automotive (loro il 75% delle ore di cig) e il tessile. Nel primo ambito da segnalare la <strong>Iveco</strong>, che ha dichiarato svariati esuberi ed utilizza a singhiozzo la cassa integrazione; la <strong>GKN </strong>di Carpendolo e la <strong>Fonpresmetal</strong> di Bione in cui prevalgono cassa e mobilità su base volontaria; esuberi dichiarati alla <strong>Eural Gnutti</strong> di Rovato e alla ex <strong>Ocean</strong> di Verolanuova. Moltissime le altre aziende a rischio nel settore. Nel settore tessile è grave la situazione di <strong>Henriette</strong> di Castenedolo, di <strong>Citman</strong> di Pontevico, di <strong>NK</strong> di Chiari e Breno.La <strong>Franzoni Filati</strong> di Esine, nata nel 1962 come Cotonificio Franzoni, leader nella produzione di filati di qualità, a settembre chiuderà i battenti. Di 167 dipendenti forse si riuscirà a salvarne una cinquantina in quanto l’azienda manterrà in zona alcuni reparti mentre il resto sarà trasferito in Bosnia. La <strong>O.M.B</strong>. di Brescia, dopo mesi di agitazione dei dipendenti, è stata ceduta a <strong>O.M.B</strong> <strong>International</strong> una controllata di <strong>Brescia Mobilità</strong> (di proprietà del <strong>Comune di Brescia</strong>) per 11,3 milioni di euro. Una parte dei 92 dipendenti ha già ripreso a lavorare; per altri si farà ricorso alla Cigs.</p>
<p><a name="sezione10">PAVIA</a></p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span>: Secondo dati Inps la cassa integrazione ordinaria coinvolgeva a giugno in provincia di Pavia 5.700 lavoratori e 96 aziende. Altre 400 aziende artigiane, secondo i dati della Camera del Lavoro, sono in situazione di crisi. La crisi colpisce in misura particolare l&#8217;Oltrepo, dove le persone in cassa integrazione sono 1.200.</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: A Casteggio la proprietà della <strong>Cielle</strong>, società che produce prefabbricati industriali, ha deciso il licenziamento di 30 dipendenti su 70 dopo sette mesi di cassa integrazione. Alla <strong>Massoni</strong> di Stradella, azienda ormai in liquidazione e dove i circa 40 dipendenti rischiano di perdere il posto, l&#8217;atmosfera è degenerata nel rapporto tra proprietari e sindacati, tanto che durante un&#8217;assemblea, secondo quanto riferisce la Provincia Pavese, è stato spaccato il cellulare a un sindacalista mentre cercava di chiamare i carabinieri. Anche all&#8217;<strong>Arsenale</strong> di Pavia la situazione si fa sempre più tesa e le Rsu minacciano di andare dal presidio all&#8217;occupazione, oltre allo sciopero a oltranza. Chiedono al Ministero della Difesa una giusta collocazione sul territorio per i 216 dipendenti e sono contrari al loro trasferimento a Milano o a Piacenza. A Casei Gerola la Finbieticola di Mario Resca ha messo sulla carta e depositato il progetto di centrale elettrica a biomasse che dovrebbe subentrare alle attività dell&#8217;<strong>ex Zuccherificio</strong>. I lavoratori di quest&#8217;ultimo ancora in cassa integrazione sono 43, ma il nuovo progetto prevede per la centrale solo 20-23 addetti.</p>
<p><a name="sezione11">LODI</a></p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span>: L’andamento della crisi in provincia di Lodi sembra avere un andamento statico. Questo trend è innanzitutto confermato dai dati sull’occupazione diffusi dall’Osservatorio provinciale. Se nell’ultimo trimestre del 2008 i nuovi assunti sono stati 3579, nel primo trimestre 2009 sono stati 4000. Dati confermati anche da Vittorio Boselli, segretario generale di Confartigianato, che in un’intervista al Giorno infatti sostiene che se nel primo trimestre 2008, i dipendenti delle settecento aziende socie rappresentate dalla sua associazione, erano 2900, oggi a fine del primo trimestre 2009 sono 2930. In realtà, a parte questa timida tenuta degli occupati, nel lodigiano si sta verificando una vera e propria emergenza crisi nel settore della subfornitura meccanica e del settore meccanico più in generale in cui si registra una riduzione del 50% del fatturato rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Anche il settore chimico in provincia vive una fase di profonda crisi. Sono molte le aziende ad avere fatto ricorso negli ultimi mesi alla cassa integrazione. Più di mille nel comparto gli addetti in cassa ordinaria e circa duecento quelli in cassa straordinaria. Il vero pericolo, che temono i lavoratori e le rappresentanze sindacali, è che i mesi di cassa si trasformino in veri e propri tagli al personale. Anche il settore farmaceutico e il comparto profumi appaiono in forte difficoltà. Le imprese di questi ultimi settori, dopo aver liquidato i lavoratori precari, non stanno facendo ricorso alla cassa integrazione ma propendono, visto che gli ordinativi non danno segnali di ripresa, per recuperi ferie e qualsiasi altro stratagemma ritenuto utile.</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: Come ricordato nell’introdurre i dati generali sulla crisi in territorio lodigiano, il settore decisamente più colpito è quello metalmeccanico. L’ultima ondata di casse integrazioni ordinarie coinvolge circa 500 lavoratori del settore. Il caso più evidente è quello della <strong>Mta</strong> di Codogno, una delle aziende metalmeccaniche più grandi del territorio lodigiano (450 dipendenti), che sarebbe in procinto di fare ricorso alla cigo per circa 300 addetti. Nel comparto fioccano poi le richieste di rinnovo di casse avviate nei mesi scorsi e in molti casi si sta per sforare il tetto delle 52 settimane di cigo concesse in un biennio. All’<strong>Alusteel</strong> di Somaglia (48 dipendenti), specializzata in verniciatura industriale, ad esempio, la cassa ordinaria è agli sgoccioli ed è stata presentata la richiesta per un anno di cigs e un piano ‘draconiano’ di ridimensionamento del personale (dai 15 ai 30 tagli). Nel frattempo sono in corso trattative per la cessione dell’azienda. Alle <strong>Officine Curioni</strong> di Galgagnano (150 dipendenti), dove è già in corso la cigs (in scadenza ad ottobre) per un centinaio di addetti, visto il perdurare della crisi nell’intero comparto, si prevede un prolungamento della cassa straordinaria fino a giugno 2010. L’<strong>Omega Impianti </strong>di Somaglia, teatro lo scorso maggio di un duro sciopero di tutti i dipendenti, fallita la trattativa sindacale, ha definitivamente chiuso i battenti. Secondo la Cisl la proprietà non ha mai avuto la volontà di arrivare ad un accordo con le rappresentanze sindacali. Nel settore chimico la <strong>Trelleborg</strong> (multinazionale del settore gomma) di Lodi Vecchio, in cui sono già in cigo 250 operai, ha annunciato di voler mandare in mobilità venti impiegati. I sindacati hanno proposto il ricorso a misure alternative quali: utilizzo massimo di cassa integrazione ordinaria, contratti di solidarietà, part time e demansionamento (utilizzo di impiegati in mansioni operaie). Il 16 luglio si è tenuto un presidio-assemblea di protesta contro i tagli di circa 100 dipendenti davanti ai cancelli dell’azienda. Per ora sembra che tutte le ipotesi sul fronte della trattativa rimangano aperte. La RSU della <strong>Lever</strong> di Casapusterlengo (140 lavoratori già in cassa integrazione) in un’assemblea sindacale tenutasi nella sala consiliare del Comune, ha proposto agli enti locali interventi di sostegno a favore dei cassaintegrati che vanno dalla riduzione o l’annullamento delle tasse comunali, alla riduzione dei ticket sanitari e a sconti consistenti su un paniere di prodotti di prima necessità. La <strong>Somma</strong>, azienda edile di Somaglia, a seguito della profonda crisi che sta vivendo il comparto, è in procinto di chiedere la messa in liquidazione con la conseguente apertura della procedura di mobilità per gli 80 addetti. I sindacati puntano invece ad un anno di cassa integrazione straordinaria. L’<strong>Auchan</strong>, il noto centro commerciale di S.Rocco al Porto, che ha fatto registrare una contrazione del 50% circa del fatturato a seguito del crollo del ponte sul Po della Via Emilia il 30 aprile scorso, dopo aver comunicato l’intenzione di voler avviare la procedura di mobilità per 100 dipendenti (circa un terzo del totale), ha accettato la proposta delle rappresentanze sindacali di fare ricorso, per 260 lavoratori su 307, al contratto di solidarietà con una riduzione dell’orario di lavoro pari al 36,88%. Il 15 giugno scorso otto ex operai della <strong>Digital Print</strong> di Lodi hanno dato vita a un sit-in di protesta davanti all’azienda accusata di non pagare gli stipendi da parecchi mesi. Gli ex dipendenti, visti i ritardi nel pagamento degli stipendi, hanno dovuto procedere a licenziarsi per giusta causa. L’azienda, secondo i dipendenti, non aveva intenzione, nonostante le continue proposte, di sopperire alle difficoltà avviando le procedure di cassa integrazione. Nonostante la manifestazione di protesta e il presidio-assemblea dello scorso 11 giugno a cui hanno partecipato 120 dei 403 dipendenti, il <strong>Fatebenefratelli</strong> di San Colombano al Lambro, gloriosa casa di salute che ospita circa 400 malati psichici, a metà giugno ha avviato la procedura di mobilità per 62 dipendenti. Ai primi di settembre, in assenza di un accordo tra le parti, l’azienda sarà libera di procedere con il licenziamento. Immediata la risposta sindacale che ha indetto il blocco degli straordinari e uno sciopero di 24 ore lo scorso 2 luglio.</p>
<p><a name="sezione12">CREMONA</a></p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span>: Anche la provincia di Cremona, secondo i dati resi noti all’inizio del mese di luglio, sembra accusare pesantemente l’onda lunga della crisi economico-finanziaria. Nel primo trimestre 2009 (i dati disponibili riguardano solo questo periodo) i principali indicatori presentano tutti segno negativo rispetto allo stesso periodo precedente: produzione (-2%); ordini interni (-3,6%); fatturato estero (- 1%). Sul fronte del mercato del lavoro da evidenziare una forte flessione dell’occupazione e un aumento netto dei ricorsi alla cassa integrazione delle aziende colpite dalla crisi. Nella zona del Cremasco, secondo i dati diffusi, si concentra la gran parte delle 300 aziende e dei 4.000 cassaintegrati dell’intera provincia. Questo spiega perché proprio a Crema il 26 giugno scorso si sia tenuto lo sciopero generale territoriale dei metalmeccanici cremonesi (oltre trecento i lavoratori presenti). Nell’area di Castelleone, da sempre principale polo produttivo (metalmeccanico) dell’area, si contano ormai circa 600 cassaintegrati. Sono in aumento le aziende che annunciano la chiusura o il drastico ridimensionamento e la disoccupazione sta crescendo a ritmo frenetico. I settori colpiti più duramente dalla crisi risultano essere il metalmeccanico, il settore edile e quello del legno. Come succede anche in altri comprensori la stretta risulta molto dura soprattutto nel settore delle piccole e medie imprese. Per dare un’idea basti dire che Confartigianato Cremona nei primi sei mesi dell’anno ha stipulato e prestato assistenza per 71 accordi di cassa integrazione straordinaria in deroga, che hanno interessato circa 350 dipendenti. Le piccole aziende (nella fascia da 1 a 12 dipendenti) che solo nell’area di Castelleone hanno utilizzato la cassa sono 50 (coinvolgendo 250 addetti circa).</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: La <strong>Saco</strong> di Castelleone, una delle tre filiali italiane del colosso metalmeccanico tedesco la Gildemeister, ha annunciato la dismissione del sito produttivo e la messa in mobilità di 91 dipendenti (su un totale di 100). Secondo la proprietà la Saco da mesi sta producendo un decimo del suo fatturato ordinario e sembra abbia accumulato perdite per circa 3 milioni di euro. I sindacati hanno chiesto alla proprietà tedesca di fare ricorso a tutti gli strumenti atti a garantire il mantenimento dell’occupazione. Lo scorso 16 giugno 91 dipendenti hanno scioperato contro l’imminente chiusura dell’azienda. Svariati gli esponenti politici che si sono distinti nel tentativo istituzionale di salvare il sito produttivo. Tra questi la senatrice Pd Cinzia Fontana, l’ex presidente della Provincia Giuseppe Torchio, l’onorevole Torazzi della Lega Nord e Fortunato Pedrazzi  consigliere regionale Pd. In un summit tenutosi presso la sede della Provincia di Cremona lo scorso 3 luglio l’azienda ha annunciato di voler bloccare le lettere di mobilità, e di pensare al ricorso alla cigs per uno o due anni, pur confermando la volontà di trasferire una parte della produzione negli altri siti produttivi italiani. La <strong>Marsili</strong> di Castelleone (170 dipendenti) ha dichiarato a fine giugno di voler ridimensionare la propria forza-lavoro di 60 unità. Lo strumento proposto è stata la mobilità volontaria incentivata  (in pratica i dipendenti che decidono di dimettersi hanno diritto a un compenso extra).<strong> </strong>La <strong>Fir Elettromeccanica Spa</strong> di Casalmaggiore avrebbe deciso di chiudere lo stabilimento di Via Vanoni (25 addetti) e dichiarare complessivamente 27 esuberi. Immediata la risposta dei sindacati che hanno organizzato il 26 giugno un presidio e un corteo anti-esuberi a cui hanno partecipato un centinaio di lavoratori. Solo nei prossimi giorni e mesi forse si chiarirà la situazione della nota azienda. La <strong>Chromavis</strong> (200 dipendenti), azienda operante nel settore cosmesi, che ha stabilimenti a Vaiano Cremasco, Crema e Chieve ha ipotizzato un ridimensionamento della forza lavoro di 30 unità. Sempre nel settore chimico versano nella stessa situazione la <strong>Coim</strong> di Offanengo (mobilità per 15 lavoratori) e la <strong>Lumson</strong> di Copergnanica (tutti i 150 dipendenti in cassa).</p>
<p><a name="sezione13">MANTOVA</a></p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span>: Per mesi la forte incidenza della componente agroalimentare sull’economia provinciale ha rallentato la percezione dell’effetto crisi sulla realtà mantovana. Ma in quest’ultimo periodo vi è stato, secondo il presidente della Provincia Maurizio Fontanili, uno shock delle attività produttive di base tra cui il settore chimico, il cui indotto impiega circa 3000 addetti. Secondo Menini, segretario provinciale della Cisl “su un totale di 150 mila lavoratori attivi ogni giorno restano ‘sospesi’ per cassa e ammortizzatori 2300 addetti”. Secondo i dati messi a disposizione dalla CGIL in provincia aumentano i disoccupati (arrivati a 998 nei primi cinque mesi dell’anno), le ore di CIG autorizzate (dalle 480.000 di aprile alle 630.000 di fine maggio), e i lavoratori in mobilità (205 a maggio).</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: La <strong>Sidel</strong> di Valdaro, in via unilaterale senza l’accordo preventivo con le parti sociali, ha avviato la procedura di mobilità per 53 dei 172 addetti in organico. Le organizzazioni sindacali e le istituzioni locali hanno tentato, invano finora, di far rientrare il progetto di drastico ridimensionamento dell’azienda. All’<strong>Iveco</strong> di Suzzara, stabilimento in cui si produce il Daily (prodotto che sta conoscendo una forte contrazione nelle vendite) continua il periodo di cassa che coinvolge a turnazione 1762 operai e 195 impiegati. A seguito della strage ferroviaria di Viareggio e del conseguente annullamento da parte di Trenitalia del contratto di manutenzione la <strong>Cima</strong> di Bozzolo annuncia di dover mettere in cassa integrazione altri dipendenti (oltre ai 40 già in cassa a turno dallo scorso febbraio).</p>
<p style="text-align:center;">***</p>
<p><a name="sezione14">Lavoratori immigrati: sottopagati, vittime di incidenti e a rischio espulsioni</a></p>
<p>Da un&#8217;indagine condotta dalla Cgil nella provincia di Milano, e in cui si confronta la situazione dei lavoratori stranieri e quella degli italiani, risulta che i lavoratori immigrati guadagnano in media il 20% in meno degli italiani (1.048 euro contro 1.320), sebbene abbiano titoli di studio più alti. Inoltre molti stranieri non prendono gli straordinari perché il loro rapporto di lavoro non è regolare. Come se non bastasse, il 60% dei lavoratori stranieri viene chiamato con un nomignolo, il 53% ha subito appellativi razzisti (27% nel caso degli italiani), il 60% non riesce a fare rispettare le proprie prerogative contrattuali (46% per gli italiani), il 48% dichiara di essere stato vittima di mobbing (31% per gli italiani). Inoltre il 61% dei lavoratori stranieri non si sente appagato rispetto all&#8217;ambiente fisico e alla sicurezza, il 55% rispetto a orari e ritmi e il 53% rispetto alla conseguente possibilità di conciliare il lavoro con la propria vita privata. Una percentuale altissima, l&#8217;88%, ha dichiarato di non essere soddisfatto del grado di coinvolgimento nelle decisioni aziendali, e una percentuale quasi altrettanto alta, 75%, non è soddisfatta della possibilità di fare carriera. Tra i lavoratori italiani, il 30% teme che la società multietnica crei disoccupazione e abbassi i salari e il 40% ritiene che la clandestinità favorisca lo sfruttamento e quindi una concorrenza tra gli italiani garantiti e protetti dai contratti e gli irregolari, ricattabili e sottopagati. Dal rapporto della Banca d&#8217;Italia sull&#8217;economia lombarda emerge un&#8217;altra notevole differenza, questa volta anagrafica: quasi l&#8217;80% dei lavoratori immigrati nella regione ha meno di 45 anni, contro il 63% per gli italiani. L&#8217;Eco di Bergamo da parte sua ha posto alcune domande sul tema a Laura Sabbadini, dirigente Istat per il settore qualità della vita. Alla domanda, tra le altre, se i lavoratori stranieri non rubino il posto agli italiani Sabbadini ribatte: &#8220;La risposta è no, non sembra proprio che stia succedendo. Gli stranieri crescono nelle professioni non qualificate, gli italiani diminuiscono nelle professioni tecniche, intellettuali, dirigenziali, tra gli operai e i piccoli imprenditori. Le professioni degli stranieri sono diverse: badanti, braccianti, agricoltori, collaboratori domestici e via dicendo. I nostri studi dicono che gli stranieri continuano a svolgere queste professioni&#8221;. In tema di lavoratori immigrati va registrato inoltre il panico che hanno generato anche in Lombardia le nuove normative contro gli immigrati contenute nel ddl sicurezza. La diminuzione delle badanti costrette a lavorare al nero o degli immigrati che lavorano senza contratto per gli artigiani apporterebbe un duro colpo all&#8217;attuale sistema sociale lombardo. Secondo le stime della Cgil sono circa 50.000 le badanti che lavorano nella provincia di Milano e di queste un numero quantificabile approssimativamente in 20.000 (o anche di più) è al nero. Quelle senza permesso di soggiorno non possono essere regolarizzate in alcun modo e ora rischiano l&#8217;espulsione. Le badanti, ricorda il sindacato, non lavorano solo presso le famiglie, ma anche nelle case di riposo (oggi si chiamano Rsa) dove spesso i familiari degli assistiti sono tenuti, dati i tagli finanziari, a mettere a disposizione le badanti nelle ore dei pasti e per la pulizia personale dell&#8217;anziano. Nel settore delle badanti (per la maggior parte ucraine o romene) intanto si registra una flessione dell&#8217;offerta di lavoro dovuta alla crisi, mentre il ddl sicurezza peggiora anche la loro condizione di vita generale: chi non è in regola con il permesso non si recherà presso le strutture ospedaliere in caso di necessità di cure e, inoltre, se una donna partorisce non potrà dichiarare il nascituro all&#8217;anagrafe. Il bisogno di lavoratori immigrati da sfruttare è tale che l&#8217;Unione Artigiani di Milano ha lanciato un allarme che Libero, quotidiano con pochi peli sulla lingua quando si parla di stranieri, riporta titolando: &#8220;Allarme artigiani: senza clandestini chiudiamo&#8221;. Secondo l&#8217;Unione Artigiani, citata da Libero, nel settore dell&#8217;artigianato sono circa 10.000 i lavoratori clandestini a rischio di espulsione. &#8220;Si tratta di addetti impiegati in attività artigiane che attendono di essere inseriti regolarmente nelle aziende dove già operano e che sono assolutamente indispensabili per fare funzionare migliaia di aziende nella sola provincia di Milano&#8221;, spiega Marco Accornero, segretario generale dell&#8217;associazione. Le categorie in cui sono più presenti sono quelle dell&#8217;edilizia, della produzione meccanica e dei servizi di pulizia. Le dichiarazioni riprese dal quotidiano lasciano allibiti, perché dietro ai giri di parole l&#8217;Unione Artigiani sembra ammettere che i propri associati sono massicciamente impegnati in rapporti di lavoro illegali. E intanto gli stranieri sono sempre più vittime di incidenti sul lavoro. Scrive l&#8217;Eco di Bergamo: &#8220;Mentre in Italia, complessivamente, gli infortuni sul lavoro e le morti bianche diminuiscono, crescono gli incidenti tra gli stranieri operativi sul nostro territorio&#8221;. Nel 2008 gli incidenti in Italia sono calati del 4,1% rispetto all&#8217;anno precedente, e i casi mortali del 7,2%. Gli infortuni di lavoratori stranieri, però, sono passati da 140.785 a 143.651 e oggi rappresentano il 16,4% del totale. I casi mortali di occupati stranieri sono leggermente diminuiti (da 178 a 176), ma rappresentano il 15,7% del totale, contro il 14,7% dell&#8217;anno precedente e il 12,5% del 2006. A Brescia gli infortuni di stranieri sono stati addirittura pari al 25,4% del totale e le morti bianche al 26,5%. A titolo di esempio, solamente nella giornata del 14 luglio sono rimasti vittima di incidenti mortali o gravissimi sul lavoro in Lombardia ben tre lavoratori stranieri: a Peschiera Borromeo è morto schiacciato da un pilone il muratore albanese Shpetim Hoxha, di 45 anni, nell&#8217;Oltrepo pavese un operaio tunisino, anche lui di 41 anni, è stato ricoverato in gravi condizioni in rianimazione dopo una caduta in cantiere, mentre a Piancamuno, in Valcamonica, è morto travolto da un manufatto di cemento un operaio peruviano di appena 21 anni.</p>
<p>(questo Diario della crisi in Lombardia è stato redatto sulla base di un sistematico sfoglio della stampa locale lombarda dall&#8217;8 giugno al 17 luglio 2009)</p>
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		<title>Diario della crisi in Lombardia, 16 giugno</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Jun 2009 12:51:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milanointernazionale</dc:creator>
				<category><![CDATA[=>   Notizie e approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[Cassa integrazione]]></category>
		<category><![CDATA[Licenziamenti]]></category>
		<category><![CDATA[Mobilità]]></category>

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		<description><![CDATA[Il trend del mese: chiusure e fallimenti &#8211; La situazione provincia per provincia, dai dati generali alle singole crisi aziendali *** SOMMARIO Il trend del mese: chiusure e fallimenti La situazione provincia per provincia, dai dati generali alle singole crisi aziendali: - LOMBARDIA IN GENERALE - MILANO - MONZA-BRIANZA - VARESE - COMO - LECCO-SONDRIO [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&amp;blog=7100082&amp;post=616&amp;subd=milanointernazionale&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Il trend del mese: chiusure e fallimenti &#8211; La situazione provincia per provincia, dai dati generali alle singole crisi aziendali</strong><br />
<span id="more-616"></span></p>
<p style="text-align:center;">***</p>
<h4>SOMMARIO</h4>
<p><a href="#sezione1">Il trend del mese: chiusure e fallimenti</a></p>
<p><a href="#sezione1.1">La situazione provincia per provincia, dai dati generali alle singole crisi aziendali:</a></p>
<p><a href="#sezione2">- LOMBARDIA IN GENERALE</a></p>
<p><a href="#sezione3">- MILANO</a></p>
<p><a href="#sezione4">- MONZA-BRIANZA</a></p>
<p><a href="#sezione5">- VARESE</a></p>
<p><a href="#sezione6">- COMO</a></p>
<p><a href="#sezione7">- LECCO-SONDRIO</a></p>
<p><a href="#sezione8">- BERGAMO</a></p>
<p><a href="#sezione9">- BRESCIA</a></p>
<p><a href="#sezione10">- PAVIA-LODI-CREMONA-MANTOVA</a></p>
<p style="text-align:center;">***</p>
<h4><a style="width:12px;height:24px;" name="sezione1"><strong>Il trend del mese: chiusure e fallimenti</strong></a></h4>
<p>Riportiamo qui di seguito il consueto &#8220;Diario della crisi in Lombardia&#8221; di Milano Internazionale (aggiornato al 7 giugno scorso), che da questo mese verrà pubblicato con una suddivisione più ragionata per province o macro-aree geografiche. Se nei numeri scorsi avevamo messo in evidenza alcune tendenze generalizzate in tutta la regione, come per esempio le massicce delocalizzazioni o il boom dei rinnovi della cassa integrazione ordinaria (entrambi ancora in atto nelle ultime settimane), nel corso di quest&#8217;ultimo mese il trend più preoccupante sul quale richiamiamo l&#8217;attenzione è quello delle chiusure e dei fallimenti di aziende. In alcuni casi si tratta dello sbocco di crisi in atto da tempo e attutite per mesi con il ricorso agli ammortizzatori sociali e alle ferie, in molti altri però la chiusura è stata improvvisa e spesso addirittura inattesa per i lavoratori. Gli ultimi dati pubblicati sulla cassa integrazione e la mobilità, nonché sugli ordinativi e le prospettive economiche delle aziende, continuano inoltre a dipingere una situazione in peggioramento o che si mantiene sui livelli profondamente bassi toccati nel primo trimestre. Anche qui richiamiamo l&#8217;attenzione su altri trend preoccupanti, come quello del crollo delle assunzioni, di un passaggio dai posti di lavoro fissi ai posti precari e, sul lato delle previsioni, di un&#8217;opinione generale degli imprenditori e degli osservatori prevalentemente negativa riguardo al futuro a breve e medio termine. A livello nazionale sono giunti gli ultimi dati Istat che parlano da una parte di una correzione al ribasso del dato del Prodotto interno lordo per il primo trimestre 2009 (a livello da &#8220;crisi del &#8217;29&#8243;: -6,0%) accompagnato da un aumento in aprile della produzione dell&#8217;1,1% rispetto al mese di marzo. In realtà quest&#8217;ultimo dato da solo non spinge all&#8217;ottimismo. Intanto, anno su anno i dati sulla produzione peggiorano ulteriormente (-25,4% &#8211; si veda per avere un&#8217;idea dell&#8217;entità spaventosa del calo il nostro articolo &#8220;<a href="http://milanointernazionale.it/2009/05/12/238-per-cento-davvero-avete-detto-238-per-cento/" target="_blank">23,8 per cento? Davvero avete detto 23,8 per cento?</a>&#8220;). Vi è poi da tenere presente che l&#8217;andamento della produzione in tempo di crisi segue traiettorie cicliche &#8211; il calo vertiginoso della domanda ha costretto le aziende a tagliare drasticamente la produzione per smaltire le scorte in eccesso ed è naturale una lieve correzione della produzione una volta diminuite queste ultime, ma se la domanda rimane depressa la crisi potrebbe toccare in breve livelli ancora più profondi. Va rilevato infine il ripetersi costante della correzione al ribasso in un secondo tempo dei dati stimati in un primo tempo: bisognerà quindi vedere quale sarà il reale dato definitivo della produzione in aprile e quali dati verranno registrati nei prossimi mesi.</p>
<p style="text-align:center;"><strong> </strong>***</p>
<h4><a style="width:12px;height:24px;" name="sezione1.1">La situazione provincia per provincia, dai dati generali alle singole crisi aziendali</a></h4>
<p><strong> </strong><a name="sezione2">LOMBARDIA IN GENERALE</a></p>
<p style="text-align:left;">La Cgil Lombardia ha pubblicato alcuni dati eloquenti relativi al primo quadrimestre del 2009. Nel corso del periodo in Lombardia il ricorso alla cassa integrazione, in tutti i settori, è salito del 395% con una punta del 1.340% per il settore metalmeccanico. Nei dettagli, la cassa integrazione ordinaria è cresciuta del 544%, mentre quella straordinaria ha segnato un aumento del 188% anno su anno. Ma sono i dati relativi al solo mese di aprile (quello in cui è partita la campagna di propaganda secondo cui &#8220;<a href="http://milanointernazionale.it/2009/05/19/il-peggio-e-passato-stagione-1-e-stagione-2/" target="_blank">il peggio è passato</a>&#8220;) a spaventare di più: la cassa ordinaria è aumentata di circa 12 volte e quella straordinaria di quasi 3 volte. Durante il quadrimestre sono stati inoltre registrati 18.381 licenziamenti, con un aumento del 58% rispetto allo stesso periodo dell&#8217;anno scorso. Nelle piccole imprese con meno di 15 dipendenti i licenziamenti sono aumentati addirittura del 102%. Paolo Galassi, presidente dell&#8217;Anpi (associazione delle piccole e medie imprese) ha dichiarato, in merito alle prospettive future: &#8220;Se entro luglio non arrivano i primi ordini, si va alle ferie anticipate e a settembre si passa ai licenziamenti. Per ora noi registriamo cali del fatturato dal 30% al 50%, con picchi del 70%. E il 64% dei nostri associati dichiara di avere ancora problemi con le banche. E&#8217; vero, si è fermata l&#8217;emorragia degli ordini. Ma se a fine anno ci sarà la ripresa, le aziende non riprenderanno come prima, dovranno ristrutturarsi, e saranno dolori&#8221;. Vale a dire che anche in caso di ripresa delle aziende per i lavoratori la situazione non migliorerà. Gli ultimi dati pubblicati da Unioncamere e Regione Lombardia parlano di una situazione di forte crisi che coinvolge anche il settore terziario. Nel primo trimestre 2009 il commercio al dettaglio ha registrato anno su anno una contrazione del 5,4%. Il volume d&#8217;affari del settore servizi si è contratto del 6,3% con tendenza negativa in rafforzamento &#8211; in particolare difficoltà il comparto alberghi-ristoranti che registra un calo dell&#8217;8,7%, ma ancora peggio vanno i trasporti (-9,7%) e i servizi alla persona (-9,2%), si salvano invece i servizi vari alle imprese (-0,5%). Dipingono un quadro a tinte fosche anche i dati previsionali diffusi da Unioncamere Lombardia. Nel 2009 il prodotto interno lordo regionale dovrebbe calare del 4%. Lo scenario tracciato a maggio vede così un peggioramento di 1,7 punti percentuali rispetto a quanto era stato previsto a febbraio, quando il Pil lombardo era dato in calo del 2,3%. Secondo Unioncamere la risalita sarà lenta e il 2010 si profila come un anno di sostanziale stagnazione. In generale, le previsioni danno solo per il 2013 una ripresa consistente dei livelli di prodotto interno lordo &#8211; in altre parole ci attenderebbero altri quattro anni pieni di crisi. Particolarmente colpiti l&#8217;industria (-13%) e le costruzioni (-7,9%), ma anche i servizi sono in negativo (-0,2%). Le esportazioni sono previste in calo del 10,8%, con un netto peggioramento rispetto al -6,8% che si prevedeva solo tre mesi fa, a febbraio. Nel 2009 saranno in calo anche i consumi delle famiglie (-2,1%). Crollo infine degli investimenti, già scesi di -2,7% nel 2008 e che nel 2009 dovrebbero precipitare a -12,5%, mentre tra il 2010 e il 2012 si dovrebbe registrare una ripresa, ma senza tornare nemmeno lontanamente ai livelli pre-2008. La Repubblica, in un articolo di Davide Carlucci, parla per la Lombardia di una &#8220;estate della grande paura&#8221;. Secondo le previsioni durante il periodo estivo molte casse integrazione cominceranno a trasformarsi in mobilità, cioè in licenziamenti e a settembre ci sarà &#8220;un risveglio amaro&#8221;. La Confapi prevede addirittura ventimila licenziamenti nel secondo semestre del 2009 nella regione. Secondo la Cisl, inoltre, &#8220;la sensazione è che gli imprenditori non vogliano usare a pieno la cassa. Quasi tutti dicono: a settembre ricorreremo a strumenti più incisivi. Sperano, con la ripresa, di ripartire con personale minore per poter utilizzare tutti i contratti atipici previsti dalla legge Biagi&#8221;.</p>
<p><a name="sezione3">MILANO</a></p>
<p style="text-align:left;"><span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span>: La Cgil ha pubblicato dati preoccupanti sulla situazione dell&#8217;occupazione nella provincia di Milano durante il primo trimestre 2009. Il numero dei lavoratori in mobilità è più che raddoppiato (4.068 contro 1.888). Il 60% dei lavoratori interessati è nell&#8217;industria, il resto nei servizi e nel commercio, per il 53% sono operai e per il 47% impiegati. E&#8217; stato inoltre registrato un crollo delle assunzioni (-24,4%, con punte di oltre -30% tra gli atipici, ma anche i contratti a tempo indeterminato registrano un -32%). Crescono invece di molto le collaborazioni occasionali (+54%) e non è un buon segno perché sono il gradino più basso del lavoro. Nel complesso l&#8217;80% dei nuovi contratti di lavoro è a tempo determinato, mentre solo il 10% è riuscito ad avere il tempo indeterminato. Nel primo quadrimestre, poi, la cassa integrazione è aumentata del 314% rispetto allo stesso periodo dell&#8217;anno precedente, raggiungendo già il 95% del totale del 2008. A proposito Onorio Rosati, della Camera del Lavoro, commenta: &#8220;Non è vero, come sostengono governo e Confindustria, che la recessione stia finendo, perché aprile è andato peggio dei mesi precedenti, con il 40% del totale in un solo mese&#8221;.</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: A metà maggio ha chiuso definitivamente i battenti la <strong><span style="text-decoration:underline;">Terex-Comedil</span></strong> di Cusano Milanino, che aveva oltre 80 anni di storia. Dopo cinque mesi di lotta e presidi i lavoratori hanno preferito firmare per 24 mesi di cassintegrazione straordinaria per cessazione dell&#8217;attività, con un incentivo all&#8217;esodo di 20.000 euro. Alcuni dei 47 lavoratori hanno votato contro l&#8217;accordo: &#8220;Dopo 5 mesi di lotta e 17 anni di lavoro in Terex, con due bambini e moglie a carico e mutuo come potevo votare a favore per 951 euro al mese per due anni? E dopo? Bisognava chiedere il mantenimento del posto di lavoro&#8221;. Tra le varie ipotesi sulla futura destinazione del sito produttivo prevale quella dello sviluppo di un polo logistico. A Cinisello Balsamo i lavoratori della <strong><span style="text-decoration:underline;">Nokia</span></strong> hanno manifestato contro i piani della multinazionale che prevedono la riduzione a breve termine delle attività di ricerca sul territorio e la loro delocalizzazione in Polonia, Cina, India e Vietnam. Il reparto ricerca che si occupa degli apparati di nuova generazione verrà chiuso e verranno persi 60 posti di lavoro, successivamente verrà chiuso l&#8217;intero comparto, che occupa circa 600 persone. Molti tra loro sono consulenti e non dipendenti diretti: &#8220;In realtà lavoriamo solo qui: però ci considerano sempre esterni&#8221; &#8211; la loro posizione, con i tagli alla ricerca è tra quelle più a rischio. Alla <strong><span style="text-decoration:underline;">Negri-Bossi</span></strong> di Cologno Monzese, che produce presse, si è giunti a un accordo che prevede la cassa integrazione straordinaria per 12 mesi per 69 dipendenti. Si evita così per ora la mobilità nell&#8217;ambito del processo di riorganizzazione della produzione per abbattere i costi di produzione. A metà maggio è stata decisa la chiusura della <strong><span style="text-decoration:underline;">Cell Therapeutics</span></strong> di Bresso, che si occupa di ricerca oncologica. Per i 56 dipendenti ci sarà un anno di cassa integrazione straordinaria, seguito da nove mesi di mobilità. I lavoratori sperano ancora di potere costituire una società che prosegua le attività della Cell. Ha chiuso anche la <strong><span style="text-decoration:underline;">Omg</span></strong> di Limbiate, che da 40 anni produce macchine per l&#8217;industria grafica. I 27 lavoratori si sono recati normalmente al lavoro lunedì 11 maggio, ma hanno trovato i cancelli chiusi, nessuno rispondeva ai telefoni e i cellulari dei titolari erano staccati, tanto che i dipendenti hanno dovuto chiamare i carabinieri per recuperare almeno gli oggetti personali negli spogliatoi &#8211; &#8220;nessuno mai in tutta la nostra vita ci aveva mortificato così&#8221;, ha commentato un lavoratore. La <strong><span style="text-decoration:underline;">Mpm</span></strong>, che ha uno stabilimento a Cusano Milanino e uno a Paderno Dugnano, con un totale di 59 dipendenti, ha deciso di chiudere i due impianti nell&#8217;hinterland milanese per spostare la produzione in Polonia e in Irlanda. Al Tribunale di Monza si è svolta l&#8217;udienza con cui è stato presentato un piano di concordato preventivo per salvare dal fallimento la <strong><span style="text-decoration:underline;">Lares</span></strong> e la <strong><span style="text-decoration:underline;">Metalli Preziosi</span></strong>. I lavoratori sono senza stipendio da dicembre e se tutto andrà bene i lavoratori otterranno una prima tranche degli arretrati nel febbraio dell&#8217;anno prossimo. C&#8217;è un&#8217;ipotesi di acquisto della Metalli Preziosi da parte di una società slovena, con un impegno a continuare la produzione che però non è una certezza. Si dovrebbe ripartire tra 18 mesi con 85 lavoratori sui 115 di oggi. Ipotesi di acquisto sloveno anche per la Lares: in questo caso si prevede di ripartire con 85 dipendenti su 130. Alla <strong><span style="text-decoration:underline;">Eutelia</span></strong> di Pregnana (settore telecomunicazioni) è previsto il licenziamento di 500 dipendenti su 550. Pregnana è già duramente colpita dalla crisi della <strong><span style="text-decoration:underline;">Aifo-Iveco</span></strong>, dove dal settembre scorso è in atto la cassa integrazione ordinaria per 200 lavoratori su 400. A Terrazzano è stata chiesta la mobilità per 25 dei 37 dipendenti della <strong><span style="text-decoration:underline;">Zagato</span></strong> (settore auto), mentre all&#8217;<strong><span style="text-decoration:underline;">Arkema</span></strong>, settore chimico, da gennaio è aperta la procedura di mobilità per 17 dipendenti ed è stata richiesta la cassa integrazione per altri 100 dipendenti su 256. A Lainate la <strong><span style="text-decoration:underline;">Muller</span></strong> (macchine tessili) ha dichiarato in esubero 60 lavoratori su 102. Sempre a Lainate, la <strong><span style="text-decoration:underline;">Lazzaroni</span></strong> (alimentare) ha messo in mobilità 25 dipendenti su 40, mentre la <strong><span style="text-decoration:underline;">Saes Getters</span></strong> (alta tecnologia) ha annunciato 100 esuberi su 222 lavoratori, dopo due anni di cassa integrazione straordinaria e una procedura di mobilità per 55 dipendenti. A Pero la <strong><span style="text-decoration:underline;">Vimercati</span></strong> (settore auto) ha attivato a fine maggio la cassa integrazione ordinaria per 50 lavoratori su 150 per 13 settimane. A Cornaredo la <strong><span style="text-decoration:underline;">Signal Lux</span></strong> (elettronica) ha chiuso lo stabilimento trasferendo le attività produttive, mentre alla <strong><span style="text-decoration:underline;">Protti</span></strong> (tessile) è stato attivato un provvedimento di cassa integrazione fino al novembre 2009 per tutti i lavoratori. A Milano la <strong><span style="text-decoration:underline;">Binda</span></strong>, società che produce gli orologi <strong><span style="text-decoration:underline;">Breil</span></strong> e, con altri marchi, anche gioielli, profumi, borse e accessori, ha avviato la mobilità per 92 dei 229 dipendenti che lavorano in prevalenza nelle divisioni finanza, marketing, risorse umane e IT. L&#8217;azienda lamenta un calo del fatturato del 20%, ma secondo i sindacati i licenziamenti sono strumentali a una riduzione del costo del lavoro e non a una effettiva necessità del business. A San Donato la <strong><span style="text-decoration:underline;">Itc</span></strong>, un&#8217;azienda satellite dell&#8217;Eni nata dalla cessione di un ramo di azienda di quest&#8217;ultima, ha annunciato l&#8217;intenzione di tagliare 101 posti di lavoro. Alla <strong><span style="text-decoration:underline;">Innova Service</span></strong>, insediata nell&#8217;Alfa Business Park di Arese è stata decisa la cassa integrazione a zero ore per 50 dei 69 dipendenti &#8211; i sindacati commentano: &#8220;Questo provvedimento è solo un pretesto perché vogliono liberarsi dei lavoratori, vogliono avere solo precari&#8221;. Ad Arese inizierà una nuova cassa integrazione per quel che rimane dell&#8217;<strong><span style="text-decoration:underline;">Alfa Romeo</span></strong>, durerà per 7 settimane fino al 12 agosto coinvolgendo 248 dipendenti su 300, e sarà seguita da tre settimane di ferie obbligatorie &#8211; secondo i sindacati si tratta di una &#8220;dimostrazione che nessuno ha più intenzione di tenere aperta la nostra fabbrica&#8221;. A Milano <strong><span style="text-decoration:underline;">Telecom Italia</span></strong> ha deciso una procedura di mobilità (cioè di licenziamento) per 470 lavoratori della divisione Directory Assistance. La <strong><span style="text-decoration:underline;">Comdata</span></strong>, un grosso call center di Cernusco sul Naviglio, ha deciso di trasferire la sede dall&#8217;altro capo della provincia. Per i 200 lavoratori due sole alternative: o accollarsi il viaggio dall&#8217;hinterland est all&#8217;estrema periferia ovest di Milano oppure rinunciare al posto di lavoro. Commenta la Cgil: &#8220;Si mettono i lavoratori con le spalle al muro, costringendoli a dare le dimissioni, visto che è impensabile, soprattutto per chi lavora part-time, che si possa affrontare ogni mattina un viaggio di ore dalla Martesana al nuovo ufficio&#8221;. All&#8217;hotel <strong><span style="text-decoration:underline;">Hilton</span></strong> di via Galvani a Milano è stato deciso il licenziamento per crisi di 36 dipendenti. I lavoratori hanno immediatamente manifestato, denunciando: &#8220;Il vero scopo è farci fuori, licenziarci per poi affidare il servizio delle camere a ditte esterne. L&#8217;azienda ha offerto la possibilità di essere assunti dalle ditte esterne che gestiranno i lavori, ma è solo un modo per dimezzarci lo stipendio, togliere anzianità di 20 anni, ridurre l&#8217;integrativo&#8221;. Hanno protestato di fronte alla sede della Regione Lombardia le <strong><span style="text-decoration:underline;">scodellatrici</span></strong> di <strong><span style="text-decoration:underline;">Milano Ristorazione</span></strong>, società del Comune di Milano. Il loro stipendio è di 450 euro al mese, con un orario che non consente altri lavori (10.30-14.00 e 13.00-16.30). Fino a due anni il loro contratto era a tempo determinato e consentiva loro di chiedere il sussidio di disoccupazione per i mesi estivi, il nuovo contratto invece è stabile, ma da metà giugno a metà settembre non è prevista retribuzione. In piena crisi, nel settore servizi, anche il <strong><span style="text-decoration:underline;">Corriere della Sera</span></strong> che, secondo quanto scrive La Tribune, prevede di tagliare nella redazione 88 posti su 361. Il piano è stato definito inaccettabile dal nuovo direttore Ferruccio De Bortoli. Nel primo trimestre 2009 il gruppo Rcs ha registrato una perdita di 40,7 milioni di euro e un calo della pubblicità del 22,8% anno su anno. I giornalisti denunciano gli scarsi investimenti effettuati dagli azionisti negli ultimi cinque anni (4 milioni di euro) a fronte di una distribuzione complessiva di dividendi per 274 milioni di euro. Nel quartiere milanese di Lambrate, infine, i lavoratori della <strong><span style="text-decoration:underline;">Innse</span></strong> sono arrivati a fine maggio al primo anno tondo di lotte per salvare la propria fabbrica (per un&#8217;analisi della loro esperienza si veda il nostro articolo &#8220;<a href="http://milanointernazionale.it/2009/04/01/il-caso-innse-dieci-mesi-di-lotta/" target="_blank">Innse: dieci mesi di lotta</a>&#8220;). Il 25 maggio c&#8217;è stato un nuovo tentativo, fallito, di prelevare i macchinari da parte di due aziende ai quali il padrone Silvano Genta li aveva nel frattempo venduti.</p>
<p><a name="sezione4">MONZA-BRIANZA</a></p>
<p style="text-align:left;"><span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span>: Nel mese di aprile la crisi in provincia ha fatto un vero e proprio balzo in avanti rispetto al già nero mese precedente. I lavoratori coinvolti in situazioni di crisi sono aumentati in soli 30 giorni del 30%, da 20.000 a 30.000, di cui il 66% in cassa integrazione. Il numero delle aziende in crisi è passato da 500 a 640. Comincia a essere particolarmente colpito il settore del commercio, segno di un&#8217;espansione della crisi dall&#8217;industria ai servizi: a marzo in provincia erano 5 le aziende del settore in crisi, ad aprile erano già 34. A peggiorare ulteriormente il quadro c&#8217;è il vero e proprio crollo delle assunzioni registrato nel primo trimestre del 2009 rispetto allo stesso periodo dell&#8217;anno precedente: -26%. La disoccupazione, che a fine 2007 era di solo il 2,5%, ora è schizzata al 6,5%. Per avere un&#8217;idea della dimensione della crisi basta citare come esempio il dato relativo al settore chimico brianzolo, dove su 2.900 dipendenti 2.200 sono in cassa integrazione.</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: A livello di singole aziende, una delle situazioni più preoccupanti è quella della <strong><span style="text-decoration:underline;">Carrier</span></strong> di Villasanta, fabbrica centenaria che produce condizionatori e che è controllata dall&#8217;americana Utc. Quest&#8217;ultima aveva in un primo tempo pianificato la chiusura totale della Carrier, per poi mettere sul piatto un taglio di 200 posti sui 586 esistenti e la dismissione del 50% del sito industriale. La Carrier aveva già apportato tagli ai posti di lavoro di entità analoga nel 1996 e nel 1999, e fa ampio ricorso ai contratti flessibili previsti dalla legge Biagi. Secondo quanto scrive il Giorno la situazione di crisi è dovuta al fatto che &#8220;i clienti alle prese con la crisi non ordinano, svuotano i magazzini e non pagano la merce già ricevuta&#8221;. Dopo due settimane di tensioni e scioperi a fine maggio si è giunti a un accordo che prevede 100 tagli e il congelamento di 50 lavoratori in cassa integrazione straordinaria per 1 anno. A Vimercate è fallita la <strong><span style="text-decoration:underline;">Cedif</span></strong>, nata da una cessione di personale della Seam che a sua volta l&#8217;aveva ricevuto da Alcatel. Dei 100 lavoratori una parte è riuscita a ricollocarsi in altre aziende, altri, che non ricevono lo stipendio da mesi, hanno chiesto di accedere alla mobilità e altri ancora si trovano in cassa integrazione. Sempre a Vimercate la multinazionale <strong><span style="text-decoration:underline;">Accent</span></strong> ha messo in cassa integrazione dieci ingegneri, in seguito alla delocalizzazione di parte delle attività in Oriente e al calo delle commesse. Con una procedura di concordato preventivo la <strong><span style="text-decoration:underline;">Agnati</span></strong> di Vimercate, da tempo in situazione fallimentare, è stata acquistata da un suo fornitore, la BP. Conserveranno il posto solo 68 dei 118 dipendenti. Alla <strong><span style="text-decoration:underline;">Polifibra</span></strong> di Caponago, settore gomma, si parla di 40 esuberi su 86 dipendenti. Ad Agrate chiude l&#8217;azienda farmaceutica <strong><span style="text-decoration:underline;">Uquifa</span></strong>, controllata dalla multinazionale britannica Yule Catto: per i 65 lavoratori comincia la mobilità dopo che l&#8217;azienda ha rifiutato la cassa integrazione straordinaria e sono fallite le trattative con un potenziale compratore. Lo stabilimento verrà smantellato. La <strong><span style="text-decoration:underline;">Wagner Colora</span></strong> ha deciso il licenziamento di 25 dipendenti su 96 negli stabilimenti di Burago e Gessate. A febbraio era stata richiesta la cassa integrazione ordinaria per fare fronte al calo degli ordini, ma era stata interrotta ad aprile riprendendo la produzione, per poi essere seguita solo un mese fa dalla doccia fredda dei licenziamenti. Imperversa la crisi anche nella berlusconiana Arcore, come riferisce il Giornale di Vimercate: la <strong><span style="text-decoration:underline;">Ims</span></strong> ha aperto una procedura di mobilità per circa un terzo della forza lavoro (100 dipendenti), mentre la <strong><span style="text-decoration:underline;">Cosmec</span></strong> (11 dipendenti) si avvia verso la chiusura. La <strong><span style="text-decoration:underline;">Knorr Bremse</span></strong> ha già utilizzato metà della cassa integrazione per 140 lavoratori su 190 , alla <strong><span style="text-decoration:underline;">Peg Perego</span></strong> la cassa a rotazione è stata avviata a marzo per tre quarti del personale (430 operai). La <strong><span style="text-decoration:underline;">Tenaris Dalmine</span></strong>, con 260 dipendenti, è di fatto totalmente ferma dopo che a fine aprile è stata prorogata la cassa ordinaria per altre tredici settimane. La <strong><span style="text-decoration:underline;">Morse Tec</span></strong> (settore auto) che aveva formalizzato 100 esuberi ha rimesso all&#8217;opera 25 dipendenti grazie a una parziale ripresa dei carichi di lavoro per gli incentivi statali, proseguono invece cassa e mobilità per gli altri lavoratori.</p>
<p><a name="sezione5">VARESE</a></p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span>: Gli ultimi dati pubblicati dall&#8217;Istat parlano di un aumento della disoccupazione in provincia di Varese. Nel 2008 il tasso ufficiale è risultato pari al 3,5% rispetto al 2,9% del 2007. Ma per avere un&#8217;immagine della situazione reale, al di là del tasso ufficiale che registra solo i senza lavoro che cercano un&#8217;occupazione attraverso gli uffici di collocamento, va citata la percentuale enorme di persone &#8220;inattive&#8221;, cioè di persone che, scoraggiate, escono da ogni circuito di attivazione e decidono di non cercare più un lavoro. In provincia di Varese nel 2008 il tasso di inattività è stato di ben il 31,5% (l&#8217;anno precedente era del 30,1%). Nei primi quattro mesi del 2009 è stato registrato un aumento del 49,8% delle persone che si sono iscritte presso i Centri per l&#8217;Impiego della Provincia.</p>
<p style="text-align:left;"><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: Prosegue la situazione di crisi e di confusione alla ex <strong><span style="text-decoration:underline;">Ibici</span></strong> di Busto Arsizio, dopo che la proprietà ha annunciato la chiusura. I proprietari da lungo tempo promettono di pagare gli stipendi arretrati, ma a metà maggio ancora una volta non hanno rispettato gli impegni. Qualcuno dei lavoratori si è addirittura messo in ferie perché non ha i soldi per pagare la benzina per recarsi al lavoro. La maggior parte dei dipendenti lavora da oltre trent&#8217;anni nello stabilimento e, data l&#8217;anzianità, faticherà a trovare un&#8217;occupazione alternativa. A Gallarate prosegue il presidio dei lavoratori della <strong><span style="text-decoration:underline;">Ahlstrom</span></strong>, dopo che l&#8217;azienda ha annunciato la chiusura lasciando 20 dipendenti sulla strada. A Caravate la <strong><span style="text-decoration:underline;">Inda</span></strong> (settore metalmeccanico) ha firmato con solo una parte dei rappresentanti sindacali, escludendo la Fiom, un accordo che prevede un anno di cassa integrazione straordinaria al termine del quale l&#8217;azienda prevede il licenziamento dei 40 lavoratori. La <strong><span style="text-decoration:underline;">Cesinox</span></strong> di Gorla Minore ha annunciato l&#8217;intenzione di chiedere la cassa integrazione straordinaria per cessata attività, al termine della quale i 38 dipendenti perderanno il loro posto. Alla <strong><span style="text-decoration:underline;">Lsg Sky Chefs</span></strong> di Malpensa dal 31 marzo è stata avviata la cassa integrazione e i sindacati lamentano che la dirigenza sta proponendo ai dipendenti di continuare a lavorare, ma attraverso una cooperativa, una manovra finalizzata a liberarsi dei contratti a tempo indeterminato. A Gallarate sindacalisti Cub e Cobas hanno manifestato in solidarietà dei colleghi stranieri dipendenti come loro di cooperative che hanno in appalto le attività di carico e scarico della <strong><span style="text-decoration:underline;">Arco Spedizioni</span></strong>. I lavoratori stranieri da qualche mese sono stati lasciati a casa senza stipendio e contributi e la beffa in più è che, non essendo stati formalmente licenziati, non possono fare domanda per il sussidio di disoccupazione. Dopo che i sindacati si sono rivolti alla divisione vigilanza del ministero del lavoro, scrivono Cub e Cobas, la Arco ha affidato a un&#8217;altra cooperativa i servizi, facendo assumere solo i lavoratori italiani.</p>
<p><a name="sezione6">COMO</a></p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: La <strong><span style="text-decoration:underline;">Walter Italia</span></strong> di Fino Mornasco (settore metalmeccanico) ha annunciato a inizio maggio il licenziamento di 55 dipendenti su 137, i lavoratori hanno organizzato picchetti e ora si punta a ottenere almeno la cassa integrazione straordinaria e incentivi all&#8217;esodo. Alla <strong><span style="text-decoration:underline;">Giardina</span></strong> di Figino Serenza, dopo che sembrava ormai prossimo un accordo con una società disposta a investire nell&#8217;azienda in crisi si torna all&#8217;incertezza. L&#8217;accordo è saltato e per i 170 lavoratori, attualmente in cassa integrazione straordinaria, si profila di nuovo lo spettro della perdita del posto di lavoro. Alla <strong><span style="text-decoration:underline;">Flowlink</span></strong> di Senna Comasco, che da marzo ha messo in cassa integrazione 10 dipendenti su 34, gli stipendi a maggio risultavano in arretrato ormai di due mesi. Due aziende del settore tessile, la <strong><span style="text-decoration:underline;">Pentagono Seta</span></strong> di Maslianico e la <strong><span style="text-decoration:underline;">Stamperia Sara</span></strong> di Villa Guardia hanno messo in cassa integrazione straordinaria un totale di 174 dipendenti. I sindacati rilevano che nel settore stanno aumentando i passaggi dalla cassa integrazione ordinaria a quella straordinaria. La <strong><span style="text-decoration:underline;">Saati</span></strong> (tessuti speciali e hi-tech) ha annunciato 98 esuberi nelle sedi di Appiano Gentile e Veniano, nonché nella società collegata Seal di Legnano (provincia di Varese). L&#8217;azienda parla di un calo degli ordinativi del 20% e non solo non prevede miglioramenti per il prossimo trimestre, ma stima nel complesso un ulteriore peggioramento per la seconda parte dell&#8217;anno. La <strong><span style="text-decoration:underline;">Clerici-Tessuto</span></strong> di Grandate ha avviato la cassa integrazione straordinaria per un anno per tutti i 268 dipendenti.</p>
<p><a name="sezione7">LECCO-SONDRIO</a></p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span>: Secondo dati pubblicati dalla Provincia di Lecco, il peggio della crisi non è passato. Su 10 imprenditori lecchesi più di 7 denunciano un calo del fatturato anno su anno di oltre il 60%. I rimanenti provano a galleggiare tra -40% e -10%. Inoltre, il 53% degli intervistati nell&#8217;ambito di un&#8217;indagine di Confindustria Lecco ha registrato un&#8217;ulteriore diminuzione degli ordini tra gennaio e maggio, il 30,3% invece afferma di non avere rilevato cambiamenti sostanziali e solo il 15,7% parla di un aumento degli ordinativi. Percentuali analoghe anche per la produzione. Per i prossimi mesi il 22,2% prevede un peggioramento, il 59,3% ritiene che ci sarà una sostanziale stabilità e il 18,5% crede in un miglioramento. Infine, ad aprile le aziende in cassa integrazione erano 726 (a febbraio erano 298), per un totale di 11.804 lavoratori (a febbraio 6.729). La Provincia di Lecco segnala inoltre che le aziende fanno sempre più fatica a pagare i loro dipendenti: &#8220;per il momento la soluzione è quella di dividere i pagamenti degli stipendi in due rate, un acconto viene versato il decimo giorno del mese successivo e il saldo definitivo avviene entro la fine del mese&#8221;.</p>
<p style="text-align:left;"><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: La crisi colpisce in maniera particolarmente dura Mandello: alla <strong><span style="text-decoration:underline;">Carcano</span></strong> (fogli di alluminio) è stata prorogata per altre 13 settimane la cassa integrazione ordinaria che coinvolge i 250 dipendenti; proroga di 13 settimane anche alla <strong><span style="text-decoration:underline;">Gilardoni</span></strong> (cilindri per motori) per tutti i 350 dipendenti. Alla <strong><span style="text-decoration:underline;">Guzzi</span></strong> (151 dipendenti), in crisi da mesi, a maggio c&#8217;era stata una ripresa della produzione in base alle previsioni della dirigenza che parlavano di un aumento della domanda. Le previsioni si sono rivelate errate ed è arrivata quindi la cassa integrazione a cavallo tra maggio e giugno. L&#8217;azienda si dichiara sempre più in crisi ma l&#8217;atteggiamento della proprietà (la Piaggio di Roberto Colaninno) non è chiaro. Non fanno sperare bene le ultime dichiarazioni di Colaninno, secondo cui il mercato non decolla e non c&#8217;è alcun sentore di recupero &#8211; le decisioni sul futuro dell&#8217;azienda sono state comunque rimandate a fine luglio. Alla <strong><span style="text-decoration:underline;">Cartiera di Tirano</span></strong> (84 dipendenti) è stata prorogata di altri sei mesi la cassa integrazione straordinaria per cercare un potenziale acquirente in grado di fare riprendere le attività allo stabilimento.</p>
<p><a name="sezione8">BERGAMO</a></p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span>: Secondo gli ultimi dati Cgil nei soli primi 4 mesi del 2009 il numero dei lavoratori in mobilità nella provincia di Bergamo ha già superato quello dei primi 7 mesi del 2008. Nel quadrimestre il dato risulta aumentato del 59% rispetto all&#8217;anno scorso, percentuale che tra le sole piccole aziende tocca il 102,6%. La cassa integrazione (ordinaria e straordinaria) ha registrato un balzo del 9,3% mese su mese da marzo ad aprile. Sempre nel primo quadrimestre del 2009, i fallimenti sono aumentati del 23% rispetto allo stesso periodo dell&#8217;anno scorso. Particolarmente colpito il settore dell&#8217;edilizia, durante il quale nel semestre ottobre 2008-marzo 2009 la cassa integrazione è aumentata del 300%, l&#8217;occupazione si è contratta del 16% e il monte salari è diminuito del 13% rispetto allo stesso periodo dell&#8217;anno precedente, tutto questo senza contare il lavoro nero, che nel settore è ampiamente diffuso.</p>
<p style="text-align:left;"><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: La <strong><span style="text-decoration:underline;">Franco Chiesa</span></strong> (commercio) in fallimento è stata ammessa al concordato preventivo e il commissario ha chiesto la cassa straordinaria di un anno per tutti i 342 dipendenti, con la speranza di trovare un potenziale acquirente interessato a rilevare la società. Il gruppo bergamasco <strong><span style="text-decoration:underline;">Brembo</span></strong>, multinazionale che opera nel settore dei sistemi frenanti, ha chiuso il primo trimestre 2009 con una flessione del fatturato del 28% e ha annunciato misure di riduzione dei costi (ivi compresi quelli relativi al personale) i cui effetti &#8220;evidenzieranno il loro pieno impatto nel corso dei prossimi mesi&#8221;. In Italia a partire da marzo la cassa integrazione ordinaria è stata estesa anche a tutto il personale impiegatizio. Il gruppo che aveva oltre 6.100 dipendenti un anno fa oggi ne ha poco più di 5.500, i tagli sono stati operati principalmente negli stabilimenti Brembo in Messico. A Bergamo la <strong><span style="text-decoration:underline;">Koch-Glitsch</span></strong> ha annunciato 12 esuberi su un organico complessivo di 50 lavoratori, mentre a Sabbio la <strong><span style="text-decoration:underline;">Tenaris-Dalmine</span></strong> ha prorogato di altre 13 settimane la cassa integrazione per 148 dipendenti. A Verdellino la <strong><span style="text-decoration:underline;">Agrati AEE</span></strong> (macchine per pressofusione) ha chiesto la cassa integrazione straordinaria di un anno per crisi aziendale per tutti i dipendenti (28): &#8220;in pochissimo tempo la società ha dovuto registrare il venire meno di una serie di commesse che, già ottenute, erano in grado di saturare ampiamente la capacità produttiva dell&#8217;azienda per un periodo superiore addirittura all&#8217;anno&#8221;. A Zogno chiude la <strong><span style="text-decoration:underline;">Miti</span></strong> (tessuti indemagliabili) e, dopo un periodo di cassa integrazione, perdono il lavoro i suoi 72 dipendenti che denunciano la volontà dell&#8217;azienda di aumentare i profitti spostandosi in Ungheria. Molti dei lavoratori lavorano da 30 anni nell&#8217;azienda e, data la forte crisi in regione, incontreranno forti difficoltà nel trovare una nuova occupazione. A Bergamo da segnalare infine la condanna per condotta antisindacale della <strong><span style="text-decoration:underline;">Centrax</span></strong> (servizi finanziari telematici, 123 dipendenti) che aveva assunto collaboratori per sostituire i dipendenti in sciopero.</p>
<p><a name="sezione9">BRESCIA</a></p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span>: Secondo gli ultimi dati Inps nei primi quattro mesi 2009 il ricorso alla cassa integrazione nella provincia di Brescia è già il doppio di quello di tutto il 2008. Il monte ore autorizzato è stato infatti nel quadrimestre di 12,8 milioni, mentre nell&#8217;intero 2008 era stato di 6,6 milioni e nell&#8217;ultimo decennio il tetto più alto era stato raggiunto nel 2005, con 7,4 milioni. Nel mese di aprile sono state richieste 1,2 milioni di ore di cassa in più rispetto al mese di marzo (con un aumento del 31% per la cassa ordinaria), invertendo così il dato di una leggera diminuzione mese su mese registrato a marzo su febbraio. Tra gennaio e fine maggio le richieste di sussidio di disoccupazione sono aumentate del 152,5% rispetto allo stesso periodo 2008 e hanno toccato quota 10.947. Il 1° giugno, in mezzo al ponte, allo sportello Inps di Brescia si sono presentate ben 980 persone, un dato che non fa certo sperare bene per l&#8217;andamento del mese in corso.</p>
<p style="text-align:left;"><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: Alla <strong><span style="text-decoration:underline;">Entra</span></strong> di Odolo (produzione maniglie) sono stati chiesti 12 mesi di cassa integrazione ordinaria per tutti i 42 dipendenti: l&#8217;attività produttiva dovrebbe proseguire per un mese ancora al fine di evadere le ultime commesse. Il <strong><span style="text-decoration:underline;">gruppo Lonati</span></strong> ha chiesto un anno di cassa integrazione straordinaria per i 430 dipendenti della <strong><span style="text-decoration:underline;">Santoni</span></strong> di Sant&#8217;Eufemia. Sempre in città, si sono mobilitati i 119 lavoratori della <strong><span style="text-decoration:underline;">Ideal Standard</span></strong>, nuovamente alle prese con la cassa integrazione. Nella bassa è in crisi la <strong><span style="text-decoration:underline;">Gkn-Fad</span></strong>, che ha dichiarato 70 esuberi su 350 dipendenti e intende avviare un anno di cassa integrazione straordinaria. Da registrare che due aziende in liquidazione sono in assemblea permanente: la <strong><span style="text-decoration:underline;">O.M.B.</span></strong> di Brescia, che ha 92 dipendenti, e la <strong><span style="text-decoration:underline;">Gnutti Sebastiano</span></strong> di Villa Carcina in Valtrompia (94 dipendenti, passati all&#8217;assemblea permanente dopo quattro mesi di presidio davanti ai cancelli). Con un improvviso voltafaccia nelle trattative già in corso, la proprietà della <strong><span style="text-decoration:underline;">Meras</span></strong> di Manerbio (<strong><span style="text-decoration:underline;">gruppo Riri</span></strong>) ha deciso di chiudere lo stabilimento a partire da agosto e di chiedere la cassa integrazione straordinaria di due anni per i 152 dipendenti, che hanno subito occupato a tempo indeterminato la fabbrica: &#8220;hanno avuto persino il coraggio di chiedere ai lavoratori di portare a termine le commesse di giugno e luglio con la prospettiva di essere poi licenziati ad agosto, assurdo&#8221;, ha dichiarato un sindacalista Fiom. In situazione analoga si trovano i lavoratori della <strong><span style="text-decoration:underline;">Tmd</span></strong> di Orzinuovi in liquidazione (108 dipendenti senza stipendio da due mesi) e della <strong><span style="text-decoration:underline;">Henriette</span></strong> di Castenedolo, 70 dipendenti senza stipendio da tre mesi, per la quale il quotidiano Brescia Oggi parla di &#8220;situazione ormai insanabile&#8221;. Alla ex <strong><span style="text-decoration:underline;">Frendo</span></strong> la linea produttiva si è fermata ai primi di marzo dopo 40 anni di attività: i sindacati hanno raggiunto un accordo per due anni di cassa integrazione e il 30% di esuberi entro un anno. Alla ex <strong><span style="text-decoration:underline;">Ocean</span></strong> (<strong><span style="text-decoration:underline;">Fagor-Brandt</span></strong>) si prospettano ben 250 esuberi. Alla <strong><span style="text-decoration:underline;">Citman</span></strong> di Pontevico (160 dipendenti) è stata avviata la cassa integrazione straordinaria per un anno e gli stipendi sono in arretrato di due mesi. Alla <strong><span style="text-decoration:underline;">ex Lastra</span></strong> (oggi del gruppo Agfa) di Manerbio è stato deciso un anno di cassa integrazione per i 140 dipendenti. Alla <strong><span style="text-decoration:underline;">Cidneo Meccanica</span></strong> di Corzano sono a rischio i posti di lavoro dei 46 dipendenti e nella stessa situazione si trovano anche i 400 lavoraotri della <strong><span style="text-decoration:underline;">Hayes Lemmerz (ex Fps)</span></strong> di Dello. A Brescia è in liquidazione la <strong><span style="text-decoration:underline;">Caffaro</span></strong> (chimica) e per i 100 dipendenti il futuro è completamente incerto, mentre sempre in città va verso il concordato preventivo la <strong><span style="text-decoration:underline;">Ideal Clima</span></strong> (caldaie e radiatori), che intanto ha chiesto un anno di cassa integrazione straordinaria per i 103 dipendenti. E&#8217; stata messa in liquidazione anche la <strong><span style="text-decoration:underline;">Brixia Die Casting</span></strong> di Flero (pressofusione) che ha 108 dipendenti: in questo caso però si spera di ripartire sotto un&#8217;altra forma giuridica e sociale. Chiusura anche per la <strong><span style="text-decoration:underline;">Eurosilver</span></strong> di Torbole Casaglia (20 dipendenti, per un anno in cassa integrazione straordinaria). Nella bassa è giunta al capolinea la <strong><span style="text-decoration:underline;">Domina</span></strong> di Castrezzato (63 dipendenti, settore abbigliamento). Chiusure e liquidazioni anche in Valtrompia e in Valsabbia: la fonderia <strong><span style="text-decoration:underline;">Europress</span></strong> di Ponte Zanano (80 lavoratori), la <strong><span style="text-decoration:underline;">Valtrompia Filati</span></strong> di Maclodio (36 dipendenti), la <strong><span style="text-decoration:underline;">Giacinto Rivadossi</span></strong> di Agnosine (37 lavoratori) e la <strong><span style="text-decoration:underline;">Entra</span></strong> di Odolo (47 lavoratori). La crisi non risparmia nemmeno il settore alimentare: è stato messo in liquidazione anche il <strong><span style="text-decoration:underline;">Pastificio Pagani</span></strong> di Rovato (110 dipendenti). A Palazzolo ha chiesto un anno di cassa integrazione per i 210 dipendenti la <strong><span style="text-decoration:underline;">Marzoli</span></strong>.</p>
<p><a name="sezione10">PAVIA-LODI-CREMONA-MANTOVA</a></p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Dati generali</span>: In provincia di <strong>Pavia</strong> nel primo trimestre 2009 si è registrato un crollo della produzione del 9% rispetto ai già deteriorati livelli dello stesso periodo dell&#8217;anno precedente. E&#8217; salita vertiginosamente anche la cassa integrazione ordinaria nel primo quadrimestre: 3.268.000 ore richieste rispetto alle 480.000 dello stesso quadrimestre 2008. In provincia di <strong>Mantova</strong> nel primo trimestre si è registrato un crollo dei nuovi contratti di lavoro che non ha eguali in regione: -42,7% rispetto all&#8217;anno precedente. Nel distretto di Suzzara il dato è stato addirittura del -68,5%, mentre nel capoluogo è risultato pari a &#8220;solo&#8221; il -43,64%. Allo stesso tempo si è registrato un boom di contratti di tipo flessibile: i contratti di lavoro intermittente (una delle forme che danno meno garanzie al lavoratore) sono aumentati del 66,2%. Le ore di cassa integrazione ordinaria sono passate dalle 103.000 di gennaio alle 264.000 di febbraio, alle 311.000 di marzo e alle 479.000 di aprile. Rispetto al primo quadrimestre del 2008 la crescita è stata di circa il 600% per la ordinaria e del 161,7% per la straordinaria. Sempre nel corso del primo quadrimestre, è stato registrato un aumento del 103,6% dei licenziamenti. In provincia di <strong>Cremona</strong> il ricorso alla cassa integrazione è aumentato del 395% (+208% la straordinaria e +544% l&#8217;ordinaria).</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">Crisi aziendali</span>: A Cilavegna (Pavia), il trasferimento del ciclo produttivo della <strong><span style="text-decoration:underline;">Cagi Maglierie</span></strong> a Motta Visconti ha comportato la perdita del posto di lavoro per 37 dipendenti. A Stradella (Pavia) va verso la chiusura la <strong><span style="text-decoration:underline;">Massoni</span></strong>, che ha 40 dipendenti. L&#8217;<strong><span style="text-decoration:underline;">ospedale Fatebenefratelli</span></strong> di San Colombano (Lodi) ha annunciato 40 esuberi e ora si prevede la cassa in deroga per alcune decine di animatori, assistenti, personale tecnico. A Somaglia (Lodi) sta andando verso la chiusura la <strong><span style="text-decoration:underline;">Omega</span></strong>, i cui lavoratori sono senza stipendio da dicembre e dove è stata annunciata la cassa integrazione straordinaria per tutti i 33 dipendenti rimasti. In provincia di Mantova la cassa integrazione straordinaria è in corso alla <strong><span style="text-decoration:underline;">B&amp;C</span></strong> (cessata attività, 23 dipendenti) e alla <strong><span style="text-decoration:underline;">Log</span></strong> (crisi, 70 dipendenti). A fine maggio erano in corso di autorizzazione procedure di cassa straordinaria anche per <strong><span style="text-decoration:underline;">Pompea</span></strong>, <strong><span style="text-decoration:underline;">C&amp;A</span></strong>, <strong><span style="text-decoration:underline;">Cooperativa Cipher</span></strong>, <strong><span style="text-decoration:underline;">Cima</span></strong>, <strong><span style="text-decoration:underline;">Prima Moda</span></strong>, <strong><span style="text-decoration:underline;">Gorispak</span></strong>, <strong><span style="text-decoration:underline;">Gemeaz Cusine</span></strong>, <strong><span style="text-decoration:underline;">Camst</span></strong> e <strong><span style="text-decoration:underline;">Christie</span></strong>. In provincia di Cremona situazione di crisi alla <strong><span style="text-decoration:underline;">Fondinox</span></strong> di Sergnano, dove sono state richieste 13 settimane di cassa integrazione ordinaria per i 102 dipendenti. Alla <strong><span style="text-decoration:underline;">Aisa</span></strong> e alla <strong><span style="text-decoration:underline;">Blico</span></strong> di Ticengo (alta tecnologia, 39 dipendenti in tutto, stessa proprietà) è in corso la cassa integrazione ordinaria e gli stipendi sono in arretrato da due mesi. Prosegue la crisi anche presso la <strong><span style="text-decoration:underline;">Ipc Clearing</span></strong> di Vaiano Cremasco (145 dipendenti) dove è in corso la cassa integrazione ordinaria per la quasi totalità del personale. E&#8217; stata aperta la procedura di liquidazione per la <strong><span style="text-decoration:underline;">ex Piacenza</span></strong> di Cremona, dove negli ultimi mesi le commesse sono crollate del 70% e i 32 dipendenti non ricevono lo stipendio da tre mesi. A Castelleone è stata messa in liquidazione la cooperativa <strong><span style="text-decoration:underline;">Euro Work</span></strong> (25 lavoratori) dopo che l&#8217;industria dolciaria <strong><span style="text-decoration:underline;">Sorini</span></strong> ha deciso di non rinnovare il contratto di appalto per il confezionamento di prodotti. Singolare la reazione della responsabile delle risorse umane della Sorini, Giusy Cighetti, che ha dichiarato al quotidiano Provincia di Cremona che in questo momento l&#8217;azienda ha altre urgenze rispetto alla chiusura della Euro Work (&#8220;abbiamo delle scadenze, come la chiusura del bilancio&#8230; appena sarà possibile le parti sindacali verranno ricevute e ascoltate&#8221;) e ha affermato che l&#8217;azienda si ritiene &#8220;estranea a qualsiasi obbligo nei confronti dei lavoratori&#8221;.</p>
<p>(questo Diario della crisi in Lombardia è stato redatto sulla base di un sistematico sfoglio della stampa locale lombarda)</p>
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