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	<title>Milano Internazionale &#187; Musica</title>
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	<description>Milano, la Lombardia, il mondo</description>
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		<title>Milano Internazionale &#187; Musica</title>
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		<title>Milano…. Quel rapporto di amore-odio</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Nov 2009 15:07:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milanointernazionale</dc:creator>
				<category><![CDATA[=>   Storia, cultura, luoghi]]></category>
		<category><![CDATA[Blues]]></category>
		<category><![CDATA[Eugenio Finardi]]></category>
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		<description><![CDATA[Intervista ad Eugenio Finardi  (26 Ottobre 2009 &#8211; Salumeria della Musica &#8211; Milano) A cura di Stefania Moretti e Barbara Valentino Una sera qualunque in questo bizzarro autunno milanese. Due inviate speciali di Milano Internazionale (ormai note, visti i particolari “arrembaggi”, come &#8216;le piratesse&#8217;) di soppiatto s’intrufolano alla Salumeria della Musica. Dentro, dopo averlo inseguito [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&#038;blog=7100082&#038;post=846&#038;subd=milanointernazionale&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Intervista ad Eugenio Finardi  (26 Ottobre 2009 &#8211; Salumeria della Musica &#8211; Milano)</strong></p>
<p><strong>A cura di Stefania Moretti e Barbara Valentino</strong></p>
<p>Una sera qualunque in questo bizzarro autunno milanese. Due inviate speciali di <strong>Milano Internazionale</strong> (ormai note, visti i particolari “arrembaggi”, come <strong>&#8216;le piratesse&#8217;</strong>) di soppiatto s’intrufolano alla Salumeria della Musica. Dentro, dopo averlo inseguito dai tempi della scuola, scovano Eugenio Finardi prima del suo ultimo concerto milanese. Inizia un&#8217;intensa conversazione a tre su Milano&#8230;</p>
<p><span id="more-846"></span></p>
<p><strong><em>Quale influenza ha avuto Milano nella tua carriera artistica?</em></strong></p>
<p>Milano, per me, è il centro del mio universo nel senso che, essendo metà americano e metà italiano, non sono stato mai completamente sicuro se fossi italiano o americano e forse non sono completamente nessuna delle due cose.  Sicuramente sono milanese, sono nato in via San Vittore (che non è dove c’è il carcere !) e ho vissuto tutta la mia vita a Milano nord, a parte una decina d’anni in cui mi sono spostato nella zona di Lambrate ed è stato un trauma. Non sto scherzando!! Ho abitato anche a Carimate, fuori Milano, ma sicuramente è stata una fuga… Sono sicuramente un milanese, poi il rapporto con Milano è come tutti gli amori. Alla mia età diventa un rapporto complesso: se a 25 anni ho scritto “si può vivere anche a Milano” in maniera tutta in positiva,  oggi  le mie idee non sono più così univoche su questa città, sono abbastanza ambivalenti.</p>
<p><strong><em>Nel 2005 descrivevi Milano come culturalmente spenta. Pensi sia ancora così? </em></strong></p>
<p>Si, fondamentalmente si! Rispetto ad una città per esempio come Torino. In generale, la regione Lombardia è in un momento particolare: vive una sorta di anestesia culturale. Lo si vede nel livello, anche parlando con i colleghi:  la quantità di concerti che facciamo in alcune regioni  è diminuita drasticamente. Al di là di ogni aspetto ideologico relativo ai contenuti delle canzoni, sembra quasi che l’andare a teatro o cose simili, sia passato di moda rispetto ad altre attività. In generale, non credo che questo sia un buon momento per la cultura lombarda.</p>
<p><strong><em>Quindi ti sembra che Milano sia ancora priva di veri luoghi per suonare &#8230;</em></strong></p>
<p>Si. Ci manca un Auditorium della musica. Esiste l’Auditorium Verdi in Corso San Gottardo, molto bello, ma non ospita il nostro genere di musica. Manca, uno spazio adatto. In una città come Torino invece, oltre alla Suoneria della Musica a Settimo e un altro centro a Nichelino, ci sono svariati posti per la musica. A Milano, a parte alcuni locali, come diceva una mia amica “se una persona vuole sentire della musica acustica, senza un sotto fondo di 40 Decibel di rumore di bicchieri, non ci sono posti dove andare…”.</p>
<p><strong><em>Se dovessi immortalare due momenti dell’esperienza di Radio Milano Centrale quali sceglieresti?</em></strong></p>
<p>Un momento storico è stato quando mi sono addormentato durante un lungo pezzo,  tutta la facciata di un 33 giri… non ricordo più il nome della band. Mi sono addormentato, facevo la notte erano le due e mezza e ad un certo punto la radio trasmetteva “to toc to toc”, era la puntina della fine del disco. Mi ha telefonato un ascoltatore- il bello della diretta! &#8211; mi ha svegliato dicendomi “il pezzo sta diventando un po’ noioso”. Obiettivamente… Poi ricordo l’apprezzamento di Umberto Eco su come gestivo questa trasmissione che sembrava molto anarchica, ma in realtà faceva dei percorsi abbastanza eterodossi, passando dal coro di Orgosolo alla musica contemporanea, alla dance, al rock, potevi  avere il coro di Orgosolo e gli AC/DC , uno dopo l’altro. Eppure c’era tutta una logica… Quello che mi piaceva era l’esperienza di fare radio come arte, non si usa più, adesso è intermediata con il tecnico di là.  Invece quando si aveva il microfono davanti, il mixer, due piatti , il mangiacassette, il telefono, e si faceva tutto da soli, si riusciva a creare un ritmo, un’arte.</p>
<p><strong><em>E del Festival del Parco Lambro del 1976?</em></strong></p>
<p>In realtà i Lambro erano tre, anno 1974, 1975 e 1976. Tutti però si ricordano solo di quello del ‘76 perché fu quello documentato dalla televisione. Fu la fine di una lunga esperienza dei pop festival…Zerbo ecc.. E’ stato un po’ l’inizio della fine del movimento. Il ‘76 fu l’anno in cui finì il periodo utopico avviato negli anni ‘60 con il famoso discorso di Martin Luther King (“I have a dream..”) e le battaglie del movimento dei diritti civili. E quella spinta utopica che portò al 1968 e ad un certo modo di vivere, iniziò a finire proprio nel ‘76 al Parco Lambro. Io lo imputo prima di tutto all’avvento della televisione. Infatti proprio allora cominciarono a comparire  le prime telecamere, la prima curiosità. Se prima si tendeva a mediare, una volta arrivati i <em>media</em>, (strano che la parola sia la stessa), invece di mediare ci si estremizzava. Ad esempio i polli surgelati al Parco Lambro non sarebbero volati, perché non c’era la telecamera per riprenderli e quindi si sarebbero sentiti cretini loro stessi. Invece la telecamera porta a questa enfasi di tutto… Questi anni di piombo furono caratterizzati da una lunga agonia. La fine reale del movimento (e il conseguente avvio degli anni ‘80) fu sancita dalla morte di Demetrio Stratos, con il concerto all’Arena Civica di Milano. Questo è quanto pensiamo io, Mario Pagani e tante altre persone che hanno vissuto quel periodo.</p>
<p><em> </em><strong><em>Ci parli del tuo lavoro più recente?  Sei passato dalla musica ribelle alla musica sacra, a Vladimir Vysotsky</em> &#8230;</strong></p>
<p>E’un percorso lungo, dalla musica ribelle ad oggi sono passati 36 anni. Tra l’altro anche che cosa sia essere ribelli oggi, ha cambiato senso. Intendo che allora poteva essere appunto scioccante, una batteria suonata, ai tempi da Calloni, il volume stesso in rapporto alla voce era già ribelle…la sonorità era ribelle. Anni dopo, adesso, tutta altra gente urla, strepita… La ribellione sta nel fare le cose con rigore, sperimentare ed uscire dalla società odierna, scegliere di seguire vie strane &#8230;  Vladimir fu un grande ribelle contro il totalitarismo sovietico, e poi lo fu anche sul piano artistico attraverso l’arrangiamento alla musica classica contemporanea. Una versione è stata fatta al Paolo Pini (ex manicomio), pioveva e quindi l’abbiamo fatto in una stanza abbandonata con delle pozze per terra, veramente una <em>location</em> straordinaria. E’ stato un concerto di grandissimo impatto e forza. La ribellione adesso è non fare-evitare certe trasmissioni televisive di un certo taglio, che si fondano su un certo modo di sedurre il pubblico, è invece scegliere di fare percorsi di un certo tipo, come un disco di musica contemporanea, un disco di blues.  Bisogna rendersi conto che anche se Gaber diceva “la mia generazione ha perso”, (ahimè anche la mia!), in un certo senso ha anche vinto. Tutto ciò che allora dovevamo fare, ad esempio i jeans a zampa di elefante dovevamo farceli da noi, inserendo un triangolo, scucendolo, non c’era nessuno che ce li vendeva, adesso tutto questo non esiste più. Tutto te lo danno già fatto, è già tutto commercializzato, non fai in tempo ad avere l’idea che già te la vendono i cinesi. La ribellione in realtà è nell’uscire da questi meccanismi del mercato, dell’industria, del consumo anche di sé. Poi c’è una piccola ribellione personale contro la “Musica ribelle”, proprio mia, contro quella canzone, quella vecchia amante maledetta che mi ha condizionato la vita, che canto da tantissimo tempo, con la quale ho un rapporto di odio e amore quasi freudiano. Le devo tutto, lei deve tutto a me!  Sono condannato a cantarla sempre, vorrei liberarmene, ogni articolo che parla di me mi descrive come il ribelle diventato sacro…mah… Essere ribelle per me al momento significa ‘ribellarmi’ alla “Musica ribelle”, nel senso di essere riuscito, come sono miracolosamente riuscito a fare, ad uscire dallo stereotipo che mi avevano affibbiato, negli anni ‘70 con quella canzone. La vera scelta ribelle è stata riuscire a dimostrare che sono anche un bluesman, a fare teatro con lo spettacolo ‘Suono’, a fare musica contemporanea. A gennaio sarò alla Scala, come voce narrante. Insomma essermi ribellato anche a me stesso, e’ stata forse la ribellione più importante.</p>
<p><strong><em>I tuoi prossimi concerti?</em></strong></p>
<p>Sto portando in giro “Suono”, il mio lavoro teatrale. Abbiamo aperto pochi giorni fa a Pordenone la stagione di prosa con 2 giorni di spettacolo, con grande successo. È stata una grande gioia. C’è anche questo diventare attore… E sempre con questa domanda… “Il prossimo lavoro? cosa farai?? E poi???” &#8211; sempre il problema del dopo. “Sarà un disco registrato a testa in giù mentre faccio budge-jumping , qualcosa del genere…”</p>
<p><strong><em>Una piccola curiosità…ma leggi le mail sempre alle due di notte visto che ci hai risposto sempre a quell’ora?</em></strong></p>
<p>Eh si, vi ho risposto quando sono tornato dal lavoro. Io finisco a quell’ora lì, sono come i tranvieri…</p>
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		<title>Ivan Della Mea, ricordo di un artigiano di canzoni</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Jun 2009 10:01:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milanointernazionale</dc:creator>
				<category><![CDATA[=>   Storia, cultura, luoghi]]></category>
		<category><![CDATA[Ivan Della Mea]]></category>
		<category><![CDATA[Musica]]></category>

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		<description><![CDATA[Ivan Della Mea, ricordo di un artigiano di canzoni Il 14 giugno è morto Ivan Della Mea, cantautore, scrittore, militante comunista e una delle figure più importanti della cultura milanese degli ultimi decenni. Milano Internazionale lo ricorda con un breve profilo, un suo articolo pubblicato dal Manifesto all&#8217;indomani della morte degli operai della ThyssenKrupp e [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&#038;blog=7100082&#038;post=640&#038;subd=milanointernazionale&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Ivan Della Mea, ricordo di un artigiano di canzoni</strong></p>
<p><strong>Il 14 giugno è morto Ivan Della Mea, cantautore, scrittore, militante comunista e una delle figure più importanti della cultura milanese degli ultimi decenni. Milano Internazionale lo ricorda con un breve profilo, un suo articolo pubblicato dal Manifesto all&#8217;indomani della morte degli operai della ThyssenKrupp e due testi di canzoni in milanese.</strong></p>
<p><span id="more-640"></span></p>
<p>Ivan Della Mea (nome anagrafico Luigi) era nato in provincia di Lucca nel 1940, da dove era emigrato per breve tempo a Bergamo per poi stabilirsi a Milano. Prima di dedicarsi alla musica e alla scrittura era stato operaio, barista, scaricatore e fattorino, per poi approdare alla redazione del Calendario del Popolo e del giornale Stasera. Ha collaborato anche alla redazione di collane come i Gialli Mondadori, Urania e Segretissimo. Si è iscritto al Pci giovanissimo, nel 1956, e sempre giovanissimo ha cominciato a scrivere le prime canzoni. Nel 1962 avviene l&#8217;incontro per lui fondamentale, quello con Gianni Bosio, &#8220;organizzatore di cultura&#8221;,  etnomusicologo e militante. Insieme a quest&#8217;ultimo Ivan Della Mea è stato uno degli ideatori e dei fondatori dell&#8217;etichetta dei Dischi del sole, che ha operato una svolta nell&#8217;ambito del panorama musicale italiano coniugando il recupero della tradizione popolare con la canzone d&#8217;autore e la canzone politica. Tra i suoi album più importanti Ballata della piccola e grande violenza (1962), Io so che un giorno (1966), Il rosso è diventato giallo (1969), Ringhera (1974, in dialetto milanese), Sudadio-Giudabestia I e II (1979-1980, in cui canta del suo quartiere, il Corvetto), Ho male all&#8217;orologio (1997), ma anche Carlet (1983), dedicato a Carlo Marx e distribuito in edizione limitata in occasione di un congresso sul filosofo tedesco. I suoi interessi e la sua attività andavano tuttavia al di là della canzone d&#8217;autore e della militanza politica. Nel 1969, per esempio, era stato coautore del soggetto del film spaghetti-western Tepepa. E&#8217; stato anche autore di alcuni validi romanzi, come Il sasso dentro (1990) e Sveglia nel buio (1997). Quest&#8217;anno era uscita anche la sua autobiografia, Se la vita ti da uno schiaffo. Nel 1985 aveva abbandonato la scena musicale per dedicarsi al Circolo Arci Corvetto, di cui è stato per lungo tempo presidente, così come fino alla morte è stato presidente dell&#8217;Istituto Ernesto de Martino &#8220;per la conoscenza critica e la presenza alternativa del mondo popolare e proletario&#8221;. Negli anni novanta tuttavia era tornato a esibirsi con le sue canzoni e a incidere nuovi album &#8211; l&#8217;ultimo 25 aprile lo ha visto ancora una volta sul palco. Ivan Della Mea è stato anche un originale commentatore per l&#8217;Unità, Liberazione e, da ultimo, Il Manifesto. &#8220;Io ho vissuto sia come lavoratore e come artigiano di canzoni&#8221;, così recentemente aveva descritto con una breve frase la sua traiettoria di vita. E&#8217; sempre stato nel movimento, nella cui memoria sono ancora vive iniziative come le &#8220;chitarre contro la guerra&#8221; in Vietnam e le canzoni composte con gli operai davanti ai cancelli della Fiat di Mirafiori. Molte delle sue canzoni sono state la colonna sonora delle lotte studentesche e operaie degli anni &#8217;60 e &#8217;70. La più nota, &#8220;Cara Moglie&#8221;, veniva cantata così di frequente ed era talmente diffusa che molti pensavano non si trattasse di una canzone d&#8217;autore, bensì di un brano di musica popolare. Tra le altre sue canzoni più note &#8220;Ballata per Ciriaco Saldutto&#8221;, dedicata a uno studente torinese suicidatosi dopo essere stato bocciato, la lunga &#8220;Ringhera&#8221;, sulla strage di Piazza della Loggia a Brescia, in spagnolo-italiano-dialetto, l&#8217;&#8221;Internazionale&#8221; cantata su testo di Franco Fortini. Alcuni versi delle sue canzoni rimangono attualissimi ancora oggi (&#8220;Quando la lotta è di tutti per tutti / il tuo padrone, vedrai, cederà; / se invece vince è perché i crumiri / gli dan la forza che lui non ha&#8221; &#8211; da Cara moglie). La sua militanza era sempre stata radicalmente critica dell&#8217;ortodossia burocratica che ha soffocato il movimento comunista, come testimonia tra le altre cose una sua requisitoria del 2007 contro Fausto Bertinotti. In una intervista recente Ivan Della Mea aveva ammonito: &#8220;Credo sia molto importante combattere a fondo contro il berlusconismo, perché è trasversale, tocca tutti, sia a destra che a sinistra. C&#8217;è bisogno di politica vera, fatta per strada, che venga fuori dalle proprie stanze&#8221;. Lui, immigrato e allo stesso tempo milanese doc, nonché cultore della canzone lombarda, nel suo ultimo articolo pubblicato qualche giorno fa dal Manifesto si era scagliato contro il dilagare della Lega Nord, conseguenza tra le altre cose della miseria dei dirigenti della sinistra (&#8220;Chi leghista viene in Piazza della Loggia il 28 maggio di ogni anno o è mentecatto o non si rende conto di essere corresponsabile dello scoppio di quella bomba: uno scoppio che nella coscienza non è finito né mai finirà. Chi, dirigente, non capisce o non vuol capire questo, è uno che ormai vede soltanto i cadreghini rassicuranti e ambiti, le piccole medie e grandi ambizioni di potere personale, la politica del farsi i cazzi propri, del chi fa da sé fa per tre. E&#8217; ora di guardarsi negli occhi e di dirsi a muso duro tutto questo e ci si romperà forse ulteriormente, ma su quanto resterà si potrà tentare di ricostruire insieme sempre insieme e soltanto insieme un progetto socialista. Brucia compagno brucia/la lotta continua ancora//Brucia compagno brucia/continuerà&#8221;. Ricordiamo qui di seguito Ivan Della Mea con un suo articolo pubblicato nel 2007 all&#8217;indomani della morte dei cinque operai della ThyssenKrupp e con i testi di due delle sue migliori canzoni in milanese, la divertente ma amara El me gatt e la nostalgica Te se recordet Gioan (laddove per Gioan si intende il già menzionato Gianni Bosio).</p>
<p style="text-align:center;">***</p>
<p><strong>MORTI E DERISI</strong><br />
di Ivan Della Mea (da Il Manifesto del 18 dicembre 2007)</p>
<p>Sono un comunista che molto ha sbagliato. Ci ho pensato bene e ho deciso: perché mai dovrei precludermi la stupenda possibilità di sbagliare ancora? La mia vita l&#8217;ho informata al principio che a far giusto non c&#8217;è gusto. Messa così e così messa è mi sono chiesto con chi seguitare a sbagliare dicendomi «oh Mea è un pezzo che sbagli da solo forse è l&#8217;ora di finirla anche perché a lungo andare te ti vivi anche un poco pirla». Così è stato e ancora è. Con chi sbagliare allora? Con la «cosa rossa» o «sinistra arcobaleno» o si vedrà? C&#8217;è una sinistra unita? C&#8217;è una sinistra? C&#8217;è una? C&#8217;è? Ma fa di conto che ci sia, o Mea; fa di conto che ci sia per chi muore in fabbrica, nei cantieri: «noi vivremo del lavoro/o pugnando si morrà» e no che non si muore pugnando, proprio no, ci si crepa sul lavoro questo sì e così si fa prima. Ma c&#8217;è una sinistra che abbia onestà bastante per dire che la legge Treu è una mascalzonata e che precarietà e flessibilità sono vere e proprie infamie e che da questo lavoro così come oggi è combinato non è possibile trarre riscatto alcuno e che tutto ma proprio tutto sa di destra e se appena sa un po&#8217; meno di destra, un cicinin, siamo talmente bastardi che lo chiamiamo centrosinistra e che per chiunque abbia governato in questi tempi ultimi e assassini è normale che una ThyssenKrupp abbia lucrato un bel 90% di profitto e agli operai sia stato riconosciuto un aumento del 5% sul salario vale a dire una miseria bell&#8217;e seccata subito dagli aumenti del costo della vita e poi uno ci muore lì, due tre quattro &#8211; con Rocco Marzo morto domenica fanno cinque &#8211; e quanti ancora non si sa perché finché la fabbrica c&#8217;è deve rendere al massimo e allora ma quali cazzi mai di «se otto ore vi sembran poche»? Perché tredici, sedici sono forse meno? Morti e derisi: sta mica bene. C&#8217;è una sinistra per questi lavoratori sia i morti sia i vivi che magari si vivono come morti a venire? «O cara moglie stasera ti prego/da&#8217; retta a me e non cucinare/non credo proprio che potrò tornare/mi hanno morto è l&#8217;infamità». Morti e derisi ripeto: sta mica bene. E ci sono degli intellettuali intelligentissimi che ogni tanto dicono «occhio, la classe operaia non c&#8217;è più» nel senso che non è più classe: mica vero maledettissimi cialtroni, 1.300 morti sul lavoro all&#8217;anno fanno una gran bella classe: morta. Ecco che l&#8217;ho trovata la mia sinistra, l&#8217;unica che mi sta bene, ma c&#8217;è il rischio che me l&#8217;ammazzino tutta. E allora? Allora devo smettere di piangere perché ho pianto livido rancoroso e questa rabbia che ho dentro debbo condividerla e farla crescere durissima con la rabbia di chi resta per farla rossa e sbatterla e ribadirla sul muso dei manutengoli della politica e questo non nel nome di marx o di lenin o di chissisia dell&#8217;album di famiglia di ieri e di oggi bensì nel nome di chi ancora ha coscienza della irrinunciabilità della lotta per se stesso e per chiunque sia sfruttato e sacrificabile sull&#8217;altare del profitto. La sinistra per me è stata è e sempre sarà «questo pugno che sale &#8211; questo canto che va/è l&#8217;Internazionale &#8211; un&#8217;altra umanità/Questa lotta che eguale &#8211; l&#8217;uomo all&#8217;uomo farà/è l&#8217;Internazionale. Fu vinta e vincerà». Ecco, vediamo di provare a vincere.</p>
<p style="text-align:center;">***</p>
<p><strong>EL ME GATT</strong></p>
<p>di Ivan Della Mea</p>
<p>A l&#8217;han trovàa distes in mezz a i orti</p>
<p>i oeucc a eren ross e un poo sversàa</p>
<p>me piasaria savè chi l&#8217;è quel ostia</p>
<p>che al me gatt la panscia al g&#8217;ha sbusàa.</p>
<p>L&#8217;era insci bell, insci simpatich</p>
<p>negher e bianch, propri on belée</p>
<p>se ciapi quel che l&#8217;ha copàa</p>
<p>mi a pesciàa ghe s&#8217;ceppi &#8216;l dedrée.</p>
<p>I amis m&#8217;han dit «L&#8217;è stada la Ninetta</p>
<p>quella cont la gambetta sifolina</p>
<p>l&#8217;emm vista in mezz a i orti ier matina</p>
<p>che la lumava &#8216;l gatt cont on cortel».</p>
<p>L&#8217;è malmostosa, de bruta cera,</p>
<p>e l&#8217;ha g&#8217;ha on nas svisser e gross</p>
<p>vedella in gir fa propi péna</p>
<p>e tucc i fioeu ghe dann adoss.</p>
<p>Incoeu a l&#8217;hoo spetada in via Savona</p>
<p>dopo mezzdì, quand lee la torna a cà</p>
<p>ghe sont rivàa adrée a la barbona</p>
<p>e su la gamba giusta giò legnàa.</p>
<p>Hoo sentù on crach de ossa rott</p>
<p>l&#8217;è &#8216;ndada in terra come on fagott</p>
<p>lee la vosava «oi mamma mia»</p>
<p>me sont stremì, sont scapàa via</p>
<p>Stasera voo a dormì al riformatóri</p>
<p>in quel di Filangieri al numer duu</p>
<p>m&#8217;han dàa del teddy-boy, del brutt demoni</p>
<p>mi sont convint istess d&#8217;avegh reson.</p>
<p>Se g&#8217;hoo de divv, o brava gent</p>
<p>de la Ninetta me frega niént</p>
<p>l&#8217;è la giustissia che me fa tort</p>
<p>Ninetta è viva, ma el gatt l&#8217;è mort,</p>
<p>l&#8217;è la giustissia che me fa tort</p>
<p>Ninetta è viva, ma el gatt l&#8217;è mort.</p>
<p style="text-align:center;">***</p>
<p><strong>TE SE RICORDET GIOAN DE ME FRADEL </strong><br />
di Ivan Della Mea</p>
<p>Te se ricordet, Gioan, de me fradel<br />
de quand rivava al sabet de Milan<br />
e coi cavej an&#8217;mò bianch de segadura<br />
del Deposit Legnami Via Cenisio&#8230;<br />
Te se ricordet la famm foeura di dent<br />
ch&#8217;el gh&#8217;aveva e come el mangiava<br />
prima de &#8216;ndaa a la cà de la cultura.<br />
Quatordes luli, Gioan, del quarantott<br />
e a Togliatti g&#8217;han sparà in Parlament;<br />
el me visin, magutt: «A l&#8217;è &#8216;l moment<br />
de &#8216;ndà giò in piazza», &#8216;l diseva, e poeu la sira<br />
tacà la radio «Viva Bartali!» el vosava.<br />
«el Gir de Francia l&#8217;ha vinciuu, che campion!»,<br />
e i democristi han vinciuu i elezion.<br />
Riva el cinquanta, Gioan, l&#8217;Anno Santo<br />
cont la Madona su e giò per l&#8217;Italia,<br />
papa Pacelli l&#8217;ha fat el Giubileo:<br />
&#8220;santa crociata&#8221; contra i comunista,<br />
giò acqua santa e l&#8217;era on gran pregà&#8230;<br />
L&#8217;era &#8216;l cinquanta, Gioan, te se ricordet,<br />
l&#8217;era &#8216;l cinquanta &#8216;l Pavese &#8216;l s&#8217;è copaa.<br />
Te se ricordet, Gioan, de me fradel,<br />
l&#8217;è tornaa a cà ai des or de la sira,<br />
facia gialda e ugiai in fond al nas:<br />
«L&#8217;è mort Pavese», l&#8217;ha dit, «el s&#8217;è copaa»,<br />
e la vos la sonava ciara e dura;<br />
e l&#8217;ha mangiaa del grana e una pera<br />
prima de &#8216;ndà a la cà de la cultura&#8230;</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/milanointernazionale.wordpress.com/640/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/milanointernazionale.wordpress.com/640/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/milanointernazionale.wordpress.com/640/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/milanointernazionale.wordpress.com/640/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/milanointernazionale.wordpress.com/640/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/milanointernazionale.wordpress.com/640/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/milanointernazionale.wordpress.com/640/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/milanointernazionale.wordpress.com/640/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/milanointernazionale.wordpress.com/640/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/milanointernazionale.wordpress.com/640/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/milanointernazionale.wordpress.com/640/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/milanointernazionale.wordpress.com/640/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/milanointernazionale.wordpress.com/640/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/milanointernazionale.wordpress.com/640/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&#038;blog=7100082&#038;post=640&#038;subd=milanointernazionale&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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	</item>
		<item>
		<title>Quando Milano suona il blues: intervista a Fabio Treves</title>
		<link>http://milanointernazionale.it/2009/05/12/quando-milano-suona-il-blues-intervista-a-fabio-treves/</link>
		<comments>http://milanointernazionale.it/2009/05/12/quando-milano-suona-il-blues-intervista-a-fabio-treves/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 12 May 2009 11:24:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milanointernazionale</dc:creator>
				<category><![CDATA[=>   Storia, cultura, luoghi]]></category>
		<category><![CDATA[Blues]]></category>
		<category><![CDATA[Fabio Treves]]></category>
		<category><![CDATA[Musica]]></category>

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		<description><![CDATA[Ha portato il blues a Milano, facendo così un bellissimo regalo alla città. Fabio Treves, il bluesman milanese da oltre trent&#8217;anni sulla scena nazionale e internazionale ci parla, in questa intervista esclusiva a Milano Internazionale, della propria storia e di cosa vuole dire fare la &#8220;musica del diavolo&#8221; nella capitale lombarda (intervista a cura di [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&#038;blog=7100082&#038;post=504&#038;subd=milanointernazionale&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ha portato il blues a Milano, facendo così un bellissimo regalo alla città. Fabio Treves, il bluesman milanese da oltre trent&#8217;anni sulla scena nazionale e internazionale ci parla, in questa intervista esclusiva a Milano Internazionale, della propria storia e di cosa vuole dire fare la &#8220;musica del diavolo&#8221; nella capitale lombarda (intervista a cura di Alberto Busi e Andrea Ferrario)</p>
<p><span id="more-504"></span></p>
<p><strong>Ci racconti con alcune parole la tua storia di musicista? Cosa ha voluto dire per te crescere come musicista proprio a Milano?</strong></p>
<p>Sin da bambino a casa mia passavano vinili importanti di blues e jazz, mio padre era un vero e proprio culture di buona musica. Quando a meta` degli anni sessanta arrivarono anche in Italia i primi gruppi famosi inglesi (Who, Stones, Small Faces..) io mi ritrovai immerso in &#8220;sonorita`&#8221; che gia` mi appartenevano in quanto quegli artisti (British Blues Revival) cercavano di riprendere le radici della musica nera&#8230; poi arrivo` anche John Mayall e per me fu la &#8220;luce&#8221;! Nel 1974 fondai la Treves Blues Band (TBB) e davvero non fu un esordio facile&#8230; Bollato da una certa critica&#8221;bacchettona e pignola&#8221; come musica di serie B, cercai in ogni modo di suonare, dovunque, perche` capivo che la mia passione era vera e genuina, e che anch&#8217;io mi sentivo in missione per conto del blues&#8230; A Milano, poi, come nel resto del paese il blues era proprio &#8220;qualcosa che non si sapeva cosa fosse&#8221;! E poi molti lo confondevano con il jazz che gia` aveva il suo circuito ed i suoi estimatori, ma anche in questo caso ci snobbavano e ci etichettavano come dei &#8220;poveri rocchettoni&#8221;&#8230; Insomma dovunque andassimo si faceva comunque fatica&#8230;</p>
<p><strong>Il blues è una musica dalle radici profondamente afroamericane. Come si concilia con il tuo essere un artista italiano e milanese?</strong></p>
<p>Certamente il blues non nasce sulle rive del Po, ma come certi cantanti di colore cantano le arie di Verdi , perche` un musicista di Lambrate non poteva (puo`) cantare il blues? Non ho mai amato i &#8220;ghetti&#8221; e il blues, con le sue tante storie di vita, e` l&#8217;antitesi di chiusure ed etichettature, ormai il blues, storicamente, e` un linguaggio universale, uno stato mentale, una filosofia di vita&#8230; la vita stessa, quindi ognuno la racconta come crede e come la vive&#8230; Nessuno di noi musicisti italiani o bianchi ha mai pensato di attribuirsi primogeniture, ci mancherebbe! Ma se in Italia oggi esistono centinaia di blues festival, lo si deve al lavoro, alla passione e alla coerenza dei tanti che hanno iniziato il loro cammino molti anni fa&#8230;Tributando, sera dopo sera il proprio personale omaggio alla musica dei grandi padri fondatori: Muddy Waters, Willy Dixon, Elmore James, Sonny Boy Williamson, John Lee Hooker, BB King ecc&#8230;</p>
<p><strong>Come sono cambiati dai tuoi esordi a oggi il fare musica, il sistema di commercializzazione della musica e la citta` in cui hai cominciato?</strong></p>
<p>E&#8217; cambiato tanto parlando di negozi, di internet, di comunicazione in tempo reale, di archivi, di modo di farsi una cultura da casa, di conoscenza in senso lato del blues, ci sono piu` riviste musicali che trattano anche di blues (ma di riviste di settore rimane solo ed esclusivamente lo storico trimestrale &#8220;Il Blues&#8221; (<a href="http://www.ilbluesmagazine.it/home/main.htm" target="_blank">www.ilbluesmagazine.it/home/main.htm</a> ) diretto dall&#8217;amico Marino Grandi&#8230;), ci sono piu` scuole di musica dove ci sono anche corsi di chitarra ed armonica blues&#8230; ma di fondo Milano e` molto &#8220;provinciale&#8221;&#8230; nel senso piu` negativo&#8230; Ancora non c&#8217;e` da parte dei &#8220;media&#8221; quell&#8217;attenzione che mostrano nei confronti della musica commerciale o che si vede in TV&#8230; Per fortuna, e lo dico per esperienza diretta, esistono migliaia di realta` di giovani bands emergenti che si avvicinano alla musica in maniera onesta e semplice, avendo in mente la fatica ed il sudore e non il palcoscenico di Amici o di X Factor&#8230; Chi incide un Cd di Blues al 99% se lo autoproduce e non e` neanche interessato a &#8220;vendere&#8221; o a fare soldi. Quando si recuperano i soldi investiti e si riesce ad arrivare a suonare in giro, magari a qualche festival importante, e` gia` un buon successo ed un buon risultato. Il blues e` fare la gavetta, e` suonare per la gente che vuole divertirsi senza &#8220;sballo&#8221; e sensazioni forti&#8230; Il blues e` gia` di per se` una sensazione forte, unica e poderosa!</p>
<p><strong>Ci parli del tuo lavoro piu` recente? Quali saranno i tuoi prossimi concerti?</strong></p>
<p>E&#8217; stato un bel doppio live registrato a Spaziomusica di Pavia, un piccolo ma prestigiosissimo club che ha ospitato i nomi piu` importanti del panorama blues internazionale negli ultimi 20 anni, ed il fatto che un posto cosi` sia a Pavia e non nella &#8220;Milano europea&#8221; la dice lunga&#8230; In questo lavoro c&#8217;e` la sotoria recente e non della band. Abbiamo anche un fan Club, e questo, potra` far sorridere qualcuno, ma e` qualcosa di bello e &#8220;toccante&#8221;&#8230; vedere gente che ci segue con il banchetto ad ogni concerto mi riconferma nella mia scelta iniziale di tanti anni fa&#8230; (<a href="http://www.tbbfanclub.com">www.tbbfanclub.com</a> ). Ci sono sempre piu` giovani ai concerti della TBB e questo mi fa ben sperare per il futuro del blues , non solo di quello targato Italia. Per la quinta volta la Provincia di Milano, organizza Blues in Idro (si veda qui sotto il programma &#8211; NdR), una rassegna che ogni anno presenta bei nomi famosi e realta` emergenti&#8230; ed anche questo, permettetemi, con i tempi che corrono, non e` &#8220;cosa&#8221; di poco conto! Insomma il blues non si ferma e non si riposa&#8230; un po` come la TREVES BLUES BAND&#8230;Spero di vedere numerosi e nuovi &#8220;adepti&#8221; al prossimo concerto,andate a visitare il sito della TBB,anche per sapere dove suona: <a href="http://www.trevesbluesband.com/">www.trevesbluesband.com</a></p>
<p><strong>BLUES IN IDRO 2009 </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<table border="1" cellspacing="0" cellpadding="0" width="100%">
<tbody>
<tr>
<td width="20%" valign="top"><strong> DATA</strong></td>
<td width="79%" valign="top"><strong> ARTISTI</strong></td>
</tr>
<tr>
<td width="20%"><strong> 20/5/2009</strong></td>
<td width="79%"><strong>CAVA BLUES BAND </strong></p>
<p><strong>DR. SUNFLOWER JUG BAND </strong></td>
</tr>
<tr>
<td width="20%"><strong> 27/5/2009</strong></td>
<td width="79%" valign="top"><strong>FRANCESCO PIU</strong></p>
<p><strong>TOLO MARTON  VINTAGE TRIO </strong></td>
</tr>
<tr>
<td width="20%"><strong> 10/6/2009</strong></td>
<td width="79%"><strong>CIGARBALBLUS</strong></p>
<p><strong>TEA SPOON QUARTET </strong></td>
</tr>
<tr>
<td width="20%"><strong> 17/6/2009</strong></td>
<td width="79%" valign="top"><strong>BATON ROUGE</strong></p>
<p><strong>ROY YOUNG    BAND </strong></td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>I CONCERTI SI SVOLGONO ALL’IDROSCALO DI  MILANO</strong></p>
<p><strong>C/O LA  “SALA AZZURRA”  &#8211; Punta Est</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>INIZIO CONCERTI ORE 21.00</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>INGRESSO GRATUITO</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Keep on bluesin’ …..</strong></p>
<p><strong><a href="http://milanointernazionale.files.wordpress.com/2009/05/big-harp.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-507" title="Big harp" src="http://milanointernazionale.files.wordpress.com/2009/05/big-harp.jpg?w=222&h=300" alt="Big harp" width="222" height="300" /></a><br />
</strong></p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/milanointernazionale.wordpress.com/504/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/milanointernazionale.wordpress.com/504/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/milanointernazionale.wordpress.com/504/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/milanointernazionale.wordpress.com/504/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/milanointernazionale.wordpress.com/504/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/milanointernazionale.wordpress.com/504/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/milanointernazionale.wordpress.com/504/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/milanointernazionale.wordpress.com/504/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/milanointernazionale.wordpress.com/504/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/milanointernazionale.wordpress.com/504/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/milanointernazionale.wordpress.com/504/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/milanointernazionale.wordpress.com/504/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/milanointernazionale.wordpress.com/504/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/milanointernazionale.wordpress.com/504/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&#038;blog=7100082&#038;post=504&#038;subd=milanointernazionale&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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	</item>
		<item>
		<title>L&#8217;Internazionale a Milano: gli Area tra musica e rivoluzione</title>
		<link>http://milanointernazionale.it/2009/03/26/linternazionale-a-milano-gli-area-tra-musica-e-rivoluzione/</link>
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		<pubDate>Thu, 26 Mar 2009 12:47:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milanointernazionale</dc:creator>
				<category><![CDATA[=>   Storia, cultura, luoghi]]></category>
		<category><![CDATA[Area]]></category>
		<category><![CDATA[Musica]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;Internazionale a Milano: gli Area tra musica e rivoluzione Recensione collettiva (a cura di Andrea Ferrario) di: - Gianpaolo Chiriacò, &#8220;Area. Musica e rivoluzione&#8221;, Stampa Alternativa, 2005, 115 pagine, 18,00 euro (con CD &#8220;Parco Lambro 1976&#8243;) - Patrizio Fariselli, &#8220;Storie elettriche&#8221;, Auditorium, 2008, 186 pagine, 12,50 euro A distanza di 30 anni dalla morte di [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&#038;blog=7100082&#038;post=396&#038;subd=milanointernazionale&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal"><strong>L&#8217;Internazionale a Milano: gli Area tra musica e rivoluzione</strong></p>
<p class="MsoNormal"><strong> </strong></p>
<p class="MsoNormal"><em><strong>Recensione collettiva (a cura di Andrea Ferrario) di:</strong></em></p>
<p class="MsoNormal"><em><strong> </strong></em></p>
<p class="MsoNormal"><em><strong>- Gianpaolo Chiriacò, &#8220;Area. Musica e rivoluzione&#8221;, Stampa Alternativa, 2005, 115 pagine, 18,00 euro (con CD &#8220;Parco Lambro 1976&#8243;)</strong></em></p>
<p class="MsoNormal"><em><strong>- Patrizio Fariselli, &#8220;Storie elettriche&#8221;, Auditorium, 2008, 186 pagine, 12,50 euro</strong></em></p>
<p class="MsoNormal"><span id="more-396"></span></p>
<p class="MsoNormal">A distanza di 30 anni dalla morte di Demetrio Stratos (l&#8217;anniversario esatto cadrà nel giugno di quest&#8217;anno) l&#8217;esperienza musicale e politica degli Area, il gruppo del quale era il cantante, rimane ancora del tutto attuale e resta uno dei capitoli più importanti della storia creativa di Milano. Nonostante nessuno di loro fosse originario della città (Stratos era greco e proveniva dall&#8217;Egitto, gli altri membri del gruppo provenivano quasi tutti dall&#8217;Emilia-Romagna), Milano è stata al centro della loro esperienza creativa, come testimoniano tra l&#8217;altro anche i due libri che recensiamo. A Milano infatti gli Area hanno trovato una base e un contesto politico e sociale ideali, e nella città hanno tenuto alcuni dei concerti più importanti della loro storia: dal loro primo &#8220;successo&#8221; pubblico come gruppo di apertura a un concerto di Joan Baez nel 1974 al Vigorelli, fino alle esibizioni ai Festival del Parco Lambro e al &#8220;concerto di rottura&#8221; del 1976 nell&#8217;Università Statale occupata. Senza contare che a Milano hanno incontrato il loro discografico (di fatto membro del gruppo) Gianni Sassi e che a Milano si è svolto nel 1979 il grande concerto in memoria di Demetrio Stratos. Lo conferma Fariselli, tastierista del gruppo, nel suo libro: &#8220;La Milano di allora era molto diversa da quella di oggi, manteneva ancora un forte carattere popolare ed era una città culturalmente vivace; era il terreno ideale per far crescere un gruppo come il nostro&#8221;, e ancora, a proposito del concerto del 1974 al Vigorelli, &#8220;da quel giorno Milano ci adottò e ci volle (quasi) sempre bene&#8221;.</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">Gli Area spiccano nel panorama musicale italiano degli anni settanta per avere infranto un contesto rigidamente segnato dai confini del pop commerciale, della canzone d&#8217;autore e del progressive &#8220;sinfonico-melodico&#8221;. Le armi che hanno utilizzato (&#8220;il mio mitra è un contrabbasso che ti spara sulla faccia&#8221;, così canta Stratos in &#8220;Gioia e rivoluzione&#8221;) sono state la capacità tecnica e la preparazione musicale, la consapevolezza politica e creativa, il rifiuto di ogni ortodossia e la passione per la libera inventività. Il &#8220;collettivo musicale&#8221; Area nasce più precisamente nel 1972 su iniziativa dell&#8217;esperto batterista Giulio Capiozzo, interessato a provare &#8220;roba nuova&#8221;, come ha detto lui stesso, al quale si è unito subito Demetrio Stratos (voce e tastiere), che aveva già una lunga esperienza come cantante di rhythm&#8217;n'blues (bellissima la sua voce in &#8220;Pugni chiusi&#8221; dei Ribelli). Al gruppo si uniscono poi il tastierista Patrizio Fariselli, Paolo Tofani alla chitarra e al sintetizzatore, il bassista Patrick Djivas e il sassofonista Eddy Busnello: è la formazione che darà vita nel 1973 al primo album &#8220;Arbeit Macht Frei&#8221;, dopo l&#8217;incontro con Gianni Sassi che aveva appena dato vita alla casa discografica Cramps e che apporterà un contributo decisivo al gruppo avvicinandolo alle tematiche delle avanguardie. A cominciare dal titolo (che ha fatto correre per un certo periodo la voce che gli Area fossero dei neonazisti!) e fino alla pistola P38 di cartone allegata all&#8217;album o al titolo del brano di impatto più diretto (&#8220;Luglio, agosto, settembre (nero)&#8221;), il disco si propone con un&#8217;immagine provocatoria, ma come precisa opportunamente Chiriacò, per gli Area la provocazione non è mai fine a se stessa. L&#8217;album si discosta radicalmente dal contesto sonoro dell&#8217;epoca. Per citare ancora le parole di Chiriacò: &#8220;i brani presenti in &#8216;Arbeit Macht Frei&#8217; offrono immediatamente una grande varietà di forme, timbri e ritmi: si tratta di composizione aperte, sorte dal rifiuto dei limiti della forma canzone e dall&#8217;esplorazione di numerosi linguaggi. Elementi mutuati dal jazz, dalla musica concreta e dalle melodie balcaniche si possono rintracciare, miscelati tra loro, sin dalle prime note. [...] La pervicace ricerca ritmica rispecchia inoltre, come un preciso corrispettivo musicale, la volontà politica di superare convenzioni sociali e comode gabbie ideologiche&#8221;. Una musica antidogmatica, &#8220;un invito alla consapevolezza&#8221; (per usare le parole di Fariselli) reso più incisivo dai testi dei brani e dal canto originale di Stratos. Solo sei mesi dopo, nel 1974, e dopo un periodo di crisi conseguente all&#8217;abbandono di Patrick Djivas e di Eddy Busnello, gli Area pubblicano il secondo album, &#8220;Caution Radiation Area&#8221;, dopo avere accolto tra le loro fila il bassista Ares Tavolazzi e avere dato vita alla formazione definitiva del gruppo. L&#8217;apporto di Tavolazzi è fondamentale, la sua perfetta intesa con il batterista Capiozzo rende ancora più incisive le sezioni ritmiche e il gruppo si può lanciare anche sul terreno dell&#8217;improvvisazione. Si tratta di un album di ascolto più difficile rispetto al primo e che spinge maggiormente verso la sperimentazione. Il brano &#8220;Lobotomia&#8221;, nato da un&#8217;idea di Gianni Sassi, si spinge fino ai limiti dell&#8217;inascoltabilità e diventerà per gli Area un&#8217;occasione per la realizzazione di happening dal vivo. Nel 1975 esce l&#8217;album &#8220;Crac!&#8221;, dopo un&#8217;intensa attività di concerti in tutta Italia. Gli Area hanno trovato nel movimento, nelle feste del proletariato giovanile il loro interlocutore, un&#8217;evoluzione che si riflette in un brano gioioso e diretto, sia nella musica che nei testi, come &#8220;Gioia e rivoluzione&#8221; e nell&#8217;ironia recitata di &#8220;La mela di Odessa&#8221;. Nello stesso anno esce anche il live &#8220;Are(A)zione&#8221;, con una stupenda esecuzione critica e destrutturata dell&#8217;Internazionale. Un anno dopo è la volta di &#8220;Maledetti&#8221;, &#8220;un&#8217;operazione concettuale, di fanta-sociopolitica&#8221;, frutto di un contesto sociale contraddistinto dalla &#8220;voglia di creare nuovi rapporti interpersonali che trascendessero i normali legami economici o familiari, nuovi modi e stili di vita [...] la volontà di liberarsi dalle oppressioni della storia e del potere&#8221;, che culmina in un brano come &#8220;Caos parte seconda&#8221;. Gli Area, come anche in alcuni concerti, si aprono alla collaborazione di altri musicisti (dal sassofonista Steve Lacy al quartetto d&#8217;archi di Umberto Benedetti Michelangeli). Nel 1977, dopo l&#8217;abbandono di Paolo Tofani e la fine dei rapporti con la Cramps di Gianni Sassi, esce l&#8217;ultimo album del gruppo, &#8220;1978 Gli dei se ne vanno gli arrabbiati restano&#8221;. L&#8217;anno è cruciale, l&#8217;atmosfera di festa e gioia che permeava il movimento si è dissolta, all&#8217;orizzonte, anche se allora era difficile intuirlo, c&#8217;è già la svolta degli anni &#8217;80. &#8220;La volontà di disgregare ogni costruzione ideologica&#8221;, scrive Chiriacò, &#8220;permea tutti gli elementi del disco. Se ne può avere la certezza a partire dalla scelta del titolo, che rimanda decisamente alla caduta dei miti eretti, o rispolverati, un decennio prima e ormai definitivamente affogati nel gorgo del 1977&#8243;. Lo si riscontra in brani come &#8220;Return from Workuta&#8221; e &#8220;Guardati dal mese vicino all&#8217;aprile&#8221;, o in un pezzo precorritore dei tempi come &#8220;Vodka Cola&#8221;, nel contesto complessivo di un album musicalmente più agile e strutturato rispetto ai precedenti. Dopo quest&#8217;ultimo disco gli Area si dividono: Fariselli, Tavolazzi e Capiozzo si orientano maggiormente verso il jazz (pubblicheranno con il nome Area ancora due album: &#8220;Tic&amp;Tac&#8221; nel 1981 e &#8220;Chernobyl 7991&#8243; nel 1997), Stratos prosegue la collaborazione con la Cramps nell&#8217;ambito della sperimentazione vocale. Nel 1979 però si ammala di aplasia midollare dilagante, gli amici organizzano per il 14 giugno un grande concerto all&#8217;Arena di Milano finalizzato a raccogliere fondi per le sue cure, ma il giorno prima Demetrio Stratos muore a New York e il concerto si trasforma in una commemorazione del grande musicista e, per inciso, è anche l&#8217;ultimo della stagione dei grandi concerti collettivi in Italia.</p>
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<p class="MsoNormal">Questa a brevi linee la storia degli Area attraverso i loro album (ma va ricordato che, oltre ai vari <span> </span>album incisi dai singoli membri del gruppo e in particolare quelli numerosi di Demetrio Stratos, sono usciti postumi alcuni live come &#8220;Event &#8217;76&#8243; e &#8220;Concerto al Teatro Uomo&#8221;). Il libro di Chiriacò scava però molto più profondamente nella produzione musicale del gruppo, ivi compresa quella dal vivo, e nei suoi orientamenti politici, inscindibili dalla sua esperienza creativa. L&#8217;analisi del linguaggio musicale degli Area che l&#8217;autore fa nella seconda parte del libro è particolarmente interessante e porta alla luce alcuni elementi caratterizzanti e ricorrenti nei loro album, più precisamente il carattere mediterraneo, l&#8217;impronta jazzistica, le composizioni &#8220;in forma estesa&#8221;, il recitativo frammentato, l&#8217;operazione concettuale, la forma (quasi) canzone. Il libro è completato da una documentazione che va dai volantini dell&#8217;epoca, fino alle recensioni e alle interviste, e al cd allegato con registrazioni dal Festival del Parco Lambro del 1976. Chiriacò ha fatto, pur nella brevità del suo testo, un lavoro molto utile di analisi musicale e ricostruzione storica, senza mai cadere nella trappola del discorso sterilmente celebrativo, come purtroppo accade spesso nei libri sui musicisti rock, ma anche senza perdersi in superflui cerebralismi. Il libro di Patrizio Fariselli, tastierista del gruppo, è invece un libro di ricordi, pieno di vita e leggero nel migliore senso della parola. La sua scrittura è immediata e divertente, come quando racconta di un giorno in cui lui e Stratos erano &#8220;stanchi come se avessimo dovuto trascinare un blocco di pietra per la costruzione di una piramide in un film di Cecil B. De Mille&#8221;, o come quando racconta dell&#8217;incriminazione da parte dei carabinieri per &#8220;abuso di strumenti musicali&#8221; dopo un concerto al centro sociale Leoncavallo di Milano&#8221;, oppure ancora quando, ricordando il proprio servizio militare, descrive un maresciallo fascistone che faceva il bagno lavandosi con il Vim Clorex. Dal libro traspare l&#8217;atmosfera gioiosa che, pur tra mille fatiche e difficoltà, ha contraddistinto l&#8217;esperienza degli Area permeandone la musica. Ma il testo di Farinelli ci consente anche di capire più a fondo la portata politica e musicale della storia degli Area, e lo fa fin dalle primissime pagine: &#8220;Fu la musica il motore di quanto sto per raccontare, ovvero dell&#8217;irriducibile desiderio di alcuni ragazzi di praticare la propria arte senza compromessi. Lo show business avrebbe voluto che suonassimo in chiave di denaro, senz&#8217;altro scopo se non quello di compiacere il maggior numero di persone e vendere il più possibile. La sinistra ortodossa premeva per l&#8217;arte al servizio delle masse e tendeva a liquidare la complessità formale come &#8216;cervellotica antipopolare&#8217;. Noi eravamo determinati a seguire esclusivamente la nostra ispirazione e a fare i conti soltanto con il nostro talento. In un&#8217;epoca in cui tutti vogliono qualcosa da te, questo atteggiamento è già di per sé rivoluzionario&#8221;. Leggendo il suo libro scopriamo come sono nati pezzi fondamentali come &#8220;Lobotomia&#8221;, &#8220;Caos parte seconda&#8221; e l&#8217;&#8221;Internazionale&#8221;. L&#8217;esecuzione di quest&#8217;ultima al Festival del Parco Lambro viene (giustamente) paragonata da Fariselli alla &#8220;Star Spangled Banner&#8221; eseguita da Jimi Hendrix a Woodstock, con un&#8217;aggiunta importante: &#8220;la dissoluzione musicale dell&#8217;inno dei lavoratori suonò come presagio della successiva trasformazione degli eventi e delle idee&#8221;. &#8220;Storie elettriche&#8221; ci consente poi di respirare l&#8217;atmosfera dei concerti dal vivo degli Area, visti dalla parte del palco. Ma è anche una testimonianza dell&#8217;incredibile energia e dell&#8217;attivismo del collettivo musicale, impegnato dentro il movimento, sempre disponibile a sostenere le iniziative politiche e le radio libere. Il loro impegno era davvero a tutto campo: in alcune pagine molto belle Fariselli racconta per esempio dell&#8217;esperienza sua e di Stratos nelle scuole elementari e medie dove si erano recati per parlare di musica agli alunni (&#8220;nelle nostre incursioni volevamo lasciare un segno, un ricordo che funzionasse da metro di paragone, per quando, crescendo, i ragazzi si sarebbero confrontati con l&#8217;omologazione e la mediocrità della musica commerciale di intrattenimento&#8221;), o del concerto a Trieste nell&#8217;ospedale psichiatrico diretto da Franco Basaglia, su invito di quest&#8217;ultimo. Una storia, quella degli Area, che trova un seguito anche nella successiva produzione di Fariselli (per esempio nel suo bell&#8217;album &#8220;Area, variazioni per pianoforte&#8221;) e nelle attività che egli ha svolto negli ultimi anni, dalla composizione, alle collaborazioni nell&#8217;ambito del teatro e del balletto, alle esperienze in una trasmissione tv per bambini.</p>
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<p class="MsoNormal">Nel complesso, i due libri riportano in vita in tutta la sua attualità l&#8217;esperienza di un gruppo che, tra le altre cose, ha scritto alcune delle pagine più belle ed entusiasmanti della creatività di Milano, prima che prendessero definitivamente il sopravvento i suoni &#8220;in chiave di denaro&#8221;.</p>
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