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	<title>Milano Internazionale &#187; Pedemontana</title>
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		<title>Sul filo del rasoio</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Dec 2009 14:38:48 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Andrea Ferrario A Milano la bolla finanziaria e immobiliare è stata messa in standby. Da Risanamento salvata (per ora) dal fallimento, fino agli aumenti di capitale, alle fusioni societarie e agli esercizi provvisori del bilancio, si sta cercando di mettere in qualche modo una pezza a una situazione che permane pesantissima e appare ancora [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&#038;blog=7100082&#038;post=875&#038;subd=milanointernazionale&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Andrea Ferrario</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>A Milano la bolla finanziaria e immobiliare è stata messa in standby. Da Risanamento salvata (per ora) dal fallimento, fino agli aumenti di capitale, alle fusioni societarie e agli esercizi provvisori del bilancio, si sta cercando di mettere in qualche modo una pezza a una situazione che permane pesantissima e appare ancora senza vie di uscita. Un aggiornamento del nostro speciale in tre puntate &#8220;La bolla che deve ancora scoppiare&#8221;</strong>.</p>
<p><span id="more-875"></span></p>
<p>La bolla immobiliare e finanziaria milanese che deve ancora scoppiare (si veda il nostro speciale in tre puntate: <strong><a href="http://milanointernazionale.it/2009/10/23/la-bolla-che-deve-ancora-scoppiare-1/" target="_blank">Parte 1</a>, <a href="http://milanointernazionale.it/2009/10/27/la-bolla-che-deve-ancora-scoppiare-2/" target="_blank">Parte 2</a>, <a href="http://milanointernazionale.it/2009/10/29/la-bolla-che-deve-ancora-scoppiare-3/" target="_blank">Parte 3</a></strong>) continua a pendere come una spada di Damocle sulla città. Gli sviluppi dell&#8217;ultimo mese vanno quasi tutti in un&#8217;unica direzione, quella degli sforzi per mettere una pezza temporanea a una situazione potenzialmente esplosiva. Da Risanamento che è stata salvata dal fallimento, ma viene tenuta sotto stretta osservazione, all&#8217;aumento di capitale di Citylife che evita l&#8217;arresto dei cantieri, ma non garantisce la futura realizzazione del progetto, alle spese autorizzate dal Cipe per Expo e Pedemontana, che non costituiscono però un&#8217;effettiva erogazione dei fondi, alle manovre per porre rimedio in qualche modo ai problemi di Pirelli Re e a quelli dell&#8217;immobiliare Statuto, fino a quelle del Comune per tappare i grandi buchi apertisi nel bilancio, tutto parla di un frenetico lavoro per rimandare nel tempo lo sgonfiarsi della bolla. Nel momento in cui scriviamo il mondo finanziario globale trema per il possibile crack del Dubai e per i suoi 59 miliardi di debiti, un segno che la crisi è ancora molto lontana dall&#8217;essersi esaurita &#8211; anche se nessuno lo dice, la bolla milanese non è poi così lontana, in termini di volumi di denaro in gioco, da quella dell&#8217;emirato arabo.</p>
<p>RISANAMENTO SOTTO OSSERVAZIONE</p>
<p>Cominciamo la nostra rassegna degli sviluppi più recenti dal caso più rilevante, quello di <strong>Risanamento</strong>. Il 10 novembre il Tribunale di Milano ha respinto la richiesta di fallimento per la società immobiliare di Luigi Zunino, ritenendo che il piano di salvataggio delle banche sia idoneo a escludere lo stato di insolvenza. Un giro di parole dei giudici illustra tuttavia chiaramente come dietro alla decisione di non avviare il fallimento ci sia comunque una forte dose di incertezza: l&#8217;ipotesi di vendere le aree Falck a Sesto San Giovanni per 450 milioni e di cedere un&#8217;ampia quota di Santa Giulia vengono definite dai giudici &#8220;non manifestamente illogiche&#8221;, una frase alquanto tortuosa, come d&#8217;altronde un&#8217;altra frase, e cioè il &#8220;non appaiono poco probabili&#8221; usato in relazione alle ipotesi sulla capacità del piano delle banche di generare liquidità a breve termine. I giudici hanno poi riconosciuto che la richiesta di fallimento dei pm ha &#8220;inibito l&#8217;eventuale tentazione di ricorrere a metodi estemporanei o poco trasparenti di composizione della crisi&#8221;, parole che, seppure indirettamente, sono molto pesanti nei confronti delle banche. Inoltre, come osserva il Sole 24 Ore, la decisione del tribunale resta avvolta da incertezza: d&#8217;ora in avanti &#8220;sarà necessario un monitoraggio costante della società&#8221; e saranno i pm, continuano i giudici, che dovranno effettuare &#8220;un&#8217;attenta vigilanza sulla regolare attuazione degli accordi di ristrutturazione&#8221;. Frasi che equivalgono a dire che le banche hanno ottenuto il respingimento del fallimento, ma saranno sottoposte alla stretta sorveglianza dell&#8217;ufficio dei pubblici ministeri. D&#8217;altronde, come prosegue lo stesso quotidiano, il decreto dei giudici sottolinea che rimangono per il futuro &#8220;inevitabili fattori di rischio&#8221;, come l&#8217;andamento dell&#8217;economia e del settore immobiliare o le inchieste giudiziarie che hanno interessato Santa Giulia &#8211; tant&#8217;è che i giudici mettono le mani avanti sottolineando che il tribunale si limita a considerare &#8220;le circostanze fin qui documentate&#8221; e non può prevedere il futuro. La Repubblica si spinge ancora più in là commentando: &#8220;come dire che il fallimento, schivato oggi, potrebbe anche essere nuovamente chiesto in futuro&#8221;.</p>
<p>La pubblicazione dei conti di Risanamento al terzo trimestre 2009, solo pochi giorni dopo la decisione dei giudici, ha non a caso portato alla luce un notevole peggioramento della posizione della società. La perdita netta è di oltre 213 milioni di euro, in peggioramento del 26% rispetto allo stesso periodo dell&#8217;anno precedente, mentre il risultato operativo è calato addirittura del 112%. La posizione finanziaria netta è in profondissimo rosso e in peggioramento: -2,85 miliardi di euro rispetto ai -2,63 del 2008. Intanto la holding personale di Zunino ha deciso di mettere sul mercato immobili, per la maggior parte a Milano, al fine di fare fronte a parte del debito verso le banche. Sul mercato dovrebbero quindi riversarsi vendite per 194 milioni di euro, che copriranno solo parte dei 431 milioni dovuti agli istituti finanziari, che hanno già messo in conto una perdita del 55%. Nel frattempo è stato deciso che Risanamento sarà guidata da Claudio Calabi, che lascia la poltrona di ad del Sole 24 Ore, mentre per sbloccare la situazione di Santa Giulia, resa ancora più complicata da alcuni articoli del Giornale in cui si avanza l&#8217;ipotesi che i terreni su cui è stata costruita non siano stati bonificati a norma, vengono avanzate due soluzioni: la creazione di un fondo immobiliare e l&#8217;intervento di soccorso del Comune di Milano con la decisione di insediarvi la &#8220;cittadella della giustizia&#8221; in modo tale da aumentarne l&#8217;appetibilità. In questi giorni in cui gli Emirati arabi sono sull&#8217;orlo del crack (guarda caso, originato dalla speculazione immobiliare) sorge poi spontaneo a proposito di Risanamento un pensiero davvero malizioso: meno di un anno fa per la società di Zunino sembrava imminente l&#8217;uscita dalla crisi tramite la vendita delle aree e del progetto Falck al fondo Dubai Limitless (un &#8220;limitless&#8221;, cioè &#8220;senza limite&#8221;, che alla luce degli ultimi sviluppi suona alquanto inquietante&#8230;), ipotesi poi rientrata all&#8217;ultimo secondo. Cosa ne sarebbe oggi di quell&#8217;enorme area e di quel progetto miliardario, con Dubai che sta andando a picco? Su tutta la vicenda Risanamento ha scritto parole molto precise e dure Massimo Mucchetti sul Corriere della Sera dell&#8217;11 novembre: &#8220;La fine dell&#8217;impero di Luigi Zunino pone una questione più generale: la bolla edilizia, chi l&#8217;ha alimentata e finanziata, chi aveva la cultura per denunciarla e invece discetta degli alberi in piazza del Duomo. La bolla edilizia non è un affare da furbetti del quartierino. E&#8217; la conseguenza della privatizzazione non dichiarata dell&#8217;urbanistica. [...] Gli immobiliaristi hanno avviato progetti assai ambiziosi nel quadro di piani di governo del territorio (i piani regolatori generali di un tempo) che prevedono grandi aumenti delle volumetrie. Strumenti urbanistici e investimenti privati sono il risultato di trattative tra giunte, costruttori e immobiliaristi, con i consigli comunali imbrigliati dal conformismo di maggioranza blindate e opposizioni ideologiche o cooptate, dunque incapaci di esercitare il controllo. [...] E le banche credono all&#8217;incredibile prima perché la rendita fondiaria in tal modo creata rivaluta le garanzie ricevute dalle vecchie industrie, e poi perché, per interposti Zunini, entrano nella gestione delle città. E le star dell&#8217;architettura, immemori dell&#8217;urbanistica, firmano e tacciono sulla sostenibilità dei progetti&#8221;.</p>
<p>UNA NUOVA POTENZIALE MINA</p>
<p>Messa in standby la bomba a orologeria della Risanamento spunta subito una &#8220;nuova potenziale mina da almeno 1 miliardo di euro nei confronti delle banche esposte&#8221;, come hanno scritto Luca Fornovo e Gianluca Paolucci sulla Stampa. Si tratta della pesante situazione dell&#8217;immobiliarista campano <strong>Giuseppe Statuto</strong>, che ha interessi soprattutto a Milano. Il suo gruppo, come riferisce il Sole 24 Ore del 21 novembre, è in difficoltà e ha un&#8217;esposizione di 1,2 miliardi di euro nei confronti del Banco Popolare, che è giunto a un&#8217;intesa con l&#8217;immobiliarista per dimezzarla a 648 milioni. Prima dello scoppio della bolla Statuto aveva inoltre contratto debiti per 250 milioni di euro con Merrill Lynch per l&#8217;acquisto dell&#8217;hotel Four Season a Milano e per 400 milioni di euro con l&#8217;ex Lehman Brothers per alcuni sviluppi immobiliari nella capitale lombarda. Ma ora Statuto non riesce a fare cassa vendendo i propri immobili a un prezzo soddisfacente per fare fronte ai suoi debiti. A inizio novembre sono stati poi pubblicati i dati di <strong>Pirelli Re</strong> per il primi nove mesi del 2009, dopo l&#8217;aumento di capitale e l&#8217;ottenimento di nuove linee di credito per 320 milioni di euro. Nel corso dei tre trimestri Pirelli Re ha perso quasi 58 milioni di euro rispetto ai quasi 13 dello stesso periodo 2008, mentre il risultato operativo è passato da un utile di 22,4 milioni a un passivo di 30,2 milioni. A metà novembre è stato ufficialmente annunciato che è allo studio una fusione di Pirelli Re con la <strong>Fimit</strong> (Fondi Immobiliari Italiani) guidata da Massimo Caputi (su di lui, e in generale sul connubio banche-mattone si veda l&#8217;inchiesta &#8220;<a href="http://www.fiaip.it/ecostampa/utility/imgrs.asp?numart=OAPD2&amp;annart=2009&amp;numpag=1&amp;tipcod=0&amp;tipimm=0&amp;defimm=1&amp;tipnav=1&amp;isjpg=S&amp;usekey=A9HAQJ43" target="_blank">Banche al ballo del mattone</a>&#8221; di Vittorio Malagutti, pubblicata dall&#8217;Espresso). Pirelli si libererebbe così dal suo braccio immobiliare in difficoltà, che ha in gestione un portafoglio di asset immobiliari da 5,7 miliardi di euro, che insieme a Fimit (gestisce 13 fondi immobiliari per un totale di 4,7 miliardi di euro) darebbe vita a una grande società di finanza immobiliare concentrata prevalentemente sulla gestione e i servizi. Fimit ha come propri soci quattro grandi enti di previdenza, che vanno dall&#8217;Inpdap, dipendenti pubblici e 3,6 milioni di iscritti, ad altri enti previdenziali del settore commercio, sport e spettacolo, ingegneri e architetti che hanno un totale di 700.000 iscritti. Le casse di previdenza corrono non pochi rischi puntando sulla finanza immobiliare. Lo testimonia il caso di Fasc Immobiliare, veicolo della cassa di previdenza degli spedizionieri che gestisce svariati immobili di pregio a Milano e che fa affari tra gli altri con il Gruppo Statuto. Attualmente i debiti finanziari verso Fasc ammontano a ben 173 milioni di euro.</p>
<p>CITYLIFE COSTA CARA</p>
<p>Meno di un paio di settimane prima della decisione dei giudici relativa a Risanamento si sono avuti due nuovi sviluppi, apparentemente positivi, anche per <strong>Citylife</strong>. Il 28 ottobre il cda della società che gestisce il progetto sull&#8217;area ex Fiera ha deciso un aumento di capitale di 105 milioni di euro, una decisione che deve essere costata molta fatica ad alcuni dei soci, come Ligresti e Toti, che sono a corto di liquidi. Ma non c&#8217;era alternativa, perché il rischio era il fermarsi dei cantieri nel giro di un mese (cioè proprio nei giorni in cui scriviamo). Ora si potranno realizzare due dei blocchi residenziali per avviarne le vendite, sperando che vadano bene. Sulle famose tre torri invece rimane il punto di domanda, non è più sicuro che si facciano, dipenderà dalla liquidità disponibile. Le banche intanto hanno chiesto nuove garanzie per l&#8217;aumento del loro prestito, scrive la Repubblica del 31 ottobre: &#8220;un&#8217;estensione dei pegni sulle azioni Citylife e un aumento dei tassi da 145 a 200 punti base sopra l&#8217;Euribor &#8220;. Inoltre, secondo lo stesso quotidiano, la banca tedesca Eurohypo starebbe pensando di sfilarsi dall&#8217;operazione. Contemporaneamente all&#8217;aumento di capitale Citylife ha ottenuto un&#8217;apparente vittoria ottenendo il via libera definitivo al progetto, in conseguenza del respingimento di due ricorsi presentati da comitati della zona. Il Tribunale amministrativo regionale ha infatti deciso che sull&#8217;area è possibile costruire con indici di cubatura più alti che nel resto della città (1,15 invece di 0,65). Il cantiere non verrà quindi bloccato, ma per Citylife si apre un ulteriore onere da affrontare. Il Comune è stato infatti troppo &#8220;morbido&#8221; nel calcolare la monetizzazione degli standard, cioè dei servizi che Citylife sarebbe stata tenuta a costruire, ma che sono stati sacrificati a vantaggio delle aumentate volumetrie. Palazzo Marino ha calcolato la monetizzazione come pari a 43 milioni di euro, secondo il tribunale il calcolo giusto è 163 milioni di euro, una differenza di 120 milioni che rischia di andare subito a mangiarsi per intero l&#8217;aumento di capitale da parte dei soci Citylife. Tra l&#8217;altro la magistratura ha avviato un&#8217;inchiesta penale proprio sulla monetizzazione degli standard. Non sembra invece risentire della crisi il progetto <strong>Porta Nuova-Garibaldi</strong>, sul quale però va riscontrato anche una generale mancanza di interesse dei media, tutti presi dalle ultime emergenze, e quindi una carenza di informazioni aggiornate. In un&#8217;intervista rilasciata a Milano Finanza il 31 ottobre, Manfredi Catella, direttore del ramo italiano del gruppo immobiliare americano Hines, protagonista del progetto, parla del conferimento delle aree e dei progetti da realizzarsi in zona (tre lotti: Porta Nuova-Garibaldi, Porta Nuova-Varesine e Porta Nuova-Isola) a dei rispettivi fondi immobiliari. Per il secondo, riferisce Catella, ci sono già 300 prenotazioni (non si capisce però su quante unità previste): in realtà la cifra fornita non ha pressoché rilevanza al fine di prevedere quale sarà l&#8217;esito dell&#8217;operazione, perché chi prenota versa una cauzione di 5.000 euro che, in caso di rinuncia, gli verrà interamente restituita, quindi prenotare non costa pressoché nulla e pertanto non è sufficientemente vincolante. Secondo le parole dello stesso manager i fondi immobiliari di Hines mirano in particolare a catturare il patrimonio delle casse previdenziali e dei fondi pensione, riguardo ai quali rimandiamo alle considerazioni formulate più sopra.</p>
<p>EXPO E PEDEMONTANA, FINANZIAMENTI IN ALTO MARE</p>
<p>A inizio novembre il Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) ha autorizzato circa 5,8 miliardi di euro di spese per le opere fondamentali e quelle connesse dell&#8217;<strong>Expo 2015</strong>, su 9 miliardi complessivi approvati dal Cipe stesso per l&#8217;intera Italia (alla faccia di chi gridava qualche mese fa che tutti i soldi vanno a Roma o a Catania&#8230;). Di questi, 1,2 miliardi riguardano le due linee della metropolitana da realizzarsi, con la sanzione definitiva della cancellazione del progetto della linea 6 e lo spostamento di circa metà dei relativi fondi sulla linea 4. Più precisamente, la linea 5 verrà portata a termine in project financing (soluzione che prevede investimenti in larga parte di privati, ma il più di volte con una formula di garanzia pubblica sui redditi da generarsi e quindi con forti rischi per il pubblico) con la copertura da parte dello stato di 384 dei 657 milioni necessari, mentre per la linea 4 ci sarà una copertura statale di 400 milioni su 910 milioni di costi previsti per il secondo lotto, mentre per il primo (da S. Cristoforo a Linate, 790 milioni di costi previsti) il Comune di Milano dovrà indebitarsi per 550 milioni di euro e il governo dovrebbe pertanto varare un&#8217;apposita deroga al patto di stabilità. I politici hanno tra le altre cose presentato l&#8217;autorizzazione di spesa da parte del Cipe come se fosse un&#8217;erogazione di fondi. In realtà non è così, si tratta solo di una decisione di programmazione e non c&#8217;è nessuna garanzia che i fondi verranno effettivamente erogati (come vedremo più sotto anche per il caso della Pedemontana). Per quanto riguarda la voce spese per l&#8217;Expo 2015 sono in arrivo dolori per le amministrazione pubbliche. Passata la sbornia dello sbandieramento ideologico dell&#8217;Expo come bacchetta magica per lo sviluppo per Milano arriva il conto da pagare: Regione, Provincia e Comune dovranno infatti tirare fuori complessivamente la cifra astronomica di quasi 900 milioni di euro per le opere essenziali. Entro il 2010 dovranno infatti presentare &#8220;tassativamente&#8221; (cioè pena la perdita dell&#8217;assegnazione dell&#8217;evento) al Bie, l&#8217;ente che assegna e supervisiona l&#8217;organizzazione della manifestazione, &#8220;l&#8217;impegno formale a garantire la propria quota di finanziamento di Expo 2015 per la realizzazione dell&#8217;intero progetto (2009-2015)&#8221;, cioè nel caso dei tre enti la somma summenzionata. Si tratta di un impegno di enorme entità e cade proprio in un momento in cui il Comune di Milano in particolare si trova ad affrontare un grosso buco di bilancio e non può più fare conto su alcune delle sue principali voci di entrata. Rimane poi l&#8217;enorme punto di domanda sulla partecipazione dei privati, che dovrebbe essere notevole se si vuole realizzare l&#8217;evento: in questo periodo di mancanza di liquidità e di banche che non erogano finanziamenti ci si chiede quanti saranno in grado di gettarsi nell&#8217;avventura e con quali garanzie di continuità. A fronte di tutto questo, la società Expo 2015 S.p.A. sta pensando di acquistare direttamente i terreni su cui dovrebbero sorgere le infrastrutture, in modo tale da poterli rivenderli dopo averli &#8220;valorizzati&#8221;, gettandosi cioè su una operazione di speculazione immobiliare che alle già pesanti uscite aggiunge un ulteriore fattore di rischio finanziario. Rischio che nel complesso è comunque molto alto, se si guarda alle esperienze degli altri: le Expo non sono un buon affare, come ha tra l&#8217;altro dimostrato il caso di Saragozza 2008, chiusasi con un pesante passivo per la locale amministrazione municipale. Il commento quindi è che l&#8217;Expo 2015, in versione hard, light o &#8220;verde&#8221;, è solo un&#8217;operazione di megaspreco di denaro pubblico (ma anche di denaro privato, che comunque ha sempre ricadute pubbliche, come ci sta insegnando questa crisi) priva di giustificazioni razionali fondate. Il Cipe ha approvato nell&#8217;ambito delle opere Expo 2015 anche i fondi per la <strong>Pedemontana</strong>. Come spiega sul Corriere Economia il giornalista Jacopo Tondelli (già il titolo del suo articolo è eloquente: &#8220;Grandi opere: sì ai progetti, i soldi dopo&#8221;), &#8220;lo &#8216;sblocco&#8217; deliberato dal Cipe per 4,1 miliardi di euro non è l&#8217;approvazione di un finanziamento, ma la deliberazione politica definitiva su un piano costi&#8221;. I costi vivi dell&#8217;opera, come spiega Tondelli, dovrebbero essere pari a 4,1 miliardi, dei quali 1,2 di finanziamento pubblico già erogato e 0,5 già versato dagli azionisti privati (in prima fila, come al solito, Intesa Sanpaolo). Ma alcuni studi rivelerebbero nuove spese in precedenza non preventivate per quasi 1 miliardo di euro, che non sono coperte dal pubblico. Anche in questo caso i politici e molti media hanno dato fiato alle fanfare, ma la situazione dei finanziamenti naviga ancora in alto mare, e si tratta di un mare che in questo momento è duramente colpito dalla tempesta della crisi internazionale.</p>
<p>COMUNE PROVVISORIO</p>
<p>In alto mare anche il <strong>bilancio del Comune di Milano</strong>, sul quale sono arrivate le prime cifre precise. Per il bilancio preventivo 2010 c&#8217;è un buco di 160 milioni di euro, dovuto oltre ai mancati dividendi A2A e alla cancellazione dell&#8217;Ici sulla prima casa, di cui avevamo già parlato, anche a un calo degli oneri di urbanizzazione calcolato come pari a 40 milioni di euro. Il risultato è che il bilancio preventivo 2010 non verrà approvato entro fine dicembre, come avviene normalmente, e si passerà alla soluzione di emergenza dell&#8217;esercizio provvisorio, cioè andando avanti un mese alla volta limitandosi alla gestione ordinaria, come spiega il Corriere della Sera. Per porre rimedio alla difficile situazione sono state messe a punto soluzioni creative. Palazzo Marino, per esempio, avrebbe dovuto versare 130 milioni di euro all&#8217;Atm (che a giudicare dall&#8217;impressionante serie di incidenti ne ha proprio bisogno), ma visti i tempi si tratta di una cifra che il Comune fa fatica a esborsare. Così si è giunti a una decisione salomonica: il Comune verserà sì i 130 milioni all&#8217;Atm, ma quest&#8217;ultima ne distribuirà subito 65 milioni al Comune come dividendi: in pratica i finanziamenti all&#8217;azienda di trasporti pubblici sono stati tagliati del 50%. Un giorno avremo quindi l&#8217;Expo, ma non un tram che ci garantisca di arrivarci senza deragliare: è questa la filosofia del bilancio comunale. E&#8217; inoltre allo studio la creazione di un terzo fondo immobiliare del Comune, per giungere a un&#8217;alienazione di immobili pubblici e fare cassa. Intanto il procuratore Alfredo Robledo ha chiesto il rinvio a giudizio di quattro banche e tredici persone, di cui undici dirigenti bancari e due funzionari comunali (l&#8217;ex direttore generale del Comune e braccio destro di Gabriele Albertini, Giorgio Porta, e il consulente economico, sempre di Albertini, Mario Mauri) con l&#8217;accusa di truffa aggravata in relazione al famoso bond da 1,7 miliardi di euro coperto da <strong>derivati</strong>. Con l&#8217;occasione il centrosinistra ha depositato una nota in cui si stima che il passivo generato dai derivati di Albertini ammonta attualmente a 174 milioni di euro. Intanto si aggiunge un nuovo capitolo alla storia della <strong>privatizzazione del patrimonio pubblico</strong>. I media hanno riportato con risalto la notizia della &#8220;privatizzazione dell&#8217;acqua&#8221; voluta dal decreto Ronchi per la liberalizzazione dei servizi pubblici locali. La giusta battaglia per preservare il controllo pubblico sull&#8217;acqua ha messo però in secondo piano la reale portata del decreto, che stabilisce l&#8217;obbligo per le amministrazioni locali di scendere, entro il 31 dicembre 2010, al di sotto di una quota del 30% nelle società che gestiscono servizi pubblici, nonché il divieto di affidare gli stessi a una società a controllo prevalentemente pubblico. Non solo l&#8217;erogazione dell&#8217;acqua, ma tutti i servizi finora pubblici, fatta eccezione per i trasporti ferroviari, il gas e le farmacie comunali, passeranno sotto il controllo privato. Un passaggio nelle mani dei privati che in Lombardia verrà gestito da una classe politica che sembra sempre più vicina a una nuova &#8220;mani pulite&#8221; (sullo scandalo Grossi, Gariboldi, Ponzoni ecc., che secondo molte fonti lambisce Formigoni e Comunione e Liberazione, segnaliamo due inchieste dell&#8217;Espresso (&#8220;<a href="http://www.fiaip.it/ecostampa/utility/imgrs.asp?numart=NTTNT&amp;annart=2009&amp;numpag=1&amp;tipcod=0&amp;tipimm=0&amp;defimm=1&amp;tipnav=1&amp;isjpg=S&amp;usekey=A9HAQJ43" target="_blank">Premiato clan Lady Lombardia</a>&#8221; e &#8220;<a href="http://rassegnastampa.mef.gov.it/mefsettimanali/PDF/2009/2009-12-03/2009120314322423.pdf" target="_blank">Grandi, grossi e Formigoni</a>&#8220;) e un articolo del Sole 24 Ore (&#8220;<a href="http://www.fiaip.it/ecostampa/utility/imgrs.asp?numart=O1FN9&amp;annart=2009&amp;numpag=1&amp;tipcod=0&amp;tipimm=0&amp;defimm=1&amp;tipnav=1&amp;isjpg=S&amp;usekey=A9HAQJ43" target="_blank">La coppia Grossi-Zunino e l&#8217;area Sisas a costo zero</a>&#8220;).</p>
<p>Chiudiamo questo articolo che dipinge un quadro non certo esaltante della situazione milanese con una notizia invece davvero positiva. Il centro sociale Conchetta, il Circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa, il Circolo Arci Bellezza non finiranno nel secondo fondo immobiliare del Comune di Milano, e quindi per il momento si salvano da una privatizzazione che avrebbe comportato uno sgombero. Lo ha deciso il Consiglio Comunale, che con un solo voto di scarto ha purtroppo invece confermato il destino fondo per il centro sociale Torchiera. A votare a favore dell&#8217;estromissione dei luoghi storici della sinistra milanese dall&#8217;iniziativa di alienazione sono stati anche molti consiglieri del Pdl. I motivi in realtà sono come al solito di bassa lega finanziaria: l&#8217;inserimento di queste vere e proprie istituzioni della Milano democratica avrebbero comportato una diminuzione del valore del fondo, a causa delle proteste sociali che la loro vendita potrebbe causare.</p>
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		<title>La bolla che deve ancora scoppiare /2</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Oct 2009 10:32:37 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Andrea Ferrario Seconda puntata: CityLife e la crisi del binomio finanza-mattone; Valutazioni sospette; I problemi finanziari di Pedemontana e quelli di Pirelli Re; I grattacieli portano sfiga Un viaggio in più puntate nella bolla milanese che deve ancora scoppiare: dal bilancio del Comune, ai derivati e al contesto di nuova bolla finanziaria che incombe [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&#038;blog=7100082&#038;post=827&#038;subd=milanointernazionale&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Andrea Ferrario</p>
<p><strong>Seconda puntata: CityLife e la crisi del binomio finanza-mattone; Valutazioni sospette; I problemi finanziari di Pedemontana e quelli di Pirelli Re; I grattacieli portano sfiga</strong></p>
<p>Un viaggio in più puntate nella bolla milanese che deve ancora scoppiare: dal bilancio del Comune, ai derivati e al contesto di nuova bolla finanziaria che incombe a livello internazionale, per passare poi ai grandi progetti edilizi in crisi, agli intrecci finanza-mattone e alle bolle prossime e venture del cemento e degli aeroporti.</p>
<p><span id="more-827"></span></p>
<p>DAL FLOP&#8230;</p>
<p>Doveva essere &#8220;il sogno nel cielo di Milano&#8221;, anche se a chi non è un cultore dell&#8217;architettura bollaiola faceva piuttosto pensare a un incubo avvolto dallo smog della città. Ma la <strong>Torre delle Arti</strong>, 24 piani di cemento per 96 metri di altezza, affiancati da due edifici più bassi, non si farà. Secondo i progetti originari doveva essere terminata entro il 2010 in via Principe Eugenio, una residenza di extralusso alla cui realizzazione avrebbero dovuto contribuire anche noti artisti, ma da dieci mesi il cantiere era fermo. E&#8217; scoppiata la bolla e per il fondo immobiliare australiano Babcock &amp; Brown, attualmente in amministrazione controllata (e &#8220;con rapporti molto stretti con il gruppo assicurativo Generali&#8221;, scrive Repubblica), i 70 milioni di euro di investimento sono evidentemente ormai senza prospettiva di rendita adeguata. Al posto dei 20.000 mq per 140 appartamenti di lusso che si intendeva vendere a 10.000 euro al mq per ora rimane solo un enorme buco. Si tratta del primo rilevante progetto immobiliare milanese che dà completamente forfait dopo lo scoppio della bolla ed è una pessima notizia per gli speculatori immobiliari, perché potrebbe essere un primo caso seguito da altri e ben peggiori naufragi. E i sintomi di uno stato di profonda malattia del settore sono davvero tanti e preoccupanti.</p>
<p>&#8230;AL CRACK?</p>
<p>Solo alcuni giorni dopo questo annuncio il Tribunale di Milano rimandava la decisione su un eventuale dichiarazione di fallimento per la <strong>Risanamento</strong> di Luigi Zunino (probabilmente verrà presa verso metà novembre). La fragilità dell&#8217;operazione di salvataggio prevista dalle banche (si veda per i dettagli <a href="http://milanointernazionale.it/2009/07/31/lallegra-milano-della-bolla/" target="_blank">L&#8217;allegra Milano della bolla</a>) è testimoniata tra le altre cose da un nuovo sviluppo e più precisamente dal fatto che prima dell&#8217;ultima udienza queste ultime abbiano dovuto aggiungere al loro piano una nuova linea di credito di 76 milioni per i problemi dell&#8217;immobiliare milanese con l&#8217;Agenzia delle entrate. I pm hanno inoltre contestato che una quota non indifferente del valore dell&#8217;operazione di salvataggio delle banche andrebbe a finire in commissioni, parcelle, oneri vari, e non nelle casse della Risanamento. Da parte loro i legali delle banche vanno all&#8217;attacco con argomenti che paiono minacciosi: il fallimento della società costituirebbe il &#8220;dissesto più grave dopo Parmalat, con conseguenze gravissime in termini di costo sociale e sul comportamento delle istituzioni finanziarie chiamate a risolvere numerose le crisi di impresa&#8221;. Non hanno tutti i torti e lo testimonia indirettamente il fatto che nel giro di una sola settimana nuove nubi si sono addensate su Risanamento e Zunino. La Stampa il 24 ottobre rileva che il fisco ha contestato alla società una serie di irregolarità contabili per 12 milioni, e che se le banche italiane creditrici spingono per il piano, meno entusiaste sembrerebbero quelle estere (che vantano crediti per oltre 170 milioni di euro), mentre Pirelli Re ha fatto partire un decreto ingiuntivo nei confronti di Risanamento per 2 milioni di euro di credito mai onorato. Sulle pagine del Corriere Economia il giornalista Jacopo Tondelli formula alcune osservazioni su quello che è uno dei pilastri del piano di salvataggio delle banche, cioè la vendita delle aree Falck di Sesto San Giovanni, sulle quali era prevista la realizzazione di un progetto da 5 miliardi di euro: &#8220;per passare dalla carta al cantiere, bisogna poter contare su cinque miliardi in cinque anni. &#8216;Cifre,&#8217;, secondo protagonisti del mercato immobiliare milanese, &#8216;che oggi risultano fantascientifiche e che erano sostenibili sia in termini di investimenti che in termini di prezzi offerti al mercato solo quando il mattone era ai massimi&#8217;&#8221;. Il rischio è che l&#8217;operazione si dilati di anni. Come se non bastasse, negli ultimi giorni sulla testa di Risanamento è caduto il mattone dell&#8217;arresto di Giuseppe Grossi (si veda in merito il nostro articolo <a href="http://milanointernazionale.it/2009/02/16/milano-internazionale-cronache-n-11-del-16-febbraio-2009/" target="_blank">Casei Gerola: la speculazione al posto della produzione</a>) nell&#8217;ambito di un&#8217;inchiesta partita con le indagini sulle fatture gonfiate per la bonifica del quartiere di Santa Giulia. Risulta sotto inchiesta anche lo stesso Luigi Zunino per una (finora presunta) appropriazione indebita di 1 milione di euro della società. Indagine che preoccupa in modo particolare le banche creditrici perché potrebbe incidere sulla decisione dei giudici in merito all&#8217;eventuale fallimento. Per loro ora, scrive la Stampa, &#8220;la parola d&#8217;ordine è quella di allontanare il più possibile la figura di Zunino da Risanamento. Operazione non facilissima anche perché [...] il piano di ristrutturazione prevede che Zunino resti azionista con una quota anche superiore al 20%. Quota che solo in un secondo tempo potrebbe passare in altre mani grazie alla liquidazione delle tre holding dell&#8217;immobiliarista&#8221;. Ci si mette poi anche Il Sole 24 Ore, che pubblica prima un articolo (<a href="http://www.fiaip.it/ecostampa/utility/imgrs.asp?numart=NR04A&amp;annart=2009&amp;numpag=1&amp;tipcod=0&amp;tipimm=0&amp;defimm=1&amp;tipnav=1&amp;isjpg=S&amp;usekey=A9HAQJ43" target="_blank">&#8220;Quell&#8217;asse tra Panama e il Lussemburgo&#8221;</a>) sul sistema di società personali di Zunino e della moglie e con perno tra Panama e il Lussemburgo, &#8220;scomparse&#8221; quando la capogruppo dell&#8217;immobiliarista, la società off-shore Domus Fin, nel 2006 è diventata una società di diritto italiano con il nome di Zunino Investimenti Italia, e poi un impietoso, ma davvero ottimo, articolo di Marco Alfieri (<a href="http://www.fiaip.it/ecostampa/utility/imgrs.asp?numart=NR03V&amp;annart=2009&amp;numpag=1&amp;tipcod=0&amp;tipimm=0&amp;defimm=1&amp;tipnav=1&amp;isjpg=S&amp;usekey=A9HAQJ43" target="_blank">&#8220;I sogni infranti della old new town&#8221;</a>) sul progetto fallimentare di Santa Giulia, anch&#8217;esso un pilastro del piano di salvataggi delle banche, un articolo che vi consigliamo caldamente di leggere per avere un&#8217;immagine concreta delle cause e, soprattutto, delle conseguenze della bolla immobiliare milanese.</p>
<p>IL NODO CITYLIFE</p>
<p>Alle sempre più evidenti difficoltà di <strong>CityLife</strong>, uno dei maggiori progetti edilizi di Milano, avevamo già accennato di recente. Visti gli ultimi sviluppi nel settore immobiliare vale la pena di ripercorrere in poche righe la storia di questo progetto, con particolare riferimento alle origini delle attuali difficoltà. La gara per la realizzazione del progetto sull&#8217;area dell&#8217;ex Fiera di Milano è stata vinta nel 2004 da una cordata formata da Generali, Ras (ora Allianz), Immobiliare Lombarda (Ligresti) e Gruppo Lamaro. A fronte della vendita dell&#8217;area alla cordata che ha preso il nome di CityLife, la Fiera Milano SpA preventivava di ottenere 200-250 milioni di euro. Alla fine si è giunti a un prezzo che quasi tutti gli osservatori hanno giudicato gonfiatissimo, 530 milioni di euro. Rispetto al progetto originario è però stata successivamente approvata una variante che ha ampiamente aumentato il valore dell&#8217;operazione CityLife: l&#8217;indice di edificabilità di zona è stato portato dallo 0,65 mq/mq vigente in tutta la città a 1,15 mq/mq. Sulla superficie utile di 366.000 mq si riverseranno circa 900.000 metri cubi tra residenziale extralusso e commerciale, con tre grattacieli alti fino a 204 metri. La data prevista per il completamento è quella fatidica del 2014-2015 (per materiali sulla storia del progetto CityLife si vedano le ricche e aggiornate rassegne stampa dell&#8217;<a href="http://www.quartierefiera.org/notizie.htm#rassegna" target="_blank">Associazione Vivi e progetta un&#8217;altra Milano</a> e del <a href="http://www.residentifiera.it/rassegna/" target="_blank">Comitato Residentifiera</a>). E&#8217; da tempo che il progetto CityLife evidenzia criticità. Nel giugno del 2007 la Banca d&#8217;Italia aveva contattato i maggiori gruppi bancari italiani cercando di riportarli all&#8217;ordine: i finanziamenti immobiliari non avrebbero dovuto superare il 70% del valore del rispettivo progetto. CityLife ha sempre viaggiato sull&#8217;80%, Garibaldi-Repubblica sul 75%-85%. Ma l&#8217;avvertimento della Banca d&#8217;Italia era solo una <em>moral suasion</em> priva di vincoli obbligatori: i risultati li si vedono oggi. E non a caso il Sole 24 Ore nello stesso anno scriveva che &#8220;lo sviluppo immobiliare di Milano riproduce il bancocentrismo dell&#8217;industria italiana&#8221; e in un altro articolo notava che &#8220;le iniziative in corso rischiano di arrivare sul mercato in tempi ravvicinati e di creare eccesso di offerta&#8221;. Nello stesso 2007 ci sono state le dimissioni di Ugo Debernardi da presidente di CityLife, in merito alle quali il Sole 24 Ore scriveva: &#8220;Il motivo? Diversità di vedute con Salvatore Ligresti: la sensazione è che CityLife abbia costi enormi dai quali bisognerà rientrare in fase di vendita&#8221;. Prosegue il giornale: &#8220;Ora, secondo indiscrezioni, il progetto originario si starebbe rilevando più costoso del previsto [...], lo stesso Salvatore Ligresti avrebbe rilevato che spese troppo elevate potrebbero essere un boomerang. In particolare, l&#8217;innalzamento del costo per metro quadrato potrebbe rendere difficile la successiva vendita sul mercato. [...] Il progetto iniziale non è modificabile. Infatti proprio in virtù del piano architettonico presentato, il raggruppamento CityLife aveva battuto Pirelli e Risanamento con un&#8217;offerta di 523 milioni di euro economicamente più elevata dell&#8217;8% rispetto ai contendenti&#8221;. Riassumendo: già più di due anni fa erano in molti a rilevare che si trattava di un&#8217;operazione con una leva finanziaria enorme, altamente rischiosa e vulnerabile di fronte all&#8217;andamento della finanza globale. I nodi ora stanno venendo al pettine. Ne scrive nei dettagli <a href="http://rassegnastampa.mef.gov.it/mefsettimanali/PDF/2009/2009-10-22/2009102213954831.pdf" target="_blank">Vittorio Malagutti su L&#8217;Espresso del 22 ottobre</a>, giungendo a dire che CityLife &#8220;rischia di essere ridimensionato se non addirittura di naufragare&#8221;. Come abbiamo già riferito, i costi del progetto sono lievitati dai 1,7 miliardi iniziali a 2,1 miliardi. L&#8217;unica che mostrerebbe qualche disponibilità a mettere mano al portafoglio per coprire la differenza è Generali. Non così Allianz, e tantomeno Ligresti e la Lamaro della famiglia Toti. Secondo L&#8217;Espresso questi ultimi due sarebbero addirittura pronti a vendere le quote, ma non riuscirebbero a trovare compratori. Le banche finanziatrici sarebbero altrettanto renitenti, a cominciare dai tedeschi di EuroHypo, già pieni di problemi a casa loro, fino a Intesa Sanpaolo e Unicredit, già altamente esposte al potenziale crack di Zunino. L&#8217;Espresso cita a tale proposito un verbale del consiglio di amministrazione di Generali Properties: &#8220;Dal giugno 2008 le banche finanziatrici hanno sospeso l&#8217;erogazione del finanziamento (a CityLife, ndr) e non si sono rese disponibili a finanziare l&#8217;importo finanziato pur a fronte delle modifiche intervenute sul progetto&#8221; e ipotizza un compromesso, &#8220;le banche sarebbero pronte a sbloccare i finanziamenti rilevando anche la quota dei tedeschi in uscita. Il fabbisogno finanziario, però, dovrà essere rivisto al ribasso e quindi è facile prevedere che CityLife verrà ridimensionata&#8221;. Ma c&#8217;è ancora dell&#8217;altro. Nonostante i responsabili del progetto si mostrino ottimisti, a fine settembre di quest&#8217;anno erano stati stipulati compromessi solo per 45 sulle 300 residenze già messe in vendita, su un totale di oltre mille che verranno realizzate, senza contare che poi bisognerà vendere anche il commerciale e il terziario. E più si tarda, più bisogna pagare interessi sugli enormi prestiti contratti, senza coprirli con gli introiti delle vendite. Abbiamo quindi molti dei sintomi che hanno preceduto il precipitare della situazione di Risanamento: problemi di finanziamento, costosissimi ritardi, sempre maggiore esposizione delle banche creditrici alla bolla immobiliare.</p>
<p>I GRATTACAPI DI DON SALVATORE E I FONDI POCO TRASPARENTI</p>
<p>Come abbiamo già scritto in precedenza (<a href="http://milanointernazionale.it/2009/09/28/cemento-sul-piede-di-guerra/" target="_blank">Cemento sul piede di guerra</a>), l&#8217;impero immobiliare e finanziario di <strong>Salvatore Ligresti</strong> dà preoccupanti segni di scricchiolio. Tra debiti non rimborsati alla scadenza, società come Sinergia (la &#8220;cassaforte&#8221; del gruppo) e Imco con perdite in aumento e debiti in rapida ascesa, i problemi sono davvero molti. Insomma, come scrive Milano Finanza, &#8220;una situazione reddituale che a partire dal 2008 si è andata appannando&#8221;. E così il peso massimo del gruppo Ligresti, cioè la FonSai, ha deciso la cessione di immobili situati a Milano, Torino e Firenze per un valore di perizia di 523 milioni di euro e un valore di libro di 340 milioni, mediante il loro conferimento a un fondo immobiliare che verrà costituito appositamente, il Fondo Rho. Tramite un complesso giro di finanziamenti bancari, accollamenti di debiti, conferimenti immobiliari e altro ancora, il gruppo Ligresti dovrebbe trarre risorse liquide per 339 milioni di euro, di cui 215 milioni di rivenienti dal debito bancario e 123 milioni dal collocamento delle quote. Nulla cambia nella sostanza, ma l&#8217;alchimia finanziaria produce &#8220;liquidità&#8221; e, lo notiamo ancora una volta, le banche rimangono esposte. Abbiamo citato a proposito degli immobili del gruppo Ligresti il termine &#8220;<strong>valore di perizia</strong>&#8220;. Si tratta di un termine alquanto imbarazzante in questo momento, soprattutto se riferito ai fondi immobiliari (cioè fondi aperti ai piccoli investitori o chiusi e riservati agli investitori istituzionali, che permettono di investire indirettamente in immobili gestiti da apposite società come se fossero normali prodotti finanziari). La Consob, l&#8217;organo che tutela tra le altre cose la trasparenza del mercato mobiliare italiano, ha adottato recentemente un <em>position paper</em> in cui richiama l&#8217;attenzione su numerosi aspetti preoccupanti dei rapporti tra fondi e periti che effettuano le valutazioni. Scrive il Sole 24 Ore del 17 ottobre: &#8220;a partire da giugno 2008 vi è stata una progressiva flessione dei principali indicatori [del valore degli immobili]. Flessione, spiegano in Consob, che invece non si ritrova nei rendiconti al 31 dicembre 2008 dei fondi immobiliari italiani, i cui valori sono rimasti in linea con il 2007. [...] Una rigidità nell&#8217;adeguarsi al mercato quanto meno strana. Eppure i gestori sanno bene ciò che sta avvenendo nel mondo del mattone (Risanamento insegna)&#8221;. Inoltre la Consob ha constatato che addirittura l&#8217;81% delle perizie vengono effettuate da due sole società, la CB Richard Ellis e la Reag. Tali società, che oltre ad agire come periti forniscono anche consulenze per la compravendita, traggono i loro guadagni non tanto dalle attività di perizia, quanto essenzialmente dalle percentuali sui valori di compravendita suggeriti. La Consob rileva che vi è un potenziale conflitto di interessi nell&#8217;esercizio contemporaneo delle due attività. Milano Finanza del 13 ottobre scrive poi che la Consob &#8220;lamenta che le metodologie adottate [dalle società di valutazione] non consentono di ricostruire il processo speculativo: le scelte non sono argomentate, il tasso di attualizzazione non indica le componenti di rischio e i prezzi di riferimento non sono noti&#8221; e osserva che deve essere evitato, &#8220;come accaduto, di indicare per esempio immobili vuoti per pieni&#8221;! Per riassumere: vi è una pressoché totale mancanza di controlli effettivi sui valori di perizia degli immobili con la conseguente loro scarsa credibilità, un altro elemento che potrebbe ulteriormente alimentare la nuova bolla in corso. Non è un caso che, come riferisce Milano Finanza del 17 ottobre, nonostante l&#8217;attuale situazione di grave crisi i fondi immobiliari chiusi abbiano registrato a fine settembre forti rialzi che li hanno riportati agli &#8220;stessi livelli dell&#8217;estate 2008 prima che si verificasse il fallimento di Lehman Brothers&#8221;.</p>
<p>PROBLEMI FINANZIARI ANCHE PER LA PEDEMONTANA</p>
<p>Aria di problemi anche per la <strong>Pedemontana</strong>, la megautostrada lombarda i cui costi stimati sono già lievitati da 3 a oltre 4 miliardi di euro (l&#8217;opera rientra nell&#8217;elenco delle opere connesse a Expo 2015) e il cui progetto di realizzazione è gestito dalla società Pedemontana Lombarda, controllata al 68% dalla Provincia di Milano tramite la società Serravalle e per il 26% da Intesa Sanpaolo tramite la Biis. Dopo l&#8217;arrivo di Guido Podestà alla guida della Provincia di Milano i vertici di Pedemontana sono stati azzerati, l&#8217;ad delegato Fabio Terragni, uomo di Filippo Penati, è stato rimosso dal proprio incarico, e sono stati nominati nuovi vertici più vicini alla destra. Ma i problemi ai quali accennavamo non sono questi e sono in realtà molto più preoccupanti. E&#8217; stata infatti effettuata recentemente, prima da Deloitte&amp;Touche e poi da Kpmg, un&#8217;analisi del piano economico-finanziario per la realizzazione dell&#8217;autostrada che dovrebbe partire tra pochi mesi, nel marzo 2010, e sono emerse &#8220;alcune criticità&#8221;. Citiamo a proposito il Sole 24 Ore del 18 ottobre: &#8220;Il piano a oggi non sarebbe bancabile, ovvero le banche non lo finanzierebbero. Tra i punti critici principali: la valutazione dei rischi di costruzione, che non terrebbe conto del fatto che i costi di realizzazione potrebbero essere maggiori del previsto (si parla di un miliardo in più); i rischi legati al nuovo sistema di riscossione pedaggi introdotto (senza barriere, dunque con potenziali mancati incassi sul pedaggio che richiederebbero di prevedere nel piano tassi di non riscosso maggiori di quelli programmati); le garanzie sul valore di subentro, ovvero l&#8217;entità dell&#8217;indennizzo che il concessionario riceverebbe qualora, a scadenza della concessione, non avesse ammortizzato tutti i lavori. [...] E&#8217; difficile che le complesse alchimie del piano possano essere risolte a breve per far approdare la convenzione di Pedemontana al Cipe&#8221;. Nel frattempo ci dovrebbe essere un aumento dell&#8217;esposizione delle banche al progetto: Serravalle cederà il 30% del capitale di Pedemontana Lombarda e tra i candidati in lizza vi sarebbero Unicredit, Bpm, Bnp Paribas e Santander. Le criticità di Pedemontana, quindi, assomigliano in parte a quelli di CityLife: problemi di finanziamento, insufficiente messa in conto dei rischi, banche sempre più esposte a questi ultimi. Colpisce in particolare il fatto che Intesa Sanpaolo sia esposta in prima linea a quasi tutte le situazioni di rischio che abbiamo affrontato in questo viaggio nella nuova bolla, e cioè Risanamento, CityLife e Pedemontana.</p>
<p>QUALCHE ALTRA CILIEGINA SULLA TORTA</p>
<p>Va rilevata anche la posizione della Pirelli e in particolare del suo ramo immobiliare, rappresentato da <strong>Pirelli Re</strong> che, lo ricordiamo, si ritrovava a fine 2008 con 195 milioni di perdita in bilancio e le cui azioni hanno subito un tracollo dopo lo scoppio della bolla (o meglio, della prima fase dello scoppio della bolla), si veda a proposito <a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2009/04/20/la-parabola-di-pirelli-re-da-modello.html" target="_blank">&#8220;La parabola di Pirelli Re&#8221;</a>, pubblicato da Repubblica il 20 aprile scorso. Il primo semestre 2009 non ha migliorato le cose: si è chiuso con una perdita di oltre 42 milioni, ricavi in calo, indebitamento netto di 430 milioni di euro. Per porre rimedio alla situazione è stato effettuato un aumento di capitale di 400 milioni ed è stato siglato un accordo con un pool di banche (tra cui Unicredit e Intesa Sanpaolo) per una ristrutturazione delle linee di credito da svariate centinaia di milioni che ha fornito ossigeno (la situazione era [è] davvero preoccupante, tanto che il 31 luglio scorso il Corriere della Sera scriveva: &#8220;È chiaro che il braccio immobiliare della Bicocca, oggi che il trading e la rotazione del portafoglio real estate sono pressoché bloccati, non ha la cassa per coprire tutte le scadenze [di rimborso dei prestiti]&#8220;). Inoltre Intesa Sanpaolo (sempre lei!) è già entrata come socio al 5% e aumenterà la sua quota al 10%. Intanto a Milano è stata siglata una delle maggiori operazioni immobiliari dell&#8217;anno. Il <strong>Maciachini Center</strong> (86.000 mq, ma è un progetto che va ancora portato a termine nel suo complesso) è stato acquistato da Generali Immobiliare per 300 milioni di euro, una delle maggiori operazioni del settore in Europa e la maggiore in Italia in questo 2009. Generali, lo ricordiamo, è già esposta a CityLife. A livello nazionale c&#8217;è da rilevare la <strong>moratoria sui mutui</strong> annunciata dalle banche italiane. Una mossa strombazzata dai media come una testimonianza della responsabilità sociale degli istituti finanziari italiani. Per chi conosce bene le banche si tratta di una spiegazione poco credibile. I veri motivi li spiega con chiarezza Luca Fornovo sulla Stampa del 22 ottobre: la moratoria è uno strumento che può essere di grande aiuto alle banche perché evita loro di dovere mettere a bilancio prestiti non rimborsati e di creare maggiori accantonamenti per le relative sofferenze. Non a caso proprio in questi giorni l&#8217;Associazione bancaria italiana &#8220;ha annunciato che per effetto della recessione continua a peggiorare la qualità del credito. A fine agosto le sofferenze lorde delle banche italiane hanno raggiunto quasi 52 miliardi di euro, oltre 12 miliardi in più rispetto a novembre 2008, quando avevano raggiunto il valore più basso degli ultimi anni&#8221;. Secondo altri esperti citati da Fornovo, quest&#8217;anno i conti economici delle banche saranno inoltre gravati da 8 miliardi di utili in meno a causa dei maggiori accantonamenti. &#8220;Secondo stime prudenti degli esperti&#8221;, scrive Fornovo, &#8220;il beneficio della moratoria dei mutui potrebbe tradursi per le banche in minori accantonamenti per 150-200 milioni. C&#8217;è poi un terzo piccione da prendere [con la singola fava della moratoria]. La moratoria potrebbe servire anche a limitare i pignoramenti delle case ed evitare una caduta del mercato immobiliare in Italia come è avvenuto negli Stati Uniti, dove c&#8217;è stato un vero e proprio crollo, dopo il boom delle confische di immobili&#8221;. La moratoria non è quindi un gesto filantropico, quanto piuttosto una mossa studiata dalle banche per mettere una pezza alla loro difficile situazione, ed è anche un segno di quanto ancora si temano gli effetti dello scoppio della bolla.</p>
<p>E PER FINIRE&#8230;</p>
<p>Dopo avere parlato tanto di mattone e finanza, chiudiamo con una piccola nota di storia dell&#8217;architettura: i grattacieli, per dirla un po&#8217; volgarmente, portano sfiga. Lo ha rilevato, seppure con uno stile elegantemente britannico, il Financial Times, constatando che durante gli ultimi cento anni nei periodi immediatamente precedenti alle crisi economiche vi è sempre e regolarmente stato un boom dei grattacieli. Mentre tra gli anni venti e gli anni trenta la torre della Chrysler e l&#8217;Empire State Building lottavano per diventare l&#8217;edificio più alto del mondo, intorno a loro l&#8217;economia crollava. Il World Trade Center è stato completato quando nel mondo iniziava il pesante periodo della stagflazione. In Malaysia, le due enormi Petronas Towers sono state terminate nel 1997, quando si è verificato il crollo dei mercati asiatici. Negli ultimi anni a Londra è stata pianificata la costruzione di decine di grandi torri e, puntuale, è spuntata la crisi. Non osiamo immaginarci, aggiungiamo noi, cosa si debba attendere Milano con i suoi folli progetti di grattacieli di ogni forma, dalla fallica nuova sede della Regione di Formigoni, fino al beffardo Bosco verticale di Garibaldi-Repubblica e all&#8217;inedita banana di CityLife. C&#8217;è comunque una consolazione, scrive il Financial Times. I periodi successivi alle crisi hanno sempre visto un abbandono degli eccessi della &#8220;oligarchitettura&#8221; e il ritorno a stili molto più sobri: la crisi degli anni trenta ha portato all&#8217;emergere del modernismo, mentre quella della fine degli anni ottanta ha posto fine agli eccessi del postmodernismo. Speriamo quindi che anche il bancointeso-ligrestismo milanese sia ormai prossimo al tramonto.</p>
<p><em>Nella prossima puntata de &#8220;La bolla che deve ancora arrivare&#8221; ci occuperemo di vendite di immobili comunali, Piano di governo del territorio, cementificazione del Parco Sud, Expo 2015, aeroporti, social housing e altro ancora</em></p>
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		<title>Milano Internazionale &#8211; Cronache &#8211; N. 15 del 16 marzo 2009</title>
		<link>http://milanointernazionale.it/2009/03/16/milano-internazionale-cronache-n-15-del-16-marzo-2009/</link>
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		<pubDate>Mon, 16 Mar 2009 14:32:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milanointernazionale</dc:creator>
				<category><![CDATA[=>   Notizie e approfondimenti]]></category>
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		<description><![CDATA[SOMMARIO: 1) DELIRIO LOMBARDO PER LE RONDE 2) INFRASTRUTTURE, IMMOBILI E UTILITIES A SUON DI MILIARDI 3) IL CAPITALE MILANESE E L&#8217;EUROPA ORIENTALE 4) DIARIO DELLA CRISI IN LOMBARDIA: Cassa integrazione, mobilità, contratti di solidarietà &#8211; Doppio lavoro e lavoro in nero &#8211; Lavoro interinale e precari della scuola &#8211; Crisi anche per il settore [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&#038;blog=7100082&#038;post=305&#038;subd=milanointernazionale&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal"><span lang="IT">SOMMARIO:</span></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="IT">1) DELIRIO LOMBARDO PER LE RONDE</span></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="IT">2) INFRASTRUTTURE, IMMOBILI E UTILITIES A SUON DI MILIARDI</span></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="IT">3) IL CAPITALE MILANESE E L&#8217;EUROPA ORIENTALE</span></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="IT">4) DIARIO DELLA CRISI IN LOMBARDIA:</span></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span lang="IT">Cassa integrazione, mobilità, contratti di solidarietà &#8211; </span></strong><strong><span lang="IT">Doppio lavoro e lavoro in nero &#8211; </span></strong><strong><span lang="IT">Lavoro interinale e precari della scuola &#8211; </span></strong><strong><span lang="IT">Crisi anche per il settore moda e gli ambulanti &#8211; </span></strong><strong><span lang="IT">La crisi vista dalla Padania &#8211; </span></strong><strong><span lang="IT">Umiliate e offese</span></strong></p>
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<p class="MsoNormal"><span style="font-size:14pt;" lang="IT"> </span></p>
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<p class="MsoNormal"><span lang="IT">1) DELIRIO LOMBARDO PER LE RONDE</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span lang="IT">Il governo ha decretato l&#8217;avvio del reclutamento delle ronde da parte dei sindaci in accordo con i prefetti. Non è passata la variante originale in cui si prevedeva anche la facoltà per le ronde di girare armate, ma il termine generico &#8220;non armate&#8221; utilizzato nella versione definitiva del decreto non è sufficiente a escludere che, come già fanno le ronde esistenti, vengano utilizzati stratagemmi per aggirarlo, come l&#8217;uso di cani o di oggetti che si possono trasformare in &#8220;armi improprie&#8221;. In Lombardia si è fatta subito avanti la Lega Nord, che il 20 febbraio si è dichiarata pronta a organizzare associazioni &#8220;con centinaia di volontari&#8221;. Il leghista Matteo Salvini da parte sua afferma &#8220;abbiamo richieste da tantissimi quartieri e la grande disponibilità dei nostri iscritti&#8221;. Scavalca tutti a destra il presidente della Provincia di Milano Filippo Penati, che ha annunciato lo stanziamento di 250.000 euro per i sindaci che vogliono creare ronde di ex carabinieri e poliziotti e ha ipotizzato addirittura la creazione di ronde della Provincia stessa, da affiancare alla polizia provinciale. Il capogruppo di An nel Comune di Milano, Carlo Fidanza (e qui il particolare inquietante è che sono noti a tutti i suoi legami con i neofascisti e gli ultras di estrema destra della tifoseria Inter) ha proposto di creare ronde che pattuglino i mezzi pubblici della città per facilitare il compito di &#8220;identificare gli immigrati clandestini&#8221;. Da parte sua il ministro degli interni Roberto Maroni, durante una visita a Milano, ha aggiunto ai già citati obiettivi degli interventi delle ronde anche la sinistra che si oppone al (suo) sistema: &#8220;non mi lascerei scappare questa occasione, perché la Lombardia registra tutte le emergenze, criminalità organizzata, immigrazione clandestina, cellule legate all&#8217;estremismo islamico e ciò che resta della sinistra antagonista&#8221;.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="IT"> </span></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="IT">(fonti: Repubblica, 21 febbraio; Il Giornale, 21 e 24 febbraio; E Polis, 26 febbraio)</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span lang="IT">2) INFRASTRUTTURE, IMMOBILI E UTILITIES A SUON DI MILIARDI</span></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="IT"> </span></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="IT">Dopo 23 anni il progetto della Pedemontana Lombarda, l&#8217;autostrada che attraverserà l&#8217;intera regione a nord di Milano, sta arrivando in dirittura di arrivo. E&#8217; stata definita la struttura della società che realizzerà il progetto, guidata da Fabio Terragni e con primo azionista al 68% la società Serravalle controllata dalla Provincia di Milano, e secondo azionista con il 26% la banca Intesa Sanpaolo, che già in passato aveva finanziato Penati nella sua scalata a Serravalle. Ma va tenuto presente che la Provincia si è già detta intenzionata a cedere un 32% della sua quota agli altri azionisti. Degli oltre 4,5 miliardi (per ora) stimati per la realizzazione dell&#8217;opera ne sono già disponibili 1,25 a suo tempo stanziati dal governo Prodi. Perché il progetto possa partire nel marzo 2010 come previsto (la Pedemontana fa parte dell&#8217;elenco delle opere accessorie per l&#8217;Expo 2015) è necessario raccogliere almeno altri 3 miliardi di euro circa, un obiettivo difficile da conseguire nell&#8217;attuale situazione di crisi economica. Si punta comunque a raccogliere 2,6 miliardi con strumenti di credito e circa 600 milioni tramite contributi di capitale degli azionisti. I lavori per la costruzione del primo troncone sono già stati assegnati ad alcuni dei &#8220;soliti noti&#8221; delle infrastrutture lombarde e italiane più in generale: Impregilo, Argo, Astaldi e Pizzarotti. Il decreto &#8220;mille proroghe&#8221; varato di recente dal governo consente di assegnare ora appalti senza passare attraverso gare pubbliche anche per le opere di ingente valore come la Pedemontana. L&#8217;autostrada lombarda quindi con ogni probabilità inaugurerà la stagione degli appalti senza concorso e non trasparenti con la scusa del rispetto dei tempi per l&#8217;Expo 2015.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="IT"> </span></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="IT">Anche per un altro progetto miliardario, quello della Tem, cioè Tangenziale Est Milano, si sta andando alla caccia di centinaia di milioni di euro. La società costituita per la sua realizzazione, Stp, avrà un capitale di 500 milioni di euro; per coprire il costo totale previsto del progetto, 1,5 miliardi di euro si attingerà a 1 miliardo di crediti, che devono ancora essere reperiti e anche qui si tratta di un compito difficile in tempi di crisi. Anche la Stp è guidata da Fabio Terragni, il quale ha dichiarato che per trovare soldi si sta &#8220;già ragionando con la Cassa depositi e prestiti&#8221;, l&#8217;ente pubblico il cui capitale di oltre 100 miliardi di euro è costituito in massima parte dai risparmi di clienti di Poste Italiane e, per una parte più limitata, da soldi delle fondazioni bancarie. I privati che contribuiranno con i loro crediti alla Tem potranno contare su un rendimento del 9,5% annuo e su una concessione dalla durata record di 50 anni. L&#8217;alto rendimento è dovuto al fatto che alla gara per il progetto non si è presentato nessuno a parte la stessa società Tem e quindi non ci sono stati ribassi (per maggior particolare sulla &#8220;gara&#8221; si veda &#8220;Tangenziale Esterna di Milano senza concorrenti&#8221;, in Milano Internazionale Cronache n. 2 del 15 novembre 2008). Il costo stimato attualmente come pari a 1,5 miliardi dal consulente Biis (braccio per il finanziamento delle infrastrutture di Intesa Sanpaolo e azionista della società di progetto stessa) &#8220;facilmente potrà crescere nel passaggio al progetto definitivo&#8221;, scrive il Corriere Economia, che precisa che &#8220;anche sui flussi di traffico, colpiti dalla recessione, le previsioni sono quanto mai ardue&#8221;. La società di progetto per la Tem è anch&#8217;essa controllata dalla Provincia di Milano e tra gli azionisti, oltre alla già citata Biis, vi sono Impregilo e Pizzarotti, nonché alcune cooperative &#8220;rosse&#8221; della galassia Legacoop. Insomma, Pedemontana e Tem sono, sia per struttura azionaria sia per tipologia di progetto, quasi la stessa cosa.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="IT"> </span></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="IT">Alcuni aggiornamenti anche sui progetti di speculazione edilizia in senso più stretto. Si apre uno spiraglio per il megaprogetto Cerba, il centro di ricerca voluto da Umberto Veronesi su un&#8217;area di 610.000 mq e che dovrebbe gettare una valanga di cemento nel Parco Sud, accanto all&#8217;Istituto Europeo di Oncologia diretto dallo stesso Veronesi. Regione, Comune e Provincia di Milano hanno firmato con la Fondazione Cerba (Mediobanca, Intesa Sanpaolo, Unicredit, Generali, Pirelli, Capitalia) il testo finale dell&#8217;accordo di programma. Il nuovo programma prevede l&#8217;allargamento dell&#8217;area di parco attrezzato (cioè &#8220;verde&#8221; con strutture quali vie di accesso, parcheggi e altro ancora), l&#8217;allargamento di alcune strade e il prolungamento della metrotranvia. La firma lascia intendere la possibilità che il progetto venga avviato, dopo che era stato bloccato perché i finanziatori erano poco inclini a tirare fuori capitali in questo momento. Tra i responsabili di questa operazione di cementificazione del Parco Sud, ampiamente contestata dagli ambientalisti, vi sono la Provincia di Milano di Filippo Penati (che ha stralciato il progetto dai piani di cintura del Parco) e la Regione Lombardia di Roberto Formigoni (che ha dato parere positivo sulla valutazione di impatto ambientale).</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span lang="IT">Intanto intorno a Milano il territorio è sempre più esposto all&#8217;assedio del capitale speculativo. Tra Rozzano e Assago il gruppo Cabassi sta completando Milanofiori Nord, al quale verrà aggiunto Milanofiori Sud che, come scrive Davide Carlucci sulla Repubblica, avrà &#8220;una superficie complessiva di 1,1 milioni di metri quadri, una grande area integrata nel verde del vicino Parco Sud, a sette chilometri da Milano e a due passi dal casello autostradale e dalla tangenziale&#8221;. I piani prevedono tra l&#8217;altro la costruzione di un grattacielo di 212 metri di altezza. La città di Milano rimane però il principale centro di attrazione per gli speculatori. Il Piano di governo del territorio (Pgt) presentato dal sindaco Moratti, e destinato a mandare in pensione il vecchio Piano regolatore del 1954, rivisto nel 1980, stravolgerà le regole del gioco, come spiega Giuseppina Piano sempre su Repubblica: &#8220;sparisce la distinzione tra destinazione d&#8217;uso industriale-commerciale-residenziale, restano solo le zone vincolate come non edificabili. Arriva la &#8216;perequazione&#8217; e la &#8216;borsa dei diritti volumetrici&#8217;. Le &#8216;aree di trasformazione&#8217;, le direttrici dove andranno nuove case e nuovi abitanti, sono però già chiarissime nel Pgt che recepisce quello che sta già avvenendo: la Bovisa e la zona ai confini con Sesto, verso ovest Cascina Merlata e tutta l&#8217;area dell&#8217;Expo, Montecity-Rogoredo, Garibaldi-Repubblica, Citylife, il Portello e quello che è rimasto della vecchia Fiera&#8221;. A ciò si aggiunge l&#8217;enorme progetto (1,3 milioni di mq) di dismissione delle stazioni ferroviarie (verranno chiuse tra le altre Porta Genova, scalo merci Farini, San Cristoforo e Porta Romana) sulle quali si riverserà l&#8217;ennesima valanga di cemento. Queste aree, secondo stime citate da Italia Oggi, hanno un valore fondiario complessivo di 800 milioni di euro. Va notato poi che le nuove linee del metro che si prevede di costruire a Milano non sono state progettate sulla base dei bisogni di chi vuole usufruire della città per motivi di lavoro, studio o tempo libero, bensì su quella dei principali progetti di speculazione edilizia e del business: toccheranno Linate, la zona Expo e San Siro, Garibaldi-Repubblica e Citylife, aumentandone così il valore commerciale. Alle linee del metro andrà a sovrapporsi, grosso modo, anche il maxitunnel di 14,5 chilometri (2 miliardi stimati), di cui abbiamo già parlato nell&#8217;ultimo numero e che andrà dalla sede Expo fino a Linate, riversando un fiume di auto in città con le sue 12 uscite nel nucleo urbano. Intanto il Comune di Milano ha dato il via al piano di dismissione degli immobili di sua proprietà: sono passate in mano agli speculatori &#8220;due gioielli dei milanesi&#8221; siti in via Bergamini e in viale Papiniano. Grazie al fondo immobiliare creato dal Comune di Milano con la partecipazione delle onnipresenti Intesa Sanpaolo, Unicredit e Monte dei Paschi, e gestito da Bnl, si prevede di portare a termine la vendita entro cinque anni (si veda per ulteriori dettagli Milano Internazionale Cronache n. 5 del 17 dicembre 2008). Gli inquilini non verranno sfrattati, ha spiegato rassicurante l&#8217;assessore alla casa Gianni Verga (Udc) &#8211; in realtà avranno invece solo un diritto di prelazione sull&#8217;acquisto, con uno sconto del 30% sul valore di mercato (altissimo perché ancora gonfiato dalla bolla). Il che equivale a dire che gli immobili verranno svuotati dai loro inquilini che non hanno un buon capitale in portafoglio.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span lang="IT">Questa Milano &#8220;pubblico&#8221;-privata (sarebbe in realtà meglio dire privata-privata) che fa affari e specula si rispecchia anche nelle utilities, cioè le società a controllo municipale, ma a partecipazione anche privata, che forniscono servizi pubblici. Se le utilities italiane si riunissero in un&#8217;unica impresa costituirebbero il sesto gruppo industriale italiano per fatturato (18,6 miliardi) e il quarto per numero di dipendenti (77.306). Nel complesso offrono agli amministratori pubblici 279 poltrone in consigli di amministrazione da assegnare a soggetti amici. I dati vengono forniti da uno studio di Mediobanca citato dal Sole 24 Ore e si riferiscono all&#8217;anno 2007. Al primo posto nella classifica delle utilities c&#8217;è il Comune di Milano, che controlla 85 società con un giro d&#8217;affari di 4,1 miliardi. Al secondo posto si trova non un&#8217;altra metropoli della penisola, bensì un&#8217;altra città lombarda, Brescia, che grazie soprattutto alla società energetica Asm (fusasi poi nel 2008 in A2A con la milanese Aem) muove 2,3 miliardi di fatturato complessivo. Brescia è al primo posto in Italia in termini di redditività operativa, con un margine operativo netto medio del 12,3%. Seguono Milano con il 10,3% e Torino con il 7,2%. I comuni vivono in buona parte anche dei dividendi che queste società distribuiscono: nel 2007 Asm ha portato nelle casse del Comune di Brescia 141 milioni di euro e la Aem ha contribuito 82 milioni di euro al bilancio del Comune di Milano. Il Comune di Milano controlla in media il 41,2% delle quote delle sue utilities, quello di Brescia solo il 32,5%.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span lang="IT">(fonti: Corriere Economia, 23 febbraio e 16 marzo; Repubblica, 26 febbraio, 5 marzo, 9 marzo e 11 marzo; Il Giorno, 5 marzo; Italia Oggi, 11 marzo; Sole 24 Ore, 5 marzo)</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span lang="IT">3) IL CAPITALE MILANESE E L&#8217;EUROPA ORIENTALE</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span lang="IT">L&#8217;intera area dell&#8217;Europa Orientale si trova sull&#8217;orlo di una crisi di dimensioni enormi in seguito allo scoppio della bolla finanziaria e di quella immobiliare. Due bolle che hanno le loro radici in massima parte nel capitale occidentale alla ricerca di terre vergini per ottenere gli alti rendimenti che negli ultimi anni faticava a trovare a Ovest. Per farsi un&#8217;idea del ruolo che i capitali esteri hanno avuto e ancora anno in quest&#8217;area è sufficiente citare il dato, citato dal Sole 24 Ore, secondo cui gli investimenti esteri sono responsabili in media del 50% del Pil di questi paesi e in uno dei paesi oggi più in crisi, l&#8217;Ungheria, tale percentuale arriva addirittura al 99%. Nel complesso, ed escluso il più grande paese dell&#8217;area, cioè la Russia, l&#8217;indebitamento estero complessivo di quest&#8217;area ammonta a 1 trilione di dollari, di cui 200 miliardi sono in scadenza nel corso di quest&#8217;anno. Le due maggiori banche milanesi (e italiane), cioè Unicredit e Intesa Sanpaolo, hanno svolto un ruolo di primo piano in questa corsa alla speculazione finanziaria nell&#8217;area. Lo sfruttamento finanziario dell&#8217;Europa Orientale ha portato nella nostra città ingenti capitali in larga parte poi reinvestiti, per esempio, nei grandi progetti di cementificazione che hanno nella maggior parte dei casi come finanziatrici le due grandi banche. E questo sfruttamento (che non genera ricchezza nell&#8217;Europa Orientale, se non per pochissimi intermediari locali: basta vedere le statistiche sugli stipendi medi o sulle condizioni di lavoro) va messo in relazione anche con quello dei lavoratori immigrati provenienti dai medesimi paesi, che sono l&#8217;altra faccia di un medesimo sistema. Per avere un&#8217;idea del coinvolgimento delle due banche nell&#8217;area dell&#8217;Europa Orientale basta citare alcuni dati. Il 27,5% degli utili ante imposte di Unicredit e il 10,5% di quelli di Intesa Sanpaolo dipendono da attività nell&#8217;Europa Orientale, secondo dati citati dal Corriere della Sera. Secondo altri dati riportati dal Sole 24 Ore, il 32% dei ricavi di Unicredit e il 12% di quelli di Intesa San Paolo vengono realizzati nella stessa area.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span lang="IT">(fonti: Corriere della Sera, 18 febbraio e 4 marzo 2009; Sole 24 Ore, 1 marzo 2009)</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span lang="IT">4) DIARIO DELLA CRISI IN LOMBARDIA:</span></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span lang="IT">Cassa integrazione, mobilità, contratti di solidarietà &#8211; </span></strong><strong><span lang="IT">Doppio lavoro e lavoro in nero &#8211; </span></strong><strong><span lang="IT">Lavoro interinale e precari della scuola &#8211; </span></strong><strong><span lang="IT">Crisi anche per il settore moda e gli ambulanti &#8211; </span></strong><strong><span lang="IT">La crisi vista dalla Padania &#8211; </span></strong><strong><span lang="IT">Umiliate e offese</span></strong></p>
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<p class="MsoNormal"><strong><span lang="IT">Cassa integrazione, mobilità, contratti di solidarietà&#8230;</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="IT">Sono numerosissimi e in crescita in tutta la Lombardia i casi di aziende che chiedono la cassa integrazione o la mobilità per i propri dipendenti. Citiamo solo alcuni dati come esempio tra la marea di notizie che ci sommerge in queste settimane. Il gigante dell&#8217;hi-tech <strong><span style="text-decoration:underline;">ST</span></strong> ha messo a riposo forzato il 50% del personale, che ammonta a 8.067 persone in tutta Italia. Nella sede di Agrate dell&#8217;azienda andranno in cassa, dopo le pessime previsioni per il secondo trimestre 2009, circa 1.900 dipendenti con un reddito dimezzato e compreso tra 730 e 830 euro al mese. Finora l&#8217;azienda era riuscita a evitare la cassa grazie al ricorso a ferie pilotate. Alla <strong><span style="text-decoration:underline;">Bames e alla Sem</span></strong> di Vimercate, eredi della società Celestica, andranno in cassa integrazione a rotazione 550 dipendenti su 660, per un periodo di 150 giorni che non potranno essere cumulativi. A Vimercate è in crisi anche la <strong><span style="text-decoration:underline;">Agnati</span></strong>, che produce macchine per imballaggio dal 1932. Il 24 febbraio l&#8217;azienda ha annunciato la chiusura e ha messo in mobilità i suoi 130 dipendenti, &#8220;la maggior parte sui 45 anni, con una corposa presenza femminile, tecnici esperti nel far girare idee e tecnologia di alto livello&#8221;, scrive il Giorno. La Agnati in tutta la propria lunga storia &#8220;non aveva mai fatto un minuto di cassa integrazione e la crisi sarebbe dovuta al ritardo nei pagamenti da parte dei clienti, e a cascata sui fornitori, che hanno tagliato le materie prime&#8221;, continua il quotidiano. L&#8217;azienda fin dagli anni ottanta era all&#8217;avanguardia in campo tecnologico e negli ultimi anni aveva esternalizzato in Cina parte delle produzioni. Lo stipendio medio dei suoi dipendenti era di 1.300 euro al mese. La crisi tocca anche la più grande industria dolciaria del varesotto: la <strong><span style="text-decoration:underline;">Lindt</span></strong> di Induno Olona, che nella sua storia non aveva mai fatto registrare neanche un&#8217;ora di cassa integrazione, ha deciso di bloccare lo stabilimento per quattro settimane. I sindacati stimavano a fine febbraio un numero di almeno 13.500 cassintegrati nella provincia di Varese, con la previsione preoccupante di un&#8217;impennata di richieste delle aziende nelle prossime settimane. La cassa integrazione sta poi diventando oggetto di operazioni finanziarie che coinvolgono le banche: in seguito a un accordo con la Camera di Commercio di Varese le banche anticiperanno la cassa integrazione ai lavoratori che devono fare quadrare il bilancio familiare, applicando un interesse al tasso dell&#8217;1,86%. A Brescia l&#8217;<strong><span style="text-decoration:underline;">Alfa Acciai</span></strong>, un importante azienda siderurgica che risente degli effetti della crisi, intende applicare un programma di lavoro a orario ridotto, con attività concentrata di notte dal lunedì al venerdì e nel fine settimana a pieno regime. Lo dovrebbe consentire un contratto di solidarietà difensivo che l&#8217;azienda punta a stipulare con i sindacati, dopo avere parlato di 250 esuberi su un totale di 800 occupati. L&#8217;orario di lavoro dovrebbe passare dalle 40 alle 31 ore settimanali, con una riduzione di salario per gli operai pari al 7%. La <strong><span style="text-decoration:underline;">Elco</span></strong> di Inzago, multinazionale che produce motori elettrici per condizionatori, ha messo in cassa integrazione per un anno 287 lavoratori, ma i dirigenti hanno comunicato alle organizzazioni sindacali di non essere in grado di anticipare all&#8217;Inps nemmeno l&#8217;indennità di cassa &#8211; per i lavoratori si prospetta quindi il rischio di rimanere per quattro o cinque mesi senza percepire nemmeno un euro. La Elco è una multinazionale con stabilimenti anche in Bulgaria e in Cina, che fattura 50 milioni di euro all&#8217;anno. In provincia di Pavia entrano in cassa integrazione straordinaria per dodici mesi, a circa 800 euro al mese, i venti dipendenti della <strong><span style="text-decoration:underline;">Maut</span></strong> di Medassino, un azienda che da più di trent&#8217;anni produce ed esporta macchine utensili. &#8220;Sono prodotti di fascia alta e di alta tecnologia che almeno in linea teorica non dovrebbero risentire della concorrenza sui bassi costi dei paesi emergenti&#8221;, spiega Lorella Pepicelli della Cgil. &#8220;Il problema è che la crisi è talmente vasta che nemmeno i mercati emergenti sono più in grado di investire per rinnovare il proprio parco macchine&#8221;. Gli operai dello stabilimento, secondo la Provincia Pavese, tra straordinari, turni e trasferte arrivavano a guadagnare anche 1.700 euro al mese, ora in cassa il massimo sarà di 800 euro al mese, ma anche in questo caso l&#8217;azienda ha comunicato di non essere in grado di anticipare la cassa ai dipendenti. Vanno in cassa integrazione ordinaria per tredici settimane anche tutti i dipendenti di un&#8217;azienda storica e di grandi dimensioni come la <strong><span style="text-decoration:underline;">BTicino</span></strong>: 1.151 dipendenti a Varese, 216 a Tradate, 200 a Bodio Lomnago e tutti i lavoratori di Azzano e di Milano. La decisione è dovuta alla netta diminuzione negli ordini che ha portato all&#8217;inizio dell&#8217;anno a cali di produzione fra il 25 e il 30 per cento in conseguenza della crisi del mercato edilizio. Va notato inoltre che ai 150 lavoratori interinali di BTicino, oltre sessanta dei quali erano stati assegnati alle fabbriche varesine, non è stato rinnovato il contratto. A Tribiano e Settala, nel lodigiano, vanno in cassa integrazione ordinaria per tredici settimane fino a maggio 223 dipendenti della <strong><span style="text-decoration:underline;">Baruffaldi</span></strong>, che ha come principale cliente il gruppo Fiat-Iveco. Si tratta del 90% della forza lavoro. L&#8217;azienda ha inoltre rinnovato solo alcuni dei contratti con lavoratori a tempo determinato, ma mai oltre il luglio 2009. A Paderno Dugnano rimangono in agitazione i lavoratori della <strong><span style="text-decoration:underline;">Metalli Preziosi</span></strong>, che il 9 marzo hanno organizzato un presidio di fronte alla sede di Assolombarda. I dipendenti a oggi non hanno ancora ricevuto tre mesi di stipendio e la tredicesima e l&#8217;azienda il 16 febbraio è stata messa in liquidazione dopo che a dicembre la crisi finanziaria la aveva messa in ginocchio. In <strong><span style="text-decoration:underline;">provincia di Mantova</span></strong>, tra inizio febbraio e inizio marzo, ben 78 aziende hanno chiesto la cassa integrazione. Dal 1 dicembre i dipendenti che utilizzano l&#8217;ammortizzatore sociale sono già 1.060 distribuiti in 205 aziende industriali e artigiane. Tra le aziende coinvolte nelle ultime settimane anche alcune del settore trasporti, segno che la crisi si sta estendendo a macchia d&#8217;olio a comparti fin qui non toccati. Nel <strong><span style="text-decoration:underline;">settore produttivo lariano</span></strong> si è registrato un calo del fatturato fino al 60% e ormai più di un lavoratore su tre è in cassa integrazione o in mobilità, scrive il Giorno in un articolo dal significativo titolo &#8220;Tsunami sul Lario&#8221;. Le aziende interessate dalla crisi sono 289 (+85% in poco più di un mese) e hanno in totale quasi 19.000 dipendenti, il 49,5% del totale dell&#8217;area. Nella provincia di Milano la cassa integrazione e la mobilità cominciano a colpire anche il <strong><span style="text-decoration:underline;">settore dei servizi</span></strong>, dopo la diffusione a macchia d&#8217;olio nel settore industriale. Lo si evince da una tabella pubblicata da Repubblica, secondo cui nell&#8217;intero 2008 i lavoratori del settore in mobilità sono stati 3.078, mentre nei soli primi due mesi del 2009 sono già 1.879. La cassa integrazione straordinaria a gennaio e febbraio 2009 ha riguardato 475 lavoratori del settore servizi contro i 199 dell&#8217;intero anno scorso. E mentre nel 2008 e nel 2007 nel settore non c&#8217;era stato nemmeno un lavoratore in cassa integrazione ordinaria, nei primi due mesi di quest&#8217;anno sono già 169. A fine febbraio circa il 23,5% delle <strong><span style="text-decoration:underline;">imprese bergamasche</span></strong> affermava di essere in grado di reggere al massimo per sei mesi in termini finanziari, secondo dati risultanti da un&#8217;indagine della Confindustria di Bergamo e citati dall&#8217;Eco di Bergamo. Le procedure di cassa integrazione o di mobilità in corso o in programma interessano il 33,1% del campione di aziende, ma il dato è atteso in crescita. Solo nel 7,8% dei casi si segnala una tensione alta nelle relazioni sindacali. Significativo anche un altro dato emerso dall&#8217;indagine: il 25,9% delle imprese bergamasche ha unità produttive all&#8217;estero. Infine, a completare il quadro, la Repubblica scrive che sta andando in tilt l&#8217;<strong><span style="text-decoration:underline;">ufficio Inps di via Melchiorre Gioia a Milano</span></strong>. In decine fanno la coda ogni giorno per sentirsi dire che &#8220;ci sono migliaia di domande, stanno licenziando tutti, non sappiamo come smaltire le pratiche&#8221;. Il quotidiano parla di un &#8220;esercito di vittime della crisi, uomini e donne espulsi dalle fabbriche, dagli uffici, dalle aziende che sono in coda per il sussidio di disoccupazione. Sono sempre di più: nell&#8217;area metropolitana di Milano il loro numero è cresciuto, a fine 2008, del 43%, con punte del 65% a Vimercate, del 62% a Bollate, del 52% al Lorenteggio e del 49% a Niguarda. Dalle prime settimane del 2009 le richieste di indennità stanno crescendo a un ritmo ancora maggiore&#8221;. Secondo Marzia Oggiano della Cgil, &#8220;sono triplicate rispetto a febbraio 2008&#8243;.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><strong><span lang="IT">Doppio lavoro e lavoro in nero</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="IT">La Cisl ha pubblicato i risultati di un&#8217;indagine sul fenomeno del <strong><span style="text-decoration:underline;">doppio lavoro</span></strong> a Milano, sottolineando come il suo ruolo sia sempre di più quello di permettere ai lavoratori di arrivare a fine mese. Il 32,2% degli intervistati ha affermato avere una seconda occupazione e il 25% la ha da meno di un anno. Il 40% dei doppiolavoristi è in nero e il secondo lavoro irregolare riguarda maggiormente le donne (43,1%) che gli uomini (36,1%). &#8220;Una parte rilevante (18,3%) dei doppiolavoristi milanesi dà una mano in locali e ristoranti come barista, cameriere, cuoco, animatore, cantante o addetto alla sicurezza&#8221;, scrive Rita Querzé sul Corriere della Sera riferendo in merito all&#8217;indagine Cisl. &#8220;Il 30% il secondo lavoro lo fa in casa come domestica, badante, baby sitter, parrucchiera, estetista, giardiniere, docente per ripetizioni. Un altro 36%, invece, è occupato alla reception, nei call center, come insegnante di lingue, venditore, traduttore o programmatore informatico&#8221;. Il 45% degli intervistati afferma di svolgere un secondo lavoro semplicemente per arrivare a fine mese, e solo il 18% per permettersi qualche piccolo lusso. La Cgil rileva da parte sua una ripresa dell&#8217;incremento del <strong><span style="text-decoration:underline;">lavoro in nero</span></strong> nel 2008 e inizio 2009, dopo il lieve calo registrato nel 2007, richiamando l&#8217;attenzione sul fatto che il lavoro nero rischia di creare una sorta di guerra tra poveri, una concorrenza italiani-immigrati per accaparrarsi lavoretti piccoli e grandi. Più precisamente, su 33.000 aziende ispezionate nel 2008, il 67,56% è risultata irregolare e i lavoratori in nero sono il 25% degli occupati. Oltre al lavoro nero vi è poi un uso improprio dei contratti a progetto e delle partite Iva. Come scrive il Giorno, &#8220;esplosiva, secondo la Cgil, può diventare la situazione degli stranieri, che per effetto dell&#8217;applicazione della Bossi Fini e dell&#8217;ulteriore inasprimento previsto dal &#8216;pacchetto sicurezza&#8217; di Maroni, potrebbero essere ricacciati nella quasi totalità verso forme di lavoro nero, senza diritti, senza sicurezza, sottopagati e con effetti anche di dumping sociale nei confronti degli italiani&#8221;.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><strong><span lang="IT">Lavoro interinale e precari della scuola</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="IT">Il settimanale Il Mondo offre uno spaccato del settore delle agenzie di <strong><span style="text-decoration:underline;">lavoro interinale</span></strong>, il cui fatturato complessivo annuale a livello mondiale è di 234 miliardi di dollari. In Italia nel settore operano 80 agenzie, con 2.500 filiali in cui lavorano permanentemente 11.000 dipendenti. Nel 2007, sempre in Italia, ogni giorno hanno lavorato in totale mediamente 220.000 interinali (oggi si chiama lavoro somministrato), un dato in netto aumento rispetto ai 160.000 del 2006. Secondo le testimonianze raccolte dal Mondo presso agenzie del settore, &#8220;il mercato era scintillante fino ad agosto, ma dopo le ferie estive non è più ripartito: crescita zero per un paio di mesi, poi è cominciato il tracollo&#8221;. I dati precisi sono: -15% del business a dicembre, -35% a gennaio e -40% a febbraio. Un operatore del settore racconta infine che &#8220;nelle filiali cominciano a entrare persone mai viste prima, come i laureati con esperienza o i dirigenti in cerca di un posto&#8221;. Intanto in Lombardia negli ultimi 10 anni è raddoppiato il numero degli <strong><span style="text-decoration:underline;">insegnanti precari</span></strong>. Lo dicono i dati del Ministero dell&#8217;istruzione, secondo i quali nel 1998 nella regione c&#8217;erano 11.287 insegnanti precari, mentre oggi sono 24.224. Ma ancora peggiore è la situazione per il personale non docente: qui i precari erano 2.806 nel 1998 e sono diventati 13.039 nel 2008, con un aumento del 365%. In totale i precari della scuola lombarda sono un esercito di 37.263 persone, contro le poco più di 14.000 di dieci anni fa. Con i tagli programmati alla scuola tali precari vedono ulteriormente allontanarsi la possibilità di raggiungere un contratto a tempo indeterminato.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><strong><span lang="IT">Crisi anche per il settore moda e gli ambulanti</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="IT">La crisi arriva anche per il <strong><span style="text-decoration:underline;">settore della moda</span></strong>. La settimana milanese ha registrato compratori in calo del 20% e quelli che si sono fatti vedere hanno tagliato tutte le spese possibili: notti in albergo, taxi, cene al ristorante, shopping. Confermano le associazioni dei taxisti che parlano di un numero di corse inferiore del 40% rispetto alla settimana della moda dell&#8217;anno scorso. La crisi colpisce anche i circa 5.000 <strong><span style="text-decoration:underline;">venditori ambulanti</span></strong> che lavorano nei 95 mercati rionali di Milano e che hanno un giro d&#8217;affari complessivo di 1,5 miliardi di euro all&#8217;anno, scrive la Repubblica. Secondo i dati dell&#8217;Apeca, il sindacato di categoria, il giro d&#8217;affari delle bancarelle è sceso rispetto ai mesi scorsi dal 20% al 40% a seconda della merce venduta. A calare sono soprattutto gli incassi degli ambulanti che vendono biancheria e capi di abbigliamento. Sono molti gli ambulanti che di fronte al calo delle vendite hanno deciso di dare in affitto la propria autorizzazione, nella maggior parte dei casi a stranieri.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><strong><span lang="IT">La crisi vista dalla Padania</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="IT">Il Corriere della Sera rileva che la <strong><span style="text-decoration:underline;">Padania</span></strong> da inizio marzo ha dedicato per ben tre giorni consecutivi la prima pagina a temi economici, dopo avere praticamente ignorato fino a oggi la crisi. Quando in passato aveva pubblicato qualche timido articolo sul tema, il quotidiano leghista lo aveva sempre accompagnato con pezzi dai toni molto più incoraggianti. &#8220;Per dire: il calo dell&#8217;inflazione viene presentato, il 24 febbraio, come &#8216;Prezzi in calo&#8217;. La testata è arricchita di due titoli: &#8216;I consumi non si riducono&#8217; e &#8216;Aumentano le imprese del settore cultura&#8217;. Fino a un secco &#8216;Finiamola con i corvi di Confindustria&#8217;. Un&#8217;impostazione che trova il suo culmine nel sorprendente &#8216;Veneto, 67esima economia mondiale&#8217;. In attesa del G68&#8243;, scrive il Corriere. Il 4 marzo, poi, la Padania ha pubblicato un articolo che esemplifica la linea del quotidiano leghista mirata a gettare acqua sul fuoco di fronte alla crisi, ricorrendo tra l&#8217;altro alla retorica dell&#8217;unità nazionale e/o padana. Commentando la proposta del Pd Franceschini di istituire un assegno di disoccupazione, la Padania afferma, in sintonia con i padroni, che &#8220;una simile operazione aumenterebbe il debito pubblico ed è una follia&#8221; e che la proposta &#8220;alimenta la sfiducia, il pessimismo, la depressione&#8221; &#8211; evidentemente secondo i leghisti la disoccupazione invece non alimenta questi sentimenti. L&#8217;assegno di disoccupazione &#8220;implica, alla lunga, maggiore debito e quindi maggiori tasse&#8221;, pertanto, se ne deduce, è preferibile che i lavoratori finiscano disoccupati senza alcuna tutela che rischiare imposte più alte per i padroni. Dopo avere lodato le capacità di preveggenza di Tremonti, che secondo la Padania avrebbe previsto la crisi ma che gli osservatori più attenti si ricordano invece come primo promotore in Italia della finanza creativa che ne è alle origini, il quotidiano leghista ricorre alla retorica nazional-popolare: &#8220;La situazione italiana è migliore di quanto appare. [...] La gente esige dal Parlamento concordia e toni rassicuranti, non già divisioni e polemiche inconcludenti&#8221;: tradotto nell&#8217;italiano di tutti i giorni significa, più o meno, &#8220;la Lega si fa garante del fatto che i nostri padroni e dirigenti sono tra i migliori e operano bene, nonostante l&#8217;evidente crisi. Quindi non lottate per il vostro diritto al lavoro e al reddito, ma chinate il capo e accettate gli ordini che vi piovono dall&#8217;alto&#8221;.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><strong><span lang="IT">Umiliate e offese</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="IT">Il contesto generale che abbiamo descritto sopra viene completato da un vero e proprio caso di &#8220;umiliazione e offesa&#8221;, quello delle cosiddette &#8220;scodellatrici&#8221; delle cooperative che gestiscono le mense scolastiche milanesi e che avevano scioperato nei giorni scorsi organizzando una manifestazione pubblica. Il loro caso è talmente eloquente che vale la pena di citare per intero l&#8217;articolo pubblicato su di loro dal Corriere della Sera e scritto da Rita Querzé: &#8220;«Chiedo scusa alla direzione scolastica, alla società Milano ristorazione e alla cooperativa La Centenaria per il mio comportamento scorretto». Comincia così la lettera che una decina di signore addette alla distribuzione dei pasti nelle scuole del Comune hanno scritto al loro datore di lavoro (la coop La Centenaria), al committente dell&#8217;appalto (Milano ristorazione) e, per conoscenza, alla direzione scolastica. Le «scodellatrici» chiedono scusa per aver scioperato l&#8217;11 febbraio scorso. Pentimento tardivo? Di sicuro così le addette alla refezione hanno cercato di tenersi stretto il posto di lavoro.</span><span lang="IT"> </span><span lang="IT">Continua la lettera: «Io sottoscritta dichiaro che ieri non mi sono recata a scuola per somministrare i pasti ai ragazzi, pur consapevole che avrei creato un disservizio. Ho aderito allo sciopero per ordine dei sindacati». In fede, e la firma. La Cgil si è sentita chiamata in causa e ha risposto portando le lettere in tribunale con un ricorso ex articolo 28 dello statuto dei lavoratori per comportamento antisindacale. «Qui si sta violando il diritto di sciopero. Non solo: le dipendenti sono state umiliate, trattate come scolarette scoperte con le mani nella marmellata », si infervora Gianfranco Besenzoni, funzionario della Filcams Cgil di Milano. In città le addette alle refezioni scolastiche (in gran parte donne) sono circa 1.400. Professioniste che lavorano in media tre ore al giorno alle dipendenze delle cooperative a cui Milano ristorazione cede l&#8217;appalto. «Talvolta la catena degli appalti si allunga — spiega Besenzoni —. In questo caso, per esempio, la cooperativa sociale La Centenaria ha a sua volta ceduto parte del lavoro a una srl. Le condizioni di lavoro delle dipendenti sono precarie nonostante il contratto sia a tempo indeterminato. E quando una coop perde l&#8217;appalto a favore di un&#8217;altra, come era appena successo al momento dello sciopero, i dipendenti continuano a fare il lavoro passando alle dipendenze di chi si è aggiudicato il lavoro». Eravamo proprio in questa situazione l&#8217;11 febbraio scorso, il giorno dello sciopero. Le «scodellatrici» stavano transitando dalla cooperativa «Primavera » alla «Centenaria». «Molte all&#8217;ultimo si sono tirate indietro e ci hanno detto che non avrebbero scioperato per paura», racconta il funzionario della Cgil. Quelle che hanno tenuto duro, invece, hanno pagato dopo. «A due lavoratrici la cooperativa non voleva firmare l&#8217;assunzione che fino al giorno era un atto dovuto — conclude Besenzoni —. E un&#8217;altra decina per tenersi il posto ha dovuto chiedere scusa per lo sciopero». Sono 1400 In città le addette alle refezioni scolastiche (per la maggior parte donne) sono circa millequattrocento&#8221;.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span lang="IT">(fonti: Corriere della Sera, 25 febbraio, 6 marzo, 7 marzo, 11 marzo; Repubblica, 18 febbraio, 26 febbraio, 3 marzo, 4 marzo, 13 marzo; L&#8217;Eco di Bergamo, 3 marzo; Il Giorno, 20 febbraio, 26 febbraio, 3 marzo, 6 marzo, 10 marzo, 13 marzo; La Provincia Pavese, 4 marzo; La Padania, 4 marzo; Il Mondo, 13 marzo; Il Cittadino di Lodi, 5 marzo)</span></p>
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