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	<title>Milano Internazionale &#187; Pirelli Re</title>
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		<title>Sul filo del rasoio</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Dec 2009 14:38:48 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Andrea Ferrario A Milano la bolla finanziaria e immobiliare è stata messa in standby. Da Risanamento salvata (per ora) dal fallimento, fino agli aumenti di capitale, alle fusioni societarie e agli esercizi provvisori del bilancio, si sta cercando di mettere in qualche modo una pezza a una situazione che permane pesantissima e appare ancora [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&amp;blog=7100082&amp;post=875&amp;subd=milanointernazionale&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Andrea Ferrario</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>A Milano la bolla finanziaria e immobiliare è stata messa in standby. Da Risanamento salvata (per ora) dal fallimento, fino agli aumenti di capitale, alle fusioni societarie e agli esercizi provvisori del bilancio, si sta cercando di mettere in qualche modo una pezza a una situazione che permane pesantissima e appare ancora senza vie di uscita. Un aggiornamento del nostro speciale in tre puntate &#8220;La bolla che deve ancora scoppiare&#8221;</strong>.</p>
<p><span id="more-875"></span></p>
<p>La bolla immobiliare e finanziaria milanese che deve ancora scoppiare (si veda il nostro speciale in tre puntate: <strong><a href="http://milanointernazionale.it/2009/10/23/la-bolla-che-deve-ancora-scoppiare-1/" target="_blank">Parte 1</a>, <a href="http://milanointernazionale.it/2009/10/27/la-bolla-che-deve-ancora-scoppiare-2/" target="_blank">Parte 2</a>, <a href="http://milanointernazionale.it/2009/10/29/la-bolla-che-deve-ancora-scoppiare-3/" target="_blank">Parte 3</a></strong>) continua a pendere come una spada di Damocle sulla città. Gli sviluppi dell&#8217;ultimo mese vanno quasi tutti in un&#8217;unica direzione, quella degli sforzi per mettere una pezza temporanea a una situazione potenzialmente esplosiva. Da Risanamento che è stata salvata dal fallimento, ma viene tenuta sotto stretta osservazione, all&#8217;aumento di capitale di Citylife che evita l&#8217;arresto dei cantieri, ma non garantisce la futura realizzazione del progetto, alle spese autorizzate dal Cipe per Expo e Pedemontana, che non costituiscono però un&#8217;effettiva erogazione dei fondi, alle manovre per porre rimedio in qualche modo ai problemi di Pirelli Re e a quelli dell&#8217;immobiliare Statuto, fino a quelle del Comune per tappare i grandi buchi apertisi nel bilancio, tutto parla di un frenetico lavoro per rimandare nel tempo lo sgonfiarsi della bolla. Nel momento in cui scriviamo il mondo finanziario globale trema per il possibile crack del Dubai e per i suoi 59 miliardi di debiti, un segno che la crisi è ancora molto lontana dall&#8217;essersi esaurita &#8211; anche se nessuno lo dice, la bolla milanese non è poi così lontana, in termini di volumi di denaro in gioco, da quella dell&#8217;emirato arabo.</p>
<p>RISANAMENTO SOTTO OSSERVAZIONE</p>
<p>Cominciamo la nostra rassegna degli sviluppi più recenti dal caso più rilevante, quello di <strong>Risanamento</strong>. Il 10 novembre il Tribunale di Milano ha respinto la richiesta di fallimento per la società immobiliare di Luigi Zunino, ritenendo che il piano di salvataggio delle banche sia idoneo a escludere lo stato di insolvenza. Un giro di parole dei giudici illustra tuttavia chiaramente come dietro alla decisione di non avviare il fallimento ci sia comunque una forte dose di incertezza: l&#8217;ipotesi di vendere le aree Falck a Sesto San Giovanni per 450 milioni e di cedere un&#8217;ampia quota di Santa Giulia vengono definite dai giudici &#8220;non manifestamente illogiche&#8221;, una frase alquanto tortuosa, come d&#8217;altronde un&#8217;altra frase, e cioè il &#8220;non appaiono poco probabili&#8221; usato in relazione alle ipotesi sulla capacità del piano delle banche di generare liquidità a breve termine. I giudici hanno poi riconosciuto che la richiesta di fallimento dei pm ha &#8220;inibito l&#8217;eventuale tentazione di ricorrere a metodi estemporanei o poco trasparenti di composizione della crisi&#8221;, parole che, seppure indirettamente, sono molto pesanti nei confronti delle banche. Inoltre, come osserva il Sole 24 Ore, la decisione del tribunale resta avvolta da incertezza: d&#8217;ora in avanti &#8220;sarà necessario un monitoraggio costante della società&#8221; e saranno i pm, continuano i giudici, che dovranno effettuare &#8220;un&#8217;attenta vigilanza sulla regolare attuazione degli accordi di ristrutturazione&#8221;. Frasi che equivalgono a dire che le banche hanno ottenuto il respingimento del fallimento, ma saranno sottoposte alla stretta sorveglianza dell&#8217;ufficio dei pubblici ministeri. D&#8217;altronde, come prosegue lo stesso quotidiano, il decreto dei giudici sottolinea che rimangono per il futuro &#8220;inevitabili fattori di rischio&#8221;, come l&#8217;andamento dell&#8217;economia e del settore immobiliare o le inchieste giudiziarie che hanno interessato Santa Giulia &#8211; tant&#8217;è che i giudici mettono le mani avanti sottolineando che il tribunale si limita a considerare &#8220;le circostanze fin qui documentate&#8221; e non può prevedere il futuro. La Repubblica si spinge ancora più in là commentando: &#8220;come dire che il fallimento, schivato oggi, potrebbe anche essere nuovamente chiesto in futuro&#8221;.</p>
<p>La pubblicazione dei conti di Risanamento al terzo trimestre 2009, solo pochi giorni dopo la decisione dei giudici, ha non a caso portato alla luce un notevole peggioramento della posizione della società. La perdita netta è di oltre 213 milioni di euro, in peggioramento del 26% rispetto allo stesso periodo dell&#8217;anno precedente, mentre il risultato operativo è calato addirittura del 112%. La posizione finanziaria netta è in profondissimo rosso e in peggioramento: -2,85 miliardi di euro rispetto ai -2,63 del 2008. Intanto la holding personale di Zunino ha deciso di mettere sul mercato immobili, per la maggior parte a Milano, al fine di fare fronte a parte del debito verso le banche. Sul mercato dovrebbero quindi riversarsi vendite per 194 milioni di euro, che copriranno solo parte dei 431 milioni dovuti agli istituti finanziari, che hanno già messo in conto una perdita del 55%. Nel frattempo è stato deciso che Risanamento sarà guidata da Claudio Calabi, che lascia la poltrona di ad del Sole 24 Ore, mentre per sbloccare la situazione di Santa Giulia, resa ancora più complicata da alcuni articoli del Giornale in cui si avanza l&#8217;ipotesi che i terreni su cui è stata costruita non siano stati bonificati a norma, vengono avanzate due soluzioni: la creazione di un fondo immobiliare e l&#8217;intervento di soccorso del Comune di Milano con la decisione di insediarvi la &#8220;cittadella della giustizia&#8221; in modo tale da aumentarne l&#8217;appetibilità. In questi giorni in cui gli Emirati arabi sono sull&#8217;orlo del crack (guarda caso, originato dalla speculazione immobiliare) sorge poi spontaneo a proposito di Risanamento un pensiero davvero malizioso: meno di un anno fa per la società di Zunino sembrava imminente l&#8217;uscita dalla crisi tramite la vendita delle aree e del progetto Falck al fondo Dubai Limitless (un &#8220;limitless&#8221;, cioè &#8220;senza limite&#8221;, che alla luce degli ultimi sviluppi suona alquanto inquietante&#8230;), ipotesi poi rientrata all&#8217;ultimo secondo. Cosa ne sarebbe oggi di quell&#8217;enorme area e di quel progetto miliardario, con Dubai che sta andando a picco? Su tutta la vicenda Risanamento ha scritto parole molto precise e dure Massimo Mucchetti sul Corriere della Sera dell&#8217;11 novembre: &#8220;La fine dell&#8217;impero di Luigi Zunino pone una questione più generale: la bolla edilizia, chi l&#8217;ha alimentata e finanziata, chi aveva la cultura per denunciarla e invece discetta degli alberi in piazza del Duomo. La bolla edilizia non è un affare da furbetti del quartierino. E&#8217; la conseguenza della privatizzazione non dichiarata dell&#8217;urbanistica. [...] Gli immobiliaristi hanno avviato progetti assai ambiziosi nel quadro di piani di governo del territorio (i piani regolatori generali di un tempo) che prevedono grandi aumenti delle volumetrie. Strumenti urbanistici e investimenti privati sono il risultato di trattative tra giunte, costruttori e immobiliaristi, con i consigli comunali imbrigliati dal conformismo di maggioranza blindate e opposizioni ideologiche o cooptate, dunque incapaci di esercitare il controllo. [...] E le banche credono all&#8217;incredibile prima perché la rendita fondiaria in tal modo creata rivaluta le garanzie ricevute dalle vecchie industrie, e poi perché, per interposti Zunini, entrano nella gestione delle città. E le star dell&#8217;architettura, immemori dell&#8217;urbanistica, firmano e tacciono sulla sostenibilità dei progetti&#8221;.</p>
<p>UNA NUOVA POTENZIALE MINA</p>
<p>Messa in standby la bomba a orologeria della Risanamento spunta subito una &#8220;nuova potenziale mina da almeno 1 miliardo di euro nei confronti delle banche esposte&#8221;, come hanno scritto Luca Fornovo e Gianluca Paolucci sulla Stampa. Si tratta della pesante situazione dell&#8217;immobiliarista campano <strong>Giuseppe Statuto</strong>, che ha interessi soprattutto a Milano. Il suo gruppo, come riferisce il Sole 24 Ore del 21 novembre, è in difficoltà e ha un&#8217;esposizione di 1,2 miliardi di euro nei confronti del Banco Popolare, che è giunto a un&#8217;intesa con l&#8217;immobiliarista per dimezzarla a 648 milioni. Prima dello scoppio della bolla Statuto aveva inoltre contratto debiti per 250 milioni di euro con Merrill Lynch per l&#8217;acquisto dell&#8217;hotel Four Season a Milano e per 400 milioni di euro con l&#8217;ex Lehman Brothers per alcuni sviluppi immobiliari nella capitale lombarda. Ma ora Statuto non riesce a fare cassa vendendo i propri immobili a un prezzo soddisfacente per fare fronte ai suoi debiti. A inizio novembre sono stati poi pubblicati i dati di <strong>Pirelli Re</strong> per il primi nove mesi del 2009, dopo l&#8217;aumento di capitale e l&#8217;ottenimento di nuove linee di credito per 320 milioni di euro. Nel corso dei tre trimestri Pirelli Re ha perso quasi 58 milioni di euro rispetto ai quasi 13 dello stesso periodo 2008, mentre il risultato operativo è passato da un utile di 22,4 milioni a un passivo di 30,2 milioni. A metà novembre è stato ufficialmente annunciato che è allo studio una fusione di Pirelli Re con la <strong>Fimit</strong> (Fondi Immobiliari Italiani) guidata da Massimo Caputi (su di lui, e in generale sul connubio banche-mattone si veda l&#8217;inchiesta &#8220;<a href="http://www.fiaip.it/ecostampa/utility/imgrs.asp?numart=OAPD2&amp;annart=2009&amp;numpag=1&amp;tipcod=0&amp;tipimm=0&amp;defimm=1&amp;tipnav=1&amp;isjpg=S&amp;usekey=A9HAQJ43" target="_blank">Banche al ballo del mattone</a>&#8221; di Vittorio Malagutti, pubblicata dall&#8217;Espresso). Pirelli si libererebbe così dal suo braccio immobiliare in difficoltà, che ha in gestione un portafoglio di asset immobiliari da 5,7 miliardi di euro, che insieme a Fimit (gestisce 13 fondi immobiliari per un totale di 4,7 miliardi di euro) darebbe vita a una grande società di finanza immobiliare concentrata prevalentemente sulla gestione e i servizi. Fimit ha come propri soci quattro grandi enti di previdenza, che vanno dall&#8217;Inpdap, dipendenti pubblici e 3,6 milioni di iscritti, ad altri enti previdenziali del settore commercio, sport e spettacolo, ingegneri e architetti che hanno un totale di 700.000 iscritti. Le casse di previdenza corrono non pochi rischi puntando sulla finanza immobiliare. Lo testimonia il caso di Fasc Immobiliare, veicolo della cassa di previdenza degli spedizionieri che gestisce svariati immobili di pregio a Milano e che fa affari tra gli altri con il Gruppo Statuto. Attualmente i debiti finanziari verso Fasc ammontano a ben 173 milioni di euro.</p>
<p>CITYLIFE COSTA CARA</p>
<p>Meno di un paio di settimane prima della decisione dei giudici relativa a Risanamento si sono avuti due nuovi sviluppi, apparentemente positivi, anche per <strong>Citylife</strong>. Il 28 ottobre il cda della società che gestisce il progetto sull&#8217;area ex Fiera ha deciso un aumento di capitale di 105 milioni di euro, una decisione che deve essere costata molta fatica ad alcuni dei soci, come Ligresti e Toti, che sono a corto di liquidi. Ma non c&#8217;era alternativa, perché il rischio era il fermarsi dei cantieri nel giro di un mese (cioè proprio nei giorni in cui scriviamo). Ora si potranno realizzare due dei blocchi residenziali per avviarne le vendite, sperando che vadano bene. Sulle famose tre torri invece rimane il punto di domanda, non è più sicuro che si facciano, dipenderà dalla liquidità disponibile. Le banche intanto hanno chiesto nuove garanzie per l&#8217;aumento del loro prestito, scrive la Repubblica del 31 ottobre: &#8220;un&#8217;estensione dei pegni sulle azioni Citylife e un aumento dei tassi da 145 a 200 punti base sopra l&#8217;Euribor &#8220;. Inoltre, secondo lo stesso quotidiano, la banca tedesca Eurohypo starebbe pensando di sfilarsi dall&#8217;operazione. Contemporaneamente all&#8217;aumento di capitale Citylife ha ottenuto un&#8217;apparente vittoria ottenendo il via libera definitivo al progetto, in conseguenza del respingimento di due ricorsi presentati da comitati della zona. Il Tribunale amministrativo regionale ha infatti deciso che sull&#8217;area è possibile costruire con indici di cubatura più alti che nel resto della città (1,15 invece di 0,65). Il cantiere non verrà quindi bloccato, ma per Citylife si apre un ulteriore onere da affrontare. Il Comune è stato infatti troppo &#8220;morbido&#8221; nel calcolare la monetizzazione degli standard, cioè dei servizi che Citylife sarebbe stata tenuta a costruire, ma che sono stati sacrificati a vantaggio delle aumentate volumetrie. Palazzo Marino ha calcolato la monetizzazione come pari a 43 milioni di euro, secondo il tribunale il calcolo giusto è 163 milioni di euro, una differenza di 120 milioni che rischia di andare subito a mangiarsi per intero l&#8217;aumento di capitale da parte dei soci Citylife. Tra l&#8217;altro la magistratura ha avviato un&#8217;inchiesta penale proprio sulla monetizzazione degli standard. Non sembra invece risentire della crisi il progetto <strong>Porta Nuova-Garibaldi</strong>, sul quale però va riscontrato anche una generale mancanza di interesse dei media, tutti presi dalle ultime emergenze, e quindi una carenza di informazioni aggiornate. In un&#8217;intervista rilasciata a Milano Finanza il 31 ottobre, Manfredi Catella, direttore del ramo italiano del gruppo immobiliare americano Hines, protagonista del progetto, parla del conferimento delle aree e dei progetti da realizzarsi in zona (tre lotti: Porta Nuova-Garibaldi, Porta Nuova-Varesine e Porta Nuova-Isola) a dei rispettivi fondi immobiliari. Per il secondo, riferisce Catella, ci sono già 300 prenotazioni (non si capisce però su quante unità previste): in realtà la cifra fornita non ha pressoché rilevanza al fine di prevedere quale sarà l&#8217;esito dell&#8217;operazione, perché chi prenota versa una cauzione di 5.000 euro che, in caso di rinuncia, gli verrà interamente restituita, quindi prenotare non costa pressoché nulla e pertanto non è sufficientemente vincolante. Secondo le parole dello stesso manager i fondi immobiliari di Hines mirano in particolare a catturare il patrimonio delle casse previdenziali e dei fondi pensione, riguardo ai quali rimandiamo alle considerazioni formulate più sopra.</p>
<p>EXPO E PEDEMONTANA, FINANZIAMENTI IN ALTO MARE</p>
<p>A inizio novembre il Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) ha autorizzato circa 5,8 miliardi di euro di spese per le opere fondamentali e quelle connesse dell&#8217;<strong>Expo 2015</strong>, su 9 miliardi complessivi approvati dal Cipe stesso per l&#8217;intera Italia (alla faccia di chi gridava qualche mese fa che tutti i soldi vanno a Roma o a Catania&#8230;). Di questi, 1,2 miliardi riguardano le due linee della metropolitana da realizzarsi, con la sanzione definitiva della cancellazione del progetto della linea 6 e lo spostamento di circa metà dei relativi fondi sulla linea 4. Più precisamente, la linea 5 verrà portata a termine in project financing (soluzione che prevede investimenti in larga parte di privati, ma il più di volte con una formula di garanzia pubblica sui redditi da generarsi e quindi con forti rischi per il pubblico) con la copertura da parte dello stato di 384 dei 657 milioni necessari, mentre per la linea 4 ci sarà una copertura statale di 400 milioni su 910 milioni di costi previsti per il secondo lotto, mentre per il primo (da S. Cristoforo a Linate, 790 milioni di costi previsti) il Comune di Milano dovrà indebitarsi per 550 milioni di euro e il governo dovrebbe pertanto varare un&#8217;apposita deroga al patto di stabilità. I politici hanno tra le altre cose presentato l&#8217;autorizzazione di spesa da parte del Cipe come se fosse un&#8217;erogazione di fondi. In realtà non è così, si tratta solo di una decisione di programmazione e non c&#8217;è nessuna garanzia che i fondi verranno effettivamente erogati (come vedremo più sotto anche per il caso della Pedemontana). Per quanto riguarda la voce spese per l&#8217;Expo 2015 sono in arrivo dolori per le amministrazione pubbliche. Passata la sbornia dello sbandieramento ideologico dell&#8217;Expo come bacchetta magica per lo sviluppo per Milano arriva il conto da pagare: Regione, Provincia e Comune dovranno infatti tirare fuori complessivamente la cifra astronomica di quasi 900 milioni di euro per le opere essenziali. Entro il 2010 dovranno infatti presentare &#8220;tassativamente&#8221; (cioè pena la perdita dell&#8217;assegnazione dell&#8217;evento) al Bie, l&#8217;ente che assegna e supervisiona l&#8217;organizzazione della manifestazione, &#8220;l&#8217;impegno formale a garantire la propria quota di finanziamento di Expo 2015 per la realizzazione dell&#8217;intero progetto (2009-2015)&#8221;, cioè nel caso dei tre enti la somma summenzionata. Si tratta di un impegno di enorme entità e cade proprio in un momento in cui il Comune di Milano in particolare si trova ad affrontare un grosso buco di bilancio e non può più fare conto su alcune delle sue principali voci di entrata. Rimane poi l&#8217;enorme punto di domanda sulla partecipazione dei privati, che dovrebbe essere notevole se si vuole realizzare l&#8217;evento: in questo periodo di mancanza di liquidità e di banche che non erogano finanziamenti ci si chiede quanti saranno in grado di gettarsi nell&#8217;avventura e con quali garanzie di continuità. A fronte di tutto questo, la società Expo 2015 S.p.A. sta pensando di acquistare direttamente i terreni su cui dovrebbero sorgere le infrastrutture, in modo tale da poterli rivenderli dopo averli &#8220;valorizzati&#8221;, gettandosi cioè su una operazione di speculazione immobiliare che alle già pesanti uscite aggiunge un ulteriore fattore di rischio finanziario. Rischio che nel complesso è comunque molto alto, se si guarda alle esperienze degli altri: le Expo non sono un buon affare, come ha tra l&#8217;altro dimostrato il caso di Saragozza 2008, chiusasi con un pesante passivo per la locale amministrazione municipale. Il commento quindi è che l&#8217;Expo 2015, in versione hard, light o &#8220;verde&#8221;, è solo un&#8217;operazione di megaspreco di denaro pubblico (ma anche di denaro privato, che comunque ha sempre ricadute pubbliche, come ci sta insegnando questa crisi) priva di giustificazioni razionali fondate. Il Cipe ha approvato nell&#8217;ambito delle opere Expo 2015 anche i fondi per la <strong>Pedemontana</strong>. Come spiega sul Corriere Economia il giornalista Jacopo Tondelli (già il titolo del suo articolo è eloquente: &#8220;Grandi opere: sì ai progetti, i soldi dopo&#8221;), &#8220;lo &#8216;sblocco&#8217; deliberato dal Cipe per 4,1 miliardi di euro non è l&#8217;approvazione di un finanziamento, ma la deliberazione politica definitiva su un piano costi&#8221;. I costi vivi dell&#8217;opera, come spiega Tondelli, dovrebbero essere pari a 4,1 miliardi, dei quali 1,2 di finanziamento pubblico già erogato e 0,5 già versato dagli azionisti privati (in prima fila, come al solito, Intesa Sanpaolo). Ma alcuni studi rivelerebbero nuove spese in precedenza non preventivate per quasi 1 miliardo di euro, che non sono coperte dal pubblico. Anche in questo caso i politici e molti media hanno dato fiato alle fanfare, ma la situazione dei finanziamenti naviga ancora in alto mare, e si tratta di un mare che in questo momento è duramente colpito dalla tempesta della crisi internazionale.</p>
<p>COMUNE PROVVISORIO</p>
<p>In alto mare anche il <strong>bilancio del Comune di Milano</strong>, sul quale sono arrivate le prime cifre precise. Per il bilancio preventivo 2010 c&#8217;è un buco di 160 milioni di euro, dovuto oltre ai mancati dividendi A2A e alla cancellazione dell&#8217;Ici sulla prima casa, di cui avevamo già parlato, anche a un calo degli oneri di urbanizzazione calcolato come pari a 40 milioni di euro. Il risultato è che il bilancio preventivo 2010 non verrà approvato entro fine dicembre, come avviene normalmente, e si passerà alla soluzione di emergenza dell&#8217;esercizio provvisorio, cioè andando avanti un mese alla volta limitandosi alla gestione ordinaria, come spiega il Corriere della Sera. Per porre rimedio alla difficile situazione sono state messe a punto soluzioni creative. Palazzo Marino, per esempio, avrebbe dovuto versare 130 milioni di euro all&#8217;Atm (che a giudicare dall&#8217;impressionante serie di incidenti ne ha proprio bisogno), ma visti i tempi si tratta di una cifra che il Comune fa fatica a esborsare. Così si è giunti a una decisione salomonica: il Comune verserà sì i 130 milioni all&#8217;Atm, ma quest&#8217;ultima ne distribuirà subito 65 milioni al Comune come dividendi: in pratica i finanziamenti all&#8217;azienda di trasporti pubblici sono stati tagliati del 50%. Un giorno avremo quindi l&#8217;Expo, ma non un tram che ci garantisca di arrivarci senza deragliare: è questa la filosofia del bilancio comunale. E&#8217; inoltre allo studio la creazione di un terzo fondo immobiliare del Comune, per giungere a un&#8217;alienazione di immobili pubblici e fare cassa. Intanto il procuratore Alfredo Robledo ha chiesto il rinvio a giudizio di quattro banche e tredici persone, di cui undici dirigenti bancari e due funzionari comunali (l&#8217;ex direttore generale del Comune e braccio destro di Gabriele Albertini, Giorgio Porta, e il consulente economico, sempre di Albertini, Mario Mauri) con l&#8217;accusa di truffa aggravata in relazione al famoso bond da 1,7 miliardi di euro coperto da <strong>derivati</strong>. Con l&#8217;occasione il centrosinistra ha depositato una nota in cui si stima che il passivo generato dai derivati di Albertini ammonta attualmente a 174 milioni di euro. Intanto si aggiunge un nuovo capitolo alla storia della <strong>privatizzazione del patrimonio pubblico</strong>. I media hanno riportato con risalto la notizia della &#8220;privatizzazione dell&#8217;acqua&#8221; voluta dal decreto Ronchi per la liberalizzazione dei servizi pubblici locali. La giusta battaglia per preservare il controllo pubblico sull&#8217;acqua ha messo però in secondo piano la reale portata del decreto, che stabilisce l&#8217;obbligo per le amministrazioni locali di scendere, entro il 31 dicembre 2010, al di sotto di una quota del 30% nelle società che gestiscono servizi pubblici, nonché il divieto di affidare gli stessi a una società a controllo prevalentemente pubblico. Non solo l&#8217;erogazione dell&#8217;acqua, ma tutti i servizi finora pubblici, fatta eccezione per i trasporti ferroviari, il gas e le farmacie comunali, passeranno sotto il controllo privato. Un passaggio nelle mani dei privati che in Lombardia verrà gestito da una classe politica che sembra sempre più vicina a una nuova &#8220;mani pulite&#8221; (sullo scandalo Grossi, Gariboldi, Ponzoni ecc., che secondo molte fonti lambisce Formigoni e Comunione e Liberazione, segnaliamo due inchieste dell&#8217;Espresso (&#8220;<a href="http://www.fiaip.it/ecostampa/utility/imgrs.asp?numart=NTTNT&amp;annart=2009&amp;numpag=1&amp;tipcod=0&amp;tipimm=0&amp;defimm=1&amp;tipnav=1&amp;isjpg=S&amp;usekey=A9HAQJ43" target="_blank">Premiato clan Lady Lombardia</a>&#8221; e &#8220;<a href="http://rassegnastampa.mef.gov.it/mefsettimanali/PDF/2009/2009-12-03/2009120314322423.pdf" target="_blank">Grandi, grossi e Formigoni</a>&#8220;) e un articolo del Sole 24 Ore (&#8220;<a href="http://www.fiaip.it/ecostampa/utility/imgrs.asp?numart=O1FN9&amp;annart=2009&amp;numpag=1&amp;tipcod=0&amp;tipimm=0&amp;defimm=1&amp;tipnav=1&amp;isjpg=S&amp;usekey=A9HAQJ43" target="_blank">La coppia Grossi-Zunino e l&#8217;area Sisas a costo zero</a>&#8220;).</p>
<p>Chiudiamo questo articolo che dipinge un quadro non certo esaltante della situazione milanese con una notizia invece davvero positiva. Il centro sociale Conchetta, il Circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa, il Circolo Arci Bellezza non finiranno nel secondo fondo immobiliare del Comune di Milano, e quindi per il momento si salvano da una privatizzazione che avrebbe comportato uno sgombero. Lo ha deciso il Consiglio Comunale, che con un solo voto di scarto ha purtroppo invece confermato il destino fondo per il centro sociale Torchiera. A votare a favore dell&#8217;estromissione dei luoghi storici della sinistra milanese dall&#8217;iniziativa di alienazione sono stati anche molti consiglieri del Pdl. I motivi in realtà sono come al solito di bassa lega finanziaria: l&#8217;inserimento di queste vere e proprie istituzioni della Milano democratica avrebbero comportato una diminuzione del valore del fondo, a causa delle proteste sociali che la loro vendita potrebbe causare.</p>
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		<title>La bolla che deve ancora scoppiare /2</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Oct 2009 10:32:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milanointernazionale</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Andrea Ferrario Seconda puntata: CityLife e la crisi del binomio finanza-mattone; Valutazioni sospette; I problemi finanziari di Pedemontana e quelli di Pirelli Re; I grattacieli portano sfiga Un viaggio in più puntate nella bolla milanese che deve ancora scoppiare: dal bilancio del Comune, ai derivati e al contesto di nuova bolla finanziaria che incombe [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&amp;blog=7100082&amp;post=827&amp;subd=milanointernazionale&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Andrea Ferrario</p>
<p><strong>Seconda puntata: CityLife e la crisi del binomio finanza-mattone; Valutazioni sospette; I problemi finanziari di Pedemontana e quelli di Pirelli Re; I grattacieli portano sfiga</strong></p>
<p>Un viaggio in più puntate nella bolla milanese che deve ancora scoppiare: dal bilancio del Comune, ai derivati e al contesto di nuova bolla finanziaria che incombe a livello internazionale, per passare poi ai grandi progetti edilizi in crisi, agli intrecci finanza-mattone e alle bolle prossime e venture del cemento e degli aeroporti.</p>
<p><span id="more-827"></span></p>
<p>DAL FLOP&#8230;</p>
<p>Doveva essere &#8220;il sogno nel cielo di Milano&#8221;, anche se a chi non è un cultore dell&#8217;architettura bollaiola faceva piuttosto pensare a un incubo avvolto dallo smog della città. Ma la <strong>Torre delle Arti</strong>, 24 piani di cemento per 96 metri di altezza, affiancati da due edifici più bassi, non si farà. Secondo i progetti originari doveva essere terminata entro il 2010 in via Principe Eugenio, una residenza di extralusso alla cui realizzazione avrebbero dovuto contribuire anche noti artisti, ma da dieci mesi il cantiere era fermo. E&#8217; scoppiata la bolla e per il fondo immobiliare australiano Babcock &amp; Brown, attualmente in amministrazione controllata (e &#8220;con rapporti molto stretti con il gruppo assicurativo Generali&#8221;, scrive Repubblica), i 70 milioni di euro di investimento sono evidentemente ormai senza prospettiva di rendita adeguata. Al posto dei 20.000 mq per 140 appartamenti di lusso che si intendeva vendere a 10.000 euro al mq per ora rimane solo un enorme buco. Si tratta del primo rilevante progetto immobiliare milanese che dà completamente forfait dopo lo scoppio della bolla ed è una pessima notizia per gli speculatori immobiliari, perché potrebbe essere un primo caso seguito da altri e ben peggiori naufragi. E i sintomi di uno stato di profonda malattia del settore sono davvero tanti e preoccupanti.</p>
<p>&#8230;AL CRACK?</p>
<p>Solo alcuni giorni dopo questo annuncio il Tribunale di Milano rimandava la decisione su un eventuale dichiarazione di fallimento per la <strong>Risanamento</strong> di Luigi Zunino (probabilmente verrà presa verso metà novembre). La fragilità dell&#8217;operazione di salvataggio prevista dalle banche (si veda per i dettagli <a href="http://milanointernazionale.it/2009/07/31/lallegra-milano-della-bolla/" target="_blank">L&#8217;allegra Milano della bolla</a>) è testimoniata tra le altre cose da un nuovo sviluppo e più precisamente dal fatto che prima dell&#8217;ultima udienza queste ultime abbiano dovuto aggiungere al loro piano una nuova linea di credito di 76 milioni per i problemi dell&#8217;immobiliare milanese con l&#8217;Agenzia delle entrate. I pm hanno inoltre contestato che una quota non indifferente del valore dell&#8217;operazione di salvataggio delle banche andrebbe a finire in commissioni, parcelle, oneri vari, e non nelle casse della Risanamento. Da parte loro i legali delle banche vanno all&#8217;attacco con argomenti che paiono minacciosi: il fallimento della società costituirebbe il &#8220;dissesto più grave dopo Parmalat, con conseguenze gravissime in termini di costo sociale e sul comportamento delle istituzioni finanziarie chiamate a risolvere numerose le crisi di impresa&#8221;. Non hanno tutti i torti e lo testimonia indirettamente il fatto che nel giro di una sola settimana nuove nubi si sono addensate su Risanamento e Zunino. La Stampa il 24 ottobre rileva che il fisco ha contestato alla società una serie di irregolarità contabili per 12 milioni, e che se le banche italiane creditrici spingono per il piano, meno entusiaste sembrerebbero quelle estere (che vantano crediti per oltre 170 milioni di euro), mentre Pirelli Re ha fatto partire un decreto ingiuntivo nei confronti di Risanamento per 2 milioni di euro di credito mai onorato. Sulle pagine del Corriere Economia il giornalista Jacopo Tondelli formula alcune osservazioni su quello che è uno dei pilastri del piano di salvataggio delle banche, cioè la vendita delle aree Falck di Sesto San Giovanni, sulle quali era prevista la realizzazione di un progetto da 5 miliardi di euro: &#8220;per passare dalla carta al cantiere, bisogna poter contare su cinque miliardi in cinque anni. &#8216;Cifre,&#8217;, secondo protagonisti del mercato immobiliare milanese, &#8216;che oggi risultano fantascientifiche e che erano sostenibili sia in termini di investimenti che in termini di prezzi offerti al mercato solo quando il mattone era ai massimi&#8217;&#8221;. Il rischio è che l&#8217;operazione si dilati di anni. Come se non bastasse, negli ultimi giorni sulla testa di Risanamento è caduto il mattone dell&#8217;arresto di Giuseppe Grossi (si veda in merito il nostro articolo <a href="http://milanointernazionale.it/2009/02/16/milano-internazionale-cronache-n-11-del-16-febbraio-2009/" target="_blank">Casei Gerola: la speculazione al posto della produzione</a>) nell&#8217;ambito di un&#8217;inchiesta partita con le indagini sulle fatture gonfiate per la bonifica del quartiere di Santa Giulia. Risulta sotto inchiesta anche lo stesso Luigi Zunino per una (finora presunta) appropriazione indebita di 1 milione di euro della società. Indagine che preoccupa in modo particolare le banche creditrici perché potrebbe incidere sulla decisione dei giudici in merito all&#8217;eventuale fallimento. Per loro ora, scrive la Stampa, &#8220;la parola d&#8217;ordine è quella di allontanare il più possibile la figura di Zunino da Risanamento. Operazione non facilissima anche perché [...] il piano di ristrutturazione prevede che Zunino resti azionista con una quota anche superiore al 20%. Quota che solo in un secondo tempo potrebbe passare in altre mani grazie alla liquidazione delle tre holding dell&#8217;immobiliarista&#8221;. Ci si mette poi anche Il Sole 24 Ore, che pubblica prima un articolo (<a href="http://www.fiaip.it/ecostampa/utility/imgrs.asp?numart=NR04A&amp;annart=2009&amp;numpag=1&amp;tipcod=0&amp;tipimm=0&amp;defimm=1&amp;tipnav=1&amp;isjpg=S&amp;usekey=A9HAQJ43" target="_blank">&#8220;Quell&#8217;asse tra Panama e il Lussemburgo&#8221;</a>) sul sistema di società personali di Zunino e della moglie e con perno tra Panama e il Lussemburgo, &#8220;scomparse&#8221; quando la capogruppo dell&#8217;immobiliarista, la società off-shore Domus Fin, nel 2006 è diventata una società di diritto italiano con il nome di Zunino Investimenti Italia, e poi un impietoso, ma davvero ottimo, articolo di Marco Alfieri (<a href="http://www.fiaip.it/ecostampa/utility/imgrs.asp?numart=NR03V&amp;annart=2009&amp;numpag=1&amp;tipcod=0&amp;tipimm=0&amp;defimm=1&amp;tipnav=1&amp;isjpg=S&amp;usekey=A9HAQJ43" target="_blank">&#8220;I sogni infranti della old new town&#8221;</a>) sul progetto fallimentare di Santa Giulia, anch&#8217;esso un pilastro del piano di salvataggi delle banche, un articolo che vi consigliamo caldamente di leggere per avere un&#8217;immagine concreta delle cause e, soprattutto, delle conseguenze della bolla immobiliare milanese.</p>
<p>IL NODO CITYLIFE</p>
<p>Alle sempre più evidenti difficoltà di <strong>CityLife</strong>, uno dei maggiori progetti edilizi di Milano, avevamo già accennato di recente. Visti gli ultimi sviluppi nel settore immobiliare vale la pena di ripercorrere in poche righe la storia di questo progetto, con particolare riferimento alle origini delle attuali difficoltà. La gara per la realizzazione del progetto sull&#8217;area dell&#8217;ex Fiera di Milano è stata vinta nel 2004 da una cordata formata da Generali, Ras (ora Allianz), Immobiliare Lombarda (Ligresti) e Gruppo Lamaro. A fronte della vendita dell&#8217;area alla cordata che ha preso il nome di CityLife, la Fiera Milano SpA preventivava di ottenere 200-250 milioni di euro. Alla fine si è giunti a un prezzo che quasi tutti gli osservatori hanno giudicato gonfiatissimo, 530 milioni di euro. Rispetto al progetto originario è però stata successivamente approvata una variante che ha ampiamente aumentato il valore dell&#8217;operazione CityLife: l&#8217;indice di edificabilità di zona è stato portato dallo 0,65 mq/mq vigente in tutta la città a 1,15 mq/mq. Sulla superficie utile di 366.000 mq si riverseranno circa 900.000 metri cubi tra residenziale extralusso e commerciale, con tre grattacieli alti fino a 204 metri. La data prevista per il completamento è quella fatidica del 2014-2015 (per materiali sulla storia del progetto CityLife si vedano le ricche e aggiornate rassegne stampa dell&#8217;<a href="http://www.quartierefiera.org/notizie.htm#rassegna" target="_blank">Associazione Vivi e progetta un&#8217;altra Milano</a> e del <a href="http://www.residentifiera.it/rassegna/" target="_blank">Comitato Residentifiera</a>). E&#8217; da tempo che il progetto CityLife evidenzia criticità. Nel giugno del 2007 la Banca d&#8217;Italia aveva contattato i maggiori gruppi bancari italiani cercando di riportarli all&#8217;ordine: i finanziamenti immobiliari non avrebbero dovuto superare il 70% del valore del rispettivo progetto. CityLife ha sempre viaggiato sull&#8217;80%, Garibaldi-Repubblica sul 75%-85%. Ma l&#8217;avvertimento della Banca d&#8217;Italia era solo una <em>moral suasion</em> priva di vincoli obbligatori: i risultati li si vedono oggi. E non a caso il Sole 24 Ore nello stesso anno scriveva che &#8220;lo sviluppo immobiliare di Milano riproduce il bancocentrismo dell&#8217;industria italiana&#8221; e in un altro articolo notava che &#8220;le iniziative in corso rischiano di arrivare sul mercato in tempi ravvicinati e di creare eccesso di offerta&#8221;. Nello stesso 2007 ci sono state le dimissioni di Ugo Debernardi da presidente di CityLife, in merito alle quali il Sole 24 Ore scriveva: &#8220;Il motivo? Diversità di vedute con Salvatore Ligresti: la sensazione è che CityLife abbia costi enormi dai quali bisognerà rientrare in fase di vendita&#8221;. Prosegue il giornale: &#8220;Ora, secondo indiscrezioni, il progetto originario si starebbe rilevando più costoso del previsto [...], lo stesso Salvatore Ligresti avrebbe rilevato che spese troppo elevate potrebbero essere un boomerang. In particolare, l&#8217;innalzamento del costo per metro quadrato potrebbe rendere difficile la successiva vendita sul mercato. [...] Il progetto iniziale non è modificabile. Infatti proprio in virtù del piano architettonico presentato, il raggruppamento CityLife aveva battuto Pirelli e Risanamento con un&#8217;offerta di 523 milioni di euro economicamente più elevata dell&#8217;8% rispetto ai contendenti&#8221;. Riassumendo: già più di due anni fa erano in molti a rilevare che si trattava di un&#8217;operazione con una leva finanziaria enorme, altamente rischiosa e vulnerabile di fronte all&#8217;andamento della finanza globale. I nodi ora stanno venendo al pettine. Ne scrive nei dettagli <a href="http://rassegnastampa.mef.gov.it/mefsettimanali/PDF/2009/2009-10-22/2009102213954831.pdf" target="_blank">Vittorio Malagutti su L&#8217;Espresso del 22 ottobre</a>, giungendo a dire che CityLife &#8220;rischia di essere ridimensionato se non addirittura di naufragare&#8221;. Come abbiamo già riferito, i costi del progetto sono lievitati dai 1,7 miliardi iniziali a 2,1 miliardi. L&#8217;unica che mostrerebbe qualche disponibilità a mettere mano al portafoglio per coprire la differenza è Generali. Non così Allianz, e tantomeno Ligresti e la Lamaro della famiglia Toti. Secondo L&#8217;Espresso questi ultimi due sarebbero addirittura pronti a vendere le quote, ma non riuscirebbero a trovare compratori. Le banche finanziatrici sarebbero altrettanto renitenti, a cominciare dai tedeschi di EuroHypo, già pieni di problemi a casa loro, fino a Intesa Sanpaolo e Unicredit, già altamente esposte al potenziale crack di Zunino. L&#8217;Espresso cita a tale proposito un verbale del consiglio di amministrazione di Generali Properties: &#8220;Dal giugno 2008 le banche finanziatrici hanno sospeso l&#8217;erogazione del finanziamento (a CityLife, ndr) e non si sono rese disponibili a finanziare l&#8217;importo finanziato pur a fronte delle modifiche intervenute sul progetto&#8221; e ipotizza un compromesso, &#8220;le banche sarebbero pronte a sbloccare i finanziamenti rilevando anche la quota dei tedeschi in uscita. Il fabbisogno finanziario, però, dovrà essere rivisto al ribasso e quindi è facile prevedere che CityLife verrà ridimensionata&#8221;. Ma c&#8217;è ancora dell&#8217;altro. Nonostante i responsabili del progetto si mostrino ottimisti, a fine settembre di quest&#8217;anno erano stati stipulati compromessi solo per 45 sulle 300 residenze già messe in vendita, su un totale di oltre mille che verranno realizzate, senza contare che poi bisognerà vendere anche il commerciale e il terziario. E più si tarda, più bisogna pagare interessi sugli enormi prestiti contratti, senza coprirli con gli introiti delle vendite. Abbiamo quindi molti dei sintomi che hanno preceduto il precipitare della situazione di Risanamento: problemi di finanziamento, costosissimi ritardi, sempre maggiore esposizione delle banche creditrici alla bolla immobiliare.</p>
<p>I GRATTACAPI DI DON SALVATORE E I FONDI POCO TRASPARENTI</p>
<p>Come abbiamo già scritto in precedenza (<a href="http://milanointernazionale.it/2009/09/28/cemento-sul-piede-di-guerra/" target="_blank">Cemento sul piede di guerra</a>), l&#8217;impero immobiliare e finanziario di <strong>Salvatore Ligresti</strong> dà preoccupanti segni di scricchiolio. Tra debiti non rimborsati alla scadenza, società come Sinergia (la &#8220;cassaforte&#8221; del gruppo) e Imco con perdite in aumento e debiti in rapida ascesa, i problemi sono davvero molti. Insomma, come scrive Milano Finanza, &#8220;una situazione reddituale che a partire dal 2008 si è andata appannando&#8221;. E così il peso massimo del gruppo Ligresti, cioè la FonSai, ha deciso la cessione di immobili situati a Milano, Torino e Firenze per un valore di perizia di 523 milioni di euro e un valore di libro di 340 milioni, mediante il loro conferimento a un fondo immobiliare che verrà costituito appositamente, il Fondo Rho. Tramite un complesso giro di finanziamenti bancari, accollamenti di debiti, conferimenti immobiliari e altro ancora, il gruppo Ligresti dovrebbe trarre risorse liquide per 339 milioni di euro, di cui 215 milioni di rivenienti dal debito bancario e 123 milioni dal collocamento delle quote. Nulla cambia nella sostanza, ma l&#8217;alchimia finanziaria produce &#8220;liquidità&#8221; e, lo notiamo ancora una volta, le banche rimangono esposte. Abbiamo citato a proposito degli immobili del gruppo Ligresti il termine &#8220;<strong>valore di perizia</strong>&#8220;. Si tratta di un termine alquanto imbarazzante in questo momento, soprattutto se riferito ai fondi immobiliari (cioè fondi aperti ai piccoli investitori o chiusi e riservati agli investitori istituzionali, che permettono di investire indirettamente in immobili gestiti da apposite società come se fossero normali prodotti finanziari). La Consob, l&#8217;organo che tutela tra le altre cose la trasparenza del mercato mobiliare italiano, ha adottato recentemente un <em>position paper</em> in cui richiama l&#8217;attenzione su numerosi aspetti preoccupanti dei rapporti tra fondi e periti che effettuano le valutazioni. Scrive il Sole 24 Ore del 17 ottobre: &#8220;a partire da giugno 2008 vi è stata una progressiva flessione dei principali indicatori [del valore degli immobili]. Flessione, spiegano in Consob, che invece non si ritrova nei rendiconti al 31 dicembre 2008 dei fondi immobiliari italiani, i cui valori sono rimasti in linea con il 2007. [...] Una rigidità nell&#8217;adeguarsi al mercato quanto meno strana. Eppure i gestori sanno bene ciò che sta avvenendo nel mondo del mattone (Risanamento insegna)&#8221;. Inoltre la Consob ha constatato che addirittura l&#8217;81% delle perizie vengono effettuate da due sole società, la CB Richard Ellis e la Reag. Tali società, che oltre ad agire come periti forniscono anche consulenze per la compravendita, traggono i loro guadagni non tanto dalle attività di perizia, quanto essenzialmente dalle percentuali sui valori di compravendita suggeriti. La Consob rileva che vi è un potenziale conflitto di interessi nell&#8217;esercizio contemporaneo delle due attività. Milano Finanza del 13 ottobre scrive poi che la Consob &#8220;lamenta che le metodologie adottate [dalle società di valutazione] non consentono di ricostruire il processo speculativo: le scelte non sono argomentate, il tasso di attualizzazione non indica le componenti di rischio e i prezzi di riferimento non sono noti&#8221; e osserva che deve essere evitato, &#8220;come accaduto, di indicare per esempio immobili vuoti per pieni&#8221;! Per riassumere: vi è una pressoché totale mancanza di controlli effettivi sui valori di perizia degli immobili con la conseguente loro scarsa credibilità, un altro elemento che potrebbe ulteriormente alimentare la nuova bolla in corso. Non è un caso che, come riferisce Milano Finanza del 17 ottobre, nonostante l&#8217;attuale situazione di grave crisi i fondi immobiliari chiusi abbiano registrato a fine settembre forti rialzi che li hanno riportati agli &#8220;stessi livelli dell&#8217;estate 2008 prima che si verificasse il fallimento di Lehman Brothers&#8221;.</p>
<p>PROBLEMI FINANZIARI ANCHE PER LA PEDEMONTANA</p>
<p>Aria di problemi anche per la <strong>Pedemontana</strong>, la megautostrada lombarda i cui costi stimati sono già lievitati da 3 a oltre 4 miliardi di euro (l&#8217;opera rientra nell&#8217;elenco delle opere connesse a Expo 2015) e il cui progetto di realizzazione è gestito dalla società Pedemontana Lombarda, controllata al 68% dalla Provincia di Milano tramite la società Serravalle e per il 26% da Intesa Sanpaolo tramite la Biis. Dopo l&#8217;arrivo di Guido Podestà alla guida della Provincia di Milano i vertici di Pedemontana sono stati azzerati, l&#8217;ad delegato Fabio Terragni, uomo di Filippo Penati, è stato rimosso dal proprio incarico, e sono stati nominati nuovi vertici più vicini alla destra. Ma i problemi ai quali accennavamo non sono questi e sono in realtà molto più preoccupanti. E&#8217; stata infatti effettuata recentemente, prima da Deloitte&amp;Touche e poi da Kpmg, un&#8217;analisi del piano economico-finanziario per la realizzazione dell&#8217;autostrada che dovrebbe partire tra pochi mesi, nel marzo 2010, e sono emerse &#8220;alcune criticità&#8221;. Citiamo a proposito il Sole 24 Ore del 18 ottobre: &#8220;Il piano a oggi non sarebbe bancabile, ovvero le banche non lo finanzierebbero. Tra i punti critici principali: la valutazione dei rischi di costruzione, che non terrebbe conto del fatto che i costi di realizzazione potrebbero essere maggiori del previsto (si parla di un miliardo in più); i rischi legati al nuovo sistema di riscossione pedaggi introdotto (senza barriere, dunque con potenziali mancati incassi sul pedaggio che richiederebbero di prevedere nel piano tassi di non riscosso maggiori di quelli programmati); le garanzie sul valore di subentro, ovvero l&#8217;entità dell&#8217;indennizzo che il concessionario riceverebbe qualora, a scadenza della concessione, non avesse ammortizzato tutti i lavori. [...] E&#8217; difficile che le complesse alchimie del piano possano essere risolte a breve per far approdare la convenzione di Pedemontana al Cipe&#8221;. Nel frattempo ci dovrebbe essere un aumento dell&#8217;esposizione delle banche al progetto: Serravalle cederà il 30% del capitale di Pedemontana Lombarda e tra i candidati in lizza vi sarebbero Unicredit, Bpm, Bnp Paribas e Santander. Le criticità di Pedemontana, quindi, assomigliano in parte a quelli di CityLife: problemi di finanziamento, insufficiente messa in conto dei rischi, banche sempre più esposte a questi ultimi. Colpisce in particolare il fatto che Intesa Sanpaolo sia esposta in prima linea a quasi tutte le situazioni di rischio che abbiamo affrontato in questo viaggio nella nuova bolla, e cioè Risanamento, CityLife e Pedemontana.</p>
<p>QUALCHE ALTRA CILIEGINA SULLA TORTA</p>
<p>Va rilevata anche la posizione della Pirelli e in particolare del suo ramo immobiliare, rappresentato da <strong>Pirelli Re</strong> che, lo ricordiamo, si ritrovava a fine 2008 con 195 milioni di perdita in bilancio e le cui azioni hanno subito un tracollo dopo lo scoppio della bolla (o meglio, della prima fase dello scoppio della bolla), si veda a proposito <a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2009/04/20/la-parabola-di-pirelli-re-da-modello.html" target="_blank">&#8220;La parabola di Pirelli Re&#8221;</a>, pubblicato da Repubblica il 20 aprile scorso. Il primo semestre 2009 non ha migliorato le cose: si è chiuso con una perdita di oltre 42 milioni, ricavi in calo, indebitamento netto di 430 milioni di euro. Per porre rimedio alla situazione è stato effettuato un aumento di capitale di 400 milioni ed è stato siglato un accordo con un pool di banche (tra cui Unicredit e Intesa Sanpaolo) per una ristrutturazione delle linee di credito da svariate centinaia di milioni che ha fornito ossigeno (la situazione era [è] davvero preoccupante, tanto che il 31 luglio scorso il Corriere della Sera scriveva: &#8220;È chiaro che il braccio immobiliare della Bicocca, oggi che il trading e la rotazione del portafoglio real estate sono pressoché bloccati, non ha la cassa per coprire tutte le scadenze [di rimborso dei prestiti]&#8220;). Inoltre Intesa Sanpaolo (sempre lei!) è già entrata come socio al 5% e aumenterà la sua quota al 10%. Intanto a Milano è stata siglata una delle maggiori operazioni immobiliari dell&#8217;anno. Il <strong>Maciachini Center</strong> (86.000 mq, ma è un progetto che va ancora portato a termine nel suo complesso) è stato acquistato da Generali Immobiliare per 300 milioni di euro, una delle maggiori operazioni del settore in Europa e la maggiore in Italia in questo 2009. Generali, lo ricordiamo, è già esposta a CityLife. A livello nazionale c&#8217;è da rilevare la <strong>moratoria sui mutui</strong> annunciata dalle banche italiane. Una mossa strombazzata dai media come una testimonianza della responsabilità sociale degli istituti finanziari italiani. Per chi conosce bene le banche si tratta di una spiegazione poco credibile. I veri motivi li spiega con chiarezza Luca Fornovo sulla Stampa del 22 ottobre: la moratoria è uno strumento che può essere di grande aiuto alle banche perché evita loro di dovere mettere a bilancio prestiti non rimborsati e di creare maggiori accantonamenti per le relative sofferenze. Non a caso proprio in questi giorni l&#8217;Associazione bancaria italiana &#8220;ha annunciato che per effetto della recessione continua a peggiorare la qualità del credito. A fine agosto le sofferenze lorde delle banche italiane hanno raggiunto quasi 52 miliardi di euro, oltre 12 miliardi in più rispetto a novembre 2008, quando avevano raggiunto il valore più basso degli ultimi anni&#8221;. Secondo altri esperti citati da Fornovo, quest&#8217;anno i conti economici delle banche saranno inoltre gravati da 8 miliardi di utili in meno a causa dei maggiori accantonamenti. &#8220;Secondo stime prudenti degli esperti&#8221;, scrive Fornovo, &#8220;il beneficio della moratoria dei mutui potrebbe tradursi per le banche in minori accantonamenti per 150-200 milioni. C&#8217;è poi un terzo piccione da prendere [con la singola fava della moratoria]. La moratoria potrebbe servire anche a limitare i pignoramenti delle case ed evitare una caduta del mercato immobiliare in Italia come è avvenuto negli Stati Uniti, dove c&#8217;è stato un vero e proprio crollo, dopo il boom delle confische di immobili&#8221;. La moratoria non è quindi un gesto filantropico, quanto piuttosto una mossa studiata dalle banche per mettere una pezza alla loro difficile situazione, ed è anche un segno di quanto ancora si temano gli effetti dello scoppio della bolla.</p>
<p>E PER FINIRE&#8230;</p>
<p>Dopo avere parlato tanto di mattone e finanza, chiudiamo con una piccola nota di storia dell&#8217;architettura: i grattacieli, per dirla un po&#8217; volgarmente, portano sfiga. Lo ha rilevato, seppure con uno stile elegantemente britannico, il Financial Times, constatando che durante gli ultimi cento anni nei periodi immediatamente precedenti alle crisi economiche vi è sempre e regolarmente stato un boom dei grattacieli. Mentre tra gli anni venti e gli anni trenta la torre della Chrysler e l&#8217;Empire State Building lottavano per diventare l&#8217;edificio più alto del mondo, intorno a loro l&#8217;economia crollava. Il World Trade Center è stato completato quando nel mondo iniziava il pesante periodo della stagflazione. In Malaysia, le due enormi Petronas Towers sono state terminate nel 1997, quando si è verificato il crollo dei mercati asiatici. Negli ultimi anni a Londra è stata pianificata la costruzione di decine di grandi torri e, puntuale, è spuntata la crisi. Non osiamo immaginarci, aggiungiamo noi, cosa si debba attendere Milano con i suoi folli progetti di grattacieli di ogni forma, dalla fallica nuova sede della Regione di Formigoni, fino al beffardo Bosco verticale di Garibaldi-Repubblica e all&#8217;inedita banana di CityLife. C&#8217;è comunque una consolazione, scrive il Financial Times. I periodi successivi alle crisi hanno sempre visto un abbandono degli eccessi della &#8220;oligarchitettura&#8221; e il ritorno a stili molto più sobri: la crisi degli anni trenta ha portato all&#8217;emergere del modernismo, mentre quella della fine degli anni ottanta ha posto fine agli eccessi del postmodernismo. Speriamo quindi che anche il bancointeso-ligrestismo milanese sia ormai prossimo al tramonto.</p>
<p><em>Nella prossima puntata de &#8220;La bolla che deve ancora arrivare&#8221; ci occuperemo di vendite di immobili comunali, Piano di governo del territorio, cementificazione del Parco Sud, Expo 2015, aeroporti, social housing e altro ancora</em></p>
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		<title>Milano Internazionale &#8211; Cronache &#8211; N. 20 del 22 aprile 2009</title>
		<link>http://milanointernazionale.it/2009/04/22/milano-internazionale-cronache-n-20-del-22-aprile-2009/</link>
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		<pubDate>Wed, 22 Apr 2009 12:45:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>milanointernazionale</dc:creator>
				<category><![CDATA[=>   Notizie e approfondimenti]]></category>
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		<category><![CDATA[Corriere della sera]]></category>
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		<description><![CDATA[SOMMARIO: 1) DE BORTOLI AL CORRIERE, ALL&#8217;INSEGNA DI COMUNITA&#8217; E IDENTITA&#8217; 2) MILANESI RICCHI, MILANESI POVERI, MILANESI EVASORI&#8230; 3) QUANDO IL MATTONE NON TIRA 4) GRANDI MANOVRE NEL CAPITALE CHE CONTA A MILANO 5) ZINCAR, I MILIONI IN FUMO DEL COMUNE DI MILANO 1) DE BORTOLI AL CORRIERE, ALL&#8217;INSEGNA DI COMUNITA&#8217; E IDENTITA&#8217; NAZIONALE Dopo [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=milanointernazionale.it&amp;blog=7100082&amp;post=379&amp;subd=milanointernazionale&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal"><span>SOMMARIO:</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>1) DE BORTOLI AL CORRIERE, ALL&#8217;INSEGNA DI COMUNITA&#8217; E IDENTITA&#8217;</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>2) MILANESI RICCHI, MILANESI POVERI, MILANESI EVASORI&#8230;</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>3) QUANDO IL MATTONE NON TIRA</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>4) GRANDI MANOVRE NEL CAPITALE CHE CONTA A MILANO</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>5) ZINCAR, I MILIONI IN FUMO DEL COMUNE DI MILANO</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span><br />
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<p class="MsoNormal"><span> <span id="more-379"></span></span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>1) DE BORTOLI AL CORRIERE, ALL&#8217;INSEGNA DI COMUNITA&#8217; E IDENTITA&#8217; NAZIONALE</span></p>
<p class="MsoNormal"><span> </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Dopo la direzione di Paolo Mieli, pessima dal punto di vista sia dei contenuti sia dei risultati economici, approda al Corriere della Sera come nuovo direttore Ferruccio De Bortoli, che abbandona la guida del Sole 24 Ore. Le sue prime dichiarazioni non fanno intravvedere nulla di buono per il quotidiano milanese, che ha una lunghissima tradizione di conformità ai dettami culturali e politici della borghesia. Se si eccettuano gli scontati e poco originali richiami generici all&#8217;indipendenza e al dovere di critica, il suo primo editoriale, così come il suo discorso alla redazione, battono pesantemente la stessa strada della retorica governativa improntata su comunità, identità nazionale e unità. Basta citare alcune frasi per dare un&#8217;idea di dove De Bortoli vada a parare. Parla di &#8220;unità di intenti del nostro Paese&#8221;, scrive che &#8220;insieme alle notizie circolano i sentimenti, le emozioni. Ci si sente tutti parte di una comunità.&#8221; Profila il suo Corriere come un giornale &#8220;dove si tenta di costruire, piuttosto che distruggere. Che sta dalla parte del Paese. Non contro&#8221;, per farsi un po&#8217; più criptico poi quando dice che &#8220;un giornale moderno è anche uno specchio dell&#8217;identità di chi lo legge&#8221;, concetto che diventa un po&#8217; più chiaro, soprattutto alla luce dell&#8217;isteria sulla sicurezza fomentata negli ultimi anni da governo e poteri mediatici, nel suo discorso alla redazione: &#8220;il giornale [deve avere la capacità di] rappresentare la comunità a cui si rivolge e di difenderla nei suoi bisogni, perfino nelle sue paure&#8221;, deve essere &#8220;un giornale simbolo di identità&#8221; e &#8220;antidoto alla solitudine della globalità&#8221; (perché &#8220;guardatevi intorno: quali sono i simboli che vi ricordano tradizione, appartenenza, storia della vostra comunità? Sono pochi, pochissimi&#8221;). A livello più politico De Bortoli dice che il Corriere rappresenta &#8220;l&#8217;Italia che ce la fa, la migliore classe dirigente, il ceto medio produttivo&#8221; e sottolinea &#8220;noi siamo dei moderati, sottolineo moderati&#8221;. Insomma, una bordata di sparate retoriche la cui interpretazione però non è difficile: il Corriere della Sera pigerà ulteriormente l&#8217;acceleratore su sentimenti, emozioni, paure, sull&#8217;unanimismo all&#8217;insegna del &#8220;senso di comunità&#8221;, dell&#8217;&#8221;identità nazionale&#8221;, sarà un giornale &#8220;costruttivo&#8221; e &#8220;non contro&#8221;, cioè riprenderà tutti i concetti alla base dell&#8217;ideologia propugnata dall&#8217;establishment di governo ed economico che ci comanda. E lo farà schierandosi dalla parte della (migliore??) classe dirigente e del ceto medio, dei moderati (tradotto in &#8220;parla come mangi&#8221;: il centrodestra e il centrosinistra che non rompe le uova nel paniere ai capitalisti), gli unici soggetti che De Bortoli ha scelto di citare in mezzo a un&#8217;Italia dove ci sono milioni di lavoratori a rischio licenziamento o riduzione salariale, milioni di precari, milioni di studenti che si vedono tagliare fondi all&#8217;istruzione, milioni di immigrati<span> </span>che lavorano per i padroni italiani e sono sottoposti a ogni sopruso&#8230; e l&#8217;elenco potrebbe essere ancora più lungo. Quando parla di un giornale che sta dalla parte del Paese, non specifica quale: quello degli speculatori edilizi e degli speculatori finanziari (entrambi presenti nell&#8217;azionariato del suo giornale), dei padroni che licenziano, degli apparati di repressione? E lo stesso vale per i termini &#8220;comunità&#8221; e &#8220;identità&#8221;, concetti che non a caso sono sempre stati al centro della retorica di quanti negli ultimi cento anni hanno dato all&#8217;Italia il peggio che poteva ricevere.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>(fonte: Corriere della Sera, 8 e 10 aprile)</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>2) MILANESI RICCHI, MILANESI POVERI, MILANESI EVASORI&#8230;</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>Il Corriere della Sera ha pubblicato un articolo di Gianni Santucci sui redditi dichiarati dai milanesi. &#8220;Poco meno di un milanese su due dichiara un reddito inferiore ai 20.000 euro all&#8217;anno&#8221;, dato che fa pensare in parte a una larga diffusione dell&#8217;evasione. &#8220;Sono 32.356 i milanesi che dichiarano oltre 100.00 euro, quasi il 4%, ma possiedono il 30% dell&#8217;intera ricchezza dichiarata al fisco della città. [...] Il reddito medio dichiarato a Milano è vicino ai 33.000 euro, quasi il doppio rispetto ai 18.834 euro della media nazionale e comunque una cifra che stacca visibilmente anche la media del Nord-Ovest (20.829 euro)&#8221;. Il 4% di ricchi con più di 100.000 euro di reddito sono &#8220;una percentuale più che quadrupla rispetto a quella dei ricchi nell&#8217;intero paese (dove sono lo 0,87 per cento di tutti i contribuenti italiani). E ancora: tra tutti i redditi sopra i 100.000 euro in Italia (354.856 persone) quasi il 10% sono milanesi&#8221;. In termini di cifre aggregate nel triennio 2004-2006 (prima cioè della crisi) &#8220;l&#8217;intero reddito imponibile Irpef di Milano nel 2004 era di 24,3 miliardi, salito a 24,8 miliardi nel 2005 e cresciuto ancora sensibilmente fino ai 26,3 miliardi del 2006&#8243;. Ma c&#8217;è ancora un dato fondamentale: &#8220;la parte più ampia dei contribuenti milanesi è infatti compresa nelle fasce di reddito tra 10.000 e 15.000 euro (123.000 persone), tra i 15.000 e i 20.000 euro (143.000 persone) e tra i 20.000 e i 26.000 euro (134.000). Sono loro, con le oltre 93.000 persone che dichiarano meno di 10.000 euro (in maggioranza pensionati) a soffrire in maniera più pesante gli effetti della recessione&#8221;.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>(fonte: Corriere della Sera, 16 aprile)</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>3) QUANDO IL MATTONE NON TIRA</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>Cominciano a profilarsi i primi effetti della crisi sugli introiti delle amministrazioni pubbliche. I dati nazionali pubblicati in questi giorni parlano di una diminuzione delle entrate fiscali dello stato per il primo bimestre 2009 pari al 7% e con trend all&#8217;aumento. A Milano il Comune nel 2008 ha incassato 8 milioni di euro in meno del previsto con gli oneri di urbanizzazione. La cifra per l&#8217;intero anno è di 58,5 milioni, a fronte di una previsione di 66,7 milioni, e ciò nonostante il rialzo delle tariffe varato nel dicembre 2007. Negli anni precedenti, grazie alla bolla immobiliare e alle parallele politiche comunali mirate a incentivare la speculazione edilizia, gli introiti generati dagli oneri di urbanizzazione avevano registrato una fortissima crescita: da 31,4 milioni nel 2005, a 44,8 milioni nel 2006 a 52,1 milioni nel 2007. Bisognerà vedere ora cosa succederà in questo 2009 di crisi, per il quale il Comune ha preventivato entrate per 70 milioni, che però difficilmente verranno raggiunte visto il drastico rallentamento della crescita cominciato già nel 2008. Per il bilancio di Palazzo Marino si prospettano quindi grossi problemi visto che, tra le altre cose, anche le società controllate, come per esempio Sea Aeroporti, ridurranno drasticamente i dividendi erogati al Comune o addirittura non ne erogheranno affatto.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span> </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Sempre sul piano della speculazione edilizia ci sono da registrare alcuni dati sugli immobili sfitti. A Milano sono circa 30.000 gli appartamenti sfitti, pari al 4% dei 677.000 appartamenti totali esistenti in città. A questi dati vanno ad aggiungersi quelli sugli spazi per ufficio sfitti. Su 1,2 milioni di metri quadri di superficie per uffici esistenti a Milano, il 6% è sfitto ma, aggiunge il Corriere della Sera, si tratta di dati ufficiali che non rispecchiano una situazione reale ancora più critica, &#8220;perché altri vecchi palazzi si stanno svuotando. E nuovi contenitori non sono mai stati riempiti. Fa testo il recente insediamento di via Forlanini, verso Linate. Sfitte le torri di via Stephenson, all&#8217;estrema periferia Nord-Ovest. Come quelle di via Senigallia, a ridosso di Cormano. E a Sud in via dei Missaglia. Metri quadrati di uffici sfitti che, uno sull&#8217;altro, fanno 30 Pirelloni, [senza contare che] la crisi potrebbe accelerare l&#8217;esodo di altri colletti bianchi da altri cubi&#8221;. I palazzi per uffici sfitti, scrive sempre il Corriere della Sera, &#8220;sono così da anni, costruiti tra gli anni &#8217;80 e &#8217;90, nella sbornia del dopo piano regolatore, che consentiva di trasformare le ex aree industriali in terziario (30%) e produttivo. Il terziario è lì, scatole vuote&#8221;. E, come spiega l&#8217;economista Giacomo Biraghi, a differenza di altre città europee in cui gli spazi per uffici si concentrano nei cosiddetti Business District, a Milano il terziario &#8220;si è sviluppato sulla città come un quadro di Mondrian, a macchia di leopardo&#8221;.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>La Repubblica segnala infine i contenuti della bozza di progetto di legge regionale che &#8220;declina alla lombarda il piano casa di Berlusconi&#8221;. Vengono introdotte novità rispetto al decreto del governo, per esempio si potranno recuperare volumetrie non utilizzate nei centri storici anche per attitività economiche. Al di fuori dei centri storici si potranno ampliare poi del 20 per cento gli edifici, anche per destinazioni non residenziali.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>(fonti: Il Giornale, 6 aprile; Repubblica, 4 aprile, 16 aprile; Corriere della Sera, 2 aprile)</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>4) GRANDI MANOVRE NEL CAPITALE CHE CONTA A MILANO</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>Pirelli Re, Impregilo, A2A, tre nomi che contano moltissimo a Milano e in Lombardia, rispettivamente nell&#8217;immobiliare, nelle costruzioni e nell&#8217;energia. Se la A2A è a controllo pubblico (Comuni di Milano e Brescia), le altre due fanno capo ad alcuni dei più noti nomi del capitalismo italiano, rispettivamente Pirelli e Tronchetti Provera la prima, e Ligresti, Benetton e Gavio la seconda. Tutte e tre in questi giorni stanno attraversando momenti cruciali. L&#8217;8 aprile Carlo Puri Negri ha abbandonato il timone di Pirelli Re e la società immobiliare è stata di fatto &#8220;commissariata&#8221; dalla casa madre Pirelli guidata da Marco Tronchetti Provera, che ha nominato due uomini di stretta fiducia alla guida della società. Puri Negri, che è figlio di una Pirelli, aveva cominciato la sua carriera nel 1989 e aveva creato e portato al successo il ramo immobiliare di Pirelli, cavalcando senza remore la bolla immobiliare. Gli investimenti di Pirelli Re in Italia e nell&#8217;Europa Orientale ammontano a circa 1,3 miliardi e hanno generato rendimenti tra il 5% e il 7%, ma l&#8217;indebitamento accumulato è di 860 milioni. Ora, dopo lo scoppio della bolla, Pirelli Re si trova con 195 milioni di perdita in bilancio e le sue azioni che sono arrivate a valere 60 euro oggi sono quotate intorno ai 4,5 euro. Tronchetti Provera ha deciso quindi di avviare una delicata operazione di ricapitalizzazione per 400 milioni il cui scopo è quello di mettere in salvo il ramo immobiliare del gruppo. Puri Negri abbandona a fronte di una lauta buonuscita, in tutto 12 milioni di euro.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>Per la Impregilo, che ha vinto la gara per la realizzazione di una delle più grandi opere a cui darà il via il governo Berlusconi, il ponte sullo stretto di Messina, si profila invece una soluzione per la situazione di stallo tra gli azionisti di controllo che si protraeva da mesi. La società è controllata da un patto azionario tra Salvatore Ligresti, la famiglia Benetton e Marcellino Gavio, patto che scadrà il prossimo 12 giugno. I motivi di divergenza tra i soci non sono chiari, ma la stampa ha parlato di un conflitto strategico tra l&#8217;ala delle costruzioni (Ligresti) e quella delle concessioni autostradali (Benetton e Gavio), con una possibile fuoriuscita di Ligresti. Ora pare che le divergenze si stiano appianando con la mediazione di Mediobanca, che detiene in pegno circa il 30% delle azioni della società, cioè la quota totale in mano ai tre. Va rilevato che il presidente di Impregilo, Massimo Ponzellini (un nome che incontreremo di nuovo qui sotto quando parleremo di A2A) è candidato alla presidenza della banca Bpm e non ha alcuna intenzione, qualora venisse eletto, di abbandonare la presidenza di Impregilo, ritenendo che non vi sia alcuna incompatibilità.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>In A2A, il minicolosso energetico controllato dai Comuni di Milano e Brescia, è in corso un radicale rimescolamento delle carte, dopo i mesi di stallo vissuti dalla gestione duale da parte delle due città lombarde. Nei giorni scorsi  Renzo Capra (&#8220;l&#8217;uomo&#8221; di Brescia nell&#8217;azienda) ha dato le dimissioni dal consiglio di sorveglianza. Il Corriere Economia interpreta le dimissioni come una conseguenza della vittoria di Adriano Paroli, di Forza Italia, che ha conquistato la poltrona di sindaco dopo dieci anni di centrosinistra. Paroli, vicino a Comunione e Liberazione e a Roberto Formigoni, punterebbe alla sostituzione di Capra con un proprio fedelissimo, Graziano Tarantini, fondatore della Compagnia delle Opere bresciana. Tarantini tra l&#8217;altro è membro del consiglio di amministrazione della banca Bpm, nell&#8217;ambito della quale appoggia la candidatura a presidente di Massimo Ponzellini (il già menzionato presidente di Impregilo). In questa fitta rete di relazioni politiche e affari si inserisce, sempre secondo il Corriere Economia, anche la Lega Nord, che mira a insediare un suo uomo (si parla di Dario Fruscio, uscito a febbraio dal collegio sindacale di Expo 2015 Spa) ai vertici del consiglio di sorveglianza della società. Da parte sua, a Milano, Moratti punterebbe a ottenere una poltrona importante in A2A per Paolo Glisenti, dopo la sua estromissione dalla guida dell&#8217;Expo 2015. Va rilevato inoltre che nel consiglio di gestione di A2A siede in rappresentanza del Comune di Milano il consigliere Simone Rondelli, che è stato oggetto di un avviso di garanzia per truffa aggravata ai danni dello stesso Comune in relazione alla vicenda dei derivati. Rondelli è legato a Letizia Moratti: siede nel consiglio di supervisione di Syntek, azienda di proprietà del sindaco, ed è amministratore di Four Partners, società che si occupa di gestione patrimoniale e ha tra i suoi clienti la stessa Syntek. Il Sole 24 Ore si interroga da parte sua sul futuro dell&#8217;azienda milanese-bresciana. Una volta risolti gli assetti di governo, A2A dovrà occuparsi di strategie, in particolare per quanto riguarda la controllata Edison, gestita in tandem con i francesi di Edf, ma che finora non ha dato i risultati industriali auspicati. Secondo lo stesso quotidiano &#8220;le opzioni sono quattro: il mantenimento dello status quo, la fusione A2A-Edison, lo spezzatino di Edison o lo spezzatino di A2A&#8221;.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>(fonti: Corriere della Sera, 9 aprile, 18 aprile; Corriere Economia, 20 aprile; Repubblica Affari e Finanza, 20 aprile 2009; Repubblica, 21 aprile; Sole 24 Ore, 15 aprile 2009)</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>5) ZINCAR, I MILIONI IN FUMO DEL COMUNE DI MILANO</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>La Zincar è una società controllata dal Comune di Milano (ma con una partecipazione azionaria, tra gli altri, della A2A) il cui nome è l&#8217;acronimo di uno strampalato &#8220;Zero impatto non carbonio&#8221;. Nei mesi scorsi era stata al centro di polemiche, ai limiti dello scoppio di uno scandalo, sulle &#8220;consulenze facili&#8221; assegnate, tanto che a dicembre Letizia Moratti ne aveva deciso la liquidazione. Oggi emerge, come riferisce la Repubblica, che la Zincar ha un buco di 18 milioni di euro, una cifra da capogiro per una società che a fine 2007 aveva un giro d&#8217;affari di poco meno di 5 milioni di euro. La scarsa trasparenza delle operazioni della Zincar è testimoniata dal fatto che nel 2007 la società di revisione Ernst&amp;Young si era rifiutata di certificarne i conti. Zincar, per dare un esempio degli sperperi di cui era il canale, sta realizzando nel quartiere di Quarto Oggiaro un progetto finanziato dal Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, del costo di ben 4,3 milioni di euro, che prevede la realizzazione di un centro di informazione e formazione per i cittadini sui temi della sicurezza. Con 6 milioni di finanziamento dello stesso ministero sta completando un progetto per studiare i microrischi relativi al trasporto di merci pericolose in ambito urbano. Come conclude la Repubblica, &#8220;insomma, una marea di soldi che Zincar sembra aver in parte sperperato in consulenze e comunque ad alto impatto per il Comune&#8221;. Ora si deve decidere come ripartire le perdite tra gli azionisti e secondo il quotidiano si va verso una soluzione che coinvolga più i soci industriali (come A2A) e meno il Comune.</span></p>
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<p class="MsoNormal"><span>(fonte: Repubblica, 18 aprile)</span></p>
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